Catechesi – “Iota Unum: la morale di situazione”

Catechesi – “Iota Unum: la morale di situazione”

Commento al testo di Romano Amerio “Iota unum” – Cap. XXVIII “La morale di situazione” pagg. 362-368.

Catechesi di lunedì 6 luglio 2020

Predica di p. Giorgio Maria Faré

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La morale di situazione

  1. La morale di situazione. Pratico e prassiologico. La legge come previsione.

Se divorzio, sodomia e aborto negano la legge naturale in punti specifici di applicazione, la morale di situazione attacca il principio stesso della legge naturale riducendo la morale al puro giudizio soggettivo che l’uomo fa circa i propri atti.

La morale di situazione fu condannata già da Pio XII come «radicale revisione della morale» in un discorso alla Federazione mondiale della gioventù cattolica femminile (OR, 19 aprile 1952). È una morale che trasferisce il criterio circa la moralità di un’azione dalla legge oggettiva e dalle strutture essenziali all’intenzione soggettiva, e «dal centro alla periferia», come dice il Papa. L’azione sarebbe giusta quando c’è l’intenzione retta e una risposta sincera alla situazione. La conoscenza della situazione è invocata per decidere l’applicazione della legge, ma si pretende che la legge è dettata dalla stessa coscienza. La scelta non è più determinata dallo status dell’azione, il quale si impone al giudizio, ma il giudizio determina lo status, creandone la liceità. È abolita la distinzione tra giudizio soggettivo, che valuta il singolo atto, e giudizio oggettivo che legge nell’universale criterio la natura di quell’atto.

Conviene notare che anche la morale tradizionale è una morale di situazione. La cognizione dell’universale regola degli atti è solo la metà della morale. L’altra metà, che dà l’intero del giudizio morale, consiste nel confrontare le concrete situazioni con l’esigenza espressa dalla Legge. Questo confronto è il sano e irrefragabile fondamento della casistica. La morale di situazione unifica e confonde il giudico prassiologico col giudizio pratico[323]  eliminando la legge e facendo la coscienza misura di sé stessa. L’ordine naturale (che non è solo biologico, ma metafisico e di essenze) è caduto o tutt’al più divien dubitabile e inconoscibile. «Il y a des aspects de la vie où la complexité est telle qu’elle rend impossible ou inopportune une application littérale de la norme morale. Ici il faut faire confiance à la conscience personnelle et au sens de responsabilité de la personne envers sa vie»[324]. Se qui s’intende rilevare la difficoltà contingente che l’uomo incontra nel riconoscere la moralità delle situazioni, il rilievo è ovvio e dà origine, come dicemmo, alla casistica. Ma non può trattarsi di applicazione letterale della legge, giacché la legge appunto non è lettera, ma senso che si deve trascrivere o translitterare dall’universale all’ecceità. La coscienza personale (che non differisce dal senso di responsabilità) ha certo di fronte la vita, ma come ciò che deve essere giudicato, non come quello che costituisce il criterio per giudicare: si risponde non verso la propria vita ma verso l’esigenza della legge dietro la quale si manifesta la volontà di Dio.

È d’altronde erroneo anche il contrapposto che si pone tra la norma generale e il caso particolare pretendendo che questo non rientri in quella ma abbia una sua propria regola per regolarsi da solo. Il caso particolare (conviene ricordare l’ideologia) rientra assolutamente nella legge universale, perché l’universale non è che il caso individuale preso nella sua essenza, quale appare se si prescinde dalle note individuanti.

Ma anche per una ragione non logica, ma metafisica e teologica, il caso particolare rientra nella legge universale. La legge morale non ammette che il caso particolare sfugga al precetto, perché il precetto include tutti i casi possibili. Se infatti come giudizio della ragione umana la legge è una generalità astratta applicabile, come ordine ideale inscritto nella divina mente essa è invece una previsione di casi storici, chi ha dato la legge «conosce tutti i rapporti possibili dei sentimenti e delle azioni colla eterna immutabile giustizia»[325]. La morale di situazione, mentre pretende il caso concreto non essere collocabile nella legge e potersi qualificare dal soggettivo giudizio dell’operante, neglige il fatto che il caso è sempre un caso della legge e che, come tutta la legge, è pensato dal legislatore divino cui sono presenti tutti i casi possibili. Vi possono dunque essere situazioni straordinarie, se si riguardano dal canto dell’uomo che difetta sovente di cognizione del concreto oppure rilutta alla legge, ma queste situazioni sono assolutamente ordinarie dal punto di vista della legge. Anzi esse le appartengono più propriamente e distintamente che le altre, perché si presentano all’uomo segnate del solo carattere di imperatività della legge e senza raccomandazione alcuna di altro genere.

Nonostante la condanna fattane da Pio XII e le aporie che la travagliano, la morale di situazione è professata da taluni episcopati e praticata come metodo da interi movimenti di Azione cattolica. Rifiutandosi di partire da principii eterni e da norme universali per scendere alle situazioni particolari, quei vescovi partono da situazioni concrete e analizzandole risalgono alle esigenze umane ed evangeliche. Si tratta di «une manière nouvelle de concevoir la conscience chretienne, non plus comme une fonction appliquant par un syllogisme automatique un principe général à un cas particulier, mais plutòt comme une faculté qui, sous la conduite de l’Esprit de Dieu, est douée d’un certain pouvoir d’intuition et de création lui permettant de trouver pour chaque cas la solution originale qui convient» (ICI, n. 581, p. 51, 15 dicembre 1982, sul documento dei vescovi brasiliani circa i metodi dell’Azione cattolica).

 

  1. Critica della creatività della coscienza. Passività dell’uomo morale. Rosmini.

— La morale di situazione, rifiutando la legge come ordine assiologico dipendente da Dio, e non dall’uomo, è forzata per logica vis a tergo a professare il principio della creatività della coscienza. Mons. Etchégaray, presidente della Conferenza episcopale di Francia, in un commento alla dichiarazione Personae humanae della Congregazione per la dottrina della fede326 riprova «la morale che cerca nascondersi solo dietro i principii»; consente coi giovani che «contestano l’anteriorità di ogni morale»; afferma che l’imperativo morale «non è come una parola che cade dall’alto, ma piuttosto come una che sorge dalla relazione con l’uomo e lo rende coautore di quella parola». Mons. Etchégaray condanna dunque chi stima che la legge morale sia anteriore al giudizio morale dell’uomo; insinua che la morale si nasconde dietro i principii (mentre deriva dai principii e li manifesta); e infine pretende che l’uomo sia coautore della legge. L’insegnamento di mons. Etchégaray è contrario a quello di GS, 16 richiamato da Giovanni Paolo II: «L’homme decouvre au fond de sa conscience vraie et droite une loi qu’il ne s’est pas donnée lui-même et tend à se conformer aux normes objectives de la moralité» (OR, 2 aprile 1982). Il Papa tornò sull’argomento in un memorabile discorso del 18 agosto 1983 riproponendo luminosamente la dottrina della Chiesa: «La coscienza individuale non è il criterio ultimo della morale, essa deve conformarsi alla legge morale, la legge morale è presente all’uomo nella coscienza, la coscienza è il luogo dove l’uomo legge, ascolta, vede la verità circa il bene e il male, nella coscienza morale l’uomo non è solo con sé stesso, ma solo con Dio che gli parla imperativamente». Egli è in situazione di ascolto e di accoglienza, non già di autonomia e tanto meno di creatività327.

Il padre Schillebeeckx, esponente delle novità olandesi, in Dieu et l’homme, Bruxelles 1960, p. 227, scrive a proposito della morale di situazione: «Nous devons mettre l’accent aujourd’hui aussi bien sur l’importance des normes objectives que sur la nécessité de la créativité de la conscience et du sens des responsabilités personnelles». Si potrebbe osservare che la responsabilità personale è sempre stata al centro della teologia morale e accusare di superfluità l’aggettivazione, giacché la responsabilità non può essere che quella delle persone.

Più importante è però trafiggere l’errore nascosto nel concetto di creatività della coscienza il quale è contraddittorio in terminis328. La coscienza è il sentimento dell’alterità e dell’assoluta imponenza della legge, alla quale l’uomo non può dare o togliere alcunché tranne l’ossequio della sua libertà. Se la coscienza creasse, proprio in tale suo creare sarebbe immorale, perché la moralità è l’armonia della volontà con l’ordine ideale che nemmeno in Dio è creato o creabile. Perciò se la coscienza fosse creazione anziché ricognizione non avrebbe norma cui armonizzarsi e solennizzerebbe l’arbitrio. La morale è riconoscimento pratico della verità e una sorta di veracità onde l’uomo profferisce a sé stesso la verità: profferisce, non partorisce.

Si dirà che la vita morale è pure un’attività, anzi la suprema attività dello spirito. Lo dico anch’io. Ma non è affatto creazione di regole, bensì attuazione di una regola che è data e che l’uomo ha soltanto da ricevere. Uno dei pensatori cattolici che più altamente riconobbero la posizione dell’uomo di fronte alla legge è il Rosmini: «Il principio obbligante» dice «affetta e lega tutto intero il soggetto uomo: se dunque questo soggetto tutto intero è affettato e legato, non c’è niente in lui che non sia passivo: non resta dunque in lui principio alcuno che sia attivo, cioè che possa aver la virtù di obbligare». «L’uomo è meramente passivo verso la legge morale: egli riceve in sé questa legge ma non la

forma: è un suddito a cui la legge si impone, non è un legislatore che la impone»329.

La morale di situazione è dunque incompatibile con l’etica cattolica. Questa infatti ammette un quid ostacolante e limitante che fronteggia la coscienza e davanti a cui si deve arrestarsi perché è un quid inviolabile. Né si può parlare di morale dinamica contrapposta a una morale statica. Se si riguarda la legge, la morale è immobile. Se si riguarda la coscienza essa è si dinamica, ma perché si attua in un continuo sforzo per conformarsi e assoggettarsi all’immobile legge.

La passività dell’uomo morale è una conseguenza della sua dipendenza dall’Assoluto e quanto all’essenza (increata) e quanto all’esistenza (che gli è data) e quanto alla libertà sua (che è, secondo san Tommaso, un muoversi da sé essendo mosso). Quindi tutto il discorso contro la morale di situazione si risolve nell’affermazione cattolica della dipendenza della creatura.

 

  1. La morale di situazione come morale d’intenzione. Abelardo.

— Trasferendo al soggetto insieme con la facoltà di giudicare anche il criterio del giudicare, e pretendendo di trovare nella situazione stessa la giustificazione del giudizio che se ne dà, la morale di situazione include nella situazione il soggetto stesso e lo annienta. Si sostiene che non si deve portare un giudizio, come dicono, astratto sulla decisione di una persona, bensì un giudizio storico, mettendosi nella situazione concreta in cui essa trovavasi nel momento della scelta. Ma così dicendo si confonde la persona, che è in situazione, con la situazione stessa facendone tutt’uno, laddove la persona affronta la situazione ma non si identifica con essa. E quello che si denomina giudizio astratto è l’esigenza della legge, la quale non si lascia abbassare né disfare ma sovranamente si impone: fiat iustitia, pereat mundus: non enim peribit sed aedficabitur.

Per fare giudizio dell’obbligazione è certo necessaria la comprensione del caso concreto cioè delle circostanze, e tuttavia, come dice il vocabolo, le circostanze stanno attorno al soggetto agente e non vi si identificano: mutate le circostanze egli rimane immutato, benché possa cambiare il giudizio. Se l’esigenza del mettersi in altrui si seguisse coerentemente, non si potrebbe che condividere sempre il giudizio dell’agente, giacché il giudizio nostro anziché cadere sulla situazione sarebbe il prodotto della situazione.

La morale di situazione è affine alla morale d’intenzione di cui il teorico più celebre rimane Abelardo nel libro Scito teipsum. La qualità morale dell’azione deriva (dice) dall’intenzione, cioè dal soggettivo giudizio portato su di essa dall’agente. Onde si fa peccato operando il bene stimato male e si acquista merito operando il male stimato bene. L’intenzione stessa dei crocifissori di Cristo (esemplifica Abelardo), che credevano di ben fare, rende buono il loro atto e fuori dell’intenzione buona o cattiva non esiste che la materialità di una situazione per sé stessa indifferente. Conviene osservare che Abelardo non poté mantenere coerentemente il soggettivismo, giacché esorbitava manifestamente dal quadro della teologia cristiana. Infatti in un passo notabilissimo del cap. 12 si smentisce formalmente facendo cadere tutto il sistema: «Non est itaque bona intentio quia bona videtur, sed insuper quia talis est sicut existimatur, cum videlicet illud ad quod tendit si Deo placere credit, in hac insuper existimatione sua nequaquam fallitur»330. Il riferimento a una legge obiettiva data all’uomo e da lui puramente ricevuta è inevitabile a ogni etica del cristianesimo nella quale non l’uomo bensì l’idea divina e la misura di tutte le cose.

La morale di situazione, come appare dai citati testi del card. Etchégaray e del padre Schillebeeckx, introduce pure, sordamente e surrettiziamente, il concetto di intenzione retta. Non c’è infatti né retto né torto dove la coscienza, per così dire, solitaria e slegata dalla norma, è indipendente dalla legge.

 

  1. Se la morale cattolica levi il dinamismo della coscienza.

— Né con questo si toglie il dinamismo proprio della vita morale. Rimane vero che suae quisque fortunae faber, ma nel solo senso corretto. L’uomo è causa del suo essere buono o malvagio, ma non già nel senso che egli crei la tavola dei valori alla stregua dei quali egli è buono o malvagio.

Si può insomma dire che «la morale evangelica liberando dalla legalità trasferisce nell’interno dell’uomo la radice della morale»? Si può dirlo e lo disse Paolo VI (OR, 17 giugno 1971), ma interpretando rettamente parole facili a cadere nell’anfibologia. Non è possibile che le radici della morale umana siano nell’uomo che non è un essere radicale e non può quindi essere radice di morale. La morale infatti è un ordine assoluto e l’uomo invece un ente contingente e relativo cui l’assoluto è presente e si impone, ma non ha certo le proprie radici in lui.

In secondo luogo non è possibile che la legge morale germogli dalla coscienza, perché la coscienza è l’io e la legge è l’altro. Il vocabolo stesso di coscienza annuncia irrefragabilmente che non c’è con-scientia se l’io non si sente nella dualità con l’altro, e se l’uomo non vive la solidarietà con la legge, cui è congiunto e cui deve riverenza. Si potrà parlare, come parlò sempre la teologia cattolica, di fonte prima o remota della morale, che è Dio, e di fonte seconda o prossima, che è la ragione umana in quanto conosce la legge assoluta. Ma allora la locuzione si ha da intendere di una radice radicata in altro, che non è più insomma una radice.

 

NOTE

[323]   Il primo ha un soggetto universale, il secondo l’ha individuale. GARRIGOU-LAGRANGE, Dieu, Paris 1933, pp.690 sgg.

[324]   BUELENS-GlJSEN, J. GROOTAERS, Mariage catholique et contraception, Paris

1968, p. 88. Manzoni, Morale cattolica, Parte Prima, ed. cit., voi. I, p. 35.

[325]   Manzoni, Morale cattolica, Parte Prima, ed. cit., voi. I, p. 35.

326 Il documento è tradotto in «Giornale del popolo», 28 gennaio 1976.

327 OR, 18 agosto 1983, come fa altre volte, falsifica nel titolo il contenuto del discorso papale: «La coscienza morale è il luogo del dialogo di Dio con l’uomo». No, non c’è in tutto il discorso nemmeno una volta il vocabolo dialogo. Il Papa insegna al contrario e con forza che la coscienza è il luogo dove l’uomo ascolta, accetta, obbedisce la voce di Dio: non dialoga, deve solo ascoltare.

328 Pagine di rara perspicuità e profondità ha dedicato A. Guzzo al carattere di dazione dell’imperativo morale e di conseguente obbedienza dell’atto morale nella sua rivista «Filosofia>, 1983, pp. 15—8.

329 Principii della scienza morale, cap. v, art. 2, ed. naz., vol. XXI, p. 170.

330 «Buona dunque è l’intenzione non perché sembra buona, ma perché, oltre a ciò, essa è realmente tale quale sembra, quando cioè non si inganna nella stima che fa di quello a cui tende per piacere a Dio».

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