Portiamo la morte di Gesù in noi?

Portiamo la morte di Gesù in noi?

Omelia

Pubblichiamo l’audio di un’omelia di sabato 25 luglio 2020

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

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La Prima Lettura di quest’oggi, di questa solennità, tratta dalla Seconda Lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi, cap. 4°, ci fà presente una verità tremenda. San Paolo dice così:

“Portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù”

“Veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. Cosicché in noi agisce la morte, in voi la vita.”

Noi se siamo onesti e sinceri dobbiamo riconoscere che di Gesù vogliamo tutto tranne che la morte, quella proprio no. Nella nostra vita facciamo di tutto perché la morte di Gesù non sia nel nostro corpo.

Che cosa vuol dire portare la morte di Gesù, sempre e dovunque? Cosa vuol dire essere consegnati alla morte a causa di Gesù?

Vuol dire portare su di noi il fallimento umano, la persecuzione, l’odio, la cattiveria, l’ostilità, la chiusura, l’emarginazione, la calunnia che Gesù umanamente ha vissuto su questa terra. Pensate al rifiuto che la famiglia di Nazareth conobbe ancora prima del parto, non trovarono posto da nessuna parte, se poi prendiamo questo e lo guardiamo nei Santi vediamo che nella vita dei Santi la morte di Gesù è sempre stata presente e quindi vediamo delle vite umanamente tremende. Noi questo non lo vogliamo. 

Portare la morte di Gesù vuol dire perdere i consensi, vuol dire essere compatiti, essere ritenuti per pazzi, ricordate San Giovanni Bosco, Padre Pio, portavano la morte di Gesù sempre, ovunque, con loro stessi, nella loro carne, nel loro corpo regnava la morte di Gesù, regnava questa vita completamente espropriata, completamente data a Dio. Una vita senza compromessi, cristallina, integerrima, un’Ostia spezzata. Questo ha delle conseguenze terribili, pensate a Padre Pio quando è stato sospeso a Divinis, per colpe che non aveva commesso, per invidia, per la gelosia e la superbia di chi è andato a voler curiosare le sue stigmate senza il permesso della Santa Sede.

Che colpe aveva quell’uomo? Che cosa e a chi ha mai fatto del male?

Non ha mai parlato male di nessuno. 

Che colpe aveva per essere sospeso a Divinis?

Essere sospesi a Divinis è la pena canonica più grave, un passo prima della scomunica che un Sacerdote possa ricevere, deve aver fatto dei crimini efferati, orribili, tremendi, inenarrabili, irraccontabili, deve essere colpevole di eresia, per essere sospeso.

Ma Padre Pio queste cose non le ha mai fatte! Niente di tutto questo.

Questo perché?

Perché portava la morte di Gesù. 

E’ tanto bello tra di noi portare la vita di Gesù, quella che noi presumiamo essere la vita di fatto, poi non è la vita di Gesù, la vita di Gesù è un’altra cosa, che non in tanti conoscono. A noi piace portare la vita di Gesù.

Per noi portare la vita di Gesù cosa vuol dire?

Per noi vuol dire fare festa, bere, mangiare, cantare, saltare, passeggiare, stare insieme, ridere, scherzare, uscire, la vita di Gesù per noi vuol dire la vita godereccia, vivere la “ggggioia” con quattro “g”. Ma questa non è la vita di Gesù! Gesù non ha vissuto così! Nel Vangelo non c’è niente che richiami alla vita di Gesù come alla vita della terra del Bengodi, non è l’albero della Cuccagna, Gesù.

“Ma io perché non capisco qual è la vita di Gesù?”

Perché io non vivo la morte di Gesù, semplice. La vita di Gesù è stata una vita totalmente dedicata al servizio vero delle persone.

Gesù com’è che ha servito le persone?

Prendendosi cura dell’anima e del corpo, di tutte e due, curando le anime e curando i corpi, pregando tantissimo, giorno e notte, soprattutto la notte.

Ma noi quando parliamo della vita di Gesù, parliamo della preghiera notturna di Gesù? 

