“Con amore e timore”: i cristiani dinanzi all’Eucaristia

“Con amore e timore”: i cristiani dinanzi all’Eucaristia

Condividiamo con i lettori l’articolo di p. Giorgio Maria Faré pubblicato sul numero 24 del 14 giugno 2020 de “Il Settimanale di Padre Pio”

L’Eucaristia è sacra perché contiene il Sacro per eccellenza, il “Tre volte Santo”, il più sacro e santo degli amori, il Dio carità. Alla presenza reale di un amore speciale, si addice un culto speciale, poiché la fede non può essere sganciata dai segni sensibili. Ne parliamo con Padre Giorgio Maria Faré.


– In un mondo che perde sempre di più il senso del sacro viene meno anche il rispetto verso l’adorabile sacramento dell’Eucaristia. Quale dovrebbe essere l’atteggiamento di un cristiano dinanzi all’Eucaristia?

L’atteggiamento è ben sintetizzato dall’espressione: “Cum amore ac timore” (“Con amore e timore”). Il cristiano, dinanzi all’Eucaristia, dinanzi alla Presenza reale di Gesù Cristo, che è la Verità, dovrebbe sentire, assieme a tutto il peso della propria finitezza e creaturalità (da cui il “timor di Dio”), l’immenso amore di Colui che, proprio per lui, si è fatto carne e si è spinto a sopportare i tormenti più atroci.

San Giovanni Crisostomo dice che per redimerci sarebbe stata sufficiente una preghiera di Gesù al Padre, ma questo non ci avrebbe mostrato l’amore che Dio ci porta. Gesù si sottomise spontaneamente alle torture e ad una morte crudele per dimostrarci l’immensità del suo amore e, con questo, spingerci a riamarlo.

Il cristiano, di fronte al suo Creatore e Redentore, dovrebbe avvertire la vertigine della distanza che lo separa dal Totalmente Altro e, allo stesso tempo, un amore ricco di stupore per la bontà di Colui che ha colmato questa distanza con l’Incarnazione.

Questo atteggiamento interiore deve di necessità tradursi in atteggiamenti esteriori che dicano la straordinaria portata interiore dell’esperienza contemplativa. Non è possibile stare davanti all’Eucaristia come si sta davanti al televisore, non si può trattare il Pane degli Angeli come si tratta un alimento comune.

La componente esteriore del culto è importante perché l’uomo è un’unità di corpo e spirito. Non basta, come taluni dicono, “l’atteggiamento del cuore”. Come scrisse il teologo Romano Guardini: «Ciò che assume l’atteggiamento liturgico, che prega, offre e agisce non è “l’anima”, non “l’interiorità”, bensì “l’uomo”: è “l’uomo intero” il soggetto dell’attività liturgica. L’anima, sì certamente, ma solo in quanto essa vivifica il corpo. L’interiorità, sì certamente, ma solo in quanto si manifesta nel corpo. Anima forma corporis: questa tesi del concilio di Vienna rivela qui il suo pieno significato, poiché la nostra anima è sostanza spirituale riguardo al suo essere indipendente dal corpo, ma in realtà è destinata ad essere, riguardo al corpo, il principio che dà forma, che vivifica e rende capace di operare» (1).

Perciò non si possono tollerare, davanti all’Eucaristia, atteggiamenti esteriori che ne sminuiscano in qualsiasi modo la sacralità.

In molti pensano che alcune pratiche siano mutate, altre abbandonate o addirittura disapprovate. Ma basterebbe leggere i documenti della Chiesa sulle norme in vigore per rendersi conto del contrario.

Ad esempio, si è diffusa l’abitudine di passare davanti al Santissimo Sacramento, esposto o custodito nel Tabernacolo facendo un inchino del capo, ma le rubriche del Messale tuttora prevedono la genuflessione come atto proprio di adorazione riservato alla Presenza reale di Gesù (2). Nessun libro liturgico attualmente in vigore prescrive l’inchino come segno di riverenza alla Santissima Eucaristia.

In molti luoghi capita di vedere usare calici e patene di terracotta, ma per la celebrazione della Santa Messa è espressamente prescritto l’uso di vasi sacri di materiale prezioso ed è vietato l’uso di materiali “vili” o facilmente frangibili (3).

