Beato don Giacomo Alberione: i Novissimi, la Morte, VIII parte

Beato don Giacomo Alberione: i Novissimi, la Morte, VIII parte

Meditazione

Pubblichiamo l’audio di una meditazione di giovedì 18 novembre 2021

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

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Beato don Giacomo Alberione: i Novissimi, la Morte, VIII parte

Eccoci giunti a giovedì 18 novembre 2021, ricordiamo oggi la Dedicazione delle Basiliche dei Santi Pietro e Paolo.

Abbiamo ascoltato il Vangelo della Santa Messa di oggi tratto dal capitolo XIX di San Luca, versetti 41-44. 

Una frase porterei a casa:

“Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata”

“Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace!”

Ecco, ogni giorno è un giorno di grazia che noi riceviamo e quindi siamo chiamati a comprendere ciò che porta alla pace, perché il Signore ci dà quest’occasione, questa opportunità, ce la dà sempre. Comprendere ciò che porta alla pace. 

Ma se non lo comprendiamo, è a causa di che cosa? 

Della durezza del cuore, dei pregiudizi, della grettezza, dell’egoismo, dell’impurità, della superbia, dell’orgoglio, della gola, dell’accidia, dell’avarizia, dei sette vizi capitali, dei peccati, o di una psicologia nostra non ordinata — come abbiamo visto nelle catechesi e le meditazioni che abbiamo fatto sul professore Larchet, bellissimo il suo libro che ha scritto, che abbiamo commentato per più di un mese — allora noi non vediamo ciò che porta alla pace e quindi ci viene nascosto, cioè noi non vediamo il tempo in cui siamo visitati. 

Noi possiamo essere visitati in molti modi, possiamo essere visitati da un brano della Scrittura che ascoltiamo, che sembra a caso ma a caso non è, da un incontro con una persona, da un’omelia, da una confessione, da una parola detta da un amico, un’intuizione interiore. Sono tanti gli strumenti che Dio usa per parlarci, l’importante è riconoscere il tempo in cui siamo visitati, l’importante è comprendere ciò che porta alla pace. 

Ciò che porta alla pace, vuol dire ciò che fa verità e quindi ci rende liberi, dice Gesù. Tutto ciò che ci fa fare Verità ci porta pace, anche se sul momento ci fa soffrire, porta pace, perché la Verità porta sempre pace con sé, anche quando è una dura Verità. 

Andiamo avanti con il nostro testo di don Giacomo Alberione su “I Novissimi”. Stiamo affrontando la morte, siamo arrivati al capitolo IV:

IV. COME USARE DEI MEZZI DI SANTIFICAZIONE 

“Indirizziamo l’Ora di Adorazione per ottenere la grazia di usare bene tutti i mezzi di santificazione: usare bene del corpo che il Signore ci ha dato; usare bene del tempo che ci rimane; usare bene specialmente dei mezzi spirituali, quali sono l’istruzione religiosa, la preghiera, le opere buone. Verrà un giorno in cui noi guarderemo indietro alla dovizia veramente grandiosa di beni che il Signore ha posto a nostra disposizione, perché riuscissimo a farci santi. Allora poco gioverebbe piangere sopra la nostra negligenza. L’uomo prudente provvede per tempo alle sue necessità. S. Roberto Bellarmino scrisse un libro intitolato “De arte bene moriendi: L’arte di ben morire”. E nella prima parte egli espone sedici mezzi per prepararci a santamente morire.”

Siccome questo testo va letto durante l’Adorazione, dice il Beato don Alberione, mentre iniziamo l’Ora di Adorazione, chiediamo la grazia di usare bene i mezzi di santificazione, che adesso vedremo quali sono, di usarli bene per poi non arrivare al giorno in cui come coccodrilli piangeremo sul latte versato, perché vedremo tutte le grazie che il Signore ci ha fatto. 

Mi verrebbe da dire a don Alberione: “Don Alberione, guarda che forse non c’è neanche bisogno di aspettare la morte”.

Se noi ci fermiamo, oggi, adesso, in questo istante, se ci fermiamo un secondo, ci sediamo, guardiamo la Croce un attimo, facciamo una piccola sintesi, una piccola somma, tiriamo la riga di tutta la nostra vita fino adesso, mamma mia! A me vengono già le vertigini vedendo quanti mezzi di santificazione Dio mi ha dato e come li ho usati, che tesoro ne ho fatto, quante occasioni Dio mi ha dato per essere con Lui, per stare con Lui, per amarLo di più, per crescere di più nell’amore di Lui. E io che cosa ne ho fatto?

Il giorno della morte non potrò fare più niente, indietro non ci posso più tornare, ma adesso, se noi ci abituiamo con l’esame di coscienza quotidiano e serale, è chiaro che io nel momento in cui mi fermo dico: “Ohi, ohi, oggi proprio non è andata bene. Ok, domani mi impegnerò proprio su questo punto per farlo andare bene”

1. Usare bene del corpo

Qui lui cita Giobbe capitolo 10, 1-11, che poi voi leggerete.

“Il corpo è il compagno dell’anima nel cammino della vita: anima ragionevole e corpo organico formano l’uomo. L’uomo è destinato a vivere in eterno; ma la morte separerà temporaneamente il corpo dall’anima: la morte è la temporanea separazione dell’anima dal corpo. L’anima per essere contenuta dal corpo ha bisogno che il corpo si trovi in certe condizioni. Orbene, se per una malattia, per un incidente o per un’altra causa il corpo cessa di essere nelle disposizioni sufficienti per contenere l’anima, l’anima ne esce; come se la bottiglia contenente un preziosissimo liquore venisse spezzata, il liquore si spanderebbe. Morirà il corpo e discenderà nel sepolcro a purificarsi. Il Signore non ci ha creati puri spiriti come gli Angeli, ma ci ha dato il corpo perché esso serva all’anima e l’anima serva a Dio, ed entrambi giungano così al premio eterno. Il corpo è dotato di sensi: l’udito, la vista, l’odorato, il gusto, il tatto, la lingua, il cuore, la fantasia sensitiva, ecc. L’anima è la parte superiore ed immortale, perché spirituale; essa deve guidare, perché ragionevole. Gli occhi possono meritare, perché noi possiamo usarli per istruirci, per osservare le cose che si devono conoscere, e mortificarli nelle cose che non si devono guardare. L’anima usa bene dell’udito ascoltando la parola di Dio, le voci dei bisognosi, le istruzioni nella scuola; mortificando la curiosità, astenendosi dal sentire certi discorsi e certe voci le quali non piacciono a Dio. L’anima deve usar bene della lingua: essa è destinata a dire tante cose sante, a insegnare nella scuola, ad esprimere i pensieri, a mantenere le relazioni sociali, a lodare il Signore, alla preghiera, alla predicazione. Ma l’anima può anche abusare della lingua: e tante volte la lingua è causa di così grandi mali, che S. Giacomo la chiama una fiamma che tutto incendia! L’anima deve usare convenientemente delle forze fisiche; e vi sono di quelli che sanno così bene regolare i sentimenti del loro cuore che amano soltanto il Signore; e vi sono di quelli che sanno regolare bene la loro fantasia, riprodurre solamente tante immagini buone, sante. E vi sono di quelli che sanno regolare bene il loro riposo, il loro cibo, il loro lavoro, in ogni parte: regolano bene tutto il loro corpo e lo mortificano in tutti gli appetiti disordinati. Ah, fortunata quell’anima che è veramente guida del corpo, guida ragionevole, e con ordine, con opportunità sa convenientemente spingere il corpo alla fatica, e sa convenientemente mortificarlo anche nelle cose lecite. Verrà quel momento in cui il nostro corpo si troverà affranto sul letto di morte: il nostro respiro si farà lento, finché l’anima nostra uscirà per sempre dalle labbra… Ma immaginate, come immagina il Monti nella sua poesia, che l’anima uscita dal corpo si volga indietro a salutare il cadavere che lascia sul letto. L’anima che ha regolato bene il corpo gli dirà: «Va’ a riposare nella tomba, io intanto salgo al cielo e vado a prepararti il posto che pure tu hai meritato; ritornerò a prenderti».

Pensiamo a San Francesco.

 Ma che saluto disperato darebbe al suo corpo quell’anima che l’avesse abbandonato ai suoi istinti sregolati! Direbbe: per contentare te, ho perduto me e te: vado ad aspettarti in quel luogo di tormenti che è l’inferno. Recitiamo il primo mistero doloroso, perché Gesù agonizzante ci liberi da una tanta disgrazia, ci conceda, per il suo Sangue sparso nell’Orto, la grazia di poter in quel momento salutare il nostro corpo come compagno di meriti, dargli un addio che voglia significare: ritornerò, ti prenderò, ti condurrò con me in Paradiso, nella gloria.”

Corpo e anima, possiamo dire, due amici. Il cristiano deve vedere il corpo e l’anima, di cui lui è formato, come un’unità indivisibile, come due amici che devono aiutarsi. Pensate quanto è importante un’anima sana, quanto bene fa al corpo un’anima sana — l’abbiamo visto con Larchet — quanta pace, serenità, riposo, allegrezza, leggerezza concede al corpo un’anima in grazia di Dio, un’anima sana, un’anima bella, un’anima buona, quanto per il corpo è onorevole ospitare un’anima bella; quanto per l’anima è motivo di grande operosità abitare in un corpo capace, forte, sano, bello, robusto, quante cose belle può fare! Se io ho mal di denti, non riesco a fare l’omelia, se io ho mal di testa non riesco a spiegarvi il De Trinitate, non riesco a mettermi a parlare della morte, se io sono stanco morto e non riesco a tenere gli occhi aperti non ce la faccio. Quando il mio corpo sbadiglia mentre vi sto parlando — e ve ne accorgete perché faccio delle pause, come adesso — è chiaro che non riesco a parlare, perché sto sbadigliando, e via di seguito. Vedete quanto è sbagliato portare avanti l’idea che uno che è cristiano deve disprezzare il corpo a tal punto da ritenerlo come un nemico, perché se poi ti ammali…

Sono come quelli che dicono: “Io da quando seguo il Signore ho deciso di fare le penitenze”

“Va bene, e che penitenze fai?”

“Io ho deciso di spegnere il riscaldamento”

“Bello! Ma quando? Ad agosto?”

“No, no, a dicembre, a gennaio, a febbraio, nei giorni della merla (si chiamano così i giorni più freddi di gennaio), io spengo il riscaldamento, e offro questa penitenza al Signore. E così faccio anche povertà, perché non spendo i soldi del riscaldamento e quindi vedi come sono povero. Quindi mortifico il mio corpo e in più sono povero, vivo la povertà come tutti i poveri perché non ho il riscaldamento, e risparmio.”

Questa è stata una storia vera, non vi sto inventando una poesia, è una storia vera che ho vissuto. Io a quel tale dissi: “Va bene”. Sapete, ogni tanto bisogna anche dire “Va bene”, anche quando uno dentro di sé pensa che sia una follia, ma gli dici va bene e lascia che ne faccia l’esperienza, perché ogni tanto ci fa bene prendere e sbattere la testa contro il muro. 

A Natale ho detto: “Ma che strano, Tizio neanche mi chiama per farmi gli auguri”, allora ho pensato di chiamarlo io. 

Chiamo: “Pronto?”

Mi risponde: “Pronto..?” Con una voce bassissima…

“Oh, Cielo! Ho sbagliato numero?”

“No…” Risponde tossendo.

“Oh mamma! Ma cosa succede? Ma dove sei? Sei a Sondalo?”

“No, ho preso la bronchite, sto male, ho la febbre”

“Ah! E il riscaldamento?”

“No, è spento, come ti avevo detto”

“Scusami, permettimi una domanda: ma i soldi che hai risparmiato per il riscaldamento, a cosa servono se adesso devi comprare le medicine? È un grande guadagno che adesso tu a Natale sei a casa con una bronchite devastante che neanche riesci a parlare e devi prendere gli antibiotici, i mucolitici, i fluidificanti, e gli antipiretici e quant’altro?”

Per fortuna non era una cosa di questi giorni, se no veniva fuori un altro pandemonio. 

“Cosa hai guadagnato? A cosa ti è servita questa cosa?”

L’ha capita. Si è fatto un mese conciato così e ha rischiato la broncopolmonite, insomma un disastro, ma alla fine l’ha capita.

“Eh sì, in effetti era meglio accendere il riscaldamento”

“Eh sì!”

Sono come quelli che fanno queste cose di povertà e poi magari si fumano due pacchetti di sigarette al giorno. Ma che senso ha?

 Poi sono io che magari non vedo le cose, ma che senso ha fare i poveri sul riscaldamento, per esempio, ma potremmo citare qualunque altra cosa, e poi fumarsi due pacchetti di sigarette al giorno, forse anche uno, ma che senso ha? Costavano 5 euro circa a pacchetto, non so se costano ancora così, moltiplicalo per 30, io non credo che uno spenda 400 euro al mese di riscaldamento. 

Anima e corpo devono stare dentro ad un grande equilibrio, ad una grande sensatezza, ad un grande rispetto reciproco. 

Un altro: “Io dormo per terra sul pavimento, per rinunciare alla comodità del letto”. E poi gli viene il colpo della strega e rimane bloccato per un mese. 

Ma che senso ha? Ditemi che senso ha, non ha senso. Noi facciamo queste cose. Perché? Perché abbiamo una concezione Manichea del corpo. Il corpo ci è dato come dono, come strumento, come grazia, come Tempio dello Spirito Santo, perché lo devo trattare in modo così brutto?

Altro è l’eccedere, va bene, ma tra il dormire sul pavimento, nudo e crudo, senza neanche coprirmi perché almeno faccio comunione spirituale con gli eschimesi (che peraltro dormono ben coperti) e sollazzarmi in non so quale piacere e gusto, c’è una via di mezzo, grande come l’autostrada A4. C’è una via di mezzo che è l’equilibrio, la sanità mentale, la normalità, l’ordinarietà, che è il fare “tanto quanto”, che non vuole dire avere in casa 40 gradi, ma non vuol dire neanche avere in casa -3., vorrà dire avere in casa una temperatura che mi permetta una vita decorosa, e via di seguito. Nel mangiare, nel riposo, in tutto ci deve essere questo grande rispetto. Ci deve essere l’utilizzo dei sensi normato dall’anima, dalla legge di Dio e dall’amore per Dio, dalla voglia di non commettere offesa a Dio, quindi la parola, lo sguardo, l’udito, il gusto, il tatto, tutto. Bisogna arrivare alla fine della vita in modo che l’anima possa veramente dire a questo corpo: “Grazie” e dove questo corpo possa dire: “Grazie” all’anima, perché sono stati amici, fratello e sorella, si sono aiutati a vicenda per raggiungere il medesimo fine, cioè Dio, cioè la santità, cioè l’unione con Dio.

Domani vedremo: la morte è la fine del tempo. Interessante, sì, perché noi non siamo immortali, noi siamo qui a tempo determinato. Tra un po’, non lo sappiamo quando, scadrà il nostro tempo e la morte verrà a dirci: “Bene, è arrivato il tuo treno. Questo è il treno che tu devi prendere. Questo è il momento di salutare tutti e di avviarti verso Colui che ti ha creato.”

Lo vedremo domani.

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus. Amen. 

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Amen. 

Sia lodato Gesù Cristo, sempre sia lodato.

 

VANGELO (Lc 19, 41-44)

In quel tempo, Gesù, quando fu vicino a Gerusalemme, alla vista della città pianse su di essa dicendo:
«Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi.
Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».