Ciclo di catechesi – “L’imitazione di Cristo” – Lezione 8

Ciclo di catechesi - "L'imitazione di Cristo" - Lezione 8

Lettura commentata del classico di spiritualità: “L’imitazione di Cristo” .

Lezione di lunedì 28 ottobre 2019

Relatore: p. Giorgio Maria Faré

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“L’IMITAZIONE DI CRISTO” Lezione 8

Continuiamo la nostra catechesi sul testo l’Imitazione di Cristo, siamo arrivati al cap. 11° al paragrafo 2:
2. Se facessimo di tutto, da uomini forti, per non abbandonare la battaglia, tosto vedremmo venire a noi dal cielo l’aiuto del Signore. Il quale prontamente sostiene coloro che combattono fiduciosi nella sua grazia; anzi, ci procura occasioni di lotta proprio perché ne usciamo vittoriosi. Che se facciamo consistere il progresso spirituale soltanto in certe pratiche esteriori, tosto la nostra religione sarà morta. Via, mettiamo la scure alla radice, cosicché, liberati dalle passioni, raggiungiamo la pace dello spirito. Se ci strappassimo via un solo vizio all’anno diventeremmo presto perfetti. Invece spesso ci accorgiamo del contrario; troviamo cioè che quando abbiamo indirizzata la nostra vita a Dio eravamo più buoni e più puri di ora, dopo molti anni di vita religiosa. Il fervore e l’avanzamento spirituale dovrebbe crescere di giorno in giorno; invece già sembra gran cosa se uno riesce a tener viva una particella del fervore iniziale.
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“Se facessimo di tutto, da uomini forti, per non abbandonare la battaglia, tosto vedremmo venire a noi dal cielo l’aiuto del Signore. Il quale prontamente sostiene coloro che combattono fiduciosi nella sua grazia; anzi, ci procura occasioni di lotta proprio perché ne usciamo vittoriosi.”
Questa prima parte del paragrafo è importante perché la tentazione che spesso abbiamo è quella di abbandonare la battaglia. A nessuno piace andare in guerra, a nessuno piace il conflitto, a nessuno piace il combattimento, a nessuno piace far fatica, a nessuno piace dover rinunciare, a nessuno piace soffrire, questa è la verità.
Quando capiamo che bisogna battagliare un pò, la tentazione è di abbandonare la battaglia, ma questo lo vediamo nella vita di ogni giorno, infatti ci pensiamo bene prima di entrare in conflitto, soprattutto se si tratta della Verità, del Signore. Alle volte cerchiamo di far finta di niente, di girare la testa dall’altra parte, di farci andar bene anche quello che non dovremmo farci andar bene, perché abbiamo paura, perché sperimentiamo l’essere un pò vigliacchi, disertori, lasciamo gli altri a combattere da soli.
Pensate all’esperienza dei santi, Padre Pio è rimasto una vita sul campo di battaglia a battagliare da solo. Gesù nella sua vita si è visto completamente, totalmente abbandonato, ieri come oggi. Anche oggi è difficilissimo incontrare qualcuno che sposi la causa di Cristo, che faccia di Gesù la ragion d’essere anche se deve battagliare. Battagliare nel senso di usare la propria persona per difendere ciò che va difeso, per sostenere le ragioni più che valide di Gesù. Questo costa caro, costa amicizie, stima, la fiducia, il consenso, ti ritrovi solo. Andate a leggere i Diari di Padre Pio, le lettere e voi vedrete quante volte ritorna il tema della solitudine.
Il testo ci dice che noi non dobbiamo abbandonare la battaglia, non dobbiamo mai arrenderci, perché poi, se non ci arrendiamo, al momento opportuno arriva l’aiuto del Signore.
“La nostra fiducia – dice il testo – è nella Grazia di Dio”
Noi confidiamo nella Grazia del Signore, sappiamo che il Signore con la Sua Grazia ci aiuterà e ci sosterrà e non ci lascerà mai da soli.
Le occasioni di lotta che ci vengono proposte, paradossalmente sono occasioni che il Signore ci offre per darci l’opportunità di vincere. Non sono occasioni che ci vengono date perché noi disertiamo, abbandoniamo o perdiamo, ma perché noi fiduciosi nella Sua Grazia possiamo uscire vincitori. Ovviamente ogni volta che usciamo vincitori dalla battaglia fatta contro il male, contro il nemico, contro il demonio, è chiaro che esco ancora più forte, sia perché sono più esperto, sia perché mi sono rinforzato in quella battaglia, infatti battagliare rinforza.
“Che se facciamo consistere il progresso spirituale soltanto in certe pratiche esteriori, tosto la nostra religione sarà morta. Via, mettiamo la scure alla radice, cosicché, liberati dalle passioni, raggiungiamo la pace dello spirito.”
Il progresso spirituale non può consistere nelle pratiche esteriori, non è che siccome faccio delle pratiche religiose questo vuol dire che c’è un progresso spirituale, questa è una grande tentazione.
