Veritatemincaritate https://www.veritatemincaritate.com Agendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a lui, che è il capo, Cristo Sun, 26 Jul 2020 07:49:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 La gnosi e la Sapienza a confronto https://www.veritatemincaritate.com/2020/07/la-gnosi-e-la-sapienza-a-confronto/ Sun, 26 Jul 2020 07:12:53 +0000 https://www.veritatemincaritate.com/?p=16016 L'articolo La gnosi e la Sapienza a confronto proviene da Veritatemincaritate.

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Omelia

Pubblichiamo l’audio di un’omelia di domenica 26 luglio 2020

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

Per motivi di intenso traffico non ci è possibile rendere disponibile l’ascolto dei file audio direttamente dal nostro sito. Se hai dubbi su come fare, vai alle istruzioni per l’ascolto delle registrazioni.

PRIMA LETTURA (1Re 3,5.7-12)
Hai domandato per te la sapienza.

In quei giorni a Gàbaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte. Dio disse: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda».
Salomone disse: «Signore, mio Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che hai scelto, popolo numeroso che per la quantità non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti chi può governare questo tuo popolo così numeroso?».
Piacque agli occhi del Signore che Salomone avesse domandato questa cosa. Dio gli disse: «Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te».

SALMO RESPONSORIALE (Sal 118)
Rit: Quanto amo la tua legge, Signore!

La mia parte è il Signore:
ho deciso di osservare le tue parole.
Bene per me è la legge della tua bocca,
più di mille pezzi d’oro e d’argento.

Il tuo amore sia la mia consolazione,
secondo la promessa fatta al tuo servo.
Venga a me la tua misericordia e io avrò vita,
perché la tua legge è la mia delizia.

Perciò amo i tuoi comandi,
più dell’oro, dell’oro più fino.
Per questo io considero retti tutti i tuoi precetti
e odio ogni falso sentiero.

Meravigliosi sono i tuoi insegnamenti:
per questo li custodisco.
La rivelazione delle tue parole illumina,
dona intelligenza ai semplici.

SECONDA LETTURA (Rm 8,28-30)
Ci ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo.

Fratelli, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno.
Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati.

Canto al Vangelo (Mt 11,25)
Alleluia, alleluia.
Ti rendo lode, Padre,
Signore del cielo e della terra,
perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno.
Alleluia.

VANGELO (Mt 13,44-52)
Vende tutti i suoi averi e compra quel campo.

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

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Portiamo la morte di Gesù in noi? https://www.veritatemincaritate.com/2020/07/portiamo-la-morte-di-gesu-in-noi/ Sat, 25 Jul 2020 07:13:44 +0000 https://www.veritatemincaritate.com/?p=15993 L'articolo Portiamo la morte di Gesù in noi? proviene da Veritatemincaritate.

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Omelia

Pubblichiamo l’audio di un’omelia di sabato 25 luglio 2020

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

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Scarica il testo dell’omelia  

 

La Prima Lettura di quest’oggi, di questa solennità, tratta dalla Seconda Lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi, cap. 4°, ci fà presente una verità tremenda. San Paolo dice così:

“Portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù”

“Veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. Cosicché in noi agisce la morte, in voi la vita.”

Noi se siamo onesti e sinceri dobbiamo riconoscere che di Gesù vogliamo tutto tranne che la morte, quella proprio no. Nella nostra vita facciamo di tutto perché la morte di Gesù non sia nel nostro corpo.

Che cosa vuol dire portare la morte di Gesù, sempre e dovunque? Cosa vuol dire essere consegnati alla morte a causa di Gesù?

Vuol dire portare su di noi il fallimento umano, la persecuzione, l’odio, la cattiveria, l’ostilità, la chiusura, l’emarginazione, la calunnia che Gesù umanamente ha vissuto su questa terra. Pensate al rifiuto che la famiglia di Nazareth conobbe ancora prima del parto, non trovarono posto da nessuna parte, se poi prendiamo questo e lo guardiamo nei Santi vediamo che nella vita dei Santi la morte di Gesù è sempre stata presente e quindi vediamo delle vite umanamente tremende. Noi questo non lo vogliamo. 

Portare la morte di Gesù vuol dire perdere i consensi, vuol dire essere compatiti, essere ritenuti per pazzi, ricordate San Giovanni Bosco, Padre Pio, portavano la morte di Gesù sempre, ovunque, con loro stessi, nella loro carne, nel loro corpo regnava la morte di Gesù, regnava questa vita completamente espropriata, completamente data a Dio. Una vita senza compromessi, cristallina, integerrima, un’Ostia spezzata. Questo ha delle conseguenze terribili, pensate a Padre Pio quando è stato sospeso a Divinis, per colpe che non aveva commesso, per invidia, per la gelosia e la superbia di chi è andato a voler curiosare le sue stigmate senza il permesso della Santa Sede.

Che colpe aveva quell’uomo? Che cosa e a chi ha mai fatto del male?

Non ha mai parlato male di nessuno. 

Che colpe aveva per essere sospeso a Divinis?

Essere sospesi a Divinis è la pena canonica più grave, un passo prima della scomunica che un Sacerdote possa ricevere, deve aver fatto dei crimini efferati, orribili, tremendi, inenarrabili, irraccontabili, deve essere colpevole di eresia, per essere sospeso.

Ma Padre Pio queste cose non le ha mai fatte! Niente di tutto questo.

Questo perché?

Perché portava la morte di Gesù. 

E’ tanto bello tra di noi portare la vita di Gesù, quella che noi presumiamo essere la vita di fatto, poi non è la vita di Gesù, la vita di Gesù è un’altra cosa, che non in tanti conoscono. A noi piace portare la vita di Gesù.

Per noi portare la vita di Gesù cosa vuol dire?

Per noi vuol dire fare festa, bere, mangiare, cantare, saltare, passeggiare, stare insieme, ridere, scherzare, uscire, la vita di Gesù per noi vuol dire la vita godereccia, vivere la “ggggioia” con quattro “g”. Ma questa non è la vita di Gesù! Gesù non ha vissuto così! Nel Vangelo non c’è niente che richiami alla vita di Gesù come alla vita della terra del Bengodi, non è l’albero della Cuccagna, Gesù.

“Ma io perché non capisco qual è la vita di Gesù?”

Perché io non vivo la morte di Gesù, semplice. La vita di Gesù è stata una vita totalmente dedicata al servizio vero delle persone.

Gesù com’è che ha servito le persone?

Prendendosi cura dell’anima e del corpo, di tutte e due, curando le anime e curando i corpi, pregando tantissimo, giorno e notte, soprattutto la notte.

Ma noi quando parliamo della vita di Gesù, parliamo della preghiera notturna di Gesù? 

Queste cose non le diciamo. Quando Gesù dice “certi demoni si scacciano con la preghiera e con il digiuno”, vuol dire che digiunavano, vuol dire che c’era una forma di digiuno. I richiami alla penitenza che fa Gesù, noi non li facciamo. 

Ma allora che vita di Gesù viviamo?

Ecco perché è importante, come dice San Paolo:

“Portare questa morte”

Lui lo dice:

“Siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù”

Non c’è una cosa bella in tutto questo elenco che San Paolo ha fatto.

“Noi veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù”

Ma noi, quando veniamo consegnati alla morte per motivo di Gesù? Quando noi andiamo a letto alla sera dicendo:

“Io oggi ho sperimentato gli effetti della morte sulla mia vita per colpa di Gesù?”

Quando noi possiamo andare davanti al Tabernacolo e quasi con soddisfazione, possiamo dire:

“Gesù per colpa Tua, io ho perso questo, questo, questo e questo”

“Gesù per colpa Tua io ho rischiato di morire, mi hanno quasi ucciso”

Gesù per colpa Tua ho perso il lavoro, ho perso questo affetto, sono stato emarginato, non sono stato riconosciuto e stimato”

Quando noi possiamo dire queste cose a Gesù?

Se noi non possiamo dire queste cose a Gesù, vuol dire, che noi non sperimentiamo la morte di Gesù.

“Ma se non sperimentiamo la morte di Gesù, la vita di Gesù non si potrà manifestare nella nostra carne mortale”

E’ quello che vediamo nei Santi, prima si manifesta la morte, poi cominciamo a vedere una vita, quindi cominciano a fare i miracoli, incontrano misticamente il Signore, vivono un’altra dimensione. 

Ogni tanto penso ai nostri Santi fondatori, a Santa Teresa D’Avila, San Giovanni della Croce, o anche a Santa Teresina, ogni tanto quando passeggio per la Chiesa o per il Convento, mi dico:

“Ma chissà se oggi ci fosse qui Santa Teresa, che vede la Messa, che partecipa alla Messa come le suore, lì, un pò nel buio, riservata, se fosse lì Santa Teresa, chissà cosa penserebbe? Santa Teresa ci riconoscerebbe? Direbbe: “questi sono i miei frati”? I nostri fondatori delle nostre Congregazioni, potrebbero dire oggi: 

“Queste sono le mie suore? Questi sono i miei frati? Questi vivono il mio carisma che Dio mi ha donato? Sono fiera, fiero di loro?”

Speriamo che non si mettono le mani davanti agli occhi. Speriamo che non scoppino in una valle di lacrime. Speriamo che non scappino via! Speriamo che non ci disconoscano. 

Alla fine cos’è che conta?

Alla fine conta il Giudizio di Dio. Noi ci dovremo presentare tutti davanti al Giudizio di Dio. Prima o poi tocca a tutti, e lì non ci sono né se, né ma, né dunque, né però, lì c’è il Giudizio di Dio che ha visto tutto nell’assoluta perfezione.

Noi cos’è che gli diremo, se mai avremo da dire qualcosa?

“Ma io credevo..ma io pensavo..ma io speravo..”

Cosa gli diremo: “ma anche gli altri hanno fatto così”?

“E allora?”

“Tutti dicevano..tutti facevano..”

“E allora?”

“La Scrittura ce l’avevi? L’Eucarestia ce l’avevi? La vita dei Santi ce l’avevi? Cosa ti mancava?”

Dobbiamo chiedere al Signore la grazia che questa morte agisca dentro la nostra vita, che questa morte operi. Se noi accogliamo la morte di Gesù nella nostra vita, questa morte lavora.

Lavora in che modo?

Lavora nella sofferenza e nel dolore. Ci fa sentire, ci fa sperimentare quello che ha sperimentato Gesù, l’abbandono, l’esilio, l’allontanamento, il disprezzo, il giudizio, e rimanere fermi dentro a questa morte è difficile, è difficile continuare a dire: 

“Sì, va bene, rimango dove sono. Vado avanti vedendo che sto perdendo ogni giorno, sempre di più, pezzi della mia vita, per colpa Tua”

Ma questo “per colpa Tua” deve essere detto con onore, con soddisfazione, con ringraziamento, è un onore poter vedere che la morte di Gesù abita nella nostra carne mortale. Pensate all’onore che hanno i cristiani perseguitati oggi in Cina, in Corea, è difficilissimo, è durissimo, è una logica terribile, non comune, ma lì dentro, in quella vita, regna anche la vita di Gesù. Gesù è vivo dentro lì, Gesù abita dentro lì. 

Proprio ieri ad una persona mi è venuta proprio questa frase, dopo tanti discorsi, tante parole che si fanno, mi è venuto da dirle:

“Ma lei è in Grazia di Dio? E’ in pace col Signore?”

Se non abbiamo questo, non abbiamo niente. Se non abbiamo questa morte, che ci apre alla vita di Cristo dentro di noi, noi non abbiamo niente, siamo morti, siamo completamente vuoti, inutili, non serviamo a nessuno, neanche a noi stessi. Allora sì che avrebbe senso la domanda che ha fatto la mamma dei due figli di Zebedeo, che stiano uno alla destra e uno alla tua sinistra di Gesù, ma non per un ragionamento di potere, come forse era nella sua testa, ma per un ragionamento di affetto, di amore, di una mamma che vuole vedere i suoi ragazzi nel posto migliore.

Siccome in Cielo non c’è problema di spazio, Gesù non avrebbe avuto nessun problema a dire:

“Ma certo, alla mia destra e alla mia sinistra c’è posto per tutti!”

Figuriamoci se Gesù col cuore che ha, non aveva posto per mettere altre due persone alla sua destra o alla sua sinistra! Il problema non è il posto, il problema è che tu non ci puoi stare con quel cuore, se prima non hai bevuto quel Calice, il Calice della morte.

«Il mio calice, lo berrete».

“Questa è una certezza, e infatti morirete martiri, ma il resto lo dovrete capire col tempo.”

Noi potremo avvicinarci di più, senza superbia, a Gesù, proprio accettando quei frammenti di morte che Lui ci consegna di sé e che il mondo immediatamente viene a reclamare, accettandoli, andando oltre, dicendo:

“Un altro pezzo è stato fatto, un altro pezzo di me è stato dato”

Quando poi alla fine non rimarrà più niente, perché saremo totalmente consegnati, arriverà Gesù a prenderci, come ha fatto con Padre Pio.

“Adesso è giunto il tempo. Ora è il tempo di partire”

Pensate al giorno in cui è morto Padre Pio, mi sono chiesto:

“Tutti quelli che lo hanno perseguitato, e che gli hanno fatto del male, e che da quel giorno e da quell’ora lì, da quella mattina, sono dovuti ritornare in camera, ripassare davanti alla sua stanza, vedere il suo posto in coro, rivedere l’altare dove celebrava la Messa, rivedere dove lui mangiava, chissà che tonfo al cuore, chissà che pensieri gli saranno passati per la testa. Lui portato via da Gesù e tu sei qui a pensare a tutto quello che di male hai fatto contro di lui, perché la morte di Gesù non ha regnato dentro di te.”

Sia lodato Gesù Cristo.

Festa di S. Giacomo Apostolo

PRIMA LETTURA (2Cor 4,7-15)
Portiamo nel nostro corpo la morte di Gesù.

Fratelli, noi abbiamo un tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi. In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. Cosicché in noi agisce la morte, in voi la vita.
Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: «Ho creduto, perciò ho parlato», anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, accresciuta a opera di molti, faccia abbondare l’inno di ringraziamento, per la gloria di Dio.

SALMO RESPONSORIALE (Sal 125)
Rit: Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia.

Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion,
ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso,
la nostra lingua di gioia.

Allora si diceva tra le genti:
«Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia.

Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia.

Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni.

Canto al Vangelo (Gv 15,16)
Alleluia, alleluia.
Io ho scelto voi, dice il Signore,
perché andiate e portiate frutto
e il vostro frutto rimanga.
Alleluia.

VANGELO (Mt 20,20-28)
Il mio calice, lo berrete. In quel tempo, si avvicinò a Gesù la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

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Nel mistero del Suo Sangue versato https://www.veritatemincaritate.com/2020/07/nel-mistero-del-suo-sangue-versato/ Mon, 20 Jul 2020 13:05:56 +0000 https://www.veritatemincaritate.com/?p=15985 L'articolo Nel mistero del Suo Sangue versato proviene da Veritatemincaritate.

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Condividiamo con i lettori un articolo di P. Giorgio Maria Faré pubblicato nel numero 29 del 19 luglio 2020 de “Il Settimanale di P. Pio”

Addentriamoci nell’ineffabile mistero del Preziosissimo Sangue. Lo scorrere delle sue onde che traggono dagli abissi i figli di Adamo purificati; la sacra mensa imbandita per essi, quel calice di cui esso costituisce l’inebriante liquore: tutte queste meraviglie resterebbero senza scopo e incomprese se l’uomo non vi scorgesse un amore le cui esigenze sorpassano quelle di ogni altro amore.

La festa del Preziosissimo Sangue

Le prime celebrazioni della festa del Preziosissimo Sangue si tennero nel XVIII secolo a Roma, per onorare la reliquia costituita da un lembo del mantello di quel Centurione che trafisse il costato di Gesù in croce, bagnato del Sangue e dell’Acqua da esso scaturiti.

La festa universale fu istituita da papa Pio IX nel 1849 per adempiere una promessa fatta durante l’esilio di Gaeta. A causa dell’occupazione di Roma, il Papa era stato costretto a rifugiarsi a Gaeta nel 1948. Il venerabile don Giovanni Merlini, Missionario del Preziosissimo Sangue e discepolo di san Gaspare del Bufalo, gli predisse che, se avesse fatto voto di estendere la festa del Preziosissimo Sangue a tutta la Chiesa, presto sarebbe tornato a Roma. Il Pontefice gli fece rispondere che lo avrebbe fatto se la predizione si fosse avverata. Tra il 28 giugno e il 2 luglio le truppe francesi giunte in suo aiuto riconquistarono Roma, consentendo il rientro del Papa. Il 10 agosto successivo Pio IX firmò il decreto per l’estensione della festa del Preziosissimo Sangue a tutta la Chiesa, da celebrarsi la prima domenica di luglio. La festa fu successivamente fissata il 1° luglio ed elevata al grado di solennità. Con la riforma del Calendario romano, si celebra oggi unitamente a quella del Corpus Domini nella solennità del “Corpo e Sangue di Cristo”.

Il Sangue di Cristo opera la redenzione dell’uomo

La solennità del Preziosissimo Sangue non ha carattere penitenziale, in questo giorno siamo chiamati a celebrare con esultanza il trionfo di Cristo che con l’efficacia del suo Sangue opera la nostra redenzione.

«Il motivo speciale del culto al Preziosissimo Sangue sta nel fatto che Dio ha voluto che quel Sangue fosse il prezzo della nostra redenzione» (1). Infatti, san Pietro ci dice: «Non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia» (1Pt 1,18-19).

Perché era necessario il Sangue di Cristo per redimere l’uomo? Seguiamo l’eccellente esposizione del card. Adeodato Piazza: «In ordine alla Redenzione, solo il Sangue versato ha valore. Quando san Paolo affermò che, senza spargimento di sangue, non vi è remissione (cf. Eb 9,22), fece qualcosa di più che ricordare la legge levitica; ribadì un principio profondamente radicato nella coscienza umana, che è: per espiare la colpa, serve il sangue. Ma quale sangue?» (2).

I pagani ai loro idoli sacrificavano vergini e bambini, immagine dell’innocenza. Gli Ebrei, fedeli al precetto divino “non ucciderai”, sacrificavano agnelli e capri, tori e vitelli «senza difetti e senza macchia». «Ma – prosegue il Cardinale – quale efficacia poteva avere quel sangue animale, se non quella di rappresentare una purezza meramente esteriore? […]. Per espiare la colpa era necessario un sangue più nobile. In realtà, nessun sangue sarebbe stato sufficiente, se non il Sangue di Dio. […]. Le esigenze di un’espiazione che, tenendo in conto i diritti e gli interessi della Divinità, avrebbe dovuto assumere proporzioni infinite, richiedevano di conseguenza un sacrificio di valore infinito. Ecco perché quando entra nel mondo dice (Cristo al Padre): Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo (Eb 10,5-7). L’apostolo ragiona così: Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, il quale con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente? (Eb 9,13-14)».

A differenza dei sacerdoti dell’Antico Testamento, che dovevano sacrificare per se stessi e per il popolo e dovevano reiterare i loro sacrifici imperfetti, «Cristo […] con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, dopo averci ottenuto una redenzione eterna» (Eb 9,11-12) (3).

Parlando di san Paolo, il card. Piazza scrive: «Con quale eloquenza espone la dottrina della giustificazione scrivendo ai romani: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati (Rm 3,23-25).

Questo passaggio ci fornisce una sintesi stupenda del pensiero paolino e, attraverso lo stesso, del profondo mistero della giustificazione umana. La causa prima che opera è Dio. La causa seconda meritoria è Gesù Cristo. La terza causa strumentale (come la chiamano i teologi) è il Sangue di Cristo. Ora la giustificazione, che consiste precisamente nella remissione dei peccati tramite la grazia santificante, non si applica all’anima se non per mezzo della fede nel Sangue di Cristo: per fidem in sanguinem ejus. Il fine supremo al quale si rivolgono tutti i meriti della grazia è la manifestazione della giustizia divina: ad ostensionem justitiae suae» (4).

Il Sangue di Cristo testimonianza di infinita Carità

Ma questo non spiega perché fosse necessario lo spargimento di tutto il Sangue di Cristo. Nell’inno Adoro Te devote cantiamo che ne sarebbe bastata una sola goccia per redimere il mondo intero («cuius una stilla salvum facere totum mundum quit ab omni scelere»).

Tuttavia il Vangelo è percorso da una scia di sangue a partire dalla circoncisione fino all’effusione completa sulla Croce. Dio ha voluto che non bastassero né l’impressionante flagellazione, né la tortura della coronazione di spine, né la cruenta crocifissione. Dopo che Gesù ha emesso lo spirito e tutto sembra essersi concluso… ecco avvicinarsi il centurione e fendere un colpo di lancia al costato di Cristo. Gesù non ha voluto trattenere nemmeno quelle ultime gocce di Sangue nel Sacro Calice del suo Cuore.

La ribellione di Adamo ed Eva aveva ucciso la carità nel cuore dell’uomo, la redenzione si realizza con Carità sovrabbondante, con una profusione di grazie paragonabili solo all’infinito Amore di Dio per la sua creatura.

«La pace ottenuta da quel Sangue: lo scorrere delle sue onde che riportano dagli abissi i figli di Adamo purificati; la sacra mensa imbandita per essi, e quel calice di cui esso costituisce l’inebriante liquore: tutti questi preparativi sarebbero senza scopo, tutte queste meraviglie resterebbero incomprese se l’uomo non vi scorgesse le proposte d’un amore le cui esigenze non vogliono essere sorpassate dalle esigenze di nessun altro amore» (5).

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori riflette: «Ben poteva Gesù Cristo ottenerci la salvezza senza patire […]. Non bastava forse che egli avesse supplicato l’Eterno Padre di perdonare gli uomini con una semplice preghiera, la quale essendo di un infinito valore, era sufficiente a salvare il mondo? E perché mai volle poi eleggersi tante pene con una morte così crudele? Risponde san Giovanni Crisostomo che bastava sì una preghiera di Gesù per redimerci, ma non bastava a dimostrarci l’amore che questo Dio ci porta. Poiché ci amava assai voleva essere assai amato da noi» (6).

La Carità di Cristo trionfa sul nostro peccato, ci innalza dalla nostra miseria e ci rende stirpe regale: «Sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra» (Ap 5,9-10).

Il Sangue della Passione è l’espressione di un amore ardente e incontenibile: «Guarda in alto e guarda come la rosa insanguinata della passione è coperta di porpora in segno di un amore rovente. La carità e la passione lottano tra loro; quella per essere il più ardente, questa per essere più cruenta […]. Il prezioso fiore del cielo, giungendo la pienezza del tempo, si è aperto del tutto e in tutto il corpo, bagnato dai raggi di un amore ardentissimo. Il bagliore rosso dell’amore rifulse nel rosso vivo del Sangue» (7).

Il costato di Cristo, la sorgente dei Sacramenti

Commentando il passo in cui san Giovanni evangelista ci tramanda il gesto del soldato che apre il costato di Cristo con la lancia (cf. Gv 19,34), sant’Agostino fa notare che il verbo usato nel Vangelo non è “colpì” o “ferì”, che sarebbero stati più appropriati a descrivere l’azione, ma “aprì” (aperuit), «per indicare che fu aperta a tutti gli effetti quella porta vitale dalla quale emanano i Sacramenti della Chiesa senza i quali non è possibile entrare nella vera vita» (8).

E san Giovanni Crisostomo fa notare: «Ne esce acqua e sangue; l’una simbolo del battesimo, l’altro del sacramento. E perciò non disse: Uscì sangue e acqua; ma uscì prima l’acqua e poi il sangue, perché prima siamo lavati nel battesimo, e poi consacrati dai santi misteri».

Il Battesimo dunque, ma anche la Confessione e l’Eucaristia. «Il sangue di Gesù […] ci purifica da ogni peccato» (1Gv 1,5-7). Nella santa Confessione il Sangue di Cristo scende su di noi e ci purifica dalle nostre colpe. Solo la potenza del Sangue di Cristo ci riconcilia con Dio, ci restituisce la possibilità di intessere con Lui una relazione già qui sulla terra e di poterlo infine contemplare nella gloria. I santi, infatti, sono «coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello» (Ap 7,14).

Gesù apparendo a santa Maria Maddalena de’ Pazzi disse: «Il mio Sangue non cerca vendetta come quello di Abele, ma soltanto misericordia. Esso lega le mani alla Giustizia divina!». Allora la Santa rispose: «Mi coprirò col tuo Sangue, o Gesù, e Dio non vedrà i miei peccati».

In ogni Santa Messa offriamo «il sacrificio perfetto» (Preghiera eucaristica III), ripresentazione incruenta nel corso della storia dell’unico Sacrificio realizzatosi in maniera cruenta sul Golgota e nel rinnovare quell’offerta «si attua l’opera della nostra redenzione» (9).

San Giovanni XXIII, nella Lettera apostolica Inde a primis, dedicata alla promozione del culto al Preziosissimo Sangue, fa notare che il culto di latria (adorazione) dovuto al Sangue di Cristo è da rendersi specialmente nel momento della sua elevazione nel Sacrificio della Messa ma che tale Sangue è anche «indissolubilmente unito al Corpo del Salvatore nostro nel sacramento dell’Eucaristia» (10), infatti nell’Ostia consacrata è presente tutto Gesù Cristo: Corpo, Sangue, anima e divinità (11). I fedeli che si comunicano «nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo, resi partecipi della sua vita divina che ha fatto sorgere legioni di martiri, essi andranno incontro alle lotte quotidiane, ai sacrifici, sino al martirio, se occorre, in difesa della virtù e del regno di Dio» (12) e cita san Giovanni Crisostomo: «Partiamo da quella Mensa come leoni spiranti fiamme, divenuti terribili al demonio, pensando chi sia il nostro Capo, e quanto amore abbia avuto per noi… Questo Sangue, se degnamente ricevuto, allontana i demoni, chiama presso di noi gli angeli, e lo stesso Signore degli angeli… Questo Sangue, versato, purifica tutto il mondo… Questo è il prezzo dell’universo, con questo Cristo redime la Chiesa. Tale pensiero deve frenare le nostre passioni. Fino a quando, infatti, rimarremo attaccati al mondo presente? Fino a quando rimarremo inerti? Fino a quando trascureremo di pensare alla nostra salvezza? Riflettiamo sui beni che il Signore si è degnato di concederci, siamone grati, glorifichiamolo non solo con la fede, ma anche con le opere» (13).

Il Sangue di Cristo, armatura contro il diavolo

«Dopo il sacrificio della Croce la sua espiazione e la nostra redenzione sono cosa acquisita definitivamente per l’eternità. Il suo sangue, veicolo della sua vita, purifica non soltanto il nostro corpo, ma la nostra stessa anima, il centro della nostra vita; distrugge in noi le opere di peccato, espia, riconcilia, sigilla e consacra la nuova alleanza e, una volta purificati, una volta riconciliati, ci fa adorare e servire Dio mediante un culto degno di lui» (14).

«Per quanto siano gravi i vostri peccati, tutto dovete sperare dai meriti del Sangue Preziosissimo e dall’intercessione di Maria Santissima!» predicava san Gaspare del Bufalo. Egli insegnava che il Sangue di Cristo non solo ci ha riscattati, ma che è anche il prezzo di ogni grazia divina. Affermava che la devozione al Preziosissimo Sangue avrebbe salvato gli uomini dai castighi meritati per i peccati commessi. Celebre è la sua giaculatoria: «Eterno Padre, io vi offro il Sangue Preziosissimo di Gesù Cristo in isconto dei miei peccati, per i bisogni della Santa Chiesa, in suffragio delle anime del Purgatorio».

Citando le parole dell’Apocalisse: «Essi lo hanno vinto per il sangue dell’Agnello», san Gaspare sottolineava che la devozione al Preziosissimo Sangue è l’arma più potente per vincere le tentazioni del diavolo, perché il Sangue dell’Agnello di Dio ha già vinto il potere di Satana. Il Sangue di Cristo è l’armatura della quale ricoprirsi per essere protetti da Dio.

«La devozione al sangue di Cristo – scriveva – apre le porte della divina misericordia; se i popoli ritornano nelle braccia della misericordia e si mondano nel sangue di Gesù Cristo, tutto il rimanente facilmente si accomoda».

P. Giorgio Maria Faré, OCD

NOTE

1) Dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico, 1° luglio, Preziosissimo Sangue del Signor Nostro Gesù Cristo.

2) Card. Adeodato Piazza, OCD, Lettera pastorale Il Sangue prezioso di Cristo, Venezia 1938.

3) Cf. ibidem.

4) Ibidem.

5) Dom Prosper Guéranger, op. cit.

6) Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Meditazioni sulla Passione di Cristo.

7) San Bernardo, La vite mistica, cap. 23.

8) Sant’Agostino di Ippona, Trattato sul Vangelo di Giovanni, CXX, 2.

9) Concilio Vaticano II, Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, n. 2.

10) Cf. san Giovanni XXIII, Lettera apostolica Inde a primis, 30 giugno 1960.

11) Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1413.

12) Cf. san Giovanni XXIII, Lettera apostolica Inde a primis.

13) San Giovanni Crisostomo, Omelia XLVI sul Vangelo di S. Giovanni.

14) Dom Paul Delatte, Commento alle Lettere di S. Paolo, II, 388.

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Il profeta Elia: zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum https://www.veritatemincaritate.com/2020/07/il-profeta-elia-zelo-zelatus-sum-pro-domino-deo-exercituum/ Mon, 20 Jul 2020 03:00:23 +0000 https://www.veritatemincaritate.com/?p=15979 L'articolo Il profeta Elia: zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum proviene da Veritatemincaritate.

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Omelia

Pubblichiamo l’audio di un’omelia di lunedì 20 luglio 2020

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

Per motivi di intenso traffico non ci è possibile rendere disponibile l’ascolto dei file audio direttamente dal nostro sito. Se hai dubbi su come fare, vai alle istruzioni per l’ascolto delle registrazioni.

Scarica il testo della meditazione  

 

Eccoci giunti a lunedì 20 luglio 2020, per noi Carmelitani quest’oggi è una data molto importante perché festeggiamo la festa di S.Elia, Profeta. Noi siamo molto devoti al Profeta Elia perché per noi è come l’iniziale fondatore, ispiratore dell’Ordine Carmelitano.

Quest’oggi vorrei parlarvi un pò della sua esperienza. Non potrò affrontare tutta la grandezza della sua vocazione e della sua azione di grandissimo araldo del Signore, però diverse cose le potremo dire. Vi invito a leggere tutta la storia, tutto il ciclo del Profeta Elia. Noi oggi ci concentreremo su alcuni aspetti, siamo al Primo Libro dei Re, cap.18°, siamo al momento nel quale Elia convoca il popolo di Israele e i 450 profeti di Baal e i 400 profeti dei “Boschetti Sacri” che mangiano alla mensa della Regina Gezabele, moglie di Acab. Li fa radunare tutti, dal Re Acab, sul Monte Carmelo, e lì avviene questa grande sfida.

Elia dice:

“Fino a quando zoppicherete da tutte e due le parti? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!”.

Il popolo non risponde nulla. Lui ha davanti 850 profeti di divinità pagane e lui è da solo. Fanno una sfida, quella di offrire un sacrificio alla propria divinità e la divinità che risponderà attraverso il fuoco, consumando il sacrificio, sarà il vero Dio. Tutti accettano, si prende il bue e si offre in sacrificio. Questo sacrificio viene fatto per primo dai falsi profeti e ovviamente non si muove un alito di vento. Poi è la volta di Elia, e lui addirittura rovescia una quantità di acqua incredibile sopra al sacrificio, per mostrare che quando risponderà Dio, sarà proprio Lui a rispondere e non altro. Di fatto Dio risponde e fa scendere dal cielo questo fuoco sacro che consuma tutto il sacrificio e persino prosciuga l’acqua del canaletto. Compiuto questo sacrificio, dove tutto il popolo, dove tutti gridano che il Signore è il Dio di Israele, è l’Unico Vero Dio, successivamente, al cap. 19° abbiamo una nuova esperienza. 

Sul Carmelo il Signore si è mostrato come il Vero Dio e smentisce in modo solenne i sacerdoti di Baal, ed è il Signore stesso che di fatto converte il popolo, lo induce ad un atto di Adorazione, di riconoscimento della sua Divinità, della sua Divina Maestà. Elia aveva sperato che questo regno dell’idolatria, che è il grande, gravissimo peccato del popolo di Israele, e che è il peccato più grave di tutta la Scrittura che può commettere un uomo adorare un altro al posto del Vero Dio, adorare il nulla, un pezzo di pietra, invocare un entità che non esiste al posto di Dio, lui sperava che fosse finito, che la gloria di Dio fosse restaurata e che Israele fosse ritornato definitivamente all’osservazione della Legge. Per questo lui si cinge i fianchi, corre dinanzi ad Acab e vedendo mutato Acab sperava di poter convertire anche la Regina Gezabele, che era la causa principale dell’abbruttimento del popolo di Dio precipitato nell’idolatria, lei era la vera responsabile. Il Profeta Elia aveva ragioni fondate di sperare in un mutamento radicale della situazione, ma per prudenza rimane alle porte della città, perché sa di che cosa era capace la scellerata Gezabele. Ricordate la vicenda di Nabot e della sua vigna, fu lei che procurò la morte del giusto Nabot attraverso la calunnia di falsi testimoni, per dare la vigna ad Acab, che lui voleva, e che Nabot non voleva dare perché era la vigna dei suoi Padri, così Elia per prudenza rimane alle porte della città. Di fatto la delusione fu enorme per Elia quando Gezabele gli mandò un messo, giurando sui suoi dei, che di sicuro il giorno dopo lo avrebbe ucciso, come Elia aveva ucciso i profeti di Baal, perché Elia uccise al torrente i profeti di Baal, dopo che lui vinse quella sfida.

A questo punto Elia viene preso da uno scoraggiamento enorme, tanto grande quanto era grande la sua speranza, vede la rovina completa del popolo, vede l’impossibilità di ricondurlo a Dio, e vede di fatto l’inutilità di tutto quello che lui aveva compiuto sul monte Carmelo. Il mutamento di Acab, del Re, sul Monte Carmelo, l’atto di adorazione del popolo, l’eliminazione radicale dei profeti di Baal, che aveva ucciso, tutto questa bellezza gli è sembrata di fatto vana di fronte all’ostinata perversità della Regina. Lui che aveva affrontato il Re che lo cercava a morte, lui che aveva parlato con tanta forza ad un popolo ribelle, lui che aveva vinto contro 850 falsi profeti, ora si trovava impotente e tremante di fronte alla minaccia di una donna. 

“Il Signore suole permettere ai suoi servi prediletti questi stati di scoraggiamento, perché vuole conservarli nell’umiltà, vuole fare in modo che il corso di tutti gli eventi che riguardano i suoi figli prediletti, sia temperato da momenti di grande soddisfazione, insieme a momenti di grande amarezza.” 

Dopo un grande trionfo anche l’anima più santa, prova un occulto compiacimento per le cose belle che è riuscita a fare, e questo è letale per la pace dell’anima, per l’umiltà. Il successo di fatto turba anche il cuore di un Santo e gli fa perdere quel silenzio interiore che è necessario per il godimento dell’intimità con Dio. Noi abbiamo bisogno di questo silenzio interiore. Il Signore di fatto con un tratto di bontà si ritira e fa toccare con mano alla sua creatura, la nullità della speranza umana, toglie ogni appoggio e la costringe a volare più in alto, a volare verso il Cielo, verso un affidamento totale a Lui. 

La nostra esperienza qual è?

E’ quella che davanti ad un grande successo subito anche una piccola contrarietà ingrandisce, e se questa contrarietà sarebbe stata tranquillamente superabile, dopo un trionfo diventa talmente grave che non la si riesce più a superare. Nella nostra gioia vediamo tutto roseo, la fantasia cresce la portata di un successo, si perde la tensione dello sforzo, la vigilanza, l’accortezza, la riflessione e diventa anche più facile fare un passo sbagliato, fare una decisione avventata. Alla paziente attesa subentra spesso un irruente fretta, l’irruenza di fronte a ciò che appare come ineluttabile, diventa subito viltà e scoraggiamento, la vita appare pesante, insopportabile, si ha disgusto di tutto, di tutti, si cade in un abbandono che toglie ogni forza di resistenza, che fa guardare solo alla morte come unico rifugio. Questo è lo stato in cui si trova Elia, e quindi lui parte immediatamente.

Dice la Scrittura:

“Se ne andò dove il suo desiderio lo portava”

Elia cerca un luogo sicuro, un deserto per sfuggire alla morte, come si trova nel testo ebraico. 

“L’espressione andò dove il desiderio lo portava” questa è la traduzione corretta – è mirabile per indicare la cautela con la quale partì, senza dirlo praticamente a nessuno, quasi neanche a se stesso. Lui si lasciava portare da Dio. Quando giunge a Bersabea di Giuda, licenzia il suo servo, per non coinvolgerlo dentro a questa angustia, anche per il pericolo che incombeva su di lui, e perché non voleva fare sapere a nessuno dove andava. Nei momenti più penosi di scoraggiamento si ama stare da soli e qualunque discorso con le persone, risulta fastidioso e pesante. Si inoltra nel deserto per una giornata di cammino, perché è oppresso da un timore mortale, e non gli sembra neanche sufficiente fuggire il pericolo, si inoltra il più possibile, finché poi si stanca e si adagia sotto un ginepro. Vede inutile ogni suo sforzo e desidera morire.

Desideroso di morire, disse: “Ora basta, Signore! Prendi tu l’anima, perché io non sono migliore dei miei padri”

Di fatto sembra strano in verità questo desiderio di morire in uno che fugge proprio per scampare dalla morte. Se fosse rimasto dov’era sarebbe morto per mano di Gezabele, moriva martire, moriva per la spada scellerata della Regina, ma di fatto Elia è sfiduciato verso tutti, solo nel deserto si sente più unito a Dio per la tribolazione, e vede come un sollievo il poter lasciare in quel luogo, la vita, ignoto a tutti. La morte ci fa paura quando ce la minacciano gli uomini, perché urta contro l’istinto di conservazione che abbiamo, me sembra desiderabile quando l’attendiamo da Dio, perché si muta in una aspirazione di pace. Non è che Elia desidera morire, perché sarebbe potuto rimanere dov’era, Elia non desidera morire. Il desiderio profondo di Elia è quello di pace, di liberazione, di sollievo, Elia desidera essere liberato dalla paura di dover morire, desidera essere liberato dalla realtà della morte, perché lui non vuole morire per mano di Gezabele, non vuole morire proprio. Lui vuole semplicemente sollievo, e in quel momento il sollievo gli appare nel deserto e da solo. Non è la morte che lo affascina. 

L’anima di fatto è tesa verso l’Eternità, non verso il sepolcro. 

L’esegesi che adesso vi propongo è un’esegesi che trovo bellissima, verissima e che prendo dal nostro grandissimo amico, esegeta, devoto, amante che è Don Dolindo Ruotolo, questo Sacerdote meraviglioso. Don Dolindo commentando questo passo, dice che noi possiamo supporre che il Signore avesse già rivelato ad Elia che non doveva morire, prima della fine del mondo, ed è forse per questo che Elia dice la famosa frase:

 “Ora basta, Signore! Prendi tu l’anima, perché io non sono migliore dei miei padri”

Elia non vuole mettersi in uguaglianza con i suoi Padri. Don Dolindo dice che Elia voleva dire:

“Se i miei padri sono morti, perché non dovrei morire anche io?”

Pensava che lui non era degno di una lunga vita per lui ormai inutile.

Perché non era degno di una lunga vita?

Perché non riusciva a vincere la perversità di Israele. 

“Non sono migliore dei miei Padri, perché non riesco a convertirli veramente”

Lui desiderava la morte ma la voleva dalle mano di Dio, cercava la pace, la liberazione, non vedeva altra possibilità che il Signore intervenisse per liberarlo e lo facesse morire. Lui temeva che se fosse morto per le mani di Gezabele, si sarebbe distrutto quel frutto meraviglioso raccolto sul Carmelo, e temeva che a quel punto l’idolatria avrebbe potuto trionfare nel modo più clamoroso. 

Ciò che muove quella frase è lo zelo per il Signore.

Zelo zelatum sun pro Domino Deo exercituum.

Ardo di zelo per il Signore Dio degli eserciti.

E’ un uomo che è talmente divorato dallo zelo per il Signore, è talmente mosso dalla  giustizia, dalla verità, dalla bellezza che non può fare a meno di dire: 

“Se non posso arrivare fin lì, la mia vita non ha più senso”

Il suo senso lo trova nello zelare la causa del Signore, ma vede che non è riuscito a cambiare il cuore di Gezabele. 

Poi arriva questo grande momento del cibo, che gli viene dato dal Cielo:

“Alzati e mangia Elia”

E con quel cibo e quell’acqua lui viaggiò per quaranta giorni e quaranta notti senza più mangiare e senza più bere.

Cosa ci fa pensare questo cibo, questo pane cotto sotto la cenere, che la Provvidenza di Dio aveva messo lì?

Non ci può far pensare ad altro che all’Eucarestia, che ci dà la possibilità di affrontare qualunque deserto, qualunque fallimento, qualunque insuccesso, qualunque ostacolo. L’Eucarestia è veramente la nostra vita, ed è un Sacramento la cui efficacia si sperimenta continuamente. Il pane di Elia che viene cotto sotto la cenere perché era un pane di pellegrinaggio angoscioso, è come l’Eucarestia, anche l’Eucarestia è un pane che è stato cotto sotto la cenere, perché l’Eucarestia viene a noi dall’umiliazione del Figlio di Dio, ed è assorbito da noi dall’umiliazione del nostro cuore, noi ci nutriamo di questo pane cotto nell’umiliazione, nell’annichilimento, nella nudità trafitta, sfregiata oltraggiata del Figlio di Dio, cotto nel rinnegamento, sotto la cenere del tradimento, dell’abbandono dei discepoli e di tutti gli uomini, cotto sotto il silenzio del Padre. 

Anche noi, come Elia dobbiamo alzarci e mangiare.

Come?

Noi sorgiamo “alzati” con la Confessione e “mangia”, mangiamo alla Sacra mensa dell’altare. Dobbiamo sconfiggere le passioni che ci perseguitano le nostre Gezabele. Ognuno di noi ha Gezabele, abbiamo tante Gezabele nella nostra vita. Come Gezabele perseguitava Elia, così le passioni, la carne e il mondo perseguitano noi, tentano di distruggerci e noi dobbiamo correre all’Oreb, come fa Elia che corre a Dio. Dobbiamo sorgere nella penitenza, nella Confessione e mangiare il pane della vita che ci dà la vittoria.

Non potrò affrontare per questioni di tempo la visione di Dio che Elia ebbe sull’Oreb, bellissima, voglio con voi invece affrontare la dipartita, quando Elia viene rapito da Dio, veramente commovente, fa piangere questo brano che troviamo al cap. 2° del Secondo Libro dei Re.

Il Signore rivela ad Elia che vuole rapirlo a sé ma non per farlo morire, lo rapisce per riservarlo alla fine dei tempi, per l’ultima lotta contro l’uomo del peccato. Don Dolindo in questo è geniale. Ho letto tante esegesi ma tutti quelli che ho studiato non sono niente a paragone della genialità di Don Dolindo, quest’uomo ha forgiato la sua esegesi sotto la cenere del dolore più acuto, dell’intimità più bella, più vera, più sincera con Eucarestia. 

Elia aveva tanto desiderato ristabilite la Gloria di Dio in Israele, ma tranne poche azioni forti, coraggiose, di fatto era stato costretto a vivere appartato dal mondo nella solitudine, e il Signore che è fedele e non disinganna mai i suoi servi quelli veri, non volle rendere vani gli ardenti desideri di Elia e lo esaudì negli slanci del suo cuore, assai di più di quello che Elia poteva supporre o sperare, dandogli, la missione di combattere contro l’anticristo, cioè con la potenza più tenebrosa che si leverà nel mondo contro la gloria di Dio. Per dargli questa missione il Signore doveva conservarlo in vita, perché se fosse morto sarebbe finito il suo pellegrinaggio terreno e non sarebbe stato capace di combattere meritando, quindi la bontà divina lo rapisce a sé, celandolo in un luogo sconosciuto al mondo, perché non volle che egli fosse rimasto sulla terra nella penosa situazione degli altri uomini.

Don Dolindo dice:

“Questa non è una fantasia, ma risponde al testo scritturale e alla tradizione della Chiesa”

Elia è nascosto da qualche parte, ed è la che attende questo momento grandioso. 

Avendo conosciuto che doveva appartarsi dall’umanità, Elia volle andare nelle varie città dove vi erano le scuole dei profeti, per licenziarsi da loro, e non avrebbe voluto far conoscere ad Eliseo, che era il suo profeta affezionato, che era venuto il tempo di separarsi, perciò lo prega di fermarsi lì:

“Aspettami qui, aspettami qui”

Ma Eliseo che aveva capito tutto, giura in maniera solenne che non lo avrebbe mai lasciato. Ci sono delle volte che bisogna saper disobbedire, certo bisogna essere Eliseo per capire quando si può disobbedire, ma ci sono delle volte che bisogna farlo, i Santi sono furbi, si nascondono, si celano, e quindi bisogna essere furbi quando abbiamo a che fare con i Santi. Vanno a Betel.

Perché vanno a Betel?

Perché in questo luogo, Geroboamo aveva innalzato i vitelli d’oro, simboli dell’idolatria, però nonostante questo c’era una fiorente scuola di profeti, il Signore pensava di conservare la vera fede nel suo popolo e in tempi così brutti e calamitosi, si moltiplicarono queste scuole di profeti, erano delle vere comunità religiose. Appena si seppe della venuta di Elia e di Eliseo in Betel, i figli dei profeti uscirono incontro ad Eliseo, anche loro avevano saputo che Elia sarebbe stato rapito dal Signore, e lo avvertirono perché fosse preparato a questo distacco, ma Eliseo disse che lo sapeva già, e solo il pensarlo per lui era un tormento, era una tortura incredibile. Per una seconda volta Elia avrebbe voluto separarsi da Eliseo, a Betel ma il fedele discepolo di fatto dice no e lo accompagna anche a Gerico. Anche lì i discepoli dei profeti gli annunziano le stesse parole che doveva separarsi e anche qui Elia vuole lasciare Eliseo a Gerico, ma lui rinnova il giuramento e lo segue e si avviano verso il Giordano e dietro a loro tutti i profeti. Tutti sapevano che Elia doveva essere rapito. Elia giunge sulle rive del fiume, arrotola il suo mantello, quasi ne fa un bastone, percuote le acque e subito le acque si aprono e lasciano passare Elia ed Eliseo. Con questo miracolo grandioso passano all’altra riva, a questo punto Elia domanda ad Eliseo che cosa vuole da lui, prima di separarsi definitivamente, è un pò come il suo testamento. Qui Don Dolindo dice:

“Eliseo, secondo il testo originale ebraico, non gli domanda due terzi del suo spirito, Eliseo gli domanda il doppio del suo spirito”

Chiede due volte tanto il suo spirito. Per chi non ha sperimentato queste cose, sono assolutamente incomprensibili. Domanda il doppio dei doni che lui aveva ricevuto da Dio, ma gli fece questa richiesta non per un desiderio di ostentazione, nel senso di avere una maggiore potenza, non è il potere che lo seduce, ma è per poter servire meglio la gloria di Dio. 

Elia risponde dicendo:

“Tu hai domandato una cosa difficile”

Perché non dipendeva da lui dargli questa grazia, ma da Dio. Tuttavia si sentì ispirato a dirgli che se lo avesse visto salire a Dio, avrebbe ottenuto quello che aveva domandato. Questa sarebbe stata la prova che veramente avrebbe ricevuto il doppio del suo spirito.

Zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum.

Ardo di zelo per il Signore Dio degli eserciti. Questo è Elia! Dovremmo scrivere questa frase da tutte le parti per dire che anche noi ardiamo di zelo per il Signore!

Quale relazione poteva essere tra il vederlo salire al cielo Elia e ricevere questo spirito?

Elia era quasi del tutto trasumanato, vedeva un orizzonte più vasto nel futuro e di fatto in questo misterioso rapimento veniva prefigurato Gesù nella sua gloriosa Ascensione al Cielo. 

Quando gli Apostoli hanno ricevuto lo Spirito Santo?

Lo hanno ricevuto poco dopo il distacco del loro Maestro, così Eliseo, guardando Elia, completava questa figura profetica, e quindi riceveva i doni del suo Maestro che erano una prefigurazione del Paraclito mandato dal Redentore, da Gesù. Elia salendo al Cielo rappresenta Gesù, diventava come un centro di fusione di grazie, i doni ricevuti da Dio erano come petali di fiori che si staccavano e cadevano, ricordate Teresina, Eliseo guardandolo rappresentava gli Apostoli, riceveva le Grazie di Elia, come gli Apostoli hanno ricevuto la benedizione di Gesù prima e i doni dello Spirito Santo dopo. Se Eliseo non avesse veduto Elia salire, non avrebbe più rappresentato gli Apostoli e logicamente non avrebbe ricevuto nulla.

Di fatto vedere questo spettacolo del rapimento di Elia, voleva dire partecipare in modo indiretto a questa scena meravigliosa, e il vederlo rapito era già una prima grazia, che gli avrebbe portato un aumento di fede, di speranza, di carità e di umiltà, quindi saprebbe stato agevolato in condizioni più favorevoli per ricevere una maggior effusione di Grazia.

Il mantello che era avvoltolato e contorto, era lo strumento di questo miracolo che aveva aperto il Giordano e raffigura l’umanità spoglia del Redentore, contorta dallo spasimo, dal dolore, dalla sofferenza in Croce, dalla flagellazione, vittoriosa sulle acque del male. 

Il passare le acque all’asciutto, figurava il passaggio misterioso delle anime votate alla povertà, attraverso le acque turbinose del mondo.

“Padre mio, Padre mio, cocchio di Israele e suo cocchiere”

E’ il momento in cui Eliseo considera Elia come Padre suo, come sostegno, come rinnovazione di Israele. 

Il Signore risponde all’amore della sua creatura, e così il Signore lo porta via, lo rapisce da questa pena che aveva. Ad un tratto il cielo diviene acceso di un misterioso fulgore, comincia a soffiare un vento impetuoso ma pieno di pace, perché non dava paura, non dava ansietà, una fiamma avvolge Elia improvvisamente e lo separa da Eliseo. Una fiamma che sembrava un carro, perché Elia dentro a questa fiamma era assiso. Una fiamma che si allungava davanti in due lingue di fuoco che sembravano due cavalli infuocati, incendiati.

Zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum

Tutto avvenne in un attimo, ci dice Don Dolindo, e nel turbine maestoso e sereno, quella fiamma si levò in alto, proprio come un carro tirato da destrieri infuocati. La figura di Elia era più bella nei riflessi dell’incombustibile fuoco, egli aveva lo sguardo a Dio e le mani elevate al suo Dio, il Dio di Israele. Intanto Eliseo gridava e guardava:

“Oh Padre mio, Padre mio, cocchio di Israele e il suo cocchiere

Veloce come una saetta, come un fulmine, Elia si dilegua e sparisce nel turbine. Cessa il vento, cessa il fulgore, cessa la terra tutta incendiata e quindi la terra torna a sembrare più brutta, più pesante, più opprimente. Il fiume sembrò persino più torbido ed Eliseo si trovò abbandonato e solo, ebbe un senso di vertigine, si guardò intorno e scoppiò in pianto e per la pena si lacerò le vesti. 

Sentite adesso cosa scrive Don Dolindo. A leggere queste parole viene da piangere perché sono delle parole così vere che dovrebbero leggere solamente coloro che le meritano, perché sono una grazia e solo chi le merita le può capire.

Scrive Don Dolindo:

“E’ proprio dei discepoli fedeli che vivono nell’intimità di un Maestro prediletto il ridiventare bambini, il perdere quasi la coscienza della loro personalità, il farsi guidare in ogni passo, non sapersi più muovere senza quella compagnia, diventare anche inceppati. Eliseo si trovò come smarrito, non sapeva che cosa fare e pensò di ripassare il Giordano per andarsene nella comunità dei profeti di Gerico. Raccolse il mantello che nel turbine del vento era caduto ad Elia.”

Non solo lui lo vede andare via, ma Elia gli lascia il suo mantello. Chissà Eliseo come ha tenuto quel mantello, chissà quel mantello per Eliseo che cosa è diventato! Il mantello aveva un significato enorme, Eliseo viene portato via da Elia che getta il suo mantello sulle spalle a Eliseo. La vocazione di Eliseo accade proprio così, ricevendo il mantello sulle spalle. 

Gli lascia tutto. Eliseo raccolse il mantello caduto a Elia quasi a testimoniare che il fuoco che lo aveva rapito non lo aveva bruciato, non era stato un fulmine, era stato proprio portato via dal Signore.

“E’ proprio dei discepoli fedeli che vivono nell’intimità di un Maestro prediletto il ridiventare bambini, il perdere quasi la coscienza della loro personalità, il farsi guidare in ogni passo, non sapersi più muovere senza quella compagnia, diventare anche inceppati.”

Chi vive questo quando sente queste parole è come una cassaforte che va in combinazione perfetta. Questa è la combinazione perfetta, questa è la combinazione delle anime sante, di coloro che veramente vivono un’intimità divina. 

Vi lascio con quest’ultima espressione, vi auguro di cuore oggi di poter scoprire un giorno di poter essere discepoli fedeli. 

Se avessimo avuto la grazia di vivere ai tempi di Padre Pio, che bello sarebbe stato, avremmo potuto sperimentare questa frase, avremmo avuto un Padre meraviglioso, un Padre terreno, un Sacerdote terreno che sarebbe stata l’immagine perfetta del Padre Celeste, saremmo potuti diventare veramente bambini.

“Vivere nell’intimità di un maestro prediletto” 

Questo ti fa diventare bambino, questo ti strappa dall’anima tutto il male che puoi aver fatto, è questo che ti strappa il male dal cuore, che ti rimette sano di mente, che ti rende nuovamente innocente, che ti pulisce gli occhi, che ti fa rivedere e gustare altezze meravigliose e infinite, questo.

“Perdere quasi la coscienza della personalità” 

Noi queste cose le chiamiamo plagio, ma questo non è il plagio, più tu sei così, più ti scopri nuovamente uomo, liberissimo e nello stesso tempo assolutamente dato, consegnato. 

“Farsi guidare in ogni passo, non sapersi più muovere senza quella compagnia, diventare anche inceppati”

Sono espressioni talmente belle che dispiace quasi dover chiudere il libro.

Vi auguro davvero di cuore una giornata meravigliosa, sono stato un pò lungo ma visto che in questo tempo non potrò fare sempre le omelie ogni giorno, oggi mi sono allungato un pò, pareggio le volte che non potrò farle. Vi chiedo scusa se vi ho rubato tanto tempo, spero davvero che anche voi abbiate potuto gustare queste pagine come le ho gustate io, anzi di più vi auguro. 

Chiedo al Signore benedirvi per intercessione del Profeta Elia, là dove lui è, e speriamo di poterlo un giorno rivedere presto venire a combattere, come dice Don Dolindo, contro l’anticristo, quando sarà il momento e lasciarci guidare da questo zelo anche noi.

Zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum.

E la benedizione di Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, discenda su di voi e con voi rimanga sempre.

Lunedì della XVI settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

PRIMA LETTURA (Mi 6,1-4.6-8)
Uomo, ti è stato insegnato ciò che richiede il Signore da te.

Ascoltate dunque ciò che dice il Signore:
«Su, illustra la tua causa ai monti
e i colli ascoltino la tua voce!».
Ascoltate, o monti, il processo del Signore,
o perenni fondamenta della terra,
perché il Signore è in causa con il suo popolo,
accusa Israele.
«Popolo mio, che cosa ti ho fatto?
In che cosa ti ho stancato? Rispondimi.
Forse perché ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto,
ti ho riscattato dalla condizione servile
e ho mandato davanti a te
Mosè, Aronne e Maria?».
«Con che cosa mi presenterò al Signore,
mi prostrerò al Dio altissimo?
Mi presenterò a lui con olocausti,
con vitelli di un anno?
Gradirà il Signore
migliaia di montoni
e torrenti di olio a miriadi?
Gli offrirò forse il mio primogenito
per la mia colpa,
il frutto delle mie viscere
per il mio peccato?».
Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono
e ciò che richiede il Signore da te:
praticare la giustizia,
amare la bontà,
camminare umilmente con il tuo Dio.

SALMO RESPONSORIALE (Sal 49)
Rit. A chi cammina per la retta via, mostrerò la salvezza di Dio.

«Davanti a me riunite i miei fedeli,
che hanno stabilito con me l’alleanza
offrendo un sacrificio».
I cieli annunciano la sua giustizia:
è Dio che giudica.

«Non ti rimprovero per i tuoi sacrifici,
i tuoi olocàusti mi stanno sempre davanti.
Non prenderò vitelli dalla tua casa
né capri dai tuoi ovili».

«Perché vai ripetendo i miei decreti
e hai sempre in bocca la mia alleanza,
tu che hai in odio la disciplina
e le mie parole ti getti alle spalle?

Hai fatto questo e io dovrei tacere?
Forse credevi che io fossi come te!
Ti rimprovero: pongo davanti a te la mia accusa.
Chi offre la lode in sacrificio, questi mi onora».

Canto al Vangelo (Sal 94,8)
Alleluia, alleluia.
Oggi non indurite il vostro cuore,
ma ascoltate la voce del Signore.
Alleluia.

VANGELO (Mt 12,38-42)
La regina del Sud si alzerà contro questa generazione.

In quel tempo, alcuni scribi e farisei dissero a Gesù: «Maestro, da te vogliamo vedere un segno».
Ed egli rispose loro: «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.
Nel giorno del giudizio, quelli di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona! Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!».

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Il grano e la zizzania: i figli del Regno di Dio e i figli del diavolo https://www.veritatemincaritate.com/2020/07/il-grano-e-la-zizzania-i-figli-del-regno-di-dio-e-i-figli-del-diavolo/ Sun, 19 Jul 2020 09:09:19 +0000 https://www.veritatemincaritate.com/?p=15973 L'articolo Il grano e la zizzania: i figli del Regno di Dio e i figli del diavolo proviene da Veritatemincaritate.

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Omelia

Pubblichiamo l’audio di un’omelia di domenica 19 luglio 2020 – S.Messa ore 8.00

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

Per motivi di intenso traffico non ci è possibile rendere disponibile l’ascolto dei file audio direttamente dal nostro sito. Se hai dubbi su come fare, vai alle istruzioni per l’ascolto delle registrazioni.

Scarica il testo dell’omelia  

In questo Vangelo tratto dal cap. 13° di San Matteo, della XVI Domenica del Tempo Ordinario, potremmo dire che l’omelia potrebbe essere già finita qui, l’ha già fatta Gesù, Gesù ha già spiegato perfettamente la Parabola del buon grano e della zizzania, e rendiamo grazie a Dio che l’ha spiegata Gesù, perché se Gesù non l’avesse spiegata, chissà quali fantasiose interpretazioni si sarebbero fatte, a parte che nonostante la spiegazione data direttamente e personalmente da Gesù, nonostante questo ci sono personaggi che si ritengono più autorevoli di Gesù e che sanno meglio di Gesù qual è il pensiero di Gesù, che cosa Gesù voleva veramente dire, perché per loro quello che Lui ha detto non è vero.

Noi stiamo un passo indietro rispetto a questa follia e ci atteniamo alla spiegazione data da Gesù.

«Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno.»

Gesù è il buon seminatore, getta nel mondo il seme buono. Gesù ha disseminato nel nostro mondo una grande quantità di semi, chi va a seminare non butta il semino uno per uno, è abbondante, non tutti i semi germinano, Gesù da buon seminatore sparge tutti questi semi buoni che contengono in sé la vitalità, l’identità, la personalità del grano buono, che sono i suoi discepoli, i figli di Dio che lo amano, che osservano la sua parola. Ci sono tante persone veramente amanti di Dio, sono tante le persone che servono veramente il Signore, che fanno una vita crocifissa, che hanno una malattia, la famiglia, il lavoro, le loro cose da dover fare e nonostante questo pregano, vanno alla Messa si sacrificano, fanno penitenza, digiunano, osservano la legge di Dio, si confessano regolarmente, sono tante le persone che amano il Signore e questo ci è di grande conforto, di grande speranza, e anche di grande responsabilità perché dobbiamo dare da mangiare a questi figli del Regno, dobbiamo nutrire questi semi buoni, perché come il grano viene concimato, viene curato, viene rincalzato, come le piante di grano hanno bisogno di cure e di attenzioni, così i figli di Dio, i figli del Regno, i semi buoni.

E come si nutrono queste piante di grano meravigliose?

Si nutrono attraverso la predicazione, attraverso i Sacramenti che il Signore ci ha lasciato, così si nutrono i grani buoni, è una responsabilità, perché chi ha il compito di aiutare il buon agricoltore, non può stare a letto a dormire, non può dedicarsi ad altro, deve andare costantemente in questo campo che è il mondo e continuamente curare questo grano, nutrendolo.

La zizzania sono i figli del maligno. 

Come ci sono i figli del Regno di Dio, così ci sono anche i figli del diavolo, l’ha detto Gesù:

“Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo.”

Ci sono coloro che riconoscono Dio per Padre e coloro che riconoscono il Diavolo per padre. Ovviamente tra i figli del Regno di Dio e i figli del maligno non può esserci comunione. 

L’avete mai visto un campo di grano? Avete visto com’è una pianta di grano?

Sono altissime, robuste, con radici grosse che vengono persino fuori dal terreno e poi si affondano, sono bellissime da vedere.

La zizzania sono i figli del maligno. La zizzania forse non l’avete mai vista o in pochi l’hanno vista, è una pianta infestante, è brutta, ostacola la crescita del grano, cerca in tutti i modi di rubare il nutrimento, la luce, ma di fatto il grano cresce bello fitto, alto, gareggiando con la zizzania per prendere il nutrimento e per prendere luce. I figli del maligno sono infestanti come la zizzania, sono dannosi, sono dei parassiti come la zizzania. Questa zizzania però non l’ha seminata Gesù ma il diavolo, lo dice Gesù.

Succede che di notte il nemico viene e semina il suo seme. La zizzania non dà frutti, la zizzania non produce niente, è solo infestante. I figli del maligno non danno opere buone, servono solo per ostacolare il buon grano, questo è il loro scopo. 

Il male nel mondo è opera del demonio, e noi abbiamo permesso a tutto questo male di entrare attraverso il peccato originale, siamo stati noi a uscire dall’Eden a causa della nostra colpa originaria, altrimenti non ci sarebbe stato nessun problema, è fuori dall’Eden che si è scatenato tutto questo. 

“ La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo.”

E’ interessante vedere quando Gesù illustra la parabola che dettagli riporta:

“Mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò.”

La zizzania è stata seminata di notte, il demonio opera di nascosto, quando nessuno lo vede, il demonio è ladro, è furtivo, è falso, non opera nella luce e così i suoi figli che operano nel nascondimento, dietro le colonne, nelle ombre, nel presunto segreto, quando credono che nessuno li ascolti, invece i figli del Regno parlano apertamente come ha fatto Gesù.

I servi vedendo questa situazione che desiderio hanno?

In realtà è una tentazione, hanno il desiderio di sapere da dove viene e Gesù lo spiega, e poi di andarla a raccogliere.

“Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”.

Ma qui Gesù dice: No. 

Non troverete nessun agricoltore che quando ha seminato il grano e questo comincia a crescere, si mette a strappare la zizzania, perché è vero che se tu tiri su le radici della zizzania che hanno delle radici incredibili, profondissime, molto reticolate, si tira su anche la terra e vengono su anche i semi buoni. La zizzania e il grano crescono insieme.

“No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano.”

Non è il tempo di fare i conti, non è il tempo di tirare le somme, solo la fine sarà il tempo, quando si concluderà la storia, lasciateli crescere vicini.

“Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme”

Il grano ha tutte le possibilità per continuare a crescere bene, non sarà certo la zizzania che gli farà problemi. 

Aspettate fino alla mietitura e quindi arriveranno gli angeli alla fine del mondo e mieteranno. Questo è di grande consolazione per noi perché noi abbiamo sempre la tentazione di intervenire per sradicare il male nel mondo. Di male ce n’è tanto, come c’è tanto bene operato dai figli del Regno di Dio. Lascia che il male schiumi tutto il suo marcio verso l’alto, lascialo venire su, lascia che emerga per bene, questo è anche il tempo nel quale si vede veramente uno da che parte sta, ci sono quelli che stanno dalla parte di coloro che gridano: “Crocifiggilo!”. E quindi abbiamo milioni di cristiani che vengono sterminati, massacrati,sgozzati, decapitati, uccisi, bruciati vivi, incarcerati, messi nei campi di concentramento, rieducati. 

Gesù dice:

“Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme”

Il buon grano continuerà ad essere buon grano, l’importante è nutrirlo con l’acqua, con il concime e con la luce, non sarà la zizzania a creare problemi, ma arriverà il giorno nel quale il Signore dirà: “Stop, adesso è finita”. E allora manderà gli Angeli. Arriva il giorno in cui vedi arrivare gli agricoltori che dicono che il grano è maturo e può essere raccolto oggi. Adesso. Entrano e trebbiano tutto il grano.

Arriverà anche per noi quel giorno, e qui Gesù è molto chiaro:

«Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

I figli del diavolo finiranno all’inferno e i giusti godranno eternamente della giustizia di Dio. Quel giorno non ci saranno più ingiustizie a ciascuno verrà riconosciuto il suo e un filo di zizzania non entrerà nel Regno di Dio, solo grano purissimo.

Quest’oggi possiamo ringraziare il Signore per questa Parabola bellissima che ci ha lasciato, che ci ha spiegato, che ci dà tanta consolazione. 

Sempre di più si distingueranno i grani dalle zizzanie, è necessario, e questo è un bene, perché permetterà finalmente di capire, di vedere e di dire:

“Quello è grano, quella è zizzania”

La si riconosce dai frutti

Andiamo avanti a fare le opere del Padre Nostro che sono fare la sua Volontà, amarlo, adorarlo, pregarlo, glorificarlo, diffondere il Suo nome, diffondere il Vangelo, l’amore per il Signore, andiamo avanti su questa strada, sicuri e certi che al momento opportuno, quando meno ce lo aspetteremo, o se l’aspetteranno, il Signore arriverà e finalmente concluderà la storia mettendo ciascuno al posto che gli compete.

Sia lodato Gesù Cristo. 

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

PRIMA LETTURA (Sap 12,13.16-19)
Dopo i peccati, tu concedi il pentimento.

Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose,
perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto.
La tua forza infatti è il principio della giustizia,
e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti.
Mostri la tua forza
quando non si crede nella pienezza del tuo potere,
e rigetti l’insolenza di coloro che pur la conoscono.
Padrone della forza, tu giudichi con mitezza
e ci governi con molta indulgenza,
perché, quando vuoi, tu eserciti il potere.
Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo
che il giusto deve amare gli uomini,
e hai dato ai tuoi figli la buona speranza
che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento.

SALMO RESPONSORIALE (Sal 85)
Rit. Tu sei buono, Signore, e perdoni.

Tu sei buono, Signore, e perdoni,
sei pieno di misericordia con chi t’invoca.
Porgi l’orecchio, Signore, alla mia preghiera
e sii attento alla voce delle mie suppliche.

Tutte le genti che hai creato verranno
e si prostreranno davanti a te, Signore,
per dare gloria al tuo nome.
Grande tu sei e compi meraviglie:
tu solo sei Dio.

Ma tu, Signore, Dio misericordioso e pietoso,
lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà,
volgiti a me e abbi pietà.

SECONDA LETTURA (Rm 8,26-27)
Lo Spirito intercede con gemiti inesprimibili.

Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.

Canto al Vangelo (Mt 11,25)
Alleluia, alleluia.
Ti rendo lode, Padre,
Signore del cielo e della terra,
perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno.
Alleluia.

VANGELO (Mt 13,24-43)
Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura.

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».
Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

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Qual è il fine della nostra vita? https://www.veritatemincaritate.com/2020/07/qual-e-il-fine-della-nostra-vita/ Sat, 18 Jul 2020 07:24:45 +0000 https://www.veritatemincaritate.com/?p=15964 L'articolo Qual è il fine della nostra vita? proviene da Veritatemincaritate.

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Omelia

Pubblichiamo l’audio di un’omelia di sabato 18 luglio 2020

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

Per motivi di intenso traffico non ci è possibile rendere disponibile l’ascolto dei file audio direttamente dal nostro sito. Se hai dubbi su come fare, vai alle istruzioni per l’ascolto delle registrazioni.

Scarica il testo dell’omelia  

Nel rimprovero che Dio rivolge al suo popolo, come abbiamo ascoltato in questa Prima Lettura della Santa Messa di oggi, tratta dal Libro del Profeta Michea, noi possiamo vedere le caratteristiche medesime della nostra generazione, possiamo sentire quelle parole come rivolte a noi, perfettamente rivolte a noi. Anche noi pensiamo cose inutili, cose inique e alle volte anche cose delittuose, anzi la maggior parte del nostro tempo lo spendiamo in questo, non solo la notte, non solo la sera.

In realtà noi dovremmo guardare il fine della nostra vita non solo Eterna ma anche della nostra vita temporale.

Noi cosa siamo al mondo a fare? Perché ci svegliamo ogni giorno? Perché mangiamo, perché beviamo, perché dormiamo? 

Qual è il fine della nostra vita? Perché siamo al mondo? 

Per lavorare? Per portare a casa i soldi? Per curare la nostra salute? Perché noi ci curiamo? Perché costruiamo una cosa? 

Qual è il motivo, ed è uno, per cui facciamo tutto questo?

Sono tanto inutili e alle volte inique, le cose alle quali ci applichiamo, tanto inutili che di queste cose non rimane traccia, ma non tra cinque anni, non tra un anno, ma non rimane traccia neanche di quello che abbiamo fatto un mese fa, tanto che noi non ce lo ricordiamo neanche.

Provate a pensare alle grandi civiltà, agli Etruschi, ai Romani, agli Assiri, provate a pensare all’Egitto, e a tutta quella grandezza che quelle civiltà hanno portato.

Che cosa è rimasto di tutto questo?

Di tutto questo sono rimasti pochi ruderi, alcuni oggetti interessanti per gli archeologi e niente altro. Difficilmente uno di noi lascia una traccia di sé che possa arrivare addirittura alla terza generazione. Probabilmente del nostro trisnonno non sappiamo neanche il nome.

Che lavoro faceva? A quanti anni è morto? Con chi era sposato?

Di fatto noi ci facciamo veramente affascinare, prendere, afferrare da tante cose che sono inutili. 

Noi perché siamo stati creati?

Qual è Il motivo, il fine della nostra vita?

Purtroppo questa domanda non si insegna più neanche ai bambini di catechismo. Il Catechismo di San Pio X impostato su domanda e risposta, molto saggiamente, molto intuitivamente, con risposte molto brevi, ben misurate, ben precise, conteneva tutta la Sapienza dottrinale della Chiesa.

Perché sei stato creato? Perché Dio ti ha messo al mondo?

Il Catechismo ci dice che noi siamo stati creati per:

Conoscere, amare e servire Dio, in questa vita e poi goderlo eternamente nell’altra.

Questa è la ragione per cui Dio ci ha creati, non ce n’è un’altra. Di conseguenza, tutto ciò che è estraneo a questo fine è inutile, e tutto quello che si oppone a questo fine, è iniquo, è malvagio, è delittuoso, per cui l’arte, la scienza, la letteratura, la musica, tutto quello che può investire l’attività dell’uomo, deve poterlo orientare e portare a questo unico fine:

Conoscere, amare e servire Dio.

Non puoi servire ciò che non conosci e non puoi amare ciò che non conosci. Innanzitutto devi conoscere Dio.

Chissà se quello che noi facciamo tutti i giorni ci serve per conoscere, amare e servire Dio? Chissà se questo è il fine che muove le nostre azioni?

Se non lo è, è inutile, è perso. Oggi si crede esagerato, anormale tutto ciò che ci concentra in Dio. Bisogna parlare di Dio con molta oculatezza, molta pacatezza, con molta sobrietà perché se no sei fanatico e esagerato, però non abbiamo ritegno di perdere ore, giorni, mesi, anni, fatiche, tempo, soldi a collezionare cose inutili. Se mi sveglio alle 5.00 del mattino per andare a fare footing fuori, in giro per la strada, sono perfettamente in regola, se mi sveglio alle 5.00 del mattino per alzarmi e pregare Dio, sono un pazzo, fanatico, invasato. Questa è la nostra società. Dopo ci mettiamo a invocare la nostra cara “Gaia”.

Sapete chi è Gaia?

E’ la nuova dea, al posto della Vergine Maria c’è Gaia, è la madre terra.
Io ho una Madre sola che è la Vergine Maria.
La terra è terra, ci sono i vermi, e io non ho niente da spartire con i vermi, con i ratti, con i bacilli, con i virus, con l’humus… non ho niente da spartire, ho da spartire solo con la Regina del Cielo e della terra.
Abbiamo tolto la Vergine Maria dal trono e abbiamo messo “
Gaia”, sostituiamo tutto ciò che è divino e soprannaturale con gli idoli, con il mondo pagano, “Gaia” è un idolo. La terra non è madre di nessuno, nessuno di noi nasce dal terriccio, nessuno di noi prospera dai batteri.
Se togliamo Dio dal Suo trono al suo posto dobbiamo pure mettere qualcun altro, e adesso abbiamo messo “
Gaia”.
Dobbiamo riconoscere che le bestie sono molto più sapienti di coloro che perdono il tempo dietro a queste inutilità, perché le bestie non hanno tempo per l’ozio, sono costantemente mosse dal loro istinto, che gli ha dato Dio, per raggiungere il loro fine, mangiare, moltiplicarsi, correre, riposare, ma non c’è ozio, voi non vedete una bestia nell’ozio. E’ tutto perfettamente organizzato dal suo istinto, dal suo ritmo vitale.
Siamo noi, dotati di intelligenza e di libertà che ci mettiamo ad oziare, che perdiamo il tempo, che lo buttiamo via.
Per questa ragione il Signore è costretto a darci il
dono prezioso del dolore, il dolore ci dà la possibilità di fare qualcosa di utile, perché almeno se noi lo usiamo per unirci ai patimenti e alle sofferenze di Cristo, se lo usiamo per riparare, per espiare, diventa qualcosa di molto utile.

Provate in questo momento che siete in Chiesa a pensare al vostro salotto, al salotto di casa, provate a pensare a quanti ninnoli ci sono lì dentro, quante cose che si devono spolverare, pulire, lavare e rimettere a posto.

A cosa servono?

A niente, a buttare via il tempo, come le cose che si collezionano. Quando moriremo lasceremo tutto qui, e poi andrà tutto al macero. 

Quanto tempo abbiamo buttato via per niente? Quanti soldi abbiamo speso per niente? Quelle cose sono servite per farci conoscere, amare e servire Dio in questa terra?

No. Se noi ci liberassimo da tante cianfrusaglie, la nostra vita probabilmente sarebbe molto più serena, molto più ordinata, molto più santa. E c’è anche chi oltre a queste cose inutili, ci aggiunge anche cose delittuose, ci aggiunge la ricerca del male, abbiamo la televisione, il computer, e sul computer si vanno a vedere tante cose, tante cose girano sul computer, su internet e sui telefoni e così l’uomo non si accorge di sottoporre il proprio giogo, come dice Michea, alle più pesanti schiavitù.

Qual è la schiavitù più pesante per eccellenza?

Il peccato. Questa è la schiavitù per eccellenza, e non riconosce che nella sua vita è necessario che ci sia un solo Padrone, un solo Signore, un solo Re, un solo Dio. Il peccato di fatto ci fa cambiare di re, di signore e ci sottopone al demonio, il peccato ci priva del poter godere eternamente Dio nell’altra vita, perché ci impedisce di conoscere, amare e servire Dio. Il peccato non mi fa conoscere Dio, me lo impedisce. 

Come faccio a servire Dio se ho il cuore annegato nel peccato?

Perché tant’è volte non abbiamo voglia di pregare, di andare in Chiesa, di stare col Signore?

Perché abbiamo il peccato sulla coscienza che ci schiaccia, che ci annega, che ci offusca, che ci schiavizza e quindi non ci viene voglia delle cose di Dio, non abbiamo voglia di stare col Signore, e più stiamo nel peccato, più stiamo lontano da Dio e più siamo accidiosi verso le cose del Signore.

Più noi ci diamo a Dio e meno i morsi della carne, della nostra natura umana, affondano i loro denti su di noi, più noi ci diamo alla carne, più noi ci diamo alla natura, più questa affonda i denti. Se invece vivi secondo la logica divina, sottrai alla natura spazio, lo dai alla dimensione divina e quindi acquisti maggiore libertà. Più mangi e più vorresti mangiare, più dormi e più vorresti dormire, più godi e più vorresti godere, più tu ti sottrai e maggiore libertà acquisti rispetto a queste realtà e maggiormente ti senti felice, maggiormente ti senti libero, lucido e intelligente, perché lo Spirito Santo maggiormente alberga, aleggia su di te. 

Quest’oggi preghiamo tanto la Vergine Maria a difesa della nostra fede, chiediamole la grazia di una vita che non sia persa nelle cose inutili, di tagliare i fronzoli inutili che abbiamo addosso, di concentrarci esattamente sulle cose essenziali. 

Dovremmo al mattino guardarci e chiederci:

Questo è essenziale?

No. Via.

Questo è essenziale?

Boh, non so, mi serve tanto.

Prova a non usarlo per tre giorni, non appiccicarti per tre giorni, mettilo nel cassetto per tre giorni, e vedi dopo tre giorni cos’è successo. Sapete che la maggior parte delle volte dopo tre giorni non ci ricordiamo nemmeno di averlo messo lì, lo riscopriamo dopo un mese. Ciò che per noi era tanto essenziale si scopre che improvvisamente non è essenziale.

Che cos’è essenziale?

Conoscere, amare e servire Dio, in questa vita, e poi goderlo eternamente nell’altra.

Sia lodato Gesù Cristo. 

Dal Catechismo della Dottrina Cristiana di San Pio X

13. Per qual fine Dio ci ha creati?

Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per goderlo poi nell’altra in Paradiso.

Sabato della XV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

PRIMA LETTURA (Mi 2,1-5)
Sono avidi di campi e li usurpano, di case e se le prendono.

Guai a coloro che meditano l’iniquità
e tramano il male sui loro giacigli;
alla luce dell’alba lo compiono,
perché in mano loro è il potere.
Sono avidi di campi e li usurpano,
di case e se le prendono.
Così opprimono l’uomo e la sua casa,
il proprietario e la sua eredità.
Perciò così dice il Signore:
«Ecco, io medito contro questa genìa
una sciagura da cui non potranno sottrarre il collo
e non andranno più a testa alta,
perché sarà un tempo di calamità.
In quel tempo
si intonerà su di voi una canzone,
si leverà un lamento e si dirà:
“Siamo del tutto rovinati;
ad altri egli passa l’eredità del mio popolo,
non si avvicinerà più a me,
per restituirmi i campi che sta spartendo!”.
Perciò non ci sarà nessuno
che tiri a sorte per te,
quando si farà la distribuzione
durante l’assemblea del Signore».

SALMO RESPONSORIALE (Sal 9)
Rit. Non dimenticare i poveri, Signore!

Perché, Signore, ti tieni lontano,
nei momenti di pericolo ti nascondi?
Con arroganza il malvagio perseguita il povero:
cadano nelle insidie che hanno tramato!

Il malvagio si vanta dei suoi desideri,
l’avido benedice se stesso.
Nel suo orgoglio il malvagio disprezza il Signore:
«Dio non ne chiede conto, non esiste!»;
questo è tutto il suo pensiero.

Di spergiuri, di frodi e d’inganni ha piena la bocca,
sulla sua lingua sono cattiveria e prepotenza.
Sta in agguato dietro le siepi,
dai nascondigli uccide l’innocente.

Eppure tu vedi l’affanno e il dolore,
li guardi e li prendi nelle tue mani.
A te si abbandona il misero,
dell’orfano tu sei l’aiuto.

Canto al Vangelo (2Cor 5,19)
Alleluia, alleluia.
Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo,
affidando a noi la parola della riconciliazione.
Alleluia.

VANGELO (Mt 12,14-21)
Impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto.

In quel tempo, i farisei uscirono e tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Gesù però, avendolo saputo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli li guarì tutti e impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Ecco il mio servo, che io ho scelto;
il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento.
Porrò il mio spirito sopra di lui
e annuncerà alle nazioni la giustizia.
Non contesterà né griderà
né si udrà nelle piazze la sua voce.
Non spezzerà una canna già incrinata,
non spegnerà una fiamma smorta,
finché non abbia fatto trionfare la giustizia;
nel suo nome spereranno le nazioni».

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La Veste che salva. Lo Scapolare della Madonna del Carmine https://www.veritatemincaritate.com/2020/07/la-veste-che-salva-lo-scapolare-della-madonna-del-carmine/ Thu, 16 Jul 2020 11:18:29 +0000 https://www.veritatemincaritate.com/?p=15955 L'articolo La Veste che salva. Lo Scapolare della Madonna del Carmine proviene da Veritatemincaritate.

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Condividiamo con i lettori l’articolo di p. Giorgio Maria Faré pubblicato sul numero 28 del 12 luglio 2020 de “Il Settimanale di Padre Pio”

Come nella famiglia è la madre che si occupa di vestire i figli, così la Santa Vergine, donandoci l’abitino del Carmelo si preoccupa con amore materno di rivestirci spiritualmente e proteggerci dal male. Quella del santo Scapolare è una devozione ancora valida e attuale, come confermano le apparizioni mariane di Lourdes e Fatima.


Il 16 luglio ricorre la memoria della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, per i Carmelitani la maggiore solennità dell’anno. Alla devozione per la Madonna del Carmine è strettamente associata la pratica della vestizione del suo “abitino”.

Da dove traggono origine questa festa e lo Scapolare?

Occorre innanzi tutto dare qualche cenno sulle origini dell’Ordine Carmelitano. L’Ordine sorse spontaneamente a partire da monaci eremiti che, fin dai primi secoli, si ritiravano sulle pendici del Monte Carmelo in Palestina per vivere una vita di contemplazione sull’esempio del profeta Elia. Nel XIII secolo il loro numero era cresciuto tanto da richiedere una Regola. La prima stesura avvenne nel 1206 per mano di sant’Alberto, patriarca di Gerusalemme, ma si dovettero attendere quarant’anni perché si concludesse l’iter di approvazione. Il Concilio Lateranense IV poneva infatti difficoltà sulla costituzione di nuovi Ordini religiosi.

Allo stesso tempo i religiosi dovettero fuggire verso l’occidente a causa delle persecuzioni loro inflitte dai maomettani che si erano impossessati della Terra Santa e questo comportò un profondo cambiamento del loro stile di vita. L’Ordine Carmelitano si trovava perciò in un momento di grandi mutamenti e incertezze.

In questo clima travagliato, il 16 luglio del 1251, la Madonna apparve a san Simone Stock, priore generale dell’Ordine, e gli consegnò lo Scapolare con queste parole: «Ricevi, figlio dilettissimo, lo Scapolare del tuo Ordine, segno della mia fraterna amicizia, privilegio per te e per tutti i Carmelitani. Coloro che moriranno rivestiti di questo Scapolare non andranno nel fuoco dell’Inferno. Esso è un segno di salvezza, di protezione e di sostegno nei pericoli e di alleanza di pace per sempre».

Lo scapolare che i monaci portavano sopra all’abito, vale a dire la striscia di stoffa che ricopriva il petto e le spalle, divenne per il Carmelitani un segno di protezione e devozione mariana, pegno dell’amicizia e intercessione della Madre di Dio.

Da allora, i Carmelitani iniziarono a celebrare il 16 luglio come festa mariana in ringraziamento degli straordinari benefici ricevuti: il titolo di “Fratelli” della Beata Vergine Maria, il riconoscimento ufficiale dell’Ordine e la promessa di salvezza annessa al dono dello Scapolare.

La popolarità della festa e la devozione dei fedeli verso la Madonna del Carmine aumentò sempre più, perciò papa Benedetto XIII estese la festa a tutta la cristianità e la incluse definitivamente nel Calendario liturgico della Chiesa universale con una bolla del 24 settembre 1726.

Il Privilegio Sabatino

Non paga di avere già offerto un dono così grande, la Madonna elargì un’altra straordinaria grazia a coloro che indossano lo Scapolare. Apparendo a papa Giovanni XXII alcuni decenni dopo la prima apparizione a san Simone Stock, concesse quanto segue: «Coloro che sono stati vestiti con questo santo abito saranno tolti dal Purgatorio il primo sabato dopo la loro morte».

Papa Giovanni XXII confermò questa concessione nella celebre Bolla Sabatina del 3 marzo 1322. In questa si precisava che le condizioni richieste per poter beneficiare del Privilegio Sabatino sono: indossare lo Scapolare, condurre una vita casta secondo il proprio stato (1) e recitare ogni giorno il Piccolo Ufficio della Madonna (oppure la Liturgia delle Ore) (2).

Attualità e valore dello Scapolare

Sono stati sollevati dubbi sulla storicità dell’apparizione a san Simone e si è discusso a lungo sull’autenticità della Bolla Sabatina. Tuttavia, possiamo avere certezza delle promesse annesse all’uso dello Scapolare grazie alle numerose conferme da parte di molti papi, tra i quali anche san Pio V e san Pio X. I vantaggi del Privilegio Sabatino sono stati confermati dalla Sacra Congregazione delle Indulgenze il 14 luglio 1908 (3).

L’importanza della Festa della Madonna del Carmine venne sottolineata a Lourdes poiché la Vergine Immacolata apparve l’ultima volta a santa Bernadette proprio il giorno 16 luglio.

Ogni incertezza circa il valore dello Scapolare, infine, venne fugata il 13 ottobre 1917, durante l’ultima apparizione a Fatima. Mentre oltre 70.000 persone assistevano al “miracolo del sole”, la Madonna si mostrò ai tre Pastorelli sotto l’aspetto di Madonna del Carmine con in braccio Gesù Bambino ed entrambi erano nell’atto di porgere lo Scapolare del Carmelo.

Papa Pio XII, grande promotore della devozione mariana, riprese il legame tra il Cuore Immacolato e lo Scapolare. Scrisse infatti: «[Lo Scapolare] sia il simbolo della consacrazione al Cuore Immacolato di Maria», e anche: «Non si tratta di cosa di poco conto, ma dell’acquisto della Vita eterna, in virtù della tradizionale promessa della Beata Vergine. Si tratta infatti dell’impresa più importante e del modo più sicuro di attuarla…» (4).

Durante il pontificato di san Giovanni Paolo II la Congregazione per il Culto Divino si è espressa così: «Lo Scapolare è segno esteriore del particolare rapporto, filiale e confidente, che si stabilisce tra la Vergine, Madre e Regina del Carmelo, e i devoti che si affidano a Lei in totale dedizione e ricorrono pieni di fiducia alla sua materna intercessione; ricorda il primato della vita spirituale e la necessità dell’orazione. […]. Lo Scapolare è imposto con un particolare rito della Chiesa, in cui si dichiara che esso “richiama il proposito battesimale di rivestirci di Cristo, con l’aiuto della Vergine Madre, sollecita della nostra conformazione al Verbo fatto uomo, a lode della Trinità, perché portando la veste nuziale, giungiamo alla patria del cielo”» (5).

Perché è necessario indossare lo Scapolare per ottenerne i benefici?

«La religione è essenzialmente interiore. Consiste nel conoscere e nell’amare Dio, sottoponendo la nostra volontà alla Sua. Questi atti sono propri dell’anima razionale e spirituale. Ma in noi vi è anche un corpo. […]. Una religione puramente spirituale, come è quella degli angeli, quantunque molto bella, non corrisponde alle esigenze reali della nostra natura. Per questo il culto esteriore è sempre stato in uso nella Chiesa Cattolica, e la Liturgia, con il suo apparato di riti e oggetti sacri, è stata in ogni tempo di valido aiuto alle anime per elevarsi a Dio» (6).
I riti e gli oggetti sacri hanno funzione simbolica e causativa. Nel caso dello Scapolare, la funzione simbolica dell’oggetto è quella di farci memoria di Maria Santissima, che ce ne fece dono, e delle promesse ad esso legate. Serve a ricordarci che Ella ci ama, si interessa a noi e che dunque possiamo confidare in Lei e invocarla sempre.

Notiamo che la Madonna ha scelto di donare, nello specifico, una veste. Poiché nella famiglia è tradizionalmente la madre che si occupa di vestire i figli, lo Scapolare simboleggia la sua cura materna verso di noi. Un vestito, inoltre, protegge il corpo dalle intemperie. Con l’Abitino del Carmelo, la Madonna vuole significare il suo impegno a rivestirci della sua protezione, per difenderci e proteggerci dalle tentazioni e dal male.

Ricordandoci l’amore della Madre, lo Scapolare ci invita anche alla corrispondenza e all’imitazione delle virtù materne.

Lo Scapolare, infine, non è solo un segno, ma è anche un segno efficace. In virtù della sua forza creatrice, Dio può dare ad un segno sensibile la capacità di comunicare la cosa significata, anche spirituale. Così è dei Sacramenti, che sono «segni efficaci della grazia». Segni, in quanto rappresentano una realtà distinta da loro; efficaci, in quanto danno ciò che significano.

Possiamo dire che lo Scapolare comunichi l’efficacia della grazia che significa? «Le parole della Vergine a san Simone Stock suonano così: “Questo sarà per te e per tutti i Carmelitani il privilegio, che chiunque morirà con questo (Scapolare) non patirà il fuoco eterno”. La Vergine Santissima non promette di salvare i suoi devoti, o quanti l’onoreranno in qualsiasi modo. La salvezza è legata esclusivamente al santo Scapolare, anzi, con maggior precisione, al santo Scapolare rivestito in punto di morte. È dunque proprio lo Scapolare che salva. […]. Lo Scapolare non riceve questa sua efficacia salvatrice dalla sua materialità. […]. Lo Scapolare salva in virtù della mediazione di Maria. La Santa Vergine, secondo la dottrina ormai accettata dalla Chiesa, è la Mediatrice di tutte le grazie. […]. E di fatto ha legato la grazia immensa della certa liberazione dall’inferno, al portare lo Scapolare in punto di morte.

Possiamo quindi affermare che lo Scapolare è un segno efficace di salvezza. Simboleggia e realizza la protezione e la difesa dell’anima dai pericoli maggiori, specialmente dalla perdizione eterna» (7).

Occorre ricordare che le promesse della Vergine Maria circa lo Scapolare del Carmelo non sono da intendersi come un automatismo che esime da una vita virtuosa. Lo Scapolare non è un “portafortuna” o un amuleto e commetterebbero un grave errore coloro che si permettessero di condurre una vita deliberatamente peccaminosa presumendo di salvarsi solo perché indossano lo Scapolare. Molti papi e teologi hanno spiegato che solo chi abbia fedelmente usato lo Scapolare con vera devozione riceverà dalla Regina del Cielo la grazia della contrizione e della perseveranza finale.

Il Perdono del Carmine

Alla festa della Madonna del Carmine è anche annessa l’indulgenza plenaria detta “Perdono del Carmine” (8). Dal mezzogiorno del 15 luglio e per tutto il 16 luglio, si può acquistare l’Indulgenza plenaria visitando una chiesa Carmelitana e recitando, durante la visita, il Credo e il Padre nostro. Vanno soddisfatte anche le consuete condizioni per l’Indulgenza plenaria: Comunione sacramentale, Confessione, distacco dal peccato anche veniale e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre.

P. Giorgio Maria Faré, Carmelitano Scalzo

NOTE

1) La precisazione “secondo il proprio stato” significa che anche i coniugati possono accedervi, purché vivano il loro matrimonio secondo quanto prescrive la Chiesa. Di fatto, questa condizione è automaticamente soddisfatta per i cristiani che osservano i Comandamenti di Dio, in quanto una vita casta è richiesta indistintamente a tutti i battezzati in forza del sesto Comandamento.

2) La norma precisava che chi fosse analfabeta, e quindi impossibilitato a recitare l’Ufficio, avrebbe validamente assolto la condizione astenendosi dalle carni ogni mercoledì e ogni sabato, in aggiunta al venerdì richiesto dal precetto della Chiesa. Questa condizione del magro non è richiesta a chi recita l’Ufficio.

3) Indulgentiarum, privilegiorum et indultorum confratribus S. Scapularis B. M. V. de Monte Carmelo a Romanis Pontificibus concessorum, in ASS 41, 1908, pp. 609-610.

4) Venerabile Pio XII, Lettera Neminem profecto latet, 11 febbraio 1950, in AAS 42, 1950, pp. 390-391.

5) Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Direttorio su pietà popolare e liturgia – Principi e orientamenti, Città del Vaticano 2002, n. 205.

6) Padre Albino del B. G., OCD, Sacramento di Maria, Atti del Congresso Internazionale Carmelitano per il settimo Centenario del Sacro Scapolare, 1950.

7) Ibidem.

8) Il Perdono del Carmine fu concesso da papa Leone XIII il 16 maggio 1892. Fu temporaneamente sospeso nel 1965, insieme a tutte le indulgenze previgenti, con la promulgazione della Costituzione Apostolica Indulgentiarum Doctrina dovuta a Paolo VI. Nel marzo 1968 fu comunicata all’Ordine la conferma dell’Indulgenza, con condizioni riviste in linea con i criteri dell’Enchiridion indulgentiarum del 1968.

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Lo Scapolare del Carmine https://www.veritatemincaritate.com/2020/07/lo-scapolare-del-carmine/ Thu, 16 Jul 2020 10:22:01 +0000 http://www.veritatemincaritate.com/?p=3008 L'articolo Lo Scapolare del Carmine proviene da Veritatemincaritate.

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scapolare

Nel segno dello Scapolare si evidenza una sintesi efficace di spiritualità mariana, che alimenta la devozione dei credenti, rendendoli sensibili alla presenza amorosa della Vergine Madre nella loro vita. Lo Scapolare è essenzialmente un «abito». Chi lo riceve viene aggregato o associato in un grado più o meno intimo all’Ordine del Carmelo, dedicato al servizio della Madonna per il bene di tutta la Chiesa. Chi riveste lo Scapolare viene quindi introdotto nella terra del Carmelo, perché “ne mangi i frutti e i prodotti” (cfr Ger 2,7), e sperimenta la presenza dolce e materna di Maria, nell’impegno quotidiano di rivestirsi interiormente di Gesù Cristo e di manifestarlo vivente in sé per il bene della Chiesa e di tutta l’umanità.
Due, quindi, sono le verità evocate nel segno dello Scapolare: da una parte, la protezione continua della Vergine Santissima, non solo lungo il cammino della vita, ma anche nel momento del transito verso la pienezza della gloria eterna; dall’altra, la consapevolezza che la devozione verso di Lei non può limitarsi a preghiere ed ossequi in suo onore in alcune circostanze, ma deve costituire un «abito», cioè un indirizzo permanente della propria condotta cristiana, intessuta di preghiera e di vita interiore, mediante la frequente pratica dei Sacramenti ed il concreto esercizio delle opere di misericordia spirituale e corporale. In questo modo lo Scapolare diventa segno di «alleanza» e di comunione reciproca tra Maria e i fedeli: esso infatti traduce in maniera concreta la consegna che Gesù, sulla croce, fece a Giovanni, e in lui a tutti noi, della Madre sua, e l’affidamento dell’apostolo prediletto e di noi a Lei, costituita nostra Madre spirituale.
Di questa spiritualità mariana, che plasma interiormente le persone e le configura a Cristo, primogenito fra molti fratelli, sono uno splendido esempio le testimonianze di santità e di sapienza di tanti Santi e Sante del Carmelo, tutti cresciuti all’ombra e sotto la tutela della Madre.
Anch’io porto sul mio cuore, da tanto tempo, lo Scapolare del Carmine!”

(S. Giovanni Paolo II, 25 marzo 2001
Lettera in occasione del 750° anniversario dello Scapolare)

Pubblichiamo una serie di documenti rari e preziosi, ricchi di informazioni circa lo Scapolare della Madonna del Carmine.

Si tratta degli atti del Congresso Internazionale Carmelitano per il settimo Centenario del Sacro Scapolare (1950), raccolti a cura del Comitato Italiano VII Centenario dello Scapolare

Cos’è lo Scapolare

La devozione al Sacro Scapolare

Alcuni interventi autorevoli al Convegno internazionale Carmelitano del 1950

Interventi del Santo Padre Pio XII

Interventi di S. Em. il Card. Adeodato Giovanni Piazza, O.C.D.

(Adeodato Giovanni Piazza (1884 – 1957) Cardinale italiano della Chiesa Cattolica nominato da papa Pio XI, Patriarca di Venezia dal 1935 al 1948. Dal 1953 al 1954 fu presidente della Conferenza Episcopale Italiana).

Le condizioni per il Privilegio Sabatino

La Madonna ha promesso a chi indossa scapolare di portarlo in Paradiso nel primo sabato successivo alla sua morte. È il cosiddetto “Privilegio Sabatino”. Come sempre in questi casi è necessario ricordare che lo scapolare non è una sorta di “amuleto”, né un salvacondotto che garantisce l’accesso in Paradiso a prescindere dalla vita di fede di chi lo porta. Viceversa, chi indossa lo Scapolare è chiamato ad una vita cristiana intessuta di preghiera, castità e unione permanente col Signore, come ricordano le condizioni del Privilegio Sabatino che qui riportiamo.

Le condizioni per poter fruire del Privilegio Sabatino sono:
– portare abitualmente lo scapolare o la medaglia,
– vivere in castità secondo le condizioni del proprio stato,
– recitare il piccolo Ufficio della Madonna (o la Liturgia delle Ore).

(Inizialmente l’impegno prevedeva la recita del piccolo Ufficio della Madonna, che è una formula leggermente più breve del Breviario o Liturgia delle Ore. È costitutivo dalle varie ore canoniche: mattutino (così veniva chiamato), lodi, prima, terza, sesta, nona, vespri e compieta ed è tutto dedicato alla Madonna. Anticamente agli analfabeti, che non potevano recitare il piccolo Ufficio della Madonna, veniva prescritto di astenersi dalle carni il mercoledì e il sabato.)

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Lo Scapolare del Carmine – Storia e norme https://www.veritatemincaritate.com/2020/07/lo-scapolare-del-carmine-storia-e-norme/ Thu, 16 Jul 2020 10:20:27 +0000 https://www.veritatemincaritate.com/?p=11526 FONTE: Atti del Congresso Internazionale Carmelitano per il settimo Centenario

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FONTE:

Atti del Congresso Internazionale Carmelitano per il settimo Centenario del Sacro Scapolare (1950), raccolti a cura del Comitato Italiano VII Centenario dello Scapolare.

L’Origine dello Scapolare

L’Ordine dei Carmelitani che trae origine dal Monte Carmelo (Palestina) sino dai tempi di Sant’Elia profeta, che ne è Padre e Fondatore, ebbe a soffrire nel secolo XIII molte contraddizioni e calunnie; e, quantunque approvato da Sommi Pontefici, lo si voleva tuttavia sopprimere ed obbligare i Religiosi a sottomettersi alla Regola di altro Ordine. La gran Madre di Dio però, che fu sempre la Protettrice dell’Ordine Carmelitano[1] venne opportunamente in soccorso all’Ordine.

Era la notte del 15 al 16 Luglio 1251. San Simone Stock, allora Generale dei Carmelitani, supplicava insistentemente Maria perché si prendesse a cuore la necessità dei suoi Religiosi, e La pregava che, in pegno di sua protezione, li distinguesse con un segno speciale. Ed ecco tutta raggiante di luce celeste apparirgli Maria corteggiata da una grande schiera di Angeli, tenendo nelle mani lo Scapolare dell’Ordine: “Prendi – gli disse con materna tenerezzaprendi, o dilettissimo Figlio, questo Scapolare del tuo Ordine, contrassegno della mia confratellanza, privilegio a te e a tutti i Carmeliti che, morendo con questo, non andrete al fuoco eterno: ecco un segno di salute, uno scampo dai pericoli, un segno di alleanza e di pace con voi in sempiterno.”[2]

A queste parole ed a questo preziosissimo dono il santo Generale si consolò e fatto conoscere ai suoi Religiosi il tratto amorevole della materna protezione di Maria Santissima, li rassicurò tutti. Divulgatasi quindi dentro e fuori dall’Inghilterra, ove avvenne, la fama di questo prodigio e del sacro dono di Maria, corsero subito a rendersi partecipi di così grandi tesori innumerevoli persone devote di ogni condizione, vestendo piccoli Abitini, fatti a somiglianza del sacro Scapolare. D’allora in poi il santo Abitino divenne una peculiare divisa di coloro che vollero dedicarsi in modo speciale al servizio della Regina degli Angeli, Maria Santissima e all’abito distintivo dei Confratelli del Carmine. Ma la nostra Madre amorosa non si contentò di questo favore. E difatti comparve ancora al Sommo Pontefice Giovanni XXII,[3] e gli ingiunse di dire al mondo intero che Ella, proteggendo in singolar modo l’Ordine e i Confratelli del Carmelo, avrebbe sollevato e liberato dalle fiamme del Purgatorio, specialmente nel primo sabato dopo la loro morte, le anime dei Religiosi e Confratelli defunti che avessero recitato in vita il suo Piccolo ufficio tutti i giorni, o, non sapendo leggere, avessero osservato l’astinenza dalle carni tutti i mercoledì e tutti i sabati, oltre ai giorni di digiuno di della Chiesa. Aggiunse anche la condizione di una vita casta secondo il proprio stato. Il Papa obbedì pubblicando una Bolla detta perciò Sabatina, la quale fu poi approvata e confermata da altri Pontefici suoi successori.

I Privilegi dello Scapolare

Da quel che si è detto, è facile capire che l’Abitino di Maria Santissima è una veste privilegiata e preziosa che arricchisce di grazie spirituali quelli che hanno la sorte di portarlo devotamente.

Infatti, esso è proclamato dalla Vergine: distintivo di coloro che le appartengono come Confratelli; singolare privilegio dei Carmelitani, non ad altri concesso; mezzo per evitare l’inferno; segno di eterna predestinazione; aiuto potente per schivare i pericoli dell’anima e del corpo e simbolo di eterna alleanza con lei. Aggiunge inoltre che anche dopo la morte si ricorderà dei suoi figli e fratelli e li libererà dal fuoco di purgazione al più presto. Per mezzo di esso si acquista dunque un diritto maggiore alla protezione della Regina del Cielo e si ottengono più facilmente i suoi celesti favori. Questa veste privilegiata ci fa partecipi inoltre delle preghiere, delle opere buone, delle mortificazioni, digiuni, sacrifici di un Ordine cosi esteso, quale è il Carmelitano e di migliaia di santi Religiosi e Religiose,

che servono in esso il Signore. Lo Scapolare ci fa Confratelli e Soci di tante anime sante che lo portano devotamente, di tanti illustri personaggi, di tanti principi e monarchi, di tanti Sommi Pontefici che si fecero una gloria di portare il santo Abitino e d’essere iscritti alla Confraternita del Carmine. Questo Scapolare insomma è un mezzo potente per ottenere ogni grazia da Maria Santissima, sia riguardo ai beni corporali, sia per la salute eterna dell’anima. Infatti: quante guarigioni non si ottennero per mezzo dell’Abitino? Quanti pericoli di corpo non si schivarono? Quante malattie non si superarono per mezzo di esso? Quante conversioni di peccatori induriti non si operarono? Quante tentazioni contro la fede e contro la purezza non si vinsero? Quante occasioni pericolose non si evitarono per la influenza benefica dello Scapolare di Maria Santissima? Non v’è pratica di devozione, non v’è esercizio di pietà, che abbia operato tante meraviglie e tanti prodigi a favore dei fedeli; quanti ne operò il santo Abitino a vantaggio di quelli che devotamente lo portano. Quali singolari privilegi non sono questi, per eccitare efficacemente i fedeli a vestirsi di questo manto prezioso di Maria!

Certezza dei pregi dello Scapolare

Che la devozione del santo Abitino sia vantaggiosa ai fedeli ed abbia tutti gli argomenti di una devozione sicura ed autentica, non vi può essere alcun dubbio. Essa fu approvata solennemente dalla Chiesa, lodata, confermata e promossa dai romani Pontefici, che in gran numero colle loro Bolle e Decreti ne stabilirono, ne confermarono e ne aumentarono i privilegi e le grazie. Fu promossa e difesa, coi loro scritti e coi loro esempi, da una moltitudine immensa di Vescovi, di Prelati e di scrittori dottissimi di ogni ordine e d’ogni condizione. Le più celebri Università ed Accademie delle più illustri città esaminarono le prove della sua veracità; e tutte convennero che essa aveva tutti i caratteri di una devozione sicura e di una pratica utilissima al bene spirituale dei fedeli. Inoltre, essa viene appoggiata da un numero strepitoso di miracoli i più autentici e i più sorprendenti: cosicché, ebbe a dire, oltre 300 anni fa, il celebre predicatore di Francia, Padre De la Colombière; dell’illustre Compagnia di Gesù «non esservi devozione tanto confermata con miracoli e prodigi come la devozione dello Scapolare, dell’Abitino di Maria Santissima del Carmine!».

Infatti, lo Scapolare fu in tante circostanze un mezzo per estinguere i più grandi incendi, per calmare il mare in tempesta, per scongiurare le più gravi ed imminenti tempeste, per ottenere dal cielo le piogge propizie e per far cessare le maligne influenze dell’aria. Esso difese dalle ferite e dalle cadute gli iscritti; esso spuntò le armi più micidiali; esso guarì le infermità più pericolose; esso finalmente ottenne la vittoria nelle tentazioni, l’aiuto delle grazie spirituali, e perfino la conversione dei più induriti peccatori.[4]

Doveri dei Confratelli del Santo Scapolare

Per partecipare delle grazie spirituali e delle sante Indulgenze concesse a quelli che portano il santo Abitino, devono osservarsi le seguenti condizioni:[5]

  • Ricevere lo Scapolare da un sacerdote che abbia la facoltà di iscrivere, e riceverlo nella forma prescritta.
  • Portarlo al collo continuamente sia di giorno che di notte.
  • Essere inscritto nel libro della Confraternita.

Non si richiedono altre condizioni né preghiere, né v’è alcun obbligo di recitare giornalmente i 7 Pater ed Ave come molti erroneamente credono.

[…]

Se poi trattasi di particolari Indulgenze per le quali è ingiunta una qualche opera, come sarebbe la visita alla chiesa, od altro, è allora necessario compire anche quest’opera ingiunta.[6]

Per godere poi del Privilegio Sabatino (che consiste nell’essere liberati dal Purgatorio il sabato dopo la morte), oltre le precedenti condizioni, sono pure necessarie le seguenti:

  • Vivere castamente secondo il proprio stato.
  • Recitare ogni giorno il piccolo ufficio di Maria Vergine (o l’Ufficio Divino). Per gli analfabeti questa condizione è sostituita dall’osservare i digiuni della Chiesa e l’astinenza dalle carni oltre il venerdì, anche il mercoledì ed il sabato.

Dichiarazioni

  • Quelli che sono già obbligati, per altro motivo, all’Ufficio divino, o a quello di Maria Vergine, o alle suddette astinenze, soddisfano all’obbligo dell’Abitino, senza far altre opere di mortificazione o di pietà. Quelli al contrario che non potessero adempiere comodamente tali obbligazioni, possono farsela commutare in altra pia opera da un religioso dell’Ordine, o da un confessore secolare che abbia facoltà di commutare quella obbligazione tanto in riguardo all’ufficio, che alla suddetta astinenza. Anzi è da osservarsi che, se alcuno dei Confratelli è gravemente impedito, resta totalmente sciolto dall’obbligo; è meglio però, anche in tal caso, consigliarsi col proprio confessore.[7]
  • Le suddette condizioni non vincolano in coscienza e perciò non vi è obbligo di confessarsene se si trascurano ad eccezione però di quelle che sono già obbligatorie per altro motivo, come il vivere castamente secondo il proprio stato, che è precetto divino e l’osservare i digiuni della Chiesa, che è precetto ecclesiastico; come pure l’astinenza dalle carni nel venerdì. I Confratelli però che trascurassero le altre condizioni, non hanno diritto ai privilegi ed alle grazie relative del santo Scapolare.
  • Circa le condizioni per gli analfabeti: se il Santo Natale cade in giorno di mercoledì, venerdì o sabato non vi è obbligo di astenersi dalle carni e cibi grassi.
  • L’obbligo di vivere castamente secondo il proprio stato, si deve intendere che ciascuno deve vivere casto secondo la condizione in cui Dio l’ha posto, cosicché i vergini ed i vedovi devono osservare la continenza relativa al proprio stato, ma possono contrarre matrimonio; i coniugati devono osservare la fede matrimoniale, e i doveri che sono annessi allo stato di matrimonio.

Alcune osservazioni intorno agli obblighi dello Scapolare

  1. La facoltà d’imporre l’Abitino risiede nel Generale dell’ Ordine, tanto dei Calzati come degli Scalzi: nel loro Vicario, nel loro Delegato, nel Provinciale e nel Superiore di ogni Convento: con la differenza che il Generale e il Vicario generale possono dare la facoltà a qualunque sacerdote in perpetuo:[8] il Provinciale, nel territorio della sua provincia, a qualunque sacerdote per il triennio del suo governo e il Priore solamente ai suoi Religiosi sacerdoti. I sacerdoti secolari possono essere delegati da detti superiori Generali e Provinciali a commutare gli obblighi dell’Abitino, ma questa facoltà deve essere espressa o a voce o per iscritto. Però i Religiosi dell’Ordine, Confessori e facoltizzati a benedire e imporre l’Abitino, possono commutare tali obblighi, sebbene non ne abbiano facoltà espressa.
  2. L’Abitino deve necessariamente essere di panno di lana, né può essere di cotone, né di seta o di altra materia, né fatto a maglia.
  3. Non si può usare validamente lo Scapolare di forma rotonda, né ovale, né a più angoli. Può bensì essere ricamato ed ornato con altre materie come di oro, argento, o seta, purché sempre il fondo sia di lana e prevalga il colore prescritto.[9]
  4. Il colore dello Scapolare deve essere marrone ma per guadagnare le indulgenze, la Sacra Congregazione ha deciso che in mancanza d’altro può servire anche il grigio scuro o il nero.
  5. Sull’Abitino non è necessario, ma è di pura devozione, che vi sia l’immagine di Maria Santissima o di altri Santi, purché sempre appaia sull’Abitino il colore, la forma, il panno.
  6. I nastri o cordicelle, che uniscono i due pezzetti dello Scapolare, possono essere di qualsivoglia materia.
  7. Non è necessario che lo Scapolare tocchi immediatamente il corpo, ma può portarsi sopra ai vestiti, sempre però al collo in modo che una parte penda sulle spalle, l’altra sul petto.
  8. Si possono portare più Scapolari insieme attaccati agli stessi nastri, o cordicelle, purché ciascuno sia pendente nel modo indicato sopra.[10]
  9. Chi è stato legalmente iscritto all’Abitino, consumato che abbia il primo che gli fu imposto e che fu benedetto nell’atto dell’iscrizione, può farsene da sé stesso un altro con due pezzi di panno qualunque, anche usato, purché scuro, e metterselo senz’altro, non essendo necessario farlo benedire; l’essenziale è che i due pezzi siano di lana e scuri.
  10. Chi fosse stato molto tempo senza portar l’Abitino non è necessario che si faccia di nuovo iscrivere: basta rimetterselo.
  11. Si può imporre validamente il sacro Scapolare ai bambini non ancora giunti all’uso della ragione. Questi acquistano le indulgenze e gli altri privilegi quando acquistano l’uso della ragione.[11]
  12. Il sacerdote che ha ottenuta facoltà di benedire ed imporre lo Scapolare senza limitazione, può imporlo a sé stesso.[12]
  13. Il Sacerdote che impone l’Abitino, deve aver cura che il nome del Confratello sia scritto nel libro della compagnia, altrimenti non gode delle indulgenze e privilegi dell’Abitino, essendo stato revocato il Decreto di Gregorio XVI che dispensava da questa condizione. Non è però necessario che i nomi degli iscritti al santo Abitino si mandino alla Confraternita più vicina; basta inviarli al Rettore di qualsiasi Confraternita.

Della sostituzione della medaglia al S. Scapolare

Sua Santità Pio X, pur esprimendo grande desiderio (vehementer exoptet)[13] che i fedeli continuassero a portare come nel passato i SS. Scapolari, con Decreto del 16 Dicembre 1910 concesse, per maggior comodità dei fedeli stessi, che si possa sostituire un’unica medaglia a tutti gli Abitini approvati dalla S. Sede, meno quelli propri dei Terz’Ordini e con essa si possano lucrare tutti i favori spirituali (compreso il cosiddetto Privilegio Sabatino proprio di quello della B. V. del Carmine) e tutte le indulgenze che sono annesse a ciascuno.

Però, come risulta dal Decreto, bisogna notare:

  • Che l’atto d’imposizione degli Abitini non venne mutato, perciò non si può fare l’imposizione con la medaglia, ma deve essere fatta con l’Abitino e secondo la formula approvata.
  • Che la medaglia deve portare da una parte l’effigie di N. S. Gesù Cristo in atto di mostrare il suo SS. Cuore e dall’altra quella della B. V. Maria, e deve essere benedetta da chi ha facoltà ordinaria o delegata d’imporre gli Abitini, con tante distinte benedizioni quanti sono gli Scapolari regolarmente imposti.
  • Che le singole benedizioni si possono impartire con un unico segno di Croce.
  • Che in caso di smarrimento della medaglia benedetta bisogna farne benedire un’altra, essendo la benedizione limitata alla singola medaglia, mentre non è necessario benedire gli Abitini da sostituirsi al primo benedetto nell’atto dell’imposizione.
  • Che non è necessario portare la medaglia al collo, basta portarla indosso e in modo decoroso.
  • Che bisogna compiere sempre le pratiche obbligatorie di ogni Abitino, per godere dei privilegi e delle indulgenze ad essi annesse.

NOTE

[1] L’Ordine Carmelitano si gloria d’avere onorata Maria Santissima da tempi remotissimi. Sant’Elia profeta, per primo, La venerò in quella prodigiosa nuvoletta che vide alzarsi dal mare in figura umana simboleggiante Maria, secondo l’opinione dei Santi Padri. I Carmelitani fin dal principio dell’Era Cristiana innalzarono sul Monte Carmelo una Cappella, la prima che fosse dedicata a Maria, e ne celebrarono sempre, da tempo immemorabile, come devozione tutta loro propria l’immacolata Concezione.

[2] L’Apparizione di Maria Santissima a San Simone Stock avvenne il 15 luglio 1251. — È stata autorizzata dalle Bolle dei Sommi Pontefici, specialmente di Giovanni XXII, Alessandro V, Clemente VII, Gregorio XIII, Paolo V — e Benedetto XIV pe parla così: “Ben volentieri Noi ammettiamo questa Apparizione, crediamo doversi ammettere da qualunque.” (De festis, Tom. II, § 70).

[3] L’Apparizione di Maria Santissima a Giovanni XXII e la promessa a lui fatta di prestare aiuto ai Carmeliti e Confratelli nel Purgatorio, ebbe luogo nel secolo XIV, come ampiamente lo testificò lo stesso Pontefice con sua Bolla Sacr. ut in culmine del 1322. Sebbene si sia smarrito l’originale di tale Bolla, se ne conserva la trascrizione fedele trasmessa da Alessandro V nel 1409; corroborata e riconfermata da altre Bolle, come di Clemente VII, di Paolo III, di San Pio V, di Gregorio XIII, e di altri, ecc. La S. Inquisizione Generale nel 1613 stabilì il seguente Decreto: “Sia permesso ai PP. Carmelitani il predicare l’aiuto che presta Maria Santissima ai Carmeliti nel Purgatorio, specialmente in giorno di sabato”.

[4] Vestirono lo Scapolare del Carmine i Sommi Pontefici: Gregorio XIV, Leone XI, Paolo V, Gregorio XV, Urbano Vili, Innocenzo X, Alessandro Vili, ecc.

[5] Leone XIII, Decreto del 27 aprile 1887.

[6] Ibid.

[7] La commutazione si può fare in qualunque opera pia e preghiera, ma il più comune è il prescrivere per commutazione la recita di 7 Pater ed Ave in onore delle 7 Allegrezze di Maria Santissima. Ai fanciulli, e a chi avesse molte occupazioni, potranno bastare 7 Ave Maria.

[8] Quando la Confraternita del Carmine è Canonicamente stabilita in perpetuo in qualche Parrocchia, il solo parroco ha l’autorità d’imporre l’Abito del Carmine; egli però può delegare i propri Vicari o Coadiutori e non altri. Chi ricevesse l’Abito del Carmine da chi non ne ha l’autorità, non può partecipare alle grazie e privilegi concessi agli ascritti. (18 Agosto 1868).

[9] Decreto 27 aprile 1887.

[10] Decreto 24 settembre 1864.

[11] Decreto 24 agosto 1864.

[12] Decreto 7 marzo 1840.

[13] Vedi Decreto della S. Congregazione del S. Ufficio, 16 dicembre 1910.

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Omelia

Pubblichiamo l’audio di un’omelia di mercoledì 15 luglio 2020 – Memoria di San Bonaventura

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

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Lo Scapolare del Carmine

Lo Scapolare del Carmine – Storia e norme

Il Santo Scapolare Sacramento di Maria

La festa della Madonna del Carmine – origini e storia

Scarica il testo dell’omelia  

 

LO SCAPOLARE DEL CARMELO: CONSACRAZIONE A MARIA

Domani per noi Carmelitani, in modo particolare, ma per tutta la Chiesa, si celebra una festa, per noi una solennità molto importante, che è quella della Madonna del Carmelo, mi sembra quindi bello quest’oggi prepararci un pò a questa solennità e lo vorrei fare facendo riferimento a un’espressione detta da Papa Pio XII a tutti i religiosi riuniti a Roma per celebrare il settecentesimo anniversario dell’Apparizione della Vergine Maria a San Simone Stock, colui che ricevette lo Scapolare del Carmelo e la Promessa legata allo Scapolare. Papa Pio XII ribadì che chi riveste “l’abitino del Carmelo”, chiamato anche “abitino” lo Scapolare, fa professione di appartenere a nostra Signora come i cavalieri del secolo XIII al quale rimonta l’origine dello Scapolare, i quali sotto lo sguardo della loro donna, si sentivano valorosi e sicuri e portando i suoi colori avrebbero preferito mille volte morire più che lasciarli umiliare.

Ci fu un carmelitano, un bravissimo Padre, Padre Albino Marchetti del Bambino Gesù, ormai defunto, che commentò in un modo veramente delizioso questo passo del Papa, lui scrive così:

«Nei tornei medievali – scriveva – i cavalieri scendevano sul campo a dar prova del loro valore indossando i colori della Dama del cuore. Nell’infuriare della lotta, tra il lampeggiare delle spade e delle lance, il pensiero correva alla Signora per la quale si battevano, e nel suo sguardo se era presente, o nel suo ricordo richiamato continuamente dal blasone indossato, trovavano il vigore e il coraggio per vincere o per morire da eroi»

E’ bello che, sia il Papa e poi questo Padre Carmelitano, richiamano l’attenzione all’essere cavalieri di questa Regina che è la Vergine Maria. Un cavaliere va a combattere, lotta, un cavaliere porta una livrea, indossa una veste che richiama ad una appartenenza ma soprattutto richiama ad un’identità, il cavaliere è cavaliere di qualcuno ed è cavaliere per qualcosa, non è fine a se stesso.

Ci sono diverse grazie legate allo Scapolare del Carmelo, diversi Papi lo hanno indossato, San Giovanni Paolo II fu uno di loro, San Giovanni Bosco, Sant’Alfonso, tantissimi Santi e Papi hanno indossato l’abito del Carmelo, ci sono diversi privilegi, c’è il famoso privilegio sabatino, li trovate tranquillamente sui testi o su internet, ma tutte queste realtà collegate all’abito del Carmelo, allo Scapolare, che è uno dei tre strumenti di devozione citati nel Concilio Vaticano II, lo Scapolare, il Crocifisso e il Rosario, tutto questo ha ragion d’essere se innanzitutto capiamo per chi lo stiamo indossando. Siamo in battaglia contro le potenze del male, dice San Paolo, siamo in battaglia contro il demonio da sempre, e la Madonna ci viene in aiuto in mille modi, uno di questi è lo Scapolare.

Per essere vestito, lo Scapolare ha bisogno di un sacerdote Carmelitano che lo imponga per la prima volta, c’è proprio un rito di vestizione, e poi va portato con sé sempre, addosso, non in tasca, non nel portafoglio, non in borsetta. Addosso perché noi i vestiti li portiamo addosso, e questa livrea va portata addosso perché ci serve per proteggerci. Sentirete dire infinite volte che lo Scapolare non è un talismano, non è un amuleto. Ogni cosa può diventare una superstizione o un amuleto, il credere che io sono già salvo, che sono a posto perché ho detto il breviario, perché sono andato a Messa, perché ho detto il Rosario, perché porto la veste, perché vivo in un convento, anche questo può diventarlo e non è assolutamente sufficiente e per salvarsi. Tutto può diventare una superstizione, tutto può essere confuso con il fine, e tutto può essere pensato come garanzia sufficiente per arrivare in Paradiso. E’ tutto un mezzo, tutto è uno strumento.

“Se la cavalleria medievale, con i suoi ideali di forza, di grazia e di bellezza pare oggi tramontata, tuttavia in suo luogo «è sorta una cavalleria più sacra e più pura, consacrata ad una Signora la cui bellezza non svanisce mai, la cui potenza non conosce limiti di tempo e di spazio: la milizia sacra alla Regina del Carmelo. Le sue schiere, numerose come la rena del mare, hanno avuto da lei il vessillo di tutte le vittorie, lo scapolare, e sotto questa bandiera, si impegnano a servirla con amore e dedizione assoluta per la vita e per la morte.”

Concludo con questa bella espressione:

“«Diffuso nei tempi cavallereschi del Medioevo, lo scapolare ne ricorda i fasti e ne conserva il simbolismo. Chi lo riveste intende assumere la livrea di Maria, e si impegna a lottare e a vincere in suo onore la battaglia della verità e della virtù. »

E se uno si mette a fare questo vedete che battaglia viene fuori e quanto sangue deve versare, e quante antipatie scatena quanti fastidi, quanti pruriti, quanti eczemi produce. Oggi che c’è il delitto di pensiero, oggi che c’è un pensiero unico, e c’è la dittatura di questo pensiero, bisogna solo pensare in quel modo, oggi dire la verità è un delitto, è un problema.

«Quando la tentazione infuria, o lo assale la stanchezza o la monotonia della vita, egli trova nella veste di Maria un richiamo ed un incitamento a perseverare, con la certezza della protezione celeste e della vittoria finale. Chiunque indossa lo scapolare diventa un cavaliere della più nobile Donna ed un umile servitore della Regina del Cielo. La sua vita non è più sua; l’ha consacrata alla Vergine e deve impiegarla in suo onore»

Lo Scapolare del Carmelo è un atto di Consacrazione alla Madonna.

Prepariamoci quest’oggi, chi lo ha già ricevuto a rinfrescare questa consapevolezza, questa conoscenze e coscienza, chi non lo ha ancora ricevuto a chiedere alla Vergine Maria la grazia di poter rivestire santamente questo abito.

Sia lodato Gesù Cristo.

San Bonaventura

PRIMA LETTURA (Is 10,5-7.13-16)
Può forse vantarsi la scure contro chi se ne serve per tagliare?

Così dice il Signore:
Oh! Assiria, verga del mio furore,
bastone del mio sdegno!
Contro una nazione empia io la mando
e la dirigo contro un popolo con cui sono in collera,
perché lo saccheggi, lo depredi
e lo calpesti come fango di strada.
Essa però non pensa così
e così non giudica il suo cuore,
ma vuole distruggere
e annientare non poche nazioni.
Poiché ha detto:
«Con la forza della mia mano ho agito
e con la mia sapienza, perché sono intelligente;
ho rimosso i confini dei popoli
e ho saccheggiato i loro tesori,
ho abbattuto come un eroe
coloro che sedevano sul trono.
La mia mano ha scovato, come in un nido,
la ricchezza dei popoli.
Come si raccolgono le uova abbandonate,
così ho raccolto tutta la terra.
Non vi fu battito d’ala,
e neppure becco aperto o pigolìo».
Può forse vantarsi la scure contro chi se ne serve per tagliare
o la sega insuperbirsi contro chi la maneggia?
Come se un bastone volesse brandire chi lo impugna
e una verga sollevare ciò che non è di legno!
Perciò il Signore, Dio degli eserciti,
manderà una peste contro le sue più valide milizie;
sotto ciò che è sua gloria arderà un incendio
come incendio di fuoco.

SALMO RESPONSORIALE (Sal 93)
Rit. Il Signore non respinge il suo popolo.

Calpestano il tuo popolo, Signore,
opprimono la tua eredità.
Uccidono la vedova e il forestiero,
massacrano gli orfani.

Dicono: «Il Signore non vede,
il Dio di Giacobbe non intende».
Intendete, ignoranti del popolo:
stolti, quando diventerete saggi?

Chi ha formato l’orecchio, forse non sente?
Chi ha plasmato l’occhio, forse non vede?
Colui che castiga le genti, forse non punisce,
lui che insegna all’uomo il sapere?

Poiché il Signore non respinge il suo popolo
e non abbandona la sua eredità,
il giudizio ritornerà a essere giusto
e lo seguiranno tutti i retti di cuore.

Canto al Vangelo (Mt 11,25)
Alleluia, alleluia.
Ti rendo lode, Padre,
Signore del cielo e della terra,
perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno.
Alleluia.

VANGELO (Mt 11,25-27)
Hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli.

In quel tempo, Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

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