Omnis arbor, quœ non facit fructum bonum, excidetur, et in ignem mittetur.
Ogni albero che non produce frutti buoni sarà tagliato e gettato nel fuoco.
(S. Matteo, VII, 19.)
Questa parabola, Fratello, non è difficile da comprendere. Siamo proprio noi quell’albero che Gesù Cristo ha piantato nel seno della sua Chiesa, che ha coltivato con le sue cure, le sue fatiche e le sue sofferenze: vale a dire che, con la sua morte e la sua passione, ci ha resi degni di compiere opere meritevoli di essere ricompensate per l’eternità. Ma egli minaccia di punirci nella sua ira e di gettarci all’inferno, se non facciamo il bene, cosa che potremmo fare facilmente grazie ai meriti della sua morte e passione e all’istituzione di questa santa religione, nella quale abbiamo la grande fortuna di essere nati e cresciuti. Così, Fratello, il buon Dio ha il diritto di aspettarsi da noi che compiamo opere capaci di glorificarlo e di dargli motivo di ricompensarci nell’altra vita. Noi siamo in questo mondo come quell’albero di cui parla il Salmista, dicendo che dobbiamo essere «come un albero piantato lungo le acque, che produce frutti in abbondanza e a suo tempo, capaci di rallegrare il suo padrone» (Salmo I, 3). Sì, Fratello, ogni uomo le cui azioni non sono buone, anche se non sono cattive, è almeno, agli occhi di Dio, un albero sterile, che sarà tagliato e gettato nel fuoco eterno. Ahimè! E quanti cristiani si perdono per non riflettere bene su questa verità! Sì, Fratello, questa è la vita dei cristiani, o almeno della maggior parte di essi: alcuni passano il loro tempo solo a compiere opere cattive; altri si accontentano di non compierne di cattive, ma non ne compiono di buone; altri infine ne compiono di buone, ma che non dovrebbero compiere, o che non sono adatte alla loro condizione; e pochissimi compiono opere buone che piacciono a Dio e che saranno ricompensate nell’eternità. Ma, per farvelo capire meglio, Fratello, vi mostrerò 1° la necessità che abbiamo di compiere buone opere se vogliamo salvarci; 2° quali sono le buone opere che il buon Dio vuole da noi, in generale e in particolare.
- – Voler convincervi, Fratello, della necessità di compiere buone opere, di praticare le virtù che ci competono nello stato in cui il buon Dio ci ha posto, è come voler dimostrare a un domestico la necessità di fare ciò che il suo padrone si aspetta da lui per ricevere la sua paga alla fine dell’anno. Allo stesso modo, Fratello, sappiamo molto bene che tutti noi, cristiani e nati nel seno della Chiesa cattolica, siamo sulla terra solo per fare ciò che può glorificare il buon Dio e dargli motivo di ricompensarci. Se si rimprovera a questi cristiani codardi la loro indifferenza e tiepidezza nel servizio di Dio, sia nelle preghiere che nella frequenza dei sacramenti, essi rispondono che non fanno nulla di male. Voi dite che non fate del male, il che è molto difficile da credere, e anche se non faceste del male, se non fate del bene, cioè buone opere; se non praticate le virtù che si addicono al vostro stato, non potrete evitare di essere dannati. Ascoltate san Paolo, che ha convertito tante anime a Gesù Cristo, dopo tutto ciò che ha fatto per contribuire alla gloria di Dio, dopo un’infinità di buone opere, poiché tutta la sua vita ne è stata una catena continua: «Ahimè! temo che, dopo aver insegnato agli altri ciò che bisognava fare per andare in paradiso, io stesso sarò riprovato» (I COR. IX, 27). Ascoltate ancora San Francesco di Sales, quell’uomo le cui virtù saranno ammirate per tutti i secoli: «Ahimè!», esclama, «quando penso a come ho impiegato questo tempo prezioso che il buon Dio mi ha dato solo per compiere buone opere, tremo al pensiero che non possa concedermi la sua beata eternità. Diciamo piuttosto, Fratello, che questo è il linguaggio di tutti i santi. E noi, Fratello, che non abbiamo né pietà né religione, osiamo affermare temerariamente che non facciamo del male! Mio Dio, quale cecità sulla nostra salvezza! Quanti poveri cristiani bruciano ora, che, con il pretesto di non fare del male, non si sono preoccupati di fare il bene e si sono perduti!
Sì, Fratello, anche se fosse vero che non avete quei vizi grossolani, indegni di un cristiano e persino di una creatura ragionevole; anche se non foste tra quegli avari che non perdono occasione per accumulare beni, che non hanno scrupoli a lavorare nel santo giorno della domenica e a ingannare il prossimo; se non foste un ubriacone che, con il vino, diventa meno ragionevole di una bestia bruta; e se non foste nemmeno tra quei vecchi sporchi, infami impudici, che si trascinano e si rotolano nel fango e nei piaceri di queste sporche voluttà; se tuttavia, Fratello, nonostante ciò, non fate opere buone, non entrerete mai nel regno dei cieli, perché sapete bene quanto me che, per andare in paradiso, è necessario fare bene due cose: evitare il male e fare il bene. Adempiere a uno di questi obblighi e venir meno all’altro significa non fare nulla. Ad esempio: se fai grandi penitenze e dai molto ai poveri, questo è molto bene; ma se, nonostante ciò, non eviti il male che puoi evitare; se nutri nel tuo cuore sentimenti di odio e di vendetta contro il tuo prossimo; se lo calunniate, se lo giudicate avventatamente, se lasciate che i sentimenti del vostro cuore si perdano in pensieri impuri e orgogliosi, tutte le vostre buone opere non valgono nulla, perché un solo peccato distrugge tutto il merito del bene che avete appena fatto. D’altra parte, anche se foste ben regolati nei vostri costumi, non faceste torto a nessuno, evitaste il male per quanto potete, se con tutto ciò non praticate il bene, fate solo la metà di ciò che dovete fare e, secondo Gesù Cristo stesso, non potrete evitare di essere dannati (1).
Ma, Fratello, se volete convincervi, in modo da non poter dubitare, che, nonostante non facciamo del male, se non facciamo del bene, saremo comunque perduti; ascoltate Gesù Cristo che esprime il suo giudizio solo sull’omissione delle buone opere che avremmo dovuto compiere durante la nostra vita. «Allontanatevi da me, maledetti! Andate nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per quelli che lo hanno imitato. Ho avuto fame e sete, e non mi avete dato da mangiare né da bere; sono stato malato e prigioniero, e non siete venuti a visitarmi; ero nudo, e non mi avete vestito» (MATTEO XXV, 41-43). Sant’Agostino ci dice che è come se Gesù Cristo ci dicesse: «No, no, miseri peccatori, non è solo per ciò che credete che vi condanno, né per aver commesso grandi crimini; perché, se aveste compiuto buone opere, con esse li avreste cancellati e se aveste riscattato i vostri peccati con l’elemosina, come avreste potuto fare, non vi avrei mai condannato. Ma poiché avete trascurato di compiere buone opere e non avete fatto il bene che volevo da voi, vi ripudio e vi condanno alle fiamme eterne. Andate, infelici, avete vissuto senza fare del bene, allontanatevi da me; non vedrete mai il mio volto, che avrebbe reso completa la vostra felicità in cielo. Volete un’altra prova che ci dimostri, nel modo migliore possibile, la necessità di compiere buone opere per andare in cielo? Ascoltate Gesù Cristo: «Venite, benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno che vi è stato preparato fin dalla fondazione del mondo; perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere; sono stato in prigione e malato e mi avete visitato; ero nudo e avete avuto la carità di coprirmi» (Ibid. 34-36).
Cosa dobbiamo concludere da tutto questo, Fratello? Nient’altro, se non che, se non compiamo buone opere, anche se non facciamo del male, non potremo che andare perduti. Inoltre, vediamo che il nostro divino Salvatore ci paragona ora a un contadino che semina per raccogliere, che raccoglie solo se semina e che non raccoglie nulla se non semina (MATTEO XIII, 24); talvolta a un fico che il padre di famiglia ha piantato nella sua vigna; lo pota, lo coltiva con cura nella speranza che dia frutti; ma, vedendo che non ne porta, anche se non ne porta di cattivi, lo strappa e lo getta nel fuoco (Luca XIII, 7). Altre volte, Gesù Cristo paragona il paradiso alla paga che si dà a un operaio che ha compiuto il suo compito (MATTEO XX, 1). Ditemi, non è forse questo un chiaro segno che Gesù Cristo darà il suo paradiso solo a coloro che lo hanno meritato con le loro buone opere? Guardate Gesù Cristo, che è il nostro modello: c’è stato un solo istante della sua vita in cui non abbia lavorato per compiere buone opere, per convertire le anime al Padre suo e per soffrire? E noi, miserabili come siamo, vorremmo che non ci costasse nulla? No, no, Fratello, non sarà così. O faremo buone opere, o saremo dannati, anche se non facessimo nulla di male.
Ora, Fratello, guardate le buone opere che avete compiuto. Le avete compiute solo per Dio, in modo che il mondo non c’entrasse nulla, e non vi siete mai arrabbiati per averle compiute a causa di quei pochi ritorni di ingratitudine che avete dovuto sopportare? Vi siete mai applauditi interiormente per il bene che avete fatto al prossimo? Perché, se tutto questo vi è successo, o non avete fatto nulla, o dovete considerare tutto come nulla, perché ne avete già perso la ricompensa. Sapete, Fratello, quale decisione dovete prendere? Se non avete fatto nulla, o se ciò che avete fatto è perduto per qualche visione umana, iniziate subito, affinché alla morte possiate ancora trovare qualcosa da presentare a Gesù Cristo affinché vi dia la vita eterna. – «Ma», mi direte forse, «ho fatto solo del male durante tutta la mia vita; sono solo un albero cattivo che non può più portare buoni frutti». – Fratello, questo è ancora possibile e ve lo insegnerò. Cambiate questo albero di terra, annaffiatelo con altra acqua, concimatelo con altri fertilizzanti, e vedrete che porterà buoni frutti, anche se finora ne ha portati di cattivi. Se questo albero, che siete voi, è stato fertile di orgoglio, avarizia e impurità, con la grazia di Dio potete fare in modo che i suoi frutti diventino abbondanti di umiltà, carità e purezza. Fate di voi stessi come la terra che, prima del diluvio, attingeva dal suo seno l’acqua per irrigarsi (GEN. II, 6), senza ricorrere alle nuvole del cielo per darle fertilità. Allo stesso modo, Fratello, attingete dal vostro cuore quest’acqua salutare che ne cambierà le disposizioni. L’avevate innaffiato con l’acqua fangosa delle vostre passioni; ebbene, ora innaffiatelo con le lacrime del pentimento, del dolore e dell’amore, e vedrete che smetterete di essere un albero cattivo per diventare uno che porterà frutti per la vita eterna.
Per dimostrarvi, Fratello, che ciò è possibile, ecco un esempio ammirevole nella persona di Santa Maddalena. Vedete, secondo Gesù Cristo stesso, quanto fosse un albero cattivo, e poi quanto la grazia l’abbia resa un albero buono, che ha portato frutti buoni in abbondanza. San Luca ci dice che «era una peccatrice, e nota come tale in tutta la città di Gerusalemme» (LUC. VII, 37). Lascio a voi il compito di riflettere sul significato di queste parole, uscite dalla bocca di Gesù Cristo stesso. Era una ragazza nata con passioni molto vivaci, una bellezza straordinaria, grandi ricchezze: tutte cose che sono come un fuoco che accende ancora di più le passioni, le alimenta e le alimenta continuamente. Aveva un grande fascino per i piaceri del mondo, un gusto estremo per la moda e un grande desiderio di piacere; tanto che i suoi pensieri e tutte le sue cure erano rivolti a questo. Un’aria poco modesta annunciava già in anticipo che la sua innocenza non avrebbe tardato a naufragare. Vanitoso idolo del mondo, cerca per quanto può di compiacerlo, sia con i suoi sguardi infiammati da un fuoco impuro che esce dal profondo del suo cuore, sia con tutti i suoi modi di fare e quell’aria effeminata che appare sulla sua fronte. Tutto ciò preannuncia un albero che può portare solo frutti cattivi. Accoglie con incredibile compiacenza gli sguardi profani dei mondani; accoglie con amor proprio le insipide lodi degli uomini; ama esibirsi, con una gioia che va oltre ogni comprensione, nelle assemblee dell’alta società. Essendo di grande bellezza, possedendo grandi ricchezze, giovane e ben fatta; tutti, a quanto pare, avevano cuore e occhi solo per lei. I balli, gli spettacoli e la cura di piacere a tutti costituiscono tutta la sua occupazione. Se si reca tra i fedeli nei luoghi destinati alla preghiera, vi si reca con sollecitudine, non per piangere i suoi peccati, come avrebbe dovuto fare, ma, molto meglio, per porsi come un idolo, per vedere e, ancora di più, per essere vista e ammirata. In questo modo, sembra voler contendere a Dio stesso i cuori e l’onore che spetta solo a lui. Alla fine, arriva al punto di diventare motivo di scandalo per tutta la città di Gerusalemme. Le conversazioni con i giovani, gli abbracci, le chiacchiere poco modeste, le corruzioni a cui si abbandona finiscono per farla considerare solo come una ragazza di cattiva vita. Finisce per essere evitata e disprezzata da tutte le persone perbene. Tutti gli abitanti della città la chiamano solo la donna peccatrice e scandalosa. Concorderete con me che questo è un albero molto cattivo; se siete arrivati a questo punto, non c’è quasi nessuno che l’abbia superato. Ahimè, Fratello, quale frutto di orgoglio non ha portato quella testa abbellita e ornata con tanta cura? Ahimè, quanti frutti di corruzione non ha prodotto quel cuore marcio e bruciato da un fuoco impuro? E così anche tutte le altre passioni che la dominavano. Credo, Fratello, che sia piuttosto difficile trovare un albero più cattivo. Ebbene! Fratello, vedrete che se vogliamo prestarci alla grazia, che non ci mancherà mai più di quanto sia mancata a Maddalena, per quanto miserabili siamo, possiamo cambiare il nostro albero, che finora ha portato solo frutti cattivi; possiamo farlo portare frutti buoni, se solo vogliamo prestarci alla grazia che viene in nostro soccorso. Da cattivi cristiani, possiamo diventare buoni e portare frutti degni della vita eterna, come vedremo nel ritorno di Maddalena.
