La perfezione religiosa alla luce della SS. Eucarestia, di S. Pietro Giuliano Eymard. Parte 19

La perfezione religiosa alla luce della SS. Eucarestia, di S. Pietro Giuliano Eymard. Parte 19

Meditazione

Pubblichiamo l’audio e il testo di una meditazione di lunedì 20 giugno 2022 sul testo “La perfezione religiosa alla luce della SS. Eucarestia” di S. Pietro Giuliano Eymard. Predica p. Giorgio Maria Faré, OCD.

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Testo della meditazione: La perfezione religiosa alla luce della SS. Eucarestia, di S. Pietro Giuliano Eymard. Parte 19

Sia lodato Gesù Cristo! Sempre sia lodato!

Eccoci giunti a lunedì 20 giugno 2022.

Abbiamo ascoltato il Vangelo della Santa Messa di oggi, tratto dal capitolo VII di San Matteo, versetti 1-5.

Oggi inizia la Novena ai Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Proseguiamo la meditazione del nostro libro di San Pietro Giuliano Eymard sull’Eucarestia; stiamo affrontando il tema del peccato.

Scrive:

“Il peccato è un’opposizione alla santità di Dio, che è sua natura. Dio è santità per essenza: la santità è il primo de’ suoi attributi: essa è tutto ciò che vi ha di buono, di bello, di vero: ed il peccato le si avventa contro”.

Tutti questi scritti, tutte queste riflessioni che stiamo leggendo in questi anni, dei vari Santi, vedete che concordano tutti e tutte sulla gravità del peccato, su quanto il peccato sia una cosa seria, talmente seria, che è stato necessario il sacrificio della vita del Figlio di Dio; quindi, stiamo attenti a banalizzare i nostri peccati, ad essere superficiali nei confronti dei nostri peccati.

Una pratica che io consiglio sempre a tutti, soprattutto quando si è giovanissimi, così si impara bene, è quella dell’esame di coscienza quotidiano, anche più volte al giorno.

C’è l’esame di coscienza serale, che serve proprio a segnarsi, credo, le cose più grosse, quelle che immediatamente ci vengono alla mente, che durante la giornata abbiamo subito visto non essere cose buone, poi si va a dormire; spesse volte, di notte, veramente facciamo l’esperienza che il nostro cuore veglia e, quando ci svegliamo al mattino, accade nello spirito, quello che accade nel corpo. Se abbiamo mangiato qualcosa alla sera che non ci ha fatto bene, anche se non ce ne siamo molto accorti, o anche se noi credevamo che fosse andato tutto bene, al mattino ci svegliamo e ci viene su, cioè risentiamo quel gusto, quel sapore, sentiamo di non aver digerito.

Uno dice: «Ma come?! Ho mangiato ieri sera e stamattina mi sveglio e mi “viene su”… (sì, c’è questa espressione, certo, poco fine, ma che esprime molto bene il concetto)».

Accade la stessa cosa nello spirito.

Se abbiamo fatto qualcosa, lungo la giornata precedente, che non è piaciuto a Dio, se abbiamo una vita di fede delicata, se coltiviamo il silenzio, è molto probabile che questo accada anche a livello spirituale; quindi, al mattino ci svegliamo e subito percepiamo quel qualcosa che il giorno prima non è andato bene, che ci viene su, cioè ci torna alla memoria, ci torna al gusto interiore, quello sano, un sapore amaro: qualcosa non è andato bene, ed è quella cosa lì.

Noi mangiamo tante cose in una serata, ma al mattino ci viene su il sapore del carciofo o del peperone, che non abbiamo digerito. Se magari alla sera abbiamo mangiato una bella peperonata, ecco, è possibile, è molto probabile, che al mattino un po’ ci venga su. Non ci viene su tutto, ci viene su quell’alimento, quel gusto, perché ci ha dato fastidio allo stomaco.

Così all’anima: non viene su tutto, viene su quella situazione, quel problema, quella frase, quella cosa detta, quel gesto compiuto, quello viene su; quello, vuol dire che non è stato digerito, che era indigesto, che era, in gradi diversi, a secondo della gravità, una opposizione alla santità di Dio, o quantomeno una di quelle imperfezioni che probabilmente possiamo correggere.

E va fatto sempre, sapete? Sempre. Così, vi renderete conto, al termine di una settimana, di quante cose avrete segnato.

C’è chi dice: «Oh mi confesso una volta alla settimana, che esagerazione, che scrupolosità, che ossessività, che mancanza di fiducia nella Misericordia di Dio!»

Probabilmente queste persone non hanno mai segnato una volta il proprio esame di coscienza, perché, se avessero segnato il frutto dell’esame di coscienza, in capo ad una settimana, vedrebbero quante cose sono scritte, e direbbero: «Eh no, devo andarmi a confessare, perché adesso sono un po’ tante. Se no, se aspetto un mese, quando vado a confessarmi sto dentro tre ore», capite?

Se invece noi affidiamo tutto alla memoria e diciamo: «Ah sì, sì, me lo ricorderò; sì, sì, questa cosa qua la dirò; quella lì non è andata bene», e intanto suona il telefono, intanto suonano alla porta, intanto bolle l’acqua, intanto…

Io vi dico che non mi ricordo dalla sera alla mattina, immaginiamoci se non mi segnassi i miei esami di coscienza! Anche perché, poi, quando sei in confessionale, come fai a ricordarteli tutti così bene? Vabbè, io sarò anche un po’ limitato, e quindi la mia memoria probabilmente non sarà così fantastica, però mi sembrerebbe prudente avere questo atteggiamento.

E poi l’altro esame di coscienza. Quindi, al mattino appena svegli avviene un po’ in automatico quasi, alla sera, e poi a metà giornata.

Tre momenti, in cui fare l’esame di coscienza, al giorno; non all’anno, al giorno.

Vi segnate le vostre cosine, anche perché così voi vedete se, ciò che avete evidenziato alla sera, avete iniziato a correggerlo e a combatterlo entro il giorno dopo.

Vi faccio un esempio.

Un pomeriggio sono dovuto uscire per fare una cosa e, lungo la strada, ricevo una telefonata (c’era il traffico ed ero di corsa);  questa persona mi fa un discorso e mi fa delle domande, e io, in modo molto impulsivo, senza neanche pensarci, così, d’istinto, ho risposto in un certo modo, a questo fraseggio, a queste cose che mi venivano dette, ho risposto con una espressione ben precisa, ho usato una parola ben precisa, che, tra l’altro, non uso mai.

Non so perché, quel giorno, vabbè, quel pomeriggio… non uso mai quella parola, non la dico mai; nella mia vita credo di averla detta, mah non lo so, praticamente mai, non è una parola che appartiene al mio vocabolario, ma, quel pomeriggio, l’ho detta.

E va bene. Poi, io ho fatto le mie cose, sono uscito, sono tornato, ho fatto la mia preghiera, ho fatto tutte le mie cose, tutto tranquillo; alla sera, prima di andare a letto, nel fare le ultime preghiere conclusive, e quindi l’esame di coscienza, mi è venuto tra le mani un testo di Don Giuseppe Tomaselli e ho iniziato a leggerlo.

Era già in programma che dovessi leggere questa cosa, era una riflessione su una cosa particolare, e inizio a leggere… ad un certo punto, arrivo esattamente ad una frase, a dire la verità (me lo ricordo ancora) a due frasi. La prima, su una questione che avevo lasciato in sospeso, perché non avevo avuto il coraggio di tagliare, di chiudere definitivamente quella porta, ed ero lì che ballavo un po’ di qui e un po’ di là, un po’ sì è un po’ no, pensavo: «Ma boh, vediamo… vedremo… aspetta…»

Quindi, innanzitutto questa frase, e appena ho letto una parte della sua riflessione, ho detto: «No, questa porta va chiusa e questo tralcio va tagliato», e quindi subito l’ho fatto.

Poi vado avanti e… tac, arrivano le sue parole taglienti come un bisturi (avete presente quando proprio vi viene un rigurgito improvviso, quando uno rimane quasi sconvolto dalla potenza di questo rigurgito?), mi è venuto un rigurgito potentissimo e mi è venuta alla mente immediatamente quella parola che avevo detto in mezzo alla strada, mentre andavo di corsa, e che avevo completamente dimenticato. Capite?

Se io non mi fossi fermato a fare l’esame di coscienza, leggendo il testo di Don Tomaselli, sarei andato oltre, perché non avevo portato a coscienza l’importanza di andare a riprendere quel termine, di correggermi, e di non pronunciarlo mai più da allora in poi, come mai prima.

Capite quanto è importante?

Ecco perché vi dico che è essenziale l’esame di coscienza, soprattutto (ve l’ho sempre detto) in riferimento alla Parola di Dio e ai Santi.

Io mi ricordo ancora da adolescente, da ragazzo di III Superiore, che una sera, quando stavo pregando, mi è capitato (non capita niente per caso), mi è accaduto, mi è stato donato, un Salmo. Mi ricordo perché… vabbè, comunque lasciamo perdere… Quindi, quando ho letto questo Salmo, ben preciso, mi sono sentito fulminato, e ho detto: «Quest’uomo sono io!»

Me lo ricordo ancora oggi, eh, ancora oggi! Quell’esame di coscienza lì, me lo ricordo ancora oggi… perché il Signore ci parla… il Signore ci parla, e l’esame di coscienza è un luogo ottimo nel quale rimettere ordine.

Così, uno cosa fa?

Vede quella cosa, vede quel peccato, vede quell’imperfezione, magari dice: «Sì, non ero cosciente, non l’ho detto con convinzione, sono stato impulsivo, mi è scappato, non volevo», tutto quello che volete, va bene, poi a questo ci penserà il Signore, ma nel frattempo, lo può vedere, lo può circoscrivere, lo può perimetrare, lo può estirpare, sottoponendolo, la volta successiva, alla Confessione. Capite?

E fa questo, dicendo pure: «Sì, va bene, mi è scappato, non volevo dirlo, non so come mai. Non l’ho mai detto, mi è uscito quella volta». Uno può dire tutte le cose che vuole, però intanto lo dice, e dice: «Io sottopongo alla Misericordia di Dio (quindi al Suo Sangue, alla Sua potenza di guarigione) questa cosa qui, perché, anche se non volevo dirlo, anche se mi è scappato, anche se ero distratto, anche se non l’ho mai detto, e tutto quello che volete, non voglio più dirlo; quindi, lo sottopongo alla Misericordia di Dio, perché il Sangue di Gesù lavi via questa cosa e non permetta mai più che succeda».

Capite quanto queste confessioni fanno la differenza nella vita di una persona? Capite?

Lo capite benissimo.

Quindi, impariamo la Confessione frequente e, ancora prima, impariamo l’esame di coscienza frequente.

Certo che, se io faccio l’esame di coscienza una volta al mese… eh ciao!

“Noi macchiamo la divina santità in noi perché essa abita in noi, avendone ricevuta una partecipazione nel battesimo, che ci rese santi e simili a Dio con la grazia santificante; noi macchiamo questa divina immagine”.

Ecco, è questo quello che fa il peccato! Vedete?

“La nostr’anima è di Dio; il nostro corpo è il tempio dello Spirito Santo; noi siamo i membri di Gesù Cristo: ora col peccato noi profaniamo il suo corpo…”

Sentite che espressioni usano i Santi! Guardate che sono parole forti usa San Pietro Giuliano Eymard, eh… Col peccato in generale eh… non sta parlando di un peccato in particolare, no, dice: “col peccato”.

“… gettiamo in una cloaca Gesù Cristo e la candida veste di giustizia e di santità che ci ha data: noi la consegniamo al demonio”.

Nooo, guardate, veramente… abbiamo veramente tutti bisogno di fare un reset, forse di ricominciare da capo.

Scusate, ora vado avanti, dopo riprendo.

“Il peccato è una infezione, una corruzione, una dissoluzione putrida; fa della nostr’anima un cadavere orribile; soprattutto il peccato di sensualità: e noi siamo visibili a Dio in questo stato! Che orrore dobbiamo fare a Lui, agli angeli ed ai santi! Giacché ci vedono!

San Paolo parla del buon odore di Gesù Cristo che diffondono i buoni cristiani (II Cor., 2, 14-15): ma noi spargiamo un odore d’infezione. Alcuni santi conoscevano i peccatori all’odore che tramandavano. Ah, se i nostri peccati spargessero il loro odore, e questo fosse sentito, e ne fossimo avvertiti, quale onta!”

Pensate se gli altri sentissero l’odore dei nostri peccati e li riconoscessero…

“Non oseremmo più farci vedere, non potremmo più sopportare noi stessi! Si legge nel secondo libro de’ Maccabei, capo IX, che il male inflitto ad Antioco in punizione della sua empietà era sì fetente che appestava l’esercito. Ecco l’esalazione dei nostri peccati”.

Ditemi come si può ancora dire che il peccato è una cosa da niente, che il peccato… ma sì, vabbè… capite?

Uno dice: «Sì, ma qui, sicuramente, lui farà riferimento al peccato mortale».

Qui non è detto.

Avete sentito parlare di peccato mortale?

No, non c’è scritto. San Pietro Giuliano Eymard non lo precisa.

Queste sono le nostre considerazioni perché vogliamo schermarci subito, ma scusate… che io abbia in casa cinquanta uova marce, o che io ne abbia in casa uno solo, che io abbia in casa i resti di un pesce cotto, anche piccolo, o che io abbia in casa i resti di tre chili di pesce, guardate che la puzza è sempre puzza eh… Uno sente l’odore che fa puzza, e se qualcuno dice: «No, è solamente un pesciolino», tu dici: «Eh ho capito, ma fa puzza, toglilo! Come faccio a stare qui vicino?»

Il peccato è sempre una cosa brutta!

Certo, poi, il peccato mortale uccide la grazia santificante in me; quindi, ecco perché si chiama “mortale”, perché uccide, perché io, dopo questo peccato, sono morto spiritualmente.

Ecco perché il Sacramento della Confessione si chiama “Sacramento dei morti”, perché è riservato, perché è stato pensato proprio per coloro che sono morti, morti spiritualmente, soprattutto per questi.

Certamente, come dicono i Santi, noi, però, dobbiamo assolutamente andarci a confessare anche, e soprattutto, dei peccati veniali, perché comunque sono una preparazione al mortale.

Tutti i Santi sono concordi nel dire che dobbiamo stare lontanissimi dal peccato veniale, volutamente e coscientemente commesso.

Guardate che ho letto delle parole che sono molto forti; non le ripeto perché sono veramente forti. Le potete riascoltare o rileggere.

Noi consegniamo al demonio il Signore e la nostra candida veste di giustizia e di santità.

No, dobbiamo veramente imparare ad avere una coscienza retta e pulita, almeno ad essere coscienti di noi stessi, e quindi andarci a confessare frequentemente, e confessarci bene, senza raccontare la rava e la fava, senza le storielle di mia madre, di mio padre, di mia cugina, di mio marito che bestemmia, di mio figlio che non va in chiesa.

Andiamo a confessare i nostri peccati, non facciamo perdere tempo al confessore e non profaniamo il Sacramento della Penitenza.

Diciamo: «Ho fatto questo, questo e questo; tot volte, e questa è la cosa precisa. Ho rubato una mela, ho rubato in una banca, ho rubato ad una anziana, ho rubato una caramella, tre volte, cinque volte, tante volte, punto».

Basta. Non stiamo lì a raccontare: «Mio marito bestemmia… Mia moglie non va in chiesa… Mio figlio convive… Ho i problemi con il vicino di casa… La gente non mi capisce…», questo non c’entra niente con il confessionale, non c’entra nulla! C’entrano solo i peccati, c’entrano solo quelli. Quando mi vado a confessare devo dire i peccati, non le storie mie psicologiche e le storie delle mie famiglie. I peccati! Punto. Altrimenti poi finiamo per raccontare le nostre storie, che non interessano a nessuno, e i peccati non li diciamo perché ce li dimentichiamo.

E stiamo lontani dal Sacramento dell’Eucarestia, se siamo coscienti di avere sulla coscienza un peccato mortale!

Uno dice: «No, ma io mi confesserò. Tanto non c’è nessuna urgenza».

Uno dice: «È il funerale di mia madre, devo fare la Comunione per lei».

No, la Comunione tu non la fai per lei, la Comunione tu la fai con Gesù, punto. Se sei in peccato mortale, quella Comunione lì diventa un sacrilegio, quindi lasciamo perdere queste cose!

Quando so con certezza, o ho anche un dubbio, di avere sulla coscienza un peccato mortale, devo andarmi a confessare, sicuramente, immediatamente, il prima possibile. Non mi accosto all’Eucarestia in peccato mortale!

Piena avvertenza, deliberato consenso, materia grave, queste sono le tre condizioni per fare un peccato mortale. Tutte cose già spiegate quando ho fatto le catechesi sulla Confessione generale, ho già spiegato tutto; trovate tutto su YouTube, su Internet, trovate tutto.

Ho fatto un anno di catechesi sul sito www.veritatemincaritate.com; voi trovate un anno intero di catechesi del lunedì sera, di un’ora, sul tema della coscienza e quindi del Sacramento della Penitenza, un anno di catechesi.

Andate, se volete, e ascoltate quelle catechesi, le trovate tutte, così uno comincia un po’ a rimettersi in ordine.

Andiamo avanti con il testo di San Pietro Giuliano Eymard:

“Noi dunque coi nostri peccati macchiamo la santità di Dio nella nostra anima e nel nostro corpo. Come mai può ancora venire Dio in un’anima in cui abita il peccato? Come potrebbe mettervi il piede? Eppure noi lo facciamo venire in questa cloaca. Oh davvero! a che pensiamo noi?”

A che pensiamo noi? A tutto, tranne che a Dio. Questo l’ho detto io.

“Passi ancora per i peccati di pura debolezza (vedete?); è polvere inerente alla nostra miseria, e Dio non ne ha orrore; ma che dire de’ peccati di volontà deliberata, di affetto, di abito?”

È tutta un’altra cosa eh… un conto, sono quelli che, come vi dicevo prima, sono legati alla debolezza, alla nostra miseria; un conto, sono quelli deliberati, voluti, che amiamo, di abitudine… questi sono un’altra cosa!

Guardate… incredibile! Sentite cosa scrive adesso!

“Meglio sarebbe non ricevere il Corpo di Nostro Signore che metterlo nel nostro cuore, quando abbiamo dei peccati abituali”.

Guardate, non sono bazzecole, non sono mie fissazioni, non è severo e duro Padre Giorgio. Queste sono parole di San Pietro Giuliano Eymard. Leggiamo tutti la vita dei Santi, dei Mistici, dei Padri della Chiesa e dei Dottori della Chiesa! Non vi racconto frottole, sto leggendo le fonti; tutti potete andarle a leggere, tutti, non sono testi occulti.

Qui addirittura parla di peccati abituali, neanche mortali, abituali, cioè quando noi ci siamo abituati, abbiamo preso il vizio di fare sempre quello stesso peccato lì. San Pietro Giuliano Eymard dice: «Stai attento, meglio sarebbe che tu non andassi, perché, quando c’è l’abitudine al male, vuol dire che c’è anche un affetto al male. Allora, come posso far entrare il Cuore Eucaristico di Gesù nella mia anima, quando io ho un amore per qualcosa che appartiene al demonio?»

“Egli non ci viene che con disgusto…”

Io credo che, se noi avessimo davanti alla mente queste parole ogni volta che andiamo a fare la Comunione, non lo so, non so se ci alzeremmo veramente.

“… noi gli facciamo violenza; ci obbedisce perché è legato; ma alla morte vedremo la sua vendetta! Sarà terribile la sua voce: Come mai tu hai osato ricevermi in un corpo bruttato di abbominazione?”

Cosa risponderemo?

«No, perché io pensavo… Io credevo…»

«No, ma io sono fragile, sono debole, sono ferito…»

«No, c’è la Tua Misericordia…»

Spero che non avremo la follia di fare la catechesi a Gesù sulla Sua Misericordia, di andare a raccontare la storiella a Gesù della Sua Misericordia, perché veramente sarebbe il colmo.

“Purtroppo noi osiamo portare il nostro fetido fango sino al Corpo di Gesù Cristo, imbrattarnelo. Perocché quelle sacre specie che noi tocchiamo, gli sono inseparabilmente unite; la Chiesa vuole che si adorino con lo stesso culto di latria che il suo corpo visibile: dunque Lui stesso noi imbrattiamo col nostro abbominevole contatto”.

Pensate che quella lingua che riceve Gesù, quella stessa medesima lingua, magari, dieci minuti prima, è stata usata per mormorare o calunniare… o per discorsi volgari, impuri, inutili.

“Ma il peccato nella nostra anima ridonda contro la stessa SS. Trinità che vi abita, e la macchia della sua infezione; poiché la SS. Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, viene in noi sostanzialmente e realmente quando ci comunichiamo; di modo che tutto ciò che vi ha di santo, Dio, le tre persone divine, Gesù Cristo, tutto è intaccato dal peccato.

Oh! come mai Dio tollera tali cose? S’Egli punisse immediatamente, noi saremmo senz’altro battuti con verghe nel tempio come Eliodoro! (II Macc., 3, 26). La sua bontà ci sopporta; ma forsechè la bontà dà diritto ad insultare?”

Quante volte vi ho letto, vi ho detto, vi ho spiegato questa frase!

La Misericordia di Dio, il culto della Misericordia di Dio, l’amore per la Misericordia di Dio, forse vuol dire che questa Misericordia ci dà il diritto di insultare Dio? No, è l’occasione per chiedere perdono a Dio, non per insultare Dio.

Eh, sì… eh sì, Eliodoro. Quanti di noi conoscono Eliodoro? Ecco, andate a vedere la storia di Eliodoro, II Maccabei 3-26.

“Davvero non so a che pensiamo; ci indigniamo contro noi stessi nel doverci dire: Io non tratto Dio come si tratta l’ultimo dei domestici?

Io non vi penso, dirà taluno. — Ma voi siete obbligato di farci attenzione. Non è permesso commettere delitti, tanto per distrarsi. Chi è giunto a dimenticare doveri così essenziali, come il rispetto dovuto alla santità di Dio, è più colpevole di colui che l’offende trascinato dalle sue passioni”.

Capite? Sì, noi facciamo i peccati perché abbiamo bisogno di divertirci… eh, mi devo pur divertire, no?

Per cui: parole inutili, discorsi inutili, discorsi volgari, discorsi da bar, discorsi ambigui, discorsi di diffamazione… di tutto questo noi renderemo conto a Dio.

Non possiamo dire: «Ma io ero lì per divertirmi, ero lì con i miei amici, ero con i miei parenti. Ma che cosa vuoi dire?»

Eh, no… no…. meglio pane e cipolla mangiato nella santità, nel silenzio e nella solitudine, che un bue grasso mangiato insieme all’empietà!

Non ci si può dimenticare il dovere del rispetto dovuto alla santità di Dio, non si può!

Quello che mi colpisce, è vedere quanto San Pietro Giuliano Eymard dedica al tema del peccato. Dentro agli Esercizi Spirituali sull’Eucarestia, guardate quanto sta parlando del peccato!

Mi fermo qui, domani andremo avanti, intanto credo che abbiamo motivo di ampie riflessioni.

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.

Amen.

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.

Sia lodato Gesù Cristo! Sempre sia lodato!

Novena ai Santi Apostoli Pietro e Paolo

VANGELO (Mt 7, 1-5)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».