Se la nostra sicurezza riposa sulle pratiche che noi facciamo, non ci siamo, addirittura il testo dice:
“Questa religione è morta”
Anche se faccio e dico tante cose.
Perché ci sia una vera vita spirituale, un vero progresso spirituale, è necessario soprattutto mettere mano a sradicare le passioni che portiamo dentro di noi. Ne abbiamo tante di passioni che ci portiamo addosso, la prima è quella della permalosità che è segno di superbia, oggi più che mai siamo ammalati di permalosità, nessuno può e deve dire alcunché a qualcuno, mi verrebbe da dire quasi neanche guardarlo, perché c’è una tale permalosità che qualunque cosa tu faccia, dica, anche un solo sguardo messo al momento sbagliato perché sei stanco, triste, sei malato e quindi non riesci ad essere sorridente, gioioso, accogliente, al mille per cento delle tue performance, è una tragedia.
Questo è un problema molto serio, perché è una condanna. Se noi formiamo l’immagine di noi stessi fondata sulla permalosità, quando gli altri se ne accorgono, dopo non ci dicono più niente, questa è la morte della vita umana e spirituale, abbiamo finito di crescere perché siamo abbandonati a noi stessi. Oggi se tu dici qualcosa sei duro, sei esigente, moralista, infatti quando si parla di Padre Pio spesse volte si ricorda la durezza di Padre Pio:
“Padre Pio com’era duro!”
Ma se uno legge gli scritti di Padre Pio trova una dolcezza incredibile, era un uomo di una dolcezza incredibile, inimmaginabile per noi. La cosa interessante è che dicevano che era duro, severo eppure Padre Pio parlava con Gesù e con la Madonna.
Ma se Padre Pio manca così tanto di carità, Gesù se ne sarà accorto? E la Madonna se ne sarà accorta?
Come mai Gesù e la Madonna parlavano con lui e tu non riesci a parlare con lui?
Come mai gli Angeli parlavano con lui, le anime del Purgatorio andavano da lui e tu non riesci a confessarti da lui?
Perché tu lo trovi duro e Gesù non lo trovava duro? Perché tu lo trovi severo e la Madonna lo trovava dolcissimo?
Perché il problema non è Padre Pio, il problema sono io.
La mia coscienza è talmente squilibrata che vedo quello che non c’è, sento quello che non esiste e avverto un tale peso addosso che non viene da Padre Pio ma viene dalla mia coscienza che mi accusa giorno e notte, perché mi dice: “Così non va”.
Padre Pio, che era tanto vicino a Gesù, ovviamente intercetta, interpreta la voce della mia coscienza e dice esattamente la stessa cosa, quindi piuttosto che andare contro la mia coscienza, che vorrebbe dire andare contro me stesso e fare un esame di coscienza vero e serrato, e dover cambiare, preferisco dargli un volto che è quello di Padre Pio e crocifiggerlo. Solo che io non sono cresciuto di una virgola.
Se ho paura a confessarmi da Padre Pio, come faccio ad apparire davanti al giudizio di Dio? Cosa farò?
Tutto questo trova la sua ragion d’essere nella permalosità. Noi non accettiamo di sentirci dire dei no, di essere rimproverati, di essere sgridati, di essere trattati un pò fortemente, perché noi vogliamo essere come dei cristalli, ma tutto questo perché siamo superbi profondamente e infatti non abbiamo pace, non sappiamo neanche dove abita la pace dello Spirito. Devi spegnere il fuoco, le passioni, sennò continuerai a bollire come una pentola di fagioli, devi spegnere la superbia, la permalosità, l’egoismo, la pretesa, il giudicare gli altri, il fare il confronto con gli altri, e avere da dire sempre qualcosa sugli altri, mai su di sé. Quante false umiltà che ci portiamo addosso!
“Se ci strappassimo via un solo vizio all’anno diventeremmo presto perfetti. Invece spesso ci accorgiamo del contrario; troviamo cioè che quando abbiamo indirizzata la nostra vita a Dio eravamo più buoni e più puri di ora, dopo molti anni di vita religiosa. Il fervore e l’avanzamento spirituale dovrebbe crescere di giorno in giorno; invece già sembra gran cosa se uno riesce a tener viva una particella del fervore iniziale.”
Verissimo, quando inizi non stai a contare i sacrifici, il darti al Signore, il tempo della preghiera, la lotta ai peccati, ai vizi, il problema è poi mantenere la velocità di marcia. Il problema è riuscire a mantenere il percorso, la velocità del moto con cui tu ti stai muovendo, e spesse volte entrano in gioco delle inerzie così potenti che uno inizia in un modo e dopo dieci anni si trova ad andare alla velocità di un bradipo e si trova come spento, confuso, demotivato, come se avesse ceduto all’abitudine.

3. Se facessimo un poco di violenza a noi stessi sul principio, potremmo poi fare ogni cosa facilmente e gioiosamente. Certo è difficile lasciare ciò a cui si è abituati; ancor più difficile è camminare in senso contrario al proprio desiderio. Ma se non riesci a vincere nelle cose piccole e da poco, come supererai quelle più gravi? Resisti fin dall’inizio alla tua inclinazione; distaccati dall’abitudine, affinché questa non ti porti, a poco a poco, in una situazione più ardua. Se tu comprendessi quanta pace daresti a te stesso e quanta gioia procureresti agli altri, e vivendo una vita dedita al bene, sono certo che saresti più sollecito nel tendere al tuo profitto spirituale.
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Se facessimo un poco di violenza a noi stessi sul principio, potremmo poi fare ogni cosa facilmente e gioiosamente.
Ogni tanto mi devo un pò forzare, se aspetto sempre che tutto sia facile, che sia ovvio, scontato, immediato, non arriverò mai.
“Certo è difficile lasciare ciò a cui si è abituati”
Non c’è niente di più difficile di lasciare l’abitudine. L’essere abituati in un certo modo e ad un certo stile di vita e anche di pensiero, infatti lo stile di vita, viene da uno stile di pensiero. Come penso, così poi vivo. E se sono abituato a pensare male è difficile abbandonare il modo di pensare male degli altri.
Sentirci sempre un gradino sopra agli altri, per cui diamo giudizi sugli altri, facciamo gli psicologi, gli analisti, gli educatori ad oltranza, come se noi avessimo sempre uno scarto di superiorità verso gli altri e riuscissimo sempre ad avere una visuale perfetta.
Ma uno specchio davanti a noi lo mettiamo mai?
“Ancor più difficile è camminare in senso contrario al proprio desiderio”
Questo credo che sia difficilissimo, cioè io desidero una cosa e vado contro. Andare contro i propri desideri, non quelli cattivi, per quelli è ovvio che devo andare contro, ma verso quelli buoni, andare contro i desideri buoni per raggiungere il meglio, che è di più del buono. E’ veramente difficile, e tutti noi sperimentiamo quanto questo sia difficile, perché siamo pieni di passioni.
La lotta alle passioni è veramente importante, la simpatia, l’antipatia, l’orgoglio, il non lasciare mai l’ultima parola agli altri, la superficialità, il menefreghismo, il non metterci nella posizione dell’altro, la scusa che usiamo sempre, quella di essere troppo impegnati, è vero che siamo impegnati, ma non troppo, perché le cose che ci interessa fare, le facciamo, ma sono troppo impegnato per fare quello che magari non mi piace proprio tanto, o che non riguarda me.
“Ma se non riesci a vincere nelle cose piccole e da poco, come supererai quelle più gravi? Resisti fin dall’inizio alla tua inclinazione; distaccati dall’abitudine, affinché questa non ti porti, a poco a poco, in una situazione più ardua.”
Un grande peccato inizia sempre da una cosa piccola. Lo dice S.Teresa di Gesù:
“Se io incomincio a lasciare passare le imperfezioni e i peccati veniali dicendo che non sono importanti, e che lo fanno tutti, quei peccati veniali si trasformeranno in mortali”
Se io prendo un granello di sabbia e lo butto per terra, non è niente, se prendo cento granelli di sabbia, sono qualcosa, se ne prendo un milione diventano una montagna. Sono tutti granelli di sabbia, piccolissimi, però messi insieme fanno una montagna, del resto la spiaggia è fatta da tanti piccolissimi granelli di sabbia, ma quanta gente ci sta sopra a quella spiaggia?
Con i peccati è la stessa cosa, se io nelle cose da poco, comincio a passarci sopra e a non dire:
“No questo non deve passare! Questo lo devo combattere! Questo lo devo correggere! Su questo mi devo impegnare!”
E’ chiaro che poi mi troverò in una situazione, come dice il testo:
“Più ardua”
Alla fine mi troverò a combattere contro dei mostri che all’inizio non c’erano ma si sono creati perché io li ho lasciati lì, ho concesso a loro di formarsi dentro di me.
“Se tu comprendessi quanta pace daresti a te stesso e quanta gioia procureresti agli altri, e vivendo una vita dedita al bene, sono certo che saresti più sollecito nel tendere al tuo profitto spirituale.”
Se noi uscissimo dai nostri pensieri attorcigliati vorticosi, dai nostri gusti, dai nostri vizi, dai nostri egoismi, noi daremmo tanta pace alle persone. Noi che siamo così tanto segnati dalla filantropia, dall’esistenzialismo che appena uno sta male o soffre gli siamo subito addosso, ma non pensiamo mai che il dono più grande che possiamo fare agli altri, è non crocifiggerli con le nostre cattiverie, le nostre superficialità, i nostri peccati, i nostri menefreghismi, la nostra stupidaggine è il modo migliore che noi abbiamo. Quando poi vediamo qualcuno soffrire a causa nostra o capiamo che ha sofferto a causa del nostro brutto carattere, o delle nostre lune, o del nostro egoismo, noi ce ne accorgiamo, lo guardiamo e gli diciamo:
“Scusami, ho capito che ho proprio sbagliato, ti chiedo scusa”
Ma quei giorni, quelle ore di palpitazione che quella persona ha vissuto, tu non li darai più. Quelle giornate in cui gli hai buttato addosso il buio, quelle ansietà che gli hai causato, non gliele puoi ridare nel corrispettivo di bene, di sole e di gioia, quei pezzi di vita ormai tu te li sei mangiati.
E noi facilmente rispondiamo:
“Non importa, non ti preoccupare va bene così”
Non va bene così, perché in quei giorni, ti stai dimenticando che hai fatto più fatica a pregare, hai fatto più fatica a concentrarti, a vigilare, il rapporto col Signore è andato un pò sì e un pò no, sei stato molto più incapace a produrre bene il tuo lavoro perché la tua testa era altrove.
Non va bene così. Dobbiamo stare attenti a non essere causa di sofferenza altrui, di preoccupazione altrui, perché non è giusto, è una mancanza di carità, non è che se non vediamo il sangue che scorre allora abbiamo le mani pulite, dipende, ci sono tanti modi di far star male le persone, pensate alle preoccupazioni dei genitori su certi figli, su certi modi dei figli oppure di figli su certi genitori.
Puoi anche incontrare una persona che ti dice che quello che dici è vero ma non vuole farlo, vuole rimanere della sua idea, convinto che deve fare diversamente, poi ci sbatte il naso e ritorna ammettendo le sue scuse.
Ma quei pezzi di vita chi glieli ridà a quella persona?
C’è sempre di mezzo il peccato di egoismo, l’io al centro, degli altri non mi interessa nulla, non mi interessa di come sta interiormente, inoltre quella persona sarà andata a parlare con un’altra persona, perché è sofferente, perché piange, è disperata, va a chiedere consiglio e fa perdere tempo anche agli altri, poi dopo un anno o due anni, torna indietro e dice:
“Mi sono sbagliato, scusami”
Ma tutta quella catena che è stata creata a causa tua, a causa del tuo comportamento, adesso cosa ne facciamo?
Dobbiamo stare molto attenti, perché la vita non la si passa a colpi di spugna, i nostri atti umani sono atti che una volta posti in essere, hanno sempre delle conseguenze, nel bene e nel male. Bisogna pensarci bene prima di farli, e quando li facciamo ci dobbiamo assumere tutte le responsabilità di quegli atti, non lavarci la coscienza facilmente come Ponzio Pilato.
“Se tu comprendessi quanta pace daresti a te stesso e quanta gioia procureresti agli altri, e vivendo una vita dedita al bene, sono certo che saresti più sollecito nel tendere al tuo profitto spirituale.”
E vorresti fare di tutto per essere come Gesù ti vuole, perché in questo modo aiuti a condurre una vita buona anche agli altri, e quando non lo sono, il mio non essere cagiona del male agli altri, anche se io direttamente non lo voglio.
Capitolo XII
I VANTAGGI DELLE AVVERSITÀ
1. È bene per noi che incontriamo talvolta difficoltà e contrarietà; queste, infatti, richiamano l’uomo a se stesso, nel profondo, fino a che comprenda che quaggiù egli è in esilio e che la sua speranza non va riposta in alcuna cosa di questo mondo. È bene che talvolta soffriamo contraddizione e che la gente ci giudichi male e ingiustamente, anche se le nostre azioni e le nostre intenzioni sono buone. Tutto ciò suol favorire l’umiltà, e ci preserva dalla vanagloria. Invero, proprio quando la gente attorno a noi ci offende e ci scredita, noi aneliamo con maggior forza al testimone interiore, Iddio.
