Come ricevere la Santa Comunione: sulla mano o in bocca?

Come ricevere la Santa Comunione: sulla mano o in bocca?

In questo video suggestivo viene denunciato uno dei gravissimi problemi legati alla pratica della comunione sulla mano: la perdita dei frammenti.

La pratica della comunione sulla mano, sebbene oggi largamente diffusa, fu introdotta abusivamente in alcuni Paesi del Nord Europa negli anni ’60 e non è mai stata sancita come regola della Chiesa. Viceversa, è a tutt’oggi consentita solo sotto forma di indulto… Leggi la sezione “Approfondimenti” per conoscere la storia di questa pratica.

Guarda il video:

322. Nell’Eucaristia c’è lo stesso Gesù Cristo che è in cielo, e che nacque in terra da Maria Vergine?

Nell’Eucaristia c’è lo stesso Gesù Cristo che è in cielo, e che nacque in terra da Maria Vergine.

331. Sotto le apparenze del pane c’è solo il Corpo di Gesù Cristo, o sotto quelle del vino c’è solo il suo Sangue?

No, sotto le apparenze del pane c’è tutto Gesù Cristo, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità; e così sotto quelle del vino.

332. Quando si rompe l’ostia in più parti, si rompe il Corpo di Gesù Cristo?

Quando si rompe l’ostia in più parti, non si rompe il Corpo di Gesù Cristo, ma solamente le specie del pane; e il Corpo del Signore rimane intero in ciascuna parte.

(dal Catechismo di S. Pio X)

Il toccare le sacre specie, la loro distribuzione con le proprie mani, è un privilegio degli ordinati, che indica una partecipazione attiva al ministero dell’Eucaristia.

(S. Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Dominicæ Cenæ, 24 febbraio 1980)

La distribuzione del Corpo di Cristo spetta solo al sacerdote.

(S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, IIIa q. 82 a. 3)

Scarica la spiegazione di S. Tommaso

Approfondimenti

Quali sono i modi opportuni per comunicarsi?

“Quando ci si comunica stando in piedi, le norme stabiliscono che prima di ricevere il Sacramento si faccia un atto di reverenza,[1] per esempio un inchino o una genuflessione: perché non si sta andando a prendere un pezzo di pane, ma a ricevere Cristo in persona. La prassi più opportuna resta comunque quella di ricevere la Comunione in bocca e preferibilmente in ginocchio […]. Quando un thailandese va dal suo re deve andarci in ginocchio, anche se è il primo ministro del Paese. Così se un giapponese viene ricevuto dall’imperatore, gli si avvicina con un alto senso di riverenza, dopo aver fatto inchini su inchini. Gesù Cristo è il Re dei re, il Signore Onnipotente. Ci si domanda: non si merita lui più di tutti un gesto di amore e riverenza?”.[2]

Rispondendo alla domanda di un intervistatore il Cardinale Cañizares, allora Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, disse: «E’ giusto sapere che ci troviamo di fronte a Dio e che Egli è venuto a noi e noi non lo meritiamo». In quell’occasione il porporato disse anche : «Penso che sia necessario per tutta la Chiesa che la Comunione si faccia in ginocchio»”.[3]

Che significato ha ricevere la Comunione in ginocchio e in bocca?

Nell’Eucaristia, sotto le specie del pane e del vino, è “contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il Corpo e il Sangue di nostro Signore Gesù Cristo, con l’anima e la divinità e, quindi, il Cristo tutto intero”.[4]

“Ricevere l’Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso colui che riceviamo […] soltanto nell’adorazione può maturare un’accoglienza profonda e vera”.[5]

Con la Comunione in ginocchio “si mette meglio in luce la verità della presenza reale nell’Eucaristia, si aiuta la devozione dei fedeli, si introduce con più facilità al senso del mistero”.[6]

E’ importante precisare che la Comunione in ginocchio è prevista dalle attuali norme liturgiche, secondo le quali: “i fedeli si comunicano in ginocchio o in piedi”.[7] La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha più volte ribadito che ricevere la Comunione in ginocchio e in bocca è un preciso diritto di ogni fedele e che “non è lecito, quindi, negare a un fedele la santa Comunione, per la semplice ragione, ad esempio, che egli vuole ricevere l’Eucaristia in ginocchio oppure in piedi”.[8] La trasgressione di questa norma costituisce atto grave.[9]

Quando Benedetto XVI, a partire dalla solennità del “Corpus Domini” del 2008, iniziò a distribuire la Comunione in bocca e in ginocchio l’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice pubblicò questa spiegazione sul sito del Vaticano: “All’uso di ricevere la Comunione solo sulla lingua fa riferimento anche san Tommaso d’Aquino, il quale afferma che la distribuzione del Corpo del Signore appartiene al solo sacerdote ordinato. Ciò per diversi motivi, tra i quali l’Angelico cita anche il rispetto verso il sacramento, che «non viene toccato da nessuna cosa che non sia consacrata: e quindi sono consacrati il corporale, il calice e così pure le mani del sacerdote, per poter toccare questo sacramento. A nessun altro quindi è permesso toccarlo fuori di caso di necessità: se per esempio stesse per cadere per terra, o in altre contingenze simili».[10]

Lungo i secoli, la Chiesa ha sempre cercato di caratterizzare il momento della Comunione con sacralità e somma dignità, sforzandosi costantemente di sviluppare nel modo migliore gesti esterni che favorissero la comprensione del grande mistero sacramentale. Nel suo premuroso amore pastorale, la Chiesa contribuisce a che i fedeli possano ricevere l’Eucaristia con le dovute disposizioni, tra le quali figura il comprendere e considerare interiormente la presenza reale di Colui che si va a ricevere.[11] Tra i segni di devozione propri ai comunicandi, la Chiesa d’Occidente ha stabilito anche lo stare in ginocchio. Una celebre espressione di sant’Agostino, ripresa al n. 66 della Sacramentum Caritatis di Benedetto XVI, insegna: «Nessuno mangi quella carne [il Corpo eucaristico], se prima non l’ha adorata. Peccheremmo se non l’adorassimo».[12] Stare in ginocchio indica e favorisce questa necessaria adorazione previa alla ricezione di Cristo eucaristico.

In questa prospettiva, l’allora cardinale Ratzinger aveva assicurato che «la Comunione raggiunge la sua profondità solo quando è sostenuta e compresa dall’adorazione».[13] Per questo, egli riteneva che «la pratica di inginocchiarsi per la santa Comunione ha a suo favore secoli di tradizione ed è un segno di adorazione particolarmente espressivo, del tutto appropriato alla luce della vera, reale e sostanziale presenza di Nostro Signore Gesù Cristo sotto le specie consacrate».[14]

S. Giovanni Paolo II nella sua ultima enciclica, Ecclesia de Eucharistia, ha scritto al n.61: «Dando all’Eucaristia tutto il rilievo che essa merita, e badando con ogni premura a non attenuarne alcuna dimensione o esigenza, ci dimostriamo veramente consapevoli della grandezza di questo dono. Ci invita a questo una tradizione ininterrotta, che fin dai primi secoli ha visto la comunità cristiana vigile nella custodia di questo “tesoro”. […] Non c’è pericolo di esagerare nella cura di questo Mistero, perché “in questo Sacramento si riassume tutto il mistero della nostra salvezza”».

