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Le omelie del S. Curato d’Ars: l’orgoglio

orgoglio

Non sum sicut cæteri hominum.

Non sono come gli altri.

(S. Luca, XVIII, 11.)

Questo, Fratello, è il linguaggio comune della falsa virtù, quello dell’orgoglioso che, sempre soddisfatto di sé, è sempre pronto a censurare e criticare la condotta degli altri. Questo è anche il linguaggio dei ricchi, che guardano i poveri come se fossero di natura diversa dalla loro e li trattano di conseguenza. Meglio ancora, Fratello, è il linguaggio di quasi tutti. Sono pochissimi, anche nelle condizioni più umili, quelli che non sono affetti da questo peccato maledetto, che non hanno una buona opinione di sé stessi, ponendosi completamente al di sopra dei loro pari, e che portano il loro detestabile orgoglio fino al punto di credere di valere più di molti altri. Da ciò deduco che l’orgoglio è la fonte di tutti i vizi e la causa di tutti i mali che sono accaduti e che accadranno nel corso dei secoli. Portiamo la nostra cecità così lontano che spesso ci gloriamo di ciò che dovrebbe coprirci di vergogna. Alcuni traggono il loro orgoglio dal fatto di credere di avere più intelligenza; altri, da qualche centimetro di terra o da un po’ di denaro; mentre dovrebbero tremare al pensiero del conto temibile che Dio un giorno chiederà loro. Oh! Fratello, quanti sono quelli che hanno bisogno di fare questa preghiera che sant’Agostino rivolgeva a Dio: «Dio mio, fammi conoscere ciò che sono, e non avrò bisogno di altro per coprirmi di confusione e di disprezzo per me stesso (1). Vi mostrerò quindi 1° quanto l’orgoglio acceca l’uomo e lo rende odioso agli occhi di Dio e degli uomini; 2° in quanti modi lo commettiamo e 3° infine, cosa dobbiamo fare per correggerci.

  1. – Sì, Fratello, per darvi un’idea della grandezza di questo peccato maledetto, bisognerebbe che Dio mi permettesse di strappare Lucifero dal fondo degli abissi e di trascinarlo qui al mio posto, e che fosse lui stesso a descrivervi gli orrori di questo crimine, mostrandovi i beni che questo peccato gli ha portato via, cioè il cielo, e i mali che gli ha procurato, che sono le pene dell’inferno. Ahimè, Fratello, per un peccato che può essere di un momento, una punizione che durerà per l’eternità! La cosa più triste di questo peccato è che più se ne è colpiti, meno ci si sente colpevoli. Infatti, un orgoglioso non vorrà mai credere di essere orgoglioso, né riconoscere di avere torto: ciò che fa e dice è ben fatto e ben detto. Volete comprendere, Fratello, la grandezza di questo peccato? Guardate cosa ha fatto Dio per espiarlo. Perché ha voluto nascere da genitori poveri, vivere nell’oblio, passare nel mondo non come uno di condizione mediocre, ma come una persona insignificante? Perché vedeva che questo peccato aveva oltraggiato così tanto suo Padre che non poteva essere espiato da lui se non consegnandosi alla condizione più umiliante e spregevole, quella della povertà; perché basta non avere nulla per essere disprezzati dagli uni e respinti dagli altri.

Vedete, Fratello, quanto sono grandi i mali che questo peccato ha causato. Senza questo peccato, non ci sarebbe l’inferno. Senza questo peccato, Adamo sarebbe ancora nel paradiso terrestre e noi tutti saremmo felici, senza malattie, senza tutte le altre miserie che ci opprimono ogni giorno; non ci sarebbe la morte, non ci sarebbe il giudizio da subire, che ha fatto tremare i grandi santi; non ci sarebbe da temere l’eternità infelice; il cielo ci sarebbe stato assicurato. Felici in questo mondo e ancora più felici nell’altro: la nostra vita sarebbe trascorsa benedicendo le grandezze e le bontà del nostro Dio, e saremmo andati, in corpo e in anima, a continuare questa opera felice. Ah! Che dico, Fratello: senza quel peccato maledetto, Gesù Cristo non sarebbe morto! Oh, quanti tormenti risparmiati a questo divino Salvatore!