San Girolamo ci dice che, mentre Maddalena era così abbandonata a tutti i suoi disordini, la notizia dei tanti miracoli che il Salvatore compiva guarendo i malati e risuscitando i morti riempiva di stupore tutta la Giudea; tutti si affrettavano a vedere un uomo così straordinario. Maddalena, per sua fortuna, era tra questi. Le prime parole che udì uscire dalla bocca del Salvatore furono la parabola del figliol prodigo e quella del Buon Pastore. Si riconobbe veramente in quel figliol prodigo e riconobbe il Salvatore come il Buon Pastore. I tratti della grazia erano troppo vividi e penetranti perché lei non ne sentisse il tocco. Al racconto di queste parole si commosse e si commosse fino alle lacrime. Se tanti prodigi che lei stessa ha visto e sentito la riempiono di stupore, la grazia la trasforma completamente, trasformando un albero molto cattivo in uno molto buono, che deve portare frutti eccellenti. Ma ciò che la distacca definitivamente da se stessa e dal peccato, spezzando tutto ciò che poteva trattenerla, è stata la grande bontà di Dio verso i peccatori. Ah! Fratello, quanto è potente la grazia quando trova un cuore ben disposto! Ecco che comincia a non pensare e ad agire più allo stesso modo, la grazia la perseguita, i rimorsi della sua coscienza la tormentano, sente il suo cuore spezzarsi dal dolore per i suoi peccati; i suoi occhi, che un tempo erano così accesi dal fuoco impuro e sapevano così bene accenderlo nel cuore degli altri, cominciano a versare lacrime amare. Poiché il suo cuore era stato il primo ad assaporare i piaceri del mondo, lei vuole che sia anche il primo a provare tutto il rimorso per aver fatto del male. Da quel momento, quel grande mondo che un tempo era stato fonte di tutto il suo piacere e della sua felicità, non fa altro che infastidirla e disgustarla sempre di più. Si trova bene solo separata dal mondo e in ritiro, dove può riflettere e versare lacrime in tutta libertà. Il suo cuore si sente sempre più ferito, man mano che considera la vita che ha condotto fino ad ora, l’oltraggio che ha fatto a Dio, il numero di anime che ha perso con una vita cattiva. L’amore per se stessa, l’orgogliosa compiacenza che provava per la sua bellezza, tutti quegli omaggi profani che la lusingavano: tutto questo non è più per lei che una vanità insensata e una sorta di idolatria. Quel lusso immodesto, quei divertimenti mondani, che aveva sempre considerato come privilegi della sua età e del suo sesso, ora sono ai suoi occhi solo una vita pagana e una vera apostasia dalla sua religione. Quei sentimenti appassionati, quelle libertà indecenti, quei teneri attaccamenti, un tempo così cari al suo cuore, e tutti quei misteri di iniquità le sembrano ora solo crimini e abomini. Riconosce, versando lacrime in abbondanza, che se il buon Dio l’aveva adornata di tanti doni, era solo perché lei gli fosse più gradita. Questo le fa comprendere ancora più vivamente la sua ingratitudine e la sua ribellione. In questi conflitti interiori, viene a sapere che un illustre fariseo ha la fortuna di ospitare il Salvatore nella sua casa; ricorda tutto ciò che ha sentito dire del Salvatore: «Sì, si dice, non posso più dubitare che egli sia quel Pastore così buono e caritatevole, e che io sia quella pecora smarrita. «Ah!» esclama, «era a me che si riferiva quando parlava di quel figliol prodigo! Sì, mi alzerò e andrò a cercarlo»! Infatti, non padrona più di sé, si alza, calpesta tutte le sue piume e tutte le sue vanità; corre, o meglio la grazia, che già le infiammava il cuore, la trascina; calpestando ogni rispetto umano, entra nella sala del banchetto con aria abbattuta, i capelli, un tempo così ben pettinati e arricciati, tutti spettinati, gli occhi bassi e bagnati di lacrime, il viso confuso e arrossato; si getta ai piedi del Salvatore che era a tavola. «Ah! Maddalena, Maddalena», esclama un Padre della Chiesa, «che cosa fate e che cosa siete diventata? Dove sono quei piaceri, quella vanità e quell’amore profano?». Ah! No, no, Fratello, non più Maddalena peccatrice, ma Maddalena penitente e fedele amante del Salvatore.
Sì, Fratello, fu in quel momento che tutto cambiò in lei; se aveva perso tante anime con una vita così scandalosa, con la sua vita penitente ne guadagnerà ancora di più di quante ne abbia perse. Non ha alcun rispetto umano, accusa pubblicamente i suoi peccati davanti a una numerosa assemblea, bacia i piedi del Salvatore, li bagna con le sue lacrime, li asciuga con i suoi capelli. No, no, Fratello, Maddalena non è più Maddalena, ma una santa amante del Salvatore. «No, no, Fratello», ci dice sant’Agostino, «in Maddalena non c’è più vanità, non c’è più piacere, non c’è più amore profano, tutto in lei è santo e puro». «Sì, Fratello», ci dice questo grande santo, «quei profumi così ricercati che lei aveva dedicato al lusso, quei capelli così ben acconciati e ornati, quegli occhi animati da un fuoco così pericoloso, tutto questo è ora purificato dalle lacrime». «Ah! Fratello», ci dice, «chi potrebbe farci conoscere ciò che accade nel suo cuore? Tutti coloro che sono stati testimoni di questo gesto di generosità la ridicolizzano, la trattano da pazza, la biasimano e la condannano, tranne Gesù Cristo stesso, che sa bene che è stata la sua grazia a compiere tutto in lei». Ne è così commosso che non le parla affatto dei suoi peccati, ma prova un singolare piacere nel lodare tutto il bene che ha fatto, e questo davanti a tutti: «Va’», le dice teneramente il Salvatore, «i tuoi peccati ti sono perdonati, non piangere più».