Queste cose non le diciamo. Quando Gesù dice “certi demoni si scacciano con la preghiera e con il digiuno”, vuol dire che digiunavano, vuol dire che c’era una forma di digiuno. I richiami alla penitenza che fa Gesù, noi non li facciamo. 

Ma allora che vita di Gesù viviamo?

Ecco perché è importante, come dice San Paolo:

“Portare questa morte”

Lui lo dice:

“Siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù”

Non c’è una cosa bella in tutto questo elenco che San Paolo ha fatto.

“Noi veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù”

Ma noi, quando veniamo consegnati alla morte per motivo di Gesù? Quando noi andiamo a letto alla sera dicendo:

“Io oggi ho sperimentato gli effetti della morte sulla mia vita per colpa di Gesù?”

Quando noi possiamo andare davanti al Tabernacolo e quasi con soddisfazione, possiamo dire:

“Gesù per colpa Tua, io ho perso questo, questo, questo e questo”

“Gesù per colpa Tua io ho rischiato di morire, mi hanno quasi ucciso”

Gesù per colpa Tua ho perso il lavoro, ho perso questo affetto, sono stato emarginato, non sono stato riconosciuto e stimato”

Quando noi possiamo dire queste cose a Gesù?

Se noi non possiamo dire queste cose a Gesù, vuol dire, che noi non sperimentiamo la morte di Gesù.

“Ma se non sperimentiamo la morte di Gesù, la vita di Gesù non si potrà manifestare nella nostra carne mortale”

E’ quello che vediamo nei Santi, prima si manifesta la morte, poi cominciamo a vedere una vita, quindi cominciano a fare i miracoli, incontrano misticamente il Signore, vivono un’altra dimensione. 

Ogni tanto penso ai nostri Santi fondatori, a Santa Teresa D’Avila, San Giovanni della Croce, o anche a Santa Teresina, ogni tanto quando passeggio per la Chiesa o per il Convento, mi dico:

“Ma chissà se oggi ci fosse qui Santa Teresa, che vede la Messa, che partecipa alla Messa come le suore, lì, un pò nel buio, riservata, se fosse lì Santa Teresa, chissà cosa penserebbe? Santa Teresa ci riconoscerebbe? Direbbe: “questi sono i miei frati”? I nostri fondatori delle nostre Congregazioni, potrebbero dire oggi: 

“Queste sono le mie suore? Questi sono i miei frati? Questi vivono il mio carisma che Dio mi ha donato? Sono fiera, fiero di loro?”

Speriamo che non si mettono le mani davanti agli occhi. Speriamo che non scoppino in una valle di lacrime. Speriamo che non scappino via! Speriamo che non ci disconoscano. 

Alla fine cos’è che conta?

Alla fine conta il Giudizio di Dio. Noi ci dovremo presentare tutti davanti al Giudizio di Dio. Prima o poi tocca a tutti, e lì non ci sono né se, né ma, né dunque, né però, lì c’è il Giudizio di Dio che ha visto tutto nell’assoluta perfezione.

Noi cos’è che gli diremo, se mai avremo da dire qualcosa?

“Ma io credevo..ma io pensavo..ma io speravo..”

Cosa gli diremo: “ma anche gli altri hanno fatto così”?

“E allora?”

“Tutti dicevano..tutti facevano..”

“E allora?”

“La Scrittura ce l’avevi? L’Eucarestia ce l’avevi? La vita dei Santi ce l’avevi? Cosa ti mancava?”

Dobbiamo chiedere al Signore la grazia che questa morte agisca dentro la nostra vita, che questa morte operi. Se noi accogliamo la morte di Gesù nella nostra vita, questa morte lavora.

Lavora in che modo?

Lavora nella sofferenza e nel dolore. Ci fa sentire, ci fa sperimentare quello che ha sperimentato Gesù, l’abbandono, l’esilio, l’allontanamento, il disprezzo, il giudizio, e rimanere fermi dentro a questa morte è difficile, è difficile continuare a dire: 

“Sì, va bene, rimango dove sono. Vado avanti vedendo che sto perdendo ogni giorno, sempre di più, pezzi della mia vita, per colpa Tua”

Ma questo “per colpa Tua” deve essere detto con onore, con soddisfazione, con ringraziamento, è un onore poter vedere che la morte di Gesù abita nella nostra carne mortale. Pensate all’onore che hanno i cristiani perseguitati oggi in Cina, in Corea, è difficilissimo, è durissimo, è una logica terribile, non comune, ma lì dentro, in quella vita, regna anche la vita di Gesù. Gesù è vivo dentro lì, Gesù abita dentro lì. 

Proprio ieri ad una persona mi è venuta proprio questa frase, dopo tanti discorsi, tante parole che si fanno, mi è venuto da dirle:

“Ma lei è in Grazia di Dio? E’ in pace col Signore?”

Se non abbiamo questo, non abbiamo niente. Se non abbiamo questa morte, che ci apre alla vita di Cristo dentro di noi, noi non abbiamo niente, siamo morti, siamo completamente vuoti, inutili, non serviamo a nessuno, neanche a noi stessi. Allora sì che avrebbe senso la domanda che ha fatto la mamma dei due figli di Zebedeo, che stiano uno alla destra e uno alla tua sinistra di Gesù, ma non per un ragionamento di potere, come forse era nella sua testa, ma per un ragionamento di affetto, di amore, di una mamma che vuole vedere i suoi ragazzi nel posto migliore.

Siccome in Cielo non c’è problema di spazio, Gesù non avrebbe avuto nessun problema a dire:

“Ma certo, alla mia destra e alla mia sinistra c’è posto per tutti!”

Figuriamoci se Gesù col cuore che ha, non aveva posto per mettere altre due persone alla sua destra o alla sua sinistra! Il problema non è il posto, il problema è che tu non ci puoi stare con quel cuore, se prima non hai bevuto quel Calice, il Calice della morte.

«Il mio calice, lo berrete».

“Questa è una certezza, e infatti morirete martiri, ma il resto lo dovrete capire col tempo.”

Noi potremo avvicinarci di più, senza superbia, a Gesù, proprio accettando quei frammenti di morte che Lui ci consegna di sé e che il mondo immediatamente viene a reclamare, accettandoli, andando oltre, dicendo:

“Un altro pezzo è stato fatto, un altro pezzo di me è stato dato”

Quando poi alla fine non rimarrà più niente, perché saremo totalmente consegnati, arriverà Gesù a prenderci, come ha fatto con Padre Pio.

“Adesso è giunto il tempo. Ora è il tempo di partire”

Pensate al giorno in cui è morto Padre Pio, mi sono chiesto:

“Tutti quelli che lo hanno perseguitato, e che gli hanno fatto del male, e che da quel giorno e da quell’ora lì, da quella mattina, sono dovuti ritornare in camera, ripassare davanti alla sua stanza, vedere il suo posto in coro, rivedere l’altare dove celebrava la Messa, rivedere dove lui mangiava, chissà che tonfo al cuore, chissà che pensieri gli saranno passati per la testa. Lui portato via da Gesù e tu sei qui a pensare a tutto quello che di male hai fatto contro di lui, perché la morte di Gesù non ha regnato dentro di te.”

Sia lodato Gesù Cristo.

Festa di S. Giacomo Apostolo

PRIMA LETTURA (2Cor 4,7-15)
Portiamo nel nostro corpo la morte di Gesù.

Fratelli, noi abbiamo un tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi. In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. Cosicché in noi agisce la morte, in voi la vita.
Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: «Ho creduto, perciò ho parlato», anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, accresciuta a opera di molti, faccia abbondare l’inno di ringraziamento, per la gloria di Dio.

SALMO RESPONSORIALE (Sal 125)
Rit: Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia.

Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion,
ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso,
la nostra lingua di gioia.

Allora si diceva tra le genti:
«Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia.

Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia.

Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni.

Canto al Vangelo (Gv 15,16)
Alleluia, alleluia.
Io ho scelto voi, dice il Signore,
perché andiate e portiate frutto
e il vostro frutto rimanga.
Alleluia.

VANGELO (Mt 20,20-28)
Il mio calice, lo berrete. In quel tempo, si avvicinò a Gesù la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».