Ma, mi direte, perché questo peccato ha causato più mali degli altri? – Perché? Ecco il motivo. Se Lucifero e gli altri angeli malvagi non avessero avuto orgoglio, non ci sarebbero stati demoni e, di conseguenza, nessuno avrebbe tentato i nostri progenitori, che avrebbero avuto la felicità di perseverare. So bene che tutti i peccati offendono Dio, che tutti i peccati mortali meritano una punizione eterna: un avaro che cerca solo di accumulare e che sacrifica la sua salute, la sua reputazione e persino la sua vita per accumulare denaro, nella speranza di provvedere al futuro, fa senza dubbio un grave torto alla provvidenza di Dio, che ci ha promesso che, se avessimo cura di servirlo e amarlo, egli avrebbe cura di noi. Un ubriacone che si abbandona all’eccesso del bere perdendo la ragione, mettendosi al di sotto della bestia bruta, allo stesso modo, fa un grande oltraggio a Dio, che gli dà il bene solo perché ne faccia buon uso consacrando le sue forze e la sua vita al suo servizio. Un vendicativo che si vendica delle offese ricevute, disprezza in modo sanguinoso Gesù Cristo, che da tanti mesi e forse anche anni lo sopporta sulla terra e, anzi, gli fornisce tutto ciò di cui ha bisogno, mentre non meriterebbe altro che essere distrutto dalle fiamme. Un impudico, immergendosi nel fango delle sue passioni, si pone al di sotto dei porci, perde la sua anima e dà la morte al suo Dio; di un tempio dello Spirito Santo, fa un tempio dei demoni, «dei membri di Gesù Cristo fa i membri di una prostituta infame (2)», da fratello del Figlio di Dio diventa non solo fratello dei demoni, ma schiavo di Satana. Questi sono crimini di cui nessun termine potrebbe esprimere l’orrore né la grandezza dei tormenti che meritano. Ebbene, Fratello! Noi diciamo che questi peccati sono lontani dall’orgoglio per gli oltraggi che recano a Dio quanto il cielo è lontano dalla terra: ecco, nulla di più facile da concepire, lo vedrete. Quando commettiamo gli altri peccati, talvolta violiamo i comandamenti di Dio, talvolta disprezziamo i suoi benefici; o, se volete, rendiamo inutili tutte le opere, le sofferenze e la morte di Gesù Cristo. Ma questi, cioè l’orgoglioso, fa come un suddito che, non contento di aver disprezzato e calpestato le leggi e le ordinanze del suo sovrano, porta la sua furia fino al punto di cercare di piantargli un pugnale nel petto, lo strappa dal trono, lo calpesta sotto i piedi e prende il suo posto. Si può concepire un’atrocità più grande, Fratello? Ebbene, Fratello, questo è ciò che fa una persona che si vanta quando ha successo in ciò che fa o dice. O mio Dio! Quanto è grande il loro numero!

Ascoltate, Fratello, ciò che ci dice lo Spirito Santo parlando dell’orgoglioso: «Sarà in abominio a Dio e agli uomini. Perché il Signore detesta l’orgoglioso e il superbo». Gesù Cristo stesso ci dice «che ringraziava il Padre per aver nascosto i suoi segreti agli orgogliosi» (MATTEO XI, 25). Infatti, se percorriamo la Sacra Scrittura, i mali con cui Dio affligge gli orgogliosi sono così terribili e così numerosi che sembra che egli esaurisca la sua ira e la sua potenza per punirli, e vediamo che Dio si compiace nell’umiliare i superbi in proporzione a quanto essi vogliono elevarsi. Vediamo che spesso un superbo cade in qualche vizio vergognoso che lo disonora agli occhi del mondo (3).

Il grande Nabucodonosor ci fornisce un bell’esempio. Questo principe era così superbo, aveva una così alta opinione di sé stesso, che voleva essere considerato come un dio (GIUDITTA, III, 13). Nel momento in cui era pieno della grandezza del suo potere, improvvisamente udì una voce dal cielo che diceva che il Signore non poteva più sopportare il suo orgoglio e che, per fargli conoscere che c’era un Dio, signore dei regni, il suo regno gli sarebbe stato tolto e dato a un altro; che sarebbe stato cacciato dalla compagnia degli uomini, che sarebbe andato a vivere tra le bestie feroci, che avrebbe mangiato erba e legno come un animale da soma. In quel preciso istante, Dio gli sconvolse talmente il cervello che egli credette di essere una bestia e fuggì nei boschi finché non riconobbe di non essere nulla (DAN. IV, 27-34). Guardate le punizioni che il Signore inflisse a Core, Dathan e Abiron, insieme a duecento dei più importanti tra i Giudei. Pieni di orgoglio, dissero a Mosè e ad Aaronne: «E perché non dovremmo avere anche noi l’onore di offrire incenso al Signore come voi?». Il Signore disse a Mosè e ad Aronne di separarli con tutto ciò che possedevano, perché li punisse… Appena furono separati, la terra si aprì sotto i loro piedi e li inghiottì vivi nell’inferno (NUM. XVI). Guardate Erode, che fece morire San Giacomo e imprigionò San Pietro. Era così orgoglioso che un giorno, vestito con la sua veste reale e seduto sul trono, parlò con tanta eloquenza al popolo che si arrivò a dire: «No, no, non è un uomo che parla, ma è un dio». Nello stesso istante un angelo lo colpì di una malattia così terribile che i vermi lo divorarono vivo, e morì miseramente. Voleva farsi passare per Dio, e fu mangiato dal più vile degli insetti (ATTI XII, 21-23). Guardate ancora Aman, il famoso superbo, che aveva ordinato che tutti i sudditi si inginocchiassero davanti a lui. Irritato fino alla rabbia dal disprezzo di Mardocheo, fece erigere una forca per impiccarlo; ma Dio, che aborrisce gli orgogliosi, permise che fosse lui stesso ad esservi legato (ESTH. VII, 10).

