Catechesi d’Avvento – Puntata 1

Catechesi d'Avvento - Puntata 1

Meditazioni sulla Passione di Gesù

Lettura commentata del testo di San Tommaso Moro: “Nell’orto degli ulivi”.

Prima puntata – venerdì 26 novembre 2021

Relatore: p. Giorgio Maria Faré

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Catechesi d’Avvento – Puntata 1

INTRODUZIONE 

di Marialisa Bertagnoni 

“«Interrogato se riconosceva, accettava e riteneva il Re quale Capo Supremo della Chiesa inglese secondo la forma e gli effetti dello Statuto […] si rifiutava di dare una risposta diretta […], dichiarando…”

Qui farei molta attenzione a quello che risponde:

“«Non voglio più avere a che fare con tutto questo, perché ho fermamente deciso di dedicarmi alle cose di Dio, e di meditare sulla sua Passione e sul mio passaggio da questa terra.» 

«E quanto al resto […] risposi più o meno come prima, dicendo che avevo fatto proposito con me stesso di non dedicarmi né mischiarmi più in nessun affare di questo mondo, e che d’ora in poi il mio unico pensiero sarebbe stato la Passione di Cristo e il mio passaggio da questa terra»”

Basterebbe già solo questo per prepararci al Natale, perché mi sembra che non ci sia riflessione più attuale di questa. 

Quando scrive queste parole San Tommaso Moro è ormai nella torre, imprigionato, rinchiuso. Subirà poi un processo farsa che lo condannerà alla pena capitale, condannato per alto tradimento — vedremo adesso meglio perché — e dentro a tutto questa sofferenza, ingiustizia, lui, Grande Cancelliere — quando lo aveva nominato Gran Cancelliere il re gli aveva promesso che non gli avrebbe mai fatto fare qualcosa contro la sua coscienza, ma ovviamente poi non mantiene questa promessa — dentro a tutta questa solitudine, lontano dalla famiglia, dagli amici, da tutto e tutti, lui arriva ad una conclusione:

“Ho fermamente deciso di dedicarmi alle cose di Dio”

Forse è quello che dovremo fare anche noi oggi, dedicarci fermamente alle cose di Dio. 

“e di meditare sulla sua Passione e sul mio passaggio da questa terra.”

Non so quanto la Passione di Gesù sia effettivamente oggetto della nostra meditazione. Di sicuro in questi giorni, meditando il libro di don Alberione, stiamo vedendo questo passaggio, questa vita terrena come passaggio, dove il nostro ultimo fine è il Cielo.

“… di non dedicarmi né mischiarmi più in nessun affare di questo mondo…”

Decide di essere altro, si estranea.

“…e che d’ora in poi il mio unico pensiero sarebbe stato la Passione di Cristo”

Sarebbe bello se fosse anche il nostro ultimo pensiero, sarebbe veramente bello se fosse il nostro unico pensiero.

“All’atto di accettare il Cancellierato, aveva ricevuto formale assicurazione dal re che non gli sarebbe stato chiesto di fare niente che fosse in contrasto con la sua coscienza.”

Come vi dicevo poc’anzi.

“Ossia, come il re sapeva perfettamente, che non gli sarebbe stato chiesto di dare la sua collaborazione nei procedimenti per l’invalidazione del matrimonio di Enrico VIII con Caterina d’Aragona, che il re sollecitava dalla Santa Sede per essere libero di sposare Anna Bolena e ottenere così insieme la legittimazione della propria passione amorosa e quella dell’eventuale erede maschio che sarebbe potuto nascere da quella unione. Ma quando — dopo lunghi indugi e tergiversazioni — era apparso chiaro che la risposta della Santa Sede sarebbe stata negativa, ed Enrico VIII aveva preteso e ottenuto dal clero inglese una prima capitolazione che preludeva al suo riconoscimento quale Capo Supremo della Chiesa inglese, S. Tommaso Moro, per non esserne in alcun modo coinvolto, aveva dato le dimissioni da ogni carica (16 maggio 1532).”

Capite la situazione è difficile, è drammatica. Quindi lui si dimette perché capisce che ormai… E, come vedremo, tutto il clero inglese tranne due figure asseconda il re.

“Con il ritiro dalla vita pubblica — e l’impossibilità di riprendere la precedente attività di avvocato dato che difficilmente qualcuno avrebbe affidato il proprio patrocinio a chi si era volontariamente escluso dal favore del re — erano venute le ristrettezze.”

San Tommaso Moro era avvocato e con la sua scelta era caduto in disgrazia anche economica.

“S. Tommaso Moro e la sua famiglia le avevano accettate serenamente, con quel distacco interiore, che non disprezzava i beni del mondo ma neppure li riteneva indispensabili quando le avversità o la coscienza ne imponessero la rinuncia.”

Lui era assolutamente libero. I beni sono una cosa importante ma se la mia coscienza mi impone altro, devo seguirla, costi quel che costi.

“Ma venne presto il giorno in cui tra questi beni egli dovette porre anche la sua libertà e la sua stessa vita.”

Prima perde i beni terreni e poi dovrà decidere se perdere anche la libertà e la vita.

Capite perché ho scelto San Tommaso Moro? Credo che sia evidente anche ai sassi. Sarà lui, questa luce, questo fuoco di speranza, che desidero dare a ciascuno di voi, in questi giorni pre-Natale, in questo tempo di Avvento.

 “Nel marzo 1534 il re aveva fatto approvare dal Parlamento un Atto di Successione (perfezionato in novembre con l’Atto di Supremazia) che sanciva la legittimità del suo matrimonio con Anna Bolena e della successione al trono dei discendenti da quel matrimonio, disconoscendo ogni autorità del Papa in materia. 

Un successivo editto imponeva che tutti i sudditi lo avallassero con giuramento, negando  contemporaneamente “fede, fedeltà e obbedienza” a qualsiasi “autorità, principe o potentato” straniero.”

È stato una cascata, si è partiti da: “Vi chiedo qualcosina…” a “Vi chiedo tutto, vi chiedo addirittura un giuramento per il quale voi dovete avere obbedienza solo a me che sono il re, a nessun altro, soprattutto non al Papa”.

 “Forse senza rendersi esattamente conto della reale portata dell’Atto…”

Uno dice: “Ma come è possibile?” Questa è la storia, è stato così. Non si sono resi conto della portata grave della situazione.

 “Nessuno ebbe difficoltà a giurare.”

La prima grazia da chiedere a Dio è quella di renderci conto di quello che sta succedendo nella vita di tutti i giorni. I Santi sono coloro che si rendono bene conto di quello che accade nella vita di tutti i giorni. Anche noi dobbiamo chiedere questa grazia: “Aiutami a saper discernere, a saper riconoscere che cosa accade nella mia vita ogni giorno.”

 “Ma, nella sua acutezza di giurista e nella sua esperienza di politico, S.Tommaso Moro capì che non si trattava di un semplice decreto amministrativo per regolare la successione, ma di un autentico atto di scissione dalla Chiesa di Roma. Così, fu l’unico laico in tutta l’Inghilterra a rifiutare il giuramento.”

L’unico laico!

 “Del clero, solo il vescovo John Fisher e alcuni monaci certosini seguirono la sua strada.”

Per il resto solitudine umana pura. Rendetevi conto che cosa voglia dire essere l’unico laico in tutta l’Inghilterra! In tutta la nazione tu sei l’unico che dici: “No”. Che peso ha portato questo uomo! E rispetto al clero c’è un Vescovo, Fisher, e alcuni monaci, tutto il resto ha giurato.

Non è una cosa nuova e strana sentirsi soli, non ci dobbiamo stupire se uno si scopre essere un salmone, solo che questo era un salmone solo, non erano tanti salmoni che risalivano la corrente, lui era da solo, e da solo finisce nella torre, privato di tutto, ma non della fedeltà alla sua coscienza. E questa non è una cosa da poco.

 “Venne incarcerato nella Torre di Londra, dove fu fatto oggetto di continue pressioni dagli emissari del re, e di accorate sollecitazioni dai suoi famigliari.”

Perché i familiari gli dicevano: “Senti, adesso basta! Non è che tu devi essere il salvatore della patria. Perché tu devi essere diverso da tutti gli altri? Abbiamo giusto tutti, ma giura anche tu e fine!”

 “Niente valse a farlo recedere. Tuttavia, il suo dissenso dal re non assunse mai il carattere di ribellione. Né la sua suprema fedeltà alla Chiesa cattolica si colorò mai dell’orgogliosa connotazione di un martirio cercato e provocato.”

Uno non cerca il martirio, non lo vuole, anzi non lo vuole proprio. E non ha un atteggiamento di ribellione verso il re, lui semplicemente è fedele alla sua coscienza.

“Di qui il suo costante diniego di proclamare apertamente i motivi che l’avevano indotto a rifiutare il giuramento…”

Rifiuta il giramento ma non dice apertamente i motivi.

 “… e la sua rinunzia a voler giudicare la coscienza di coloro che lo avevano preso e lo avevano incarcerato. Che lo facessero in buona fede, lo riteneva possibile, dato che ben pochi avevano studiato come lui a fondo il problema; che lo facessero per paura, gli sembrava difficile, dal momento che pochi — pensava — erano meno coraggiosi di lui.”

È un atteggiamento molto mite, molto umile. 

Uno dice: “Questa è la mia coscienza io voglio rimanere fedele alla mia coscienza.”

“Solo allora, quando la sua colpevolezza fu pronunciata, More fu certo di quello che Dio voleva da lui; e a quel punto, interruppe la lettura della sentenza per dichiarare in modo alto e forte l’illegittimità dell’Atto di Supremazia, e quindi venne condannato a morte subito dopo la sentenza. Le sue ultime parole furono serissime: « Muoio suddito fedele del re, ma innanzitutto di Dio ».”

Questo testo “Nell’orto degli ulivi” scritto in latino, fu lasciato incompiuto perché ad un certo punto gli portarono via tutto e venne poi conservato dalla figlia Margaret e custodito al Collegio del Corpus Christi di Valencia.

Pensate che lui, per i candidati al martirio, rivendica il diritto e la sensatezza di aver paura, lui che muore martire della verità, perfino quello di cercare di sfuggirvi.

“Solo quando non ci sia scampo possibile, e il dilemma si ponga chiaramente e irrimediabilmente fra il tradimento della fede e il supplizio, l’uomo dovrà affrontare la prova estrema, confidando in Dio gli che ha promesso di dare forza ai martiri.”

Allora cominciamo la nostra lettura. Ovviamente non riusciremo a fare tutto il libro perché è veramente tanto, è veramente denso, però quello che faremo sicuramente ci servirà per prepararci al Natale.

LA TRISTEZZA, L’AMAREZZA, L’ANGOSCIA E LA PREGHIERA DI CRISTO PRIMA DELLA CATTURA 

Nel Getsemani 

“E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi (Mt 26, 30; cfr Gv 18, 1). Gesù durante la cena aveva parlato lungamente agli Apostoli del suo messaggio divino; tuttavia, non volle andarsene senza aver recitato un salmo. Che differenza da noi, che pure ci fregiamo del nome di Cristo, e a tavola chiacchieriamo di un mucchio di cose, non solo futili e oziose (e anche di queste, ci ha ammonito Cristo, dovremo render conto), ma addirittura nocive; per poi andar via sazi e soddisfatti, senza darci il minimo pensiero di rivolgere un grazie a quel Dio cui pure dobbiamo cibo e bevande.”

