Le omelie del S. Curato d’Ars: la perseveranza

Le omelie del S. Curato d'Ars: la perseveranza

“Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato”(Mt 10,22)

Colui, ci dice il Salvatore del mondo, che combatterà e che persevererà fino alla fine dei suoi giorni, senza lasciarsi vincere, oppure colui che, pur essendo caduto si è rialzato e persevera, costui sarà coronato, cioè salvato.
Sono parole queste, fratelli miei, che dovrebbero farci tremare e raggelarci per lo spavento, se consideriamo da un lato, i pericoli a cui siamo esposti, e dall’altro, la nostra debolezza e il gran numero di nemici che ci circondano.

Non meravigliamoci se i più grandi santi hanno abbandonato i loro parenti e amici, i loro beni e le loro comodità, per andare, gli uni, a seppellirsi nelle foreste, gli altri a piangere nelle caverne; altri poi si sono chiusi tra quattro mura per piangervi per il resto dei loro giorni, per essere più liberi, e per sbarazzarsi di tutti i grattacapi del mondo, e occuparsi unicamente nel combattere i nemici della loro salvezza, convinti fermamente che il cielo non lo avrebbero potuto guadagnare se non con la perseveranza.
Ma, mi chieredete, cosa significa perseverare?
Amico mio, te lo spiego subito.
Significa essere pronto a sacrificare tutto: i propri beni, la propria volontà, la propria libertà e perfino la propria vita, piuttosto che dispiacere a Dio.
Ma, mi chiederete ancora, e che cosa significa non perseverare?
Ecco. Significa ricadere nei peccati che abbiamo già confessati, seguire le cattive compagnie che ci hanno condotto al peccato, che è la più grande di tutte le disgrazie, perché ci fa perdere il nostro Dio, anzi, attirandoci contro tutta la sua collera, strappa la nostra anima dal cielo per trascinarla nell’inferno.
Piaccia a Dio che i cristiani che hanno la felicità di riconciliarsi con Dio nel sacramento della Penitenza, lo comprendano bene!
E per schiarirvi meglio le idee, vi mostrerò i mezzi che dovete usare per perseverare nella grazia che avete ricevuto nel tempo santo della Pasqua.
I mezzi principali che io scorgo sono cinque: la fedeltà nel seguire i movimenti della grazia di Dio, la fuga dalle cattive compagnie, la preghiera, la frequenza dei sacramenti e, infine, la mortificazione.

Oggi davvero potreste dire che quello che state per ascoltare non vi riguarda affatto, almeno a un buon terzo di voi. (Il ragionamento che il santo fa è ironico e vuol dire che per almeno un terzo dei parrocchiani, l’esortazione a perseverare potrebbe essere intesa nel senso di continuare a fare il male che già stanno facendo!… n.d.t.).
Io, parlare a voi della perseveranza! (visto che siete nel peccato…n.d.t.).
Ma allora sono un falso pastore, son venuto a lavorare soltanto alla vostra perdita!
Bisognerebbe dire, allora, che il demonio si sta servendo di me per accellerare la vostra condanna!
Quindi, io starei facendo tutto il contrario di ciò che il buon Dio mi comanda di fare: Lui mi manda in mezzo a voi per salvarvi, mentre la mia unica preoccupazione sarebbe quella di condurvi negli abissi dell’inferno!
Sarei proprio io il crudele carnefice delle vostre anime!
Mio Dio! che sciagura! Io, parlare a voi della perseveranza! (col rischio, intende dire il santo, di essere frainteso, come se vi invitassi a restare dove siete, cioè fuori dalla strada giusta, n.d.t.).
No! questo linguaggio conviene solo a coloro che hanno abbandonato del tutto il peccato, e che hanno preso la risoluzione di perdere mille vite, piuttosto che commettere di nuovo il peccato; ma dire a un peccatore di perseverare nella sua vita disordinata!…

O mio Dio! sarei la più sciagurata creatura che la terra abbia mai sopportato!
No, no, non è così che dovrei parlarvi. Ma piuttosto, smetti, amico mio, cessa di perseverare nello stato deplorevole in cui ti trovi, se non vuoi dannarti l’anima!
Io, dire a questo tale che da tanti anni non celebra la Pasqua o che la celebra male, di perseverare!

