Le difese dell’anima: commento di don Dolindo Ruotolo al secondo libro dei Re cap. 25, 1-12

Le difese dell'anima: commento di don Dolindo Ruotolo al secondo libro dei Re cap. 25, 1-12

2. Il riepilogo di un regno

La storia delle nazioni si ripete con una costanza impressionante: esse nascono fra le lotte, hanno un periodo di splendore, s’inorgogliscono, si espandono, peccano, decadono, si estinguono in una catastrofe finale. Nascono dalla rovina di altre nazioni, come le piante germinano nella corruzione di altri elementi; la faticosa ascesa rende la loro vita più virtuosa, e prosperano; la prosperità le getta nei vortici del piacere e dell’orgoglio, e decadono. La decadenza le rende poco prolifiche, accentua in loro le ambizioni ed i disordini, ed esse diventano così preda delle altre nazioni.

In tutto questo processo non c’è nulla di fatale, come facilmente si suppone, ma c’è la rivelazione di un ordine superiore, di una legge immutabile di giustizia, alla quale i popoli non possono impunemente sottrarsi. La virtù, sia anche naturale, è la base dell’ascensione dei popoli, il vizio ne è la rovina. La virtù è ispirata ai principi della legge naturale o rivelata, contro la quale nulla possono tutte le aberrazioni dell’umano pensiero e dell’umana coscienza, ed è sempre la sintesi dei Comandamenti di Dio, e della rivelazione primitiva, della quale tutta l’umanità conserva nella coscienza il ricordo. Non si creano con la propria mente le cognizioni dell’etica naturale, come con tanta buffa leggerezza fa il filosofume moderno: le supreme leggi sono sempre scritte sulla pietra dell’Oreb, perché sono incancellabili ed inalterabili. La perenne legge della germinazione delle piante è che vi sia l’acqua ed il sole; è un assurdo disseccare le fonti, oscurare il sole, e pretendere che la terra produca. Così sono i popoli: la legge di Dio è per essi come l’acqua ed il sole, nulla può sostituirla; qualunque utopia filosofica è come pioggia di sabbia ed invasione di cavallette. Le nazioni moderne sono sotto il turbinare del ghibli del deserto: l’apostasia ha sostituito la sabbia all’acqua, e per questo tutto si dissecca e muore.

Il processo del dissolvimento dei popoli è lento, perché l’infinita misericordia di Dio è sterminata. Nei primi decadimenti basta un flagello per ristabilire un certo equilibrio, per risuscitare nella coscienza la divina legge. Si cade prima per fragilità, e nella mente rimane ancora una certa luce; poi si cerca di giustificare la caduta, oscurando la mente con tante teorie strane; si forma una nuova legge ripugnante a quella di Dio, si disordinano tutti i valori morali, ed allora non rimane che la rovina.

In tale stato s’era ridotto il popolo di Dio: aveva cambiato fisionomia, aveva accettato l’idolatria come legge, e s’era dato pazzamente al peccato; aveva perduto ogni sostegno soprannaturale, unica forza della sua compagine, s’era ridotto praticamente come un popolo inferiore, incapace di governarsi, facile preda perciò di un conquistatore.

Nabucodonosor era uno strumento della divina giustizia, era come il fuoco che in un momento brucia il legno disseccato che non germina più. Deciso a spezzare per sempre la resistenza di Giuda, invase quella nazione con tutte le sue forze, e dopo averla devastata, pose l’assedio a Gerusalemme, circondandola da ogni lato con fortificazioni, ed affamandola. La città resisteva, ma il nemico fece una breccia nelle mura per invaderla. Tutto era perso, e Sedecia, coi suoi migliori soldati, di notte tempo, fuggì per la stessa breccia fatta da Nabucodonosor. Fuggì, ma fu inseguito, e quando fu raggiunto era solo, giacché i suoi uomini s’erano tutti dispersi. Preso e condotto innanzi al Re, ebbe il dolore di vedere uccisi sotto i suoi occhi tutti i suoi figli, e poi, quasi per rendergli impossibile il concentrarsi in altra visione, gli furono cavati gli occhi. Era questo l’uso barbaro dei Re di quei tempi, uso che è spesso rappresentato nei monumenti antichi. Sedecia venne trasportato in Babilonia, avverandosi così due profezie che sembravano contraddittorie: quella di Geremia che gli prediceva la deportazione (32,5; 34,3), e quella di Ezechiele che assicurava che egli non avrebbe veduta Babilonia (12,13); l’infelice Re infatti non potette vedere quella città perché vi fu condotto dopo essere stato accecato.

Nabucodonosor mandò un suo generale chiamato Nabuzardan, capo dei cuochi del suo palazzo, per saccheggiare e demolire Gerusalemme. Nel Sacro Testo è detto che questo generale andò il sette del mese quinto, mentre in Geremia è detto che vi andò il dieci (52,12); evidentemente egli partì da Reblata, dov’era il Re, al sette del mese, e giunse a Gerusalemme il dieci. La rovina che vi fece fu immensa; bruciò il Tempio di Dio e la casa reale, bruciò le case principali, ed abbattette le mura della città, dopo aver devastato tutto.

Il rame ed il bronzo in quei tempi era molto ricercato, perciò fu portato via tutto quello che vi era nel Tempio, e le stesse grandi colonne furono fatte in pezzi. Quelli che erano fuggiti dalla città rifugiandosi a Reblata, presso il Re di Babilonia, furono deportati; il Sommo Sacerdote ed i principali della città furono condotti in Reblata ed uccisi, il popolo fu condotto in cattività, e rimasero solo sul luogo i poveri vignaiuoli e gli agricoltori ai quali il Re diede come governatore Godolia. Era questi un amico di Geremia, ed era convinto insieme col Profeta, che la salvezza del popolo stesse nella sottomissione al Re di Babilonia. Certo era prudente attenuare, almeno con la sottomissione, una sventura nazionale così grande; per questo Godolia fu eletto governatore del popolo. Ma Ismaele, figlio di Natania che nel primo momento gli aveva fatto con Joanan, con Saraia e con Jezonia, atto di sottomissione, ordì contro di lui una congiura, e lo uccise insieme ai Giudei ed ai Caldei che erano con lui, fuggendo dopo con molti del popolo in Egitto. In tal modo la desolazione del regno di Giuda fu completa, e in quella terra prima benedetta da Dio venne la maledizione e la morte.

3. Figure impressionanti della rovina di un’anima e del riepilogo del regno del Redentore in terra

I flagelli che percuotono il mondo peccatore non sono che la minima espressione della rovina prodotta dal peccato nelle anime. Come ai fanciulli si mostrano in quadri educativi gli effetti delle loro monellerie, così all’uomo vengono mostrate le rovine interiori e spirituali con spettacoli terrificanti che in realtà non ne sono che pallida ombra.

II peccato riduce infatti l’anima nell’assedio più opprimente: è assediata dal Re di Babilonia, la confusione, è stretta da tutte le parti dalla colpa, non sa più conoscere quali siano le sue vere aspirazioni, qual è il suo vero bene, quale la sua vera pace. È assediata da Nabucodonosor, dal pianto e dall’angustia, e geme senza avere la forza di liberarsi dalle sue pene. Questo le avviene quando regna in lei Sedecia, la giustizia del Signore, cioè quando subisce il giusto giudizio delle proprie iniquità. È affamata, non ha pane, e gli uomini di guerra, cioè le forze dello spirito che potrebbero ancora resistere al male fuggono per la breccia fatta dal nemico, cioè si disperdono in quei vizi che la opprimono e la stringono da tutte le parti. Essa si trova nelle pianure del deserto, cioè nella più squallida desolazione, ed è incalzata dal nemico, che vuole la sua piena rovina. Tutti i suoi figli, cioè tutte le opere buone e tutti i meriti dell’anima sono uccisi, ed essa che doveva regnare sulle sue potenze, è accecata, come fu accecato Sedecia, è legata dalle catene delle sue passioni, è condotta schiava da satana nella babilonia del mondo.

La rovina si accentua, diventa più grave; il fuoco delle passioni brucia in lei l’edifizio del Tempio vivente di Dio, lo devasta, lo rade al suolo, abbatte le mura della sua città, cioè gli ultimi baluardi che ancora la difendono. È strano che Nabuzardan, capo dei cuochi del Re di Babilonia, sia stato mandato per depredare e per distruggere Gerusalemme. Al proposito dice S. Gregorio (3 par. Past. adomon. 20): Il principe dei cuochi è il ventre, al quale con grande cura si presta omaggio dai cuochi, affinché si riempia con diletto dei cibi. Le mura di Gerusalemme sono le virtù dell’anima, elevate al desiderio della superna pace. Quando il ventre si gonfia, le virtù, per la lussuria, cadono.

Come i Caldei spezzarono le due colonne che erano nel Tempio, le loro basi ed il mare di rame delle purificazioni, così i demoni, i depredatori, infrangono nell’anima le colonne che la sostengono: la Fede e la morale, ne distruggono le basi: l’autorità di Dio che rivela e l’autorità della Chiesa, e tolgono al cuore il mezzo per purificarsi nel Sacramento della Penitenza. I Caldei tolsero gli utensili dei sacrifizi e gl’incensieri, ed il demonio strappa all’anima l’unione alla divina volontà nelle tribolazioni e la forza di pregare; vengono meno in lei le immolazioni, ed essa non parla più col Signore.

È detto qui che i capitelli delle colonne erano alti tre cubiti, mentre nel Primo libro dei Re (7,16) è affermato che avevano cinque cubiti di altezza. A meno che non ci sia un errore del copista, facilissimo nel trascrivere i numeri, può supporsi che nei restauri fatti al Tempio si siano accorciati i capitelli, o per renderli più proporzionati all’altezza delle colonne, o per rifarli con lo stesso bronzo. Il capitello figura l’ornamento della virtù che è come corona della Fede e della morale; con la colpa quest’ornamento prima è diminuito e poi è infranto completamente.

Il principe della milizia menò via Seraia, il cantico del Signore, Sofonia, il segreto del Signore, Sofer, lo scriba, i portinai, il prefetto della milizia; e li condusse a Reblata, il contrasto, la rissa che cresce, dal Re di Babilonia, che li uccise nel paese di Emat, l’ira; e deportò Giuda, la lode del Signore. Il peccato strappa all’anima il cantico che essa eleva a Dio, le strappa la pace che è il segreto del Signore; le toglie il discernimento, figurato in Sofer, la vigilanza, figurata nei tre portinai: la vigilanza della mente, del cuore e dei sensi; le toglie la forza di combattere, figurata nel prefetto della milizia; stabilisce nell’anima il contrasto col Signore, la turba nell’agitazione, la confonde, la uccide in Emat, nella collera del Signore, togliendo in lei quello che è il fine della sua vita: la lode e la glorificazione di Dio.

L’ultima larva di autorità rimasta in Giuda fu Godolia, la grandezza del Signore, ma anch’egli fu ucciso ed il popolo fuggì in Egitto. L’ultimo residuo di vita nell’anima è il timore della grandezza di Dio; quando anche questo è distrutto, non rimane che l’Egitto, la primitiva e completa schiavitù dell’anima, come se non fosse stata mai redenta. La rovina spirituale noi non la vediamo, ma in questa catastrofe del popolo di Dio ne vediamo un’immagine. Così si riduce chi si sottrae al regno del Re d’Amore. Questo è un ammonimento severo che corona bene i Libri dei Re, figura di questo regno meraviglioso che passa fra le mortali cose e rimane in eterno.

Il capitolo termina col racconto della clemenza che Evilmerodac, successore di Nabucodonosor, usò al Re Joachin che da trentasette anni si trovava prigioniero. Il regno del Redentore si riepiloga infatti con un atto di giustizia sulla terra ingrata e peccatrice, e con un atto di misericordia per le anime purganti che col terminare dei secoli terminano la loro espiazione penosissima. Esse sono figurate dal Re Joachin, la preparazione, perché sono anime regali, fatte prigioniere dalla divina giustizia, che si preparano all’eterno godimento. Il Re d’Amore, a somiglianza di Evilmerodac, le trae dalla prigione, parla loro benignamente, le eleva, muta loro le vesti, cioè le riabbellisce con la grazia, le ammette al banchetto eterno in sua compagnia, e le dota in perpetuo con i meriti della sua Redenzione.

Sulla terra uno spettacolo di rovine: un incendio che tutto divora e consuma, prima del giudizio universale, una rovina prodotta dal giudizio dell’umana iniquità, Nabuzardan, frutto del giudizio, preceduta dalla fame che desolerà la terra, dalla guerra, dalla confusione, dall’accecamento degli uomini, dalla morte che dominerà sovrana, dalla profanazione delle cose più sacre, dallo spezzarsi delle colonne del Tempio, cioè dallo sfacelo di ogni fermezza cristiana, dall’apostasia universale; una rovina terribile che annienterà per misericordia tutti i monumenti umani, simboli meschini di un orgoglio smisurato che osò levarsi contro il Signore. Così le anime sono tutte raccolte e pronte per il giudizio: le anime pellegrine liberate dalla prigione vi appariscono come commensali del Re divino, le anime pellegrine liberate dal peso delle umane responsabilità per l’universale rovina vi appariscono purificate, o se sono perdute, vi appariscono meno ree, perché la rovina della terra diventa per loro come un’espiazione che diminuisce la loro responsabilità, ed il Re divino, in un ultimo atto di giustizia misericordiosa, levato in alto sulle nubi del cielo, chiuderà l’umana storia e regnerà in eterno.