Guardate la meditazione della Passione di Gesù come va a toccare la vita di tutti i giorni, è incredibile vedere questa cosa, addirittura il mangiare, il pranzare e il cenare. È vero che noi a tavola chiacchieriamo di cose futili e oziose, speriamo non in famiglia. Quasi sicuramente quando si è fuori i discorsi vanno a finire sempre, o quasi sempre, nel mondo dell’impurità, con allusioni, commenti. E non dimentichiamoci che di ogni parola noi dovremo rendere conto a Dio; di ogni parola inutile, superflua, futile, dannosa, noi dovremo rendere conto a Dio. E spesse volte noi ci alziamo da tavola senza neanche dire “grazie”. Il giorno di Natale facciamo bene il pranzo e la cena dove renderemo bene gloria a Dio per il dono che riceviamo, prima e dopo.

 “L’inno recitato da Cristo e dagli Apostoli, secondo il fondato parere di un valente teologo di Burgos, eminente per pietà e cultura, doveva essere quell’insieme di salmi (112- 117) che gli ebrei chiamano “grande alleluja”. Per antichissima consuetudine — che dura tuttora — gli ebrei lo recitano come ringraziamento nella Pasqua e nelle altre solennità più importanti. Anche noi una volta avevamo l’abitudine di render grazie e benedire le mense recitando salmi scelti secondo il tempo e le circostanze; ma ora li abbiamo lasciati andare quasi tutti in disuso: e ci leviamo da tavola accontentandoci di un paio di parole qualsiasi, smozzicate distrattamente fra gli sbadigli.”

È triste ma è vero. Quindi, in questo Avvento cominciamo rimettere ordine a partire dalla tavola, dal modo con il quale noi stiamo insieme a mangiare. 

 “Se ne andarono al monte degli Ulivi, non a letto. Il Profeta dice: «Nel cuore della notte mi alzo a renderti lode»; ma Cristo, quella sera, non andò neppure a letto. Noi, invece, è tanto se possiamo affermare senza mentire: «Mi sono ricordato di te nel mio letto».”

Gesù quella sera non va a dormire, va a pregare e a morire. Noi invece…

 “Né era estate quando, dopo aver cenato, Cristo si avviò al monte Oliveto. L’equinozio di primavera era passato da poco, e la notte doveva essere rigida, se nell’atrio del sommo sacerdote i servi si riscaldavano attorno al braciere. E che non fosse la prima volta che Cristo e gli Apostoli andavano a pregare al monte Oliveto, lo dimostra chiaramente l’Evangelista, dicendo che vi andò come al solito (Lc 22, 39).”

Quindi, va a pregare al freddo. Fa freddo. È già pesante pregare di notte, se poi bisogna pregare anche al freddo, è ancora peggio.

 “Salì al monte a pregare, per insegnarci che, quando preghiamo, dobbiamo distaccarci dal tumulto delle cose terrene per volgere lo sguardo a quelle celesti.”

Quando facevo gli esercizi spirituali, quando li predicavo, dicevo sempre alle persone, prima di entrare dal cancello del convento: “Siete venuti qui per fare 3-4 giorni di ritiro, che sia veramente un ritiro, uno stare lontano da tutto e da tutti, e che sia veramente uno stare zitti, se no che ritiro è?”

Come si fa a fare un ritiro se non stiamo in silenzio e se non ci distacchiamo? Come facciamo a pregare se non ci sottraiamo al tumulto di questo mondo? Che vuol dire andare in una chiesa, in una cappellina, andare nella propria camera. Vuol dire fare silenzio, raccogliersi, stare in pace.

 “Ma il monte Oliveto — coltivato a ulivi — ha anche in sé un suo arcano significato. Il ramo d’ulivo era comunemente simbolo di pace: quella pace che Cristo sarebbe venuto a portare fra gli uomini, ricomponendo il lungo dissidio che li separava da Dio. E inoltre, l’olio, spremuto dall’oliva, simboleggia l’unzione dello Spirito che Cristo, ricongiunto col Padre, avrebbe mandato ai discepoli, perché li rendesse capaci di affrontare quelle cose che solo un istante prima di quell’unzione non sarebbero stati in grado di reggere.”

Andò di là dal torrente Cedron, a un podere chiamato Getsemani (Gv 18, 1; Me 14, 32). 

“Il torrente Cedron scorre tra la città di Gerusalemme e il monte Oliveto. “Cedron” in ebraico significa “tristezza”, e “Getsemani” “valle fertilissima” o anche “valle degli ulivi”. Ora, se gli evangelisti hanno riportato con tanta cura i nomi di questi luoghi, non può essere un caso. Se Dio non vi avesse annesso un qualche valore simbolico che, con l’aiuto dello Spirito Santo, gli uomini possano scoprire meditando sul significato di quei nomi, gli evangelisti si sarebbero limitati a dire che Cristo salì al monte Oliveto, senza aggiungere altro. In quello scritto che fu dettato agli Apostoli dallo Spirito Santo, neppure una sillaba può ritenersi superflua: neppure un passero cade se non per volere di Dio. Così non ritengo possibile che gli evangelisti abbiano riportato quei nomi per caso, né che gli ebrei — qualunque significato vi attribuissero — abbiano così chiamato quei luoghi, se non per un arcano (anche se a loro ignoto) disegno dello Spirito Santo, che sotto quei nomi nascose un deposito di sacri misteri che un giorno sarebbero stati scoperti. Dunque, Cedron significa insieme “nero” e “tristezza”,

Potremmo dire una tristezza nera. Ricordate: “Pavere, tædere, mæstus esse”, i tre verbi di Gesù nel Getzemani. Provò una paura tremenda, un tedium vitæ profondissimo, mæstus esse, una mestizia radicale, appunto una nera tristezza.

“E non è solo il nome del torrente (come ricordano gli evangelisti), ma anche della valle che esso attraversa, situata fra la città e il Getsemani: così, solo che vi si presti un po’ di attenzione, quei nomi ci fanno riflettere che, mentre andiamo peregrinando esiliati dalla casa del Signore, prima di giungere al fertile monte Oliveto e al ridente podere di Getsemani (non squallido e triste, ma ricchissimo di ogni delizia), dobbiamo necessariamente attraversare la valle e il torrente Cedron, valle di lacrime e torrente di tristezza, nel cui lavacro possiamo purificarci dal nero sudiciume dei nostri peccati.

 Se, incapaci di reggere al dolore e alla tristezza, tentiamo paradossalmente di mutare questa terra di fatica e di penitenza in un cielo di riposo e di letizia, in realtà ci escludiamo per sempre dalla vera felicità, precipitando in una penitenza vana e tardiva e in una fatica insopportabile ed eterna.”

Noi dobbiamo chiedere al Signore la grazia di saper reggere ai momenti di dolore, ai momenti di Croce, ai momenti di sofferenza, duri, difficili. E non possiamo trasformare questa terra in un luogo di riposo e di letizia, perché non lo è. Se lo facciamo ci escludiamo da quello che poi vedrete quando vi spiegherò il Paradiso e lì vedrete con il Beato don Alberione quanto è importante tenere i nostri occhi fissi su questa meta.

Anche i suoi discepoli lo seguirono (Le 22, 39). 

“I discepoli lo seguirono. O meglio, lo seguirono gli undici che erano rimasti con Lui. Il dodicesimo si era già allontanato dal cenacolo sotto l’impulso del diavolo, che era entrato in lui quando aveva intinto il pane nel piatto di Gesù: e non lo seguiva come un discepolo segue il maestro, ma lo perseguiva come un traditore.”