Vediamo quindi che, se il buon Dio fu così misericordioso con lei, lei fu una delle più fedeli a tenergli compagnia durante la sua Passione; non può più lasciarlo; si getta ai piedi della croce (GIOVANNI XIX, 25); mescola le sue lacrime con l’adorabile sangue di Gesù Cristo. Dopo la morte del Salvatore, tornata a cercarlo nella sua tomba, non avendolo trovato, si rivolge al cielo e alla terra, agli angeli e agli uomini; deve trovarlo, a qualsiasi prezzo. Il Salvatore, vinto dal suo amore, non può più nascondersi a questa grande santa penitente. Si mostrò per primo a lei per dirle che era risorto, come aveva detto loro (Ibid. XX, 17). Dopo l’Ascensione del Salvatore, gli ebrei, per odio verso Gesù Cristo che l’amava, la presero insieme al fratello Lazzaro e alla sorella Marta, li misero su una barca malandata senza timone, nella speranza di farli morire; ma fu Dio stesso a guidarla: sbarcarono a Marsiglia, da dove, dopo qualche tempo, Maddalena andò a ritirarsi in solitudine, per finire i suoi giorni tra lacrime e penitenza.
Ebbene, Fratello, non concordate con me che un albero che ha portato frutti molto cattivi, con la grazia di Dio può portarne di molto buoni, degni di piacere a Dio e di essere ricompensati per l’eternità? Voi, Fratello, che avete portato frutti cattivi come Maddalena; che vi siete lasciati andare e avete commesso molti peccati; che, forse, nella vita della peccatrice Maddalena, riconoscete di aver fatto tutto questo; ahimè, Fratello, piangete! Quanti peccati di superbia, vanità, avarizia, vendetta e impurità! Ahimè, mio Dio, quanti ne vedremo nel giorno del giudizio, che non sono mai apparsi agli occhi del mondo, ma agli occhi di Dio, al quale nulla è nascosto. Ehi, Fratello, se come Maddalena avete portato frutti cattivi, chi vi impedisce ora di portarne di buoni? Come Maddalena, avete ascoltato il racconto della parabola del figliol prodigo (Luca XV, 11-32), in cui vi riconoscete perfettamente come quel peccatore; avete ascoltato, come Maddalena, il racconto della parabola del Pastore che va in cerca della sua pecora smarrita (Ibid. 3-7), non mancherete di dire a voi stessi: è me stesso che Gesù Cristo cerca con la sua grazia, che mi dà tante volte il pensiero di convertirmi. Perché non dovreste fare come Maddalena, dal momento che sentite la vostra coscienza che grida e la grazia che viene in vostro soccorso per farvi cambiare il vostro modo di vivere? Perché ancora, dopo esservi riconciliati con il buon Dio attraverso la grazia del sacramento della Penitenza, non dovreste fare come Maddalena, che, non contenta di aver abbandonato il male, si è legata al buon Dio con tutto il cuore e per tutta la vita? Credete che vi manchi la grazia? No, Fratello, no, la vostra anima è preziosa agli occhi di Dio quanto quella di Maddalena e, di conseguenza, siete sicuri che non vi mancherà mai la grazia per convertirvi e perseverare.
- – In secondo luogo, Fratello, leggiamo nella Sacra Scrittura che il Signore diceva al suo popolo, parlando della necessità di compiere buone opere per piacergli ed essere annoverati tra i santi: «Le cose che vi chiedo non sono al di sopra delle vostre forze; per farle non è necessario elevarsi fino alle nuvole, né attraversare i mari; tutto ciò che vi comando è, per così dire, sotto le vostre mani, nel vostro cuore e intorno a voi» (DEUT. XXX, 11-14). Posso benissimo, Fratello, ripetervi la stessa cosa: è vero che non avremo mai la felicità di andare in paradiso se non compiamo buone azioni; ma non spaventiamoci, Fratello: ciò che Gesù Cristo ci chiede non sono cose straordinarie, né al di sopra delle nostre possibilità, non ci chiede di stare tutto il giorno in chiesa, né di fare grandi penitenze: cioè fino a rovinare la nostra salute, né di dare tutti i nostri beni ai poveri (anche se è vero che siamo obbligati a dare ai poveri, per quanto possiamo, ciò che dobbiamo fare per compiacere Dio che ce lo comanda e per redimere i nostri peccati). È ancora vero che dobbiamo praticare la mortificazione in molte cose, domare le nostre inclinazioni. Non c’è dubbio che una persona che vive senza mortificarsi è una persona che non riuscirà mai a salvarsi. Non c’è dubbio che, anche se non possiamo stare tutto il giorno in chiesa, cosa che sarebbe una grande felicità per noi, sappiamo molto bene che non dobbiamo mai mancare alle nostre preghiere, almeno al mattino e alla sera. Ma, mi direte, ci sono molti che non possono digiunare, altri che non possono fare l’elemosina, altri che sono così occupati che spesso fanno fatica a pregare al mattino e alla sera. Come potranno salvarsi, dal momento che bisogna pregare continuamente e che è necessario compiere buone opere per andare in paradiso? – Poiché tutte le nostre buone azioni si riducono alla preghiera, al digiuno e all’elemosina, Fratello, potremo facilmente fare tutto questo, come vedrete.
Sì, Fratello, anche se abbiamo cattiva salute e siamo persino infermi, c’è un digiuno che possiamo fare facilmente. Anche se fossimo molto poveri, potremmo comunque fare l’elemosina e, per quanto grandi siano i nostri impegni, potremmo pregare il buon Dio senza disturbare i nostri affari, pregare la sera e la mattina, e persino tutto il giorno, ed ecco come.
1° Pratichiamo un digiuno che è molto gradito a Dio, ogni volta che ci priviamo di qualcosa che ci farebbe piacere fare, perché il digiuno non consiste solo nella privazione del bere e del mangiare, ma anche di ciò che più ci lusinga nel nostro gusto; alcuni possono mortificarsi nel modo di vestirsi, altri nelle visite che vogliono fare agli amici che amano vedere; altri nelle parole e nei discorsi che amano tenere; questi fa un grande digiuno, molto gradito a Dio, quando combatte il proprio amor proprio, il proprio orgoglio, la propria repulsione a fare ciò che non ama fare, o stando con persone che contrastano il suo carattere, i suoi modi di agire. Potreste frequentare quella certa compagnia senza nemmeno offendere il buon Dio, ma vi private di farlo per il buon Dio: ecco un digiuno che è molto meritevole. Vi trovate in un’occasione in cui potreste soddisfare la vostra golosità? Invece di farlo, prendete, senza farlo notare, ciò che vi conviene meno. Quando acquistate mobili o vestiti, non prendete ciò che vi starebbe meglio: ecco ancora un digiuno, la cui ricompensa vi aspetta alle porte del cielo per aiutarvi ad entrare. Sì, Fratello, se volessimo farlo, non solo troveremmo ogni giorno qualcosa da digiunare, ma anche in ogni momento della giornata.
Ma, ditemi, esiste forse un digiuno più gradito a Dio che fare e sopportare con pazienza certe cose che spesso vi dispiacciono grandemente? Senza parlare delle malattie, delle infermità e di tante altre afflizioni che sono inseparabili dalla nostra miserabile vita, quante occasioni abbiamo di mortificarci sopportando ciò che ci disturba e ci ripugna? A volte è un lavoro che ci annoia; altre volte è una persona che ci dispiace, altre volte ancora è un’umiliazione che ci costa soffrire. Ebbene, Fratello, se sopportiamo tutto questo per il buon Dio, e solo per compiacerlo, questi sono i digiuni più graditi a Dio e più meritevoli. Siete costretti, durante tutto l’anno, a lavorare a compiti molto faticosi, che spesso sembrano uccidervi, senza darvi nemmeno il tempo di respirare. Oh, Fratello, quanti tesori raccogliereste per il cielo, se voleste, facendo solo ciò che fate; se, in mezzo alle vostre pene, aveste la precauzione di elevare il vostro cuore al buon Dio, dicendogli: «Mio buon Gesù, unisco le mie pene alle tue pene, le mie sofferenze alle tue sofferenze; concedimi la grazia di essere sempre contento nella condizione in cui mi hai posto. Benedirò il tuo santo nome in tutto ciò che mi accadrà!» Sì, Fratello, se aveste la grande felicità di comportarvi in questo modo, tutta la vostra miseria, tutte le vostre fatiche diventerebbero come tanti frutti preziosi, che presentereste al buon Dio nell’ora della vostra morte. Ecco, Fratello, come ciascuno, nella propria condizione, può praticare una sorta di digiuno molto meritorio, che gli sarà ben conteggiato per l’eternità.
2° Diciamo che c’è una sorta di elemosina che tutti possono fare. Vedete quindi che l’elemosina non consiste solo nel nutrire chi ha fame e nel dare vestiti a chi non ne ha, ma sono tutti i servizi che rendiamo al prossimo, sia per il corpo che per l’anima, quando lo facciamo in spirito di carità. Quando abbiamo poco, beh, diamo poco; e quando non abbiamo nulla, prestiamo se possiamo. Chi non può provvedere ai bisogni dei malati, beh, può visitarli, dire loro qualche parola di consolazione, pregare per loro, affinché facciano buon uso della loro malattia. Sì, Fratello, tutto è grande e prezioso agli occhi di Dio, quando agiamo per motivi di religione e di carità, perché Gesù Cristo ci ha detto che «un bicchiere d’acqua non sarà senza ricompensa» (Matteo X, 42). Vedete quindi, Fratello, che anche se siamo molto poveri, possiamo facilmente fare l’elemosina.
3° Dico che, per quanto grandi siano le nostre occupazioni, c’è un tipo di preghiera che possiamo fare continuamente, senza nemmeno distoglierci dalle nostre occupazioni, ed ecco come si fa. È in tutto ciò che facciamo, cercare solo di fare la volontà di Dio. Mi dica, Fratello, è davvero difficile cercare solo di fare la volontà di Dio in tutte le nostre azioni, per quanto piccole siano? Sì, Fratello, con questa preghiera tutto diventa meritorio per il cielo; e senza questa volontà, tutto è perduto. Ahimè! Quanti beni senza ricompensa, che ci aiuterebbero tanto a guadagnare il cielo facendo solo ciò che facciamo!
Ma, mi direte, quali sono i frutti che un padre e una madre di famiglia devono portare? – Fratello, eccoli qui. Ci sono i buoni frutti che tutti noi dobbiamo portare in generale, come l’umiltà, la carità, la purezza e così via, tutte le altre virtù che sono adatte a tutti noi. Ci sono alcuni che vorrebbero poter rimanere tutto il giorno e tutta la notte nascosti in un angolo della loro casa a piangere sui propri peccati, il che sarebbe comunque molto buono; ma i frutti più preziosi per loro sono istruire bene i propri figli, far loro conoscere, con la grazia di Dio, lo scopo per cui sono sulla terra; insegnare loro a pregare Dio con attenzione, con rispetto; è quello di non dare loro mai cattivi esempi, di parlare loro spesso delle sofferenze che Gesù Cristo ha sopportato per meritarci il paradiso, del rimpianto che avremo all’ora della morte per aver disprezzato tutto questo; è non parlare mai male della religione né del prossimo davanti a loro; è far loro concepire un grande disprezzo per i piaceri del mondo e per tutte le cose del mondo, che sono ben poche, poiché restiamo così poco sulla terra; è far loro considerare il servizio di Dio come l’unica cosa che possa consolarci in questo mondo e addolcire i nostri dolori; è far loro capire bene che, essendo sulla terra solo per Dio, non saremo mai felici se non serviamo il buon Dio con zelo e amore. È anche fare spesso digiuni ed elemosine, o altre buone opere per i propri figli, soprattutto quando si vede che sono lontani da Dio e vivono come se non avessero anime da salvare. Ecco, Fratello, i frutti che un padre e una madre devono portare e che sono gli unici che il buon Dio chiede loro. Poiché i padroni e le padrone hanno gli stessi obblighi nei confronti dei loro domestici, devono portare gli stessi frutti: cioè fare tutto ciò che i padri e le madri sono tenuti a fare nei confronti dei loro figli. In questo modo, facendo ciò, voi fate una preghiera continua, cercando solo di fare la volontà di Dio in ogni azione che avete la felicità di compiere. Un bambino che, in tutti i doveri che rende ai suoi genitori, ha in mente solo di piacere a Dio, che gli ordina di rispettare, amare i suoi genitori, prendersi cura di loro, alleviare le loro miserie o consolarli nei loro dolori o malattie, e pregare il buon Dio per loro; ecco, Fratello, i frutti preziosi che il buon Dio gli chiede, e per i quali sarà ricompensato per l’eternità.
Un contadino o un operaio che sopportano il malumore di coloro che li impiegano, che offrono le loro pene e le avversità che sopportano, con l’unico scopo di compiacere Dio e salvare le loro anime: ecco il buon frutto e la preghiera continua che Dio non lascerà senza ricompensa. Ah! Fratello, quante occasioni di merito lasciamo sfuggire, che ci condurrebbero a grandi passi in cielo, se avessimo la felicità di offrire a Dio tutte le nostre azioni; se lo pregassimo di benedire i nostri lavori, di regolare bene i nostri passi e di presiedere a tutto ciò che facciamo; se avessimo cura di conservare e rinnovare di tanto in tanto le nostre intenzioni nel nostro lavoro. Fratello, diciamo spesso a Dio: «Abbiate pietà di me! Venite in mio aiuto; mio Dio, non voglio fare altro che ciò che può piacervi». Sarete d’accordo con me che tutte queste preghiere non vi disturberanno in alcun modo nei vostri lavori; tutti questi digiuni non nuoceranno in alcun modo alla vostra salute; avete visto che possiamo fare elemosina senza avere oro né argento, e un’infinità di buone opere che ci costeranno solo un po’ di vigilanza e di costrizione.
Tuttavia, Fratello, vi dirò 1° che affinché queste opere siano meritevoli per il cielo, devono essere compiute in stato di grazia, perché sapete bene quanto me che tutte le buone opere che compiamo in stato di peccato sono morte per il cielo. È vero che possono meritare la nostra conversione, il che è già una grande felicità; ma non saranno ricompensate per il cielo; è una verità espressamente indicata nel Vangelo (MATTEO VII, 23), il che deve farci stare molto attenti a non rimanere mai nel peccato, poiché tutto il bene che facciamo non ci accompagnerà davanti al tribunale di Gesù Cristo. Ahimè, sfortunati voi che da tanto tempo marcite nel peccato, quante buone opere perdute che vi avrebbero sicuramente condotto in paradiso! Ahimè, a cosa vi servono tutti i mali e tutte le miserie della vita, se non a perdervi? O mio Dio, quanti cristiani perduti che, facendo solo ciò che fanno, si salverebbero così bene!
2° Diciamo che bisogna agire per un motivo soprannaturale: cioè per amore di Dio, in vista della nostra salvezza; perché, se agite per un motivo puramente naturale, come ad esempio: se lavorate solo per fare bene i vostri affari, guadagnarvi da vivere, nutrire e mantenere i vostri figli; questo non ha nulla di più perfetto di ciò che fanno i pagani; in questo non c’è alcuna ricompensa per il cielo. Se rendete servizio al prossimo solo perché è vostro parente o vostro amico, perché siete mossi dalla compassione per i mali che egli subisce, ma non avete in mente di piacere a Dio e la salvezza della vostra anima, il vostro lavoro e tutte le vostre elemosine saranno ben ricompensati in questo mondo, ma mai per il cielo. Ahimè, Fratello, quante buone azioni perdute! Quanti di noi, Fratello, hanno compiuto molte buone azioni, reso molti servizi al prossimo, hanno fatto anche grandi sacrifici, ma non avendo il pensiero di farlo per compiacere Dio, non ne avranno alcuna ricompensa! Sì, Fratello, se vogliamo che tutto ciò che facciamo sia ricompensato in cielo, dobbiamo avere, al risveglio al mattino, il pensiero di fare tutto ciò che faremo durante la giornata con l’unico scopo di compiacere il buon Dio e per la salvezza della nostra anima, e rinnovare questa offerta, di tanto in tanto, nel corso della giornata. Il pensiero di compiacere Dio deve accompagnarci sempre e ovunque, perché tutto ciò che facciamo, separato da questo pensiero, è perso per il cielo.
Non ho forse ragione nel dirvi che l’ignoranza sarà la causa della perdita della maggior parte dei cristiani? Ahimè, quanti cristiani hanno forse più di cinquant’anni e non hanno mai avuto questo pensiero di compiacere Dio nel fare il loro lavoro, le loro preghiere, le loro elemosine e nel rendere qualche servizio al loro prossimo! Ah! Fratello, se solo volessimo! Quanti frutti potremmo portare al cielo, se volessimo compiacere solo Dio in tutto ciò che facciamo; e ancora di più, quanti ne faremmo portare ad altri! Ne abbiamo un bell’esempio nella persona di San Dionigi. Giunto a Parigi, che era ancora immersa nell’idolatria, fece così tanto con le sue preghiere, le sue istruzioni e i suoi miracoli, che tutti quei popoli che erano solo alberi cattivi e portavano solo frutti cattivi, divennero quasi tutti alberi capaci di portare frutti per la vita eterna. I sacerdoti degli idoli, vedendo il numero di persone che convertiva, andarono dal governatore, dicendogli che un nuovo predicatore disprezzava i suoi dei e che quasi tutti gli abitanti si stavano convertendo al cristianesimo. Il governatore si adirò molto contro san Dionigi, lo fece arrestare e gettare in una prigione, dove gli fecero subire tutto ciò che la rabbia dei tiranni poteva inventare. Gli spezzarono tutto il corpo, facendo rotolare su di lui grossi pezzi di pietra. Il tiranno, dopo averlo fatto comparire nuovamente davanti al suo tribunale, gli disse con astuzia che i suoi pensieri erano molto cambiati. Il santo gli rispose che nemmeno i tormenti più orribili e la morte stessa gli avrebbero mai fatto cambiare idea. A queste parole, il giudice gli rispose solo con una raffica di colpi di frusta, muniti di punte di ferro, che gli lacerarono il corpo fino alle viscere. Era uno spettacolo degno degli angeli vedere un buon vecchio, che aveva più di centosei anni, cantare le lodi di Dio durante quell’orribile massacro. Il giudice, vedendo il suo coraggio, lo fece stendere su un cavalletto; gli aprirono tutte le ferite con unghie di ferro; poi, dopo averlo steso su una graticola, lo arrostirono a fuoco lento, cosa che egli sopportò senza mai lamentarsi. Poi lo gettarono in una fornace ardente, dove il buon Dio lo preservò dall’essere bruciato. Dopo di che fu legato a una croce, da dove predicava al popolo come da un pulpito. Il tiranno, vedendo che nulla poteva sconfiggerlo, lo condannò a essere decapitato; ed è una tradizione antica quanto la sua morte che il suo corpo, essendosi alzato, prese la testa tra le mani, percorse quasi una lega fino a quando trovò una persona che aveva convertito e cadde ai suoi piedi. Dopo tanti miracoli, preghiere e insegnamenti, quasi tutti si convertirono (2).
Ditemi: non è forse questo un albero che ha portato buoni frutti e che ne fa portare anche agli altri? Ah! Fratello, se fossimo noi stessi buoni cristiani, quanti frutti porteremmo per la vita eterna! Quanti frutti i nostri buoni esempi farebbero portare agli altri! Facciamo quindi attenzione a non trovarci tra coloro ai quali Gesù Cristo dirà: «Togliete questo albero, che non ha portato buoni frutti; tagliatelo e gettatelo nel fuoco» (MATTEO VII, 19). Ma al contrario, Fratello, cerchiamo di fare in modo che tutto ciò che facciamo o diciamo sia frutto per il cielo, con grande purezza di intenzioni, e così avremo la felicità di sentire dalla bocca stessa di Gesù Cristo queste parole: «Venite, benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno dei cieli (Ibid. XXV, 34.), perché tutto ciò che avete fatto, lo avete fatto solo per compiacermi». Questo è ciò che vi auguro…
(1) Inutilem servum ejicite in tenebras exteriores, MATTEO, XXV, 30.
(2) RIBADENEIRA, La Vie des Saints, t.X, 9 ottobre.