In continuità con l’insegnamento del suo Predecessore, a partire dalla solennità del Corpus Domini del 2008, il Santo Padre Benedetto XVI iniziò a distribuire ai fedeli il Corpo del Signore, direttamente sulla lingua e stando inginocchiati.”[15]

Il Papa “ha fatto un gesto che poi è quello che la Chiesa ha seguito in precedenza per secoli. Ed era il gesto più consono con l’atteggiamento di vera riverenza verso il Signore, perché non stiamo ricevendo un pezzo di pane ma Cristo, la sua Persona, il suo Corpo, il suo Sangue. Davanti a questo fenomeno dell’Eterno che entra nel fragile, nel debole, nell’umano, ci deve essere un atteggiamento di grande fede, devozione e riverenza. Quello che succede quando riceviamo l’Eucaristia è qualcosa d’incomprensibile alla mente umana. Il Signore entra nei nostri cuori come in una sua abitazione e noi lo dobbiamo ricevere come si conviene”.[16]

“E’ chiaro che assumere gesti e atteggiamenti del corpo e dello spirito che facilitano il silenzio, il raccoglimento, l’umile accettazione della nostra povertà davanti all’infinita grandezza e santità di Colui che ci viene incontro nelle specie eucaristiche diventava coerente ed indispensabile. Il miglior modo per esprimere il nostro senso di riverenza verso il Signore Eucaristico era quello di seguire l’esempio di Pietro che, come racconta il Vangelo, si gettò in ginocchio davanti al Signore e disse «Signore, allontanati da me che sono un peccatore» (Lc 5,8)”.[17] “Tutta la Sacra Scrittura parla di riverenza verso il Signore, sia nel Vecchio Testamento, nell’ambito del tempio sacro di Gerusalemme, sia nel Nuovo Testamento davanti alla persona di Gesù. Quando gli occhi della fede si aprono, gli apostoli e gli altri si mettono subito in ginocchio davanti a Lui. C’è poi una lunga tradizione in questo senso nella Chiesa, dai Padri della Chiesa in poi”.[18]

Per questo motivo in alcune chiese la Comunione viene distribuita davanti ad un inginocchiatoio, grazie al quale tutti i fedeli che lo desiderano possono inginocchiarsi agevolmente, compresi coloro che hanno problemi fisici dovuti alla malattia o all’età.

Come è nata la comunione sulla mano? Quali conseguenze comporta questa pratica?

Per quel che riguarda la Comunione sulla mano “l’attuale disciplina universale della Chiesa prevede che di norma la Comunione venga distribuita nella bocca dei fedeli. C’è poi un indulto[19] che permette, su richiesta degli episcopati, di distribuire la Comunione anche sul palmo della mano”.[20]

“Parlando della Comunione sulla mano bisogna riconoscere che fu una prassi introdotta abusivamente e in fretta in alcuni ambienti della Chiesa subito dopo il Concilio,[21] cambiando la secolare prassi precedente e divenendo ora la prassi regolare per tutta la Chiesa. […] Quali siano le ragioni a sostegno di questa prassi, non possiamo ignorare ciò che succede a livello mondiale dove tale pratica viene attuata. Questo gesto contribuisce ad un graduale e crescente indebolimento dell’atteggiamento di riverenza verso le sacre specie eucaristiche. La prassi precedente invece salvaguardava meglio quel senso di riverenza. Sono subentrati invece, una allarmante mancanza di raccoglimento e uno spirito di generale disattenzione. Si vedono ora dei comunicandi che spesso tornano ai loro posti come se nulla di straordinario fosse accaduto. Maggiormente distratti sono i bambini e gli adolescenti. In molti casi non si nota quel senso di serietà e silenzio interiore che devono segnalare la presenza di Dio nell’anima. Ci sono poi abusi di chi porta via le sacre specie per tenerle come souvenir, di chi le vende, o peggio ancora, di chi le porta via per profanarle in riti satanici”.[22]

Lo stesso documento di indulto, l’Istruzione Memoriale Domini pubblicata sotto il pontificato di Paolo VI, anticipava i possibili rischi: “Un cambiamento in cosa di tanta importanza, basata su una tradizione antichissima e veneranda, non tocca solo la disciplina; potrebbe dimostrarsi fondato il timore di eventuali pericoli derivanti da questo nuovo modo di distribuire la Comunione; il pericolo per esempio di un diminuito rispetto verso il Santissimo Sacramento dell’altare, o quello di una sua profanazione, o anche di un’alterazione della dottrina eucaristica”.[23]

Per questo motivo la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti invita alla prudenza: “Benché ogni fedele abbia sempre il diritto di ricevere, a sua scelta, la santa Comunione in bocca, se un comunicando, nelle regioni in cui la Conferenza dei Vescovi, con la conferma da parte della Sede Apostolica, lo abbia permesso, vuole ricevere il Sacramento sulla mano, gli sia distribuita la sacra ostia. Si badi, tuttavia, con particolare attenzione che il comunicando assuma subito l’ostia davanti al ministro, di modo che nessuno si allontani portando in mano le specie eucaristiche. Se c’è pericolo di profanazione, non sia distribuita la santa Comunione sulla mano dei fedeli”.[24]

Il Card. Caffarra, Arcivescovo di Bologna, il 27 aprile 2009 ha emanato un documento che richiama alla vigilanza durante la distribuzione della Comunione: “purtroppo si sono ripetuti casi di profanazione dell’Eucaristia approfittando della possibilità di accogliere il pane consacrato sul palmo della mano, soprattutto, ma non solo, in occasione di grandi celebrazioni o in grandi chiese oggetto di passaggio di numerosi fedeli. Per tale motivo è bene vigilare sul momento della santa Comunione partendo dall’osservanza delle comuni norme ben note a tutti. La distribuzione dell’Eucaristia avvenga in modo pacato ed ordinato, sia fatta in primo luogo dai ministri ordinati (Presbitero e Diacono); solo in loro mancanza dai ministri a ciò istituiti (Accoliti). Solo in casi veramente eccezionali si ricorra ad altri ministri istituiti (Lettori), alle religiose o a fedeli ben preparati. Durante la Comunione i ministranti assistano il ministro, per quanto possibile, vigilando che ogni fedele dopo aver ricevuto il pane consacrato lo consumi immediatamente…”. Nella stessa circolare il Cardinale vieta la distribuzione della Comunione sulla mano in tre chiese di grande passaggio “considerata anche la frequenza in cui sono stati segnalati casi di comportamenti irriverenti nell’atto di ricevere l’Eucaristia”.[25]

E di nuovo Mons. Ranjith: “Ora io credo che sia arrivato il momento di valutare bene la suddetta prassi [della Comunione in ginocchio e in bocca] e, se necessario, abbandonare quella attuale che difatti non fu indicata né nella stessa Sacrosanctum Concilium, né dai Padri conciliari ma fu accettata dopo una introduzione abusiva in alcuni Paesi”.[26]

La Comunione sulla mano non è più fedele alle origini del cristianesimo?

