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Il sigillo indelebile: ciò che Leone XIV vede a Canterbury e che i suoi critici ignorano

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Il sigillo indelebile: ciò che Leone XIV vede a Canterbury e che i suoi critici ignorano

p. Giorgio Maria Faré, 30 marzo 2026

Il 3 ottobre 2025 è stato eletto il nuovo Arcivescovo di Canterbury, massima autorità spirituale della Chiesa Anglicana. Per la prima volta nella storia si tratta di una donna, Sarah Mullally.

Seguendo la consuetudine diplomatica della Santa Sede, alcuni giorni fa — il 20 marzo 2026 — Leone XIV le ha inviato un messaggio di saluti in occasione del suo insediamento.

Di seguito riporto alcuni passaggi chiave. Ecco la formula di apertura:

«Alla Reverendissima e Onorevolissima Signora Sarah Mullally Arcivescovo di Canterbury. “Grazia, misericordia e pace saranno con noi da parte di Dio Padre e da parte di Gesù Cristo, Figlio del Padre, nella verità e nell’amore” (2 Gv 1, 3).

Con questa assicurazione della presenza costante di Dio, invio a Vostra Grazia oranti saluti in occasione del suo Insediamento come Arcivescovo di Canterbury».

Questa è la formula di chiusura:

«Con questi sentimenti fraterni, invoco su di lei le benedizioni di Dio Onnipotente mentre assume le sue alte responsabilità. Che lo Spirito Santo discenda su di lei e la renda feconda nel servizio al Signore».

Nel mondo cattolico, specialmente in quello più attento alla Tradizione, questo messaggio ha sollevato un coro di critiche e di giudizi severi perché è stato interpretato come una forma di approvazione sia della persona eletta, nella sua qualità di guida religiosa, sia delle sue idee in campo etico.

La critica si è mossa dunque su diversi fronti, che sono andati a mescolarsi e confondersi tra loro. Se si volessero schematizzare potremmo individuare tre filoni di critica:

1) Una prima e più generale critica va alla prassi ecumenica in quanto tale: il riconoscimento formale del leader religioso di una confessione cristiana non cattolica sarebbe errato per principio.

2) Un secondo livello della critica si concentra sull’invalidità delle ordinazioni anglicane e ancor più di quelle femminili. Il messaggio di Leone XIV viene interpretato come una pericolosa legittimazione formale della gerarchia anglicana, in aperto contrasto con il magistero cattolico sulla nullità delle ordinazioni anglicane. Inoltre, poiché si tratta di una donna, il semplice riconoscimento dello status di Sarah Mullally all’interno della Comunione Anglicana è stato letto da alcuni come una forma di «apertura» o di implicita legittimazione dell’ordinazione femminile. In questa prospettiva, il messaggio di auguri di Prevost alla nuova primate contraddirebbe il magistero cattolico circa l’indisponibilità del ministero ordinato alle donne.

3) Infine, Sarah Mullally si è detta pro choice e in favore delle unioni omosessuali, pertanto il messaggio di Leone è percepito come scandaloso e fonte di confusione, come se fosse un avallo di queste posizioni etiche.

Ecco alcuni esempi dei contenuti della critica al messaggio di Leone XIV:

«Per la Chiesa Cattolica gli ordini anglicani sono nulli e privi di effetti apostolici» ed è stato sottolineato da più parti anche che un’apertura verso gli anglicani sarebbe una rinuncia alla difesa del deposito della fede e un processo di progressiva protestantizzazione della Chiesa Cattolica: «Ormai la nostra Chiesa è più protestante che cattolica…»

Addirittura, la condotta di Leone XIV è percepita da questi critici come un tradimento della missione petrina, che genera sconcerto e confusione dottrinale tra i fedeli. Dicono: «Quale Vangelo? Sono due Vangeli diversi, lo sa padre? O vuole ricongiungere la Chiesa Cattolica a un altro Vangelo?» [l’espressione «padre» si riferisce a Leone XIV]. E ancora: «Le sue parole verso la Vescova anglicana sono un grave atto che crea ancor più sdegno e confusione, che contraddice il deposito della fede, confonde i fedeli». Oppure: «A quali idoli ci stiamo vendendo, padre? A quale prezzo? […] mi vengono in mente tanto i 30 denari di Giuda».