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“È bene per noi che incontriamo talvolta difficoltà e contrarietà; queste, infatti, richiamano l’uomo a se stesso, nel profondo, fino a che comprenda che quaggiù egli è in esilio e che la sua speranza non va riposta in alcuna cosa di questo mondo.”
Quando noi incontriamo le sofferenze e le contrarietà siamo spinti a fare silenzio, a tirare i remi in barca e capiamo quasi sempre che le nostre certezze non stanno né nelle persone, né nelle cose.
Ci sono persone che cadono nella depressione, non mangiano, non dormono più, non vivono più perché Tizio e Caio non lo guardano più!
Possibile che la mia serenità e il mio equilibrio deve dipendere dallo sguardo di un altro?
Ma che consistenza interiore abbiamo! E quando comincia di nuovo a guardarci, risorgiamo!
Siamo sempre gli stessi inconsistenti. La nostra consistenza non può fondarsi sulle lune, sugli umori di chi ci sta intorno. Non possiamo riporre la speranza in qualunque cosa esistente su questa terra, cosa o persona.
“È bene che talvolta soffriamo contraddizione e che la gente ci giudichi male e ingiustamente, anche se le nostre azioni e le nostre intenzioni sono buone. Tutto ciò suol favorire l’umiltà, e ci preserva dalla vanagloria. Invero, proprio quando la gente attorno a noi ci offende e ci scredita, noi aneliamo con maggior forza al testimone interiore, Iddio.”
Se sono convinti di qualcosa, cosa si può fare?
Più che dire che non è vero.
E se non credono l’unico testimone che mi rimane chi è?
Dio. E’ Lui l’unico al quale posso appellarmi, che sa veramente come stanno le cose, il perché le vivo, il perché le faccio, il perché le penso e il perché le porto avanti.
L’avversità mi aiuta a rientrare in me stesso, a rimettermi nella giusta posizione che è quella dell’uomo davanti a Dio e con Dio.
2. Dovremmo piantare noi stessi così saldamente in Dio, da non avere necessità alcuna di andar cercando tanti conforti umani. Quando un uomo di buona volontà soffre tribolazioni e tentazioni, o è afflitto da pensieri malvagi, allora egli sente di aver maggior bisogno di Dio, e di non poter fare nulla di bene senza di lui. E si rattrista e piange e prega, per il male che soffre; gli viene a noia che la vita continui; e spera che sopraggiunga la morte (2 Cor 1,8), così da poter scomparire e dimorare in Cristo (Fil 1,23). Allora egli capisce che nel mondo non può esserci completa serenità e piena pace.
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“Dovremmo piantare noi stessi così saldamente in Dio, da non avere necessità alcuna di andar cercando tanti conforti umani.”
Cosa che noi costantemente facciamo e dopo siamo più soli di prima perché alla fine, come vi dico sempre, ognuno torna a casa sua e tu sei solo in quel letto, sempre e comunque.
Se il tuo conforto è nell’uomo, quel vuoto non lo riempirai mai. Solo se il conforto è in Dio allora c’è la speranza.
“Quando un uomo di buona volontà soffre tribolazioni e tentazioni, o è afflitto da pensieri malvagi, allora egli sente di aver maggior bisogno di Dio, e di non poter fare nulla di bene senza di lui. E si rattrista e piange e prega, per il male che soffre; gli viene a noia che la vita continui; e spera che sopraggiunga la morte (2 Cor 1,8), così da poter scomparire e dimorare in Cristo (Fil 1,23). Allora egli capisce che nel mondo non può esserci completa serenità e piena pace.”
Le avversità di qualunque genere siano, aiutano a non avere l’illusione di restare qui per sempre, e a prendere la testa e tirarla verso il Cielo, a spostare la visuale, a vedere che la nostra casa non è qui, la nostra dimora è altrove, è in Cielo.
Quanto tempo perdiamo a cercare una casa che non c’è!
Non c’è perché qui non c’è la nostra casa, la nostra casa è nel Regno di Dio, e noi perdiamo tutto il tempo che abbiamo a cercare radici, ma non è qui che dobbiamo cercare queste radici, nel modo più assoluto.
Capitolo XIII
RESISTERE ALLE TENTAZIONI
