Beata Conchita Cabrera De Armida: Sacerdoti di Cristo, XXIV parte

Beata Conchita Cabrera De Armida: Sacerdoti di Cristo, XXIV parte

Meditazione

Pubblichiamo l’audio di una meditazione di sabato 14 agosto 2021

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

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Beata Conchita Cabrera De Armida: Sacerdoti di Cristo, XXIV parte

Eccoci giunti a sabato 14 agosto 2021. Oggi vi chiedo perdono, ma credo che non sarò breve, perché sono tantissime le cose che ho da dirvi. 

Oggi ricorre la memoria di San Massimiliano Maria Kolbe, Sacerdote e martire. È a me personalmente molto caro. Mi accompagna da quando sono ragazzo, l’ho sempre tanto pregato e tanto amato e il suo esempio mi ha molto segnato.

Il testo Sacerdoti di Cristo della Beata Conchita Cabrera de Armida. che stiamo meditando e che continueremo a meditare per ancora un po’ di tempo, vede in San Massimiliano Maria Kolbe l’esempio meraviglioso di cosa vuol dire essere un Sacerdote: per meno di così, sarebbe meglio lasciar perdere.

Oggi è anche il giorno nel quale mi permetto di togliere qualche sassolino dalla scarpa, perché dobbiamo finirla con questo stile buonista, approssimativo, superficiale, falso, anti biblico, pretestuoso, pernicioso e traditore del messaggio che Dio ha voluto lasciare all’umanità nell’antico e nel nuovo testamento. La prima lettura di oggi, tratta dal capitolo XXIV del libro di Giosué, versetti 14-29, credo che sia un testo che noi dovremmo meditare tantissimo e per molto tempo. Anche se ho detto che oggi sarò un po’ lungo, non potrò impiegare tutto il tempo che vorrei per meditare questo testo bellissimo. È un testo che fa venire la pelle d’oca, a me personalmente provoca una commozione interiore profondissima, è un crescendo di intensità, di radicalità, di donazione, di dedizione, di oblatività, di assolutezza, di appartenenza, di verginità, di tutte le cose più belle possibili. Giosuè è una grandissima figura, è stato un padre meraviglioso per il suo popolo. Avremmo bisogno di Giosuè, di tanti Giosuè, e San Massimiliano Maria Kolbe è stato un Giosuè.

Tutti ricordiamo questo Sacerdote perché lui si è offerto in sacrificio quando ha fatto il passo fuori dalla sua fila per dire: “io mi offro al posto di…”. Quando sono stato ad Auschwitz, ho visto la cella dove presumibilmente è stato tenuto. Una cosa terribile! 

Credo che San Massimiliano Maria Kolbe abbia bisogno di essere ricordato per altro, certo lui ha fatto un atto eroico di carità, verissimo, ma vogliamo parlare di quello che ha fatto nelle due settimane nel bunker della morte? Ecco, vogliamo parlare di come questo Sacerdote ha trasformato quel bunker della morte in un monastero? Sono diventati tutti monaci, sono diventati tutti milizia dell’Immacolata, sono morti tutti avvolti dal manto della Vergine Maria. Perché? Perché avevano un Sacerdote di Cristo.

Non avevano un gioppino, un pagliaccio, un buffone.

Non avevano qualcuno che insegnava il contrario di quello che ha detto Gesù Cristo.

Avevano un Ministro di Cristo!

Avevano un Giosuè. 

Un uomo che ha trasformato il bunker della morte in una novella Sichem. Loro avevano questo e lui li ha condotti tutti a morire santamente. Da quel bunker della morte sono usciti solo canti, inni e preghiere. È stato l’evento che ha squarciato le tenebre di Auschwitz e ha portato sole. A tutti veniva voglia di andare nel bunker della morte, nel bunker della fame. Certo, perché se vivere significa quella cosa lì, allora tutti dobbiamo andare lì, perché chi di noi vive in mezzo ad inni, canti, preghiere e lode a Dio? Nessuno. Nessuno, perché noi siamo terrorizzati dalla morte. Noi non parliamo più della morte. Noi abbiamo un terrore assurdo della morte. 

