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Le omelie del S. Curato d’Ars: le afflizioni

le_afflizioni

«In verità, in verità vi dico: voi piangerete e gemerete, il mondo invece gioirà»
(Giovanni 16,20)

Chi potrebbe, fratelli miei, ascoltare senza stupirsi, il discorso che il Salvatore tiene ai suoi discepoli, prima di salire al Cielo, dicendo loro che la loro vita sarebbe stata un susseguirsi di lacrime, di croci, e di sofferenze, mentre le genti del mondo si sarebbero dedicate e abbandonate a una gioia insensata, e avrebbero riso in maniera frenetica?

«Non significa affatto, ci dice sant’Agostino, che le genti del mondo, cioè i malvagi, non abbiano anch’essi le loro pene, poichè i turbamenti e i dispiaceri sono la conseguenza di una coscienza criminale, e un cuore sregolato, trova il proprio supplizio proprio nella sua stessa sregolatezza».

Ahimè! essi sono avvolti nella maledizione che Gesù Cristo pronuncia contro coloro che non pensano ad altro che a dedicarsi ai piaceri e alla gioia.

La sorte dei buoni cristiani è molto differente: essi devono decidersi a trascorrere la loro vita a soffrire e a gemere; ma, dalle loro lacrime e dalle loro sofferenze, essi passeranno a una gioia e a un piacere infiniti, per grandezza e per durata; mentre le genti del mondo, dopo qualche istante di una gioia mescolata a mille amarezze, passeranno la loro eternità tra le fiamme.

«Maledizione a voi, dice loro Gesù Cristo, a voi che non pensate ad altro che a gioire, perchè i vostri piaceri vi producono dei mali infiniti nell’ambito della mia Giustizia.
Ah! felici voi, dice in seguito ai buoni cristiani, ah! felici, voi che trascorrete i vostri giorni tra le lacrime, perchè arriverà il giorno in cui Io stesso vi consolerò» (cfr. Luca 6,25.21: anche se il testo viene elaborato emotivamente dal curato, il senso sostanziale resta integro; n.d.a.).

Io vi mostrerò quindi, fratelli miei, che le croci, le sofferenze, la povertà, e i disprezzi, sono la parte che spetta a un cristiano il quale cerchi di salvare la sua anima e di piacere a Dio.
O si deve soffrire in questo mondo, oppure non si deve sperare di poter mai vedere Dio in Cielo..
Esaminiamo ciò un po’ più da vicino.

Io affermo anzitutto che, dall’istante in cui siamo ammessi nel numero dei figli di Dio, noi afferriamo una croce che non ci abbandonerà se non alla nostra morte.

In qualunque punto Gesù Cristo ci parli del Cielo, Egli non manca mai di dirci che è soltanto per mezzo della croce e delle sofferenze, che possiamo meritarlo: «Prendete la vostra croce, ci dice Gesù Cristo, e seguitemi, non per un giorno, un mese, un anno, ma per tutta la vostra vita».

Sant’Agostino ci dice: «Lasciate i piaceri e la gioia alle persone del mondo; ma voi, che siete i figli di Dio, piangete insieme ai figli di Dio».

Le sofferenze e le persecuzioni, ci sono vantaggiose sotto due aspetti.
Il primo, è che noi vi troviamo dei mezzi molto efficaci per espiare i nostri peccati passati, poichè, o in questo mondo o nell’altro, bisogna subirne la pena.
In questo mondo, le pene non sono infinite, nè per il loro rigore, nè per la loro durata: è un Dio misericordioso che non ci castiga se non perchè ha dei grandi disegni di misericordia sopra di noi; Egli ci fa soffrire un istante, per renderci felici per tutta l’eternità.

Per quanto grandi siano le nostre pene, è solo il suo dito mignolo che ci tocca; mentre, nell’altra vita, i supplizi e i tormenti che dovremo sopportare saranno prodotti dalla sua potenza e dal suo furore. Sembrerà che Egli cerchi in tutti i modi di placarsi, facendoci soffrire (espressione iperbolica partorita dalla foga oratoria del curato; n.d.a.). I nostri mali saranno infiniti, nella loro durata e nel loro rigore.

In questo mondo, le nostre pene vengono addolcite dalle consolazioni e dall’aiuto che troviamo nella nostra santa religione; ma nell’altro, nessuna consolazione e nessun addolcimento: al contrario, tutto diverrà per noi motivo di disperazione.

Oh! com’è beato quel cristiano che trascorre la sua vita nelle lacrime e nelle sofferenze, poichè potrà evitare tanti mali e procurarsi tanti piaceri e gioie eterne!

Il santo Giobbe ci dice che la vita dell’uomo non è altro che una serie di miserie. Entriamo in qualche dettaglio.
Infatti, se andassimo di casa in casa, noi vi troveremmo dappertutto piantata la croce di Gesù Cristo: qui c’è una perdita di beni, un’ingiustizia che ha ridotto una povera famiglia alla miseria; là, c’è una malattia, che tiene questo pover’uomo inchiodato sopra un letto di dolore, mentre trascorre i suoi giorni nelle sofferenze; altrove, c’è quella povera donna, che inzuppa il suo pane con le lacrime, per il dispiacere che prova a causa di un marito brutale e senza religione.

Se mi giro da un’altra parte, vedo la tristezza dipinta su una fronte: se le chiedo la ragione, ella mi risponderà che è stata accusata di cose alle quali non ha mai nemmeno pensato.

Lì in un angolo, ci sono quei poveri vecchi, rifiutati e disprezzati dai loro figli, ridotti a morire di dispiaceri e di miseria.
Infine, in un altro angolo, sento una casa rimbombare di grida causate dalla perdita di un padre, di una madre, o di un figlio.

Ecco, in generale, fratelli miei, ciò che rende la vita dell’uomo così triste e così miserabile, se consideriamo tutto questo soltanto dal punto di vista umano; ma se lo guardiamo nell’ottica della religione, noi constateremo che siamo infinitamente sciagurati per il fatto che ne restiamo abbattuti e dispiaciuti, come facciamo ( vuol dire che dal punto di vista della fede dovremmo considerarci fortunati e beati; n.d.a.).

Inoltre vi dirò che ciò che vi fa considerare così disgraziati, è il fatto che voi guardate sempre coloro che stanno meglio di voi.

Un povero, ad esempio, nelle miserie della sua povertà, invece di pensare ai criminali che sono incatenati e condannati a trascorrere i loro giorni nelle prigioni, o a perdere su una forca la loro vita languida, porterà il suo pensiero nella casa di un grande del mondo, che rigurgita di beni e di piaceri.

Un malato, ben lungi dal pensare ai tormenti che sopportano gli infelici dannati, che urlano tra le fiamme, che sono schiacciati dalla collera di Dio, e dei quali, neppure un’eternità di tormenti, riuscirà a cancellare la pur minima delle colpe, getterà lo sguardo su coloro che non sono mai stati sfiorati dalla malattia e dalla povertà.

Ecco, fratelli miei, che cosa ci fa risultare insopportabili i nostri mali.
E che cosa ne consegue da tutto ciò, fratelli miei, se non mormorazioni e pianti, che ci fanno perdere ogni merito per il Cielo?

Infatti, da una parte soffriamo senza consolazione e senza speranza di esserne ricompensati; dall’altra, invece di servircene per espiare i nostri peccati, noi non facciamo altro che accrescerli a causa delle nostre mormorazioni e della nostra mancanza di pazienza.

Eccovene la prova: dopo aver parlato male di quella persona che ha cercato di nuocervi, vi sentite meglio? L’odio verso di lei, si è forse estinto?
No, fratelli miei, no.
Dopo tanti anni che non la smettete di urlare dietro a quel marito che vi deprime con la sua ubriachezza, i suoi traviamenti e le sue spese folli, forse che quello è diventato più ragionevole?
No, sorella mia, no.

Allorchè abbattuti dalla malattia e dalle perdite vi siete lasciati andare alla disperazione, quasi fino a volervi distruggere, fino a maledire coloro che vi hanno dato la vita, forse che i vostri mali sono cessati, o che le vostre pene sono divenute meno brucianti?
No, fratelli miei, no.

Quel figlio che vi ha fatto versare tante lacrime, è forse risuscitato?
No, fratelli miei, no.
E così pure, fartelli miei, le vostre impazienze, la vostra mancanza di sottomissione alla Volontà di Dio e la vostra disperazione, non sono servite ad altro che a rendervi più infelici, voi non avete fatto altro che aggiungere nuovi peccati a quelli che avevate.

Ahimè! fratelli miei, ecco la sorte disgraziata e disperata di una persona che ha perso di vista lo scopo per il quale Dio le invia le sue croci.

«Ma, mi direte voi, abbiamo sentito cento volte questo discorso, sono solo parole, e non recano alcun conforto; anche noi diciamo le stesse cose a coloro che si trovano nelle pene».

Ah! amico mio, guarda, guarda in alto; estrai fuori il tuo cuore dal fango della terra, dove lo hai immerso, dissipa questa nebbia che ti nasconde i beni che le tue pene ti possono procurare.
Ah! guarda in alto, considera la mano di un buon Padre, che ti destina un posto felice nel suo Regno; un Dio ti percuote, per guarire le piaghe che il peccato ha inferto alla tua povera anima; un Dio ti fa soffrire, per coronarti con una gloria immortale!…

Volete sapere, fratelli miei, come si devono ricevere le croci che ci vengono o dalle mani di Dio o da quelle delle creature? Ecco.

Voglio dire, come il sant’uomo Giobbe, il quale, dopo aver perduto dei beni immensi e una famiglia numerosa, non se la prese nè col fuoco del cielo, che aveva bruciato una parte delle sue mandrie, nè con i ladri, che avevano rubato il resto, nè col vento impetuoso che, ribaltando la sua casa, aveva schiacciato i suoi poveri figli, ma si accontentò di dire: «Ahimè! la mano del Signore si è appesantita su di me» (un altro dei soliti “anacoluti” del curato; n.d.a.).

Allorchè, coricato per un anno sul letame, tutto ricoperto di ulcere, senza risorse e senza consolazioni, disprezzato dagli uni, abbandonato dagli altri, perseguitato perfino da sua moglie la quale, invece di consolarlo, lo derideva dicendogli: «Chiedi a Dio che ti faccia morire, per mettere fine a questi mali. Vedi il tuo Dio, che tu servi con tanta fedeltà, vedi come ti tratta?»; «Taci, le rispose il sant’uomo, se abbiamo ricevuto con azioni di grazie i beni, dalla sua mano benefattrice, perchè non dovremmo ricevere anche i mali, con i quali ci affligge?».

«Ma, pensate voi, io non posso comprendere come possa essere Dio, che ci affligga, Lui che è la bontà in persona, e che ci ama infinitamente».

Allora, domandatemi anche se sia possibile che un padre buono castighi il suo figlio, o che un medico dia il rimedio amaro ai suoi malati.
Pensereste forse, che sarebbe meglio che egli lasciasse vivere questo figlio nel libertinaggio, piuttosto che castigarlo per farlo vivere sul sentiero della salvezza, e condurlo in Cielo?
Credete forse che un medico farebbe meglio a lasciar perire il suo malato, per timore di somministrargli dei rimedi amari?

Oh! come siamo ciechi, se ragioniamo così!
E’ molto meglio che il buon Dio ci castighi, altrimenti, non saremmo nel numero dei suoi figli; poichè Gesù Cristo stesso ci dice che il Cielo non sarà donato se non a coloro che soffrono, e che combattono fino alla morte.

Pensate forse, fratelli miei, che Gesù Cristo non dica la verità?
Ebbene! esaminate la via che i santi hanno seguito, guardate il sentiero che hanno intrapreso: dal momento in cui non soffrono più, essi si credono perduti, e pensano di essere stati abbandonati da Dio.

«Mio Dio, mio Dio, gridava sant’Agostino, piangendo, non risparmiarmi in questo mondo, fammi soffrire; purchè Tu mi faccia misericordia nell’altro mondo, io sono contento».

«O come sono felice, diceva san Francesco di Sales nelle sue malattie, di trovare un mezzo così facile per espiare le mie colpe! Oh! quant’è più dolce e consolante soddisfare alla Giustizia di Dio sopra un letto di dolore, piuttosto che andare a soddisfarla tra le fiamme!».

E io affermo, seguendo tutti i santi, che le sofferenze, le persecuzioni, e le altre miserie, sono i mezzi più efficaci per attirare un’anima a Dio.
Infatti, noi vediamo che i più grandi santi sono quelli che hanno sofferto di più: Dio non distingue i suoi amici che per mezzo delle croci.

Guardate sant’Alessio, che dimorò per quattordici anni coricato su di un fianco, tutto scorticato e, in questa crudele situazione, si accontentava di dire: «Mio Dio, Tu sei giusto, Tu mi castighi perchè io sono un peccatore, eppure Tu mi ami».

Vedete ancora santa Ludvina, la cui bellezza era straordinaria, la quale chiese a Dio che, nel caso in cui la sua bellezza fosse potuta essere un motivo di caduta e di perdizione per la sua anima, le facesse la grazia di perderla.
All’istante, ella fu tutta ricoperta di lebbra, cosa che la rese oggetto di orrore agli occhi del mondo, e questo per trentotto anni, ossia fino alla sua morte.
E durante questo tempo, non si lasciò sfuggire una sola parola di lamento.

Quanti, fratelli miei, che ora si trovano all’inferno, sarebbero adesso in Cielo, se Dio avesse fatto loro la grazia di essere stati a lungo ammalati.
Ascoltate sant’Agostino: «Figli miei, ci dice, nei sacrifici, fatevi coraggio, pensando alla ricompensa che vi è stata preparata».

Si racconta nella storia, che una povera donna era da molti anni distesa su di un letto di dolore; le fu chiesto che cosa le potesse dare tanto coraggio per soffrire con tanta pazienza.
«Eh! rispose quella, io sono così contenta di essere ciò che Dio vuole, che non cambierei mai il mio stato nemmeno per tutti gli imperi del mondo. Quando penso che Dio vuole che io soffra, mi sento tutta consolata».

Santa Teresa ci riferisce che un giorno Gesù Cristo, essendole apparso, le disse: «Figlia mia, non stupirti affatto per quello che vedi: i miei fedeli servitori trascorrono la loro vita tra le croci e i disprezzi; più mio Padre ama qualcuno, più gli invia di che soffrire».

San Bernardo riceveva le croci con tanta azione di grazie, che un giorno disse a Dio, piangendo: «Ah! Signore, come sarei felice se avessi la forza di tutti gli uomini messi insieme, per poter soffrire tutte le croci dell’universo!».

Santa Elisabetta, regina di Ungheria, essendo stata scacciata dal suo palazzo dai suoi stessi sudditi e trascinata nel fango, invece di pensare a punirli, corse in chiesa per far cantare il “Te Deum”, come ringraziamento.

San Giovanni Crisostomo, questo grande innamorato della croce, diceva che egli preferiva di più soffrire con Gesù Cristo, piuttosto che regnare con Lui in Cielo.

San Giovanni della Croce, dopo avere sperimentato tutta la crudeltà dei suoi confratelli, che lo misero in prigione e lo percossero con tanta crudeltà che ne fu tutto ricoperto di sangue, che cosa rispose a coloro che erano stati testimoni di questi orrori? «E che? amici miei, voi piangete per ciò che sto soffrendo, ma io non ho mai trascorso un momento così felice!».

Gesù Cristo, essendogli apparso, gli disse: «Giovanni, che cosa vuoi che ti dia per ricompensarti di tutto ciò che soffri, per amor mio?».
«Ah! gridò quello, Signore, fa’ che io soffra sempre di più!» (masochismo spirituale? Niente affatto, ma la semplice certezza che non ci si salva ballando e scherzando, come molti oggi si illudono che sia…; n.d.a.).

Conveniamo tutti insieme, fratelli miei, che i santi comprendevano molto meglio di noi, la fortuna di poter soffrire per Dio!

Molti di voi, quando hanno qualche pena, dicono: «Ma che cosa ho fatto al buon Dio, per meritare tante miserie?».
Che male hai fatto, amico mio, perchè il buon Dio ti affligga in questo modo?…
Prendi tutti i comandamenti di Dio, l’uno dopo l’altro, e vedi se ce n’è uno solo contro il quale tu non abbia mai peccato.

Quale male hai fatto?…
Ripercorri tutti i giorni della tua giovinezza, ripassa nella memoria tutti i giorni della tua miserabile vita; dopo chiediti: che male hai fatto perchè il buon Dio debba affliggerti in ta maniera?

Consideri un nulla tutte le abitudini vergognose, nelle quali sei marcito per lungo tempo?
Consideri un nulla quest’orgoglio, che ti fa credere che ci si debba prostrare ai tuoi piedi, per qualche pezzo di terra che possiedi più degli altri, e che, forse, sarà la causa della tua dannazione?

Consideri un nulla quest’ambizione, che fa sì che tu non sia mai contento, quest’amor proprio, questa vanità, che ti possiede continuamente, quell’ardimentosità, quei risentimenti, quelle intemperanze, quelle gelosie?

Consideri dunque un nulla questa negligenza spaventosa verso i sacramenti e verso tutto ciò che riguarda la salvezza della tua povera anima?
Tutto questo, te lo sei dimenticato, ma sei forse, per questo, meno colpevole?

Ebbene! amico mio, se invece ti ritieni colpevole, non è forse giusto che il buon Dio ti castighi?
Dimmi, amico mio, quale penitenza hai fatto, per espiare tanti peccati?
Dove sono i tuoi digiuni, le tue mortificazioni, e le tue buone opere?
Se dopo tanti peccati, tu non hai versato una sola lacrima; se dopo tanta avarizia, ti sei accontentato soltanto di fare qualche piccola elemosina; se dopo tanto orgoglio, non vuoi provare la minima umiliazione; se dopo aver fatto servire per tante volte il tuo corpo al peccato, non vuoi nemmeno sentir parlare di penitenza, occorre che il Cielo si faccia giustizia da solo, visto che non vuoi farla da te stesso.

Ahimè! come siamo ciechi! Vorremmo fare il male, senza essere puniti, o, piuttosto, vorremmo che Dio non fosse giusto.
Ebbene! Signore, lascia vivere tranquillo questo peccatore, non appesantire la tua mano su di lui, lascialo ingrassare come una vittima destinata alla vendetta eterna, e in quel fuoco, avrai tutto il tempo per costringerlo a soddisfare alla tua Giustizia.

Risparmialo in questo mondo, se così vuole; nelle fiamme, Tu saprai bene come fargli fare una penitenza inutile, senza fine.

O mio Dio! che questa disgrazia non arrivi mai!
«Oh! piuttosto, grida sant’Agostino, moltiplica le mie afflizioni e le mie sofferenze, quanto ti piacerà, purchè Tu mi faccia misericordia nell’altra vita!».

«Ma, dirà qualche altro, tutto questo può valere per coloro che hanno commesso grossi peccati; ma quanto a me, grazie a Dio, non ho fatto un grande male».

Eh! tu credi dunque che, siccome non hai fatto un gran male, tu non debba soffrire?
Ma io ti dirò: precisamente perchè hai agito bene, il buon Dio ti affligge e permette che ci si prenda gioco di te, che ti si disprezzi, e che si volga in ridicolo la tua devozione, ed è Dio stesso che ti fa provare questi dispiaceri e queste malattie.

Ti stupisci di questo, amico mio?
Getta un colpo d’occhio su Gesù Cristo, tuo vero modello, e vedi se Egli abbia trascorso un solo istante senza soffrire ciò che l’uomo non riuscirà mai a comprendere.
Dimmi, perchè i farisei lo perseguitavano, e cercavano senza sosta il modo per coglierlo in fallo e poterlo condannare a morte?
Forse perchè era colpevole?
No, senza dubbio; ma eccotene la ragione: è perchè i suoi miracoli e i suoi esempi di umiltà e di povertà, erano la condanna del loro orgoglio e delle loro cattive azioni.

Per meglio dire, fratelli miei, se percorriamo le Sacre Scritture, vediamo che, dall’inizio del mondo, le sofferenze, i disprezzi, e le derisioni, sono stati la sorte dei figli di Dio: cioè di coloro che hanno pensato soltanto a come piacere a Lui.
Infatti, chi potrebbe disprezzare e deridere una persona che adempie i suoi doveri religiosi, se non un povero e disgraziato riprovato, che l’inferno abbia vomitato sulla terra, per far soffrire i buoni, o per cercare di trascinarli negli abissi infernali, dove lui ormai giace per sempre?

Ne volete la prova? Eccovela.
Perchè Caino uccise suo fratello Abele? Non fu forse perchè quello si comportava meglio di lui?
Non fu forse perchè non riuscì a condurlo verso il male, che gli tolse la vita?

Quale era il disegno dei fratelli di Giuseppe, allorchè lo gettarono in una cisterna, non fu forse perchè la sua vita santa condannava la sua vita libertina?

Chi attirò agli apostoli tante persecuzioni, al punto che, per così dire, ad ogni istante erano gettati in prigione, frustati, incatenati, o piuttosto, la cui vita, dopo la morte di Gesù Cristo, non fu altro che un continuo martirio?
Tutti loro hanno concluso la loro vita nella maniera più crudele e più dolorosa.

Ora, quale male essi avevano fatto, dal momento che cercavano solo la gloria di Dio e la salvezza delle anime?

Vi si disprezza, vi si deride, e vi si perseguita, sebbene voi non diciate e non facciate niente di male a nessuno?
Tanto meglio che vi si disprezzi e che vi si derida.
Se non aveste nulla da soffrire, che cosa avreste dunque da offrire a Dio nell’ora della morte (si noti l’assonanza, tanto cara al curato, tra “soffrire” e “offrire”; n.d.a.).

«Ma, mi direte voi, essi offendono Dio; essi si perdono, facendo soffrire gli altri; se Dio volesse glielo potrebbe impedire».
Certamente che lo potrebbe, se lo volesse.
Perchè, quindi, Dio tollerava i tiranni? Gli sarebbe stato facile allo stesso modo, sia punirli che conservarli; ma Egli si serviva dei loro cattivi disegni, per mettere alla prova i buoni e affrettare la loro felicità.

Non vi è dubbio che voi dobbiate compatirli e pregare per loro, non tanto perchè vi disprezzano e vi deridono, perchè Dio se ne serve per farvi guadagnare il Cielo, ma a causa del male che fanno a se stessi.

Infatti, bisogna convenire che occorre essere molto ciechi per disprezzare qualcuno, perchè egli serve il buon Dio meglio di noi, perchè cerca con maggiore premura il cammino del Cielo, o perchè faccia maggiori opere buone o penitenze.
Questo è un mistero davvero incomprensibile.
Se tu vuoi dannarti: ebbene! fallo. Ma perchè dovresti essere infastidito che io vada dove tu non vuoi andare?

Apri gli occhi, amico mio, riconosci il tuo accecamento: quando mi avrai impedito di servire il buon Dio, e tu sarai la causa della mia dannazione, che cosa ci avrai guadagnato?

Cerca di imitare coloro che hai disprezzato fino ad ora, e vi troverai la tua felicità in questo mondo, come nell’altro.

«Ma, mi direte voi, io non faccio loro del male, perchè essi me ne vogliono fare?».
Tanto meglio, amico mio, è un buon segno, così sei sicuro di essere sulla strada che conduce al Cielo.
Ascolta Nostro Signore: «Prendete la vostra croce e seguitemi; se perseguitano me, perseguiteranno anche voi; se disprezzano me, disprezzeranno anche voi; ma, ben lungi dallo scoraggiarvi, rallegratevi, perchè una grande ricompensa vi è promessa nel Cielo. Colui che non è pronto a soffrire tutto, fino a perdere la vita, per amor mio, non è degno di me».

Perchè il sant’uomo Tobia divenne cieco? Non fu forse perchè egli era un uomo dabbene?
Ascoltate Gesù Cristo che parla con san Pietro, martire, allorchè si lamentava di un oltraggio che gli facevano, sebbene fosse innocente.
«E Io, Pietro, che male avevo fatto, allorchè mi fecero morire?».

Conveniamo tutti insieme, fratelli miei, che noi facciamo delle belle promesse al buon Dio, fino a quando nessuno ci dice niente, e tutto va secondo i nostri desideri; ma, alla prima piccola derisione, al primo piccolo disprezzo, oppure alla prima piccola battuta che un empio, che non ha la forza di fare ciò che voi fate, vi rivolgerà, voi arrossirete e abbandonerete il servizio di Dio.

Ah! ingrato, tu non ricordi ciò che il tuo Dio ha sofferto per amor tuo?
Non è stato forse, amico mio, perchè ti hanno detto che vuoi fare il sapiente, che sei solo un ipocrita, e che sei più malvagio di quelli che non si confessano mai, che tu hai abbandonato Dio, per metterti al fianco di coloro che saranno dei dannati? (per una sorta di rispetto umano; n.d.a.).

Fermati, amico mio, non andare oltre, riconosci la tua follia e non gettarti all’inferno.

Ditemi, fratelli miei, che cosa risponderemo, quando Dio confronterà la nostra vita con quella di tanti martiri, dei quali, alcuni sono stati fatti a pezzi dai carnefici, altri sono marciti nelle prigioni, pur di non tradire la loro fede?

No, fratelli miei, se siamo dei buoni cristiani, non ci lamenteremo mai delle derisioni che ci faranno: al contrario, più ci disprezzeranno, più saremo contenti, e più pregheremo il buon Dio per coloro che ci perseguitano; rimetteremo tutta la vendetta nelle mani di Dio, e se la troverà idonea alla sua gloria e alla nostra salvezza, Egli la compirà.

Vedete Mosè, coperto d’ingiurie da parte di suo fratello e di sua sorella: a tutti questi disprezzi, egli oppose una bontà e una carità così grandi, che Dio ne fu toccato.
Lo Spirito Santo dice che egli era «il più dolce degli uomini che erano sulla faccia della terra».

Il Signore colpì sua sorella con una orribile lebbra, per punirla perchè aveva mormorato contro suo fratello.
Mosè, vedendola così punita, ben lungi dall’esserne contento, disse a Dio: «Ah! Signore, perchè hai punito mia sorella? Tu sai bene che io non ho mai chiesto vendetta; guarisci, per favore questa mia sorella».
Dio non seppe resistere alla sua bontà, e subito la guarì.

O quale felicità per noi, fratelli miei, se in mezzo ai disprezzi e alle derisioni che ci fanno, noi ci comportassimo allo stesso modo!
Quale tesoro per il Cielo!
No, fratelli miei, fino a che non ci vedranno fare del bene a coloro che ci disprezzano, e preferirli perfino ai nostri amici, e non opporre ai loro oltraggi se non bontà e carità, noi non saremo affatto del numero di coloro che Dio ha destinato al Cielo.

Sapete, invece, chi siamo? Ecco.
Noi facciamo come quei soldati, che, fino a che non c’è pericolo, sembrano invincibili, ma che, al primo pericolo, prendono la fuga; allo stesso modo, fino a che ci adulano per il nostro modo di comportarci, e lodano le nostre buone opere, noi crediamo che nulla ci può far cadere; ma poi, basta un nonnulla a farci crollare e lasciare tutto.

Mio Dio, com’è cieco l’uomo, allorchè si crede capace di qualche cosa, mentre non è capace di altro se non di tradirti e di perdersi!
E io dico, fratelli miei, che niente è più capace di convertire coloro che fanno a pezzi la nostra reputazione, della dolcezza e della carità.
Essi non possono resistervi. Anche se fossero induriti, e avessero già posto il sigillo alla loro riprovazione, essi resteranno comunque tutti confusi, e se ne andranno come disperati: eccovene la prova.

Si racconta che san Martino aveva con sè un chierico, fin dalla sua fanciullezza. Sebbene avesse fatto tutto il possibile, per allevarlo per bene nel servizio di Dio, quello era divenuto un vero libertino, uno scandaloso; non c’era ingiuria ed oltraggio, che non facesse al suo santo vescovo.

Ma san Martino, invece di scacciarlo da casa, come meritava, gli dimostrò una carità così grande, che sembrava quasi che moltiplicasse le sue cure, in proporzione degli insulti che riceveva.

Ad ogni istante spargeva lacrime, ai piedi del suo Crocifisso, per sollecitare la sua conversione.
Tutt’a un tratto, il giovane apre gli occhi; considerando da un lato, la carità del suo vescovo, e dall’altro le ingiurie con cui lo aveva sommerso, corse a gettarsi ai suoi piedi, per chiedere perdono.

Il vescovo lo abbraccia e benedice il buon Dio per aver avuto pietà di quella povera anima.
Quel giovane divenne per tutta la vita un modello di virtù, e venne considerato un santo.
Prima di morire, egli ripeteva continuamente che la pazienza e la carità di Martino, gli erano valse la grazia della conversione.

Sì, fratelli miei, ecco che cosa faremmo anche noi se, invece di rendere ingiuria per ingiuria, avessimo la fortuna di non opporre che dolcezza e carità.
Ahimè! se i santi non avessero l’occasione di essere disprezzati, essi la cercherebbero: eccovene la dimostrazione.

Leggiamo nella vita di sant’Atanasio, che una signora, desiderando lavorare per guadagnare il Cielo, andò a trovare il vescovo e gli chiese uno dei poveri che egli nutriva con le sue elemosine, per prendersene cura a casa sua, «perchè, diceva, vorrei che la mia pazienza si esercitasse un po’».

Il santo vescovo le mandò una donna che era estremamente umile, e non poteva accettare di essere servita da quella signora.
Ogni volta che le rendeva qualche servizio, ella le rivolgeva mille ringraziamenti. Non contenta per tutti quei ringraziamenti, la signora, tutta triste, va a trovare il vescovo, dicendogli: «Monsignore, non mi avete servita come desideravo; mi avete dato una persona che mi copre di confusione con la sua umiltà.
Al minimo servizio che le rendo, ella si prostra fino a terra; datemi un’altro».

Il vescovo, vedendo il suo coraggio nel voler soffrire, gliene diede una che aveva un carattere orgoglioso, collerico e sprezzante.
Ogni volta che quella signoara la serviva, ella la ricopriva d’ingiurie, dicendole che aveva chiesto lei, non per prendersene cura, ma per farla soffrire. Arrivò perfino a percuoterla.
E che fece quella, fratelli miei? Ecco: più quella disprezzava la signora, più questa la serviva con premura, e senza sosta, malgrado tante pene.
Da ciò che cosa ne derivò se non che, commossa da tanta carità, quella donna si convertì e morì come una santa?

Oh! fratelli miei, quante anime, nel giorno del Giudizio ci rimprovereranno che se avessimo opposto solo bontà e carità alle loro ingiurie, esse ora sarebbero in Cielo, mentre, al contrario, bruciano per l’eternità.

Se all’inizio, fratelli miei, abbiamo detto che le croci, come tutte le miserie della vita, ci sono donate da Dio per soddisfare alla sua Giustizia, a causa dei nostri peccati, possiamo dire anche che esse sono una prevenzione contro il peccato.
Perchè Dio ha permesso che vi facessero torto, che un altro vi ingannasse? Eccovi la ragione.
E’ perchè Dio, che vede il futuro, ha previsto che il vostro cuore si sarebbe attaccato troppo alle cose della terra, e avreste perso di vista il Cielo.
Ha permesso che si oscurasse la vostra reputazione, che vi denigrassero.
E perchè questo, fratelli miei, se non perchè siete troppo orgogliosi, troppo gelosi della vostra reputazione? E’ per questo che ha permesso che foste umiliati, altrimenti vi sareste dannati.

Io affermo dunque, fratelli miei, concludendo, che non vi è nessuno così disgraziato quando si trova in mezzo alle croci, di un uomo senza religione.
A volte accusa se stesso, dicendo: «Se avessi preso quelle precauzioni, questa disgrazia non mi sarebbe successa».
Altre volte accusa gli altri: «E’ quella persona la causa dei miei mali; non lo perdonerò mai».
Egli augura la morte a se stesso, la augura all’altro.
Maledice il giorno della sua nascita; farà mille bassezze, che crederà gli siano permesse, per tirarsi fuori d’imbarazzo; ma no, la sua croce, o piuttosto, il suo inferno, lo seguirà.

Tale è la fine sciagurata di colui che soffre, senza voltarsi dalla parte di Dio, che solo potrebbe consolarlo e ristorarlo.

Ma guardate una persona che ama Dio, che desidera andarlo a vedere in Cielo: «O mio Dio, dice, le mie sofferenze sono poca cosa in confronto a ciò che i miei peccati meritano di soffrire nell’altra vita!
Tu mi fai soffrire un breve istante in questo mondo, per rendermi felice per tutta l’eternità!
Quanto sei buono, mio Dio! Fammi soffrire, fa’ che io sia oggetto di disprezzo e di orrore agli occhi del mondo, purchè abbia la felicità di piacerti: non voglio nient’altro».

Deduciamo da ciò che colui che ama Dio è felice perfino in mezzo a tutte le tempeste di questo mondo!
Mio Dio, fa’ che noi soffriamo sempre, affinchè, dopo averti imitato quaggiù, andiamo a regnare con Te, nel Cielo!

 

fonte: https://jean-marievianney.blogspot.com

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