Leggiamo nella storia che un solitario pieno di superbia voleva mostrare la grandezza della sua fede. Andato a trovare san Palemone, questi, vedendolo ostentare tutta la sua superbia, gli disse caramente che era molto difficile avere, con tanta superbia, la fede che egli diceva di avere; che non avendo nulla di buono in noi stessi, non potevamo che umiliarci, gemere davanti a Dio e chiedergli la grazia di non abbandonarci. Ma quel povero cieco, lungi dal trarre profitto da questo consiglio caritatevole, corse a gettarsi in un braciere ardente (4), e Dio permise persino, per coronare il suo orgoglio, che non sentisse nemmeno il calore del fuoco. Ma poco tempo dopo cadde in un grave peccato, un peccato vergognoso contro la santa virtù della purezza. Il demonio gli apparve sotto le sembianze di una donna, che lo pressò tanto, sedendosi accanto a lui e voleva baciarlo; allora il demonio si gettò su di lui, lo picchiò a morte, lasciandolo disteso sul selciato. Infine, riconoscendo la sua colpa, cioè il suo orgoglio, tornò da san Palemone e gli confessò la sua colpa piangendo. Cosa strana, Fratello, mentre ancora gli parlava, il demone lo afferrò davanti a san Palemone, lo trascinò con tanta furia e lo gettò in una fornace ardente, dove perse la vita (5).

Sì, Fratello, vediamo ovunque che Dio si compiace di confondere gli orgogliosi. Non solo un orgoglioso è abominevole agli occhi di Dio, ma è anche intollerabile agli occhi degli uomini. – Perché questo? Mi direte. – Perché non riesce ad andare d’accordo con nessuno: ora vuole elevarsi al di sopra dei suoi pari, ora vuol eguagliare quelli che sono al di sopra di lui, così che non riesce ad andare d’accordo con nessuno. Così gli orgogliosi sono sempre in conflitto con qualcuno, e da ciò ne consegue che tutti li odiano, li evitano, li disprezzano. No, Fratello, non c’è peccato che provochi un cambiamento così grande in chi lo commette, poiché un angelo, la creatura più bella, è diventato per questo peccato il demone più orribile; e nell’uomo, da figlio di Dio, lo rende schiavo del demone.

  1. – Questo peccato, mi direte, è davvero terribile; chi lo commette non deve conoscere né il bene che perde, né i mali che si attira, né infine gli oltraggi che fa a Dio e alla sua anima? Ma come si può sapere quando se ne è colpevoli? – Come, amico mio? Eccolo. Possiamo persino dire che questo peccato si trova ovunque, accompagna l’uomo in ciò che fa e dice; è una sorta di condimento che trova ovunque il suo posto. Ascoltatemi un attimo e lo vedrete. Gesù Cristo ce ne dà un esempio nel Vangelo, dicendo che un fariseo, essendo andato al tempio per pregare, stava in piedi davanti a tutti e diceva ad alta voce: «Ti ringrazio, Signore, perché non sono come gli altri uomini, coperti di peccati; passo la mia vita a fare il bene e a compiacerti». Ecco il vero carattere di un orgoglioso: invece di ringraziare Dio per averlo reso così buono da servirsi di lui per il bene, invece di rendergli grazie, considera tutto questo come proveniente da sé stesso e non da Dio. Entriamo nei dettagli e vedrete che quasi nessuno ne è escluso. I vecchi come i giovani, i poveri come i ricchi; ognuno si loda e si vanta di ciò che non è e di ciò che non ha fatto. Ognuno si applaude e ama essere applaudito; ognuno corre a mendicare le lodi degli uomini e ognuno lavora per attirarle a sé. Così trascorre la vita della maggior parte delle persone.

La porta attraverso la quale l’orgoglio entra con maggiore abbondanza è quella delle ricchezze. Non appena una persona aumenta i propri beni, la vedete cambiare modo di vivere; fa, come dice Gesù Cristo dei farisei: «Questi amano essere chiamati maestri, essere salutati, vogliono i primi posti; cominciano a vestirsi in modo più ricco» (MATTEO XXIII, 5-6); abbandonano quell’aria di semplicità; se li salutate, a malapena vi salutano con un cenno del capo, senza togliersi il cappello; camminano a testa alta, si sforzano di cercare le parole più belle, di cui spesso non conoscono nemmeno il significato; amano ripeterle. Quest’uomo vi tormenterà con le eredità che ha ricevuto, per dimostrare che la sua fortuna è aumentata. Tutta la sua cura è quella di lavorare per farsi stimare e lodare. Ha avuto successo in qualche lavoro? Si affretta a pubblicarlo per mettere in mostra la sua presunta conoscenza. Ha detto qualcosa per cui è stato applaudito? Non smette di ripeterlo a chi gli sta intorno, fino ad annoiarli e a farsi prendere in giro. È stato fatto un viaggio? Si sentono questi orgogliosi dire cento volte più di quanto hanno detto o fatto, suscitando compassione in chi li ascolta. Credono di passare per spiritosi, mentre interiormente sono disprezzati. Non si può fare a meno di pensare: «Ecco un famoso orgoglioso, convinto che tutti credano a tutto ciò che dice!».

Guardate una persona di rango che esamina il lavoro di un altro; vi troverà mille difetti, dicendo: «Ah! Che volete? Non sa fare di meglio! Ma poiché l’orgoglioso non abbassa mai gli altri senza elevare se stesso, si affretterà a parlare di qualche lavoro che ha fatto, che un tale ha trovato così ben fatto da parlarne a molti. Un orgoglioso, vedendo più persone che parlano insieme, crede che si parli di lui in bene o in male.».

Una ragazza è bella? O almeno, crede di esserlo? La vedete camminare a passi misurati, con affettazione, con un orgoglio che sembra salire fino al cielo. Ha camicie, vestiti? Lascerà l’armadio aperto per mostrarli. Si legge l’orgoglio per i propri animali e per la propria casa. Si trae orgoglio dal saper confessarsi bene, dal pregare bene il buon Dio, dall’essere più modesti in chiesa. Una madre è orgogliosa dei propri figli; un contadino è orgoglioso che i suoi campi siano in condizioni migliori di quelli degli altri, che lui condanna; e si vanta della sua conoscenza. Se un giovane ha un orologio nel taschino, e forse spesso ha solo la catena, con cinque soldi in tasca, lo sentite dire: «Non so se è molto tardi», affinché gli si dica di guardare l’orologio, per far sapere che ne ha uno. Se gioca per cercare di vincere, anche se ha solo due soldi da dare, prenderà in mano tutto ciò che ha, e anche ciò che spesso non è suo; oppure dirà più di quanto ha in realtà. Quanti sono quelli che prendono in prestito vestiti o denaro per andare a queste feste!

Una persona entra in una compagnia dove crede di essere sconosciuta? Subito la vedete raccontare della sua famiglia, dei suoi beni, dei suoi talenti e di tutto ciò che può valorizzarla, e far conoscere ciò che è o piuttosto ciò che non è. No, Fratello, non c’è niente di più ridicolo e sciocco che parlare sempre di ciò che si ha e di ciò che si è fatto. Ascoltate un padre di famiglia quando i suoi figli sono in età da marito. In tutte le compagnie in cui si trova, lo si sente dire: «Ho prestato tanti mille franchi, i miei beni mi rendono tanto», e poi chiedetegli cinque soldi per i poveri, non ha nulla. Una sarta o un sarto avranno mai successo nel confezionare un abito o un vestito, se vedono passare le persone che li indossano e dicono: «Che bello, non so chi l’ha fatto»? «Beh, sono stato io», diranno. E perché hanno detto questo? Per far vedere che sono bravi. Ma se non sono riusciti bene, si guarderanno bene dal parlarne, per paura di essere umiliati. Le donne nelle loro famiglie… E io vi dirò che questo peccato è ancora più temibile nelle persone che sembrano professare la pietà. Eccone un bell’esempio (6).

Questo maledetto peccato dell’orgoglio si insinua anche nelle funzioni più umili (7). Un contadino o una persona che taglia la legna, se lo fa di passaggio, ci mettono tutta la loro cura; «affinché, dicono, quando passa qualcuno, non si pensi che non so lavorare». Questo peccato si insinua persino nel crimine e nella virtù: si vedono persone che si vantano di aver fatto del male. Ascoltate la conversazione di alcuni ubriachi. «Ah!», dicono, «un giorno mi sono trovato con un tale che ha voluto sfidarmi a chi beveva di più senza ubriacarsi, ma io ho avuto la meglio!». È ancora orgoglio il desiderio di essere più ricchi e di invidiare chi lo è, perché si vede che i ricchi sono rispettati e onorati.

Se ne trovano altri che, nel loro linguaggio, sono estremamente umili e che addirittura si disprezzano e sembrano confessare pubblicamente la loro debolezza. Ma dite loro qualcosa che penetri fino al cuore. Fin dalla prima parola, li vedrete montarsi, tenervi testa, fino al punto di denigrarvi e distruggere la vostra reputazione, per un presunto affronto che avranno ricevuto. Avranno una grande umiltà in apparenza, finché li si lusinga o li si loda. A volte, se si parla bene di un’altra persona davanti a noi, ci arrabbiamo, sembra che ci umili, assumiamo un’aria triste, o diciamo: «Ah! È proprio come gli altri, ha fatto bene, ha detto bene, non ha tutte le buone qualità che dici, non la conosci!».

Dico che l’orgoglio si insinua anche nelle nostre buone azioni. Ci sono molti che fanno l’elemosina e rendono servizio al prossimo solo per farsi passare per brave persone, persone caritatevoli. Se fanno l’elemosina davanti a qualcuno, danno più che se non ci fosse nessuno. Se vogliono far sapere che hanno fatto del bene o reso un servizio al loro prossimo, cominciano a dire: «Tizio è molto sfortunato, fa fatica a vivere; un giorno è venuto da me, mi ha raccontato la sua miseria e io gli ho dato questa cosa».

Un superbo non vuole mai essere rimproverato, ha sempre ragione; tutto ciò che dice è ben detto e tutto ciò che fa è ben fatto. E lo vedete continuamente esaminare la condotta degli altri; ovunque trova difetti: non c’è nulla di ben fatto né di ben detto. Se qualcuno compie un’azione con le migliori intenzioni del mondo, eccolo che, con la sua lingua velenosa, la trasforma in male.

Quanti non sono coloro che inventano per orgoglio? Se raccontano ciò che hanno fatto o detto, ne diranno molto più di quanto sia in realtà. Ma altri mentono per paura di essere umiliati. Meglio dire: gli anziani si vantano di ciò che non hanno fatto; a sentirli, sembrano i più grandi conquistatori del mondo, si direbbe che abbiano percorso l’intero universo; e i giovani si lodano per ciò che non faranno mai: tutti mendicano e tutti corrono dietro a un fumo d’onore. Tale è il mondo oggi, Fratello; mettete la mano sulla vostra coscienza, sondate il vostro cuore e riconoscerete la verità di ciò che vi dico.

Ma la cosa più triste è che questo peccato getta nelle anime un’oscurità così fitta che non ci si crede nemmeno colpevoli. Sappiamo bene quando gli altri si vantano falsamente, quando si attribuiscono lodi che non meritano; ma noi crediamo sempre di meritarle. Dico, Fratello, che chiunque cerca la stima degli uomini è un cieco. – Perché? Mi direte. – Amico mio, ecco il motivo. Innanzitutto, non dirò che perde tutto il merito di ciò che fa, che tutte le sue opere di carità, tutte le sue preghiere e le sue penitenze saranno per lui solo motivo di condanna. Crederà di aver fatto del bene, ma tutto sarà rovinato dall’orgoglio. Ma io dico che è cieco. Se merita la stima di Dio e degli uomini, non deve fare altro che fuggirli invece di cercarli; deve solo convincersi che non è nulla, che non merita nulla; è sicuro di avere tutto. Vediamo ovunque che più una persona vuole elevarsi, più Dio permette che sia umiliata; e più vuole nascondersi, più Dio fa risplendere la sua reputazione. Ecco: mettete la mano e gli occhi sulla verità e la riconoscerete. Una persona, cioè un orgoglioso, corre a mendicare le lodi degli uomini; eppure è appena conosciuto in una parrocchia! Ma chi si nasconde il più possibile, chi disprezza se stesso, andate a venti o cinquanta leghe di distanza e si pubblicano le sue buone qualità. Meglio ancora: la sua reputazione vola ai quattro angoli del mondo; più si nasconde, più è conosciuto; e più l’altro vuole mostrarsi, più sprofonda nelle tenebre, cosicché quasi nessuno lo conosce e lui conosce ancora meno sé stesso.

Se il fariseo, come avete visto, è il vero ritratto dell’orgoglioso, il pubblicano è un’immagine sensibile di un cuore sinceramente penetrato dalla sua nullità, dalla sua scarsa meritevolezza e dalla sua grande fiducia in Dio. Gesù Cristo ce lo presenta come un modello perfetto, sul quale possiamo orientarci. Il pubblicano, ci dice san Luca, dimentica tutto il bene che avrebbe potuto fare durante la sua vita, per occuparsi solo della sua miseria spirituale, della sua indegnità; non osa presentarsi davanti a un Dio così santo. Lungi dall’imitare il fariseo, che si mette in un posto dove può essere visto da tutti e ricevere le lodi, questo povero pubblicano, appena entrato nel tempio, corre a nascondersi in un angolo, si guarda come solo davanti al suo giudice, con il volto a terra, il cuore spezzato dal dolore, gli occhi bagnati di lacrime; non osa guardare l’altare, tanto è coperto di confusione alla vista dei suoi peccati e della santità di Dio, davanti al quale si sente indegno di comparire. Egli grida con la più grande amarezza del suo cuore: «Dio mio, abbi pietà di me, perché sono un grande peccatore! Questa umiltà toccò così profondamente il cuore di Dio che non solo gli perdonò tutti i suoi peccati, ma lo lodò pubblicamente dicendo a tutti che quel pubblicano, sebbene peccatore, gli era stato più gradito con la sua umiltà che il fariseo con tutta la sua vana ostentazione di presunte buone opere: «Perché, vi dico, disse Gesù Cristo, questo pubblicano è tornato a casa sua senza peccati, mentre il fariseo è più colpevole di prima di entrare nel tempio. Da ciò concludo che chi si innalza sarà umiliato, e chi si umilia sarà innalzato». Abbiamo visto, signori, che cos’è l’orgoglio, quanto è terribile questo vizio, quanto offende Dio e, infine, quanto il Signore si compiace nel punirlo. Vediamo ora che cos’è l’umiltà, che è la virtù opposta.

III. – Se «l’orgoglio è la fonte di ogni sorta di vizi (ECCLI. X, 15)», possiamo dire che l’umiltà è la fonte e il fondamento di tutte le virtù (8); è la porta attraverso la quale Dio ci fa passare tutte le sue grazie; è lei che condisce tutte le nostre azioni, che comunica loro tanto valore, che le rende così gradite a Dio; infine, è lei che ci rende padroni del cuore di Dio, che lo rende nostro servitore, se così posso dire; perché Dio non ha mai potuto resistere a un cuore umile (9). – Ma, mi direte, in cosa consiste questa umiltà che ci merita tante grazie? – Amico mio, eccola qui. Ascoltami: se sei colpito dall’orgoglio, dovresti saperlo già, ora vedrai se hai la fortuna di possedere questa bella e rara virtù; se la possiedi nella sua interezza, il cielo ti è assicurato. L’umiltà, ci dice san Bernardo, consiste nel conoscere noi stessi, nel provare solo disprezzo per noi stessi. L’umiltà è una torcia che ci mostra alla luce del giorno le nostre imperfezioni; non consiste quindi nelle parole, né nelle azioni, ma nella conoscenza di sé stessi, che ci fa scoprire un’infinità di difetti che il nostro orgoglio ci aveva nascosto fino ad ora. Dico che questa virtù ci è assolutamente necessaria per andare in paradiso; ascoltate ciò che ci dice Gesù Cristo nel Vangelo: «Se non sarete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli. In verità vi dico che se non vi convertite, se non abbandonate questi sentimenti di orgoglio e di ambizione così naturali all’uomo, non entrerete mai in paradiso (MATTEO XVII, 3)». «Sì», ci dice il Saggio, «l’umiltà ottiene tutto» (SALMO 51, 18). Volete ricevere il perdono dei vostri peccati? Presentatevi a Dio nella persona dei suoi ministri, coperti di confusione, indegni di ottenere la grazia che chiedete, e sarete sicuri della vostra grazia. Siete tentati? Andate ad umiliarvi per la vostra miseria e riconoscete che non potete nulla da voi stessi, che potete solo perdervi: sarete sicuri di essere liberati. O bella virtù, che rendi un’anima gradita a Dio! Gesù Cristo stesso non poteva darci un’idea più bella della grandezza del suo merito che dicendoci che aveva voluto prendere «la forma di uno schiavo (FILIP. II, 7)», che è la condizione più vile. Cosa rese la Santa Vergine così gradita a Dio, se non la sua umiltà e il disprezzo che aveva di sé stessa?

Leggiamo nella storia (10) che sant’Antonio ebbe una visione in cui Dio gli mostrò il mondo coperto da una rete e i demoni che la tenevano per le quattro estremità. «Ah!», esclamò il santo, «chi potrà non cadere in questa rete?». «Antonio», gli disse il Signore, «basta solo l’umiltà: cioè, se riconosci di non meritare nulla da te stesso, di non essere capace di nulla, sarai vittorioso». Un amico di sant’Agostino gli chiese quale fosse la virtù da praticare per essere più gradito a Dio. Egli rispose: «Basta solo l’umiltà. Per quanto mi sia sforzato di cercare la verità, per conoscere la via più sicura per arrivare a Dio, non ne ho mai trovata un’altra». Ascoltate ciò che ci racconta la storia (11). San Macario, tornando con una bracciata di legna, trovò il demonio armato di un forcone infuocato, che gli disse: «O Macario, quanto mi fai soffrire non potendoti maltrattare; perché mi fai soffrire così tanto? Tutto quello che fai, io lo faccio meglio di te: se tu digiuni, io non mangio mai; se tu vegli, io non dormo; c’è solo una cosa che tu hai più di me e con la quale mi hai vinto». Sapete, signori, qual era la cosa che il demonio non aveva in san Macario? Ah, amici miei, era l’umiltà. O bella virtù, chi ti possiede è felice e capace di grandi cose!

Infatti, signori, anche se aveste tutte le altre virtù, se non avete questa, non avete nulla. Date i vostri beni ai poveri, piangete i vostri peccati per tutta la vita, fate penitenza quanto il vostro corpo potrà sopportare, vivete in ritiro per tutta la vita; non smetterete di essere dannati se non avete l’umiltà (12). Vediamo quindi che tutti i santi hanno lavorato tutta la vita per acquisirla o conservarla. Più Dio li ricolmava di benefici, più si umiliavano. Guardate san Paolo, elevato fino al terzo cielo, che si considera solo un grande peccatore, un persecutore della Chiesa di Gesù Cristo, un miserabile, un aborto, indegno del posto che occupa (I TIM I, 13; I COR. XV, 8-9). Guardate sant’Agostino, san Martino: non osavano entrare in chiesa senza tremare, tanto li spaventava la loro miseria spirituale. Tale deve essere il nostro atteggiamento, se vogliamo essere graditi a Dio. Vediamo, signori, che più un albero è carico di frutti, più i suoi rami si piegano; allo stesso modo, più facciamo opere buone, più dobbiamo umiliarci riconoscendoci indegni che Dio si serva di uno strumento così vile per fare il bene. No, signori, non possiamo riconoscere un buon cristiano se non dall’umiltà.

Ma, mi direte, come si può sapere se un cristiano è umile? – Niente di più facile, vedrete. Innanzitutto, dico che una persona veramente umile non parla mai di sé, né in bene né in male; si accontenta di umiliarsi davanti a Dio che la conosce per quella che è. Ha gli occhi fissi solo sulla sua condotta e si lamenta di vedersi così colpevole; lavora per rendersi più degna di Dio. Non la vedete giudicare la condotta degli altri, ha una buona opinione di tutti. Sa disprezzare qualcuno? Solo sé stessa. Trasforma in bene tutto ciò che fanno i suoi fratelli; è profondamente convinta che solo lei sia capace di fare del male. Da qui deriva che se parla del prossimo, è solo in bene; se non c’è nulla di buono da dire, tace; se viene disprezzata, pensa che si fa solo ciò che si deve e che, avendo disprezzato Dio, merita molto di più; se viene lodata, la vedete arrossire e fuggire, gemendo al pensiero di quanto dovrà smentire, nel giorno del giudizio, coloro che la credono una persona buona, mentre è tutta coperta di peccati. Ha tanto orrore delle lodi quanto gli orgogliosi hanno delle umiliazioni. I suoi amici saranno sempre coloro che le fanno conoscere i suoi difetti. Se ha del bene da fare, sceglierà sempre di farlo a chi l’ha calunniata o le ha fatto qualche torto. Gli orgogliosi cercano la compagnia di coloro che li adulano, li stimano; lei, al contrario, fuggirà da costoro per andare con coloro che sembrano avere una cattiva opinione di lei. Il suo piacere è stare sola con Dio, presentargli la sua miseria e pregare che abbia pietà di lei. Da sola o in compagnia, non vedrete alcun cambiamento nelle sue preghiere, né nel suo modo di agire. Facendo tutte le sue azioni solo per Dio e per compiacerlo, non pensa affatto a ciò che pensano o dicono gli altri. Lavora per piacere a Dio e, per il mondo, può dire che lo mette sotto i suoi piedi. Così pensano e agiscono coloro che hanno l’umiltà come dote…

Gesù Cristo non sembra fare alcuna distinzione tra il sacramento del Battesimo, quello della Penitenza e l’umiltà. Egli ci dice che senza il Battesimo non entreremo mai nel regno dei cieli (GIOVANNI III, 5); senza quello della Penitenza, dopo aver peccato, non c’è perdono e, di seguito, ci dice che senza l’umiltà non entreremo mai in cielo (MATTEO XVIII). Sì, Fratello, se abbiamo l’umiltà, anche se fossimo coperti di peccati, siamo sicuri di essere perdonati; e senza l’umiltà, anche se avessimo compiuto tutte le opere buone possibili, non saremmo mai salvati. Ecco un esempio che ve lo dimostrerà in modo eccellente.

Leggiamo nel libro dei Re (III REG. XXI.), che il re Acab era il più abominevole dei re che avessero regnato fino a quel giorno; non credo che si possa dire di più di quanto ci dice lo Spirito Santo: Ascoltate: «Era un re dedito a ogni sorta di impurità, metteva la mano impunemente e senza discrezione su tutti i beni dei suoi sudditi; fece ribellare gli Israeliti contro Dio, appariva come un uomo venduto e impegnato a compiere ogni sorta di male: in una parola, superò con i suoi crimini tutti quelli che lo avevano preceduto. Per questo Dio, non potendo più sopportare i suoi crimini e ben deciso a punirlo, chiamò il suo profeta Elia, gli ordinò di andare a trovare questo re e di dirgli i suoi disegni: «Digli che i cani berranno il suo sangue e mangeranno la sua carne; farò ricadere sul suo capo tutta l’ira della mia vendetta; non risparmierò nulla, farò sentire, persino attraverso questi cani, l’eccesso della mia furia». Notate qui, signori, quattro cose: 1° Si è mai visto un uomo più malvagio di lui? 2° Si è mai vista una determinazione più chiara di quella di far morire un uomo che merita così tanto di essere punito? 3° Si è mai dato un ordine più preciso? «È in questo luogo, dice il Signore, che ciò avverrà». 4° Si è mai visto, nella storia, un uomo condannato a un supplizio più infame di quello a cui è condannato Acab, cioè di far mangiare il suo corpo e bere il suo sangue ai cani? Ah! Fratello, chi potrà strapparlo dalle mani di un nemico così potente che ha già iniziato?

Acab, dopo aver ascoltato il profeta, cominciò a strapparsi le vesti. Ascoltate ciò che il Signore gli disse: «Va’, non è più tempo, hai aspettato troppo, mi prendo gioco di te». Egli si coprì di un sacco: «Tu credi, gli disse il Signore, che questo mi darà sentimenti di pietà e mi farà revocare la mia sentenza; tu digiuni ora: bisognava digiunare del sangue di tante persone che hai fatto morire». Allora, gettandosi a terra, si coprì di cenere e, quando dovette apparire, camminava a capo scoperto, con gli occhi fissi a terra. «Profeta», disse il Signore, «hai visto come Acab si è umiliato e si è prostrato con la faccia a terra? Ebbene, va’ a dirgli che, poiché si è umiliato, io non lo punirò e non farò cadere sul suo capo il fulmine e la vendetta che avevo preparato per lui. Va’ a dirgli che la sua umiltà mi ha commosso, mi ha fatto revocare i miei ordini e ha disarmato la mia ira (III REG. XXI)».

Ebbene, Fratello, non avevo ragione a dirti che l’umiltà è la più bella e la più preziosa di tutte le virtù, che è onnipotente presso Dio e che Dio non sa rifiutarle nulla? Possedendola, abbiamo tutte le altre; senza di essa, tutte le altre non sono nulla. Concludiamo, Fratello, dicendo che sapremo se un cristiano è un buon cristiano dal disprezzo che ha di sé stesso e di tutto ciò che fa, e perché interpreta in modo positivo tutto ciò che il suo prossimo fa o dice. Da ciò, Fratello, possiamo assicurare che il nostro cuore gusterà la felicità sulla terra e che il cielo sarà per noi…

(1) Noverim me, ut oderim me.

(2) Tollens ergo membra Christi, faciam membra meretricis ? Absit. I COR. VI, 15.

(3) Rodriguez riferisce (p.213, tomo III) che Pallade… il demone sotto forma di donna che lo trascinò. (Nota del Santo)

(4) Egli non «corse a gettarsi in un braciere ardente», ma solo camminò sui carboni ardenti, secondo la presuntuosa promessa che aveva fatto a san Palemone.

(5) Questo solitario orgoglioso non tornò da san Palemone dopo la sua caduta, ma andò «alla città di Pane, dove si gettò in una fornace le cui fiamme lo consumarono», come dice il Santo. Vita dei Padri del Deserto, t. I, p. 256.

(6) Origene… Pastore apostolico, tomo I, p. 261. (Nota del Santo)

(7) Non ne sono esenti neanche i piccoli montanari e i pastori di maiali. (Nota del Santo)

(8) Gloriam proecedit humilitas. PROV. XV, 33.

(9) Humilibus autem (Deus) dat gratiam. I PET. V, 5.

(10) Vita dei Padri del deserto, t. I, p.52.

(11) Vita dei Padri del deserto, san Macario d’Egitto, t.II, p.358.

(12) «Non potrete evitare la dannazione se non avrete umiltà», ovvero vi esporrete al pericolo di essere dannati se non avrete l’umiltà che Dio vi chiede.

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