Beato don Giacomo Alberione: i Novissimi, la Morte, XI parte

Beato don Giacomo Alberione: i Novissimi, la Morte, XI parte

Meditazione

Pubblichiamo l’audio di una meditazione di lunedì 22 novembre 2021

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

Per motivi di intenso traffico non ci è possibile rendere disponibile l’ascolto dei file audio direttamente dal nostro sito. Se hai dubbi su come fare, vai alle istruzioni per l’ascolto delle registrazioni.

Scarica il testo della meditazione

Beato don Giacomo Alberione: i Novissimi, la Morte, XI parte

Eccoci giunti a giovedì 22 novembre 2021. Oggi ricordiamo Santa Cecilia, Vergine e Martire.

Abbiamo ascoltato il Vangelo della Santa Messa di oggi tratto dal capitolo XXI di San Luca, versetti 1-4. 

Abbiamo già affrontato questo Vangelo poco tempo fa, abbiamo già visto la bellezza e l’importanza di dare tutto al signore e tutto per il Signore. 

Andiamo avanti con il nostro testo su: “I Novissimi” di don Giacomo Alberione, stiamo affrontando il capitolo sulla morte.

3. La morte ci distacca dai piaceri

“Molte anime si perdono per i maledetti piaceri, per la sete di godere. L’uomo è creato per la felicità, ma egli sbaglia spesso l’oggetto ed ama ciò che è terra invece di amare ciò che è Dio.”

Il problema non è amare, ma cosa amiamo.

“Degli adulti i più si perdono per il peccato disonesto o, almeno, non senza di esso.”

Sarebbe il peccato contro il Sesto Comandamento, i peccati di impurità.

 “E volendo godere queste cose della terra saranno tormentati da esse, rimarranno nella disillusione. Discenderà quel cadavere nella tomba, sarà disfatto a poco a poco e di esso non rimarrà che un pugno di terra che col tempo si perderà. Assistete, dice S. Alfonso, allo sfacelo che segue nel sepolcro, dove la morte continua l’opera sua e la compie. Esso va soggetto a marcire e si consuma lentamente; ma viene un anno, viene un tempo che non si conoscerà neppur più il posto dove riposava. Tutto sarà consumato: le ossa, il teschio, la cassa medesima, e finirà con lo scomparirne anche la traccia, come è scomparsa l’orma dei passi che ha dato sulla terra durante la vita. Ecco dove finisce il corpo; e non è tempo che ci mettiamo a servire quel Gesù il quale sarà la gioia nostra eterna? Quando S. Francesco Borgia  vide lo stato infelice a cui era ridotto il cadavere della Regina Isabella, che era reputata la donna più ricca ed elegante di allora, si fermò a considerare quello spettacolo; meditò a lungo e risolse: «Voglio cominciare ad amare Iddio solo, ed a Lui servire. Iddio non mancherà: le creature passano». Finiscono presto i piaceri, lasciando rimorsi ed angustie. Quando Salomone ebbe gustato tutte le soddisfazioni terrene, esclamava: «Tutto è vanità!». L’Imitazione di Cristo dice: «Vanità delle vanità, e tutto è vanità, fuorché amare Dio e a lui solo servire». Amiamolo teneramente il Signore: il nostro amore sulla terra sarà un principio, ma si perpetuerà nell’eternità del Cielo: «La carità rimane in eterno» (1Cor 13,8).”

Credo che per tutti sia evidente l’assoluta precarietà di questa vita, della bellezza, del piacere. Senza andare a disturbare i piaceri impuri o disonesti, come li chiama lui, basta prendere semplicemente una torta che piace a tutti, tanto bella, tanto buona, pensate alla torta che vi piace di più, alla più bella torta del mondo, la più gustosa. Fino a quando esercita tutto il suo fascino? Fino a quando l’abbiamo davanti e non l’abbiamo assaggiata. Nel momento in cui la mangiamo e rimane un pezzetto o delle briciole, tutto quel gusto e quel piacere, dove sono finiti? Non c’è più niente, era tutto legato al desiderio di mangiare quella torta, tutto lì. 

Così sono i piaceri della vita, ci sono fin tanto che tu non li hai, quando li hai gustati, quando li hai presi, quando li hai scelti, cosa ti rimane in mano? Niente, assolutamente niente, perché sono evanescenti, fragili, instabili, durano quel tanto che durano, il gusto di quella fetta di panettone, ma poi è finito. 

E se voi ci pensate bene, si radica proprio qui l’eccesso del cibo, perché è come se noi volessimo perpetuare quel gusto, e quindi la voglia di sentirmi pieno. 

Prendiamo ad esempio la torta, se tu ne mangi mezza fetta, al posto di un panettone intero, non è che cambia molto rispetto al gusto, è sempre quello, che tu ne mangi mezza, che tu ne mangi cento, il gusto è sempre quello, e tu sai benissimo che non potrai mangiare quella mattina cento panettoni, tutti lo sappiamo, potrai mangiare una fetta, due fette, tre fette, poi basta perché se no muori, non possiamo mangiare fino a morire perché se no moriamo. Se ho accanto una persona che ha mangiato mezza fetta e io ne ho mangiate tre fette, cos’è che cambia? Semplicemente che io ho lo stomaco che sta per scoppiare, la persona che ho accanto no, ma il gusto è uguale per tutti e due. Tutti e due abbiamo gustato quel panettone, solo che la persona che ho accanto è stata intelligente e ha detto: “Buono, è un buon panettone, però non voglio scoppiare, non voglio mangiarne fino a stare male, non mi interessa, lo voglio gustare ma lì non si radica il mio gusto, non sta lì”. Magari aveva fame e ne mangia una fetta intera perché era due giorni che non mangiava, però non fino al punto da non poter neanche bere l’acqua tanto ho mangiato. 

Il moltiplicare le quantità dà l’illusione di poter perpetuare il gusto, quindi più mangio, più sento il gusto, perché mi piace sentire quel gusto, infatti di una cosa che a noi non piace ne mangiamo pochissima, se la mangiamo, perché non vogliamo sentire il gusto. 

Solo che alla fine che cosa rimane? Niente, che io ho la pancia piena che esplode, quell’altro no, ma per tutti e due, lui prima, io dopo, questa cosa verrà digerita, finirà e oltre a farmi un gran male alla salute per ragioni che voi potete immaginare, non rimarrà nulla. 

Gesù, invece, è diverso. 

Questo vale per la bellezza, per l’intelligenza, per tutti i pezzi di carta di titoli di studi che noi possiamo avere, tutto finisce un po’ nella pattumiera, un po’ nella discarica e un po’ sottoterra, ma non rimane niente, rimane invece l’aver amato Dio, il rapporto con Dio rimane.

Quando uno sta morendo non ha molto conforto dal panettone, ma neanche da tutta la possibile impurità che ha vissuto, e neanche da tutta la ricchezza che ha, che non gli serve più, ci sono già lì gli squali pronti a prenderla. Ha conforto dei centinaia e migliaia di libri che ha accumulato dai suoi studi? Neanche per sogno, i libri sopravvivono a chi li ha letti. I suoi titoli di studio, le sue lauree, i suoi diplomi, i suoi master? Niente. La sua ricchezza, la sua bellezza, la sua intelligenza? niente. La sua salute? No, se ne sta andando, sta morendo.

Che cosa rimane su quel letto? L’amore per Dio, il rapporto con Dio, quello rimane, quello sarà il nostro unico conforto, l’unico da poter invocare in quel momento, da supplicare e al quale chiedere aiuto. Il cristiano, fosse anche disperso in una giungla, o in una battaglia, o non so dove, e fosse solo, non morirà mai da solo se è in grazia di Dio, cioè se è in amicizia con Gesù, non morirà mai da solo, fosse anche nell’ultimo letto di ospedale, disperso in non so quale posto, e fosse lì da solo, ma non è lì da solo, perché lui sa che Gesù è lì.

Vediamo ora questi mezzi per prepararci alla morte.

VI. MEZZI PER PREPARARCI ALLA MORTE 

1. Pensare alla morte

Don Alberione cita Luca 12, 16-21, l’uomo ricco, vi ricordate: “demolirò i miei granai, ne fabbricherò di più grandi, ci metterò i miei beni… dirò all’anima mia..”

“Questa parabola ci rappresenta un uomo che pensava solo alla terra; e viene chiamato stolto. Dobbiamo pensare alla morte, all’eternità. Si hanno mille pensieri e premure, si hanno mille fastidi e preoccupazioni per questa breve vita. Ci prendiamo pensiero e della stima e del cibo e del vestito; si ha grande premura per la salute del corpo; e all’anima? E alla morte ci si pensa? Ma la Chiesa, quando mette le sacre ceneri sul capo, dice: «Ricordati che sei polvere».”

Questo è vero, dobbiamo proprio dircelo, noi facciamo dei sacrifici incredibili per il corpo. Io quando mi affaccio dalla mia finestra della camera, che dà proprio sulla Villa Pamphili, – bellissimo questo scorcio ampio di questo parco, molto, molto bello – guardando dalla mia finestra vedo un po’ in mezzo agli alberi, si vedono alcune zone dove la gente passeggia e alla domenica mattina, alle 6.30 c’è già gente che corre, con il freddo, con l’acqua, e sono lì che corrono, corrono. 

Chissà se noi faremmo tutti questi sacrifici per Gesù e per la fede?

Mi aveva colpito, non mi ricordo più dove, perdonatemi, ma sto invecchiando anche io, quella giornata della gioventù, forse era in Germania, o in Austria, dove era stato Papa Benedetto XVI, era una giornata della gioventù dove il Papa aveva fatto un’Adorazione Eucaristica alla sera ed era venuta giù un’acqua…. sembrava il diluvio di Noè, un’acqua incredibile, un vento…. mi ricordo che gli svolazzava tutta la mantellina, forse gli è volata via anche la papalina, un vento e un’acqua incredibile. Mi ha molto impressionato — lo ricordo ancora adesso — vedere tutti i giovani che erano lì presenti, in un silenzio surreale, inginocchiati nel fango, sotto la pioggia torrenziale. Bella questa scena, mi ha molto colpito. Questo vuol dire proprio scommetterci tanto sull’anima e sulla fede, in ginocchio sul fango, sotto l’acqua scrosciante, senza ombrello, senza niente.

“Lo Spirito Santo ci ammonisce: «Ricordati dei Novissimi [= della tua fine]…». Il fratello del monaco da Kempis si era costruita una bella casa e vi aveva raccolte le comodità che si potevano desiderare. Un giorno invitò da Kempis a visitarla e dopoché gli ebbe tutto mostrato, lo interrogò: 

– Che cosa ti pare di questa mia casa? È bella? È comoda? Ho pensato e provveduto a tutto? L’altro facendosi alquanto serio gli rispose:

– Questa casa sarebbe veramente bella e comoda, hai pensato a tutte le comodità, ma vi è un gran difetto, un gran difetto.

– E dimmelo, che io possa rimediarvi, – soggiunse il fratello sorpreso.

– Non puoi rimediarvi, – ribadì il da Kempis.

– Ma qual è questo difetto?

– Questo difetto si è che vi hai fatto la porta!

– Ma è difetto in una casa la porta? È una necessità, anzi!

– È difetto, – riprese il da Kempis – perché da questa porta un giorno dovrai uscire per sempre, portato a braccia da quattro becchini, e lasciarla ad altri. Beato te se penserai a questo e se provvederai a farti un’altra casa, la casa della tua eternità felice. «L’uomo se ne va nella dimora eterna» (Qo 12,5). 

Una sera avevo fatto una predichina sulla morte dopo le orazioni. All’indomani ho ricevuto un biglietto sotto la porta che diceva: «Non venga più a parlarci della morte alla sera; ci fa paura; io non ho potuto dormire». La morte fa paura a non pensarvi. Presa di fronte con realtà, lascia grande serenità, come ai santi.”

Verissimo, vedete che paura fa.

 “Il Papa Pio IX diceva ad un cristiano, regalandogli un anello: Portatelo ogni giorno: leggetevi ogni sera, prima di mettervi a letto, le due parole che vi sono scritte: 

«Memento mori». 

“Ricordati che devi morire”

“Quell’uomo continuò la sua pratica secondo l’avviso ricevuto per parecchie sere, ma quasi con indifferenza; finché una sera, mettendosi a letto, quelle parole gli fecero una singolare impressione: ho da morire e sono preparato? Ho da morire, e se fosse questa notte l’ultima mia ora, come mi troverei al tribunale di Dio? Cambiò vita. 

Usiamo questa santa astuzia: al mattino quando ci svegliamo, alla sera quando ci svestiamo per andare a letto, guardiamoci le mani, leggiamo i due emme che vi sono segnati, interpretando: memento mori. Al mattino: Dunque io oggi voglio vivere come se fosse l’ultimo giorno di vita: voglio fare un atto di dolore perfetto. Alla sera: Se venisse la morte in questa notte, voglio essere pronto. Pensa che hai da morire! E se si pensasse che si ha da morire, oh, quanti peccati di meno! Quanti disordini di meno! Quante agitazioni di meno! Quante più virtù, quanta più preghiera, quanti più meriti!”

Chiediamo la grazia di avere sempre presente il pensiero della morte. 

Vedete questi Santi che ci chiedono di non disperderci nelle cose del mondo, nella paura della morte, perché tutto dovremo morire.

È bene che ci preoccupiamo di fare bella la nostra casa, per amore del cielo, però, mentre facciamo bella la nostra casetta qui sulla terra pensiamo di fare anche bella la nostra casetta in Cielo, di prepararci una bella dimora lassù. Mentre abbiamo cura del nostro corpo, come abbiamo detto in questi giorni, pensiamo di avere cura anche della nostra anima. Io non credo che noi ci laviamo due volte all’anno, o che ci cambiamo la maglia due volte all’anno, credo che ci laviamo un po’ più spesso di una volta al mese (spero!), perché l’anima deve essere così diversa? 

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus. Amen. 

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Amen. 

Sia lodato Gesù Cristo, sempre sia lodato.

 

 

VANGELO (Lc 21, 1-4)

In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi, vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio.
Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine, e disse: «In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere».