Transustanziazione. La parola che dice il Dono più grande

Transustanziazione. La parola che dice il Dono più grande

Condividiamo con i lettori l’articolo di p. Giorgio Maria Faré pubblicato sul numero 22 del 6 giugno 2021 de “Il Settimanale di Padre Pio”

La parola “transustanziazione” è molto più che il difficile termine di una teoria teologica. È il più bel dogma della nostra Fede, lo stupendo prodigio che si ripete ad ogni Santa Messa sui nostri altari, il modo con cui Gesù Cristo si rende realmente e sostanzialmente presente nel pane e nel vino consacrati. Attualmente, però, la fede eucaristica languisce sempre più, mentre un’ignoranza generalizzata compromette in partenza ogni resistenza e ripresa. Ecco allora la ragione e l’urgenza di questa catechesi, che recupera e riordina tutti gli elementi necessari per avere di tal sublime Mistero una conoscenza illuminata e fondata, amorosa e fruttuosa.


1) L’ISTITUZIONE DELL’EUCARISTIA

La Presenza reale: “Questo è il mio corpo”

Siamo a Gerusalemme, nel Cenacolo. Ricorre la Pasqua ebraica e Gesù è riunito con gli Apostoli per celebrare la cena rituale, per l’ultima volta. Gesù sa che di lì a breve sarà messo a morte e fa qualcosa di assolutamente nuovo, che dà compimento a tutte le promesse bibliche sulla Nuova Alleanza: in quella sera istituisce il Sacramento dell’Eucaristia.

Il racconto dell’istituzione ci è riportato da quattro fonti diverse: nei Vangeli di Matteo, Marco e Luca e nella prima Lettera di san Paolo ai Corinzi (1). Le parole del Signore sono sostanzialmente concordi nelle quattro narrazioni. In tutti i casi, nell’offrire il pane, Gesù dice: «Questo è il mio corpo». Il testo circa il calice presenta alcune piccole variazioni. In due casi viene riportato: «Questo è il mio sangue, dell’alleanza» e negli altri due: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue».

Il Concilio di Trento, facendo sintesi delle quattro fonti, dichiara: «Il nostro Redentore ha istituito questo meraviglioso sacramento nell’ultima cena, quando, dopo la benedizione del pane e del vino, affermò con parole esplicite e chiare di dare ad essi il proprio corpo e il proprio sangue. Queste parole, riportate dai santi evangelisti, e ripetute poi da san Paolo, hanno per sé quel significato proprio e chiarissimo, secondo cui sono state comprese dai padri» (2).

Gesù non ha detto: “Questo pane rappresenta il mio corpo”, non ha detto: “significa” o “simboleggia”. Ha detto, questo pane “è”, indicando inequivocabilmente l’identità tra quel pane e il suo corpo. Da queste parole la Chiesa deriva la sua dottrina sulla Presenza reale di Gesù nel Sacramento dell’Eucaristia.

Tale dottrina si venne delineando durante il medioevo. Prima ancora che venisse introdotto il termine “transustanziazione”, il teologo benedettino Pascasio Radberto, nel trattato De Corpore et Sanguine Domini dell’844 affermò che, dopo la Consacrazione, nelle specie sacramentali si rende presente il vero corpo storico di Cristo, quello nato da Maria Vergine, morto in croce e risorto. La sua dottrina scatenò un dibattito che durò due secoli e culminò nella sentenza pronunciata da papa Gregorio VII contro Berengario, al quale fu imposto di pronunciare un testo che si identificava proprio con le affermazioni di Pascasio: «Io Berengario intimamente credo e apertamente confesso che il pane e il vino posti sull’altare, per il mistero della orazione sacra e le parole del nostro Redentore, si convertono sostanzialmente nella vera e propria e vivificante carne e sangue di Nostro Signore Gesù Cristo; e che dopo la consacrazione c’è il vero corpo di Cristo, che è nato dalla Vergine e per la salvezza del mondo fu offerto e sospeso sulla croce e ora siede alla destra del Padre; e c’è anche il vero sangue di Cristo, che uscì dal suo fianco, non soltanto come segno e virtù del sacramento, ma anche nella proprietà della natura e nella realtà della sostanza» (3).