“Che ci sia stata in passato varietà nel modo di celebrare e ricevere l’Eucaristia è un fatto storicamente documentato. […] E’ vero che in antico era abitualmente consentito ai fedeli di ricevere in mano il cibo eucaristico e di portarselo direttamente alla bocca; ed è vero che nei primi tempi i fedeli potevano anche prelevare il Santissimo dal luogo della celebrazione, soprattutto per servirsene come viatico, qualora avessero dovuto correre dei rischi per l’aperta professione della loro fede. Però le prescrizioni della Chiesa e gli scritti dei Padri documentano con ricchezza grande di testi quale venerazione e quale attento rispetto si avesse per la Santa Eucaristia. «Nessuno si ciba di quella carne, senza aver fatto prima un atto di adorazione»,[27] dice S.Agostino; e per il momento della Comunione si fa a ogni fedele questa raccomandazione: «…prendi quel cibo, e bada che nulla ne vada perduto».[28] «E’ il Corpo di Cristo».[29] Inoltre la cura e il ministero del Corpo e del Sangue di Cristo venivano affidati in modo del tutto particolare ai sacri ministri o a persone appositamente scelte e designate […] Fu così che il compito di recare la santa Eucaristia agli assenti venne ben presto affidato ai sacri ministri soltanto, allo scopo di meglio assicurare da una parte la debita riverenza verso il Corpo di Cristo, e di provvedere dall’altra più responsabilmente alla necessità dei fedeli. Con l’andare del tempo e con il progressivo approfondimento della verità del mistero eucaristico, della sua efficacia e della presenza in esso del Cristo, unitamente al senso accentuato di riverenza verso questo Santissimo Sacramento e ai sentimenti di umiltà con cui ci si deve accostare a riceverlo, si venne introducendo la consuetudine che fosse il ministro stesso a deporre la particola del pane consacrato sulla lingua dei comunicandi”.[30]

Già dai primi secoli del Cristianesimo, infatti, si ritrovano diversi documenti che testimoniano la consuetudine di porre le sacre specie sulle labbra del comunicando, e della proibizione ai laici di toccarle con le proprie mani, se non in tempo di persecuzione e in caso di necessità.
S.Sisto I (Papa dal 117 al 136) scrisse: “Solo i ministri del culto sono abilitati a toccare i sacri misteri”.[31]

Nel Concilio di Rouen (650), fu dichiarato di non potersi dare la Comunione nella mano ai laici: “egli stesso [il Presbitero] con reverenza assuma [le sacre specie] e consegni le cose da raccogliere al Diacono o Suddiacono che sono i ministri dell’altare, egli stesso curi di comunicarli di sua mano, a nessun laico o donna deponga l’Eucarestia nelle mani, ma la metta solo nella loro bocca, con queste parole: «Il Corpo e il Sangue del Signore ti giovino per la remissione dei peccati e per la vita eterna». Chiunque avrà trasgredito tali norme, poiché disprezza Iddio onnipotente e disonora quanto si trova in Lui, venga rimosso dall’altare”.[32]
S.Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa (1225-1274), scrisse: “La distribuzione del Corpo del Signore appartiene al Sacerdote per tre ragioni. Primo, perché, come si è detto, egli consacra in persona di Cristo. Ora, Cristo, come consacrò da sé il proprio Corpo, così da sé lo distribuì agli altri. Quindi come al Sacerdote appartiene la consacrazione del Corpo di Cristo, così appartiene a lui distribuirlo. Secondo, perché il Sacerdote è costituito intermediario tra Dio e il popolo. Perciò come spetta a lui offrire a Dio i doni del popolo, così tocca a lui dare al popolo i doni santi di Dio. Terzo, perché per rispetto verso questo Sacramento esso non viene toccato da nessuna cosa che non sia consacrata: e quindi sono consacrati il corporale, il calice e così pure le mani del Sacerdote per poter toccare questo Sacramento. A nessun altro quindi è permesso toccarlo fuori di un caso di necessità: se, per esempio, stesse per cadere a terra, o in altre contingenze simili”.[33]

Il Concilio di Trento, nel 1551, dichiarò: “Nel ricevere la Comunione sacramentale fu sempre uso, nella Chiesa di Dio, che i laici la ricevessero dai Sacerdoti; e che i Sacerdoti che celebrano si comunicassero da sé. Quest’uso, che deriva dalla tradizione apostolica, deve a buon diritto esser osservato”.[34]

E nel 1969 l’Istruzione Memoriale Domini, così rispondeva alla richiesta di poter distribuire la Comunione sulla mano del comunicando invece che sulla lingua: “Questo modo di distribuire la Comunione [sulla lingua], tenuta presente nel suo complesso la situazione attuale della Chiesa, si deve senz’altro conservare, non solo perché poggia su di una tradizione plurisecolare, ma specialmente perché esprime e significa il riverente rispetto dei fedeli verso la Santa Eucaristia. Non ne è per nulla sminuita la dignità della persona dei comunicandi; tutto anzi rientra in quel doveroso clima di preparazione, necessario perché sia più fruttuosa la Comunione al Corpo del Signore”.[35]

S.Giovanni Paolo II scriveva: “Il toccare le sacre specie, la loro distribuzione con le proprie mani, è un privilegio degli ordinati, che indica una partecipazione attiva al ministero dell’Eucaristia”.[36]

La disposizione del cuore non è più importante dei gesti esteriori?

“L’osservanza delle norme emanate dall’autorità della Chiesa esige conformità di pensiero e parola, degli atti esterni e della disposizione d’animo. Una osservanza puramente esteriore delle norme, come è evidente, contrasterebbe con l’essenza della sacra Liturgia, nella quale Cristo Signore vuole radunare la sua Chiesa perché sia con lui «un solo corpo e un solo spirito»”.[37]

Tuttavia la natura umana ha bisogno dei gesti; i riti non si limitano ad essere rivestimenti esteriori, ma plasmano la mentalità dei fedeli e, con essa, il loro senso della fede.

Questo concetto è stato più volte ribadito dalla Chiesa, fin dai tempi antichi.

Nel XIII secolo, S.Tommaso d’Aquino scriveva: “Ora, l’anima umana per unirsi a Dio ha bisogno di essere guidata dalle cose sensibili: poiché, come dice l’Apostolo, «le perfezioni divine invisibili, comprendendosi dalle cose fatte, si rendono visibili». Perciò nel culto divino è necessario servirsi di cose materiali come di segni, mediante i quali l’anima umana venga eccitata alle azioni spirituali che la uniscono a Dio. La religione, quindi, abbraccia atti interni, che sono principali ed essenziali per la religione; e atti esterni, che sono secondari e ordinati a quelli interni”.[38]

Negli atti del Concilio di Trento del 1562 si trova: “E perché la natura umana è tale, che non facilmente viene tratta alla meditazione delle cose divine senza piccoli accorgimenti esteriori, per questa ragione la Chiesa, pia madre, ha stabilito alcuni riti […] usa i lumi, gli incensi, le vesti e molti altri elementi trasmessi dall’insegnamento e dalla tradizione apostolica, con cui venga messa in evidenza la maestà di un sacrificio così grande, e le menti dei fedeli siano attratte da questi segni visibili della religione e della pietà, alla contemplazione delle altissime cose, che sono nascoste in questo Sacrificio”.[39]

Il Card. Cañizares Llovera ha così risposto ad un intervistatore che chiedeva se ricevere la Comunione in ginocchio non fosse solo questione di forma: “No, non è solo questione di forma. Che cosa vuol dire ricevere la Comunione in bocca? Che cosa vuol dire inginocchiarsi davanti al Santissimo Sacramento? Che cosa significa inginocchiarsi durante la consacrazione, nella Messa? Significa adorazione, significa riconoscere la presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucaristia; significa rispetto e atteggiamento di fede di chi si prostra davanti a Dio perché sa che ogni cosa viene da Lui, e resta senza parole, stupito, di fronte alla meraviglia, alla sua bontà e alla sua pietà. Ecco perché non è la stessa cosa porgere la mano e ricevere la Comunione in un modo qualunque e farlo in modo rispettoso; non è lo stesso ricevere la Comunione in piedi o in ginocchio, perché questi segni hanno un forte significato. Quello che dobbiamo comprendere è l’atteggiamento profondo dell’uomo che si prostra davanti a Dio, ed è ciò che vuole il Papa”.[40]

Per sottolineare l’importanza degli atti esteriori come manifestazione efficace della fede, è utile ricordare che l’atteggiamento di devozione manifestato dai fedeli cattolici nella presenza reale ebbe un ruolo fondamentale nella conversione di S.Elizabeth Ann Bayley Seton dal protestantesimo al cattolicesimo. Ecco cosa scriveva nel suo diario dopo aver assistito ad una S.Messa nel santuario di Montenero (presso Livorno): “All’Elevazione un giovane inglese vicino a me, dimenticando le convenienze, sussurrò: «Questa è la loro presenza reale». Che vergogna provai a quel sussurro. E il rapido pensiero: «Se nostro Signore non è là, perché l’Apostolo fece delle minacce?… come può egli biasimare il non discernere il Corpo del Signore, se esso non è là?… come potrebbero quelli, per i quali egli è morto, mangiare e bere la loro condanna, se il Benedetto Sacramento non è altro che un pezzo dì pane?»”.[41]

 

NOTE

[1]    Cfr. Ordinamento Generale del Messale Romano, n. 160.

[2]    Mons. Malcolm Ranjith, intervista a Il Timone, settembre/ottobre 2008, pagg. 14-15.

[3]    Card. Cañizares Llovera, intervista a ACI Prensa, 27 luglio 2011.

[4]    Concilio di Trento: Denz.-Schönm., 1651, ripreso da Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1374.

[5]    Benedetto XVI, Esort. ap. postsinodale Mediator Dei, 22 febbraio 2007, n. 66.

[6]    Mons. Guido Marini, intervista a L’Osservatore Romano, cit.

[7]    Ordinamento Generale del Messale Romano, n. 160.
E’ utile precisare che il testo originale in latino nell’ed. typica tertia (2000), riporta: «Fideles communicant genuflexi vel stantes, prout Conferentia Episcoporum statuerit», dove il termine corrispondente ad «o» è «vel», cioè inclusivo e non esclusivo. Ne consegue che entrambe le forme sono permesse, anche nei luoghi in cui la Conferenza Episcopale ha autorizzato la Comunione in piedi.

[8]    Istr. Redemptionis Sacramentum, cit., n. 91.
Nell’Appendice B si riportano diversi documenti ufficiali della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti nei quali è più volte spiegato e ribadito questo concetto.

[9]    Cfr. Istr. Redemptionis Sacramentum, cit., n. 173.
Si vedano anche i responsi in Appendice B.

[10]   S.Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, III, 82, 3.

[11]   Cfr. Catechismo di san Pio X, nn. 628 e 636.

[12]   “…nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando” (S.Agostino, Enarrationes in Psalmos 98, 9: PL 37, 1264).

[13]   Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, Cinisello Balsamo, San Paolo 2001, p. 86.

[14]   cit. nella Lettera This Congregation della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 1 luglio 2002: EV 21, n. 666.

[15]     Dal sito internet del Vaticano, sezione “Approfondimenti”, voce “La Comunione ricevuta sulla lingua e in ginocchio” dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.

[16]   Mons. Malcolm Ranjith, intervista al mensile Radici Cristiane, n. 38 ottobre 2008.

[17]   Mons. Malcolm Ranjith, prefazione a: Athanasius Schneider, Dominus Est, Libreria Editrice Vaticana 2008.

[18]   Mons. Ranjith, intervista a Radici Cristiane, cit.

[19]   Cfr. Istruzione Memoriale Domini in Appendice A. Si veda il Glossario per la definizione di indulto.

[20]   Card. Cañizares Llovera, intervista a L’Osservatore Romano, 10 marzo 2009.

[21]     Cfr. anche Istruzione Memoriale Domini in Appendice A: “in alcuni luoghi e in certe comunità, questo rito è stato già introdotto senza la previa approvazione della Sede Apostolica, e talvolta senza che i fedeli vi fossero stati opportunamente preparati”.

[22]   Mons. Malcolm Ranjith, prefazione a Dominus Est, cit.

[23]   Cfr. Istruzione Memoriale Domini in Appendice A.

[24]   Istr. Redemptionis Sacramentum, cit., n. 92.

[25]   Card. Carlo Caffarra, Disposizioni sulla distribuzione della Comunione eucaristica, Cancelleria Arcivescovile di Bologna Prot. 2224 Tit. 1 Fasc. 6 Anno 2009.

[26]   Mons. Malcom Ranjith, prefazione a Dominus Est, cit.

[27]   S.Agostino, Enarrationes in Psalmos 98, 9: PL 37, 1264.

[28]   S.Cirillo di Gerusalemme, Catech. Myst., V, 21: PG 33, 1126.

[29]   Ippolito, Traditio Apostolica n.37: ed. B. Botte, 1963, p. 84.

[30]   Sacra Congregazione per il Culto Divino, Istr. Memoriale Domini sul modo di distribuire la Comunione, 29 maggio 1969.

[31]   “Hic constituit ut mysteria sacra non tangerentur nisi a ministris” (Liber Pontificalis, VIII. Xystus, par. 2).

[32]   “…[Presbyter] ipse cum reverentia sumat, et Diacono aut Subdiacono qui ministries sunt altaris, colligenda tradat, illud etiam attendat ut eos propria manu communicet, nulli autem laico aut fœminæ Eucharistiam in manibus ponat, sed tantum in os eius cum his verbis ponat: «Corpus Domini et sanguis prosit tibi in remissionem peccatorum et ad vitam æternam». Si quis hæc transgressus fuerit, quia Deum omnipotentem comtemnit, et quantum in ipso est inhonorat, ab altari removeatur”. (Mansi, vol. X, coll. 1199-1200 – Concilium Rothomagense, caput II).

[33]   S.Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, III, q. 82, a. 3.

[34]   Concilio di Trento, Sess. XIII – De Eucharistia, cap. VIII: Denz.-Schönm., 16-48.

[35]   Istr. Memoriale Domini, cit..

[36]   Giovanni Paolo II, Lett. ap. Dominicae Cenae sul mistero e culto dell’Eucaristia, 24 febbraio 1980.

[37]   Istr. Redemptionis Sacramentum, cit., n. 5.

[38]   “Mens autem humana indiget, ad hoc quod coniungatur Deo, sensibilium manuducatione, quia «invisibilia Dei per ea, quae facta sunt, intellecta conspiciuntur», ut Apostolus dicit (Rom. 1, 20). Et ideo in divino cultu necesse est aliquibus corporalibus uti, ut eis quasi signis quibusdam mens hominis excitetur ad spirituales actus, quibus Deo coniungitur. Et ideo religio habet quidem interiores actus quasi principales, et per se ad religionem pertinentes; exteriores vero actus, quasi secundarios, et ad interiores actus ordinatos” (S.Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 81, a. 7).

[39]   “non facile queat [natura hominum] sine adminiculis exterioribus ad rerum divinarum meditationem sustolli” (Concilio di Trento, Sess. XXII, cap. V: Denz.-Schönm., 943).

[40]   Card. Cañizares Llovera, intervista al quotidiano spagnolo La Razon, 14 dicembre 2008.

[41]   Elizabeth Ann Bailey Seton, The Italian Journal.