No, no, amico mio, se tu perseveri sei perduto! mai più cielo per te!
Io, dire a quest’altro tale che si accontenta di fare le pasque a modo suo, di perseverare! Ma no sarebbe come mettergli una benda sugli occhi e trascinarlo nell’inferno!
Io, dire a questi padri e madri che fanno le loro pasque, e poi allentano le redini con i loro figli, di perseverare! Ah! no, no, non voglio essere il carnefice della loro povera anima!
Io, dire di perseverare, a queste giovani donne che hanno fatto le loro pasque con il pensiero e il desiderio di ritornare nei balli e nei piaceri!
Oh! maledetto me! o orrore! o abominazione! o catena di crimini e di sacrilegi!
Io, dire di perseverare a queste persone che frequentano a stento cinque o sei volte all’anno i sacramenti, e che non lasciano intravedere nessun cambiamento nel loro modo di vivere: stesse lamentele nelle loro pene, stessi impeti d’ira, stessa avarizia, stessa insensibilità verso i poveri, sempre occupate a calunniare e a nuocere alla reputazione del loro prossimo!…
O mio Dio! quanti cristiani ciechi e che si sono venduti alla malvagità!
Io, dire di perseverare a questi altri che, senza alcun disagio, o per rispetto umano, mangiano carne nei giorni proibiti e lavorano senza alcuno scrupolo nel santo giorno di Domenica!
O mio Dio! che disgrazia! A chi mi sto rivolgendo?
Non ci capisco nulla!…
Ah! no, no, fratelli miei, non è affatto sulla perseveranza nella grazia che avrei dovuto parlarvi oggi!
Ah! piuttosto, avrei dovuto dipingere davanti ai vostri occhi lo stato terribile e disperato di un peccatore che non ha per nulla celebrato le pasque o che le ha celebrate male, e che persevera in questo stato.
Ah! piacesse a Dio che mi fosse permesso di disegnare davanti ai vostri occhi la disperazione di un peccatore citato dinanzi al tribunale del suo Giudice, le cui mani sono piene di folgori e di lampi, e di farvi comprendere quei torrenti di maledizioni: “Va’, maledetto dannato, va’ peccatore incallito, vai a piangere la tua vita criminale e i tuoi sacrilegi.

Oh! non è ancora sufficiente essere marcito nei peccati per tutta la vita…”.
Bisognerebbe trascinarli fino alle porte dell’inferno, prima che il demonio ve li precipiti per non farli uscire mai più, bisognerebbe far loro ascoltare le grida e gli urli di dolore di questi maledetti dannati e mostrare a ciascuno di loro il posto che gli è stato riservato.
O mio Dio! potrebbero essi continuare a vivere?
Un cielo perduto per sempre… Un inferno… una eternità… Hanno disprezzato, profanato le sofferenze…, pensate un po’, nientemeno che le sofferenze e la morte di un Dio!…
Ecco la ricompensa della perseveranza nel peccato; sì, è questo il tema che avrei dovuto trattare oggi, piuttosto che parlarvi della perseveranza (nel bene), che suppone un’anima che teme più il peccato della stessa morte, che trascorre i suoi giorni immersa nell’amore del suo Dio; un’anima, dico, che si è spogliata di qualunque affetto terreno, il cui unico desiderio è rivolto verso il cielo…
Ebbene, dove volete che io vada?
Dove potrei, dunque, trovarla un’anima così?!
Ah! dove sta? Dov’è il paese che è così fortunato da ospitarla?
Ahimè! non l’ho ancora trovata, o meglio, non ne trovo quasi nessuna.
O Dio mio! forse tu ne vedi qualcuna che io non conosco!
Mi accingo allora a parlare come se fossi certo che ce ne sia almeno una o due (anime di tal genere), per mostrare loro i mezzi che devono impiegare per continuare sulla strada felice che esse hanno intrapreso.
Ascoltate bene, anime sante, nel caso che ce ne siano fra coloro che mi ascoltano, ciò che Dio vi dirà per bocca mia.

Io affermo dunque, per prima cosa, che il primo mezzo per perseverare nel cammino che conduce al cielo, è quello di essere fedele nel seguire e nell’approfittare dei movimenti della grazia che Dio ci accorda di volta in volta.
Tutti i santi sono debitori della loro felicità esclusivamente alla la loro fedeltà nel seguire i movimenti che lo Spirito Santo ha operato in essi; mentre i dannati non possono attribuire la loro infelicità se non al disprezzo che ne hanno fatto.
Già questo soltanto sarebbe sufficiente per farvi sentire tutto il valore e la necessità di essergli fedeli.
Ma voi forse mi chiererete, come, con quale mezzo possiamo conoscere se noi corrispondiamo a ciò che la grazia vuole da noi, o se invece resistiamo ad essa?
Se non lo sapete, ascoltatemi un istante e conoscerete il mezzo più essenziale.
Affermo anzitutto che la grazia è un pensiero che ci fa sentire la necessità di evitare il male e di fare il bene.
Entriamo in qualche dettaglio familiare per farvi meglio comprendere, e vedrete da voi stessi quando vi opponete alla grazia e quando invece le siete fedeli.
Al mattino, quando vi svegliate, il buon Dio vi suggerisce il pensiero di donargli il vostro cuore, di offrirgli il vostro lavoro, di fare la vostra preghiera subito e in ginocchio; se voi la fate subito, di buon animo, seguirete il movimento della grazia; ma, se non la fate, oppure se la fate male, non l’avete seguito.
A un tratto, sentite in voi il desiderio di andarvi a confessare e di correggervi dai vostri difetti, di non restare più come siete; vi passa per la mente che, se doveste morire così, sareste dannati.

Se voi seguite queste buone ispirazioni che il buon Dio vi dona, siete fedeli alla grazia. Ma voi forse lasciate passare tutto, senza fare nulla…
Vi viene il pensiero di fare qualche elemosina, qualche penitenza, di andare a messa nei giorni feriali, di mandarci i vostri domestici, ma poi non lo fate.
Ecco, fratelli miei, che significa seguire la grazia o resistere ad essa.
Fin qui abbiamo parlato di quelle che sono chiamate grazie interiori.
Per quanto riguarda quelle che sono chiamate grazie esteriori, esse consistono, per esempio, in qualche buona lettura, in qualche conversazione avuta con qualche persona saggia, che vi abbia fatto sentire la necessità di cambiare vita, di servire meglio il buon Dio, di sfuggire al rimpianto che avreste nell’ora della morte.
Le grazie esteriori, consistono anche nei buoni esempi che vi capitano davanti agli occhi e che sembrano recarvi il salutare tormento della conversione; consistono, infine, in una istruzione che vi insegna quali sono i mezzi che occorre usare per servire Dio e adempiere i vostri doveri verso di lui, verso voi stessi e verso il vostro prossimo.
Da queste occasioni dipende la vostra salvezza o la vostra condanna, perciò fate molta attenzione.

