Beato don Giacomo Alberione: i Novissimi, la Morte, VII parte

Beato don Giacomo Alberione: i Novissimi, la Morte, VII parte

Meditazione

Pubblichiamo l’audio di una meditazione di mercoledì 17 novembre 2021

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

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Beato don Giacomo Alberione: i Novissimi, la Morte, VII parte

Eccoci giunti a mercoledì 17 novembre 2021. Oggi ricordiamo Santa Elisabetta di Ungheria, religiosa. 

Abbiamo letto questo testo che ormai conosciamo bene del secondo Libro dei Maccabei, capitolo VII, versetti 20-31. 

È sicuramente un testo che ogni volta che lo ascoltiamo ci fa pensare. Pensate che le reliquie dei sette fratelli Maccabei si trovano nella Cripta sotto l’Altare della Confessione di San Pietro in Vincoli. C’è un sarcofago del IV secolo che contiene le loro spoglie, diviso in sette scomparti. Quando fu rinvenuto sotto la predella dell’Altare Maggiore nel 1876 fu trovata una lamina di bronzo dell’autentica delle reliquie e quindi abbiamo i nomi dei  sette fratelli, che voglio dirvi e che sono: Aber, Acasfo, Aratsfo, Giacomo, Giuda, Macabco e Macuro. Furono martirizzati, come abbiamo sentito, nel 168 a.C. circa e poi traslati a S. Pietro in Vincoli durante il pontificato di Pelagio I (556-61). 

Abbiamo un motivo in più per pregarli, per chiedere al Signore la grazia di essere come loro e come la loro mamma, adesso che stiamo affrontando il testo sulla morte. Questa donna che sa essere consigliera di una morte santa, in nome della legge di Dio. 

Che bella questa cosa della lingua dei Padri, avere persino un linguaggio, una lingua riservata, unica, l’ascolto, il comando della legge.

“Non temere questo carnefice ma, accetta la morte, perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli”

Accetta la morte.  

Dobbiamo imparare anche noi ad accettare la morte, lo stiamo leggendo in questi giorni con il testo su “I Novissimi di don Alberione”, vedete come ritorna questo tema della morte.

Siamo arrivati al paragrafo II del capitolo 3°:

2. Chiedere la grazia di ricevere santamente il Viatico

E qui il Beato Alberione cita Giovanni 6, 31-35, il testo sull’Eucarestia.

“Questo discorso contiene la promessa dell’Eucarestia. Certamente in punto di morte noi sentiremo più che negli altri tempi la bellezza di questa divina promessa: «Chi mangia la mia carne…vivrà in eterno» (Gv 6,55); mentre la vita ci sfuggirà. Vedendo le nostre ore già contate e ridotte a poche, la promessa di una vita che non finirà, quanto ci sarà di conforto e di consolazione! L’Ostia Santa è un divino germoglio di vita.”

Certo, aggiungo io, per chi ci ha creduto nella vita di tutti i giorni, per chi l’ha trattata come va trattata, per chi l’ha adorata per come va adorata, per chi l’ha amata per come va amata, per chi l’ha desiderata come va desiderata, per chi si è preparato come bisogna prepararsi a riceverla, perché per gli altri non sarà niente di più e niente di meno che un pezzo di pane, neanche gli verrà in mente!

 “L’albero della vita naturale verrà atterrato; (…) ma un nuovo innesto verrà fuori dalla cenere di quest’albero. (…) E questo innesto sarà animato dalla vita di Gesù Cristo. Noi siamo sue membra. Sentiremo che unendoci a Gesù nell’Eucarestia, noi vivremo della sua vita eterna. Oh, che possiamo in quel momento ricevere la S. Comunione e riceverla con fervore! Chiediamola sempre questa grazia; e meritiamola facendo delle Comunioni sante. Allorché un’anima per anni ed anni, con fedeltà, con amore, con sacrificio si è comunicata quotidianamente, ella ha meritato tanto presso il Signore. Ed ecco là quel buon servo di Dio, ammalato, affranto, sfinito: le sue labbra non possono quasi più pregare; i dolori l’hanno inchiodato in quel letto e quasi non può più fare movimento, ma il suo cuore è acceso: egli ha amato Gesù. In quel momento Gesù si partirà dalla chiesa, portato a mano da un buon Sacerdote. Questo figliuolo, supponiamolo un religioso, che non ha cercato altri che Gesù: egli ha dato il suo cuore a Gesù, ogni giorno, e Gesù lo ha amato ed ora s’incontrano i due amici sul letto di morte. Che felice incontro, quando quest’anima potrà dire: Mi sono consumata di amore! E Gesù risponderà: Ed io sono il sommo bene, io sarò con te: «La tua ricompensa sarà molto grande» (Gen 15,1). Secondo mezzo: fare i nove primi venerdì del mese.”