Non è che siccome io sto con Gesù allora sono suo Discepolo, io posso seguire Gesù come un traditore. Non è che se io vado a Messa, se vado in chiesa, siccome frequento, di necessità seguo Gesù come un Discepolo segue il Maestro, no, lo posso seguire anche come faceva Giuda e tradirlo al momento opportuno.

“Evidente conferma delle parole di Cristo: Chi non è con me è contro di me. Poiché egli era veramente contro Cristo e, mentre gli altri discepoli lo seguivano per pregare, stava invece tramando il suo infame tradimento.”

Sapete, il cuore lo vede solo Dio, bisogna vedere uno quando è vicino al Signore con che cuore, con che pensiero, con che testa, con che desiderio ci sta.

“Non comportiamoci anche noi come Giuda, allontanandoci da Cristo dopo aver cenato lautamente con Lui ed esserci nutriti dei suoi benefici; ma seguiamolo come gli altri Apostoli e preghiamo il Padre con Lui, perché non siano dette anche per noi le parole del Profeta: «Se vedi un ladro, ecco che corri con lui».”

Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli (Gv 18, 2). 

“Ancora una volta, parlando del traditore, gli evangelisti colgono l’occasione per sottolineare la pia consuetudine di Cristo di recarsi nottetempo a pregare in quel luogo con i discepoli.”

Gesù è Maestro, innanzitutto, di preghiera. È bellissima questa cosa! Ci insegna che, per essere punti di riferimento per gli altri, innanzitutto bisogna saper essere punti di riferimento nella preghiera, bisogna dare il buon esempio nella preghiera, si comincia da lì. Un Maestro educa pregando, insegnando a pregare. Comincia così e finisce così. Noi, tutto il contrario. Non ci domandiamo mai quanto, di fatto, noi abbiamo educato gli altri pregando con loro. Pensiamo che educare gli altri sia stare qui a fare le catechesi, le omelie. 

Come vi ho detto, più di qualcuno si è un po’ amareggiato: “No, Padre non deve dire quello che ha detto” quando vi dissi che potevo anche smettere di fare le meditazioni e le omelie, perché tanto ormai tutto quello che c’era da dire l’abbiamo detto e se voi avete imparato ad amare la Verità… punto. Ma questo non vuole dire che non voglio più farle — infatti le sto facendo — ma questo significa che ci dobbiamo un po’ chiedere: “Tutto questo sapere, questo conoscere, tutte queste cose che ci vengono dette, quanto ci fanno crescere nel rapporto con Dio? Quanto ci fanno pregare di più e meglio? Quanto correggono ciò che in noi non è ancora perfettamente in Gesù?”

Lui va a pregare con i Discepoli.

 “Se non fosse stata una consuetudine, ma solo un fatto casuale, Giuda non sarebbe stato tanto certo di trovarvi Gesù: e non vi avrebbe portato a colpo sicuro le guardie del sommo sacerdote e i soldati romani per non correre il rischio, se non lo avessero trovato, che pensassero si fosse preso gioco di loro, con tutte le inevitabili conseguenze.”

Pensate, Giuda tradisce Gesù in un luogo di preghiera. Non lo va a prendere durante un miracolo, mentre guarisce un malato, un cieco, un muto, … no, lo va a pescare nel momento in cui sta pregando e nel luogo in cui sta pregando. Pensate l’infamia di questo gesto. Lo tradisce proprio al cuore, dove Gesù va a stare con il Padre, lui si inserisce lì. Questo è il tradimento sommo.

“Ora io domando: cosa pensare di quelli che si credono eroi e si gloriano di sé stessi come se compissero un’impresa memorabile se, nelle principali vigilie, vanno a letto la sera un po’ più tardi o si alzano un po’ più presto al mattino? Il nostro Salvatore aveva l’abitudine di vegliare intere notti in preghiera”.

Mi fa piacere che lo dica San Tommaso Moro, sembrava che dicendolo io fossi un pazzo scatenato, di quelli un po’ talebani, rigidi, dogmatici, bloccati, e invece anche questo martire della verità, della giustizia e della fedeltà ci dice esattamente questo. Noi facciamo i frignoni se dobbiamo svegliarci alle 7 del mattino. Tragedia! “Non posso vivere, non posso respirare, svengo, non ce la faccio!” 

Però non il giorno di Natale, vi prego, non roviniamo la bellezza della luna — sono sicuro che ci sarà una luna bellissima, la chiederemo al Signore — non roviniamo la bellezza di quell’alba che sorge, speriamo che ci sia anche un po’ di neve, non roviniamo tutto questo col sonno e le tapparelle giù. Vi prego! Non siamo cadaveri da obitorio, siamo vivi. Quello è il giorno più bello dell’anno dove contempliamo questo mistero stupendo e meraviglioso dell’Incarnazione, e allora rendiamo omaggio al Signore iniziando presto, mettendo Lui al centro, facendo i nostri momenti di preghiera, recitando il Rosario, tutte le preghiere che dobbiamo fare, facendo la meditazione, poi la Santa Messa. 

Se andate alla Santa Messa delle 8.00 non trovate nessuno, qualche cara signora anziana, ma poi per il resto troverete il deserto. E così vi godete la vostra bella Messa, tranquilli, in pace, poi tornate a casa ed è ancora prestissimo. Pensiamo a Gesù che passava le notte intere così.

“Cosa pensare di coloro che chiamavano Gesù “ghiottone” e “beone”, perché non si rifiutava di pranzare con i pubblicani né si ritraeva se a invitarlo erano dei peccatori? E che, valutandolo con il rigoroso metro dei farisei, lo stimavano di virtù appena mediocre? In realtà, mentre i tristi ipocriti se ne stavano a pregare bene in vista sulla pubblica piazza, Lui, sedendo a tavola coi peccatori, con gentile dolcezza convertiva le loro anime.”

Questa è la forma somma di preghiera: convertire le anime, non c’è niente di più grande di questo.

 “E pregava per tutta la notte”

Non come gli scribi e i farisei, tutti belli avvolti nei loro filatteri, tutti devoti che ti guardano.

“E pregava per tutta la notte all’aperto, mentre gli ipocriti farisei se ne stavano a russare beatamente nel loro morbido letto.”

Capite? Gesù si spaccava la schiena di preghiera notturna mentre questi erano lì che ronfavano con la bolla al naso, però loro erano assolutamente innamoratissimi di Dio, stando alle loro parole.

 “Se anche noi sapessimo qualche volta scuoterci dalla pigrizia che ci tiene così avvinti da non lasciarci imitare il prezioso esempio del Salvatore.”

Perché uno si sveglia di notte? È da tempo che vi dico questa cosa: perché svegliarsi di notte a fare un momento di preghiera? Perché alzarsi presto la mattina? Perché lo fai? “Perché voglio imitare Gesù”. Gesù non lo imito solamente aiutando il poverello. Non è solo quello. Chi è che imita Gesù nella preghiera?

 “Se talvolta, quando nel dormiveglia ci rigiriamo nel letto per riprendere sonno, volessimo richiamare alla mente quelle veglie di Cristo e, anche solo per qualche istante, reagissimo all’indolenza e volgessimo a Lui un pensiero di riconoscenza e la preghiera di accrescere in noi la sua grazia; se volessimo abituarci a fare anche solo tanto poco, sono convinto che Dio farebbe in breve fruttificare la nostra anima di buon raccolto spirituale.”

Non serve che ti alzi! Basta che ti rigiri, basta che ti alzi per andare in bagno, basta che ti svegli un attimo… ringrazia il Signore, dì una preghiera veloce, anche solo questo, e vedrai che il Signore farà grandi cose in breve tempo.

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus. Amen. 

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Amen. 

Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.

Guarda il video della catechesi su Youtube

Informazioni

L’intero ciclo di catechesi di 4 puntate tenuto da p. Giorgio Maria Faré può essere riascoltato: