Le omelie del S. Curato d’Ars: le lacrime di Gesù

Le omelie del S. Curato d'Ars: le lacrime di Gesù

«Gesù, vedendo la città, pianse su di essa»
(Luca 19,41)

Gesù Cristo, entrando nella città di Gerusalemme, pianse su di essa dicendo: «Se, almeno, tu conoscessi le grazie che ti ho portato, e se volessi approfittarne, potresti ricevere ancora il perdono; ma, no, il tuo accecamento è giunto a un tale eccesso, che tutte queste grazie non serviranno ad altro se non al tuo indurimento e alla tua infelicità; tu hai ucciso i profeti e fatto morire i figli di Dio; adesso, stai per raggiungere il colmo dei tuoi crimini, facendo morire lo stesso Figlio di Dio».

Ecco, fratelli miei, ciò che faceva colare le lacrime di Gesù Cristo con tanta abbondanza, mentre si avvicinava a questa città.

Ahimè! Egli intravedeva in tutte queste sciagure, la perdita di tante anime molto più colpevoli dei Giudei, perché stavano per essere più favorite di grazie di quanto non lo erano stati tutti loro (si riferisce ai cristiani; n.d.a.).

Ahimè, fratelli miei, ciò che lo toccava così vivamente, era il fatto che, nonostante i meriti della sua morte e passione, che avevano il potere di riscattare mille mondi più grandi di quello da noi abitato, la maggior parte di noi si sarebbe perduta.

Sì, fratelli miei, chi di noi non tremerebbe, se si preoccupasse realmente di conservare la sua anima per il cielo?
Ahimè!, non rientriamo in questo numero?
Non è forse per noi che Gesù Cristo ha detto, piangendo: «Ah!, se, purtroppo, la mia morte e il mio sangue non serviranno per la vostra salvezza, essi accenderanno la collera di mio Padre su di voi, per tutta l’eternità!».

Un Dio venduto!… un’anima riprovata!… un cielo rigettato!
E’ mai possibile che restiamo insensibili a tanta disgrazia?…
E’ mai possibile, fratelli miei, che, malgrado tutto quello che Gesù Cristo ha fatto per salvare le nostre anime, noi restiamo così insensibili alla loro perdita?…

Ma, per uscire fuori, fratelli miei, da questa insensibilità, vi voglio mostrare:
1°- che cos’è un’anima;
2°- che cosa è costata a Gesù Cristo;
3°- ciò che il demonio fa per perderla.

Ah! fratelli miei, se avessimo la fortuna di conoscere il valore della nostra anima, con quale cura non cercheremmo di conservarla?

Ahimè! non lo comprenderemo mai abbastanza!
Volere, fratelli miei, mostrare la grandezza del valore di un’anima: ciò è impossibile a un mortale; non c’è che Dio solo che conosce tutte le bellezze, le perfezioni, di cui Egli adorna un’anima.

Io posso dirvi soltanto che tutto quello che Dio ha creato: il cielo, la terra, e tutto ciò che essi contengono, tutte quelle meraviglie, sono state create per il suo vantaggio.

Il nostro catechismo (si riferisce al Catechismo tridentino; n.d.a.) ci offre la prova più bella possibile, della grandezza della nostra anima.
Quando si domanda a un bambino: che cosa si intende, quando si dice che l’anima dell’uomo è uno spirito creato a immagine di Dio?
Significa, vi risponde il bambino, che quest’anima possiede, come Dio, il potere di conoscere, di amare, e di autodeterminarsi liberamente, in ogni sua azione.

Ecco, fratelli miei, l’elogio più bello che possiamo fare delle qualità con cui Dio ha abbellito la nostra anima, creata dalle Tre Persone della Santa Trinità, a loro somiglianza.
Uno spirito eterno per l’avvenire, come Dio, capace di conoscere le bellezze e tutte le perfezioni di Dio, per quanto sia possibile a una creatura; un’anima, che è l’oggetto delle compiacenze delle Tre Persone divine; un’anima, che può glorificare Dio in tutte le sue azioni; un’anima, la cui unica occupazione consisterà nel cantare le lodi di Dio durante giorni senza fine; un’anima, che sarà luminosa della felicità di Dio stesso; un’anima, che possiede una tale libertà in tutte le sue azioni, che può donare la sua amicizia, il suo amore, a chi le sembri bene farlo: ella può non amare Dio oppure amarlo; ma, se ella è così fortunata da rivolgere il suo amore verso Dio, non sarà più lei che obbedisce a Dio, ma sarà Dio stesso che farà la volontà di quest’anima, e sembrerà che provi piacere a farlo.

Potremmo perfino dire che, dall’inizio del mondo, voi non troverete una sola anima che, essendosi donata a Dio senza riserva, Dio le abbia rifiutato qualche cosa che ella abbia desiderato.

Noi vediamo che Dio ci ha creati con tali desideri, che nulla di ciò che è creato è capace di accontentarci.
Presentate a un’anima tutte le ricchezze e tutti i tesori del mondo: niente di tutto ciò potrà accontentarla.
Avendola Dio creata per sè, non vi è, quindi, che Lui solo che sia capace di appagare tutti i suoi vasti desideri.

Sì, fratelli miei, la nostra anima può amare Dio, e questa è la più grande fra tutte le felicità!
Amandolo, noi possediamo tutti i beni e tutti i piaceri che potremmo desiderare sulla terra e nel cielo.

Noi possiamo anche servirlo, cioè glorificarlo, in ogni azione della nostra vita. Non vi è nemmeno la più piccola cosa che facciamo, che non possa dare gloria a Dio, se la facciamo con l’intenzione di piacergli.

La nostra occupazione, finchè siamo sulla terra, non ha nulla di diverso da quella degli angeli che sono nel cielo: la sola cosa che ci differenzia è che noi vediamo tutti quei beni, solo con gli occhi della fede.

La nostra anima è così nobile, adorna di tante belle qualità, che il buon Dio ha voluto affidarla solo a un principe della corte celeste (forse allude all’angelo custode; n.d.a.).

La nostra anima è così preziosa agli occhi di Dio stesso, che Egli, in tutta la sua saggezza, non ha trovato altro cibo degno di lei, se non il suo Corpo adorabile, del quale desidera che ella faccia il suo nutrimento quotidiano.
E come bevanda, non aveva che il suo Sangue prezioso, che fosse degno di esserle servito.

«Sì, fratelli miei, possediamo un’anima che Dio stima tanto, ci dice sant’Ambrogio, che, quand’anche ce ne fosse stata una sola nel mondo, Egli non avrebbe creduto di dover fare altro che morire per lei; e, sebbene ne avesse creata una sola nel mondo, il buon Dio avrebbe creato il cielo solo per lei».

Lo disse un giorno a santa Teresa:
«Mi sei così amabile, le disse Gesù Cristo, che, se anche non vi fosse nessun cielo, ne avrei creato uno, solo per te».
«O mio corpo, gridò san Bernardo, quanto sei fortunato ad ospitare un’anima ornata di tante belle qualità! Un Dio, infinito com’è, ne fa l’oggetto delle sue compiacenze!».

Sì, fratelli miei, la nostra anima è destinata ad andare a trascorrere tutta l’eternità nel seno di Dio stesso.

Diciamo tutto in una parola, fratelli miei: la nostra anima è qualcosa di tanto grande, di così prezioso, che non c’è che Dio soltanto che la superi.

Un giorno il buon Dio fece vedere un’anima a santa Caterina.
Ella la trovò così bella, che gridò: «O mio Dio, se la fede non mi insegnasse che non vi è che un solo Dio, io crederei che sia un’altra divinità; no, Dio mio, non mi stupisco più che Tu sia morto per un’anima tanto bella».

Sì, fratelli miei, la nostra anima, dopo la morte, sarà eterna come Dio stesso.
No, no, fratelli miei, non procediamo oltre: ci si perde in questo abisso di grandezza.

Da ciò che ho detto, fratelli miei, vi lascio giudicare se dovremmo stupirci che Dio, il quale ne conosce così bene il valore, pianga così amaramente la perdita di un’anima (richiama il titolo dell’omelia; n.d.a.).
Vi lascio anche immaginare quale cura dovremmo metterci per conservare all’anima tutta la sua bellezza.

Ahimè! fratelli miei, il buon Dio è così sensibile alla perdita di un’anima, che Egli l’ha pianta, prima ancora di avere degli occhi per piangere: ha preso in prestito gli occhi dei suoi profeti, per piangere la perdita delle nostre anime.
E’ ciò che vediamo, in maniera evidente, nella persona del profeta Amos.

«Essendomi ritirato, ci dice questo profeta, nell’oscurità, considerando la terribile moltitudine dei crimini che il popolo di Dio commetteva ogni giorno, vedendo che la collera di Dio era pronta a piombare sopra di lui, e che l’inferno apriva le sue voragini per inghiottirli, avendoli fatti tutti radunare, e mentre io stesso tremavo, dissi loro, piangendo amaramente: O figli miei, voi sapete bene qual è la mia occupazione, notte e giorno? Ahimè! io mi rappresento al vivo tutti i vostri peccati, con tutta l’amarezza del mio cuore. Se, senza volerlo, sopraffatto dalla stanchezza, mi assopisco, subito mi sveglio di soprassalto gridando, con gli occhi bagnati di lacrime e il cuore spezzato dal dolore: Dio mio, Dio mio, possibile che in tutto Israele non ci siano anime che non ti offendano?

Allorchè la mia immaginazione è colma di questa triste e deplorevole idea, ne parlo con il Signore, gemendo amaramente alla sua santa Presenza, dicendogli: Mio Dio, quale mezzo devo adoperare, per ottenere grazia per loro?
Ecco che cosa mi ha risposto il Signore: Profeta, se vuoi ottenere il perdono per questo popolo ingrato, vai, corri per le strade e nelle pubbliche piazze; falli pentire con i gemiti più amari; entra nei negozi dei mercanti e degli artigiani; giungi fin nei luoghi dove si rende giustizia; sali nelle camere dei grandi e negli uffici dei giudici; proclama a tutti coloro che troverai sia dentro che fuori città:
«Sciagurati voi! Ah! Sciagurati voi, che avete peccato contro il Signore!».

Ma non è abbastanza, tu dovrai chiamare in tuo aiuto tutti coloro che sono in grado di piangere, affinchè uniscano le loro lacrime alle tue e così i vostri gemiti e le vostre grida divengano così spaventosi, da gettare nella costernazione i cuori di tutti coloro che vi ascolteranno, in modo che essi abbandonino i loro peccati e li piangano fino alla morte; affinchè comprendano da ciò, quanto mi stia a cuore che le loro anime non vadano perdute.

(E’ impossibile citare il luogo preciso, capitolo e versetti, a cui si riferisce il santo curato: egli, come è solito fare, rielabora la Parola di Dio, dopo averla meditata e assimilata nel suo succo più sostanzioso, ma non rintracciabile con precisione nella lettera del testo biblico.

La passione violenta, con la quale egli, com’è nel suo stile, accentua e sottolinea la drammaticità del peccato, quando è accettato liberamente e perpetuato con leggerezza nella propria esistenza, non deve affatto meravigliare o scandalizzare, abituati, come siamo, ad essere coccolati fin troppo, da certe predicazioni rassicuranti, da parte di coloro che, per assicurare a se stessi una clientela pastorale, tralasciano di ricordare ai fedeli che con Dio non si può troppo scherzare, perchè l’inferno, purtroppo esiste, e se ci si trovano i poveri diavoli discepoli di satana, ci possiamo benissimo andare a finire anche noi, per tutta l’eternità.

Ce lo ricorda la Bibbia:
«7 Non vi fate illusioni; non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. 8 Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna» (Galati 6,7-8).

«30 Conosciamo infatti colui che ha detto: A me la vendetta! Io darò la retribuzione! E ancora: Il Signore giudicherà il suo popolo. 31 E’ terribile cadere nelle mani del Dio vivente!»(Ebrei 10,30-31).

Il profeta Geremia, fratelli miei, va ancora oltre.
Per mostrarci quanto la perdita di un’anima affligga il buon Dio, ascoltate voi stessi cosa dice, in un momento in cui era stato rapito dallo Spirito del Signore:
«Ah! mio Dio!, ah! mio Dio, che ne sarà di me? Tu mi hai affidato la cura di un popolo ribelle, di una nazione ingrata, che non vuole ascoltarti, nè sottomettersi alla tua volontà; ahimè! che farò? quale scelta devo fare? Ecco che cosa mi ha risposto il Signore»:

«Per mostrare loro quanto Io sono profondamente commosso per la perdita della loro anima, afferra i tuoi capelli, strappali dalla testa e gettali lontano, perchè il peccato di questo popolo mi ha costretto ad abbandonarlo, e il mio furore è nato dall’interno delle loro anime» (esempio di “profezia in azione”; n.d.a).

Quando la collera del Signore viene accesa dal peccato che si cela nel profondo del cuore, si produce la malattia più terribile.

«Ma, Signore, gli dice il profeta, cosa devo fare per convincerti a distogliere il tuo sguardo pieno d’ira dal tuo popolo?».

«Prendi, come vestito, un sacco, mi ha risposto il Signore, mettiti della cenere sulla testa, e piangi senza sosta, e con tanta abbondanza, che le tue lacrime coprano il tuo volto, e piangi così amaramente, in modo che i vostri peccati siano lavati dalle vostre lacrime» (Questa lunga citazione “a senso”, si ispira a Geremia 7,28-34; chi fosse rimasto sconvolto dalla durezza delle parole pronunciate da Dio, farebbe bene a confrontare direttamente il testo biblico e si accorgerà che il santo curato non ha affatto esagerato, ma ha perfino addolcito la dose originale di rimproveri e di minacce; n.d.a.).

Capite adesso, fratelli miei, quanto la perdita delle nostre anime affligge il buon Dio?
Comprenderete come siamo sciagurati volendo perdere un’anima che Dio ama tanto che, non avendo ancora degli occhi per piangere (non avendo ancora assunto un corpo umano; n.d.a.), prende in prestito quelli dei suoi profeti, per versare lacrime amare sulla loro perdita.

Il Signore ci dice per mezzo del suo profeta Gioele:
«Piangete la perdita delle anime, come un giovane sposo che abbia appena perso la sua sposa, che doveva essere tutta la sua consolazione, e che ora, invece, si ritrova in ogni genere di disgrazie!» (Gioele 1,8: ma, nel testo originale è la vergine che piange per la perdita dello sposo…(n.d.a).

San Bernardo ci dice che tre cose sono capaci di farci piangere, ma che ce n’è una sola capace di rendere le nostre lacrime meritorie, ed è quando noi piangiamo i nostri peccati o quelli dei nostri fratelli; in tutti gli altri casi si tratta solo di lacrime profane o criminali, o, alla fine, infruttuose.

Piangere per la perdita di un ingiusto processo o per la morte di un figlio: lacrime inutili (il santo non vuole dire che bisogna essere insensibili, ma che le lacrime non possono cambiare l’ineluttabilità e l’irreversibilità di certi avvenimenti; n.d.a.).
Piangere per la privazione di un piacere carnale: lacrime criminali.
Piangere per una lunga malattia: lacrime infruttuose e inutili.
Ma, piangere la morte spirituale della propria anima, l’allontanamento da Dio, la perdita del Cielo: «O lacrime preziose, ci dice questo grande santo, ma quanto siete rare!».
E perchè, fratelli miei, se non perchè non percepite la grandezza della vostra disgrazia, nel tempo e per l’eternità?

Ahimè! fratelli miei, è stato il timore per questa perdita che ha spopolato il mondo, per riempire di tanti cristiani i deserti e i monasteri, perchè essi comprendevano molto meglio di noi che, se perdiamo la nostra anima, tutto è perduto, e che bisognava, dunque, che essa fosse molto preziosa, dal momento che Dio stesso se ne preoccupava tanto (il santo si riferisce con una certa enfasi alle numerose schiere di eremiti e di monaci che, specie nel IV-V secolo, popolavano i deserti e i monasteri; n.d.a.).

Sì, fratelli miei, i santi hanno sofferto tanto per conservare la loro anima per il Cielo!
La storia ce ne fornisce esempi innumerevoli, eccovene uno, fratelli miei; se non abbiamo il coraggio di imitarlo, almeno potremo ammirarlo, per benedire il buon Dio.

Sappiamo dalla Vita di san Giovanni Calibita, che era nato a Costantinopoli (nel secolo V), che iniziò fin dall’infanzia a comprendere il nulla delle cose umane, e a sentire un grande gusto per la solitudine.

Un religioso di un monastero vicino, passando da Costantinopoli per andare in pellegrinaggio a Gerusalemme, alloggiò presso i suoi genitori, che ricevevano con grande piacere i pellegrini.
Il fanciullo gli chiese come fosse la vita che si conduceva nel suo monastero.
Quando gli fu raccontata la vita santa e penitente dei religiosi, il piacere che vi si gustava, separati dal mondo per non avere più altro contatto, se non con Dio solo, egli ne fu così impressionato e concepì un desiderio tanto grande di abbandonare il mondo, per partecipare a quella felicità, che non riusciva più a stare a suo agio nel mondo.

Disse ai suoi genitori che non occorreva che pensassero per lui ad alcun tipo di sistemazione nel mondo, e che il buon Dio lo chiamava a terminare i suoi giorni in una vita ritirata.

I suoi genitori vollero provare a fargli cambiare risoluzione, ma fu tutto inutile. Egli domandò loro, come unica eredità, il libro dei santi Vangeli, di cui fece il suo tesoro.
Ma, per liberarsi dalle pressanti sollecitazioni dei genitori, e per donarsi completamente a Dio, egli abbandonò la loro casa, e andò a presentarsi alla porta di un monastero, per chiedere di essere accolto.

I genitori mandarono a cercarlo per ogni dove, ma, non potendolo trovare, versarono lacrime amarissime.

Quel santo giovane trascorse sei anni in quel ritiro, praticando tutte le virtù e le penitenze, che il suo amore verso il buon Dio poterono ispirargli.
Alla fine di questo tempo, gli venne l’idea di andare a trovare i suoi genitori, sperando che il buon Dio gli avrebbe accordato la stessa grazia che a sant’Alessio, il quale aveva trascorso venti anni presso la sua casa, senza che nessuno lo riconoscesse (in pratica, il giovane desiderava poter vedere i genitori, ma senza essere da loro riconosciuto: a volte, così ragionano i santi; n.d.a.).

Era appena uscito dal monastero, che, incontrando un povero, scambiò con lui il suo abito, per rendersi ancora più irriconoscibile; d’altronde, le sue penitenze, che erano state molto grandi, e una grave malattia, lo avevano estremamente sfigurato.

Avendo visto da lontano la casa dei genitori, si mise in ginocchio, per chiedere a Dio di guidarlo nella sua impresa.
Essendo ormai chiusa la porta a motivo della notte, trascorse la nottata fuori di casa.
Il giorno dopo, avendolo trovato i domestici, ne ebbero compassione e gli permisero di entrare in una piccola portineria, per sistemarvisi.

Soltanto Dio ha sa quanto egli abbia sofferto, vedendo i suoi genitori che, ad ogni momento, passavano davanti a lui, piangendo ancora amaramente la perdita del loro figlio, che era stato tutta la loro consolazione.
Suo padre, che era molto caritatevole, gli mandava di tanto in tanto di che nutrirsi; mentre sua madre non poteva avvicinarsi a lui, senza sentire il cuore rivoltarsi, tanto gli era disgustoso quel povero.
Se la sua carità non l’avesse portata a vincere tale ripugnanza, ella lo avrebbe scacciato da casa sua. Sempre prostrata nella sua tristezza, versando continuamente lacrime, e tutto ciò, proprio davanti a colui che non poteva di certo essere insensibile a quello che era il più grande tormento di sua madre…

Quel buon santo, trascorse tre anni in quella triste situazione, tutto occupato nella preghiera e nel digiuno, che portava fino all’eccesso; le lacrime gli colavano senza sosta.
Allorchè il buon Dio gli fece conoscere la sua prossima fine, egli pregò il maggiordomo della casa di chiedere alla padrona la carità di venirlo a trovare, perchè desiderava ardentemente parlare con lei.

Quando il maggiordomo gli fece quella commissione, la padrona ne fu molto infastidita, sebbene avesse l’abitudine di visitare spesso i malati; ma nutriva una così grande ripugnanza a visitare quel povero, che dovette farsi una grande violenza per recarsi fino alla soglia della stanzetta in cui quello alloggiava.

Il moribondo la ringraziò molto di tutte le cure che ella aveva voluto prendersi, di un miserabile sconosciuto come lui, e le assicurò che avrebbe pregato incessantemente il Signore per lei, affinchè la ricompensasse di tutto ciò che aveva fatto per lui.

Egli le chiese anche la grazia di prendersi cura della sua sepoltura.
Dopo che quella glielo ebbe promesso, egli le fece dono del libro dei santi Vangeli, molto ben rilegato.
Quella fu molto sorpresa di vedere che un povero possedesse un libro così bene rilegato, e si ricordò di quello che una volta aveva regalato a quel figlio che aveva perduto.
Rinnovandosi in lei il dolore, cominciò a versare torrenti di lacrime.

A tale clamore, arrivò il padre, e avendo esaminato il libro, riconobbe che era quello di suo figlio.
Allora chiese a quel povero che ne era stato del loro figlio.

Quel santo, a cui non era rimasto che un solo alito di vita, disse loro sospirando e versando calde lacrime: «Questo libro è quello che voi mi avete donato dieci anni fa; sono io quel figlio che avete tanto cercato, e per il quale avete versato tante lacrime».

A queste parole rimasero tramortiti, nel vedere il loro caro figlio, che essi avevano tanto cercato e fin tanto lontano, mentre lo avevano in casa loro; gli sembrava di non poter più continuare a vivere.

Nello stesso istante in cui lo ebbero serrato tra le loro braccia, quello levò le sue mani e i suoi occhi verso il cielo, e rese a Dio la sua bella anima, la quale, per conservarsi nell’innocenza, aveva fatto tanti sacrifici e penitenze, e aveva sparso tante lacrime…

Ecco, fratelli miei, ciò che possiamo dire: questo giovane cristiano, aveva la fortuna di conoscere la grandezza della sua anima e la cura che bisogna prendersene.
Ecco, fratelli miei, un cristiano che ha glorificato Dio in tutte le azioni della propria vita; ecco un’anima che adesso risplende di gloria nel cielo, che benedice il buon Dio per averle fatto la grazia di vincere il mondo, la carne e il sangue.
Oh! quanto sono beati questi morti, fratelli miei, perfino agli occhi del mondo!

In secondo luogo, abbiamo detto, che per conoscere il valore della nostra anima, non dobbiamo fare altro che considerare ciò che Gesù Cristo ha fatto per lei.

Chi di noi, fratelli miei, potrà mai comprendere quanto il buon Dio stimi la nostra anima, dal momento che fa tutto quello che è possibile fare a un Dio, per rendere felice una creatura?

Per sentirsi più indotto ad amarla, Egli ha voluto crearla a sua immagine e somiglianza, affinchè, contemplandola, contemplasse Se stesso.

Vediamo anche che Egli dà alla nostra anima i nomi più teneri e più capaci di dimostrare un amore portato all’eccesso.
Egli la chiama sua figlia, sua sorella, sua fidanzata, sua sposa, sua unica, sua colomba (sono tutti appellativi sparsi lungo quel poema d’amore, ispirato da Dio, chiamato “Cantico dei Cantici”; n.d.a.).

Ma non è abbastanza: l’amore si dimostra molto di più con le azioni che con le parole.
Guardate la sua premura nel discendere dal cielo, per assumere un corpo simile al nostro; sposando la nostra natura, Egli ha sposato ogni nostra infermità, eccetto il peccato; o, piuttosto, ha voluto farsi carico di quella giustizia che il Padre suo richiedeva da noi.

Guardate il suo annientamento nel mistero dell’Incarnazione; vedete questa povertà: per noi è nato in una stalla; guardate le lacrime che versava su quella paglia, dove piangeva a dismisura i nostri peccati; guardate quel sangue che cola sul coltello della circoncisione; guardatelo, mentre fugge in Egitto come un criminale; guardate quella umiltà e quella sottomissione ai suoi genitori; guardatelo nel giardino degli ulivi, mentre geme, mentre prega e sparge lacrime di sangue; guardatelo mentre viene catturato, legato, imbavagliato, gettato per terra e battuto a colpi di calci e di bastonate, dai propri figli; consideratelo mentre è attaccato a quella colonna, tutto insanguinato: il suo povero corpo ha ricevuto tanti di quei colpi, e il sangue cola così abbondantemente, che gli stessi aguzzini ne sono tutti ricoperti; guardate questa corona di spine che trapana quella testa santa e sacra; guardatelo, mentre porta la croce sul Calvario: tanti passi, tante cadute; guardatelo, inchiodato sulla croce, mentre vi si stende da solo, senza lasciare uscire dalla sua bocca una sola parola di lamento; guardate quelle lacrime d’amore che Egli spargeva morendo, e che si mescolavano al sua sangue adorabile!

Non è questo, fratelli miei, un amore degno di un Dio che è Amore?
E’ così, fratelli miei, che Egli ci dimostra la stima che ha di ogni anima!
Non è forse abbastanza, per farci comprendere quanto ella valga, e quali cure dobbiamo prenderci di lei?

Ah! fratelli miei, se avessimo la fortuna , una sola volta nella vita, di comprendere appieno la bellezza e il valore della nostra anima, non saremmo pronti anche noi, come Gesù Cristo, a fare qualunque sacrificio per non perderla?

Oh! com’è bella un’anima, com’è preziosa agli occhi di Dio stesso!
Come è possibile che ne facciamo così poco conto, e che la trattiamo più duramente del più vile degli animali?

Cosa deve pensare quest’anima, che conosce la sua bellezza e tutte le sue belle qualità, nel vedersi trascinata nelle lordure del peccato?
Ah! sentiamo, fratelli miei, quale orrore di se stessa, debba provare un’anima, che non ha che Dio solo che la superi, allorchè la rivoltiamo nelle acque sporche delle nostre voluttà!…
Dio mio, è mai possibile che facciamo così poco conto di una tale bellezza?

Guardate, fratelli miei, cosa diventa un’anima che ha la disgrazia di cadere nel peccato.
Quand’è in grazia di Dio, la si scambierebbe per una divinità, ma quando è nel peccato!…

Il Signore, un giorno, fece vedere a un profeta, un’anima in stato di peccato: questi ci dice che era simile a una carogna, trascinata per otto giorni su una strada, sotto il sole cocente.
Ah! ora sì che possiamo dire col profeta Geremia: «E’ caduta Babilonia la grande, è divenuta il ricovero dei demoni» (cfr. Geremia 51,7-9; ma il testo citato è preso da Apocalisse 18,2; n.d.a.).

Oh! com’è bella un’anima, quando ha la felicità di possedere la grazia del suo Dio! No, no, non c’è che Dio solo che possa conoscerne tutto il prezzo e tutto il valore!

E così, vedete come Dio ha stabilito una religione per renderla felice quaggiù, in attesa di farla gioire della più grande felicità, nell’altra vita.

Perchè, fratelli miei, Egli ha istituito tutti questi sacramenti?
Non è stato forse per guarirla, allorchè riceve le piaghe prodotte dal peccato, e per fortificarla nei suoi combattimenti?
Vedete a quanti oltraggi Gesù Cristo si è esposto per lei! (si riferisce agli oltraggi attraverso i sacramenti; n.d.a.).

Quante volte i suoi comandamenti sono violati!
Quante volte i suoi sacramenti sono profanati!
Quanti sacrilegi nella ricezione dei sacramenti!
Ma no, fratelli miei, sebbene Gesù Cristo conoscesse bene tutti gli insulti che avrebbe ricevuti, l’amore che Egli nutre per le nostre anime, non ha potuto fermarlo…
Ma diciamo meglio, fratelli miei: Gesù Cristo ha tanto amato, o piuttosto, ama tanto la nostra anima che, se occorresse morire una seconda volta, Egli lo farebbe.

Guardate la sua premura nel venirci in aiuto nelle nostre pene e nei nostri dispiaceri; guardate la cura che si prende di tutti coloro che desiderano amarlo; guardate tutta questa folla di santi, che Egli nutre in maniera miracolosa.

Ah! fratelli miei, se per una sola volta noi avessimo la fortuna di comprendere bene che cos’è un’anima e quanto Dio… come la ama, e quanto la debba ricompensare durante tutta l’eternità, noi ci comporteremmo senz’altro come i santi: nè i beni della terra, nè i piaceri, nè la morte, sarebbero capaci di farcela vendere al demonio.

Guardate tutta questa folla di martiri, quali tormenti hanno dovuto sopportare per non perderla, guardateli mentre salgono sul patibolo, e si abbandonano nelle mani dei carnefici, con una gioia incredibile!

Un esempio di ciò che stiamo dicendo, lo abbiamo nella persona di santa Cristina, vergine e martire.
Questa martire illustre, era della Toscana. Suo padre, che ne era il governatore, divenne lui stesso il suo carnefice.

L’oggetto della sua collera fu che sua figlia aveva spazzato via tutti gli idoli che quello adorava nella sua casa; ella li fece tutti a pezzi, per farne un’elemosina ai poveri cristiani (evidentemente si trattava di materiale di valore; n.d.a.).

Questa azione portò suo padre a un tale eccesso di furore, che la mise nelle mani dei carnefici i quali, per suo ordine, la fustigarono crudelmente, e la tormentarono con una spietatezza inaudita.

Il suo povero piccolo corpo era già tutto insanguinato. Ma il padre ordinò di prendere degli uncini di ferro per strapparle la carne.
Quelli andarono così oltre, che le si vedevano gran parte delle ossa in quasi tutte le parti del corpo. Ma, quel dolore così lancinante, ben lungi dall’abbattere il suo coraggio o dal turbare la pace della sua anima, le permise di raccogliere, senza confusione, le sue proprie carni, e di presentarle a suo padre, chiedendogli se desiderava mangiarne (questa macabra descrizione, rientra nello stile poco delicato del santo, che, quando si tratta di incutere orrore e timore per la perdizione eterna delle anime, non bada a certe sottigliezze del buon gusto comune; e purtroppo, episodi analoghi a quello qui raccontato, accadevano sul serio, come si legge nei vari martirologi, che, anche se coloriti con tratti leggendari, avevano senza dubbio un nucleo storico; n.d.a.).

Un’azione così sorprendente, invece di commuovere il cuore di questo barbaro padre, servì solo ad irritarlo maggiormente: egli la fece gettare in una orribile prigione, incatenata con ferri e con ceppi; la inondò di maledizioni, dicendole che ben altri tormenti le erano preparati.
Ma la santa figlia, che non aveva ancora dieci anni, non ne fu affatto turbata.
Qualche giorno dopo, il padre la fece uscire di prigione e la fece attaccare a una ruota un po’ elevata da terra, che fece bagnare d’olio da ogni lato, e sotto la quale fece accendere un grande fuoco, di modo che, mentre la ruota girava, il corpo di quella piccola innocente soffriva un doppio supplizio.
Ma un grande miracolo impedì che la cosa avesse effetto: il fuoco, infatti, rispettò la purezza della vergine e non produsse nessun danno al suo corpo; invece si rivolse contro gli idolatri, e ne arse vivi un gran numero (letteralmente, il nostro santo esagerato, dice “un numero quasi infinito”!…n.d.a.).

Il padre, vedendo tutti questi prodigi, per poco non morì per il disappunto.
Non potendo sopportare quest’affronto, ma volendo sfogare tutta la vendetta che il suo odio gli suggeriva, riportò sua figlia nella prigione, dove ella non rimase senza soccorso: un angelo discese nella sua cella per consolarla, e, nello stesso tempo, per guarirla da tutte le sue piaghe.
Le donò nuove energie.

Il padre snaturato, avendo conosciuto questo miracolo, decise di ordinare un altro supplizio. Egli comandò al carnefice di attaccare una grossa pietra al collo di sua figlia, e di precipitarla nel lago.

Ma il buon Dio, che aveva saputo preservarla dalle fiamme, seppe anche farla risparmiare dalle acque: lo stesso angelo che l’aveva accompagnata nella prigione, la accompagnò sul lago: egli la fece venire tranquillamente a riva, dove fu ritrovata sana e salva come prima.

Quel padre, vedendo che tutto quello che faceva per farla soffrire, non serviva a nulla, fu colto da una tale disperazione, che morì per la rabbia.

Dione, che fu suo successore nel governo della città, gli successe anche nella crudeltà: egli credette che fosse suo dovere vendicare la morte del padre, della quale riteneva responsabile la figlia.
Egli inventò mille generi di tormenti contro quella vergine innocente; ma il più terribile fu quando la fece coricare in una culla piena di olio bollente, misto a pece.

Ma quella santa figlia, che il buon Dio, si compiaceva di proteggere al cospetto dei suoi tiranni, e a loro confusione, fece in modo che, con un solo segno di croce, tutta quella materia perdesse ogni efficacia distruttiva. Con santa ironia, ella disse che si sentiva adagiata in una culla, come un bambino che fosse stato appena battezzato.

Quei detestabili ministri di satana, furono indignati nel vedere che una fanciulla di dieci anni aveva la meglio su tutti i loro sforzi; e così, questi barbari infami, dimentichi di ogni rispetto che dovevano al pudore e alla modestia di quella vergine, le rasarono i capelli e la spogliarono dei suoi abiti, e, in questo deplorevole stato, la condussero in un tempio degli idoli, per costringerla a offrire dell’incenso al demonio.
Ma, entrati nel tempio, l’idolo cadde a terra in frantumi, e il tiranno cadde morto sul colpo.

I numerosi idolatri, che furono testimoni di questi fatti, si convertirono quasi tutti, in numero di tremila.

Questa santa figlia passò nelle mani di un terzo tiranno, chiamato Giustino.
Questo tiranno, credendo suo onore, vendicare la vergogna e la morte, di colui che lo aveva preceduto nella sua carica, sperimentò su di lei tutto ciò che il suo furore gli suggeriva.
Cominciò col farla gettare in una fornace ardente, perchè vi fosse consumata; ma il buon Dio, con un nuovo miracolo, non permise che le fiamme le facessero alcun male, e la vergine vi dimorò cinque giorni, senza nulla soffrire.

Allora gli uomini, trovandosi a corto della loro malizia, fecero ricorso al demonio, e perciò si rivolsero a un mago, il quale gettò molti serpenti orribili nella prigione, pensando che quella sarebbe rimasta stordita dal veleno; ma questo esercizio diabolico, non servì ad altro che a mettere in risalto ancora di più la gloria della vergine, facendola trionfare sugli animali, dopo aver trionfato sulla rabbia degli uomini.

Le si fece tagliare la lingua, ma quella si faceva sentire ancora di più, e cantava con maggiore forza le lodi di quel Dio che adorava.

Alla fine, non sapendo più cosa fare, il carnefice la fece attaccare al palo, dove il suo corpo fu trafitto dalle frecce, fino a che la sua anima uscì dal corpo, per andare a gioire della Presenza di Dio, che ella aveva così bene meritato.

Ditemi, fratelli miei, questa giovanetta, comprendeva o no la grandezza e il valore della sua anima?
Era convinta di ciò che doveva fare per conservarla, a scapito dei suoi beni terreni, dei suoi piaceri e della sua stessa vita?

Ah! fratelli miei, se noi avessimo compreso per una sola volta quanto vale la nostra anima, la stima che Dio stesso ne fa, potremmo mai lasciarla perire, come di fatto facciamo?

No, no, fratelli miei, non dobbiamo più stupirci che Gesù Cristo abbia versato tante lacrime per la perdita della nostra anima.

(Speriamo che, dopo questo racconto raccapricciante, i nostri lettori, che fino ad ora ci hanno seguito numerosi, non si defilino spaventati o disgustati.
Conviene molto di più, alle nostre anime, considerare quanto sia incomparabilmente meglio, sopportare difficoltà e tormenti di ogni genere, in questa breve vita terrena, piuttosto che sopportarne di immensamente peggiori e per tutta l’eternità, nell’inferno, popolato dai demoni, e dalle anime pigre, infedeli e troppo delicate, quando si tratta di affrontare qualche rinuncia al proprio egoismo, costi quello che costi).

«Ma, penserete voi, su cosa mai Gesù Cristo ha pianto tanto?».
«Ahimè! Egli ha pianto sul nostro orgoglio, vedendo come noi cerchiamo solo gli onori e la stima del mondo, invece di pensare ad annientarci, alla vista delle umiliazioni che un Dio ha voluto subire, per innalzare noi».

Egli ha pianto sui nostri odi e sulle nostre vendette, mentre lui stesso muore per i suoi nemici; Egli ha pianto sul nostro infame vizio dell’impurità, vedendo quanto questo peccato disonori le nostre anime e ci immerga in una fanghiglia sporca e infetta.

Ahimè! fratelli miei, Egli ha pianto su tutti i nostri peccati.
Egli voleva salvarci tutti e renderci felici; Egli non voleva che anime così belle, che sono sue creature, vadano perdute, disonorate, e ridotte in schiavitù dal demonio, mentre esse sono dotate di qualità così belle, e destinate a una felicità tanto grande.

Sant’Agostino ci dice: «Volete conoscere quanto vale la vostra anima? Andate, andate a chiederlo al demonio, ed egli ve lo spiegherà per bene. Il demonio stima tanto un’anima, che, anche se noi vivessimo quattromila anni, se dopo questi quattromila anni di tentazioni, riuscisse finalmente a guadagnarci, egli considererebbe un nulla tutti gli sforzi fatti».

Quel sant’uomo (si riferisce ad Agostino; n.d.a.)che aveva sperimentato le tentazioni del demonio in una maniera del tutto particolare, ci dice che l’intera nostra esistenza, non è altro che una continua tentazione.

Lo stesso demonio disse un giorno, per bocca di un posseduto, che, fino a che ci fosse stato un solo uomo sulla terra, egli lo avrebbe tentato, «poichè, egli disse, io non posso tollerare che dei cristiani, dopo tanti peccati, possano ancora sperare di andare in quel Cielo, che io ho perso d’un colpo solo, senza avere avuto una seconda possibilità (ciò si spiega per il fatto che, al contrario degli esseri umani, il diavolo, che era un angelo, puro spirito, non poteva essere condizionato dalla materia, nel fare le sue scelte: ed è per questo che la sua scelta iniziale, contro Dio, dovette rimanere irrevocabile e senza attenuanti; n.d.a.).

Ma, ahimè!, poveri noi se non ci accorgiamo da soli, di essere tentati in ogni nostra azione, ora dall’orgoglio, ora dalla vanità, ora dalla buona opinione che pensiamo che gli altri debbano avere di noi, ora dalla gelosia, dall’odio, dalla vendetta!

Altre volte, non è forse vero che il demonio ci presenta le immagini più sporche e più impure?

Guardate quello che succede quando preghiamo: egli trasporta la nostra attenzione da una parte all’altra; non ci sembra forse di essere addirittura in uno stato… (il santo tralascia di precisare, ma è immaginabile…n.d.a.), mentre ci troviamo alla Presenza di Dio?

E, ancor più, voi non troverete un solo santo che non sia stato tentato, dopo il peccato di Adamo, gli uni in un modo, gli altri in un altro, e i santi più grandi, sono quelli che sono stati tentati di più.

Se nostro Signore è stato tentato, lo ha fatto per mostrarci che dobbiamo esserlo anche noi e per questo, bisogna che vi poniamo, assolutamente, molta attenzione.

Se mi domandaste quale sia la causa delle nostre tentazioni, io vi risponderei che è la bontà e il valore della nostra anima, che il demonio stima e ama tanto, che acconsentirebbe a soffrire due inferni, se fosse necessario, pur di riuscire a trascinare la nostra anima nell’inferno.
(Occorre fare molta attenzione anche ai falsi maestri e predicatori, di qualunque rango, che oggi pullulano come gli avvoltoi attorno a una carcassa, dei quali il diavolo si serve, come suoi strumenti eletti, per distogliere l’attenzione sia dall’esistenza del demonio stesso, sia dalla possibilità non troppo remota, di finire all’inferno, magari esaltando a sproposito e sacrilegamente, l’infinita Misericordia di Dio, che, per poterne usufruire, esige sempre una sincera conversione; n.d.a.).

Non dobbiamo mai cessare di vegliare su noi stessi, sotto pena che il demonio ci inganni proprio nel momento in cui non ce lo aspettiamo.

San Francesco ci dice che il buon Dio gli fece vedere un giorno, la maniera in cui il demonio tentava i suoi frati, soprattutto contro la purezza.
Gli fece vedere una truppa sterminata di demoni, che non faceva altro che tirare delle frecce contro quei religiosi: alcune ritornavano indietro con violenza, contro gli stessi demoni che le avevano scagliate; allora quelli fuggivano emettendo urla spaventose; le altre rimbalzavano su coloro verso cui erano state scagliate, e cadevano ai loro piedi senza fargli alcun male; le altre penetravano con la punta del ferro e poi li trapassavano da parte a parte.

Per scacciarli bisogna servirsi, come dice sant’Antonio, delle medesime armi: quando ci tentano di orgoglio, dobbiamo subito umiliarci e abbassarci davanti a Dio; se essi vogliono tentarci contro la santa virtù della purezza, dobbiamo impegnarci a mortificare il nostro corpo e tutti i nostri sensi, ed essere ancora più vigilanti su noi stessi; se poi il demonio vuole tentarci con il disgusto durante la preghiera, bisogna pregare ancora di più, e con maggiore attenzione, e quanto più il demonio ci suggerirà di abbandonarla, tanto più noi dovremo aumentarne il numero.

Le tentazioni più temibili, sono quelle che non conosciamo.

San Gregorio ci dice che c’era un religioso il quale, per qualche tempo, era stato un buon religioso; egli concepì un forte desiderio di uscire dal monastero e di ritornare nel mondo, dicendo che il buon Dio non lo voleva in quel monastero.

Il suo superiore gli disse: «Amico mio, è il demonio che è infastidito dal fatto che tu possa salvare la tua anima: combattilo».
Ma non ci fu nulla da fare: l’altro continuò a credere di avere ragione lui.
Il santo gli diede il permesso di andarsene; ma, uscendo dal monastero, il santo si mise in ginocchio, per chiedere a Dio che facesse conoscere a quel povero religioso che era il demonio che voleva farlo perdere.

Non appena quello ebbe messo il piede sulla soglia della porta, per uscire, vide un grosso dragone che gli si avventò contro.
«Oh! fratelli miei, gridò, aiutatemi! c’è un dragone che mi vuole divorare».
Infatti, i fratelli che erano accorsi a quel grido, trovarono quel povero religioso steso per terra, mezzo morto. Allora lo riportarono nel monastero, e così quello riconobbe che era il demonio che voleva tentarlo, e che moriva di rabbia per il fatto che il superiore avesse pregato per lui, e gli avesse impedito di possederlo.

Ahimè! fratelli miei, quanto dobbiamo temere di non saper riconoscere le nostre tentazioni!
E non le riconosceremo mai, se non lo domandiamo al buon Dio.

Che cosa bisogna concludere da tutto ciò, fratelli miei, se non che bisogna che la nostra anima sia qualcosa di molto grande agli occhi dei demoni, dal momento che essi sono così attenti a non mancare una sola occasione per tentarci, per rovinarci, per trascinarci nella loro infelicità.

Ma se abbiamo visto, fratelli miei, come la nostra anima sia qualcosa di grande, quanto Dio l’ami, quanto abbia sofferto per salvarla, i beni che le prepara nell’altra vita; se abbiamo visto, nello stesso tempo, tutti gli stratagemmi e tutte le trappole che il demonio ci tende per farcela perdere, alla fine, che cosa ne pensiamo? Quale stima ne facciamo? Quale cura ne prendiamo?
Abbiamo mai concepito, fratelli miei, un solo pensiero della grandezza della nostra anima, e della cura che dobbiamo prendercene?

Che cosa ne facciamo, fratelli miei, di quest’anima, che è costata così tanto a Gesù Cristo?
Poveri noi! fratelli miei, se dovessimo concludere che ce l’abbiamo unicamente per renderla infelice e per farla soffrire!…

La consideriamo meno stimabile dei nostri più vili animali; quando questi sono nella stalla, noi diamo loro da mangiare; abbiamo cura di aprire e chiudere le porte, per paura che i ladri ce li portino via; se sono malati, andiamo a cercare il medico per curarli; siamo toccati fino in fondo al cuore, se li vediamo soffrire.

Ma, facciamo la stessa cosa per la nostra anima, fratelli miei?
Ci preoccupiamo di nutrirla con la grazia, con la frequenza dei sacramenti?
Ci preoccupiamo di chiudere bene le porte, per timore che i ladri ce la portino via?
Ahimè! fratelli miei, ammettiamolo a nostra vergogna, noi la lasciamo morire di miseria; la lasciamo lacerare dai nostri nemici, che sono le nostre passioni; lasciamo aperte tutte le porte; arriva il demonio dell’orgoglio, e noi lo lasciamo entrare, ferire e lacerare la nostra povera anima; poi arriva il demonio dell’impurità, ed entra, insozza e fa marcire questa povera anima.

«Ah! povera anima, ci dice sant’Agostino, quanto poco ti si considera: un orgoglioso, ti vende per un pensiero d’orgoglio; un avaro, per un pezzetto di terra, un ubriaco, per un bicchiere di vino, e un vendicativo, per un pensiero di vendetta!».

Infatti, fratelli miei, dove sono le nostre buone preghiere ben fatte, le nostre buone comunioni, le nostre messe ben partecipate, la nostra rassegnazione alla Volontà di Dio nelle nostre pene, la nostra carità verso i nostri nemici?

E’ mai possibile, fratelli miei, che facciamo così poco caso di un’anima tanto bella, che Dio ha amato più di Se stesso, essendo morto per salvarla?

Ahimè! noi amiamo il mondo e i piaceri del mondo, e tutto ciò che ha rapporto con la gloria di Dio o con la salvezza della nostra anima, ci annoia, ci disgusta, e se dobbiamo farlo, mormoriamo anche.
Ahimè! quale rammarico ne avremo un giorno!…

Il mondo sembra regalarci qualche piacere, ma ci sbagliamo.

Ascoltate quello che ci dice san Giovanni Crisostomo, e vedrete come vi è più grande felicità per colui che cerca di conservare la sua anima, piuttosto che per colui che cerca solo i suoi piaceri, e mette da parte la sua anima.

«Durante il sonno, ci dice questo grande santo, ho avuto un sogno straordinario che, al mio risveglio, mi ha presentato diversi spunti di riflessione davanti a Dio.

In questo sogno, ho visto un posto delizioso, una valle affascinante, nella quale la natura aveva riunito ogni bellezza, ogni ricchezza e ogni piacere capace di far gioire un mortale.

Ciò che mi stupì, fu il fatto che, in mezzo a questa valle di delizie, io scorsi un uomo dall’aria triste, con il viso alterato, e con lo spirito oppresso. Il suo contegno lasciava intravedere il turbamento e l’emozione della sua anima: ora rimaneva immobile, fissando il terreno, ora camminava a grandi passi, con aria smarrita; poi, si fermava d’un colpo, emettendo profondi sospiri e sprofondava in una grande malinconia, che sembrava prossima alla disperazione.

Considerando attentamente, mi accorsi che questa valle di delizie, sfociava in un precipizio orribile, un baratro immenso, nel quale una forza misteriosa sembrava attirarlo.

Quest’uomo, malgrado tutte quelle delizie, era agiatato, poichè a quella vista, egli non riusciva a gustare un solo attimo di gioia nè di pace.

Ma, portando oltre lo sguardo, vidi un altro luogo che era l’opposto di quello, una valle fosca e oscura, delle montagne scoscese, dei deserti aridi; soltanto l’aridità sembrava abitare in quel luogo: nessuna foglia, nessuna erba, ma solo rovi e spine. Tutto ispirava tristezza, solitudine, una sorta di orrore.

Ma la mia sorpresa raggiunse il colmo allorchè scorsi in quella valle, un uomo pallido, disfatto, estenuato, ma con un volto sereno, un contegno tranquillo e un’aria contenta; nonostante l’ambiente esterno fosse affliggente, tutto faceva presagire che quell’uomo gioiva per la pace dell’anima.

Ma, portando ancora oltre lo sguardo, io scorsi, alla fine di questa valle di miserie e di questo deserto spaventoso, un posto delizioso, un ambiente gradevole, dove si scopriva ogni genere di bellezza.
Quell’uomo considerava senza sosta quel punto di arrivo, non lo perdeva mai di vista, camminava con coraggio, passando attraverso i rovi, dove spesso si feriva, ma le sue ferite sembra che gli rigenerassero le forze.

Meravigliato per tutto ciò, domandai perchè l’uno era così triste in quel luogo di piaceri, mentre l’altro era così contento in quel luogo di miserie.
Allora intesi una voce che mi diceva: questi due uomini che tu vedi, sono immagine di coloro che sono o interamente attaccati al mondo, o sinceramente dediti al servizio di Dio.

Il mondo, mi disse quella voce, in un primo tempo, presenta ai suoi spettatori, i beni, i piaceri, ma solo apparenti. Allora ci si butta come degli insensati, ma molto presto si riconosce di non aver trovato quello che si credeva.
Ciò che è ancora più triste e più deprimente, è il fatto che, alla fine di tutto, non si trova altro che un baratro, nel quale precipitano tutti coloro che vanno per quella strada che sembrava così gradevole.

L’altro, al contrario, mi disse quella voce, sperimenta in sè tutto l’opposto: nel servizio di Dio, dapprima incontra delle prove e delle pene, come se abitasse in una valle di lacrime; bisogna mortificarsi, imporsi qualche violenza, privarsi delle dolcezze della vita, trascorrere i propri giorni nelle costrizioni.
Ma, cammin facendo, ci si rianima, alla vista e nella speranza, di un avvenire per felice per sempre.
E’ questa la parte che spetta a quell’uomo che si trova in quella valle di tristezza; ma il pensiero della felicità che egli spera, lo consola e lo sostiene nei suoi combattimenti.
Tutto, per lui, diviene fonte di consolazione; la sua anima gusta già i beni che le sono promessi e che lo attendono, e di cui ben presto gioirà».

Si potrebbe mai, fratelli miei, trovare un’immagine più efficace di questa, per farci comprendere la differenza tra colui che, durante la sua vita, cerca solo di piacere a Dio, e di salvare la sua anima, rispetto a un altro che mette da parte il suo Dio e la sua anima, per correre dietro a qualche piacere che ci condurrà, senza avere neppure gustato nulla di consolante nè di perfetto, in un precipizio, che non è nient’altro che l’abisso infernale?

Felice colui, fratelli miei, che camminerà per quella via dove si incontra qualche pena, ma di poca durata, e che, alla fine, ci conduce in un posto così felice, al possesso dello stesso Dio!
E’ la felicità che vi auguro…

 

fonte: https://jean-marievianney.blogspot.com