1. Finché saremo al mondo, non potremo essere senza tribolazioni e tentazioni; infatti sta scritto nel libro di Giobbe che la vita dell’uomo sulla terra (Gb 7,1) è tutta una tentazione. Ognuno dovrebbe, dunque, stare attento alle tentazioni e vigilare in preghiera (1Pt 4,7), affinché il diavolo non trovi il punto dove possa esercitare il suo inganno; il diavolo, che mai non posa, ma va attorno cercando chi possa divorare (1Pt 5,8). Nessuno è così avanzato nella perfezione e così santo da non aver talvolta delle tentazioni. Andare esenti del tutto da esse non possiamo. Tuttavia, per quanto siano moleste e gravose, le tentazioni spesso sono assai utili; perché, a causa delle tentazioni, l’uomo viene umiliato, purificato e istruito. I santi passarono tutti per molte tribolazioni e tentazioni, e progredirono; invece coloro che non seppero sostenere le tentazioni si pervertirono e tradirono. Non esiste una istituzione così perfetta, o un luogo così nascosto, dove non si trovano tentazioni e avversità. L’uomo non è mai del tutto esente dalla tentazione, fin che vive. Ciò per cui siamo tentati è dentro di noi, poiché siamo nati nella concupiscenza. Se vien meno una tentazione o tribolazione, un’altra ne sopraggiunge e c’è sempre qualcosa da sopportare, perché abbiamo perduto il bene della nostra felicità. Molti, di fronte alle tentazioni, cercano di fuggire, ma cadono poi in esse anche più gravemente. Non possiamo vincere semplicemente con la fuga; ma è con la sopportazione e con la vera umiltà che saremo più forti di ogni nemico. Ben poco progredirà colui che si allontana un pochino e superficialmente dalle tentazioni, senza sradicarle: tosto ritorneranno ed egli sarà ancor peggio. Vincerai più facilmente, a poco a poco, con una generosa pazienza e con l’aiuto di Dio; più facilmente che insistendo cocciutamente nel tuo sforzo personale. Accogli frequentemente il consiglio di altri, quando sei nella tentazione; e non essere aspro con colui che è tentato, ma dagli conforto, come desidereresti fosse fatto a te.
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“Finché saremo al mondo, non potremo essere senza tribolazioni e tentazioni; infatti sta scritto nel libro di Giobbe che la vita dell’uomo sulla terra (Gb 7,1) è tutta una tentazione. Ognuno dovrebbe, dunque, stare attento alle tentazioni e vigilare in preghiera (1Pt 4,7), affinché il diavolo non trovi il punto dove possa esercitare il suo inganno; il diavolo, che mai non posa, ma va attorno cercando chi possa divorare (1Pt 5,8).”
Fioretto di questa catechesi:
Quando andate a casa nei prossimi giorni, guardate un bel documentario che tratti il rapporto tra cacciatore e cacciato, ad esempio i leoni, nella savana, le orche e gli squali nel mare, le aquile in cielo con gli altri uccellini, predatori e predato.
Noterete, in tutto il regno animale, che c’è un grande insegnamento che è questo:
Un predatore riesce a prendere una preda in tre casi:
quando è malata, quando è distratta, quando è sola.
Quando una bestiolina si allontana dal branco è finita! Non la trovi più!
Quando è malata perché non riesce a stare dietro al branco, infatti gli elefanti vanno a morire da soli, quando è ora di morire se ne vanno dal branco e vanno a morire da soli, se vedete il film del Re Leone c’è il cimitero degli elefanti, il luogo dove gli elefanti vanno a morire da soli.
Sono tre realtà che a noi interessano molto.
Quando sono malato spiritualmente, sono molto esposto agli attacchi del demonio, se non mi curo velocemente rischia di sbranarmi.
Primo segno della malattia:
Le malattie dell’anima possono essere varie ma c’è un segnale che le accomuna tutte, che dice che la situazione è gravissima, qualunque sia la malattia, il segnale è questo:
la persona non parla più di sé, non si racconta, non si manifesta, non è trasparente, con mille scusanti che riguardano gli altri, comincia a sparire, a nascondersi, a non mostrarsi e a non raccontarsi. Questo è il segno più grave in assoluto.
Sono come quei tumori che quando dici:
“Che mal di testa!”
