Essere primizia per Dio – Triduo di preparazione alla memoria delle apparizioni della Madonna della Medaglia Miracolosa – Terzo giorno

Essere primizia per Dio - Triduo di preparazione alla memoria delle apparizioni della Madonna della Medaglia Miracolosa - Terzo giorno

Omelia

Pubblichiamo l’audio di un’omelia di lunedì 26 novembre 2018 – Terzo giorno del triduo di preparazione alla memoria delle apparizioni della Madonna della Medaglia Miracolosa.

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

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Approfondimenti

La conversione di Alphonse Marie Ratisbonne

La storia della Chiesa è piena di conversioni, ma alcune sono più imprevedibili di altre. Così si può dire della conversione dell’avvocato Alphonse Marie Ratisbonne, di famiglia ebrea, ateo, scettico, cinico e fortemente anticlericale, trascorse la vita nell’ozio e nei piaceri ma in pochissimi istanti e attraverso esperienze apparentemente casuali abbandonò tutta la sua vita passata per dedicarsi a ciò che per tutta la vita aveva odiato: Dio e la Chiesa.

Partiamo dall’inizio di questa imprevedibile storia: siamo nel 1839, Alphonse ha 27 anni, è laureato in giurisprudenza e già avviato alla carriera di banchiere. E’ fidanzato con Flore, sua cugina, e i due vorrebbero sposarsi rapidamente. La fidanzata però, è ancora in età minore, e gli anziani di famiglia, per guadagnar tempo, decidono di far allonta­nare Alphonse da Strasburgo con un lungo viaggio turistico, ovun­que gli sia gradito. Egli decide per l’Oriente, attraverso la Costa Azzurra, l’Italia, Malta e l’Egeo. Costantinopoli sarà la meta conclusiva.

In questi momenti gli torna alla mente suo fratello, Theodore. Non lo sente da molti anni, infatti Theodore si è fatto sacerdote cattolico! Che ironia! Alphonse non poteva sopportare la scelta del fratello, perciò aveva troncato i rapporti con lui. Ma a sua insaputa, il fratello sacerdote lo affidava tutti i giorni all’Immacolata Concezione, affinché potesse cambiar vita (e pensare che il dogma dell’Immacolata verrà proclamato solo anni dopo!).

Come tappa del suo lungo viaggio Alphonse giunse il 5 gennaio a Roma, dove constatò con dolore le condizioni degli ebrei nel ghetto. Nella Città Eterna incontrò fortuitamente un suo vecchio compagno di scuola di Strasburgo, Gustavo de Bussières, protestante pietista. Con gioia rinnovarono la loro amicizia e proseguirono insieme la visita alla città. Gustavo propose a Ratisbonne anche una visita al fratello, barone Teodoro.

Alphonse non voleva accettare quest’ultimo invito, anzitut­to perché il barone si era convertito al cattolicesimo ed era un neo­fito oltremodo fervente e poi perché si era fatto amico di suo fratello sacerdote. Tuttavia non poté esimersi, pur adducendo impegni da assolvere e protestando che doveva ritorna­re a Napoli, come aveva promesso agli amici, per ripartire il giorno 20 gennaio per Malta.

Alla fine decise di recarsi alla casa del barone il 15 gennaio, semplicemente per presentare un biglietto di scuse e andarsene via. Contrariamente ai suoi piani, però, il domestico che gli aprì la porta, non comprendendo una parola di francese, lo annunciò e lo intro­dusse subito nel salotto.

Alphonse fu accolto con gentilezza e con gioia dalla famiglia de Bussières. Era presente anche un altro ospite, il Conte De Caroli.

Dopo i primi convenevoli, la conversazione fu portata sul pia­no religioso. Alphonse fu letteralmente assalito, ma si difese, contrattaccando e formulando giudizi sarcastici contro il Catto­licesimo ed il governo papale, che lasciava gli ebrei di Roma nella miseria e nel degrado. Poi vomitò veleno e bestemmie contro la Religione Cattolica, come fosse la superstizione più grande e deleteria, non badando che erano presenti anche le bambine del barone. Protestò di essere nato ebreo e di voler morire ebreo, e terminò esclamando seccamente che era tempo perso volerlo convertire, perché sarebbero stati necessari due miracoli: uno per persuaderlo del suo errore e un altro per muoverlo.

A questo punto Teodoro de Bussières intervenne, cercando di smorzare il tono della conversazione e facendo una proposta:

– Giacché lei detesta la superstizione – disse il barone -, e professa dottrine tanto liberali e poiché è uno spirito forte e cosi illuminato, avrebbe il coraggio di sottoporsi ad una prova molto innocente?

– Quale prova?

– Sarebbe di portare su di sè un oggetto che ora le darò. Eccolo; è una medaglia della Santa Vergine. Le par cosa proprio ridicola, non è vero? Ma in quanto a me, io dò molto valore a questa medaglia.

“La proposta” – afferma il Ratisbonne nel suo racconto -, “mi stupì per la sua puerile singolarità. Non mi aspettavo di cadere in una simile facezia. Il mio primo impulso fu di ridere stringendomi nelle spalle, ma poi mi venne in mente che quella scena poteva divenire un delizioso capitolo delle mie impressioni di viaggio e consentii a prendere la meda­glia, come una prova autentica che avrei offerto alla mia fidanzata.

Detto fatto: mi si mette la medaglia al collo non senza sforzo, per­ché il cordone era troppo corto e la testa non vi passava. Infine, tira tira, avevo la medaglia sul petto ed esclamai con uno scoppio di risa:  – Ah! eccomi cattolico, apostolico, romano!”.

Non era ancor tutto finito. Il de Bussières, “santa­mente importuno”, volle anche che l’amico accettasse, prima di andarsene, copia della preghiera di S. Bernardo alla Vergine, il Memorare, in versione francese.

Secondo la “Relazione autentica” del barone, il Ratisbonne uscendo mormorò tra se: “Ecco un individuo originale e molto indi­screto! Vorrei vedere che cosa direbbe, se io lo tormentassi per fargli reci­tare una preghiera ebraica!”.

Tuttavia, giunto in albergo, Alphonse lesse più volte la preghie­ra, non trovandovi nulla di straordinario, e la imparò quasi a memoria.

Lo stesso Ratisbonne nella deposizione del 18 febbraio 1842, affermò: “Fino a 23 anni sono vissuto senza alcuna religione, perfino senza credere in Dio… Ho sempre riso delle apparizioni e ho sempre rifiutato di credere ai miracoli”. Era quindi ben lontano dal pensare che proprio lui avrebbe dovuto farne esperienza, nei pochi giorni che aveva deciso di passare ancora a Roma.

Il 20 gennaio andò ad accomiatarsi dal barone Teodoro de Bus­sieres. Lo trovò per strada in carrozza. Il barone lo fece salire e lo pregò di accompagnarlo un momento alla vicina chiesa di Sant’An­drea delle Fratte, per predisporre i funerali di un amico, il Conte Augusto La Ferronay, deceduto improvvisamente il giorno 17.

Erano ormai le 12,45, quando il superiore, P Giuseppe Manti­neo, fu avvertito dal sacrestano che il de Bussières voleva parlargli. L’assenza di Teodoro non durò più di 10-12 minuti ed il Rati­sbonne ingannò l’attesa gironzolando per la chiesa ed osservando distrattamente marmi e dipinti.

L’attuale cappella dell’Apparizione era allora dedicata a S. Michele Arcangelo e all’Angelo Custode, ma vi era anche un piccolo quadro che rappresentava l’Arcangelo Raffaele, guida del giovane Tobia. Tobia era uno dei nomi di Alfonso.