L’uso del piattino per la Comunione, così raro, resta invece obbligatorio (4), per evitare la perdita dei frammenti di Ostia, ciascuno dei quali contiene tutto il Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo (5).

Si è andato diffondendo un ricorso quotidiano ed inutile ai ministri straordinari per la distribuzione della Comunione alla Santa Messa, quando invece queste figure erano state istituite per casi, appunto, straordinari ed infrequenti (6).

Il modo di celebrare informa la fede e viceversa: “Lex orandi, lex credendi”. Pertanto, l’eliminazione di segni di adorazione e rispetto nella liturgia va indebolendo la fede nella Presenza Reale e, viceversa, lo svilimento del senso del sacro nel cuore dei fedeli si riverbera su una sempre minor cura nelle forme del culto. È come un circolo vizioso che si auto alimenta.

A questo proposito non si può non menzionare la diffusione della ricezione della Comunione sulla mano del fedele. La pratica, nata abusivamente in alcune nazioni del Nord Europa e consentita come eccezione con un indulto si è diffusa, in pochi decenni, fino a divenire la prassi in molti luoghi (7).

Il card. Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha affermato che «il più insidioso attacco diabolico consiste nel cercare di spegnere la fede nell’Eucaristia, seminando errori e favorendo un modo non confacente di riceverla; […] il bersaglio di satana è il Sacrificio della Messa e la Presenza reale di Gesù nell’Ostia consacrata» (8). E ancora: «Questo tentativo di rapina segue a sua volta due binari: il primo è la riduzione del concetto di “presenza reale”. […]. Il secondo binario su cui si snoda l’attacco contro l’Eucaristia è il tentativo di togliere dal cuore dei fedeli il senso del sacro» (9).

Il Cardinale osserva che «la fede nella Presenza reale può influenzare il modo di ricevere la Comunione, e viceversa. Ricevere la Comunione sulla mano comporta indubbiamente una grande dispersione di frammenti» (10) e «la disattenzione ai frammenti fa perdere di vista il dogma: pian piano potrebbe prevalere il pensiero: “Se anche il parroco non fa attenzione ai frammenti, se amministra la Comunione in modo che i frammenti possano essere dispersi, allora vuol dire che in essi non c’è Gesù, oppure c’è ‘fino a un certo punto’”» (11).

E, allo stesso modo, spiegando come si possa perdere il senso del sacro proprio «in ciò che è più sacro», vale a dire l’Eucaristia, spiegava che questo può accadere «ricevendo il cibo speciale allo stesso modo di un cibo ordinario. […] San Pio X, per ammettere i bambini alla prima Comunione, richiedeva non che sapessero spiegare “sostanza” e “accidenti”, ma che ritenessero il pane eucaristico diverso dal pane comune (cf. Decreto Quam singulari, 7 agosto 1910)» (12).

San Giovanni Paolo II nella sua ultima enciclica, Ecclesia de Eucharistia, scriveva accorato: «Dobbiamo badare con ogni premura a non attenuare alcuna dimensione o esigenza dell’Eucaristia. Così ci dimostriamo veramente consapevoli della grandezza di questo dono […] non c’è pericolo di esagerare nella cura di questo Mistero!» (13).

«Non c’è pericolo di esagerare», teniamo bene a mente questo monito di fronte alla continua perdita di senso del sacro, già lamentata dalla Congregazione per i Sacramenti e il Culto Divino nel 1980, con l’Istruzione Inaestimabile donum.

Il culto a Dio non serve a Dio, serve all’uomo. Santa Teresa di Gesù, la Santa riformatrice del Carmelo e Dottore della Chiesa, diceva che fare orazione significa mettersi davanti a Dio sapendo chi è Dio e chi siamo noi. Se l’uomo perde il senso di queste proporzioni, perde se stesso.

– San Pio da Pietrelcina, con la sua Messa celebrata in maniera unica, rendeva visibile e tangibile il Sacrificio vittimale di Cristo sul Calvario, che si rende presente sacramentalmente in ogni Celebrazione eucaristica. Chi vi partecipava non poteva non sentirsi coinvolto nel mistero, in un profondo silenzio e raccoglimento. Ci dia almeno tre suggerimenti per vivere meglio la Messa.

Le due parole chiave che mi vengono in mente sono: adorazione e silenzio. Si tratta di un binomio inscindibile di condizioni che fanno sì che l’uomo possa entrare in relazione con Dio.

A questo proposito consiglio la lettura di uno splendido libro, La forza del silenzio, del card. Sarah. Il silenzio non è solo silenzio esteriore. È evidente che non si chiacchiera alla Messa, ma qui sto dicendo qualcosa di più profondo: si tratta di un silenzio interiore, del cuore. Un’assenza di “rumore”, di dissipazioni che possono portarci completamente altrove rispetto alla celebrazione che stiamo vivendo, anche se siamo materialmente zitti e fermi.

Per conseguire il silenzio del cuore occorre, certo, un graduale allenamento, ma bisogna anche preparare il terreno e custodirlo.

Potremmo dire che c’è una preparazione remota alla Santa Messa che parte dall’imparare nella quotidianità, attimo per attimo, a far tacere il nostro “io”, i nostri pensieri inutili o addirittura peccaminosi. Spegnere quell’altoparlante interiore ricco di recriminazioni, giudizi, fantasie, ruminazioni del passato…

C’è poi una preparazione prossima alla Santa Messa, quella che consiste nello “spegnere” ogni distrazione materiale per almeno un’ora prima della celebrazione. Non possiamo arrivare alla Santa Messa trafelati, pieni di preoccupazioni materiali, avendo appena spento l’autoradio o finito una telefonata concitata. Quando è possibile sarebbe bello mettere la Santa Messa come prima cosa della giornata, e farla precedere da un’ora di silenzio e preghiera, magari in chiesa – mi rendo conto che questo non è possibile ovunque, allora in quel caso lo faremo nella nostra casa –. Questo ci permette di “entrare” nella celebrazione con il cuore già rivolto a Dio, avendo già allontanato tutte quelle distrazioni e preoccupazioni che ci rapirebbero il momento sacro dell’incontro con Lui.

Ho già spiegato ampiamente, rispondendo alla prima domanda, come vivere l’adorazione e il rapporto con l’Eucaristia quindi non mi dilungherò oltre su questo.

Infine, il ringraziamento. Se gli impegni del nostro stato ce lo consentono, facciamo di tutto per non scappare dalla chiesa appena ricevuta la benedizione. Restiamo per qualche tempo raccolti, ringraziando Dio e la Vergine Maria dei loro doni. Lasciamo che Gesù ancora presente in noi parli al nostro cuore e faccia scendere su di noi le grazie che ci ha riservato. Mi ha colpito molto quello che disse un giorno Gesù a santa Faustina Kowalska, dopo la Comunione: «Desidero unirmi con le anime umane; la mia delizia è unirmi con le anime. Sappi, figlia mia, che quando nella santa Comunione vengo in un cuore umano, ho le mani piene di grazie di ogni genere e desidero donarle all’anima, ma le anime non mi prestano nemmeno attenzione, mi lasciano solo e si occupano d’altro. Oh, quanto è triste per me che le anime non conoscano l’Amore! Si comportano con me come con qualcosa di inerte» (14). Ecco, non diamo a Gesù il terribile dispiacere di trattarlo come “qualcosa di inerte”.

– La solennità del Corpus Domini è un’occasione per ravvivare l’amore all’Eucaristia. Ci dia qualche consiglio per vivere una più intensa vita eucaristica.

Custodiamo sempre Gesù nel nostro cuore. Dopo che siamo usciti dalla Santa Messa, se abbiamo avuto la possibilità di andare al mattino prima di ogni altra occupazione, offriamo a Lui tutta la nostra giornata con le sue incombenze, le sue fatiche, le sue contraddizioni. Uniamo questi nostri piccoli sacrifici all’unico Sacrificio di Cristo sulla Croce. Facciamo della nostra vita un olocausto continuo (15), un martirio “a colpi di spillo”, come diceva santa Teresa di Gesù Bambino, Santa carmelitana e Dottore della Chiesa16. Proponiamoci di compiere ogni azione che faremo “per Gesù e con Gesù”. Non lasciamo cadere alcun istante della vita ma immoliamolo per amore, così la nostra giornata sarà tutta unita al Sacrificio di Gesù, sarà tutta Eucaristia. Pensiamo spesso al Golgota e portiamoci là lungo le giornate. Adottiamo la bellissima pratica della comunione spirituale rinnovata frequentemente.