La dottrina sulla Presenza reale fu chiaramente definita durante la XIII sessione del Concilio di Trento: «Prima di tutto questo santo sinodo insegna e professa chiaramente e semplicemente che nel divino sacramento della santa Eucaristia, dopo la consacrazione del pane e del vino, è contenuto veramente, realmente e sostanzialmente, sotto l’apparenza di quelle cose sensibili, il nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo» (4). Tale affermazione ha valore dogmatico, dato che il Concilio pronuncia l’anatema contro chiunque osi negarla (5).

Il memoriale: “Fate questo in memoria di me”

San Luca e san Paolo riportano un importante dettaglio, l’esplicita richiesta di Gesù: «Fate questo in memoria di me». Questo comando si inserisce nel contesto della cultura ebraica per la quale la categoria biblica del memoriale (anamnesi, in ebraico “zikkaron”) ha un preciso significato. In questo contesto “fare memoria” non vuol dire semplicemente “ricordare” o “rievocare”, bensì significa, a tutti gli effetti, “rendere nuovamente presente”. La celebrazione eucaristica, dunque, non si limita a rievocare, come in una rappresentazione storica, un evento passato ma rende nuovamente presente, nella modalità incruenta, il Sacrificio di Cristo sulla croce, avvenuto una volta per tutte sul Calvario nella modalità cruenta. Per questo motivo ogni celebrazione eucaristica porta in sé tutto il valore redentivo e salvifico di quell’unico Sacrificio.

San Paolo aggiunge: «Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga». La celebrazione eucaristica, sebbene istituita nel contesto della Pasqua ebraica, si differenzia da essa: l’uccisione dell’agnello pasquale costituiva solo un ricordo simbolico dell’uscita dall’Egitto, viceversa in ogni Santa Messa, Gesù Cristo, il nuovo Agnello sacrificale senza macchia, viene nuovamente immolato al Padre.

San Giovanni Paolo II, nell’enciclica Ecclesia de Eucharistia, afferma che: «La Chiesa vive continuamente del sacrificio redentore, e ad esso accede non soltanto per mezzo di un ricordo pieno di fede, ma anche in un contatto attuale, poiché questo sacrificio ritorna presente, perpetuandosi sacramentalmente, in ogni comunità che lo offre per mano del ministro consacrato. In questo modo l’Eucaristia applica agli uomini d’oggi la riconciliazione ottenuta una volta per tutte da Cristo per l’umanità di ogni tempo. In effetti, “il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell’Eucaristia sono un unico sacrificio”. Lo diceva efficacemente già san Giovanni Crisostomo: “Noi offriamo sempre il medesimo Agnello, e non oggi uno e domani un altro, ma sempre lo stesso. Per questa ragione il sacrificio è sempre uno solo. […]. Anche ora noi offriamo quella vittima, che allora fu offerta e che mai si consumerà”. La Messa rende presente il sacrificio della Croce, non vi si aggiunge e non lo moltiplica. Quello che si ripete è la celebrazione memoriale, l’“ostensione memoriale” (memorialis demonstratio) di esso, per cui l’unico e definitivo sacrificio redentore di Cristo si rende sempre attuale nel tempo. La natura sacrificale del Mistero eucaristico non può essere, pertanto, intesa come qualcosa a sé stante, indipendentemente dalla Croce o con un riferimento solo indiretto al sacrificio del Calvario» (6).

San Paolo, inoltre, dichiara: «Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso». Questo è garanzia di fedeltà ad una trasmissione immutata dagli Apostoli e giunta fino a noi. Il dato della continuità è importante. Nell’Ultima Cena Gesù investe gli Apostoli del potere di “fare memoria” del suo sacrificio, vale a dire che assegna loro la principale tra le funzioni sacerdotali, quella di celebrare l’Eucaristia (7). È la “successione apostolica”, ovvero la catena ininterrotta che si perpetua da Gesù Cristo fino a noi, a rendere valida la celebrazione dei sacramenti.