Non è qui rilevante individuare con precisione quali ecclesiastici, intellettuali, giornalisti o siti internet abbiano diffuso tali critiche. L’analisi che segue non intende soffermarsi sui soggetti che le hanno formulate, pertanto è sufficiente delineare la tipologia degli argomenti addotti.

Pur nascendo da una preoccupazione in buona fede, queste reazioni confondono livelli che la dottrina cattolica distingue chiaramente. Sento dunque l’urgenza di offrire un contributo di chiarezza a quanti cercano di comprendere dove stia la verità, collocando il dialogo ecumenico nell’alveo della Tradizione. Non si tratta di cedere sul dogma in favore della diplomazia, ma di obbedire a un mandato evangelico che non può essere ignorato. Questa analisi vuole inoltre fare giustizia al magistero di Papa Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI: lungi dall’essere l’origine dei mali presenti, i loro insegnamenti — se letti senza distorsioni — sono lo strumento principale per risolvere le ambiguità e rispondere con fermezza alle critiche odierne.

Il primo livello: la verità della legge morale

È inutile negare il cuore del problema. Le critiche contro Leone XIV nascono da un dato oggettivo: la deferenza mostrata verso Sarah Mullally, una figura che incarna proprio quel sacerdozio femminile che la Chiesa Cattolica ha escluso in modo definitivo. Con la lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis (1994), infatti, Papa Giovanni Paolo II ha sancito una volta per tutte che la Chiesa Cattolica non ha la facoltà di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne. Inoltre, Mullally sostiene pubblicamente posizioni in totale e insanabile contrasto con la legge divina e naturale. In particolare, si è dichiarata favorevole alla benedizione di unioni omosessuali e difende il cosiddetto «diritto di scelta» per l’aborto.

Di fronte a questo, lo sconcerto e l’indignazione di un cattolico sono comprensibili. La domanda che si pongono molti fedeli è dunque legittima: come può Leone XIV inviare un messaggio fraterno e cordiale, chiamando «Reverendissima» una persona che rappresenta e promuove comportamenti che la Chiesa Cattolica definisce intrinsecamente malvagi e disordinati?

Questa obiezione merita una risposta onesta e per rispondere da cattolici dobbiamo elevarci dal piano dello sdegno a quello superiore della dottrina, dove risiede la logica profonda delle azioni della Chiesa Cattolica. Bisogna comprendere che il gesto di Leone XIV non si muove sul piano dell’approvazione morale, ma su un secondo e più fondamentale livello: quello dogmatico e sacramentale.

Il secondo livello: la verità dogmatica e l’azione dei Papi

Innanzitutto è necessario definire con rigore epistemologico l’ambito dell’ecumenismo, distinguendolo nettamente dal dialogo interreligioso, categorie spesso sovrapposte da una divulgazione approssimativa.

L’ecumenismo costituisce il dialogo formale tra le confessioni cristiane e riguarda esclusivamente quelle realtà che conservano la validità del sacramento del Battesimo e aderiscono al nucleo dogmatico della fede cristologica e trinitaria. Secondo la dottrina cattolica (si veda Concilio VaticanoII, Decreto Unitatis Redintegratio, 21 novembre 1964), si definiscono «confessioni cristiane» quelle comunità che, pur in una comunione imperfetta con la Sede Apostolica, riconoscono la divinità di Cristo e la Trinità delle Persone divine, amministrando il Battesimo secondo la forma e l’intenzione istituite dalla Chiesa Cattolica.

Tale ambito va rigorosamente distinto dal dialogo interreligioso, il quale intercorre tra il cristianesimo e religioni strutturalmente diverse (quali, ad esempio, l’ebraismo, l’islam o le tradizioni orientali). Queste ultime non condividono con la fede cristiana né il sigillo sacramentale del Battesimo, né il fondamento della rivelazione trinitaria. Pertanto, mentre l’ecumenismo tende alla restaurazione dell’unità visibile tra i battezzati «in Cristo», il dialogo interreligioso persegue la mutua comprensione e la cooperazione per il bene comune tra sistemi di fede che non poggiano su una base cristocentrica comune.

Entrando nel cuore della questione, le ragioni profonde del dialogo ecumenico, bisogna partire non dalle opinioni morali dell’Arcivescovo anglicano, ma dal sacramento che ella, come gli 85 milioni di fedeli della sua confessione, ha ricevuto: il Battesimo.

La validità del battesimo conferito dai ministri anglicani

Il motivo dottrinale per cui la Chiesa Cattolica riconosce come valido il battesimo amministrato dagli anglicani non è certo una concessione «diplomatica» moderna, ma si fonda su verità dogmatiche antiche e immutabili, ribadite solennemente dal Concilio di Trento e radicate nella prassi della Chiesa fin dai primi secoli.

La distinzione tra «Ministro» e «azione di Cristo»

La dottrina cattolica insegna che il vero ministro del sacramento è Cristo stesso. Come spiegava già Sant’Agostino (e come confermato dal Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1127), «quando Pietro battezza, è Cristo che battezza; quando un eretico battezza, è Cristo che battezza». Pertanto, la validità del sacramento non dipende dalla santità del ministro, né dalla sua piena comunione con il Papa, e nemmeno dalla sua fede in tutti i dogmi.

Affinché un battesimo sia valido (anche se celebrato fuori dalla Chiesa Cattolica), per la dottrina cattolica devono sussistere contemporaneamente i seguenti tre elementi:

  • La Materia: l’uso dell’acqua vera (per infusione o immersione).
  • La Forma: la formula Trinitaria esplicita: «Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Gli anglicani usano rigorosamente questa formula biblica (Mt 28,19).
  • L’Intenzione: Il ministro deve avere l’intenzione di «fare ciò che fa la Chiesa». Non è necessario che il ministro capisca perfettamente tutta la dottrina cattolica sul battesimo; basta che voglia compiere quel rito cristiano che la Chiesa Cattolica ha istituito per l’iniziazione. Nel caso che stiamo trattando, la Chiesa Anglicana ha sempre dichiarato di voler amministrare il battesimo cristiano istituito da Cristo.

Il Concilio di Trento (Sessione VII, Canone 4 sul Battesimo) afferma:

«Se qualcuno dirà che il battesimo, dato anche dagli eretici nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, con l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa, non è vero battesimo: sia anatema».

La formula «sia anatema» significa che il Concilio sta definendo un dogma di fede. Quindi negare la validità del battesimo anglicano (fatto con materia e forma corretta) significherebbe, paradossalmente, cadere in un’eresia condannata dal Concilio di Trento.

Il carattere indelebile

Poiché il battesimo imprime un carattere indelebile (un sigillo ontologico che non può essere cancellato), la Chiesa Cattolica non «ribattezza» un anglicano che si converte al cattolicesimo. Se il carattere è indelebile, quel legame con Cristo esiste realmente, è un fatto sacramentale oggettivo.

Quindi, poiché nella confessione anglicana è conservata la validità del sacramento del Battesimo ogni anglicano battezzato è veramente un cristiano.

Gli stessi criteri valgono per tutte le confessioni cristiane che rispettano i criteri sovraesposti. Ecco perché il battesimo nelle Chiese ortodosse è un valido sacramento, come pure nella confessione luterana e in quella calvinista. Non è valido invece il battesimo conferito, per esempio, dai mormoni o dai Testimoni di Geova, che professano una dottrina trinitaria e una cristologia radicalmente diverse da quella cristiana e dunque non sono cristiani.

Occorre ribadire che la validità del battesimo anglicano (o di qualsiasi altra confessione cristiana non cattolica) non viene inficiata dalla presenza di «donne vescovo» o dalle idee pro-choice (a favore della scelta per l’aborto) dei suoi ministri. Questo è un errore teologico chiamato Donatismo (che è un’eresia vera e propria, risalente al IV secolo). I Donatisti credevano che i sacramenti amministrati da ministri indegni o in errore fossero invalidi. La Chiesa Cattolica ha sconfessato questa visione secoli fa, ribadendo che il sacramento agisce ex opere operato (per il fatto stesso di essere celebrato), purché ci siano materia, forma e intenzione corrette.

Si può dunque affermare che i circa 85 milioni di fedeli della Comunione Anglicana sono cristiani, in quanto tutti validamente battezzati.

Il significato del dialogo con i cristiani non cattolici

La critica di stampo tradizionalista spesso muove dal presupposto che ogni riconoscimento istituzionale di un leader cristiano non cattolico da parte del Romano Pontefice equivalga a una rinuncia all’unicità della Chiesa Cattolica.

Questo presupposto però è sbagliato, se confrontato con l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II. Il Magistero chiarisce la distinzione tra «comunione piena» e «comunione imperfetta». Per «comunione piena» si intende la piena unità visibile nella fede, nei sacramenti e nel governo ecclesiale, mentre per «comunione imperfetta» si indica una reale ma incompleta partecipazione a tali beni, fondata su elementi autentici di fede e di vita ecclesiale condivisi, ma non ancora nella loro integrità.

  • Il Decreto Unitatis Redintegratio (n. 3) del Concilio Vaticano II afferma che coloro che credono in Cristo e hanno ricevuto validamente il Battesimo (come gli anglicani) «sono costituiti in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa Cattolica».
  • La Costituzione apostolica Lumen Gentium (nn. 8 e 15) insegna che, sebbene la Chiesa di Cristo sussista nella Chiesa Cattolica, al di fuori dei suoi confini visibili si trovano molti «elementi di santificazione e di verità». Riconoscere questi elementi e chi li guida non è un errore, ma un atto di dovere teologico.

Come detto sopra, poiché nella confessione anglicana è conservata la validità del sacramento del Battesimo, ogni anglicano battezzato non è da considerarsi né un pagano, né un infedele, né un eretico, ma, ontologicamente, un cristiano, «fratello in Cristo», sebbene in una comunione imperfetta.

Un altro errore comune è quello di considerare eretici gli anglicani (o gli altri cristiani non cattolici). La Chiesa Cattolica ha precisato che i fedeli appartenenti alle chiese scaturite dalla Riforma, oggigiorno, non possono più essere considerati eretici, alla stregua di coloro che per primi si staccarono da Roma. Questo perché chi oggi nasce in quei contesti di fede, non opera alcuna scelta personale e consapevole di separazione dalla Chiesa Cattolica.

«Quelli poi che ora nascono e sono istruiti nella fede di Cristo in tali comunità (separate, come quella anglicana, n.d.r.), non possono essere accusati di peccato di separazione, e la Chiesa Cattolica li circonda di fraterno rispetto e di amore» (Concilio Vaticano II, Decreto Unitatis Redintegratio, 21 novembre 1964, n. 3).

Facciamo un esempio pratico per capire la questione. Immaginiamo un bambino nato a Londra in una famiglia anglicana osservante che riceve il battesimo da un ministro anglicano e viene educato nella sua famiglia secondo la fede anglicana. Questo bambino, crescendo, diventa un anglicano praticante che vive la sua fede con buona volontà. Il diritto canonico e la teologia morale cattolica lo considerano eretico in quanto anglicano? Assolutamente no. Come può essergli imputato come peccato un difetto di comunione che lui ha ereditato inconsapevolmente per un motivo sociale e culturale? Solo se quest’uomo si opponesse volontariamente e consapevolmente alle verità di fede cattoliche, dopo averle conosciute e capite, allora sarebbe responsabile direttamente e personalmente della sua separazione della Chiesa Cattolica.

Quindi un Papa che invia un messaggio alla guida anglicana si rivolge a una persona battezzata che appartiene, per diritto sacramentale, alla famiglia dei figli di Dio. In questo ambito si colloca il messaggio che, tradizionalmente, ogni Papa della Chiesa Cattolica invia al nuovo Arcivescovo di Canterbury. Si vedano, ad esempio, il messaggio inviato a febbraio 2003 da Papa Giovanni Paolo II a Rowan Williams e quello di febbraio 2013 inviato da Papa Benedetto XVI a Justin Welby.

I cristiani «congiunti» alla Chiesa Cattolica e la sollecitudine del Papa per tutte le Chiese (LG 23)

Le critiche di chi nega la necessità dell’ecumenismo suggeriscono che il Papa, di fronte a chi non è in piena comunione, dovrebbe limitarsi a condannare o a tacere. Tuttavia, questa visione riduttiva ignora la portata universale del ministero petrino sancita dal Concilio Vaticano I. Secondo la Costituzione Pastor Aeternus, infatti, il Papa è «padre e maestro di tutti i cristiani» e a lui è affidato il «pieno potere di pascere, reggere e governare la Chiesa universale». (cfr. Concilio Vaticano I, Costituzione dogmatica sulla Chiesa Pastor Aeternus, 18 luglio 1870, Cap. 3).

Questo primato non si esercita nel vuoto, ma si intreccia con un concetto fondamentale spesso ignorato dai critici: quello di «comunione imperfetta». La Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, promulgata da Papa Paolo VI il 21 novembre 1964, al n. 15 chiarisce che i battezzati che non professano l’integrale fede cattolica o non conservano l’unità di comunione sotto il Successore di Pietro sono comunque «congiunti» alla Chiesa Cattolica, vale a dire che mantengono una comunione reale con la Chiesa Cattolica, sebbene imperfetta, fondata su elementi oggettivi quali soprattutto il battesimo, la fede trinitaria, le Scritture.

Ne consegue che la missione del Papa non può arrestarsi ai confini visibili della Chiesa Cattolica, poiché la sua sollecitudine pastorale si estende, per diritto divino, a ogni anima redenta dal Sangue di Cristo. Se gli anglicani sono «congiunti» alla Chiesa, il Papa — che di quella Chiesa è il principio visibile di unità — non può disinteressarsene senza venir meno al suo ruolo di Pastore Universale. In quest’ottica, il dialogo ecumenico non è un’opzione diplomatica, ma lo strumento con cui il Successore di Pietro esercita il suo sommo dovere di carità, orientando ogni battezzato verso la pienezza della verità.

Chi si scandalizza del fatto che i Papi chiamano fratelli separati i cristiani che appartengono a confessioni non cattoliche, sappia che già Papa Leone XIII, nel 1898, chiamava gli anglicani e i protestanti «fratelli» e dichiarava di amarli con «carità paterna». Infatti, nell’enciclica Caritatis Studium (1898) chiama gli anglicani proprio «fratelli separati»:

«Abbiamo esortato tutti i fedeli a unirsi a Noi nella preghiera… dalla quale siamo spinti per la salvezza dei nostri fratelli separati».

Lo stile diplomatico del dialogo ecumenico

Riguardo ai messaggi che i Papi indirizzano alle gerarchie cristiane non cattoliche, molti si scandalizzano dei titoli che vengono riconosciuti a tali guide («santo Padre» per il Patriarca ortodosso, o nel caso recente «Reverendissima» riferito a Sara Mullally), e inoltre molti rimangono colpiti dal tono ridondante nelle formule e dell’eccesso di cortesia istituzionale.

È fondamentale comprendere che lo scopo del dialogo ecumenico non è il mantenimento dello status quo, ma la realizzazione del desiderio di Gesù Cristo: «che tutti siano uno» (Gv 17,21). Riconoscere la presenza di altri leader religiosi e trattarli in modo adeguato al ruolo che ricoprono nelle rispettive comunità è il necessario punto di partenza. Il riconoscimento formale e un linguaggio rispettoso non implicano un’approvazione dottrinale, ma costituiscono la condizione per avviare una relazione. Se il Papa, nelle comunicazioni istituzionali, non riconoscesse l’ufficio del primate anglicano — come realtà ecclesiale e sociale, non sacramentale — non potrebbe aprire alcun dialogo e, quindi, non vi sarebbe alcuna possibilità di ricondurre quegli 85 milioni di anglicani all’unità

Le critiche allo stile di Leone XIV non tengono conto della prassi costante dei suoi predecessori. Il riconoscimento formale e il linguaggio rispettoso non sono un’approvazione dottrinale, ma la condizione indispensabile per qualsiasi dialogo.

Le formule di saluto di Leone XIV all’Arcivescovo Mullally riportate all’inizio di questo articolo sono del tutto in continuità con quelle usate da Papa Benedetto XVI e da Papa Giovanni Paolo II nelle comunicazioni analoghe:

«A Sua Grazia il Reverendissimo e Onorevole Rowan Williams, Arcivescovo di Canterbury. La saluto nel nome del “solo Dio Padre di tutti”, e di Suo Figlio nostro Signore Gesù Cristo (cfr. Ef 4, 5-6), e con sentimenti di gioia e di cordiale stima le porgo i miei migliori voti oranti in occasione della sua intronizzazione come Arcivescovo di Canterbury. La liturgia della sua intronizzazione sarà un’occasione, per lei e per la Comunione Anglicana, di celebrare la gloria di Dio …» (Giovanni Paolo II , 13 febbraio 2003).

«A Sua Grazia Justin Welby Arcivescovo di Canterbury «Noi rendiamo continuamente grazie a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, nelle nostre preghiere per voi, per le notizie ricevute della vostra fede in Cristo Gesù, e della carità che avete verso tutti i santi, in vista della speranza che vi attende nei cieli» (Col 1,3-4). Con queste parole di san Paolo la saluto con gioia nel nome del Signore Gesù, «il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione» (1Cor 1, 30), e le porgo i miei oranti buoni auguri in occasione della sua installazione come Arcivescovo di Canterbury» (Benedetto XVI, 4 febbraio 2013).

Papa Benedetto XVI, nel ricevere l’allora Arcivescovo Rowan Williams, non solo lo accolse con tutti gli onori, ma nel suo messaggio del 23 novembre 2006 parlava di «progresso significativo» nel dialogo e della «nostra comune determinazione a proseguire sulla via della riconciliazione».

Questo stile, che separa il piano diplomatico-pastorale da quello dottrinale, è lo stesso usato dai Papi recenti. Criticare oggi l’operato di Leone XIV significa criticare anche quello di Papa Benedetto XVI e Papa Giovanni Paolo II.

I frutti del dialogo ecumenico

Un precedente storico ed eminente è rappresentato dal Cardinale John Henry Newman (1801-1890). Newman, canonizzato dalla Chiesa Cattolica e profondamente stimato dalla stessa Chiesa Anglicana nonostante la sua conversione, incarna perfettamente l’idea che il passaggio al cattolicesimo non sia il rinnegamento di un passato, ma il pieno compimento di un percorso cristiano.

Ecco perché il dialogo ecumenico con la Chiesa Anglicana, avviato solennemente da Papa Paolo VI nel 1966, non deve essere interpretato come un indebolimento della dottrina, bensì come lo strumento provvidenziale che ha favorito una profonda mutua comprensione teologica ed ecclesiologica tra le due confessioni. Questo clima di ascolto e rispetto ha permesso a moltissimi anglicani, sia laici che chierici, di riscoprire le radici comuni e di comprendere la necessità della piena reintegrazione nella Chiesa Cattolica.

I dati sulle «piene reintegrazioni» degli ultimi 40 anni dimostrano chiaramente che l’ecumenismo non ha fermato il ritorno a Roma, ma ha creato le condizioni giuridiche e pastorali affinché interi gruppi di fedeli potessero rientrare portando con sé la propria identità.

Si riportano di seguito alcuni dati numerici relativi a varie fasi dei rapporti con la Comunione Anglicana.

1. La prima grande ondata (1992-1995)

Il primo grande movimento di ritorno avvenne in seguito a profonde crisi d’identità all’interno della Comunione Anglicana. Circa 700-1000 sacerdoti anglicani chiesero di essere ricevuti nella Chiesa Cattolica tra il 1992 e il 1995. Tra questi figurava Graham Leonard ordinato sacerdote cattolico nel 1994 e già Vescovo (anglicano) di Londra. Anche Sarah Mullally ha ricoperto l’ufficio di Vescovo di Londra per quasi 8 anni, prima di diventare Arcivescovo di Canterbury.

2. La svolta di Papa Benedetto XVI: Anglicanorum Coetibus (2009)

Papa Benedetto XVI, proprio sulla scia del pensiero del Cardinale Newman, comprese che l’ecumenismo doveva permettere un ritorno «corporativo» (di gruppo). Eresse gli Ordinariati Personali per permettere agli anglicani di entrare in piena comunione mantenendo il proprio patrimonio liturgico e spirituale.

I frutti sono stati notevoli: nel Regno Unito oltre 100 sacerdoti anglicani e circa 4.000 fedeli laici sono entrati nella Chiesa Cattolica attraverso l’Ordinariato di Nostra Signora di Walsingham. Negli Stati Uniti circa 40 parrocchie e migliaia di fedeli hanno lasciato la Chiesa Episcopale per quella Cattolica entrando nell’Ordinariato della Cattedra di San Pietro. Negli ultimi 15 anni, nel solo Regno Unito almeno 15 vescovi anglicani sono diventati cattolici.

3. La nuova ondata degli anni 2021-2025

Nel 2021 Michael Nazir-Ali, Vescovo di Rochester e leader dell’ala evangelica, è stato integrato nella Chiesa Cattolica. Nel 2022 Jonathan Goodall, Vescovo di Ebbsfleet e stretto collaboratore dell’Arcivescovo Welby, ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale cattolica. Si stima che ogni anno, nella sola Inghilterra, circa 1.000-1.500 laici anglicani chiedano di essere ricevuti nella Chiesa Cattolica durante la Veglia Pasquale.

È evidente da questi dati che il dialogo favorisce il ritorno: senza il clima di fiducia creato dai Papi da Paolo VI a Benedetto XVI, i vescovi anglicani non avrebbero mai percepito la Chiesa Cattolica come una «casa» a cui tornare. L’ecumenismo ha abbattuto i pregiudizi secolari, permettendo la conversione.

Gli Ordinariati sono stati lo strumento per mostrare nei fatti come la Chiesa Cattolica non voglia «distruggere» l’identità anglicana, ma «compierla». Questo rassicura chi teme di perdere le proprie radici nel passaggio al cattolicesimo.

Mentre la Comunione Anglicana vive tensioni laceranti (originate da grandi divergenze di opinione su temi delicati come l’introduzione delle ordinazioni femminili, l’apertura all’aborto o al matrimonio omosessuale), la Chiesa Cattolica rimane il punto di riferimento stabile, che tiene aperta la porta del dialogo sapendo che molti anglicani, proprio osservando la stabilità di Roma, cercheranno rifugio nell’ovile di Pietro.

In conclusione

La reazione di sconcerto dinanzi ai gesti di cortesia istituzionale verso le gerarchie anglicane, per quanto comprensibile sul piano della sensibilità personale, poggia spesso sulla mancata conoscenza delle basi teologiche dell’ecumenismo. La sfida per il fedele consiste nel comprendere la complessità dei due piani della Verità, quello morale e quello pastorale.

Il dialogo ecumenico parte dal riconoscimento di un dato ontologico oggettivo, il carattere indelebile del Battesimo, ed è uno strumento prezioso e necessario per realizzare la missione della Chiesa Cattolica di tendere all’unità dei cristiani voluta da Gesù Cristo.

Il caso del messaggio istituzionale di Leone XIV a Sarah Mullally si inscrive con coerenza nel solco tracciato da Papa Benedetto XVI, in piena continuità con il Magistero precedente. Anglicanorum Coetibus resta, in questo senso, la bussola teologica imprescindibile. Esso dimostra che la fermezza sui principi non esclude, ma anzi esige, una sollecitudine pastorale verso i «congiunti» separati.

Il riconoscimento formale dei titoli o dei ruoli istituzionali garantisce al Romano Pontefice lo spazio necessario per esercitare il suo mandato di Pastore Universale e non implica un’approvazione di quelle che restano divergenze insanabili (ad esempio su temi morali o sull’ordinazione femminile).

La diplomazia è lo strumento per mantenere libero l’accesso all’unico ovile, preferendo la forza dell’attrazione all’invettiva. Restando fedele alla propria identità, la Chiesa Cattolica agisce così come un centro di gravità, che sa riconoscere e attrarre quegli elementi di santità presenti oltre i suoi confini visibili, orientandoli verso la pienezza della comunione cattolica.