Prima risonanza: due mesi di vita e sei morto.
“Ma come è possibile, stavo benissimo!”
Questo tumore funziona così.
Così è nella vita spirituale. Quando tu sei arrivato a quel punto “di non ritorno” che non puoi più mascherare e lo fai capire dicendo che hai mal di testa.
Uno ti guarda e si domanda da dove sia venuto fuori, e perché non lo hai mai detto prima.
Il demonio che non riposa mai, ormai, ti ha già nei denti.
Tu hai l’illusione che va tutto bene perché il tuo cuore ancora pulsa, ma ormai è andata.
La guarigione comincia con il manifestarsi, con l’aprirsi, con l’essere trasparenti, non nascondersi.
La distrazione:
Noi usiamo la distrazione per divagare dalla sofferenza e dalla Croce. Ci distraiamo da Cristo, perché così non dobbiamo pensare alla nostra sofferenza a ciò che ci fa soffrire e questo ci espone ad essere catturati.
L’isolamento:
Ma se tutti sono lì ma perché deve andare là?
La presenza degli altri è importantissima.
Avete mai notato che i monaci, i frati, pur essendo tutti in silenzio in coro, fanno la meditazione e l’orazione notturna tutti insieme?
Fanno il silenzio insieme. I monaci benedettini, stanno in coro, chiusi, al buio, recitano i salmi al buio, li cantano in gregoriano al buio, però tutti insieme.
Quando io inizio ad isolarmi, la fine è vicina.
Vi racconto un episodio di vita vera, capitato a me, nel convento dov’ero prima di venire a Monza, posto in una zona bucolica, con tanto verde, con tante piante, un giorno di primavera ero fuori dal cancello che aspettavo una persona e ho visto una mamma anatroccolo, tutta colorata con tutti i suoi anatroccolini che le camminavano dietro. Lei attraversava la strada con i suoi anatroccolini dietro, passavano poche macchine fuori dal convento, e mentre li guardavo e pensavo che erano troppo belli uno in fila all’altro, ad un certo punto vedo la mamma anatroccolo che si ferma di colpo in mezzo alla strada, allarga le ali e tutti gli anatroccoli si infilano sotto le sue ali.
Si è come pietrificata all’istante e si è fatto all’improvviso silenzio tutto intorno. Ho alzato gli occhi e ho visto una gazza ladra gigantesca che era posizionata sul ramo dell’albero che stava sopra la nostra testa. Stava lì ferma sopra di noi.
Cosa è successo?
Una scena terrificante! Ad un certo punto ad un anatroccolo, gli viene la felice idea di uscire da solo, dalle ali della mamma.
Ho fatto in tempo a dire: “Noo!”
In un secondo la gazza ladra si è piombata giù, lo ha preso con le zampe, si è sollevata e lo ha portato via, con l’anatroccolo tra le zampe della gazza ladra, che continuava a urlare, a chiamare la mamma fino a quando è sparito con l’aquila all’orizzonte.
Ma cosa ti ha fatto uscire da lì! Erano tutti lì, stavano benissimo lì, nessuno ti ha detto di muoverti, eri protetto!
La sua strada qual’è stata?
La morte.
Ci vuole tanta umiltà sapete, ad essere figli.
Ci vuole tanta umiltà a non sentirsi dei grandi dio, a non sentirsi capaci di sfidare tutto e tutti, a non sentirsi arrivati, adulti nella fede. Ci vuole tanta umiltà, perché poi, quando la gazza ladra arriva e ti porta via, indietro non ti porta più. E’ finita. Per l’anatroccolo è finita nel modo peggiore.
Quando tutto è passato, la mamma anatroccolo si è rialzata, gli anatroccoli hanno ripreso la fila dietro a lei e se ne sono andati. Tutti salvi. Se lui fosse rimasto al suo posto, la gazza ladra si sarebbe stufata, se ne sarebbe andata e loro sarebbero andati via sani e salvi.
Ma per quel vizio dell’orgoglio, del bastare a me stesso, dell’autosufficienza, del fare quello che voglio, come voglio, quanto voglio e dove voglio, del fatto che sono capace, ecco qual’è il prezzo da pagare.
Penso che non valga la pena di essere divorati dal diavolo.
Impariamo a rinnegare la nostra testa. A saperci dire: “No”. A saperci dire: “E’ meglio stare insieme lì che andare a peregrinare da soli chissà dove”
Ognuno di noi ha questo luogo bello della mamma anatroccolo sotto al quale stare. Chissà perché ci sono sempre i più brillanti che devono andare per la loro strada, e dopo si piange, però poi è troppo tardi.

DOMANDE:
Relativa alla scorsa settimana: se possiamo dobbiamo dire cose edificanti. Che cosa ci autorizza a dire cose edificanti?
Tutto ci autorizza. Dobbiamo parlare delle cose edificanti, poi se gli altri non le accettano, pazienza. Dovremmo avere tutti un’esperienza buona, bella di vita, cominciamo a parlare di quelle cose. Parliamo di Dio, ognuno di noi avrà un’esperienza di Dio, anche se piccolissima, che parli della sua esperienza piccolissima.
Come si può realizzare un isolamento nella vita spirituale, quali forme può assumere?
La forma di isolamento nella vita spirituale è sparire, proprio fisicamente, dalla comunità, dall’insieme di persone che fino a ieri erano i miei fratelli e le mie sorelle migliori del mondo. Si isola, sparisce, non lo vedi più, ma non per un’alternativa altrettanto buona. E’ come se perdesse il senso dell’appartenenza a quella realtà nella quale fino a ieri è cresciuto bene, senza un’alternativa valida.
Sempre sul tema dell’isolamento, ci sono comunque dei momenti in cui uno può appartarsi per stare di più con Gesù senza essere isolato?
Sì, ci sono i tempi in cui ci si apparta per stare di più con Gesù che devono essere i tempi che non vanno a inficiare il tempo dello stare insieme. C’è un tempo per ogni cosa. Ci saranno dei tempi in cui starò più ritirato, appartato, ritirato perché voglio vivere meglio il mio rapporto con il Signore, più intimamente, ma devono esserci dei tempi anche nei quali c’è il rapporto con gli altri. Il confronto con gli altri è importante.
Riguardo il non difendersi, il non giustificarsi e il non rispondere alle accuse, l’Imitazione di Cristo e anche S.Faustina spesso lo dice, dicono di non fare niente in difesa ma ci penserà Gesù, mi viene in mente la storia di S.Martino che è stato accusato di aver stuprato una donna, non si è mai difeso e solo dopo la sua morte si è scoperto che lui era una donna quando non poteva averlo fatto, quindi mi chiedo nella nostra vita quando riceviamo delle accuse e rischiamo la vita, dobbiamo fare come S.Martino e perdere tutto senza difesa o è una questione di giustizia e quindi dobbiamo prendere in mano la situazione e iniziare la guerra?
Questo episodio di S.Martino è un episodio che cita S.Giovanni Maria Vianney in una sua omelia sulla mormorazione.
Noi abbiamo davanti questi esempi dove non tutto nei santi è imitabile, per dirci che nella vita queste cose non ci capitano così tanto di frequente, spesse volte capitano cose molto più piccole di queste e noi non siamo capaci di portare neanche quelle, facciamo polemiche infinite, perché dobbiamo sempre avere ragione noi. Questi esempi estremi ci aiutano a pensare di lasciare perdere a volte, visto quello che hanno fatto loro anche io potrei fare un pochino, senza stare lì ogni volta a mettere i puntini su tutte le “i” del mondo. Quando poi c’è di mezzo veramente la stima, la fama, una cosa così grave come l’accusa di violenza, di questa entità, credo che queste persone hanno fatto questi gesti così forti perché interiormente devono aver capito che per loro era giusto fare questo passo. Ci saranno state delle evidenze che gli hanno fatto capire che per loro, in quel momento, era giusto compiere quel gesto e diventa come un gesto simbolico che vale per noi nelle piccole cose.
Non siamo tutti chiamati a imitare la povertà di S.Francesco e andare in giro senza vestiti e scarpe, o l’estremo digiuno di S.Carlo Borromeo, non siamo chiamati a mangiare 5 lupini al giorno o come S.Pietro D’Alcantara nutrirci ogni 8 giorni, però siamo chiamati a non fare andare male il cibo, a non buttare il cibo perché non mi piace, a fare gli schizzinosi sulle cose che ho davanti. Questi esempi grandi aiutano a ridimensionare noi nelle piccole cose, perché purtroppo, noi le piccole cose, spesso, le facciamo diventare dei campi di battaglia incredibili, facciamo delle guerre per niente.

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Testo commentato durante il ciclo di catechesi:

“L’imitazione di Cristo”

Traduzione a cura di Ugo Nicolini

Edizioni San Paolo

Informazioni

Le catechesi di p. Giorgio Maria Faré si tengono ogni lunedì alle 21 presso il Convento dei Padri Carmelitani Scalzi di Monza, con ingresso dal parcheggio di Via Boito 2.
La catechesi è preceduta da un momento di preghiera a partire dalle ore 20.00.

È anche possibile seguire la catechesi in diretta streaming sul profilo Facebook di p. Giorgio Maria Faré, ogni lunedì a partire dalle ore 21.