Ritornerò su questo argomento, forse proprio domani quando festeggeremo l’Assunzione di Maria Vergine in Cielo. La Madonna non è morta, ma è stata assunta in Cielo in anima e corpo. C’è la Dormitio Mariæ, la Vergine Maria che dorme e viene portata in Cielo così, perché Lei è la nostra Madre, la nostra Regina, la Madre di Dio, l’Immacolata Concezione e non poteva morire. Suo Figlio con un atto di Amore bellissimo ha preservato la Madre Sua come farebbe ogni Figlio vero, innamorato. Lui le ha dato questa Grazia meravigliosa di non essere toccata, di non essere punta dal pungiglione velenifero e mortifero della morte. Per la Sua Immacolata Concezione la Vergine Maria è proprio passata totalmente, integralmente accanto al Figlio Suo.

E San Massimiliano Maria Kolbe ha fatto Sichem, ha realizzato questa Sichem come Giosuè, lì nel bunker della morte e ha stipulato un’alleanza. Questo un Sacerdote di Cristo deve fare con il suo popolo, deve condurlo a sancire, se non ricordo male, il verbo ebraico è לגזור (karat), che vuol dire tagliare. L’espressione ebraica che traduciamo come “sancire l’alleanza” letteralmente si traduce “tagliare l’alleanza” (karat berît). L’alleanza viene “tagliata”. Lui “taglia” questa alleanza, la sancisce, la forma, la costruisce e guardate come lo fa bene, proprio come fa San Massimiliano Maria Kolbe. È tutta gente che non ha paura di morire, perché noi dobbiamo morire, moriremo tutti e non possiamo, come cristiani cattolici, essere terrorizzati dalla morte. 

Camminiamo nelle strade con gli occhi in fuori, tutti terrorizzati, come se ci fosse chissà quale mostro che ci deve mangiare e allora… avanti a bere litri di more! 

Poi nessuno si preoccupa del peccato mortale, ma perché, certo, non esiste! Figuriamoci se noi abbiamo paura del peccato mortale. Quello uccide la grazia santificante nell’anima, quello ti condanna direttamente all’inferno, ma questo non ha importanza, Innanzi tutto perché dell’inferno non parla più nessuno, non ci crediamo più e dicono che, se l’inferno esiste, è vuoto perché lo dice Balthasar. Questo è falsissimo perché Balthasar non ha mai detto queste cose. La Madonna a Fatima (e non solo a Fatima) ha detto esattamente il contrario, tutti i Santi dicono il contrario.

E poi il peccato mortale, i peccati… andate a leggere i sogni di San Giovanni Bosco! 

Ma di questo non abbiamo paura! Non abbiamo paura del peccato, noi abbiamo paura di morire. La morte è ormai l’ultimo tabù, ma di questo vi parlerò, credo domani. 

Noi però dobbiamo smettere di aver paura di queste cose, perché uno dice: “Io ho paura, mi faccio le flebo di succo di more perché ho paura di morire” ma non pensa che ad uscire in bicicletta o a piedi, per caso, in un attimo puoi essere investito da una macchina e puoi morire. 

Noi non pensiamo a queste cose, non pensiamo che in qualunque momento possiamo essere chiamati al giudizio di Dio.

Noi pensiamo al succo di more e facciamo tutti i ragionamenti in funzione di quello, come se la morte fosse una cosa che decidiamo noi, che ci capita eventualmente. Ma guardate che si muore anche per altro, cioè, veramente, si può morire. Se non sai cosa fare, vai a farti un giro in un pronto soccorso di un ospedale qualunque ed entri con l’ultimo paziente che è entrato, fai quello che fa lui e stai lì con lui — che vuol dire circa nove ore, più o meno — intanto guardi la gente che entra ed esce, così ti rendi conto che si muore anche di altro e si sta male anche per altro e che il succo di more non è una protezione contro la morte e preoccupiamoci del peccato e non del succo di more. 

Tra l’altro, apro una parentesi, volevo dirvi che mi sono stupito che nessuno si è accorto di un fatto, evidentemente non pregate tanto l’ufficio delle letture, altrimenti vi sareste accorti di una cosa importante. Perché Padre Giorgio ci parla del succo di more e non di lamponi, di mirtilli, perché ha coniato questo termine? Perché proprio “di more”? Vedo che sono passati ormai due mesi e non avete superato l’esame, quindi posso dirvelo io. Il 16 giugno 2021 la prima lettura dell’ufficio delle letture era tratta dal libro dei Giudici (Gc 6, 33-7, 8.16-22), ed era la lettura che trattava di Gedeone che vince la battaglia contro i Madianiti con un piccolissimo esercito. Ad un certo punto il testo dice:

“Ierub-Baal dunque, cioè Gedeone, con tutta la gente che era con lui, alzatosi di buon mattino, si accampò alla fonte di Carod. Il campo di Madian era al nord, verso la collina di More, nella pianura.”

Ricordatevelo, il caso non esiste. Niente si fa a caso. Il campo di Madian, i nemici di Israele, quelli contro cui lo spirito del Signore investe Gedeone perché vada a combattere, era a nord, verso la collina di More, nella pianura. 

Il Signore disse a Gedeone: “La gente che è con te è troppo numerosa devi ridurre, ridurre, ridurre. In totale rimangono i famosi trecento uomini”. Sto leggendo la lettura:

“Tornarono indietro ventiduemila uomini del popolo e ne rimasero diecimila”.

Quindi erano trentamila persone. Gedeone aveva raggruppato trentamila persone pensate, e il Signore gliene fa restare trecento per combattere contro Madian. Questo è Dio! Il Dio degli eserciti, è Lui che combatte.

E come vincono? Vincono con trombe, brocche vuote e fiaccole, stando fermi. In realtà potevano essere in due, tanto faceva tutto Dio. Dio voleva solamente la fede.

Capito? La collina di More…

Ecco il succo di more.

Là, nella collina di More stanno i Madianiti, come oggi. I Madianiti sono quelli che producono le more e sono quelli che le bevono e le usano. 

Perché bisogna decidere in quale accampamento stare, se con i trecento o andare da Madian? Perché é sempre la paura di morire. Che poi tu gli dia il nome di Madian o di altro, non cambia niente e se tu inizi a prendere il succo di more, significa che Madian un po’ ti interessa. 

Non venite a raccontare storie, ognuno di noi ha la sua intelligenza, la sua coscienza, la sua testa per poter capire. Sotto, sotto, gratta, gratta c’è una paura sola: c’è paura di morire, quindi siamo disposti a tutto.

“Meglio che muoia uno che…” Ricordate che già qualcuno disse questa frase? Siamo furbi. Quando interessa a noi, sappiamo ben girare la legge di Dio a nostro uso e consumo.

San Massimiliano Maria Kolbe non l’ha fatto, non avrebbe mai preso il succo di more. Avrebbe insegnato ad affrontare i Madianiti. Questo fa il Sacerdote di Cristo, questo fa Giosuè. Affrontiamo i Madianiti, ma da credenti.

“Sceglietevi oggi chi servire”

Ecco questo dobbiamo fare oggi. Sceglietevi oggi chi servire. “Se gli dei che i vostri padri hanno servito oltre il fiume oppure gli dei degli Amorrei. Quanto a me e alla mia casa serviremo il Signore”. 

Vedete? Così si parla. Giosuè vuole convincere qualcuno? Lui non vuole convincere nessuno.

Noi che ci mettiamo a fare le omelie al parroco, al sacerdote, al confessore e al padre spirituale… ma non dobbiamo fare le omelie a nessuno! Noi dobbiamo dire quello che vogliamo fare noi: “Quanto a me e alla mia casa serviremo il Signore”.

Voi fate quello che volete. Sceglietevi oggi chi servire. Noi dobbiamo sempre fare mille parole, essere confusi ecc. Ma non vedi come è chiaro il sole? Ma cosa c’è da essere confusi? È chiaro cosa dobbiamo fare per servire il Signore e cosa non dobbiamo fare se vogliamo servire il Signore.

Ricordati che oggi potresti uscire in bicicletta e, ad una rotonda, venire portato via da una macchina e morire sul colpo. Non te lo dimenticare quando esci con i tuoi programmi. Capisci? Tra tre giorni potresti essere già morto e sepolto. Attenzione.

E il popolo dice: noi vogliamo assolutamente …

E Giosuè risponde: state attenti. Voi non potete servire il Signore. 

Pane pane, vino al vino!

Un Sacerdote deve essere come Giosuè, deve avere il coraggio di dire “tu non puoi servire il Signore”, tu non hai dentro quella cosa che…

Perché non potete servire il Signore?

Perché è un Dio Santo, perché è un Dio geloso.

È lo stesso Dio di Gesù. Attenti a dire delle eresie, tipo che nel nuovo testamento Gesù presenta un altro Dio. Se diciamo così, siamo politeisti.

“Voi non potete servire il Signore, perché è un Dio santo, è un Dio geloso; egli non perdonerà le vostre trasgressioni e i vostri peccati. Se abbandonerete il Signore e servirete dèi stranieri, egli vi si volterà contro e, dopo avervi fatto tanto bene, vi farà del male e vi annienterà”

Facciamo attenzione. Perché non decidiamo oggi? 

Così domani saremo pronti per quando faremo l’atto di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria, perché domani è l’Assunta. 

Perché non facciamo oggi la nostra scelta?

Perché non facciamo un po’ di silenzio e diciamo: “Ma io chi voglio servire?”. Che significa: “Io, a chi voglio dare le primizie?” Non si può pensare di dare tutta la mia giovinezza al mondo e le mie ossa a Dio, cioè lo scarto.

Certo che il Signore ci perdona se andiamo a chiedere perdono, ma il problema è un altro. Lui vuole tutto. Lui vuole che noi siamo Abele, che gli diamo le cose più belle, non gli avanzi.

Quindi Gesù dice:

“Eliminate allora gli dèi degli stranieri, che sono in mezzo a voi, e rivolgete il vostro cuore al Signore, Dio d’Israele!”.

Noi quali dei abbiamo? Quali idoli abbiamo nella nostra vita che dobbiamo eliminare? Perché c’è sicuramente qualcosa a cui siamo molto attaccati che sta in concorrenza con Dio. 

Forse la paura di morire?  Questa potrebbe essere un grande idolo, un grande vitellone d’oro. 

— E se muoio? Allora ho il succo di more.

— Ma è rosso!

— Non fa niente.

— Non diciamolo a nessuno, lo teniamo per noi, tanto per una volta! O due, o tre, …

Ma diventeranno quattro, cinque, sei. Ancora non l’hanno detto, perché non te lo dicono, ogni cosa a suo tempo. I Madianiti sono furbi.

Dobbiamo togliere di mezzo i nostri idoli. Ne abbiamo tanti: il gusto, il piacere, il denaro, l’egoismo, la televisione, l’utilizzo sfrenato e compulsivo del cellulare.

Mi faceva notare un frate che, un tempo, in tasca si teneva il Rosario e quando c’erano degli intermezzi di tempo si pregava, oggi si toglie il cellulare e lo si guarda. È un atteggiamento compulsivo verso questo strumento. Se tenessimo in mano il crocifisso la metà del tempo che teniamo in mano il cellulare, noi saremmo già tutti San Gabriele dell’Addolorata. È sempre in mano, sempre. Noi siamo costantemente proiettati dentro quello schermo, così sistemo, faccio, brigo, ma la vita è anche uno spazio di tempo dove tu non fai niente se non essere presente a te stesso e a Dio.

“Eliminare”. Altrimenti non si può “tagliare” l’alleanza, uno statuto e una legge a Sichem. Ci dev’essere un luogo, che può essere un bellissimo santuario, un’edicola, un luogo dove noi possiamo sancire con Dio la nostra alleanza, la nostra Sichem. Una legge cosa vuol dire? Vuol dire una regola di vita. Anche noi Preti dobbiamo avere una regola di vita. Non è che noi siamo superiori a queste cose, come se fossero cose da bambini. No, no, assolutamente, e dovremmo farla vedere a qualche Sacerdote e chiedere: “Secondo te, questa regola ci sta con la mia vita sacerdotale?”

“Scrisse queste parole nel libro della legge di Dio.”

Come disse la Madonna della Rivelazione a Bruno Cornacchiola: “Ogni cosa, ogni secondo è scritta nella legge di Dio”

“Prese una grande pietra e la rizzò là, sotto la quercia che era nel santuario del Signore. Infine, Giosuè disse a tutto il popolo: «Ecco: questa pietra sarà una testimonianza per noi, perché essa ha udito tutte le parole che il Signore ci ha detto; essa servirà quindi da testimonianza per voi, perché non rinneghiate il vostro Dio»”

Anche noi abbiamo bisogno di un segno, può essere una pietra, perché no? Può essere il mozzicone di una candela, può essere qualunque cosa, un segno che ci ricordi l’alleanza sancita con Dio, ma la dobbiamo sancire. Dobbiamo dire: “Io ho fatto con Dio un’alleanza”. E sarebbe opportuno che ci fosse Giosuè a sancirla, cioè non deve essere solo un’alleanza tra me e Dio, perché qua è Giosuè che la fa. 

“Giosuè in quel giorno concluse un’alleanza per il popolo e Giosuè gli diede uno statuto a Sichem”.

Capite il senso dell’attualità del libro che stiamo leggendo “Sacerdoti di Cristo” della Beata Conchita Cabrera de Armida?

“Lo Spirito Santo è sempre in azione, in Lui deve ardere il cuore del sacerdote degno della missione che ha ricevuto, del Sacerdote fedele alla propria vocazione, che non deve sprecare nemmeno un atomo del dono di Dio, né un’occasione per fare il bene.”

Giosuè!

“Il sacerdote è un seminatore e suo compito è di gettare il seme nelle anime, già preparate con il lavoro e la preghiera, per poi presentarle al Padre come frutti maturi che Egli deve raccogliere. Un sacerdote pigro che cerca esageratamente il proprio comodo, che si preoccupa troppo di se stesso e di tutto ciò che con- cerne il proprio corpo, è ben lontano dallo Spirito Santo che, ripeto, è Spirito attivo, è fiamma di fuoco, che non si stanca di agire nelle anime che sono a Lui docili, che non cessa mai di effondersi in doni, grazie e ispirazioni, poiché è una continua fonte di effluvi santi, nel seno della Trinità come nelle anime.”

Capite?

Non posso trasformarmi in un basset hound, non posso diventare un bradipo — cioè vuol dire assenza totale dello Spirito Santo — non si può. Non posso diventare un sepolcro imbiancato, uno che sembra che l’abbia punto la mosca tse-tse. Ha sempre sonno, è stanco. Ma stanco e sonno per cosa?

“Per questo i sacerdoti, che hanno nella Chiesa la missione di dare la vita alle anime, di plasmarle per il cielo, d’infondere in esse ciò che è divino, di predicare e insistere in qualunque ora e circostanza per diffondere il mio Vangelo, più di qualunque altra persona devono vivere uniti allo Spirito Santo, liberandosi da ogni formarli pigrizia che possa affievolire il loro entusiasmo nello svolgimento della sublime missione cui sono chiamati”.

Capite?

Predicare sempre e liberarsi da ogni forma di pigrizia.

Noi quando ci riposiamo? Un Sacerdote si riposa davanti al Tabernacolo. Quello è il luogo del riposo, non il letto. Il letto è il luogo dove riposa il corpo. Purtroppo dobbiamo dare a lui un po’ di tempo, perché sarebbe bello poter lavorare ventiquattro ore con le anime e con il Signore. Abbiamo un corpo umano e ogni tanto dobbiamo prenderlo e metterlo su un letto e spegnerlo per un po’.

Non c’è cosa più quieta di Dio [immobile e perfetta]. Non c’è cosa più attiva di Dio nell’amore. Anche i sacerdoti, quindi, devono possedere la tranquillità e la pace dei santi e del Santo dei santi nella propria anima; nello stesso tempo devono ardere di zelo per le anime, essere divorati dalla sete ardente di condurle verso il ciclo, di liberarle dai pericoli, di consigliarle e avviarle verso il bene, d’innamorarle di ciò che non passa, di ciò che e eterno, di Me, crocifisso per loro amore, di Maria, delle virtù del desiderio d’imitarmi.
Come si possono evitare tutti
1 vizi e diretti che sono venuto evidenziando? Con un mezzo solo: mediante la trasformazione dei sacerdoti in Me. Solo allora essi acquisiranno i miei stessi sentimenti e, con la forza dello Spirito Santo, ameranno come Io amo, salveranno le anime come Io le voglio salvare, e insieme a Me le offriranno alla Trinità.”

Dobbiamo portare da una parte la pace interiormente e dall’altra una sete ardente di bene per le anime.

Mi fermo qua, prepariamoci bene per la Solennità di domani, pensiamo a qualcosa di bello per la Vergine Maria.

Che la giornata di domani abbia inizio con la S. Messa e che sia la più bella giornata in assoluto. È bello che il 15 agosto sarà una domenica, è bello perché sarà un rendere Gloria al Signore attraverso la Vergine Maria, proprio in un giorno dedicato a Dio sommamente com’è la domenica. 

Oggi confessiamoci e prepariamoci bene. 

Vi auguro di cuore di vivere come San Massimiliano Maria Kolbe questo giorno di sabato tutto mariano, in preparazione al giorno di domani che è mariano per eccellenza.

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus. Amen.

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. 

Sia lodato Gesù Cristo, sempre sia lodato.

 

PRIMA LETTURA (Gs 24, 14-29)

In quei giorni, Giosuè disse al popolo: «Ora, dunque, temete il Signore e servitelo con integrità e fedeltà. Eliminate gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume e in Egitto e servite il Signore. Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrei, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore».
Il popolo rispose: «Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! Poiché è il Signore, nostro Dio, che ha fatto salire noi e i padri nostri dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; egli ha compiuto quei grandi segni dinanzi ai nostri occhi e ci ha custodito per tutto il cammino che abbiamo percorso e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati. Il Signore ha scacciato dinanzi a noi tutti questi popoli e gli Amorrei che abitavano la terra. Perciò anche noi serviremo il Signore, perché egli è il nostro Dio».
Giosuè disse al popolo: «Voi non potete servire il Signore, perché è un Dio santo, è un Dio geloso; egli non perdonerà le vostre trasgressioni e i vostri peccati. Se abbandonerete il Signore e servirete dèi stranieri, egli vi si volterà contro e, dopo avervi fatto tanto bene, vi farà del male e vi annienterà». Il popolo rispose a Giosuè: «No! Noi serviremo il Signore».
Giosuè disse allora al popolo: «Voi siete testimoni contro voi stessi, che vi siete scelti il Signore per servirlo!». Risposero: «Siamo testimoni!».
«Eliminate allora gli dèi degli stranieri, che sono in mezzo a voi, e rivolgete il vostro cuore al Signore, Dio d’Israele!».
Il popolo rispose a Giosuè: «Noi serviremo il Signore, nostro Dio, e ascolteremo la sua voce!». Giosuè in quel giorno concluse un’alleanza per il popolo e gli diede uno statuto e una legge a Sichem. Scrisse queste parole nel libro della legge di Dio. Prese una grande pietra e la rizzò là, sotto la quercia che era nel santuario del Signore. Infine, Giosuè disse a tutto il popolo: «Ecco: questa pietra sarà una testimonianza per noi, perché essa ha udito tutte le parole che il Signore ci ha detto; essa servirà quindi da testimonianza per voi, perché non rinneghiate il vostro Dio». Poi Giosuè congedò il popolo, ciascuno alla sua eredità.
Dopo questi fatti, Giosuè figlio di Nun, servo del Signore, morì a centodieci anni.