Terminata la sua commissione, Teodoro ritornò in chiesa, ma non vide l’amico. Solo in un secondo momento lo trovò inginoc­chiato nella cappella di S. Michele come in estasi.

“Dovetti toccarlo tre o quattro volte – affermerà nella lettera a Teodoro Ratisbonne, il fratello sacerdote di Alfonso, scritta due giorni dopo, il 22 gennaio 1842 -, e poi finalmente volse verso di me la faccia bagnata di lacrime, con le mani giunte e con un espressione impossibile a rendersi… Poi estrasse dal petto la medaglia miracolosa, la coprì di baci e di lacrime, e proferì queste parole: – Ah, come sono feli­ce, quanto è buono Dio, che pienezza di grazia e di felicità, come sono infelici coloro che non sanno niente!”

Da parte sua Alfonso scrive nella sua lettera autobiografica quanto segue: “Ogni descrizione, sia pur sublime, non sarebbe che una profanazione dell’ineffabile verità. Ero là, prosteso, irrorato dalle mie lacrime, ed il cuore mi batteva forte quando il Signor de Bussières mi richiamò alla vita. Non potevo rispondere alle sue domande incal­zanti. Alla fine afferrai la medaglia che mi pendeva dal collo e baciai con effusione l’immagine della Vergine raggiante di grazie… Oh! era Lei, sì era Lei!”

Calmata alquanto la prima emozione, Alfonso chiede all’amico di condurlo subito da un confessore, che lo prepari a ricevere il Battesimo, protestando che avrebbe parlato soltanto dopo che il sacerdote gliene avesse dato il permesso.

Viene accompagnato prima in albergo e poi al “Gesù”, dal P Filippo Villefort, il quale gli ordina di raccontare quanto aveva visto e sperimentato.

 “Maria non ha parlato, ma io ho compreso tutto!”

Alfonso Ratisbonne stringe in mano la medaglia miracolosa e, quando la commozione gli spezza la parola, la bacia ed esclama: “L’ho vista, l’ho vista, l’ho vista!”

Dominandosi a stento, riesce a fare il seguente racconto, secondo la “Relazione autentica” di Teodoro de Bussières:

“Stavo da poco in chiesa, quando all’improvviso l’intero edificio è scomparso dai miei occhi e non ho visto che una sola cappella sfolgorante di luce. In quello splendore è apparsa in piedi, sull’ailtare, grande, fulgida, piena di mae­stà e di dolcezza, la Vergine Maria, così come è nella Medaglia Mira­colosa. Una forza irresistibile mi ha spinto verso di Lei. La Vergine mi ha fatto segno con la mano di inginocchiarmi e sembrava volesse dir­mi: – Così va bene!-. Lei non ha parlato, ma io ho compreso tutto!”.

Il barone prosegue il suo scritto dicendo: “Per condurre a termi­ne questo breve racconto, Ratisbonne aveva dovuto interrompersi di frequente per riprendere fiato, per padroneggiare la commozione che l’opprimeva. Noi lo ascoltavamo con un santo spavento misto di gioia… “.

Nello spazio di tre minuti – commenta sempre Teodoro de Bus­sières – Alfonso aveva fatto un’esperienza in cui gli era stato dato tutto. Egli accettò di essere afferrato da Dio, con un cambiamento radicale, totale e definitivo di tutto il suo essere”. Per tutta la vita Alfonso Ratisbonne vivrà di questa illuminazione di un istante, pur “conservando – dice un suo biografo – le debolezze, la vivacità e le asprezze di un carattere appassionato, impetuoso, indipendente e perfino originale”.

Alfonso stesso, nella deposizione del Processo canonico del 18­19 febbraio 1842, proverà a spiegare ciò che, in quel momento di illuminazione della grazia, aveva istantaneamente capito: “Alla pre­senza della SS. Vergine, quantunque non mi dicesse una parola, com­presi l’orrore dello stato in cui mi trovavo, la deformità del peccato, la bellezza della Religione Cattolica: in una parola capii tutto!”