I santi si sono santificati non per altro che per aver fatto grande attenzione a seguire tutte le buone ispirazioni che il buon Dio inviava loro, e i dannati non per altro sono caduti nell’inferno, se non per averle disprezzate. Ve ne darò subito la prova.
Vediamo nel Vangelo che tutte le conversioni che Gesù Cristo ha operato durante la sua vita, hanno avuto bisogno del sostegno della perseveranza.
Da che cosa sappiamo, fratelli miei, che san Pietro si è convertito?
Sta scritto chiaramente che Gesù Cristo lo fissò, che san Pietro pianse il suo peccato, ma cosa ci dà la certezza della sua conversione, se non il fatto che abbia perseverato nella grazia, e che non abbia più peccato?
E san Matteo, come si è convertito?
Sappiamo bene che Gesù Cristo, avendolo visto nel suo ufficio (di esattore delle tasse), gli dice di seguirlo, e sappiamo che quello lo seguì, ma ciò che ci rende certi che la sua conversione è stata sincera, è il fatto che egli non rientrò più nel suo ufficio, che non commise più ingiustizie. E’ il fatto che, dopo aver cominciato a seguire Gesù Cristo, non lo abbandonò più. La perseveranza nella grazia, la rinuncia definitiva al peccato, furono il marchio più sicuro della sua conversione.
Sì, fratelli miei, anche se foste vissuti venti o trent’anni nella virtù e nella penitenza, se non perseverate, per voi tutto è perduto.
Sì, disse un santo vescovo al suo popolo, anche se aveste donato tutti i vostri beni ai poveri, anche se aveste lacerato il vostro corpo fino a insanguinarlo tutto, se aveste perfino sofferto da soli tutte le pene dei martiri messe insieme, se foste stati scorticati come san Bartolomeo, segati fra due tavole come il profeta Isaia, arsi a fuoco lento come un san Lorenzo, se tuttavia per disgrazia, voi foste privi della perseveranza, cioè, se doveste ricadere nel peccato che avete già confessato, tutto sarebbe perduto per voi, se la morte vi cogliesse in quello stato.
Chi di noi si salverà?
Forse chi avrà combattuto per quaranta o sessant’anni?
No, fratelli miei.

Forse colui che avrà raggiunto i capelli bianchi nel servizio di Dio?
No, fratelli miei, se manca di perseveranza.
Pensate a Salomone, di cui lo Spirito Santo dice che fu il più saggio fra i re della terra; egli sembrava dover essere certo della sua salvezza, invece ci lascia molto incerti su questo punto.
Saulo ci presenta un immagine ancora più tremenda.
Scelto da Dio, addirittura per regnare sul suo popolo, ricolmo di tanti benefici, poi però muore da condannato.
“Ah! sciagurato! ci dice san Giovanni Crisostomo, stai attento, dopo aver ricevuto la grazia di Dio, a non disprezzarla”.
Ah! io tremo quando considero con quale facilità il peccatore ricade facilmente nel peccato già confessato; come oserà mai domandare di nuovo perdono?
Sì, fratelli miei, vi sarebbe sufficiente, con l’aiuto della grazia, per non ricadere mai più nel peccato, confrontare lo stato infelice in cui il peccato vi ha ridotto, con quello in cui la grazia vi ha rimesso.
Sì, fratelli miei, un’anima che ripiomba nel peccato, consegna il suo Dio al demonio, diviene suo (di Dio!…) carnefice, e lo crocifigge sulla croce del suo cuore.
E’ come se strappasse la sua anima dalle mani del suo Dio, la trascinasse nell’inferno, la consegnasse a tutto il furore e alla rabbia dei demoni, le chiudesse il cielo, e rivolgesse a sua condanna tutte le sofferenze del suo Dio.
Ah! Dio mio, chi potrebbe commettere di nuovo il peccato, se si facessero tutte queste riflessioni?
Ascoltate, fratelli miei, queste terribili parole del Salvatore: “Colui che avrà combattuto fino alla fine, sarà salvato”.
Per questo, tremiamo, noi che cadiamo a ogni istante!
Non ci sarà mai cielo per noi, se non saremo più stabili di quanto lo siamo stati fino ad ora.
Ma non è ancora tutto: le vostre confessioni, sono state ben fatte? Perché, (in caso contrario), potreste perseverare nella pratica della virtù ed essere condannati (ugualmente).

Avete preso tutte le precauzioni che dovreste prendere, per fare bene sia la confessione che la comunione?
Avete esaminato per bene la vostra coscienza, prima di accostarvi al tribunale della Penitenza?
Avete manifestato tutti i vostri peccati, così come voi li conoscete, senza trovare scuse del tipo: questa cosa non è male, non fa nulla, oppure, la confesserò un’altra volta?
Avete la vera contrizione per i peccati commessi?
L’avete chiesta a Dio uscendo dal confessionale?
Avreste preferito la morte, piuttosto che ricadere nei
peccati che avete già confessato?
Avete preso la più ferma risoluzione di non rivedere mai più le persone con le quali avete commesso il male?
Siete disposti a testimoniare al buon Dio che se doveste ancora offenderlo, preferireste piuttosto che vi facesse morire prima?
E tuttavia, quand’anche vi trovaste in tutte queste disposizioni interiori, tremate sempre, vivete come se vi trovaste tra la disperazione (o forse la diffidenza verso se stessi ?…) e la speranza (nell’aiuto di Dio).
Se oggi siete nell’amicizia con Dio, tremate al pensiero che, forse, domani sarete nell’odio verso di lui e condannati.
Ascoltate san Paolo, questo vaso di elezione, che era stato scelto da Dio per portare il suo Nome davanti ai principi e ai re della terra, che ha condotto tante anime a Dio, i cui occhi si turbavano a ogni istante per l’abbondanza delle lacrime che spandeva; egli gridava ad ogni momento: “Ahimè! non smetto di trattare duramente il mio corpo e di ridurlo in servitù, per paura che, dopo aver predicato agli altri e mostrato loro i mezzi per andare al cielo, non ne sia io stesso cacciato e condannato”.

In un altro passo, sembra avere maggiore fiducia; ma su cosa si basa questa fiducia? “Sì, Dio mio, egli grida, sono come una vittima pronta per essere immolata, ben presto il mio corpo e la mia anima saranno separati, lo so che non vivrò ancora a lungo; ma tutta la mia fiducia è riposta nell’aver seguito i movimenti che la grazia di Dio mi ha donati.
Da quando ho avuto la fortuna di convertirmi, ho condotto a Dio quante più anime ho potuto, ho combattuto sempre, ho fatto guerra continua al mio corpo.
Ah! quante volte ho chiesto a Dio la grazia di disfarmi di questo corpo miserabile che sempre tendeva verso il male; infine, grazie al mio Dio, vado a ricevere la ricompensa di colui che ha combattuto e perseverato sino alla fine”.
O mio Dio! quanto pochi sono quelli che perseverano, e di conseguenza, quanto pochi si salvano!
Leggiamo nella vita di san Gregorio, che una signora romana gli scrisse per chiedergli l’aiuto delle sue preghiere, affinchè Dio le facesse conoscere se i suoi peccati le erano stati perdonati, e se, un giorno, ella avrebbe ricevuto la ricompensa delle sue buone opere.
“Ah! diceva quella, tremo per timore che Dio non mi abbia perdonata!”.
Ahimè! le rispose san Gregorio, mi chiedete una cosa troppo difficile; tuttavia vi dirò che potete sperare che Dio vi perdonerà e che andrete in cielo se persevererete; al contrario, nonostante tutto il bene che avete fatto, sarete dannata, se non avrete perseverato”.
Ahimè! quante volte anche noi parliamo allo stesso modo, tormentandoci per sapere se saremo dannati o se ci salveremo!
Sono tutti pensieri inutili, fratelli miei!

Ascoltiamo Mosè che, essendo sul punto di morire, radunò le dodici tribù d’Israele: “Voi sapete, disse loro, che vi ho amati teneramente, che non ho cercato altro che la vostra salvezza e il vostro bene; adesso che vado a rendere conto a Dio di ogni mia azione, devo avvertirvi, devo incitarvi a non dimenticare mai ciò: servite il Signore fedelmente, ricordate tutte le grazie di cui vi ha colmato; costi quello che costi, non separatevi mai da lui.
Avrete nemici che vi perseguiteranno, e che faranno tutto quello che potranno per indurvi ad abbandonarlo; ma fatevi coraggio, sarete sicuri di vincerli se sarete fedeli a Dio”.
Ahimè! fratelli miei, le grazie che il buon Dio accorda a noi (nell’economia del Nuovo Testamento) sono molto più numerose, e i nemici che ci circondano sono molto più potenti.
Voglio dire che essi non avevano ricevuto che qualche bene temporale e la manna; ma noi abbiamo avuto la fortuna di ricevere il perdono dei nostri peccati, di essere strappati dall’inferno e di essere nutriti non con la manna, ma con il Corpo e con il Sangue adorabile di Gesù Cristo!…
O mio Dio! che felicità!..(segue una frase dal senso poco chiaro). O quanto pochi sono quelli che perseverano, perché temono di combattere!
Leggiamo nella storia, che un santo prete incontrò un giorno un cristiano, che era nella continua apprensione di cedere alla tentazione.
“Perché temi? gli disse il prete”.

Ahimè! padre mio, gli risponde, temo di essere tentato, di cedere e di perire. Ah! gridava piangendo, non ho forse ragione di temere, dal momento che tanti milioni di angeli sono decaduti nel cielo, che Adamo ed Eva sono stati vinti nel paradiso terrestre, che Salomone, che era considerato il più saggio dei re, e che era giunto al più alto grado di perfezione, ha sporcato i suoi capelli bianchi con i crimini più vergognosi e più disonoranti; lui che aveva ricevuto l’ammirazione del mondo intero, ne divenne l’orrore e l’abominazione.
Non ho forse ragione di temere, se considero che Giuda ha ceduto alla tentazione, pur essendo in compagnia di Gesù Cristo in persona?
Se tante brillanti luci si sono spente, che devo pensare di me stesso, che non sono altro che peccato?
Chi potrebbe contare il gran numero di anime che si trovano nell’inferno, e che, senza le tentazioni sarebbero nel cielo?

O Dio mio, gridava, come si può sperare di perseverare fra tanti timori?
Ma, amico mio, gli disse il santo prete, non sai ciò che ci dice sant’Agostino, e cioè che il demonio è come un grosso cane legato alla catena, che abbaia e fa un gran fracasso, ma non morde se non colui che gli si avvicina troppo?
Abbi fiducia in Dio, fuggi le occasioni del peccato, e non cadrai mai.
Se Eva non avesse ascoltato il demonio, se avesse preso la fuga non appena ebbe sentito che quello le parlava di trasgredire i comandamenti di Dio, ella non sarebbe caduta.
Non appena sei tentato, respingi subito la tentazione, e, se puoi, fai subito il segno di croce, e pensa ai tormenti che subiscono i dannati, per non aver saputo resistere alla tentazione.
Alza gli occhi al cielo e vedrai la ricompensa di colui che combatte; chiama in tuo aiuto il tuo buon angelo, gettati prontamente fra le braccia della Madre di Dio, implorando la sua protezione; e così sarai sicuro di essere vittorioso dei tuoi nemici, e li vedrai ben presto coperti di confusione.
Se soccombiamo alla tentazione, fratelli miei, è solo perché non vogliamo usare i mezzi che il buon Dio ci offre per combattere.
Occorre, anzitutto, essere convinti che, con le nostre sole forze, non possiamo fare altro che perdere; ma con una grande fiducia in Dio, noi possiamo tutto.
Vedete san Filippo Neri, il quale spesso diceva a Dio: “Ahimè! Signore, tienimi bene, perché io sono tanto cattivo che mi sembra che ad ogni istante sto per tradirti; sono sì piccola cosa che, perfino quando esco per compiere una buona azione, dico a me stesso: Tu esci cristiano ma forse ritornerai pagano, dopo aver rinnegato il tuo Dio”.
Un giorno, credendosi solo in un deserto, si mise a gridare: “Ahimè! sono perduto, sono dannato!”.
Ma qualcuno lo sentì e venne da lui, dicendogli: “Amico mio, disperi forse della misericordia di Dio? Forse che quella non è infinita?”.
“Ahimè! gli rispose questo grande santo, io non dispero affatto, al contrario, ci spero molto; ma io dico che sono perduto e dannato se Dio mi abbandona a me stesso.

Quando considero il gran numero di persone che hanno perseverato fino alla fine, ma che poi si sono perdute per una sola tentazione: ecco ciò che mi fa tremare notte e giorno, nel timore di essere nel numero di questi infelici”.
Ahimè! fratelli miei, se tutti i santi hanno tremato per tutta la loro vita, per paura di non perseverare, che ne sarà di noi che, privi di virtù, senza quasi alcuna fiducia in Dio, carichi di peccati, non siamo per nulla attenti a non lasciarci infilzare nelle trappole che il demonio ci tende?
Noi che camminiamo come ciechi in mezzo ai più grandi pericoli, che dormiamo tranquillamente in mezzo a una folla di nemici, accaniti al massimo per farci perdere!
Ma, mi direte voi, cosa bisogna fare per non soccombere?
Amico mio, ti rispondo subito: bisogna fuggire le occasioni che ci hanno fatto cadere le altre volte; fare ricorso senza tregua alla preghiera, e, infine, frequentare spesso e degnamente i sacramenti.
Se farete così, se seguirete questa strada, siete sicuri di perseverare; ma se non prendete queste precauzioni, avrete un bel da fare a ricorrere a tutte le altre misure: non potrete evitare di perdervi.
In secondo luogo, io dico che voi dovete fuggire il mondo più che potete, poiché il suo linguaggio e il suo modo di vivere sono completamente opposti a ciò che deve fare un buon cristiano, cioè una persona che cerca i mezzi più sicuri per andare in cielo.

Chiedete a santa Maria Egizia, che lasciò il mondo e trascorse la sua vita nel mezzo di uno spaventoso deserto; ella vi risponderà che è impossibile poter salvare la propria anima e piacere a Dio se non si fugge il mondo; poiché dappertutto si trovano trappole e insidie; e dal momento che il mondo è contrario a Dio, bisogna assolutamente disprezzarlo e abbandonarlo per sempre.
Ditemi: quando mai vi è capitato di ascoltare cattive canzoni, o le proposte più infami, che vi hanno procurato un’infinità di cattivi pensieri e di cattivi desideri? Non è stato forse allorchè vi siete trovati in compagnia di gente dai facili costumi?
Quando siete stati indotti a fare giuramenti temerari? Non è stato forse sentendo sparlare del prossimo in compagnia di gente che mormorava?
Chi vi ha fatto prendere l’abitudine di fare sguardi o contatti abominevoli su voi stessi o su altri? Non è stato forse dopo aver frequentato gente impudica?
Qual è il motivo per cui non frequentate più i sacramenti? Non è forse perché vi siete accompagnati con quella persona empia, che ha cercato di farvi perdere la fede, affermando che tutto ciò che il prete vi diceva, erano solo sciocchezze; che la religione serve solo a intrattenere i giovani; che ci si comporta da imbecilli, andando a raccontare a un uomo ciò che si è fatto; e che coloro che sono più colti si fanno beffe di tutto ciò?
Almeno fino alla morte, perché poi ammettono di essersi sbagliati.
Ebbene, amico mio, senza queste cattive compagnie, ti troveresti fra tanti dubbi?
No, di certo.
E tu dimmi, sorella mia, da quando in qua hai preso tanto gusto ai piaceri, alle danze, ai balli, agli appuntamenti, agli abbigliamenti mondani? Non è stato forse da quando hai cominciato a frequentare quella giovane di bassi costumi, che, non essendo ancora contenta per aver perso la propria anima, ha cercato di farti perdere anche la tua?
Dimmi, amico mio, da quanto tempo frequenti gli spettacoli e i divertimenti? Non è forse dall’istante in cui hai conosciuto quel tale debosciato?
Dimmi, da quando ti si sente vomitare ogni sorta di giuramenti e di maledizioni? Non forse da quando fai l’apprendistato presso quel maestro, la cui bocca e la cui gola non sono altro che un canale di fogna?

Sì, fratelli miei, nel giorno del giudizio, ogni libertino vedrà l’altro libertino come lui, chiedergli conto della sua anima, del suo Dio e del suo Paradiso.
Ah! maledetti, si diranno gli uni agli altri, restituiscimi la mia anima che mi hai fatto perdere, e rendimi il cielo che mi hai rapito!
Maledetto! dov’è la mia anima? Strappala dunque all’inferno, dove mi vuoi gettare.
Ah! senza di te non avrei commesso quel peccato che ora mi è causa di condanna. No, no, non l’avrei mai conosciuto; no, no, non avrei mai avuto questo pensiero; ah! che bel cielo mi hai fatto perdere! Addio, bel cielo che tu mi hai rapito!”.
Sì, ogni peccatore si scaglierà contro colui che gli ha dato il cattivo esempio, e che lo ha indotto per primo a peccare.
“Ah! gli dirà, piacesse a Dio che non ti avessi mai incontrato! Ah! almeno fossi morto prima di vederti! Ormai andrò all’inferno e non ne uscirò mai più!… Addio, bel cielo, ti ho perso per cose da nulla!…”.
No, fratelli miei, no, voi non riuscirete mai ad essere perseveranti nella virtù, se non fuggirete le compagnie del mondo; avrete un bel dire che volete salvarvi, non sfuggirete affatto alla condanna.
O l’inferno, o la fuga (dal mondo); non c’è via di mezzo. Scegliete quale delle due volete prendere.
Dove c’è una giovane o un giovane che seguono i loro piaceri, lì c’è un giovane o una giovane dannati…
Avrete un bel dire che non fate nulla di male, e che forse io sono troppo pignolo. Io vi assicuro che certamente andrete a finire là, che un giorno vi troverete nell’inferno, se non vi affrettate a cambiare; non soltanto lo vedrete, ma, ciò che è peggio, lo sentirete!
Stendiamo un velo su ciò, fratelli miei, e passiamo a un altro argomento.
Affermo, in terzo luogo, che la preghiera è assolutamente necessaria per avere la felicità di perseverare nella grazia di Dio, dopo averla riacquistata nel sacramento della Penitenza.

Con la preghiera voi potete tutto, voi siete, per così dire, padroni della volontà di Dio, se posso osare di esprimermi così.
Viceversa, senza la preghiera, non sarete capaci di fare nulla, e questo è sufficiente a dimostrarvi la necessità della preghiera.
Tutti i santi hanno iniziato con la preghiera la loro conversione, e con la preghiera hanno ottenuto la perseveranza.
Al contrario, tutti i dannati si sono persi per la loro negligenza nella preghiera.
Affermo dunque che la preghiera ci è assolutamente necessaria per perseverare.
Ma è necessario distinguere: non una preghiera fatta dormendo, appoggiati a una sedia, o stesi sul letto; non una preghiera fatta mentre ci si veste o ci si spoglia, o mentre si cammina; non una preghiera fatta sistemando la legna sul fuoco, o sgridando i propri figli e i propri domestici; non una preghiera fatta voltando e rivoltando tra le mani il proprio cappello o il proprio berretto; non una preghiera fatta mentre si baciano i propri figli, o mentre si rassetta il fazzoletto o il grembiule; non una preghiera fatta lasciando che il proprio spirito sia occupato da qualche altra cosa; non una preghiera che facciamo in tutta fretta, come una cosa noiosa, di cui non vediamo l’ora di sbarazzarci: tutto questo non è più una preghiera, ma un insulto che facciamo a Dio.
Ben lungi dall’essere il mezzo per garantirci di non ricadere nel peccato, questa preghiera è di per se stessa un occasione di caduta, perché, invece di ottenere un livello più elevato di grazia, Dio ci ritira quella che già ci aveva concesso, come punizione per aver disprezzato la sua presenza.
Al posto di indebolire i nostri nemici, così noi li rafforziamo; invece di sottrarre loro le armi che avevano per combatterci, noi gliene forniamo delle altre; invece di piegare la giustizia di Dio, noi lo irritiamo di più!
Ecco, fratelli miei, il profitto che facciamo e che ricaviamo da questo tipo di preghiera.
Al contrario, la preghiera di cui vi parlo, quella che è tanto potente presso Dio, quella che attira su di noi tante grazie, che sembra quasi tenere legata la volontà di Dio, che sembra, per così dire, costringerlo ad accordarci quello che gli chiediamo, è quella preghiera fatta, in un certo senso, tra la disperazione e la speranza.
Parlo di disperazione, nel senso che dobbiamo considerare la nostra indegnità per il disprezzo che abbiamo avuto verso Dio e la sua grazia, riconoscendoci indegni di comparire davanti a lui e di osare chiedergli perdono, noi che già tante volte questo perdono lo abbiamo ricevuto, e sempre lo abbiamo ripagato con l’ingratitudine.
E questo ci deve portare, ad ogni istante della nostra vita, a credere che la terra stia per spalancarsi sotto i nostri piedi, che tutti i fulmini del cielo sono pronti a colpirci, e che tutte le creature gridino vendetta alla vista degli oltraggi che abbiamo rivolto al loro Creatore. Allora, tutti tremanti davanti a lui, attendiamo per sapere se Dio scaglierà la sua folgore per colpirci, o se invece vorrà perdonarci ancora una volta.
Con il cuore infranto dal rimorso per aver offeso un Dio così buono, lasciamo colare lacrime di pentimento e di riconoscenza; il nostro cuore e il nostro spirito siano completamente inabissati nelle profondità del nostro nulla e della grandezza di colui che abbiamo oltraggiato e che ci lascia ancora una speranza di perdono.
Ben lontani dal considerare il tempo della preghiera come tempo perso, noi lo valutiamo come il tempo più felice e più prezioso di tutta la nostra vita, poiché un cristiano, peccatore, non deve avere in questo mondo altra occupazione, che quella di piangere i suoi peccati ai piedi del suo Dio.

Ben lungi dal dare la precedenza ai suoi affari materiali, preferendoli alla propria salvezza, il cristiano li considera piuttosto come un nulla, anzi, come ostacoli per la propria salvezza, non concede loro nessuna cura o attenzione, se non nella misura in cui Dio glielo comanda, ben convinto che, se non li fa lui, un altro li farà, mentre se non avrà la fortuna di ottenere la grazia e il favore di Dio, per lui tutto è perduto e nessuno farà niente per lui.
Quando un tale cristiano smette di pregare, lo fa con la più grande pena, neppure si accorge del tempo che trascorre alla presenza di Dio, oppure quel tempo passa come un lampo; quando poi il suo corpo lascia la presenza di Dio, il suo cuore e il suo spirito restano per sempre davanti ad essa. Durante la preghiera non esiste più né il lavoro, né coricarsi sulla sedia o sul letto…

Come dicevo prima, un cristiano deve trovarsi tra la disperazione e la speranza.
Riguardo alla speranza, voglio dire che egli deve rappresentarsi davanti agli occhi, la grandezza della misericordia di Dio, il desiderio che Egli nutre, di renderci felici, tutto ciò che ha fatto per meritarci il cielo.
Animati da un pensiero così consolante, noi ci rivolgiamo a lui con una grande confidenza, dicendo con san Bernardo: “Dio mio, quello che ti domando non l’ho meritato, ma tu l’hai meritato per me. Se me lo concedi, è solo perché sei buono e misericordioso”.
Una volta che è immerso in questi sentimenti, cosa fa un cristiano? Ecco: penetrato dalla più viva riconoscenza, egli prende la più ferma decisione di non oltraggiare mai più il suo Dio, che gli ha accordato il suo perdono.

Ecco, fratelli miei, la preghiera a cui mi riferisco, che ci è assolutamente necessaria per ricevere il perdono e il dono prezioso della perseveranza.
In quarto luogo, abbiamo detto che dobbiamo aggiungere la frequenza dei sacramenti, per avere la felicità di conservare la grazia di Dio.
Un cristiano che fa un santo uso della preghiera e dei sacramenti, è tanto temibile per il demonio, quanto un dragone a cavallo, con gli occhi scintillanti, armato di corazza, di sciabola e di pistola, mentre il suo nemico è disarmato: la sua sola presenza lo rovescia a terra e lo mette in fuga.
Ma se discende da cavallo e abbandona le sue armi, subito il suo nemico gli piomba addosso, lo calpesta sotto i piedi e se ne impadronisce; mentre quando era armato la sua sola presenza sembrava annientare il nemico.
E’ questa un’immagine suggestiva di un cristiano che è fornito delle armi della preghiera e dei sacramenti.

Sì, sì, un cristiano che prega e che frequenta i sacramenti con le disposizioni necessarie, è più temibile per il demonio di questo dragone di cui vi ho appena parlato. (Si tenga presente che nell’esempio il drago era simbolo non del diavolo ma del cristiano armato di preghiera).
Che cos’era che rendeva sant’Antonio (abate) così terribile per le potenze dell’inferno, se non la preghiera?
Ascoltate come gli parlava un giorno il demonio: gli chiedeva perché lo facesse tanto soffrire, e gli fosse così crudele nemico.
Sant’Antonio gli rispose: “Ah! sei ben poca cosa, se io che sono solo un povero solitario che non riesco neppure a reggermi in piedi, riesco a metterti in fuga con un semplice segno di croce”.
Vedete ancora ciò che il demonio disse a santa Teresa, cioè che per il grande amore che ella aveva per Dio e perché frequentava i sacramenti, egli non riusciva neppure a respirare passando dove lei era prima passata.
E perché? Perché i sacramenti ci danno tanta forza per perseverare nella grazia di Dio, che non si è mai visto un santo che si sia allontanato dai sacramenti, perseverare nell’amicizia con Dio; e inoltre, nei sacramenti essi hanno trovato tutta la forza per non lasciarsi vincere dal demonio.

Ed eccone la ragione: quando preghiamo, Dio ci manda qualche amico, ci invia un santo o un angelo per consolarci, come fece con Agar, la serva di Abramo, con il casto Giuseppe, mentre era in prigione, e ugualmente con san Pietro…; egli ci fa sentire con maggiore abbondanza la sua grazia, per fortificarci e per incoraggiarci.
Nei sacramenti, poi, non è un santo o un angelo, ma è lui stesso che viene con i suoi fulmini, per annientare il nostro nemico.
Il demonio, vedendolo nel nostro cuore, si butta come un disperato negli abissi. Ecco perché il demonio fa tutto quello che può per allontanarcene (dai sacramenti), e per farceli profanare.
Sì, fratelli miei, dal momento in cui una persona frequenta i sacramenti, il demonio perde tutta la sua potenza.
Tuttavia bisogna distinguere bene: parliamo di coloro che li frequentano con le disposizioni necessarie, che hanno davvero in orrore il peccato, che usano tutti i mezzi che Dio ci dona per non ricaderci più e per trarre profitto delle grazie che ci fa.

Non parlo affatto, invece, di coloro che si confessano oggi e che domani ricadono nel loro errore; non voglio parlare di coloro che si accusano dei loro peccati con tanto poco rimorso e pentimento, come se facessero il racconto di una piacevole storia, né di coloro che non vi premettono nessuna o quasi nessuna preparazione, che andranno a confessarsi, forse, senza nemmeno esaminarsi, che diranno la prima cosa che viene loro in mente.
Questi, poi, si avvicineranno alla tavola santa, senza aver sondato le pieghe recondite del loro cuore, senza aver chiesto la grazia di riconoscere i propri peccati e provarne il dovuto dolore, senza aver preso nessuna risoluzione di non più peccare.
No, no, così facendo lavorano soltanto per la loro stessa perdita.
Invece di combattere contro il demonio, essi si schierano dalla sua parte, e si sprofondano da se stessi nell’inferno.
No, no, non è di costoro che voglio parlarvi.
Se tutti coloro che frequentano i sacramenti, sebbene siano pochi, avessero le giuste disposizioni, il numero di quelli che si salvano sarebbe assai superiore a ciò che è.
Mi voglio riferire, invece, a coloro che escono, sia dal tribunale della Penitenza, sia dalla tavola santa, per comparire con grande fiducia davanti al tribunale di Dio, senza timore di essere condannati per non essersi preparati adeguatamente alle loro confessioni o comunioni.

O mio Dio! quanto sono rari questi ultimi, quanti cristiani si sono perduti in questo modo!
In quinto luogo, affermo che per godere la felicità di conservare la grazia che abbiamo ricevuto nel sacramento della Penitenza, dobbiamo praticare la mortificazione: è questo il cammino che tutti i santi hanno seguito.
O castigate questo corpo di peccato, o non resisterete a lungo senza cadere.
Vedete il santo re Davide: per ottenere dal buon Dio la grazia di perseverare, castigò il suo corpo per tutta la vita.Vedete anche san Paolo che vi dice di aver trattato il suo corpo come un cavallo (da tenere a bada con le redini).
Anzitutto, non dobbiamo mai trascorrere un pasto senza rinunciare a qualche cosa, affinchè alla fine di ogni pasto, possiamo offrire a Dio qualche privazione.
Per quanto riguarda, poi, il sonno, di tanto in tanto, è bene accorciarlo un po’.
Riguardo al prurito di chiacchierare, anche se qualche volta abbiamo voglia di dire qualcosa, è meglio privarcene per il buon Dio.

Ebbene! fratelli miei, chi sono coloro che prendono tutte queste precauzioni di cui vi ho appena mostrato l’importanza? Dove sono? Ahimè! io non ne conosco. Sono tanto rari! è tanto piccolo il loro numero!
E, di conseguenza, dove sono coloro che, avendo ricevuto il perdono dei loro peccati, perseverano nello stato felice in cui li ha posti il sacramento della Penitenza?
Ahimè! mio Dio, dove bisogna andarli a cercare? Tra quelli che mi stanno ascoltando, ci sono buoni cristiani di tal genere? Proprio non lo so.
Fratelli miei, che cosa dobbiamo concludere da tutto ciò, fratelli miei?
Ecco. Tutte le volte che ricadiamo nelle stesse colpe, ogni volta che si presenta l’occasione, è perché non abbiamo saputo fare propositi migliori, è perché non abbiamo aumentato il numero delle nostre penitenze, non abbiamo raddoppiato le nostre preghiere e le nostre mortificazioni.
Tremiamo per le nostre confessioni, affinchè non avvenga che nell’ora della nostra morte non ci ritroviamo ad aver commesso soltanto sacrilegi, e di conseguenza, non ci perdiamo eternamente.
Felici, e mille volte felici, coloro che persevereranno fino alla fine, perché il cielo è per quelli come loro!…

 

fonte: https://jean-marievianney.blogspot.com