«La successione agli Apostoli nella missione pastorale implica necessariamente il sacramento dell’Ordine, ossia l’ininterrotta serie, risalente fino agli inizi, di Ordinazioni episcopali valide. […]. L’assemblea che si riunisce per la celebrazione dell’Eucaristia necessita assolutamente di un sacerdote ordinato che la presieda per poter essere veramente assemblea eucaristica. D’altra parte, la comunità non è in grado di darsi da sola il ministro ordinato. Questi è un dono che essa riceve attraverso la successione episcopale risalente agli Apostoli. È il Vescovo che, mediante il sacramento dell’Ordine, costituisce un nuovo presbitero conferendogli il potere di consacrare l’Eucaristia. Pertanto “il Mistero eucaristico non può essere celebrato in nessuna comunità se non da un sacerdote ordinato come ha espressamente insegnato il Concilio Lateranense IV”» (8).

2) LA DOTTRINA DELLA TRANSUSTANZIAZIONE

Origine e definizione del termine

Le testimonianze scritte collocano la comparsa del termine “transustanziazione” a metà del secolo XII ma il primo utilizzo ufficiale in un documento del Magistero è del 1215, nella professione di fede contro gli Albigesi del Concilio Lateranense IV: «In realtà la Chiesa universale dei fedeli è una, e al di fuori di essa nessuno assolutamente è salvato, e in essa lo stesso Gesù Cristo è sacerdote e sacrificio, e il cui corpo e sangue sono veramente contenuti nel sacramento dell’altare sotto le specie del pane e del vino: il pane transustanziato nel corpo, e il vino nel sangue per il potere di Dio» (9). Si deve a san Tommaso d’Aquino e alla Scolastica in genere la definizione teologica del termine.

La parola transustanziazione – in latino transubstantiatio – deriva da “trans-” e “substantia” e indica, letteralmente, un mutamento o passaggio di sostanza. La sua definizione poggia su concetti mutuati dal filosofo greco Aristotele. Secondo questa visione ogni cosa è composta da una sostanza, vale a dire un’essenza intima che definisce la cosa per ciò che è, e da una somma di attributi sensibili, cioè percepibili con i sensi, detti anche accidenti. Questa distinzione tra “sostanza” e “accidenti”, applicata alle specie eucaristiche, permette di affermare che, pur mantenendosi inalterati gli accidenti (colore, sapore, forma, odore, ecc.) del pane e del vino, dopo la consacrazione ciò che muta è la sostanza: l’ostia consacrata appare come pane ma è in sostanza il corpo di Cristo e il vino consacrato è in sostanza il sangue di Cristo, pur mantenendo gli attributi sensibili del vino.

La definitiva formulazione del dogma della transustanziazione si deve al Concilio di Trento: «Poiché, poi, Cristo, nostro redentore, disse che era veramente il suo corpo ciò che dava sotto la specie del pane, perciò fu sempre persuasione, nella Chiesa di Dio – e lo dichiara ora di nuovo questo santo concilio –, che con la consacrazione del pane e del vino si opera la trasformazione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo di Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue. Questa trasformazione, quindi, in modo adatto e proprio è chiamata dalla santa Chiesa Cattolica transustanziazione» (10).

Tale trasformazione si opera quando il sacerdote pronuncia le stesse parole di Gesù («questo è il mio corpo», «questo è il mio sangue») per «l’efficacia delle parole e dell’azione di Cristo, e la potenza dello Spirito Santo» (11).

La posizione protestante

Per comprendere i dettagli delle affermazioni del Concilio di Trento è utile una breve digressione sulle dottrine protestanti, alle quali il Concilio doveva rispondere. Pur nelle differenze anche notevoli di posizione, le varie correnti della Riforma spostarono il significato della celebrazione domenicale da quella di sacrificio a quella di banchetto. Anche la presenza di Gesù nel pane e nel vino consacrati venne ridefinita o messa del tutto in discussione.

Lutero parla di “impanazione” o “consustanziazione”, riprendendo un’eresia preesistente, secondo la quale nelle specie del pane e del vino coesistono sia la sostanza del pane e del vino, sia il corpo e il sangue di Cristo.

Calvino sostiene, invece, una presenza solo spirituale di Gesù nel pane e nel vino e, di conseguenza, nega il carattere sacrificale della Messa (se non vi è il vero corpo di Gesù, non è possibile la ripresentazione sacramentale del Sacrificio della Croce).

La posizione più estrema è quella di Zwingli, per il quale il pane e il vino hanno un significato puramente simbolico.

La presenza di Gesù nelle specie eucaristiche fuori dalla Messa

I canoni del già menzionato Decreto sulla Santissima Eucaristia del Concilio di Trento precisano due importanti caratteristiche della presenza di Gesù nelle specie eucaristiche.

«Se qualcuno dirà che nel venerabile sacramento dell’Eucaristia, fatta la separazione, Cristo non è contenuto in ognuna delle due specie e in ognuna delle parti di ciascuna specie, sia anatema» (12). Questo canone, il numero 3, afferma che Gesù Cristo è contenuto in ciascuna parte delle specie eucaristiche, vale a dire che Gesù è presente non solo nell’ostia consacrata tutta intera, ma è presente in ogni sua parte dopo la frazione ed in ogni frammento di essa.

Il canone 4, inoltre, aggiunge che tale presenza perdura fintanto che durano le specie e non è legata al loro “uso” (precisazione rivolta, di nuovo, a contrastare una delle affermazioni protestanti): «Se qualcuno dirà che, fatta la consacrazione, nel mirabile sacramento dell’Eucaristia non vi è il corpo e il sangue del Signore nostro Gesù Cristo, ma solo nell’uso, mentre si riceve, e non prima o dopo; e che nelle ostie o parti consacrate, che dopo la Comunione vengono conservate e rimangono, non rimane il vero corpo del Signore, sia anatema» (13).

Ecco perché la Chiesa ha sempre avuto tanta cura affinché non si disperdano frammenti di pane eucaristico o gocce di vino consacrato: se un frammento o una goccia cadessero per terra, sarebbero a tutti gli effetti il corpo e il sangue di Cristo a cadere per terra e a rimanervi fino alla totale decomposizione o dissoluzione degli accidenti del pane o del vino. Questo, se da un lato obbliga gravemente alla massima attenzione per scongiurare rischi di profanazione e sacrilegio, d’altro canto offre ai fedeli la stupenda possibilità di adorare Gesù realmente presente nel Santissimo Sacramento anche al di fuori della Messa, ovunque sia presente un’ostia consacrata.

3) LA COMUNIONE

La Comunione sacramentale

La Comunione sacramentale è stata istituita da Gesù stesso. Già da prima dell’Ultima Cena il Signore aveva iniziato misteriosamente ad annunciare che ci si sarebbe cibati del suo corpo e del suo sangue: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me» (Gv 6,53-57).

Il Concilio di Trento afferma: «Se qualcuno dirà che Cristo, dato nell’Eucaristia, si mangia solo spiritualmente, e non anche sacramentalmente e realmente, sia anatema» (14). Crediamo perciò che, nel ricevere l’ostia consacrata, i fedeli ricevono realmente il corpo ed il sangue di Cristo.
Il principale effetto della Comunione sacramentale è, come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica: «L’unione intima con Cristo Gesù. […]. Ciò che l’alimento materiale produce nella nostra vita fisica, la Comunione lo realizza in modo mirabile nella nostra vita spirituale» (15).

San Tommaso, nella Somma Teologica, espone diversi effetti della Comunione sacramentale: essa conferisce la grazia, causa il raggiungimento della Vita eterna e ha il potere di rimettere i peccati veniali e di preservare dai peccati futuri. Inoltre, in misura della devozione e del fervore di chi la riceve, è in grado di rimettere, in gradi diversi, la pena dovuta al peccato (16).

Per conseguire questi effetti è necessario, innanzi tutto, essere in grazia di Dio. San Paolo infatti ammonisce: «Chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1Cor 11,27-29). Questo significa che chi abbia coscienza di essere in peccato mortale deve confessarsi prima di accedere al sacramento dell’Eucaristia. Chi si comunicasse in stato di peccato mortale non solo non conseguirebbe l’unione con Cristo, né alcuno dei benefici descritti, ma addirittura si macchierebbe anche del peccato di sacrilegio.

È dunque possibile ricevere materialmente il sacramento senza conseguirne gli effetti. San Tommaso, perciò, distingue il sacramento stesso e il suo effetto e spiega che «il modo perfetto di ricevere l’Eucaristia è quello di chi riceve il sacramento così da riceverne l’effetto. Capita però a volte, come si è già detto, che uno sia impedito dal ricevere l’effetto di questo sacramento: e allora la Comunione eucaristica è imperfetta». Il Dottore Angelico prosegue distinguendo quindi la «pura refezione sacramentale in cui si riceve solo il sacramento, senza il suo effetto» e la «refezione spirituale per cui si riceve l’effetto di questo sacramento, effetto che consiste nell’unire l’uomo a Cristo per mezzo della fede e della carità» (17).

La Comunione spirituale

San Tommaso precisa che «l’effetto di un sacramento può essere ottenuto da uno che riceve il sacramento col desiderio, senza riceverlo di fatto. Perciò come alcuni ricevono il battesimo di desiderio, per la brama del battesimo prima di essere battezzati con l’acqua, così alcuni si cibano spiritualmente dell’Eucaristia prima di riceverla sacramentalmente» (18).

Si tratta della cosiddetta “Comunione spirituale”, quella con la quale il fedele esprime il desiderio di unirsi a Gesù senza ricevere materialmente l’ostia consacrata. Essa può realizzarsi in qualsiasi momento e luogo, per il solo desiderio del fedele. La Comunione spirituale è sempre stata raccomandata nella Chiesa. Numerosi santi e dottori della Chiesa ne hanno parlato: santa Teresa di Gesù, santa Teresa di Gesù Bambino, san Francesco di Sales, santa Caterina da Siena, per citarne solo alcuni.

San Giovanni Bosco spiegava: «Se non potete comunicarvi sacramentalmente, fate la Comunione spirituale, che consiste in un ardente desiderio di ricevere Gesù nel vostro cuore» (19). È necessario precisare che quando i santi parlano di «non potersi comunicare sacramentalmente» non si riferiscono all’impedimento dato dal peccato ma ad un’impossibilità pratica (ad esempio se non c’è la Santa Messa, o se una malattia grave impedisce di parteciparvi). Va notato, tra l’altro, che in passato i fedeli potevano accedere alla Comunione sacramentale solo con la frequenza consentita loro dal confessore, ed era raro che fosse concessa la Comunione quotidiana. La pratica della Comunione spirituale era quindi l’ordinarietà per molti fedeli.

L’Imitazione di Cristo ammonisce di non tralasciare senza motivo la Comunione sacramentale ma assicura: «Se, invece, uno è trattenuto da ragioni valide, ma avrà la buona volontà e la devota intenzione di comunicarsi, costui non mancherà dei frutti del Sacramento. Giacché ognuno che abbia spirito di devozione può, in ogni giorno e in ogni ora, darsi salutarmente, senza che alcuno glielo impedisca, alla Comunione spirituale con Cristo […]. Infatti questo invisibile ristoro dell’anima, che è la Comunione spirituale, si ha ogni volta che uno medita con devozione il mistero dell’incarnazione e della passione di Cristo, accendendosi di amore per lui» (20).

Per aiutarsi nel fare la Comunione spirituale si può ricorrere alla famosa formula composta da sant’Alfonso Maria de’ Liguori e spesso recitata anche da papa Francesco durante la celebrazione della Santa Messa (21): «Gesù mio, io credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a te; non permettere che mi abbia mai a separare da te».

Note

1) I passi sono: Mt 26,26-28; Mc 14,22-24; Lc 22,19-20; 1Cor 11,23-25.

2) Concilio di Trento, Sessione XIII, Decreto sul santissimo sacramento dell’Eucaristia, capitolo 1.

3) Lettera Enciclica Mysterium Fidei, n. 53.

4) Concilio di Trento, Sessione XIII, Decreto sul Santissimo Sacramento dell’Eucaristia, cap. 1.

