Lunedì dell’Angelo: Lo adorarono

Lunedì dell’Angelo: Lo adorarono

Meditazione

Pubblichiamo l’audio di una meditazione di lunedì 5 aprile 2021 – Lunedì fra l’ottava di Pasqua

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

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LUNEDÌ DELL’ANGELO: LO ADORARONO

Sia lodato Gesù Cristo, sempre sia lodato.

Eccoci giunti a lunedì 05 aprile 2021, lunedì fra l’Ottava di Pasqua, chiamato anche Lunedì dell’Angelo. Questo bellissimo Vangelo, tratto dal cap. XXVIII, vv 8-15 di San Matteo, ci parla di un atteggiamento sul quale io ritorno sempre perché questa cosa è troppo importante:

“Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono.”

Questo è il Gesù Risorto. Come mai di fronte a Gesù risorto le donne gli abbracciano i piedi e lo adorano? Per abbracciare i piedi mi devo prostrare. Immaginate la scena, una scena che ci dice amore, gioia profonda, amicizia, unione. Questo abbracciare i piedi ci dice che c’è ancora un fondamento per me, ecco perché loro vanno via dal sepolcro con timore e gioia grande, per annunciare che Gesù non c’è, per annunciare che l’impossibile è diventato possibile, che la morte è stata sconfitta. Gli abbracciano i piedi quasi a volerlo trattenere, a volerlo tenere lì con loro per non farlo più muovere da lì.

“E lo adorarono.”

Gesù non è il compagno di merende al quale dai una pacca sulla spalla e poi lo abbracci. Noi abbiamo perso il senso della riverenza. La riverenza dice tante cose.

Mi ricordo ancora quando sono entrato per la prima volta in carcere come volontario. Mentre ero lì insieme agli altri seminaristi in cappellina nel carcere ad attendere la nostra destinazione, perché a ciascuno di noi veniva data una destinazione all’interno del carcere, dissi ai seminaristi: “A me va bene tutto, ma io chiedo al Signore di non mandarmi assolutamente al centro clinico, dagli ammalati, dai malati psichiatrici lì presenti, perché non è proprio la mia vocazione, non sono portato per stare lì con gli ammalati”. Ho sempre fatto molta fatica a dover incontrare il mondo della sofferenza fisica connotata come ospedale e malattia dentro al carcere. Entra il cappellano per comunicare le destinazioni per la durata di un anno: eravamo 4 in totale, mi lascia per ultimo, poi arrivato il mio turno, mi guarda e dice: “Tu fra Giorgio, vai al centro clinico e dai malati psichiatrici”. “Non è possibile!” E in più da solo, a differenza degli altri che erano insieme.

La prima cosa che ho incontrato accompagnato lì nel centro clinico è stato un secchio rosso pieno di vomito che mi scendeva in faccia dalle scale. Immaginate io con che spirito sono arrivato fino al piano; c’era un odore in quel posto che era veramente straziante. Dovevo stare lì un anno, due volte la settimana, dalle 13 fino alle 19 di sera, 14 ore la settimana. In realtà io non sapevo che tutto questo sarebbe durato 6 anni, perché io lì sono rimasto 6 anni. Tutto il tempo del carcere l’ho passato tutto lì.

Salgo con questo cappellano, mi presenta la struttura, la realtà, le suore, i detenuti, e poi mi trovo di fronte ad una cella. Io avevo 23 anni, avevo appena finito il noviziato, ero studente di teologia al primo anno, mi trovo davanti un omone gigante che mi viene incontro con il catetere in mano, avrà avuto 60 anni, un uomo distrutto dal dolore. Appena ci vede fa un sorriso che io nella mia vita poche volte ho visto, e inizia a piangere. Tutte le parole che ci ha detto, le ha dette con una mano tenendo il catetere e con l’altra tenendo il fazzoletto, piangendo con i singulti. Mi guarda, allunga la mano dalla cella, prende lo scapolare, lo bacia e mi dice:

“Non le basterà una vita per capire la grazia che lei ha ricevuto vestendo quest’abito”.

Che differenza da chi, oggi, mi incontra con: “Ciao Giorgio, come stai? Ci diamo del tu? Andiamo a mangiare una pizza e una birra insieme?” Io non ero prete quel giorno, ma sono tornato a casa e mi sono detto: “Oggi ho capito che qualcosa di speciale è avvenuto nella mia vita, l’ho capito oggi, con questo incontro. Quest’uomo mi ha fatto rendere conto che ho una responsabilità enorme da custodire, che ho un dono enorme da proteggere e coltivare.”

Questo suo atteggiamento così riverente, così delicato, così umile. Mai mi ha messo una mano addosso, mai una pacca sulle spalle, mai un gesto di confidenza fuori luogo, mai che mi avesse detto di darci del tu. Mai. Eppure, in quei 6 anni si è creata una confidenza incredibile. Lui ha pregato, mi ha sostenuto per ogni esame che ho dato; 52 volte quell’uomo ha pregato Padre Pio per me, era devotissimo di Padre Pio. Sembrava che gli esami li dovesse fare lui, non io, tanto mi sosteneva, mi incoraggiava, mi faceva sentire tutta la sua vicinanza, il conforto. 52 miracoli. Anche quando ho dato 3 esami in un giorno. Quel giorno, mentre ero in un’aula per fare l’esame, l’altro professore mi aspettava nell’altra aula. Finisco l’esame, mi chiamano dall’altra parte della facoltà; per correre di là ho messo il libretto dei voti in bocca, ho preso con le mani la giacca, la sciarpa, la borsa, poi ad un certo punto sono inciampato, mi si è aperta la borsa in corridoio, ho perso i libri, mi è caduta la giacca. Ho abbandonato tutto in corridoio, per non perdere il mio posto, sono entrato dal professore con il libretto in bocca, e col fiatone. Quel sabato sono arrivato con 3 miracoli da raccontare, grazie al sostegno di quest’uomo. Questo porta consapevolezza ad un uomo, non la pizza e la birra, non la festa della salamella. Il ricondurre quest’uomo alla sua verità. Tu non sei Giorgio, tu sei fra Giorgio (a quel tempo) tu sei Padre Giorgio (a questo tempo), e questo concretamente vuol dire tante cose, e te le faccio riconoscere non con le parole ma con i gesti.

La stessa cosa accade con Gesù: gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Non c’è altro da fare col Signore. È Dio. Questo non possiamo dimenticarlo. E questo è l’atteggiamento che il Gesù Risorto incontra nelle sue primissime manifestazioni, un’Adorazione. E noi davanti al Tabernacolo passiamo senza fare neanche una genuflessione — anzi la “Gesù-flessione” come diceva una brava suora — raramente ci mettiamo in ginocchio dopo la Comunione. Vedere un cristiano che prega davanti al Tabernacolo è un evento assai raro. Uno che entra da cosa potrebbe capire che lì c’è il Tabernacolo, e non una statua qualunque? Dovrebbe capirlo guardando il nostro comportamento. Quando noi moriremo renderemo conto a Dio della nostra anima, non di quello che dicono gli altri. Gli altri possono dire quello che vogliono, noi stiamo al Vangelo.

In un altro passo del Vangelo c’è proprio il termine “prostrarsi a terra”, sempre parlando delle donne. Dire queste cose è difficile perché si viene giudicati male, si viene fraintesi, perseguitati, maltrattati. Ma quanti anni abbiamo ancora da vivere? Quindi viviamo bene queste ultime manciate di anni che abbiamo, viviamole intensamente, dando tutto al Signore. Spero davvero di cuore che voi ieri abbiate fatto una giornata bella come vi avevo detto, intensa, una bella Pasqua di Resurrezione. Qui a Roma ho notato che in Villa Pamphili ci sono i pappagalli, pappagalli verdi che volano e cantano, un canto loro tutto particolare. Uno potrebbe stare qui anche solo a gustare questa bellezza, questa musica, questo silenzio, quest’aria così pulita, così bella, e godere di questi doni che Dio ci fa. Oggi è Lunedì dell’Angelo, quindi anche oggi molti sono a casa dal lavoro. Cerchiamo di viverlo dandoci al Signore, cerchiamo di avvicinarci a Lui, di abbracciargli i piedi, di adorarlo, di amarlo. Diamoci veramente al Signore.

«Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

Annunciamolo anche noi agli altri, non con le parole ma con la vita: Gesù è Risorto, ha vinto la morte.

Il sabato Santo, quando guardo il Tabernacolo vuoto spalancato, la Chiesa così spoglia, così vuota, così buia, … è una cosa terribile! Che brutto! Spero sempre che passi presto. Poi alla sera della veglia, è bellissimo questo mare di colori, di fiori, di luci che si accendono, i Lumen Christi che entrano, questo buio che si dirada, il suono dell’organo che ci dice che è finito questo senso di morte, e il Gloria in Excelsis Deo. Una delle più belle Messe che ho vissuto è stata una Messa orchestrata il giorno di Pasqua. C’era l’orchestra che suonava nascosta nel coro della chiesa, una Messa bellissima: sembrava di essere tra i cori Angelici! Tutta questa priorità e assolutezza riferita all’Eucarestia, e lì ci si sente veramente Chiesa, questo scoprirsi tutti insieme uniti attorno a Gesù Eucarestia ad adorarlo e amarlo. Vi auguro di cuore un bellissimo Lunedì dell’Angelo.

E la Benedizione di Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo discenda su di voi e con voi rimanga sempre. Amen.

Sia lodato Gesù Cristo. Sempre sia lodato.

Lunedì fra l’ottava di Pasqua

VANGELO (Mt 28,8-15)
Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno.

In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.