Come è nata la Comunione sulla mano

Questa maniera di ricevere la Comunione non fu trattata nel Concilio e non fa parte della riforma liturgica posteriore. L’uso della Comunione sulla mano fu introdotto senza autorizzazione in certe regioni verso la metà degli anni Sessanta.[1]

“Sulla questione di come è nata questa prassi della Comunione sulla mano c’è un grande dibattito. Comunque, alcune cose sono chiare. Cioè, questa prassi è stata iniziata nel senso di fervore e di euforia creatosi per la conquista di una certa libertà, di una certa apertura alla creatività nelle Chiese locali. E allora prima che le questioni siano state studiate, i nuovi libri liturgici siano stati introdotti e le nuove norme siano state stabilite, alcuni Paesi e alcuni episcopati si sono presi la libertà, usando la famosa categoria ad experimentum, di introdurre questa nuova prassi di Comunione sulla mano. Forse era vista come un gesto favorevole all’ecumenismo con i protestanti, un gesto di apertura verso di loro. La nuova prassi dopo iniziata si è consolidata. Volendo regolarizzare la situazione, il Santo Padre Paolo VI, di venerata memoria, fece un’indagine presso i Vescovi già durante il Concilio stesso. E molti dei Vescovi, come è scritto nel documento pontificio Memoriale Domini, non accettarono questa nuova prassi. Ma essa era ormai dilagata in certe zone e sicuramente il Papa trovò difficoltà a farli ritornare sui propri passi. Per legalizzare questa anomalia, permise ad alcuni Paesi di continuarla. Ma non indicava affatto questo esempio come valido per tutto il mondo. Il Papa determinò inoltre che, se sotto certe condizioni le Conferenze Episcopali volevano adottare la nuova prassi, bisognava chiedere l’indulto alla Santa Sede. Allora le Conferenze Episcopali di altri Paesi cominciarono ad adottarla, sotto pressione di diverse scuole teologiche e liturgiche, che dicevano che la nuova prassi era un gesto più aperto, più moderno. Poi i viaggiatori che sono andati nei Paesi del Terzo Mondo chiedevano di far la Comunione in questo modo. Comunque, rimaneva l’obbligo di chiedere l’indulto alla Santa Sede. Lo stesso fatto di dover chiedere l’indulto sta a indicare che la prassi normale è l’altra. Adesso la prassi straordinaria è diventata la prassi normale. Ma non dovrebbe essere così in tutti i Paesi”.[2]

Istruzione Memoriale Domini [3]

Celebrando il memoriale del Signore, la Chiesa attesta con il rito stesso la sua fede in Cristo e lo adora: egli infatti è presente nel sacrificio e vien dato in cibo a coloro che partecipano alla mensa eucaristica.

Sta quindi molto a cuore alla Chiesa che l’Eucaristia si celebri e che ad essa si partecipi nel modo più degno e più fruttuoso, in assoluta fedeltà alla tradizione, quale si è affermata, con la ricca varietà della sua espressione, nella pratica vissuta della Chiesa, ed è giunta nel suo progressivo sviluppo fino a noi.

Che ci sia stata in passato varietà nel modo di celebrare e di ricevere l’Eucaristia è un fatto storicamente documentato; ma anche attualmente, per un beninteso adattamento del rito alle esigenze spirituali e psicologiche degli uomini del nostro tempo, sono stati introdotti , nella celebrazione dell’unica e medesima Eucaristia, non pochi ritocchi rituali, anche di un certo rilievo; e ritoccata è stata pure la disciplina che regola le modalità della Comunione dei fedeli, con la reintroduzione, in determinate circostanze, della Comunione sotto le due specie; era questo in passato il modo comune di far la Comunione, anche nel rito latino, ma era andato a poco a poco in disuso, tanto che il Concilio di Trento, resosi conto del nuovo orientamento pratico ormai generalizzato, lo sanzionò, sostenendolo con ragioni teologiche e dimostrandone l’opportunità in quella particolare contingenza storica.[4]

L’antica disciplina ora ripresa è servita senza dubbio a porre in maggior risalto il segno del convito eucaristico e la dimensione piena del mandato di Cristo; ma questa stessa più completa partecipazione alla celebrazione eucaristica, attuata nel segno della Comunione sacramentale, ha fatto nascere qua e là, in questi ultimi anni, un altro desiderio: quello di ritornare all’uso primitivo di deporre il pane eucaristico nella mano del fedele, perché se lo porti lui stesso alla bocca, e si comunichi così direttamente. Anzi, in alcuni luoghi e in certe comunità, questo rito è stato già introdotto senza la previa approvazione della Sede Apostolica, e talvolta senza che i fedeli vi fossero stati opportunamente preparati. E’ vero che in antico era abitualmente consentito ai fedeli di ricevere in mano il cibo eucaristico e di portarselo direttamente alla bocca; ed è vero che nei primi tempi i fedeli potevano anche prelevare il Santissimo dal luogo della celebrazione, soprattutto per servirsene come viatico, qualora avessero dovuto correre dei rischi per l’aperta professione della loro fede. Però le prescrizioni della Chiesa e gli scritti dei padri documentano con ricchezza grande di testi quale venerazione e quale attento rispetto si avesse per la Santa Eucaristia. «Nessuno si ciba di quella carne, senza aver fatto prima un atto di adorazione», dice Agostino[5]; e per il momento della Comunione, si fa a ogni fedele questa raccomandazione: «… prendi quel cibo, e bada che nulla ne vado perduto».[6] «E’ il corpo di Cristo».[7]

Inoltre la cura e il ministero del Corpo e del Sangue di Cristo venivano affidati in modo tutto particolare ai sacri ministri o a persone appositamente scelte e designate: «Quando colui che presiede ha terminato le preghiere, e il popolo ha fatto la sua acclamazione, coloro che noi chiamiamo diaconi distribuiscono a ognuno dei presenti il pane, il vino e l’acqua su cui è stata pronunciata lo preghiera di azione di grazie, e ne recano agli assenti».[8] Fu così che il compito di recare la Santa Eucaristia agli assenti venne ben presto affidato ai Sacri Ministri soltanto, allo scopo di meglio assicurare da una parte la debita riverenza verso il corpo di Cristo, e di provvedere dall’altra più responsabilmente alla necessità dei fedeli. Con l’andare del tempo, e con il progressivo approfondimento della verità del mistero eucaristico, della sua efficacia e della presenza in esso del Cristo, unitamente al senso accentuato di riverenza verso questo Santissimo Sacramento e ai sentimenti di umiltà con cui ci si deve accostare a riceverlo. si venne introducendo la consuetudine che fosse il ministro stesso a deporre la particola del pane consacrato sulla lingua dei comunicandi.

 

Questo modo di distribuire al Comunione, tenuta presente nel suo complesso la situazione attuale della Chiesa, si deve senz’altro conservare, non solo perché poggia su di una tradizione plurisecolare, ma specialmente perché esprime e significa il riverente rispetto dei fedeli verso la Santa Eucaristia. Non ne è per nulla sminuita la dignità della persona dei comunicandi; tutto anzi rientra in quel doveroso clima di preparazione, necessario perché sia più fruttuosa la Comunione al Corpo del Signore.[9]
Questo rispetto significa che non si tratta di «un cibo e di una bevanda comune»,[10] ma della Comunione al Corpo e al Sangue del Signore; in forza di essa «il popolo di Dio partecipa ai beni del Sacrificio pasquale, riconferma il nuovo patto sancito una volta per sempre da Dio con gli uomini nel Sangue di Cristo, e nella fede e nella speranza prefigura e anticipa il convito escatologico nel regno del Padre».[11]

Inoltre con questa forma ormai tradizionale è meglio assicurata una distribuzione rispettosa, conveniente e dignitosa insieme della Comunione; si evita il pericolo di profanare le specie eucaristiche, nelle quali «è presente in modo unico, sostanzialmente e ininterrottamente, il Cristo tutto e intero; Dio e uomo»;[12] e si ha modo di osservare con esattezza la raccomandazione sempre fatta dalla Chiesa sul riguardo dovuto ai frammenti del pane consacrato: «Se tu ti lasci sfuggire qualche frammento è come se perdessi una delle tue stesse membra».[13]

Ecco perché quando alcune Conferenze Episcopali e anche singoli Vescovi chiesero che fosse loro consentito di introdurre nei rispettivi territori l’uso di deporre il pane consacrato nelle mani dei fedeli, il Sommo Pontefice stabilì che venissero consultati tutti e singoli i Vescovi della Chiesa latina, perché esprimessero il loro parere sull’opportunità di introdurre quest’uso.
Un cambiamento in cosa di tanta importanza, basata su una tradizione antichissima e veneranda, non tocca solo la disciplina; potrebbe dimostrarsi fondato il timore di eventuali pericoli derivanti da questo nuovo modo di distribuire la Comunione; il pericolo per esempio di un diminuito rispetto verso il Santissimo Sacramento dell’altare, o quello di una sua profanazione, o anche di un’alterazione della dottrina eucaristica.

Ecco dunque le tre domande poste ai Vescovi, e le relative risposte da essi pervenute fino al 12 marzo scorso:

  1. Si ritiene opportuno accogliere la petizione che, oltre al modo tradizionale di ricevere la Comunione, sia pure consentito di riceverla in mano? Sì: 567. No: 1233. Sì con riserva: 315. Schede nulle: 20.
  2. Si è favorevoli a eventuali esperimenti di questo nuovo rito in piccole comunità, con l’assenso dell’ordinario del luogo? Sì: 751. No: 1215. Schede nulle: 70.
  3. Si pensa che i fedeli, dopo una ben condotta catechesi preparatoria, accetteranno volentieri questo nuovo rito? Sì: 835. No: 1185. Schede nulle: 128.

Dalle risposte date risulta chiaramente il pensiero della grande maggioranza dei Vescovi: la disciplina attuale non deve subire mutamenti; anzi un eventuale cambiamento si risolverebbe in un grave disappunto per la sensibilità dell’orientamento spirituale dei Vescovi e di moltissimi fedeli.
Tenuti quindi presenti i rilievi e le osservazioni di coloro che «lo Spirito Santo ha posto a reggere come Vescovi le varie Chiese»,[14] per l’importanza della cosa e il peso degli argomenti addotti, il Sommo Pontefice non ha ritenuto opportuno cambiare il modo tradizionale con cui viene amministrata ai fedeli la santa Comunione.
Pertanto la Sede Apostolica esorta caldamente Vescovi, Sacerdoti e fedeli a osservare con amorosa fedeltà la disciplina in vigore, ora ancora una volta confermata; tengano tutti presente il giudizio espresso dalla maggior parte dell’episcopato cattolico, la formula attualmente in uso nel rito liturgico, il bene comune della Chiesa”.
Se poi in qualche luogo fosse stato già introdotto l’uso contrario, quello cioè di porre la santa Comunione nelle mani dei fedeli, la sede apostolica, nell’intento di aiutare le Conferenze Episcopali a compiere il loro ufficio pastorale, reso non di rado ancor più difficoltoso dall’attuale situazione, affida alle medesime conferenze il compito di vagliare attentamente le eventuali circostanze particolari, purché sia scongiurato ogni pericolo di mancanza di rispetto all’eucaristia o di deviazioni dottrinali su questo Santissimo Sacramento, e sia eliminato con cura ogni altro inconveniente.

In questi casi, per un’opportuna normativa del nuovo uso, le Conferenze Episcopali, esaminata con prudenza la cosa, prenderanno le loro deliberazioni con votazione segreta, a maggioranza di due terzi, e presenteranno poi il tutto alla Santa Sede, per averne la necessaria conferma,[15] allegandovi una accurata esposizione dei motivi che le hanno indotte alle deliberazioni stesse. La Santa Sede vaglierà con cura i singoli casi, tenendo anche presenti i rapporti che uniscono le varie Chiese locali tra di loro, e ognuna di esse con la Chiesa universale, per il bene comune, per lo comune edificazione, e per l’incremento di fede e di pietà che il vicendevole esempio reca e promuove.

Questa istruzione, preparata per mandato speciale del sommo pontefice Paolo VI, è stata da lui approvata, in forza della sua autorità apostolica, il 23 maggio 1969. Egli ha inoltre disposto che per il tramite dei presidenti delle Conferenze Episcopali fosse portata a conoscenza di tutti i Vescovi.

Nonostante qualunque cosa in contrario.

 

Roma, 29 maggio 1969.

BENNO Card. GUT, prefetto

A. BUGNINI, segretario

 

Lettera pastorale

Eminenza,

Eccellenza,

 

in risposta alla domanda presentata dalla sua Conferenza Episcopale circa il permesso di distribuire la Comunione deponendo l’Ostia nella mano dei fedeli, sono in grado di trasmetterle la seguente comunicazione:

Pur richiamando quanto esposto nella allegata istruzione del 29 maggio 1969, circa il mantenimento in vigore dell’uso tradizionale, il Santo Padre ha preso in considerazione le motivazioni presentate a sostegno della sua domanda e i risultati del voto espresso a tale proposito. Egli concede che, sul territorio della sua Conferenza Episcopale, ciascun Vescovo, secondo prudenza e coscienza, possa autorizzare nella propria Diocesi l’introduzione del nuovo rito per distribuire 1a Comunione, purché sia evitata ogni occasione di meraviglia da parte dei fedeli e ogni pericolo di irriverenza verso l’Eucaristia.

Perciò, si terrà conto delle norme seguenti:

  1. Il nuovo modo di comunicare non dovrà essere imposto in maniera tale da escludere l’usanza tradizionale. Segnatamente bisogna che ciascun fedele abbia la possibilità di ricevere la Comunione sulla lingua, laddove sarà concesso legittimamente il nuovo uso e quando verranno a comunicarsi nello stesso tempo altre persone che riceveranno l’Ostia nella mano.
    Infatti i due modi di ricevere la Comunione possono coesistere senza difficoltà nella stessa azione liturgica. E questo affinché nessuno trovi nel nuovo rito motivo di turbamento per la propria sensibilità spirituale verso l’Eucaristia e affinché questo Sacramento, per propria natura fonte e causa di unità, non divenga occasione di disaccordo tra i fedeli.
  2. Il rito della Comunione dato nella mano del fedele non deve essere applicato senza discrezioni. Infatti, trattandosi di un atteggiamento umano, è legato alla sensibilità e alla preparazione di colui che la prende. Conviene dunque introdurlo gradualmente, cominciando con gruppi e ambienti qualificati e più preparati. E’ necessario soprattutto far precedere questa introduzione da una catechesi adeguata, affinché i fedeli comprendano esattamente il significato del gesto e lo compiano con il rispetto dovuto al Sacramento. Il risultato di questa catechesi deve essere quello di escludere qualunque impressione di cedimento nella coscienza della chiesa circa la fede nella presenza eucaristica, come pure qualunque pericolo o semplicemente apparenza di pericolo di profanazione.
  3. La possibilità offerta al fedele di ricevere nella mano e di portare alla bocca il pane eucaristico non deve dargli l’occasione di considerarlo un pane ordinario o una cosa sacra qualunque; deve invece accrescere in lui il senso della propria dignità di membro del corpo mistico di Cristo, nel quale è inserito mediante il battesimo e mediante la grazia dell’Eucaristia, e inoltre accrescere lo sua fede nella grande realtà del Corpo e del Sangue del Signore che egli tocca con le proprie mani.
    Il suo atteggiamento di rispetto sarà proporzionato al gesto che compie.
  4. Quanto al modo di agire, si possono seguire le indicazioni della tradizione antica, che metteva in rilievo la funzione ministeriale del Presbitero e del Diacono, facendo deporre l’Ostia da costoro nella mano di chi si comunicava. Tuttavia si potrà adottare anche un modo più semplice, lasciando che il fedele prenda direttamente l’Ostia nel vaso sacro[16]. In ogni caso il fedele dovrà consumare l’Ostia prima di tornare al proprio posto, e l’assistenza del ministro sarà sottolineata dalla formula abituale: «Il Corpo di Cristo» alla quale il fedele risponderà: «Amen».
  5. Qualunque sia la forma adottata, si faccia attenzione di non lasciar cadere né disperdere frammenti del pane eucaristico, come pure alla conveniente pulizia delle mani e alla dignità dei gesti secondo le usanze dei vari popoli.
  6. Nel caso della Comunione sotto le due specie distribuita per intinzione, non è mai permesso di deporre nella mano del fedele l’Ostia intinta nel Sangue del Signore.
  7. I Vescovi che avranno permesso l’introduzione del nuovo modo di Comunione sono pregati di mandare a questa Sacra Congregazione, entro sei mesi, un rapporto sul risultato di questa concessione.

Approfitto dell’occasione per esprimerle, reverendissimo, i miei sentimenti di profonda stima.

BENNO Card. GUT, prefetto

A. BUGNINI, segretario

NOTE

[1]    “… in alcuni luoghi e in certe comunità, questo rito è stato già introdotto senza la previa approvazione della Sede Apostolica” (Istr. Memoriale Domini, cit.).

[2]    Mons. Ranjith, intervista a Radici Cristiane, cit.

[3]    Istr. Memoriale Domini, cit.

[4]    Cfr. Conc. Trid., Sess. XXI, Doctrina de communione sub utraque specie et parvulorum: DS 1726-1727; Sess. XXII, Decretum super petitionem concessionis calicis: DS 1760.

[5].   Cfr. S. Agostino, Enarrationes in psalmos 98, 9: PL 37, 1264.

[6]    S. Cirillo di Gerusalemme, Catechesi mistagogiche V, 21: PG 33, 1126.

[7]    Ippolito, Traditio apostolica, n. 37: ed. B. Botte, 1963, p. 84S. Giustino, Apologia I, 65: PG 6, 427.

[8]    S. Giustino, Apologia I, 65: PG 6, 427.

[9]    Cfr. S. Agostino, Enarrationes in psalmos 98, 9: PL 37, 1264-1265.

[10]   Cfr. S. Giustino, Apologia I, 66: PG 6, 427; S. Ireneo, Adversus haereses 4, 18, 5: PG 7, 1028-1029.

[11]   Sacra Congregazione dei Riti, Istr. Eucharisticum mysterium, n. 3n: AAS 59 (1967), 541; EV II, 1296.

[12]   Cfr. ibid., n. 9: AAS 59 (1967), 547; EV II, 1309.

[13]   S. Cirillo di Gerusalemme, Catechesi mistagogiche V, 21: PG 33, 1126.

[14]   Cfr. Act. 20, 28.

[15]   Cf. CD 38, 4; AAS 58 (1966), 693; EV I, 686.

[16] Questo secondo modo non è più consentito dopo la pubblicazione del decreto Eucharistiae Sacramentum (21 giugno 1973) con il quale venne promulgato il nuovo rituale De sacra communione et de cultu mysterii eucharistici extra Missam (cfr. Praenotanda, n.21, pp.13-14).

Redemptionis Sacramentum

Istruzione su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia

Istruzione della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti pubblicata nel 2004.

Ogni cattolico battezzato, che non sia impedito dal diritto, deve essere ammesso alla sacra comunione. Non è lecito, quindi, negare a un fedele la santa Comunione, per la semplice ragione, ad esempio, che egli vuole ricevere l’Eucaristia in ginocchio oppure in piedi.

(n. 91)

Responsi della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sul modo di distribuire la Comunione

Sul diritto di ricevere la Comunione sulla lingua

Responsum de Communione super linguam recipienda
(pubblicata su Notitiae, 392-393 1999)

ResponsoSe nelle diocesi in cui è permesso distribuire la Comunione nella mano dei fedeli sia lecito al Sacerdote ovvero ai ministri straordinari della Comunione obbligare i comunicandi a ricevere l’ostia esclusivamente in mano, e non sulla lingua.

Risulta per certo dagli stessi documenti della Santa sede che nelle diocesi ove il pane eucaristico è posto nella mano dei fedeli, resta intatto il loro diritto di riceverlo sulla lingua.
Pertanto agiscono in violazione delle norme sia coloro che obbligano i comunicandi a ricevere la Comunione esclusivamente in mano sia coloro che rifiutano ai fedeli la Comunione in mano nelle diocesi che godono di questo indulto.

Nel rispetto delle norme sulla distribuzione della santa Comunione, i ministri ordinari e straordinari curino particolarmente che l’ostia sia assunta immediatamente dai fedeli, in modo tale che nessuno si allontani con le specie eucaristiche ancora in mano.

Tutti ricordino che è tradizione secolare ricevere l’ostia sulla lingua. Il Sacerdote celebrante, se vi sia pericolo di sacrilegio, non ponga la Comunione in mano ai fedeli, e li informi sul fondamento di tale modo di procedere.

Sul rispetto e la deferenza dovuti al Santissimo Sacramento

Risposta Prot. N° 2372/00/L

1 – È esatto che la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, al n° 43 dell’Institutio Generalis Missalis Romani, ha intenzione di interdire al fedele di inginocchiarsi durante una qualsiasi parte della Messa, eccetto che nel corso della Consacrazione, al fine di impedire che il fedele si inginocchi dopo l’Agnus Dei e dopo aver ricevuto la santa Comunione?
Risposta: negativo.

2 – La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ai nn° 160-162, 244 e altri dell’Institutio Generalis Missalis Romani, intende dichiarare che nessuno possa più genuflettere o inchinarsi in segno di riverenza di fronte al Santissimo Sacramento immediatamente prima di ricevere la santa Comunione?
Risposta: negativo.

3 – La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ai nn° 314-315 e altri dell’Institutio Generalis Missalis Romani, intende dichiarare che dev’essere preferita una cappella separata per conservare il Sacerdote Sacramento nelle chiese parrocchiali, piuttosto che una collocazione centrale e ben visibile nel corpo principale della chiesa, cosí che sia visibile durante la celebrazione della Messa?
Risposta: negativo e ad mentem.

Mens: Nelle norme indicate dalla legge, appartiene al Vescovo diocesano, in quanto responsabile della sacra Liturgia nella Chiesa particolare che gli è affidata, il giudizio sul posto piú appropriato per conservare il Sacerdote Sacramento, tenendo presente lo scopo di incoraggiare e di permettere al fedele di visitare e di adorare il Sacerdote Sacramento.

Vaticano, 7 novembre 2000.
Jorge A. Card. Medina Estévez, Prefetto.
Francesco Pio Tamburrino, Arcivescovo Segretario.

Sul diritto di ricevere la Comunione in ginocchio[1]

Roma, 1 luglio 2002
(pubblicata su Notitiae, nov.-dic. 2002)
Prot. N. 1322/02/L

Eccellenza,

A questa Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sono recentemente giunte notizie di fedeli membri della vostra Diocesi cui veniva rifiutata la santa Comunione ove non stessero in piedi per riceverla, invece che in ginocchio.

È riportato che tale politica era stata annunziata ai parrocchiani.
Ci sono sospetti che un simile fenomeno possa in qualche modo espandersi ulteriormente nella Diocesi, ma la Congregazione non è in grado di verificarlo.

Questo Dicastero ha fiducia nella vostra Eccellenza affinché possa definire in modo più chiaro la questione, e queste lamentele in qualsiasi evento offrono occasione perché la Congregazione possa comunicare il modo in cui usualmente si rivolge a tale questione, con la richiesta che rendiate tale posizione nota a qualsiasi Sacerdote che si trovasse nel bisogno di esserne informato.

La Congregazione è effettivamente preoccupata di fronte al numero di tali lamentele ricevute negli ultimi mesi da varie direzioni, e ritiene che qualsiasi rifiuto della santa Comunione ad un fedele sulla base del suo modo di presentarsi sia una grave violazione di uno dei più fondamentali diritti del fedele cristiano, precisamente quello di essere assistito dai suoi Pastori per mezzo dei Sacramenti (CIC 213).

E tenendo conto della norma per cui “i ministri dei sacramenti non possono negarli a chi legittimamente li chiedono, essendo propriamente disposti e non sia loro vietato di riceverli” (canone 843 comma 1), non dovrebbe esserci un tale rifiuto ad alcun cattolico che si presenti per la santa Comunione alla Messa, tranne casi che presentino pericolo di grave scandalo ad altri credenti, che scaturisca da peccato pubblico impenitente od eresia impenitente o scisma, pubblicamente professati o dichiarati, della persona.

Anche ove la Congregazione abbia approvato norme sulla posizione del fedele durante la santa Comunione, in accordo con gli adeguamenti ammessi alla Conferenza Episcopale dall’Institutio Generalis Missalis Romani 160 comma 2, ciò è stato fatto colla clausola per cui su tale base non si potrà negare la santa Comunione ai comunicandi che sceglieranno di inginocchiarsi.

E fattivamente, e come sua Eminenza Card. Joseph Ratzinger ha recentemente sottolineato, la pratica d’inginocchiarsi per la santa Comunione ha in suo favore una tradizione secolare, ed è un segno particolarmente eloquente di adorazione, completamente adeguato alla luce della presenza vera, reale e sostanziale di Nostro Signore Gesù Cristo sotto le specie consacrate.

Datasi l’importanza di tale questione, la Congregazione vorrebbe richiedere alla vostra Eccellenza che s’indaghi specificamente se questo prete abbia effettivamente l’abitudine di rifiutare la santa Comunione a qualsiasi fedele nelle suddescritte circostanze; e, se la lamentela è comprovata, sia fermamente istruito a lui e ad altri preti che possano aver avuto una tale abitudine di evitare simili comportamenti per il futuro.
Conviene ai Sacerdoti il capire che la Congregazione terrà molto serio conto di future lamentele di tale natura, e se esse venissero verificate è determinata a richiedere azioni disciplinari consone al peso dell’abuso pastorale.

Ringraziando Vostra Eccellenza per l’attenzione e confidando nella vostra sollecita collaborazione in merito, il sinceramente vostro in Cristo

+ Jorge A. Cardinale Medina Estévez, Prefetto
+Francesco Pio Tamburrino, Segretario Arcivescovile

Egregio signore,

Questa Congregazione gratamente accusa ricevuta della vostra lettera che concerne una politica preannunziata di diniego della santa Comunione a chi s’inginocchia per riceverla in una certa chiesa.

È inquietante che voi sembriate esprimere riserve circa sia la proprietà che l’utilità dell’indirizzarsi alla Santa Sede su tale questione.
Il Codice di Diritto Canonico 212, comma 2, stabilisce che “i fedeli di Cristo sono totalmente liberi di render note le loro istanze, specialmente le spirituali, ed i loro desideri, al Pastore della Chiesa”. E continua nel comma 3: “Secondo la propria competenza e posizione, hanno il diritto, e a volte il vero dovere, di presentare al sacro Pastore le loro opinioni circa le cose che riguardano il bene della Chiesa”.

Secondo ciò, considerando la natura del problema e la possibilità relativa che lo si possa o no risolvere a livello locale, ogni fedele ha il diritto di ricorrere al Romano Pontefice: o personalmente, o per mezzo dei Dicasteri o Tribunali della Curia romana.
Altro fondamentale diritto del fedele, come statuito dal canone 213, è “il diritto di ricevere assistenza dai sacri Pastori dai beni spirituali della Chiesa, specialmente la parola di Dio ed i Sacramenti”.

Tenuto conto della norma per cui i sacri ministri non possono negare i sacramenti a coloro che li chiedono opportunamente, sono adeguatamente disposti e non vietati dal riceverli (canone 843, comma 1), non dovrebbe trovar luogo simile rifiuto ad alcun cattolico che si presenti a Messa per la santa Comunione, tranne in casi che presentino pericolo di scandalo grave ad altri credenti che sorga da peccato pubblico impenitente od eresia o scisma ostinato della persona, pubblicamente professati o dichiarati.

Anche ove la Congregazione abbia approvato norme che stabiliscano che si stia in piedi per la santa Comunione, secondo gli adeguamenti ammessi alla Conferenza Episcopale dall’Institutio Generalis Missalis Romani 160 comma 2, è stato fatto colla clausola per cui su tale base non si potrà negare la santa Comunione ai comunicandi che sceglieranno di inginocchiarsi.

Assicuriamo che la Congregazione continuerà a considerare tale questione con la massima serietà e sta prendendo i contatti necessari a riguardo.
Contemporaneamente, questo Dicastero sarà sempre disponibile all’assistenza, se doveste contattarlo nuovamente in futuro.

Ringraziando per l’interesse, e con ogni buon auspicio nella preghiera, resto sinceramente vostro in Cristo

+ Monsignor Mario Marini, Sottosegretario

Prot. N. 47/03/L
Roma, 26 febbraio 2003

Gentile [nome omesso],

Questa Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha ricevuto tramite canali ufficiali la sua lettera datata 1 dicembre 2002, in merito all’applicazione delle norme approvate dalla Conferenza dei Vescovi degli Stati Uniti d’America, con seguente recognitio da parte di questa Congregazione, per quanto riguarda la questione della posizione per ricevere la santa Comunione.
In quanto autorità in virtù della cui approvazione la norma in questione è divenuta norma di legge, questo Dicastero ha la competenza specificare la maniera in cui la norma va intesa, a beneficio di una opportuna applicazione. Avendo ricevuto un numero non indifferente di lettere su questo argomento da diverse parti degli Stati Uniti d’America, la Congregazione desidera assicurare che la propria posizione sulla materia sia chiara.
A questo scopo è forse utile rispondere alla sua domanda ripetendo il contenuto di una lettera che la Congregazione ha recentemente indirizzato a un Vescovo negli Stati Uniti d’America dalla cui Diocesi erano state ricevute diverse lettere in merito alla questione. La lettera afferma: “… sebbene questa Congregazione abbia dato la recognitio alla norma desiderata dalla Conferenza Episcopale del suo Paese, e cioè che i fedeli stiano in piedi per ricevere la santa Comunione, questo è stato fatto a condizione che i comunicandi che scelgono di inginocchiarsi non debbano per questo vedersi negata la santa Comunione. Al contrario, i fedeli non devono subire imposizioni, né essere accusati di disobbedienza e di agire in modo illecito quando si inginocchiano a ricevere la santa Comunione”.
Questo Dicastero spera che la citazione qui data fornisca una risposta adeguata alla sua lettera. Allo stesso tempo le assicuriamo che la Congregazione sarà sempre disponibile all’assistenza, se doveste contattarlo nuovamente in futuro.
Con ogni buon auspicio nella preghiera, resto sinceramente vostro in Cristo

+ Monsignor Mario Marini, Sottosegretario

 

[1] Antefatto: Nel 2002 la Conferenza dei Vescovi statunitensi pubblicò un decreto nel quale si stabiliva la norma di ricevere la santa Comunione in piedi. In seguito agli abusi commessi da Sacerdoti i quali negavano la Comunione a chi si metteva in ginocchio, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha pubblicato le lettere qui riportate sul bollettino “Notitiae”, organo ufficiale della Congregazione.

Athanasius Schneider

DOMINUS EST

Riflessioni di un vescovo dell’Asia Centrale sulla Sacra Comunione

Libreria Editrice Vaticana, 2008

Copertina del libro Dominus Est

Athanasius Schneider

CORPUS CHRISTI

La Santa Comunione e il rinnovamento della Chiesa

Libreria Editrice Vaticana, 2013

Copertina del libro Corpus Christi