5) «Se qualcuno negherà che nel santissimo sacramento dell’Eucaristia è contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il corpo e il sangue di nostro Signore Gesù Cristo, con l’anima e la divinità, e, quindi, tutto il Cristo, ma dirà che esso vi è solo come in un simbolo o una figura, o solo con la sua potenza, sia anatema» (Concilio di Trento, Sessione XIII, Decreto sul santissimo sacramento dell’Eucaristia, Canoni sul Santissimo Sacramento dell’Eucaristia, can. 1).

6) San Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Ecclesia de Eucharistia, n. 12.

7) Cf. Lumen gentium, n. 28.

8) San Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Ecclesia de Eucharistia, nn. 28-29.

9) DS 802.

10) Concilio di Trento, Sessione XIII, Decreto sul Santissimo Sacramento dell’Eucaristia, cap. 4. E ancora: «Se qualcuno dirà che nel santissimo sacramento dell’Eucaristia assieme col corpo e col sangue di nostro Signore Gesù Cristo rimane la sostanza del pane e del vino e negherà quella meravigliosa e singolare trasformazione di tutta la sostanza del pane nel corpo, e di tutta la sostanza del vino nel sangue, e che rimangono solamente le specie del pane e del vino, — trasformazione che la chiesa Cattolica con termine appropriatissimo chiama transustanziazione — sia anatema» (Concilio di Trento, Sessione XIII, Canoni sul Santissimo Sacramento dell’Eucaristia, can. 2).

11) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1353.

12) Concilio di Trento, Sessione XIII, Canoni sul Santissimo Sacramento dell’Eucaristia, Can. 3.

13) Concilio di Trento, Sessione XIII, Canoni sul Santissimo Sacramento dell’Eucaristia, can. 4.

14) Concilio di Trento, Sessione XIII, Canoni sul Santissimo Sacramento dell’Eucaristia, Can. 8.

15) Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1391, 1392.

16) San Tommaso d’Aquino, Somma Teologica, III, q. 79 aa. 1-8.

17) Ivi, III, q. 80 a. 1 co.

18) Ivi, III, q. 80 a. 1 ad 3.

19) San Giovanni Bosco, Memorie Biografiche, vol. III, p. 13.

20) L’imitazione di Cristo, libro IV, cap. 10, n. 3.

21) Celebrando la Santa Messa da Santa Marta, durante il lockdown nella primavera del 2020, il Papa ha frequentemente invitato i fedeli alla Comunione spirituale recitando questa formula di sant’Alfonso. Nell’Angelus del 15 marzo 2020 ha inoltre detto: «Uniti a Cristo non siamo mai soli, ma formiamo un unico Corpo, di cui Lui è il Capo. È un’unione che si alimenta con la preghiera, e anche con la Comunione spirituale all’Eucaristia, una pratica molto raccomandata quando non è possibile ricevere il Sacramento».

NOTE

1) San Pietro Giuliano Eymard, La Presenza Reale, cap. XXXIX.

2) Cf. ad esempio Odoardo Linoli, Ricerche istologiche, immunologiche e biochimiche sulla carne e sul sangue del Miracolo Eucaristico di Lanciano, in Quaderni Sclavo di Diagnostica, 7, n. 3, Grafiche Meini, Siena 1971, p. 670.

3) Auguste-Joseph Gaudel – Desideratus Castelain, De Cultu eucharistici cordis Jesu: Historia, Doctrina, Documenta, 1928 in Revue des Sciences Religieuses, tome 10, fascicule 2, 1930, pp. 342-344.

4) Decreto di istituzione della festa con Messa e Ufficio propri, 9 novembre 1921, in AAS, vol. 13, p. 545.

5) Raccolta di orazioni e pie opere per le quali sono state concesse dai Sommi Pontefici le sante indulgenze, Roma 1898, p. 106, n. 73.

6) Pio XII, Lettera Enciclica Haurietis Aquas, del 15 maggio 1956 sulla devozione al Sacro Cuore di Gesù.

7) P. Michele Mazzei (1878-1954), superiore provinciale dei Redentoristi di Napoli dal 1930 al 1933 e poi consultore generale della Congregazione.