Avete visto? Il Beato don Alberione cita anche lui i primi nove venerdì del mese. Vedete, in questo testo dei Novissimi, quante indicazioni pratiche, assolutamente concrete ci dà questo Beato.

“Ecco la grande promessa di Gesù stesso: «Io prometto, nell’eccesso della mia misericordia, che coloro i quali per nove mesi, il primo venerdì, si accosteranno alla comunione, non moriranno all’improvviso o senza i Santi Sacramenti, o in mia disgrazia». Grande promessa, legata ad una pratica così facile: fare nove Comunioni, al primo venerdì, per nove mesi consecutivi.”

Eppure, quanti ancora non l’hanno mai fatta e quanti non la conoscono, incredibile ma vero. Perché non essere noi un po’ Apostoli di questa pratica? Perché non farla conoscere noi? Perché ogni primo venerdì non portare un amico nuovo a iniziare questa pratica? E perché farlo una volta sola nella vita? Perché non farla sempre? Finito un ciclo, iniziarne un altro.

 “Per noi la Comunione è cosa così consueta, che quasi non ci ricordiamo di essere al primo venerdì. Ma mettiamo l’intenzione ora: poi, ancorché ci dimentichiamo, sarà sufficiente. Ma sia la Comunione molto fervorosa! Ai nostri giorni la pratica dei primi nove venerdì è così estesa che vedete anche dei cristiani, che in altri tempi vi sembrano indifferenti, che finalmente si scuotono in quel giorno. Scuotiamoci anche noi, che dobbiamo precedere la comune dei cristiani.

Io sono il signor nessuno rispetto al Beato don Alberione ma mi permetto però di dire che, va bene mettere adesso l’intenzione fino alla fine della nostra vita, però credo che sia un esercizio importante imparare a farlo ogni primo venerdì. Il primo venerdì non può essere come tutti gli altri venerdì e quindi è necessario imparare a mettere l’intenzione esattamente in quel giorno e in quella Messa. Io cerco di ricordavelo sempre, però anche io morirò e quindi imparate a ricordarvelo voi, a segnarvelo voi, a ricordarlo agli altri voi. È vero che il primo venerdì c’è sempre stata molta più gente alla Messa, sintomo che questa cosa comunque è passata.

Vediamo il passo successivo.

3. Chiedere la grazia di ricevere santamente l’Estrema Unzione

Qui cita giacomo 5, 14-16.

Ecco qui il santo sacramento dell’Estrema Unzione.

Perché si chiama “estrema” unzione? Perché è l’ultima unzione, questa è la ragione. “Ah ma se diciamo che gli diamo l’estrema unzione pensa che muore”. Eh sì, certo, potrebbe essere che morirà o potrebbe essere che anche non muoia.

 “L’Estrema Unzione ha principalmente l’effetto di sciogliere l’anima dagli ultimi debiti contratti con Dio, e cioè da certi peccati veniali, da certe colpe che magari erano state dimenticate o non si saranno più potute confessare; di togliere quelle pene che ancora si dovrebbero soddisfare nell’altra vita, almeno in parte, e di dare anche la salute corporale, se è volontà di Dio ed utile ed espediente per l’anima. E particolarmente l’Estrema Unzione porterà conforto, pazienza, serenità, amore di Dio e disposizione insomma a sopportare il male e ad accettare convenientemente la morte, se tale è il volere di Dio. Questo Sacramento è calunniato, Sacramento tramandato (nel senso di rimandato, posticipato) e quasi cacciato là, quando il malato ormai è fuori dei sensi; come se le cose più sante dovessero confinarsi a quei momenti in cui l’infermo è incosciente e, quindi, quando il Sacramento più non gioverebbe o raramente e, certo, scarsamente. Ah, che torto a Dio! E questo sotto il pretesto di carità verso l’infermo! Carità inconcepibile veramente per i cristiani che hanno fede, carità crudele. Ma noi meritiamoci la grazia di ricevere per tempo e con le dovute disposizioni questo Sacramento.”

Io spero che, se ci sarà qualcuno accanto al mio letto mentre sto morendo a cui dovesse venire questa idea, io spero che ci sia un’anima pia che si alza, gli dà un bel calcione nel sedere e lo sbatte fuori dalla porta, perché questa non è carità, credetelo, questa è veramente crudeltà, ha ragione don Alberione, questa è cattiveria, è mancanza di fede, è tutto al contrario. È vero che è un Sacramento calunniato, ha ragione, che è un sacramento rimandato, cacciato là. 

A cosa serve? Perché darlo quando uno è incosciente? Come se dovessimo, come i ladri, entrare di nascosto. Ma che cosa vuol dire? Viviamolo tutti insieme, stiamo lì a viverlo insieme, aiutiamo il malato a viverlo bene!

La mia nonna ricevette questo Sacramento non so quante volte, ma mica è morta subito dopo la prima.

Lo si riceve in vista di… in preparazione a… 

Quando si impara a fare questo? Quando si impara a parlare della morte da vivi, solo che non ne parliamo, è questo il punto, non se ne parla. Non si parla di Gesù, non si parla della vita spirituale. Non so se l’avete notato: proprio tra i credenti, tra i cristiani è difficile sentir parlare della vita spirituale, delle cose Celesti, di Dio, è difficile, si ha come pudore, come vergogna, e ancor di più quando si tratta della morte.

Ecco alcuni mezzi: 

  1. Assistere bene i moribondi e gli ammalati che noi stessi avremo. Quando v’è un ammalato bisogna pensare in primo luogo alla sua anima. L’infermeria è da santificarsi. Vi sono di quelli che vengono ammalati e durante la malattia fanno quasi un corso di Esercizi: riflettono, entrano in se stessi e, se guariscono con la divina grazia, si rialzano migliorati, cambiati. Ma vi sono degli ammalati, specialmente fra i giovani, che finiscono tante volte per divina grazia di guarire nel corpo; ma peggiorati viceversa e ammalati ben più gravemente forse nello spirito! Santificare i dolori, santificare i giorni di malattia. 
  2. Se abbiamo da assistere ammalati, eccitarli alla pazienza, all’unione con Dio, alla speranza nel Crocifisso, a recitare le orazioni secondo la possibilità, anche brevissime, ma frequenti; eccitarli al bacio del Vangelo, eccitarli a fare la novena del bacio e della lettura di almeno qualche versetto di Vangelo..”

 Pensate: la novena del bacio e della lettura, mai sentite queste cose, vero? Certo, non leggiamo i santi.

Specialmente di quello che più si riferisce alla passione di Gesù Cristo. Con questa pratica, che bel triduo, che belle novene si potrebbero fare! 

La novena del bacio e della lettura e meditazione della Passione di Gesù, facciamo questa novena, che bella questa cosa! Magari con una nonna anziana, con una persona che non sta bene.

  1. Se l’ammalato si aggrava, pensiamo per tempo ad aiutarlo con tanta carità a ricevere i Sacramenti. S. Camillo de Lellis, tanto divoto di Gesù agonizzante, assisteva i malati con amore. Qualche volta gli Angeli venivano a suggerirgli sensibilmente alle orecchie le parole da dire all’ammalato. E quindi il suo nome fu aggiunto nelle litanie dei Santi. 
  2. Si ricevano per tempo i Sacramenti degli infermi. Non crediamo di fare troppo presto. Per farci santi non è mai troppo presto, tanto più quando si prevede che la fine della vita sta per avere compimento. Chi ha tempo non aspetti tempo! Rimandare è arrischiare! E nessuna sicurezza è soverchia, quando è in gioco l’eternità, dice S. Agostino. 
  3. Altro mezzo: La divozione a San Giuseppe, protettore dei moribondi. Egli ebbe la grazia di morire tra le braccia di Gesù e di Maria; e perciò noi abbiamo questa divozione speciale a S. Giuseppe, protettore degli agonizzanti. Si ripetano bene le giaculatorie; si recitino le litanie; si reciti la sua coroncina, ossia i sette dolori e le sette allegrezze di San Giuseppe. Specialmente poi si cerchi di santificare il primo mercoledì del mese, ed il mese di Marzo dedicati al suo nome. Recitiamo ancora un’altra parte della raccomandazione dell’anima e cantiamo il “Te Joseph” ad onore di San Giuseppe.

Abbiamo il primo mercoledì del mese in onore di San Giuseppe, sapete che tutti i mercoledì sono un po’ i giorni dedicati a San Giuseppe? Quando celebravo in pubblico ho sempre celebrato la Messa votiva di San Giuseppe il mercoledì, giovedì la Messa votiva all’Eucarestia, venerdì la Messa votiva del Preziosissimo Sangue e il primo venerdì del mese il Sacratissimo Cuore e il sabato la Messa votiva alla Vergine Maria, il lunedì allo Spirito Santo e il martedì ai Santi Angeli.

Santifichiamo il primo mercoledì del mese in onore di San Giuseppe. c’è anche la riparazione del tradimento di Giuda da parte delle anime consacrate.

Il primo giovedì del mese c’è la riparazione rivelata da Gesù alla Beata Alexandrina, il primo venerdì la riparazione al Sacro Cuore, il primo Sabato quella al Cuore Immacolato. La “settimana dei primi”, così l’abbiamo sempre chiamata.

Vedremo domani: come usare dei mezzi di santificazione.

Sarà molto bello.

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus. Amen. 

Sia lodato Gesù Cristo, sempre sia lodato. 

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Amen.

 

PRIMA LETTURA (2 Mac 7, 1. 20-31)

In quei giorni, ci fu il caso di sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite.
Soprattutto la madre era ammirevole e degna di gloriosa memoria, perché, vedendo morire sette figli in un solo giorno, sopportava tutto serenamente per le speranze poste nel Signore. Esortava ciascuno di loro nella lingua dei padri, piena di nobili sentimenti e, temprando la tenerezza femminile con un coraggio virile, diceva loro: «Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato il respiro e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi. Senza dubbio il Creatore dell’universo, che ha plasmato all’origine l’uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo il respiro e la vita, poiché voi ora per le sue leggi non vi preoccupate di voi stessi».
Antioco, credendosi disprezzato e sospettando che quel linguaggio fosse di scherno, esortava il più giovane che era ancora vivo; e non solo a parole, ma con giuramenti prometteva che l’avrebbe fatto ricco e molto felice, se avesse abbandonato le tradizioni dei padri, e che l’avrebbe fatto suo amico e gli avrebbe affidato alti incarichi. Ma poiché il giovane non badava per nulla a queste parole, il re, chiamata la madre, la esortava a farsi consigliera di salvezza per il ragazzo.
Esortata a lungo, ella accettò di persuadere il figlio; chinatasi su di lui, beffandosi del crudele tiranno, disse nella lingua dei padri: «Figlio, abbi pietà di me, che ti ho portato in seno nove mesi, che ti ho allattato per tre anni, ti ho allevato, ti ho condotto a questa età e ti ho dato il nutrimento. Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l’origine del genere umano. Non temere questo carnefice, ma, mostrandoti degno dei tuoi fratelli, accetta la morte, perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia».
Mentre lei ancora parlava, il giovane disse: «Che aspettate? Non obbedisco al comando del re, ma ascolto il comando della legge che è stata data ai nostri padri per mezzo di Mosè. Tu però, che ti sei fatto autore di ogni male contro gli Ebrei, non sfuggirai alle mani di Dio».