Se ci è possibile cerchiamo di trovare il tempo per visitare Gesù nel tabernacolo, manteniamo viva questa bella pratica di fare la “visita” a Gesù. Quando passiamo davanti ad una chiesa entriamo per un saluto, una breve preghiera. Non serve chissà quanto tempo, sono sufficienti pochi minuti, uno slancio del cuore. Proprio come passare a salutare una persona cara se ci troviamo di strada.

Gesù apprezza moltissimo queste piccole delicatezze, non lasciamoci fuorviare dalla tentazione di pensare che si debbano fare grandi cose o lunghe preghiere fuori dalla nostra portata, altrimenti non faremo mai nulla.

P. Giorgio Maria Faré, Carmelitano Scalzo

NOTE

1) R. Guardini, Liturgische Bildung (1923); Formazione Liturgica, trad. it. di Giulio Colombi, Morcelliana, Brescia 2008, p. 51.

2) «La genuflessione, che si fa piegando il ginocchio destro fino a terra, significa adorazione; perciò è riservata al Santissimo Sacramento […]. Con l’inchino si indicano la riverenza e l’onore che si danno alle persone o ai loro segni», Conferenza Episcopale Italiana, Ordinamento generale del Messale Romano, nn. 274, 275.
«Dinanzi al Santissimo Sacramento, sia chiuso nel tabernacolo che esposto alla pubblica adorazione, si genuflette con un solo ginocchio», Conferenza Episcopale Italiana, Rituale Romano, Rito della Comunione fuori della Messa e culto eucaristico, n. 92.

3) «È riprovevole qualunque uso, per il quale ci si serva nella celebrazione della Messa di vasi comuni o piuttosto scadenti quanto alla qualità o privi di qualsiasi valore artistico, ovvero di semplici cestini o altri vasi in vetro, argilla, creta o altro materiale facilmente frangibile. Ciò vale anche per i metalli e altri materiali facili ad alterarsi», Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Istruzione Redemptionis Sacramentum su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia, 25 marzo 2004, n. 117.

4) «È necessario che si mantenga l’uso del piattino per la Comunione dei fedeli, per evitare che la sacra ostia o qualche suo frammento cada», ivi, n. 93.

5) Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1374, 1377.

6) «Il fedele, religioso o laico, autorizzato come ministro straordinario dell’Eucaristia, potrà distribuire la Comunione soltanto quando manchino il sacerdote, il diacono o l’accolito, quando il sacerdote è impedito per infermità o per lo stato avanzato della sua età, o quando il numero dei fedeli che si accostano alla Comunione sia così grande da far prolungare eccessivamente la celebrazione della Messa. È quindi da riprovare l’atteggiamento di quei sacerdoti che, pur presenti alla celebrazione, si astengono dal distribuire la Comunione, lasciandone il compito ai laici», Congregazione per i Sacramenti e il Culto Divino, Istruzione Inaestimabile donum, 17 aprile 1980, n. 10.

7) Per una eccellente e completa trattazione storica dell’argomento si rimanda a Federico Bortoli, La Distribuzione della Comunione sulla mano, Cantagalli.

8) Card. Robert Sarah, Prefazione al libro La Distribuzione della Comunione sulla mano, p. 8.

9) Ivi, pp. 8-10.

10) Ivi, p. 9.

11) Ivi, p. 10.

12) Ivi, p. 11.

13) San Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Ecclesia de Eucharistia, n. 61.

14) Diario di Santa Faustina Kowalska, 10 novembre 1937.

15) Cf. Santa Teresa di Gesù Bambino, Atto d’offerta di me stessa come Vittima d’Olocausto all’Amore Misericordioso del buon Dio.

16) Idem, Lettera 86 del 15 marzo 1889 alla sorella Celina in Opere complete, Edizioni OCD.