La notizia della conversione miracolosa dell’ebreo Alfonso Ratisbonne si diffuse subito, non solo a Roma, ma in tutta Europa. Già la sera del 23 gennaio 1842, domenica, dal pulpito di Nostra Signora delle Vittorie a Parigi, il fratello, Don Teodoro, narrò l’apparizione dell’Immacolata a Roma e la conversione dell’e­breo.

Il P Villefort che si prese l’incarico di prepararlo al Battesi­mo constatò una nuova meraviglia, che tutti attribuirono alla SS. Vergine. Alfonso apparve inaspettatamente già ben preparato nella dottrina cattolica. “Si trovò in lui – attestò il P Roothaan -, dopo la sua conversione, il senso della fede in maniera concreta ed efficace, facendogli comprendere, penetrare e ritenere con facilità quanto gli veniva proposto, al punto che in pochissimi giorni fu istruito in modo più che sufficiente”. In particolare si manifestò in Alfonso, una fede vivissima nella presenza reale di Gesù nell’Eucaristia.

Il 29 gennaio pertanto, egli subì l’esame dal Card. Mezzofanti, a cui era commessa la cura del Catecumenato, e fu ammesso a rice­vere in forma solenne il Battesimo, nella chiesa del Gesù, il matti­no del 31 gennaio.

La chiesa era gremita di gente, tra cui spiccava il fior fiore del­la nobiltà romana. Il nome di Battesimo prescelto dall’interessato fu quello di “Maria” e il suo padrino fu il barone Teodoro de Bussiéres.

Alfonso fu battezzato dal Card. Costantino Patrizi, Vicario Generale di Sua Santità, che gli amministrò anche il sacramento della Cresima.

Subito dopo, Mons. Felice Dupanloup, oratore di fama e futu­ro vescovo di Orléans, intrattenne l’uditorio con una commovente omelia in lingua francese.

Si passò quindi alla celebrazione della S. Messa, durante la qua­le il Ratisbonne poté ricevere per la prima volta Gesù Eucaristia.

Il nuovo cristiano si fermò ancora presso i Padri Gesuiti per sei settimane e fu ricevuto in udienza particolare dal Santo Padre, Gre­gorio XVI. Secondo una testimonianza della biografia di Santa Caterina Labouré, il Papa fece vedere al Ratisbonne in quella occa­sione, la Medaglia Miracolosa, che egli aveva ricevuto in dono e che teneva in capo al suo letto.

Nel frattempo il Vicariato di Roma istruì un regolare processo canonico sull’apparizione dell’Immacolata e sulla conversione subi­tanea dell’ebreo. Le 17 sessioni si svolsero dal 17 febbraio 1842 al 1° aprile. Furono chiamati a deporre nove testimoni, primo dei quali il veggente.

Dalla severa inchiesta risultò che non vi era stata traccia di allu­cinazione o di autosuggestione fanatica. La cappella di S. Michele non aveva alcuna statua o quadro della SS. Vergine, che avesse potuto colpire la fantasia del veggente.

Il Ratisbonne, secondo la testimonianza del P Villefort, ripete­va, più meravigliato degli altri: “Quale grazia! Proprio a me che, un ora prima, bestemmiavo ancora!”

Il 3 giugno 1842, con un decreto apposito il Card. Costantino Patrizi, Vicario dell’Urbe, “udita la relazione, visto il processo, visti gli esami dei testi e i documenti, dopo matura considerazione, richie­sto il parere anche dei teologi e di altri uomini di pietà, secondo la for­mula del Concilio Tridentino… pronunciò e dichiarò definitivamente che constava pienamente la verità dell’insigne miracolo operato da Dio Ottimo Massimo, per intercessione della Beata Maria Vergine, cioé la istantanea e perfetta conversione di Alfonso Maria Ratisbonne dall’ebraismo.”

Alfonso era stato prevenuto delle sofferenze che avrebbe incon­trato, anche con un segno profetico, che manifestò in un secondo tempo al P Villefort. Nella notte dal 19 al 20 gennaio infatti, aveva sognato una croce scura, priva della figura del Cristo, che lo segui­va ovunque, e questa visione l’aveva accompagnato per gran parte della notte e del giorno seguente, benché si sforzasse di cacciarne il ricordo.

Quando esaminò più attentamente la parte posteriore della Medaglia Miracolosa, scoprì con gioia la croce che campeggia nel centro, ma capì anche che significava sofferenza e sacrificio. “Que­sta croce che avete visto – gli aveva detto il P Roothaan, Superiore Generale dei Padri Gesuiti, mostrandogli il Crocifisso del suo scrit­toio -, quando sarete battezzato, bisognerà non solo adorarla, ma anche portarla!”

La prima dura prova fu il martirio del cuore, degli affetti più cari. Egli cercò di spiegare a Flora, la fidanzata, che cosa gli era acca­duto, ma inutilmente. La ragazza gli rinfacciò di aver trovato a Roma “un’altra donna”!. Lo zio gli negò la mano di sua figlia, temendo a buon diritto un matrimonio cattolico, e gli altri parenti non ebbero che parole di maledizione. “Dalla mia famiglia – con­fessò nella sessione del 1 ° marzo del Processo canonico -, ho ricevu­to soltanto lettere sprezzanti, nelle quali ero denominato assassino della mia fidanzata, di suo padre, di mio zio e di tutte le persone a me più care. Queste parole sarebbero state sufficienti per uccidermi di dolore, senza il conforto della Fede… “.

Ratisbonne diventò sacerdote e dopo sei anni di studi entrò prima nell’Ordine dei Gesuiti ed in seguito andò nella Congregazione delle Religiose di Nostra Signora di Sion ad aiutare suo fratello Theodore.

Approfondimento

Le Apparizioni della Madonna a S. Carina Labourè presso Rue du Bac a Parigi

Per saperne di più sulle apparizioni “della Medaglia Miracolosa”, visita lo speciale del nostro sito

Celebrazioni al Carmelo di Monza per le apparizioni “della Medaglia Miracolosa”

Letture del giorno

Lunedì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

PRIMA LETTURA (Ap 14,1-3.4-5)
Recavano scritto sulla fronte il nome di Cristo e il nome del Padre suo.

Io, Giovanni, vidi: ecco l’Agnello in piedi sul monte Sion, e insieme a lui centoquarantaquattromila persone, che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo.
E udii una voce che veniva dal cielo, come un fragore di grandi acque e come un rimbombo di forte tuono. La voce che udii era come quella di suonatori di cetra che si accompagnano nel canto con le loro cetre. Essi cantano come un canto nuovo davanti al trono e davanti ai quattro esseri viventi e agli anziani. E nessuno poteva comprendere quel canto se non i centoquarantaquattromila, i redenti della terra.
Essi sono coloro che seguono l’Agnello dovunque vada. Questi sono stati redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l’Agnello. Non fu trovata menzogna sulla loro bocca: sono senza macchia.

SALMO RESPONSORIALE (Sal 23)
Rit. Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore.

Del Signore è la terra e quanto contiene:
il mondo, con i suoi abitanti.
È lui che l’ha fondato sui mari
e sui fiumi l’ha stabilito.

Chi potrà salire il monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli.

Egli otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

Canto al Vangelo (Mt 24,42)
Alleluia, alleluia.
Vegliate e tenetevi pronti,
perché, nell’ora che non immaginate,
viene il Figlio dell’uomo.
Alleluia.

VANGELO (Lc 21,1-4)
Vide una vedova povera, che gettava due monetine.

In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi, vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio.
Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine, e disse: «In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere».