Restare nella Chiesa.
La fedeltà all’Eucaristia nel tempo della prova
di p. Giorgio Maria Faré, 30 luglio 2025
UNA PREMESSA DI CONTESTO
Permettetemi, come introduzione a ciò che dirò, una riflessione di carattere personale.
A partire dal 13 ottobre 2024, si va delineando con sempre maggiore evidenza non solo l’urgenza del tema sacramentale – di cui vi ho già parlato – ma soprattutto l’importanza cruciale della questione ecclesiologica.
È la recente storia della Chiesa, infatti, a sollecitarci a un approfondimento sempre più radicale di questa realtà stupenda cui apparteniamo: la Santa Madre Chiesa. Henri de Lubac affermava con lucidità che la riflessione teologica guadagna in estensione solo sotto l’effetto della contraddizione[1].
Ebbene, eccoci qui, ogni giorno chiamati a riflettere, studiare, discernere… spinti proprio da quelle contraddizioni che, dentro e fuori, feriscono e sfigurano il volto della nostra amata Chiesa.
Davanti a tali ferite, emergono reazioni profondamente diverse. Vi è chi, scandalizzato dal male presente nella Chiesa, giunge a separarsene, fondando realtà parallele. C’è chi, riducendo la Chiesa a una mera istituzione sociopolitica, promuove soluzioni umane e boicottaggi che portano tanti a disertare i sacramenti. C’è infine chi resta formalmente dentro la comunione ecclesiale, ma con uno sguardo così critico, direi acido, da spingersi a pronunciare parole inaccettabili contro i papi, contribuendo così a delegittimare tout court l’autorità del Romano pontefice, persino di quelli santi come Giovanni Paolo II.
Tutte queste posizioni, pur diverse, condividono una tragica incapacità: quella di stare nella tensione del Venerdì Santo, di restare cioè fedeli nella passione, senza scandalizzarsi della croce. Per costoro, la Chiesa non è più madre, ma pietra d’inciampo.
In questo piccolo affresco della nostra epoca possiamo quasi scorgere, come in un’eco evangelica, le figure di allora: c’è chi impugna la spada e colpisce, come Pietro nel Getsemani; chi fugge nudo nella notte, come uno dei discepoli; chi tradisce con un bacio, come Giuda; e poi, grazie a Dio, c’è chi rimane sotto la croce come Giovanni, la Vergine Maria, e le donne che l’accompagnavano.
Ecco, carissimi, se c’è un desiderio che porto nel cuore – e che io per primo sono chiamato a imparare – è proprio questo: diventare, ciascuno di noi, dei Giovanni e delle Marie: uomini e donne capaci di restare, con fede ardente e amore fedele, ai piedi della croce. Restare lì, non per comprendere tutto, ma per compatire il Signore nella sua passione, e, con Lui, restare vicino alla sua Chiesa, oggi così ferita e oltraggiata.
Alla luce di questa premessa, è con rammarico, ma con un profondo senso di dovere verso le anime che cercano onestamente la verità, che mi trovo a dover rispondere agli interventi del dott. Andrea Cionci.
Il rammarico nasce dal vedere un dibattito così cruciale, che tocca il cuore della nostra fede e della nostra vita sacramentale, abbassato a un livello di sarcasmo e di imprecisione teologica. Il dovere, invece, mi impone di fare chiarezza, non per spirito di contesa, ma per amore della verità.
CON QUALE SGUARDO GUARDARE LA CHIESA
Nel suo podcast del 19 luglio[2] il dott. Cionci giustifica ancora una volta[3] l’uso del termine «estrattore della verità» in riferimento all’Eucaristia, con varie condizionanti in riferimento alla Magna Quaestio, ecc.
Ora, io capisco che il dott. Cionci con «estrattore della verità» non ha voluto dare una definizione teologica, capisco l’astrazione che opera… Ma è proprio questa che in quanto sacerdote e teologo non posso e non devo tollerare! L’Eucaristia non si tocca, non dev’essere coinvolta in nient’altro che non sia l’adorazione! La questione è chiusa. E qui parlo come un povero prete che si vede manipolare la realtà più sacra e importante che esista su questa terra.
L’ASPETTO EPISTEMOLOGICO DEL MESSAGGIO DEL DOTT. CIONCI
Adesso, invece, parlo come teologo, utilizzando strumenti diversi. La prospettiva del dott. Cionci non è sostenibile dal punto di vista epistemologico: una realtà sacra, come la Scrittura o l’Eucaristia, non può essere compresa al di fuori della fede. In questo contesto, il termine «epistemologico» indica il corretto modo di comprendere e, di conseguenza, di parlare di una determinata realtà, in questo caso dell’Eucaristia.
Qui non si tratta semplicemente di confutare il dott. Cionci, stiamo esplorando un tema essenziale nella nostra vita quotidiana. Ogni volta che ci approcciamo a una certa realtà, lo facciamo secondo i criteri che quella stessa realtà esige o lo facciamo in modo tale da piegare la realtà ai nostri scopi, come il dott. Cionci con l’Eucaristia? Vi invito perciò a prestare attenzione.
Leggiamo il n.12 di Dei Verbum:
«la sacra Scrittura [deve] esser letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta, per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi»[4].
Questo è un esempio emblematico di epistemologia teologica, da cui possiamo trarre spunto per comprendere perché l’approccio del dott. Cionci è maldestro (per non dire altro…). Quanto la Dei Verbumdice della Scrittura vale a maggior ragione per l’Eucaristia, la quale dev’essere compresa alla luce dello stesso Spirito Santo mediante la quale è stata istituita. Il punto di vista dello Spirito, in campo teologico, si chiama fede. O si parla dell’Eucarestia attraverso la fede o non se ne deve parlare proprio.
Facciamo un esempio chiarificatore. La comprensione più corretta e profonda del cervello è certamente quella della biologia e non quella della poesia che lo utilizza quale metafora per formulare i suoi messaggi. Un poeta non può parlare in maniera pertinente e corretta del cervello perché lo scopo della poesia non è quello di una conoscenza scientifica delle realtà organiche, ma quello di evocare immagini, sensazioni, sentimenti.
L’ASPETTO RETORICO DEL MESSAGGIO DEL DOTT. CIONCI
Anche dal punto di vista retorico, cioè circa il modo in cui viene sorretta un’argomentazione, l’intervento del dott. Cionci è scorretto.
Da una parte prende le distanze dal punto di vista teologico, affermando di non voler utilizzare termini tecnici perché non è sua intenzione dare una formulazione teologica, va bene; però allo stesso tempo basa tutta la sua argomentazione sull’importanza teologica dell’Eucaristia. Tant’è che recupera l’espressione della Lumen Gentium (n.11) che dice che l’Eucaristia è fonte e culmine di tutta la vita cristiana. Non ci siamo proprio: o si rinuncia alla teologia e non la si cita, nemmeno per caricare d’importanza la propria argomentazione; oppure, se proprio la si vuol citare, si deve anche accettare che io, da teologo, faccia le mie osservazioni.
Ma, il Nostro, la teologia la usa, e nel momento in cui la sua terminologia viene criticata su basi teologiche, si ritira affermando che il contesto «non era teologico». Spiace per chi vorrebbe altrimenti, ma non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca.
Rimanendo nell’ambito retorico, vorrei riprendere un’infelicissima espressione utilizzata dal dott. Cionci (e non solo) in riferimento all’Eucaristia e alla Messa domenicale: «Franza o Spagna purché se magna»! Per dire che alle persone interessa poco di chi governa la Chiesa, basta loro ricevere la Comunione. Per rispondere utilizzo una mail che mi è recentemente arrivata, da parte di un professore di filosofia, che per discrezione lascio nell’anonimato:
«”Franza o Spagna purché se magna” è un proverbio popolare italiano coniato nel Cinquecento, quando la nostra nazione divenne preda inerme delle mire espansionistiche delle due nazioni citate. Spesso il motto è associato al cinismo politico di Guicciardini. La frase applicata alla eucarestia è orribile, ma non allude al cibarsi, bensì all’atteggiamento pavido e dissimulato di chi cerchi la conciliazione di ciò che è inconciliabile, non per amore del vero, ma per ragiono legati al più basso utilitarismo morale»[5].
Sembra allora che l’utilizzo della frase non solo sia orribile, per il riferimento eucaristico, ma anche filologicamente scorretto, in quanto rinvia a un atteggiamento di compromesso volontario, volto a garantire a sé stessi una vita comoda e priva di inquietudini. Ora, se il dott. Cionci è consapevole di questo retroterra storico e semantico, allora ci troviamo di fronte a un’implicita valutazione di coscienza, ossia a un giudizio in foro interno sulla disposizione morale delle persone.
L’ASPETTO PROPAGANDISTICO DEL MESSAGGIO DEL DOTT. CIONCI
Io non so davvero se il dott. Cionci sia credente, ma se lo fosse, da sacerdote gli consiglierei di rivedere un po’ il suo rapporto con la dottrina e la pietà cristiana… perché egli non vede l’Eucaristia per ciò che È, ma per ciò che può FARE per i suoi scopi. Per lui, l’Eucaristia non è il fine (la comunione con Dio), ma un mezzo per un fine diverso. Siamo oltre la teologia della liberazione! Qui siamo alla ricomprensione dei sacramenti quale strumenti per generare una presa di coscienza collettiva della Magna Quaestio, come se fossimo in Matrix.
L’Eucaristia diventa uno strumento di pressione sociale, un catalizzatore per una insurrezione ecclesiale. Questo è contrario alla sua natura. Il suo scopo è la santificazione dell’anima e l’unione con Cristo, da cui poi sgorga esternamente la carità. Il dott. Cionci inverte questo: vuole usare il Sacramento per ottenere un risultato esterno (lo «svelamento della Magna Quaestio»), riducendo la sua dimensione spirituale a una funzione strategica.
La Chiesa dice che l’Eucaristia è la fonte — cioè il principio, il fondamento — e il culmine — cioè il fine — di tutta la vita cristiana, il dott. Cionci serenamente la utilizza quale strumento.
Prima ha utilizzato gli aerei, i volantini, le auto pubblicitarie, i fumetti… va benissimo, ma ora siamo arrivati a usare l’Eucaristia! Questo NO!
Andiamo avanti.
Da quanto lui stesso esprime nei suoi interventi ricaviamo che lo scopo di tutto questo disordine teologico, sacramentale, ecc. del dott. Cionci potrebbe essere riassunto così: «i cattolici dovrebbero smettere di andare a Messa sia perché è illecita (e la sua stessa validità potrebbe essere a rischio) sia come forma di militanza per poter costringere la gerarchia ad uno svelamento»[6].
Circa l’uso strumentale e «politico» dell’astensione dalla S. Messa, non posso che inorridire. Un peccato mortale (infrangere il terzo comandamento) non potrà mai essere un atto di virtù.
Anni fa c’era la pandemia, ora questa questione… mai come in questi anni l’Eucaristia ma, più in generale, il precetto domenicale sono stati così minacciati! E chi raccoglierà e ricomporrà i cocci delle anime stentate, rimaste senza cibo per anni?
Si fa presto a elaborare strategie di pressione sociale, senza considerare le ripercussioni che queste hanno inevitabilmente sulle anime… e sono conseguenze devastanti. «La Chiesa vive dell’Eucaristia» … sono le prime parole dell’Enciclica di Giovanni Paolo II Ecclesia de Eucharistia[7] e ancora, «La Chiesa vive del Cristo eucaristico, da Lui è nutrita, da Lui è illuminata» (n.6). Questo vorrà pur dire qualcosa. Stando all’italiano significa che il sostentamento della Chiesa e quindi delle anime è il SS. Sacramento.
La Chiesa non ha mai insegnato che, di fronte a un problema gerarchico, la soluzione per i laici sia abbandonare il precetto domenicale e privarsi della grazia sacramentale. Questa è una logica di ricatto spirituale, non di fede. Se l’Eucaristia è davvero «fonte e culmine», come si può proporre di tagliarsi fuori dalla fonte per dimostrare un punto? È come un medico che, per protestare contro la cattiva gestione di un ospedale, dicesse ai pazienti di smettere di curarsi.
Mi viene allora un’idea: perché non lanciare un appello pubblico? Perché il dott. Cionci non indice un digiuno – ma non eucaristico, beninteso – sul modello di quelli che organizzava Marco Pannella? Se davvero intende condurre questa battaglia su un piano laico, non sarebbe forse più coerente che fosse lui per primo a incatenarsi davanti a San Pietro, iniziando uno sciopero della fame? Sarebbe una scelta perfettamente logica, no? Se l’indagine che porta avanti è laica, utilizzi mezzi laici! E invece no: l’indagine si proclama laica, ma gli strumenti sono sacri. Anzi, lo strumento, la leva, è Dio stesso.”
Ma d’altronde vi ricordo la posizione espressa dal dott. Cionci sul precetto domenicale nel suo post del 26 marzo 2025. Leggendo un vecchio manuale di teologia morale elencava tutta una serie di motivi che scusano dal precetto (impossibilità fisica o morale, caso di danno corporale o spirituale provocato a noi stessi o ad altri, ecc.), aggiungendo poi:
«Dio non vuole che tu sacrifichi te stesso, che tu produci danno morale, spirituale, per te stesso o per gli altri, pur di andare a timbrare il cartellino della Messa dominicale. Perché ribadisco: Dio non è il mega direttore di Fantozzi»[8].
Sorvoliamo sulla bassezza delle immagini usate, cito dall’Esortazione Apostolica postsinodale, Sacramentum Caritatis, del Santo Padre Benedetto XVI:
«N. 95 All’inizio del quarto secolo il culto cristiano era ancora proibito dalle autorità imperiali. Alcuni cristiani del Nord Africa, che si sentivano impegnati alla celebrazione del Giorno del Signore, sfidarono la proibizione. Furono martirizzati mentre dichiaravano che non era loro possibile vivere senza l’Eucaristia, cibo del Signore: sine dominico non possumus. Questi martiri di Abitine, uniti a tanti Santi e Beati che hanno fatto dell’Eucaristia il centro della loro vita, intercedano per noi e ci insegnino la fedeltà all’incontro con Cristo risorto. Anche noi non possiamo vivere senza partecipare al Sacramento della nostra salvezza e desideriamo essere iuxta dominicam viventes, tradurre cioè nella vita quello che celebriamo nel Giorno del Signore. Questo giorno, in effetti, è il giorno della nostra definitiva liberazione. C’è da meravigliarsi se desideriamo che ogni giorno sia vissuto secondo la novità introdotta da Cristo con il mistero dell’Eucaristia?»[9].
I martiri di Abitine sono perciò andati contro il volere di Dio perché hanno sacrificato sé stessi? Avrebbero potuto starsene nascosti nelle loro case. Secondo i manuali di morale citati dal dott. Cionci avevano un motivo grave che li scusava — quale danno corporale maggiore del perdere la vita? — invece hanno preferito andare incontro al martirio per non saltare il precetto domenicale, confessando davanti ai carnefici sine dominico non possumus! Anche questo è timbrare il cartellino?
È necessaria da parte di tutti noi una presa di coscienza, poiché, se davvero seguiamo chiunque si presenti a predicarci un Vangelo diverso — come ammonisce san Paolo — ciò rivela una grave fragilità nella nostra fede.
Il Vangelo autentico non è tale perché lo annuncio io, ma perché è quello di sempre: il Vangelo dei martiri di Abitine, di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.
L’ASPETTO SACRAMENTALE DEL MESSAGGIO DEL DOTT. CIONCI
Questo è l’aspetto al quale dedicherò la trattazione più ampia e articolata, includendo più risposte che mi sono trovato costretto a dare per proteggere i fedeli dalla manipolazione della Verità.
Espongo qui le affermazioni sintetiche del dott. Cionci in merito alla partecipazione ai sacramenti, così come sono esposte nel PDF «Sulla validità/liceità della Messa “una cum papa Francisco”» di Andrea Cionci, messo a disposizione sui suoi social:
«Chiariamo subito la differenza tra validità e liceità.
Messa valida: la transustanziazione avviene.
Messa invalida: la transustanziazione non avviene e non vi si può partecipare.
Messa valida, ma illecita: la transustanziazione avviene, ma non vi si può partecipare».
Quella appena sopra è un’espressione sintetica che si ritrova più o meno costantemente nelle esternazioni del dott. Cionci. A seconda dei casi, a queste ha aggiunto pareri anche più radicali. In particolare ha consigliato di «sospendere il giudizio» sulla validità dei sacramenti durante il pontificato di Francesco e di Leone XIV in attesa che la Chiesa si esprima in merito alla legittimità delle loro elezioni.
Quindi, calandoci in questa ipotesi di lavoro, cioè l’esistenza di un dubbio in questo senso, vediamo quali sono le domande sollevate dalla presa di posizione del dott. Cionci:
- Se un Papa è illegittimo, i sacramenti restano validi?
- Se una Messa è illecita, è un male morale parteciparvi?
- Su quali basi si dovrebbe sospendere il giudizio sulla validità dei sacramenti?
A scanso di equivoci chiarisco subito la mia posizione, che andrò ad argomentare:
- Se un Papa è illegittimo, i sacramenti restano validi? Sì, restano validi.
- Se una Messa è illecita, è un male morale parteciparvi? No, affatto.
- Su quali basi si dovrebbe sospendere il giudizio sulla validità dei sacramenti? Non ci sono basi per farlo.
Procediamo ora a esaminare questi punti uno a uno.
SE UN PAPA È ILLEGITTIMO, I SACRAMENTI RESTANO VALIDI E SE UNA MESSA È ILLECITA NON È UN MALE MORALE PARTECIPARVI (IN ASSENZA DI CONDANNE ESPLICITE)
Contrariamente al dott. Cionci io ritengo che alla Santa Messa si debba sempre partecipare, se non vi sono condanne della Chiesa.
Questa mia convinzione poggia su fondamenta più che solide.
La prima prova, che sarebbe già di per sé sufficiente, è data dal miracolo di Moncada, avvenuto in Spagna durante il Grande Scisma d’Occidente, il quale testimonia incontrovertibilmente che i sacramenti — tutti i sacramenti — erano validi anche se celebrati in unione con l’antipapa Clemente VII.
In Appendice 1 riporto la storia del miracolo di Moncada, avvenuto nel 1392, e le sue implicazioni per rispondere al dott. Cionci.
La seconda prova è fornita, in tempi recenti, da come la Chiesa si è posta nei confronti delle celebrazioni della Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata da Mons. Marcel Lefebvre. In quel caso il tema non era la validità dei sacramenti ma la possibilità per i fedeli di assistervi per assolvere al precetto domenicale. Anche in quel caso di scisma oggettivo la Chiesa rispose affermativamente.
In Appendice 2 riporto gli elementi utili circa la vicenda della FSSPX.
PERCHÉ MAI SI DOVREBBE SOSPENDERE IL GIUDIZIO SULLA VALIDITÀ DEI SACRAMENTI?
Nel suo podcast del 23 luglio «L’autogol di Padre Faré sulla FSSPX»[10], il dott. Cionci ribadisce un punto nevralgico della sua tesi, ovvero la dubbia validità dei sacramenti celebrati in unione con un pontefice illegittimo.
Per sostenere questa posizione, il dottore è solito usare una categoria tanto confusa quanto pericolosa, quella della «Chiesa bergogliana», «Chiesa scismatica bergogliana», o «Chiesa di Bergoglio».
In un video del 25 luglio 2025 arriva a ipotizzare che quelli che lui chiama «preti bergogliani», poiché «odiano l’Eucaristia», invaliderebbero volontariamente la celebrazione, esprimendo positivamente l’intenzione di non consacrare[11].
L’espressione «Chiesa bergogliana», del tutto priva di fondamento teologico, insinua un dualismo interno alla Chiesa. Ma la Chiesa è Una, Santa, Cattolica e Apostolica. Eventuali colpe personali, anche gravi, non suddividono la Chiesa in «due chiese».
Non esistono due Chiese parallele, una «ratzingeriana» (vera e nascosta) e una «bergogliana» (falsa e visibile). Esiste un’unica Chiesa cattolica, Corpo Mistico di Cristo, di cui il Papa è il capo visibile. Eventuali errori, peccati o anche eresie di singoli membri del clero, per quanto gravi, non creano una «chiesa alternativa».
CELEBRARE «UNA CUM» UN PAPA ILLEGITTIMO INTERROMPE LA COMUNIONE CON CRISTO E CON LA CHIESA?
Questa obiezione assomiglia per certi versi alla polemica creatasi attorno al n. 39 di Ecclesia de Eucharistia, che alcuni interpretavano come se la comunione col Papa fosse un requisito indispensabile per la celebrazione eucaristica mettendone in dubbio, in quel caso, perfino la validità. Rimando a quelle spiegazioni per approfondire.
Questa obiezione però è più sottile e sfumata, non si capisce esattamente che portata le voglia dare il dott. Cionci quando afferma che le celebrazioni di oggi non realizzano la comunione con Cristo e che parteciparvi porterebbe «fuori dalla Chiesa».
LA LETTURA ERRONEA DELLE AFFERMAZIONI DI RATZINGER, DA CARDINALE E DA PAPA
Andrea Cionci chiudeva il suo podcast del 22 luglio[12] con una frase ad effetto:
«Seguite Papa Benedetto XVI, seguite quello che dice, senza la comunione con il Papa non c’è la comunione con Cristo».
Ritenendo che, se il Papa non fosse legittimo, una S. Messa celebrata in unione con lui, non produrrebbe la comunione con Cristo.
Il fulcro semantico di questa affermazione è la parola «comunione». Ma di quale comunione si parla? Sacramentale, giuridica, o morale?
La comunione con Cristo non si identifica in modo assoluto con l’unione personale col Papa. La menzione del Papa nella preghiera eucaristica non è relazione con lui in quanto individuo, ma in quanto capo visibile della Chiesa. L’intenzione è quella di esprimere visibilmente l’unità ecclesiale. Anche quando Benedetto XVI nel 2011 definisce «una cum Papa nostro» come «espressione necessaria della realtà eucaristica», si sta riferendo al piano ecclesiologico:
«L’Eucaristia è il mistero dell’intima vicinanza e comunione di ogni singolo col Signore. Ed è, al tempo stesso, l’unione visibile tra tutti. L’Eucaristia è Sacramento dell’unità. Essa giunge fin nel mistero trinitario, e crea così al contempo l’unità visibile. Diciamolo ancora una volta: essa è l’incontro personalissimo col Signore e, tuttavia, non è mai soltanto un atto di devozione individuale. La celebriamo necessariamente insieme. In ogni comunità vi è il Signore in modo totale. Ma Egli è uno solo in tutte le comunità. Per questo, della Preghiera eucaristica della Chiesa fanno necessariamente parte le parole: “una cum Papa nostro et cum Episcopo nostro”. Questa non è un’aggiunta esteriore a ciò che avviene interiormente, bensì espressione necessaria della realtà eucaristica stessa. — Intesa come “unione visibile tra tutti”— E menzioniamo il Papa e il Vescovo per nome: l’unità è del tutto concreta, ha dei nomi. Così l’unità diventa visibile, diventa segno per il mondo e stabilisce per noi stessi un criterio concreto»[13].
È quindi un discorso sull’unità visibile, non sul sacramento in quanto tale.
Nel podcast del 19 luglio il dott. Cionci aveva citato anche un passo del Card. Ratzinger del 1977:
«Poiché l’Eucaristia ha a che fare solo con Cristo, essa è il sacramento della Chiesa e per questa stessa ragione essa può essere accostata solo nell’unità con tutta la Chiesa e con la sua autorità. Per questo la preghiera per il Papa fa parte del canone eucaristico della celebrazione eucaristica. La comunione con lui è la comunione con il tutto, senza la quale non vi è comunione con Cristo»[14].
Su questa prima frase del Card. Ratzinger, non credo ci siano perplessità: «l’Eucaristia ha a che fare solo con Cristo, essa è il sacramento della Chiesa e per questa stessa ragione essa può essere accostata solo nell’unità con tutta la Chiesa e con la sua autorità». L’Eucaristia è il sacramento della comunione per eccellenza, della comunione di tutti i battezzati con il Signore e anche fra di loro. La frase che meglio sintetizza questa reciprocità è quella di De Lubac (ripresa da documenti magisteriali come il Catechismo al n. 1396 o l’enciclica Ecclesia de Eucharistia): «la Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa»[15].
Il secondo passaggio, invece, viene usato polemicamente dal dott. Cionci: «Per questo la preghiera per il Papa fa parte del canone eucaristico della celebrazione eucaristica. La comunione con lui è la comunione con il tutto, senza la quale non vi è comunione con Cristo».
La massima di Ratzinger allude per contrasto alla condizione dello scisma formale: l’atto con cui un battezzato, con piena avvertenza e deliberato consenso, rifiuta la sottomissione al Sommo Pontefice o la comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti. In questo atto c’è un “no” volontario e ostinato all’istituzione stessa del Papato come voluta da Cristo. È qui che si spezza il vincolo visibile e, di conseguenza, si oscura e si deforma quello invisibile con Cristo.
L’errore capitale del dott. Cionci è applicare questa diagnosi a una condizione radicalmente diversa: quella del fedele che vive in uno stato di profonda crisi di coscienza sulla legittimità di chi occupa la Sede di Pietro. Un tale fedele non sta dicendo «non voglio un Papa», ma sta chiedendo angosciato «chi è il Papa?». La sua intenzione non è quella di rompere la comunione, ma al contrario, di preservare la vera comunione con il vero successore di Pietro.
Confondere un possibile errore di giudizio (un errore dell’intelletto) con un atto di ribellione (un peccato della volontà) è una grave forzatura morale. La mia posizione non nega il principio esposto da Ratzinger; ma ne contesta l’applicazione meccanica e spietata a un caso di coscienza che quel principio non contemplava.
Ratzinger non intendeva dire che la comunione con il vicario di Cristo è il TUTTO del sacramento nel senso stretto inteso dall’interpretazione del dott. Cionci. Ed è proprio vera la frase che egli dice in conclusione del podcast del 19 luglio[16], facendomi il verso ironicamente:
«anche se non c’è la comunione con il Papa, perché il Papa non è il Papa, va bene lo stesso, c’è ugualmente la comunione con Cristo».
Esatto è proprio così: anche se non c’è la comunione col Papa, siccome il Papa non è la Chiesa intera, «va bene lo stesso», nel senso che il Sacramento è valido.
La figura del Papa è stata investita di un’assolutezza che non gli è mai appartenuta e questo per un fine utilitaristico, per esasperare una questione e rendere inaccettabile la Chiesa, così per come si presenta attualmente. Ma non è così.
Il fine del Sacramento non è la comunione con il Papa, se lo fosse allora sì che l’Eucaristia perderebbe il suo senso se la sede apostolica fosse vacante o se seguissimo un antipapa. Il fine del sacramento è la comunione con Cristo e con la Chiesa intera.
Il dott. Cionci invece interpreta al rovescio il senso del sacramento e il ruolo del Papa e crede che se manca la comunione con quest’ultimo non vi sia la comunione con Cristo! Qui siamo ad affermazioni dogmatiche innovative! Questa visione così umanamente gerarchica, per cui tutto si faccia dipendere da un solo uomo, è «comoda», ma è falsa.
Consideriamo due scenari ipotetici:
Durante la vacanza della sede apostolica che segue la morte di un Papa legittimo non c’è un Papa con cui essere in comunione, ma la comunione con Cristo è reale e nella preghiera eucaristica si celebra in unione con la Chiesa, senza fare il nome di un Papa.
Se si presume che sul soglio di Pietro sieda un Papa illegittimo: la menzione nella preghiera eucaristica non è comunione fisica con quella persona, ma espressione visibile dell’unità ecclesiale. Se l’Eucaristia è validamente consacrata, siamo comunque in comunione con Cristo, perché egli è realmente presente.
In entrambi i casi, la comunione con Cristo si realizza.
A questo punto, prevedo l’obiezione del dott. Cionci: «Ah, certo! Pur di ricevere l’Eucaristia, sareste disposti a entrare in comunione anche con un antipapa!».
Ma è proprio qui che sorge la mia domanda: di quale «comunione» stiamo parlando?
Ripeto nuovamente: l’unione con Cristo, nella S. Messa, non si identifica con l’unione personale col Papa e la menzione del Papa nella preghiera eucaristica non esprime l’unione col Papa in quanto persona fisica ma in quanto capo visibile della Chiesa.
L’unione con Cristo, nella normalità ecclesiale, passa visibilmente e normativamente per la comunione con la Chiesa, espressa dalla sua gerarchia visibile. In questo senso va interpretata l’espressione di Benedetto XVI «espressione necessaria della realtà eucaristica stessa». L’unione con la Chiesa è espressione della realtà eucaristica. La realtà eucaristica è il fondamento e si esprime nell’unione della Chiesa, formalizzata nella preghiera una cum.
È chiaro che l’una cum della preghiera eucaristica non ha lo stesso livello di realtà o sostanzialità della transustanziazione.
Non credo che il dott. Cionci sostenga, come alcuni, che comunicarsi una cum un Papa illegittimo significhi entrare in una relazione di comunione fisica con lui, quasi fosse presente nell’ostia. Di conseguenza, l’unica conclusione logica è che, se l’Eucaristia è valida, noi entriamo innanzitutto e principalmente in comunione con Gesù Cristo, l’unico a essere sostanzialmente presente nell’Ostia consacrata.
Il fatto di celebrare una cum un Papa illegittimo non altera la sostanza del Sacramento, non lo corrompe né lo degrada. La conferma ci viene dal citato caso del miracolo di Moncada.
L’USO IMPROPRIO DEL CAN. 841 DEL CODICE DI DIRITTO CANONICO
Il dott. Cionci, nel tentativo di sostenere la sua tesi sulla sospensione del giudizio riguardo la validità dei Sacramenti compie un’operazione scorretta, cercando appiglio nel canone 841, ma citandolo in modo decontestualizzato e contrario alla sua stessa natura giuridica e teologica. L’argomentazione presentata è fallace per diversi motivi fondamentali. Vediamolo:
Can. 841 – Poiché i sacramenti sono gli stessi per tutta la Chiesa e appartengono al divino deposito, è di competenza unicamente della suprema autorità della Chiesa approvare o definire i requisiti per la loro validità e spetta alla medesima autorità o ad altra competente, a norma del can. 838, §§3 e 4, determinare quegli elementi che riguardano la loro lecita celebrazione, amministrazione e recezione, nonché il rito da osservarsi nella loro celebrazione.
Cosa dice realmente il can. 841: Questo canone stabilisce una gerarchia di competenze. Afferma che solo la suprema autorità (il Romano Pontefice e il Collegio dei Vescovi unito a lui) ha il potere di stabilire o modificare i requisiti essenziali per la validità di un sacramento (es. materia, forma, intenzione del ministro). Questa è una norma a garanzia dell’universalità e dell’origine divina dei sacramenti, per evitare che qualsiasi Vescovo o conferenza episcopale possa alterarne la sostanza.
Cosa NON dice il can. 841: Il canone non implica affatto che la validità dei sacramenti sia «sospesa» o «dubbia» fino a una futuro pronunciamento papale. I requisiti per la validità sono già stati definiti dal Concilio di Trento e sono in vigore da cinque secoli. Un sacramento celebrato oggi è valido o invalido sulla base delle leggi e della teologia sacramentale che la Chiesa ha oggi, non sulla base di una ipotetica e futura sentenza.
L’argomento del dott. Cionci è un “non sequitur“: dal fatto che il Papa ha l’autorità di definire la validità, non ne consegue che i sacramenti attuali siano di validità dubbia. Al contrario, proprio perché l’autorità li ha già definiti, e il clero li celebra secondo le norme vigenti, essi sono da ritenersi validi.
Inoltre, ribadisco, la validità dei Sacramenti non dipende dalla legittimità del Pontefice: la teologia sacramentale cattolica si basa sul principio dell’ex opere operato. Ciò significa che il sacramento conferisce la grazia in virtù dell’azione compiuta, a prescindere dalla santità o, in questo caso, dalla presunta legittimità del Papa menzionato nel canone della Messa. Il ministro (il sacerdote) agisce in persona Christi e in nomine Ecclesiae. L’intenzione richiesta al ministro è quella di «fare ciò che fa la Chiesa». Un sacerdote che celebra la Messa secondo il Messale Romano intende inequivocabilmente fare ciò che la Chiesa ha sempre fatto.
L’argomentazione del dott. Cionci sul can. 841 non è un’analisi canonica, ma un sofisma costruito per sostenere un preconcetto. Egli decontestualizza un canone, crea una falsa analogia, si basa su un’ecclesiologia inventata («Chiesa bergogliana») e ignora principi cardine della teologia sacramentale e del diritto canonico.
Non ha alcun senso sostenere che un futuro Pontefice userà il can. 841 per dichiarare retroattivamente validi o invalidi i sacramenti celebrati in questi anni. Un tale atto sarebbe senza precedenti, teologicamente mostruoso e pastoralmente devastante. La validità dei sacramenti si fonda sulla promessa di Cristo e sulla prassi bimillenaria della Chiesa, non sulle mutevoli teorie di un’indagine giornalistica. I fedeli possono e devono accostarsi ai sacramenti con assoluta fiducia, perché è Cristo che agisce in essi, non un uomo.
LA LETTURA MUTILATA DELL’ENCICLICA MYSTICI CORPORIS CHRISTI
Un altro pilastro dell’attacco è l’enciclica di Pio XII. Il dott. Cionci la riduce a un arido elenco di tre condizioni per essere membri della Chiesa, per poi concludere che chi non riconosce la legittimità di Bergoglio e di Prevost come papi, se partecipasse alle Messe celebrate in unione con questi «pastori illegittimi», andrebbe «fuori dalla Chiesa».
Per di più sottolinea che io stesso, come Sacerdote, conduco le anime fuori dalla Chiesa perché asserisco che si debbano frequentare i Sacramenti anche qualora fossero celebrati illecitamente e che per questi errori, nei quali dice che sono molto ostinato, dovrei fare ammenda.
Tralasciamo i giudizi alla mia persona e concentriamoci sulle argomentazioni del dott. Cionci. Ancora una volta, si tratta di una sua lettura parziale che ignora i passaggi più importanti del testo della Mystici Corporis per il nostro caso.
Pio XII, con mirabile equilibrio, dopo aver elencato le tre condizioni (Battesimo, professione di fede, sottomissione all’autorità), si affretta a precisare:
«Poiché non ogni delitto commesso, per quanto grave, è tale che di sua natura (come lo scisma, l’eresia, l’apostasia) separi l’uomo dal corpo della Chiesa. Né si estingue ogni vita in quelli che, pur avendo perduto col peccato la carità e la grazia divina […] conservano tuttavia la fede e la speranza cristiana»[17].
Il Papa distingue chiaramente i tre peccati che, di loro natura, recidono dal Corpo, da tutti gli altri peccati, anche gravi. Un errore di fatto sulla persona del Papa, non motivato da spirito di ribellione ma da amore per la verità del Papato, non rientra in nessuna di queste tre categorie.
Inoltre, Pio XII parla con accorata carità dei “membri infermi” della Chiesa e ammonisce:
«Aborriscano quindi tutti il peccato […] ma chi, dopo aver miseramente mancato, non si rende con la propria ostinatezza indegno della comunione dei fedeli, sia ricevuto con sommo amore, e in lui si ravvisi con carità fattiva un membro infermo di Gesù Cristo»[18].
L’approccio del dott. Cionci è l’esatto contrario di questa carità pastorale. È un approccio legalistico ma soprattutto ideologico, poiché usa l’enciclica impropriamente per sostenere la propria tesi, mentre Pio XII l’ha concepita, come abbiamo visto, con grande equilibrio e sapienza.
LA CHIESA COME SISTEMA APERTO
Come insegna anche il diritto canonico, i soggetti della suprema autorità sono due: il Papa e il Collegio dei Vescovi. Anche se il Papa non fosse legittimo, l’altro polo dell’autorità resta presente. Walter Kasper spiega che:
«Se l’unità della Chiesa fosse basata su un solo “principio”, dovrebbe diventare totalitaria. Se, invece, l’unità si basa su “principi” relativamente diversi e sulla loro “interazione”, la Chiesa è un sistema aperto»[19].
E Michel de Certeau:
«Da qui l’impossibilità per ciascuno di essere il tutto, il «centro» o l’unico. […] In quanto autorità, né il Papa, né la Scrittura, né l’una o l’altra tradizione, sono sufficienti; le altre le mancano. La sua relazione necessaria agli altri fa e dice la natura della sua relazione all’Altro che l’autorizza. […] Solo la connessione dei testimoni, dei segni o dei ruoli diversi enuncia una “verità” che non può essere ridotta all’unicità di un membro, di un discorso o di una funzione. Dato che questa “verità” non appartiene a nessuno, essa è detta da molti»[20].
Questo mostra che la comunione ecclesiale non dipende da un solo principio. È la rete delle relazioni nella Chiesa a costituire l’ambito dove si comunica Cristo. E in questo ambito, la celebrazione dell’Eucaristia conserva tutto il suo valore, anche in condizioni ecclesiali complesse o irregolari.
IL PREZIOSO CONTRIBUTO ECCLESIOLOGICO DI S. AMBROGIO
All’inizio di questo testo, consideravamo l’importanza di saper restare sotto la croce insieme alla Vergine Maria. Già ai tempi di S. Ambrogio — siamo nel IV secolo — la Chiesa aveva i suoi problemi e certuni ne rimanevano scandalizzati.
Tant’è che, qualche decennio dopo, Sant’Agostino utilizzò il nome di Chiesa permixta per indicare la coesistenza del grano e della zizzania, coesistenza che esercitò su alcuni la tentazione di raccogliere e dividere prima del tempo. Da qui il termine coniato da S. Ambrogio Ecclesia casta meretrix (casta meretrice), dove meretrix – come spiega il Card. Biffi – rimanda non tanto alla prostituzione strictu sensu ma alla sua maternità nei confronti di tutti gli uomini[21].
- Ambrogio usa un paragone stupendo per parlare degli alti e bassi che la Chiesa vive nella sua storia:
«La Chiesa, come la luna, spesso scompare e rinasce, ma per effetto di queste sue scomparse è cresciuta e ha meritato di ingrandirsi, mentre sotto le persecuzioni si rimpiccioliva e dal martirio dei confessori veniva incoronata. Questa è la vera luna, che dalla luce perenne di suo fratello deriva il lume dell’immortalità e della grazia. La Chiesa rifulge non della propria luce, ma di quella di Cristo e prende il proprio splendore dal Sole di giustizia… Veramente beata sei tu, o luna, che hai meritato una significazione tanto ammirevole! Perciò mi avventuro a dirti beata, ma non per i tuoi noviluni, bensì perché sei simbolo della Chiesa; in quelli sei serva, in questo sei oggetto d’amore»[22].
Il paragone è stupendo perché, da una parte, descrive le fasi calanti, negative e buie della Chiesa, dall’altra rimanda all’unica ragione della sua luce e quindi della sua santità: Nostro Signore. Le due cose stanno insieme in un modo misterioso e non è nostro compito forzare la realtà per cercare di separare questi due aspetti. Perché non è possibile separarli? Perché la Chiesa è il Corpo Mistico di Cristo e come Cristo stesso la sua costituzione è umano-divina (teandrica). Questi due non solo non si possono separare, ma finché siamo su questa terra non si possono nemmeno chiaramente distinguere.
- Ambrogio, sempre nell’Exameron scrive: «La Chiesa ha le sue fasi… Sembra venir meno come la luna, ma non è così. Può nascondersi, non può venir meno…»[23].
E in effetti, a quanti oggi la Chiesa appare talmente nascosta da sembrare esanime? Ma tutto ciò fa parte della sua vita. La Chiesa è battuta, sembra moribonda, è chiamata a lottare contro le potenze del male ma, dice S. Ambrogio:
«non vince le potenze avverse con le armi del mondo, ma con le armi spirituali che hanno la forza di Dio e sono in grado di distruggere i baluardi potenti degli spiriti del male… Arma della Chiesa è la fede, arma della Chiesa è la preghiera che vince l’avversario»[24].
Qualcuno vorrebbe affrontare le potenze del male privando la Chiesa delle sue armi, utilizzando al loro posto strategie mondane. Forse non ci si rende conto che privando la Chiesa delle uniche armi di cui dispone — i sacramenti— al posto che farla sopravvivere come si crede, la si porta rapidamente alla rovina! Non ci si accorge dell’assurdità di tutto questo irragionevole modo di procedere?
E poi, occorre cautela con i giudizi sulla fruttuosità della Chiesa. È facile dire che la Chiesa sia infeconda, ma anche se la Chiesa potrebbe a taluni apparire sterile è perché — citando ancora S. Ambrogio: «non genera cose mondane né presenti, ma future; cioè, non quelle visibili, ma quelle invisibili»[25].
Non sappiamo quali frutti stia producendo la Chiesa in questo periodo, per la gloria di Dio! Pensiamo ai cristiani in Medioriente, specialmente in Siria, Palestina, Nigeria, Cina, ecc., veri e propri martiri!
È fondamentale saper restare sotto la Croce come tanti Giovanni e Marie.
Se oggi la Chiesa ci sembra moribonda è perché, spiega il card. Biffi:
«è chiamata nel disegno del Padre a rivivere e a prolungare nella sua vicenda il mistero della kènosis di Cristo. Anche lui – giudicato con criteri mondani – non ha avuto molto successo nella sua missione»[26].
Detto ciò, una domanda interpella ciascuno di noi: in cosa dovrebbe consistere, oggi più che mai, la nostra fede? Nel continuare forzatamente ad aver fiducia nella Chiesa nonostante la sua grave crisi? No, non è questo.
Piuttosto, ci ha ricordato s. Ambrogio, nel riconoscere che proprio la sua eclissi costituisce l’atto decisivo che conferma la sua identità più profonda!
DIFFERENZE NELLA METODOLOGIA, NELL’ATTEGGIAMENTO INTELLETTUALE E NELLA POSTURA ECCLESIALE TRA IL DOTT. CIONCI E ME
Desidero ora chiarire le differenze che intercorrono tra la mia posizione e quella del dott. Andrea Cionci. Le differenze fondamentali risiedono nella metodologia, nell’atteggiamento intellettuale e nella postura ecclesiale.
IL MIO APPROCCIO: L’INDAGINE NATA DA UN DUBBIO LEGITTIMO
Io ho presentato una tesi argomentata all’interno di quello che ritengo un dubbio legittimo. Il mio testo, Non consegnerò il Leone, pur arrivando a conclusioni chiare, si presenta fin dall’inizio come un lavoro di ricerca e non come un verdetto finale. Non ho mai affermato che «basta questo per capire», ma ho costruito un’argomentazione complessa basata su fondamenti giuridici», su un’analisi canonico-storica e una bibliografia di oltre cento note. Ho strutturato il mio testo come una argomentazione, non come l’esposizione di un’ovvietà.
Come insegna San Tommaso d’Aquino, il dubbio è l’inizio della conoscenza[27]. Esso non parte da una negazione, ma dall’osservazione di «anomalie» – come la distinzione tra munus e ministerium nella Declaratio o la figura inedita del Papa emerito – che fungono da «barlumi di verità» e fanno sorgere un dubbio positivo. Il mio testo è il tentativo di risolvere questa oscillazione attraverso la ricerca.
Soprattutto, ho sottoposto il mio lavoro al giudizio della Chiesa e mi sono dichiarato pronto a ritrattare. Le mie parole nel testo sono inequivocabili, e le ripeto qui:
«Credo che sia mia facoltà, diritto e addirittura dovere di carità aver detto tutto quanto ho detto oggi. Mi auguro che questo mio intervento possa fungere da invito per le autorità ecclesiastiche a rispondere in merito alle questioni da me sollevate, confutandole se è loro possibile, con argomentazioni […], correggendomi se e dove sbaglio […] avviando quindi un dialogo costruttivo […]. Ribadisco che sono e resto figlio della Chiesa e sarò ben felice di ricredermi su tutte le mie affermazioni se mi verrà dimostrato che sono errate»[28].
Questa non è la lingua della certezza dogmatica, ma quella della proposta argomentata. Ho presentato una tesi e chiesto un confronto, sottomettendo la mia intelligenza a un’autorità superiore: la Chiesa.
L’APPROCCIO DEL DOTT. CIONCI: L’ASSERZIONE DI UNA CERTEZZA
L’approccio del dott. Cionci, in particolare come emerge dal suo libro Codice Ratzinger, mi pare si fondi su un presupposto differente. La sua affermazione centrale, secondo cui la rinuncia non conforme al canone 332 rende tutto ciò che segue nullo senza bisogno di ulteriori dichiarazioni, è presentata non come un’ipotesi da verificare, ma come un assioma auto-evidente.
L’intera struttura del suo libro sembra confermare questo approccio basato su una certezza di partenza. Il titolo stesso, Codice Ratzinger, non pone una domanda, ma afferma l’esistenza di un sistema di comunicazione segreto. I capitoli hanno titoli perentori, che espongono una verità già scoperta, non un’indagine in corso.
La sua metodologia non è quella del canonista che interpreta una legge, ma quella del «decodificatore» che svela un messaggio nascosto. Un simile approccio rischia di essere intrinsecamente soggettivo: ogni ambiguità, ogni silenzio, ogni frase apparentemente banale viene reinterpretata come una tessera di un puzzle predefinito. Un dato contrario alla tesi non la inficia, ma diventa esso stesso una prova del linguaggio sottile usato per nascondere la verità.
Possiamo distinguere, nella sua analisi, due tipi di argomenti.
Argomenti condivisi: Su alcuni punti, come l’analisi canonica della Declaratio e la distinzione tra munus e ministerium, i nostri percorsi si avvicinano. Diversi studiosi hanno sollevato questi punti.
Argomenti basati sul “Codice”: Altri argomenti, che costituiscono la parte più originale del suo lavoro, mi trovano in disaccordo. L’idea di un «Codice Ratzinger» come chiave di lettura universale, o del «Codice Gesù» come modello comunicativo, si allontana da una possibilità di verifica oggettiva e si fonda sull’assunto che ogni minima anomalia sia un messaggio deliberato. Queste sono interpretazioni che dipendono interamente dall’accettazione aprioristica dell’esistenza del «codice» stesso.
DUE POSTURE DIFFERENTI RISPETTO ALLA CHIESA
In sintesi, la differenza tra noi è netta. Il mio è un atto che vuole rimanere all’interno del sistema canonico e teologico della Chiesa. Usa le fonti e le categorie della Chiesa per porre un dubbio e chiede alla Chiesa stessa di risolverlo. È un atto che si definirebbe intra-ecclesiale.
L’approccio del dott. Cionci, creando una propria categoria interpretativa come il «Codice», mi sembra porsi in una posizione diversa, quasi dall’esterno. Si propone come colui che svela alla Chiesa (e al mondo) una verità che essa non è in grado di vedere. È un atto che si potrebbe definire para-ecclesiale.
Di fronte a un dubbio, San Tommaso insegna che è prudente sospendere il giudizio[29]. Sebbene io sia arrivato a una forte conclusione personale, la mia sottomissione al giudizio futuro della Chiesa agisce come una forma di sospensione del giudizio finale e definitivo. Riconosco che solo l’autorità legittima può rendere la mia verità una verità ecclesiale.
Per il fatto che incoraggio i fedeli a frequentare i sacramenti, il dott. Cionci mi ha rivolto il grave rimprovero di portarli fuori dalla comunione con la Chiesa, accompagnandolo all’esortazione a fare ammenda dei miei presunti errori[30].
Ritengo che questa analisi abbia chiarito come il mio lavoro, proprio nella sua dichiarata sottomissione al giudizio dell’autorità, persegua l’esatto opposto: cercare la verità restando, sempre e comunque, figlio della Chiesa.
Mi auguro che questa replica, offerta senza animosità ma con la necessaria fermezza, possa contribuire a riportare il dibattito sul piano che gli è proprio: quello della ricerca onesta e rigorosa della Verità, per il bene della Chiesa e la salvezza delle anime.
APPENDICE 1 – IL MIRACOLO EUCARISTICO DI MONCADA
RACCONTO DEL MIRACOLO[31]
Il 25 giugno del 1388, don Guillermo de Pedrós e donna Ángela de Alpicant, appartenenti a una famiglia di antichissimo lignaggio e di grande prestigio, ebbero la loro primogenita, Inés. Fin dalla più tenera età, la piccola Inés si mostrò diversa dagli altri bambini.
Il giorno di Natale del 1392, quando Inés non aveva ancora 5 anni, si recò con sua madre in chiesa, dove si celebrava la Messa dell’Alba. La bambina stava ascoltando attentamente le parole del sacerdote quando, all’improvviso, rimase attonita e, indicando con il dito verso l’altare, disse alla madre:
— Guarda, mamma…!
Sua madre la zittì, ma la bambina insistette:
— Mamma! Guarda quel bambino!
— Quale bambino, figlia? Di cosa parli?
— Il bambino di donna Febrera!
— Taci Inés, taci, te lo comando!
Alla fine della Messa, Inés non smetteva di piangere. Le tremavano le mani e aveva un aspetto febbricitante. Per calmarla, la madre decise di portarla a vedere il figlio di donna Febrera, una vicina della via Mayòr. Quando vide il piccolo, Inés affermò che lo stesso volto si era manifestato nelle mani di don Mosén Jaime, nella particola da lui utilizzata durante la celebrazione.
Inés rivide il “bambino di donna Febrera” anche nelle altre due Messe che si celebrarono quel giorno. […]. Don Mosén Jaime si rese conto che stava accadendo qualcosa di straordinario e meraviglioso. Qualche ora dopo la terza Messa e la terza visione di Inés, il rettore varcò il portone della casa degli Alpicant. Fece sedere Inés sulle sue ginocchia e le chiese:
— Dimmi, piccola, cosa hai visto?
La bambina raccontò, con gioia tutto ciò che era avvenuto durante le celebrazioni. Spiegò che il bambino che aveva visto non era il figlio della vicina, poiché quello che lei aveva visto era “più bello, più bianco”. Raccontò ai presenti, con linguaggio infantile, che quel bambino sprigionava bagliori sull’altare. Il terzo giorno di Natale, il “bambino” si manifestò nuovamente davanti a Inés. Il nome della bambina si diffuse di bocca in bocca in tutta Moncada, e una folla di curiosi accorse alla casa degli Alpicant per ascoltare i dettagli narrati dalla piccola.
Don Mosén Jaime era certo che quella creatura non poteva mentire, e solo lui sembrava in grado di comprendere perché Dio si degnasse di manifestarsi in quel modo. Decise dunque di incontrare i genitori di Inés e li convocò il giorno seguente, dopo la Santa Messa, alla presenza di una trentina di fedeli, di altri sacerdoti e di membri della famiglia Alpicant.
Il parroco aveva consacrato due ostie. Nella mano destra teneva l’unica particola consacrata che gli rimaneva, che mostrò ai fedeli; nella sinistra una particola identica, ma non consacrata – cosa che solo lui sapeva. Si avvicinò a Inés e le mostrò entrambe.
— Dimmi, Inés. Vedi il bambino?
— Sì, è lì!
Inés indicò la mano destra. Don Jaime invertì le ostie tra le mani e gliele mostrò di nuovo. Inés indicò di nuovo quella realmente consacrata, che ora era nella mano sinistra. Don Jaime voleva ulteriori prove. Spezzò l’ostia consacrata e la mostrò ancora a Inés, che affermò di vedere ora due bambini.
— Benedetto sia il Signore! esclamò il sacerdote in lacrime.
Inés visse fino ai 19 anni una vita intensa e mistica, con una vocazione chiara: consacrarsi al Signore ed entrare in convento. Voleva essere sposa di Cristo, ma suo padre aveva altri progetti per lei. La giovane Inés era in età da marito, e poiché gli Alpicant non avevano figli maschi a cui lasciare l’eredità, decisero di darla in sposa al miglior pretendente, un giovane della via Mayòr, anch’egli di buona famiglia. Ma Inés aveva già deciso cosa fare della sua vita: aveva consacrato il suo futuro davanti a S. Vincenzo Ferrer, all’epoca notissimo predicatore domenicano.
Inés confessò le sue intenzioni alla madre. Donna Ángela rispose solo con lacrime e un grande abbraccio, ma il padre interruppe la scena, rimproverando Inés con voce autoritaria e definendo la sua decisione una “follia”.
Il giorno seguente, rimasta sola nella casa di famiglia, Inés fuggì, non senza prima tagliarsi i capelli e cambiarsi d’abito per sembrare un uomo. Si diresse alla Certosa di Porta-Celi, abitata da monaci. Dopo tre giorni di cammino, giunse finalmente a destinazione. Il suo aspetto la fece passare per un giovane bisognoso, e i certosini l’accolsero senza sospetti. Ma dopo la prima notte trascorsa senza rivelare la propria identità, Inés sentì l’urgenza di confidarsi e chiese di potersi confessare dal coadiutore.
Il confessore le spiegò che era impossibile che potesse abitare con loro, ma le offrì una soluzione: affidarle la custodia del gregge, a condizione che vivesse in una grotta nella montagna. Da quel momento, per quattro anni, Inés fu la pastorella che, oltre ad accudire le pecore, pregava in segreto, sottoponendo il corpo a durissime penitenze, offerte per la redenzione delle anime perdute. Non valsero a nulla le ammonizioni del coadiutore, preoccupato per il suo aspetto pallido e gli occhi infossati.
La notte del 25 giugno 1428, giorno del compleanno di Inés, una luce illuminò la montagna, rischiarò la grotta. I monaci, spinti dalla pressione dei popolani impauriti che attribuivano l’evento a un fenomeno soprannaturale, salirono fino a quel luogo quasi inaccessibile. Si racconta che, già vicini al roccioso pendio, furono avvolti da un profumo fresco, più intenso delle fragranze di pino, mirto e timo. Poco dopo, ai piedi di una rozza croce, trovarono il corpo, accasciato e privo di vita, della ragazza di Moncada, irradiato da un alone di luce abbagliante.
Il suo confessore, con voce rotta dall’emozione, rivelò allora il segreto del falso pastorello. In quell’istante, il campanile della Certosa cominciò a suonare a festa per mano invisibile. Il rintocco fu così intenso che, la mattina successiva, quando si celebrò il funerale sotto l’altare della primitiva cappella gotica del monastero, la campana ammutolì, spezzata in mille frammenti.
Ancora oggi, il pellegrinaggio alla Grotta della Venerabile Inés è percorso da una moltitudine di fedeli e curiosi, desiderosi di conoscere il luogo in cui visse questa grande donna di Moncada.
IL CONTESTO ECCLESIALE, IL GRANDE SCISMA D’OCCIDENTE (1378-1417)
Per comprendere appieno la situazione della cristianità nel 1388, è indispensabile analizzare gli eventi che, dieci anni prima, avevano spaccato la Chiesa cattolica in due, e poi tre, obbedienze papali.
1. IL PRELUDIO: LA “CATTIVITÀ AVIGNONESE” E IL RITORNO A ROMA (1309-1377)
Per quasi settant’anni, dal 1309 al 1377, la sede papale era stata trasferita da Roma ad Avignone, in Francia. Questo periodo, definito dal Petrarca la “cattività avignonese”, vide una successione di sette papi francesi, fortemente influenzati dalla monarchia di Francia. Questa situazione causò un profondo malcontento in gran parte della cristianità, specialmente in Italia e nell’Impero Germanico, poiché Roma era vista come la sede naturale e apostolica del successore di Pietro.
Sotto la spinta di figure carismatiche come Santa Caterina da Siena e Santa Brigida di Svezia, e a causa della situazione politica sempre più instabile ad Avignone, Papa Gregorio XI prese la storica decisione di riportare definitivamente la Curia a Roma nel 1377. La sua morte, avvenuta poco dopo, il 27 marzo 1378, aprì uno scenario carico di tensioni.
2. IL CONCLAVE DEL 1378: L’ELEZIONE CONTESA
Il conclave che si aprì a Roma nell’aprile del 1378 fu uno dei più turbolenti della storia. La popolazione romana, esasperata da decenni di assenza papale e dal timore che venisse eletto un altro papa francese che avrebbe riportato la sede ad Avignone, esercitò una fortissima pressione sui cardinali. La folla assediò il Vaticano al grido di: «Romano lo volemo, o al manco italiano!» (Lo vogliamo romano, o almeno italiano!).
Dei sedici cardinali presenti, undici erano francesi, quattro italiani e uno spagnolo (il celebre Pedro de Luna, futuro antipapa Benedetto XIII). Nonostante la maggioranza francese, le divisioni interne a questo gruppo (tra limosini e non-limosini) impedirono l’elezione di un loro candidato. Sotto la minaccia della folla inferocita, i cardinali optarono per una figura di compromesso: l’arcivescovo di Bari, Bartolomeo Prignano, un napoletano, quindi italiano, ma non romano. Egli non era cardinale, ma era un esperto amministratore della Curia, noto per la sua integrità e austerità. L’8 aprile 1378, fu eletto e prese il nome di Urbano VI.
Inizialmente, tutti i cardinali riconobbero la sua elezione, gli prestarono obbedienza e parteciparono alla sua incoronazione. Le cancellerie di tutta Europa furono informate e accettarono il nuovo pontefice.
3. LA ROTTURA: IL CARATTERE DI URBANO VI E LA REAZIONE DEI CARDINALI
La situazione precipitò rapidamente. Urbano VI si rivelò un papa autoritario, collerico e privo di tatto diplomatico. Iniziò un programma di riforme ecclesiastiche con modi bruschi e violenti, attaccando pubblicamente i cardinali per il loro lusso, la loro condotta morale e la simonia. Li umiliò, minacciò di creare un gran numero di nuovi cardinali italiani per spezzare l’influenza francese e si rifiutò di considerare un ritorno ad Avignone.
Sentendosi minacciati nel loro potere e persino nella loro incolumità fisica, i cardinali francesi iniziarono a dubitare della validità della sua elezione. Lasciarono Roma e si riunirono prima ad Anagni e poi a Fondi, nel Regno di Napoli, sotto la protezione della regina Giovanna I. Qui, il 2 agosto 1378, pubblicarono una dichiarazione in cui affermavano che l’elezione di Urbano VI era stata invalida perché estorta dalla violenza e dalla paura (metus) della folla romana. Pertanto, la sede papale era da considerarsi vacante.
4. L’ELEZIONE DELL’ANTIPAPA: LA NASCITA DELLO SCISMA
Ignorando le scomuniche di Urbano VI, il 20 settembre 1378, i cardinali dissidenti riuniti a Fondi elessero un nuovo papa: il Cardinale Roberto di Ginevra, che prese il nome di Clemente VII. La sua scelta non fu casuale. Roberto era cugino del re di Francia Carlo V e aveva guidato le truppe pontificie in Italia, guadagnandosi la sinistra fama di “boia di Cesena” per un massacro di civili avvenuto l’anno precedente. Era un uomo d’azione, un politico e un militare, gradito alla corona francese.
Con due papi eletti dallo stesso collegio cardinalizio a pochi mesi di distanza, la cristianità si spaccò. Lo scisma non fu un’eresia (entrambe le parti condividevano la stessa fede), ma una crisi istituzionale e di autorità senza precedenti.
LA DIVISIONE DELL’EUROPA NEL 1392
Nel Natale del 1392, anno del miracolo di Moncada, lo scisma era ormai una realtà consolidata da quattordici anni. L’Europa era divisa in due “obbedienze”:
Obbedienza Romana (Urbano VI):
- Il Sacro Romano Impero
- L’Inghilterra (nemica della Francia nella Guerra dei Cent’anni)
- L’Ungheria e la Polonia
- La Scandinavia
- Gran parte degli Stati italiani (tra cui Firenze, Milano e Venezia).
Obbedienza Avignonese (Clemente VII, successivamente dichiarato antipapa):
- La Francia
- La Scozia (alleata della Francia)
- I regni della penisola iberica: Castiglia, Aragona e Navarra
- Il Regno di Napoli (dopo la deposizione della regina Giovanna I, sostenitrice di Clemente)
- Il Ducato di Savoia.
Questa divisione era prettamente politica. I sovrani sceglievano quale papa appoggiare in base ai propri interessi e alleanze, trascinando con sé i loro popoli e il clero locale.
Successivamente, con il Concilio di Pisa del 1409, i cardinali di entrambe le obbedienze dichiararono decaduti i due papi in carica — Gregorio XII a Roma e Benedetto XIII ad Avignone — ed elessero un terzo papa: Alessandro V, cui successe Giovanni XXIII (antipapa). Invece di risolvere la crisi, il concilio aggravò lo scisma: tre papi rivendicavano contemporaneamente la legittimità. La fine dello scisma si avrà solo con il Concilio di Costanza (1414–1418).
Ma fermiamoci, per ora, alla situazione nel 1392, anno del miracolo di Moncada.
UNA CHIESA LACERATA, LA POSIZIONE DEI SANTI DEL TEMPO
Il dilemma provocato dallo scisma coinvolse anche grandi personalità religiose, quali i santi Caterina da Siena, schierata dalla parte del papa legittimo, e Vincenzo Ferrer, sostenitore dell’antipapa.
Riporto dal testo Gli Antipapi del Grande Scisma d’Occidente, di Mons. Antonio Galli (1908-2013), alcune citazioni che rendono conto della situazione ecclesiale dell’epoca:
«… San Vincenzo Ferrer che nel periodo in cui propugnò la legittimità della sede avignonese compose il trattato De moderno schismate Ecclesiae. Anche Bernardo di Agramunt, spinto da Pedro de Luna, usò la penna in favore della Sede d’Avignone. Come accade nei periodi di maggiore sconcerto, la situazione paradossale creatasi col duplice pontificato diede l’avvio a previsioni catastrofiche, quasi fosse prossima una soluzione escatologica. Di qui il fiorire di una letteratura che adescò anche menti acute ed equilibrate. Fin dal 1390 uno scrittore inglese riteneva che il papa fosse l’Anticristo descritto nell’Apocalisse. Il beato Giovanni dalle Celle, nelle sue lettere, si manifesta convinto dell’imminenza della Parusia»[32]
Questa citazione ci mostra almeno due cose.
La storia si ripete, anche se mai allo stesso modo: allora come oggi, i momenti di maggiore divisione e confusione nella Chiesa diventano terreno fertile per la proliferazione di letteratura escatologica, predicazioni catastrofistiche e visioni apocalittiche.
Un santo domenicano, Vincenzo Ferrer (1350-1419), aderì all’obbedienza avignonese, che era illegittima. Per «adesione», qui s’intende una vera e propria militanza in favore dell’obbedienza scismatica.
Leggiamo come Mons. Antonio Galli sintetizza l’esperienza del santo:
«Vincenzo Ferrer (1350-1419), spagnolo, seguì l’obbedienza avignonese dal sorgere dello scisma (1378) fino all’anno 1399. Varie ragioni lo indussero ad assumere in buona fede questo atteggiamento. Appartenendo ai domenicani, egli si uniformò alla decisione presa dal generale dell’Ordine, frate Elia Raimondo. Subì anche l’influsso di uno dei più insigni domenicani aragonesi del tempo, Nicola Eymerich, che, trovandosi a Roma durante il conclave del 1378, si convinse dell’irregolare elezione di Urbano VI. Ma chi gli diede la spinta decisiva fu don Pedro de Luna, essendo il santo confessore di una sua parente. […] Alla morte di Clemente VII, Benedetto XIII lo costituì cappellano domestico, suo confessore, penitenziere apostolico, maestro del sacro Palazzo. Il santo si distaccò da Benedetto in seguito ad una visione in cui, oltre alla pacificazione della Chiesa, gli fu predetta prossima la fine del mondo! Senza rompere del tutto i rapporti con la Sede Apostolica avignonese, Vincenzo si dedicò ad un intenso apostolato che lo portò in quasi tutti i Paesi d’Europa. Con lo stesso impegno con cui aveva sostenuto il clementismo si applicò in seguito alla riunificazione della Chiesa. Non gli riuscì tuttavia di convincere Benedetto ad abdicare, nonostante il memorabile discorso che pronunciò, il 7 novembre 1415, a Perpignano alla presenza dello stesso Benedetto e di cardinali, principi, ambasciatori e di migliaia di persone sul tema “Ossa arida, audite verbum Dei”»[33].
In questo contesto così complesso, capace di confondere anche un santo domenicano il caso del miracolo eucaristico di Moncada si presenta come un evento emblematico che getta luce sulla delicata questione della validità dei sacramenti amministrati in una Chiesa lacerata da divisioni istituzionali.
L’IMPORTANZA TEOLOGICA DEL MIRACOLO NEL SUO CONTESTO STORICO
Il parroco del villaggio di Moncada, don Mosén Jaime, ordinato da un vescovo nominato da Clemente VII, era assalito dal dubbio che, qualora l’obbedienza avignonese si fosse rivelata illegittima, tutti i sacramenti da lui amministrati, a cominciare dall’Eucaristia, potessero essere invalidi. Tale dubbio, oltre a essere teologicamente mal fondato, testimonia l’incertezza e il disagio ecclesiale vissuti da molti ministri in quell’epoca.
Il miracolo di Moncada è la conferma soprannaturale della validità della consacrazione eucaristica, a dispetto delle incertezze umane circa l’autorità del vescovo consacrante e dell’obbedienza pontificia.
Tuttavia, dal punto di vista teologico, il miracolo non fonda una verità nuova: esso ratifica visibilmente ciò che la dottrina scolastica già affermava con chiarezza. San Tommaso d’Aquino – dovremmo ormai saperlo a memoria – insegna che anche gli eretici, gli scismatici o gli scomunicati conservano la potestas ordinis, se sono stati validamente ordinati. La potestà di consacrare, essendo connessa al carattere sacramentale dell’Ordine, è indelebile e non si perde per scisma o peccato personale.
A rafforzare questa visione interviene anche sant’Antonino Pierozzi[34] (1389-1459), arcivescovo di Firenze nel XV secolo, che – riflettendo proprio sulle complicazioni dello Scisma – afferma:
«Senza dubbio si deve credere che esiste una sola Chiesa e un solo vicario di Cristo. Tuttavia, in caso di scisma, qualora vengano eletti più papi, non è necessario alla salvezza sapere quale sia il vero pontefice. È in genere sufficiente essere disposti a obbedire a colui che sia stato eletto canonicamente. Il laico non è tenuto a conoscere il diritto canonico: può e deve affidarsi al giudizio dei suoi superiori e prelati. Il cristiano che sbaglia in buona fede è scusato da un’ignoranza praticamente invincibile»[35].
Tutto ciò va compreso non solo da un punto di vista sacramentale ma anche pastorale: durante il Grande Scisma, la preoccupazione principale della Chiesa fu la continuità della vita spirituale e pastorale per i fedeli, nonostante la profonda lacerazione dell’autorità papale.
Il principio di ignoranza invincibile[36] e di coscienza retta vale anche per i ministri ordinati e questo è confermato dal fatto che la Chiesa ha canonizzato vari santi[37] che vissero sotto l’obbedienza avignonese, riconoscendo la loro buona coscienza. Per quanto riguarda i ministri ordinati, sappiamo che la validità dei sacramenti, infatti, è fondata sull’oggettività della potestas ordinis, e non sull’appartenenza alla «giurisdizione canonica» legittima. In tale prospettiva, il miracolo di Moncada va interpretato non solo come condizione di validità della Messa celebrata dal parroco, ma come segno confermativo di una verità dottrinale: la fedeltà di Dio alla realtà sacramentale operata nella Chiesa, anche in tempi di accertata divisione, e la conferma della presenza reale di Cristo nell’Eucaristia come frutto di una consacrazione valida, anche se esercitata in un’obbedienza scismatica.
Forniamo di seguito una lunga e chiarificante spiegazione del sacerdote e storico della Chiesa Louis Salembier (1849-1913), autore di vari articoli dell’Enciclopedia cattolica del 1913 e del testo Il grande scisma di occidente (1907). Riportiamo generosamente il quarto paragrafo (capitolo IX) intitolato: «Che ne è dell’autorità nella Chiesa?»:
«Nel 1403, il papa d’Avignone si trova in uno stato di semi-prigionia, sorvegliato costantemente e confinato nel proprio palazzo, mentre il suo rivale romano ha appena concluso una pace con il nuovo Re dei Romani, una pace la cui precarietà e ambiguità non sfuggono a nessuno. È il momento più drammatico del Grande Scisma. In tale frangente, il cristiano attento non può non porsi una domanda grave, che tocca da vicino la fede stessa: che ne è, in circostanze tanto critiche e in una rottura così profonda dell’obbedienza ecclesiale, dell’autorità suprema affidata da Cristo alla sua Chiesa? Il papa prigioniero o il pontefice ridotto all’impotenza è forse ancora l’unico depositario dell’autorità ricevuta dal Fondatore divino? E l’altra metà della Chiesa, quella che in realtà non aderisce al vero Papa — noto in quel momento solo a Dio — è forse da considerarsi realmente scismatica, e dunque priva di ogni giurisdizione, compresa quella di assolvere, riservata alla gerarchia legittima? È possibile che tale parte sia giunta perfino a perdere la capacità di conferire validamente l’Ordine sacro e di amministrare validamente i sacramenti?
Non c’è motivo perché la pietà e la fede si allarmino. Dio non ha mai privato del potere delle chiavi — né dei benefici ad esso connessi — una porzione considerevole della sua Chiesa, fuorviata dai propri vescovi per errori di fatto commessi in buona fede. Il papa, chiunque egli sia in simili circostanze, possiede almeno ciò che il diritto canonico definisce titulus coloratus[38], un titolo apparente che, in condizioni di errore generale e praticamente invincibile, è sufficiente per l’amministrazione dei sacramenti e l’esercizio della giurisdizione esteriore. I fedeli si possono sbagliare su chi sia il vero capo visibile della Chiesa, ma ciò non ha conseguenze invalidanti: il loro errore è involontario, e la loro buona fede piena. I sacramenti che ricevono sono validi ed efficaci, poiché amministrati da veri sacerdoti; e l’autorità da loro riconosciuta produce i suoi effetti legali.
La posizione fu chiaramente espressa nel Sinodo nazionale celebrato a Parigi nel febbraio 1395: “Nei grandi scismi del passato era chiaro ed evidente chi fosse l’intruso, per quanto sostenuto da alcuni nobili. Ma oggi, per quanto falsa sia la parte dell’intruso, essa presenta un’apparenza assai verosimile, fondata su diversi documenti e argomenti, ed è sostenuta da un numero di ecclesiastici noti superiore a quello che riconosce l’obbedienza del nostro Santo Padre Benedetto; ed è certo che i due papi eletti all’inizio dello scisma furono entrambi scelti dall’intero Collegio cardinalizio”.
Queste circostanze del tutto particolari furono ben comprese da Sant’Antonino, che era in contatto con un protagonista di primo piano in quegli eventi, il beato cardinale Giovanni Dominici.
— e qui l’autore cita quanto abbiamo già letto di S. Antonino Pierozzi —
Il santo arcivescovo di Firenze scriveva: “Senza dubbio si deve credere che esiste una sola Chiesa e un solo vicario di Cristo. Tuttavia, in caso di scisma, qualora vengano eletti più papi, non è necessario alla salvezza sapere quale sia il vero pontefice. È in genere sufficiente essere disposti a obbedire a colui che sia stato eletto canonicamente. Il laico non è tenuto a conoscere il diritto canonico: può e deve affidarsi al giudizio dei suoi superiori e prelati. Il cristiano che sbaglia in buona fede è scusato da un’ignoranza praticamente invincibile”.
Una simile dottrina è ripresa anche da autorevoli teologi moderni: “Dopo l’elezione valida di un papa, prima della sua morte o della sua rinuncia, ogni nuova elezione è scismatica e nulla. Il nuovo eletto non appartiene alla successione apostolica. È quanto accadde all’inizio di quello che si chiama — non senza imprecisione — ‘Grande Scisma d’Occidente’, che, da un punto di vista teologico, fu solo uno scisma apparente. Se vi fossero due elezioni quasi simultanee, una conforme alle leggi canoniche e l’altra no, il papa eletto secondo legge sarebbe quello legittimo, anche se il suo riconoscimento fosse ritardato da dispute, incertezze e lacerazioni dolorose. L’apostolicità sussiste oggettivamente nel vero papa, anche se tale oggettività non è immediatamente evidente. Sapere di avere ricevuto un’eredità senza sapere in quale cassa sia conservata non cambia la realtà del possesso: così è la successione apostolica”.
Questa posizione riecheggia quella già formulata nel Quattrocento dal grande arcivescovo di Firenze, celebrato come l’“Antonino del consiglio”. La sorgente della santità e dell’autorità legislativa e giudiziaria non si è mai inaridita in alcuna delle due parti della Chiesa. Il vero Papa era presente nella Chiesa, ne rimaneva l’anima vitale e principio di unità. L’autorità non si trasferì né ai vescovi, né alla moltitudine del clero e del laicato, né all’Università di Parigi, né ai principi — francesi o stranieri — talvolta troppo inclini a invadere ambiti sacerdotali, come ammoniva sant’Ambrogio.
La forza santificante della Chiesa non perse nulla della sua efficacia. In quel periodo funesto, carestia e guerra, unite a gravi difficoltà religiose, sconvolgevano l’umanità. La Peste Nera proseguiva in tutta l’Europa la sua corsa devastatrice, minando le fonti stesse della vita naturale. Il mondo, sopraffatto e sconvolto da tante sciagure, sembrava sprofondato nella disperazione. Soltanto la Chiesa rimaneva in piedi, stringendo tra le sue mani il tesoro dei sacramenti che nutrono, fortificano e innalzano, con la consolazione divina e la speranza soprannaturale sulle labbra. Anche in quell’età di disgrazie, come nei tempi benedetti di san Francesco e san Domenico, entrambe le parti della Chiesa diedero frutti di santità, suscitando Santi attraverso i quali essa rifioriva, sanava e istruiva l’umanità»[39].
Per concludere, in un’epoca in cui l’identificazione del papa legittimo era oggettivamente difficile, e in cui molti ministri si interrogavano con angoscia sulla validità dei sacramenti da loro celebrati, il miracolo eucaristico di Moncada appare come un segno celeste di rassicurazione. Ma più ancora, costituisce una rappresentazione visibile di una verità teologica invisibile: i sacramenti, quando sono amministrati con la giusta intenzione da un ministro validamente ordinato, sono efficaci ex opere operato, anche nel contesto di una Chiesa ferita dallo scisma.
IL CONTRIBUTO SUCCESSIVO DEL CARD. NICCOLÒ CUSANO
Desidero di seguito presentare alcuni interventi del Card. Niccolò Cusano (1401-1464) riguardanti il movimento hussita (da Jan Huss). Pur essendo il periodo del Grande Scisma ormai superato ai suoi tempi, le sue osservazioni risultano particolarmente preziose per comprendere la rilevanza e la problematicità di possibili strumentalizzazioni sacramentali.
«Voi, Boemi, che vi siete separati dal corpo della Chiesa per una certa singolarità nell’uso della santissima Eucaristia, causando la rottura della pace e dell’unità, agite in contraddizione con le dottrine che predicate. Infatti questo banchetto supremo non è solo un segno dell’unità del Cristo nel Sacramento dell’altare, ma anche il vincolo della pace. È infatti il mistero dell’unione fra il capo e le membra del Cristo. Per conseguenza, voi non venerate correttamente il sacramento dell’unità, poiché ve ne servite per dividere scismaticamente la Chiesa»[40].
Inoltre, quale esortazione a rimanere sempre sottomessi alla Chiesa quale istituzione visibile, afferma che:
«Bisogna dunque seguire la Chiesa docilmente quando essa giudica quello che è conveniente per ogni età, poiché essa possiede la fede e conserva il deposito ricevuto, anche nel caso che si dovesse insinuare qualche errore in questo giudizio. L’innocente, obbedendo alla Chiesa, anche se essa ha torto, ottiene la salvezza, quand’anche venisse privato del sacramento. Ma ogni presunzione contro la Chiesa è condannabile, come è condannabile ogni rifiuto di obbedienza che va fino alla divisione scismatica»[41].
RISPOSTA A UN’OBIEZIONE DEL DOTT. CIONCI: ALLORA LA FEDE ERA IMMUTATA, OGGI NON È COSÌ
Coloro che sostengono l’esistenza di una «Chiesa bergogliana» potrebbero obiettare che, a quel tempo, la fede delle diverse obbedienze era immutata, mentre oggigiorno «non si ha la certezza che abbiano l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa, perché molti di loro non sono affatto cattolici».
Innanzi tutto, rendiamoci conto che questa obiezione potrebbe verificarsi in qualsiasi celebrazione: come può il fedele conoscere l’intenzione del sacerdote che celebra, anche se sembra perfettamente ortodosso?Non avere l’intenzione non vuol dire non avere fede nella transustanziazione ma vuol dire credere nella transustanziazione e dire «non voglio consacrare».
Si tratta di un caso veramente remoto e nessun sacerdote sano di mente farebbe una cosa del genere. Ma, ammesso e non concesso che un presbitero non abbia l’intenzione di consacrare, la Messa sarebbe invalida, ma la Chiesa supplisce circa i frutti spirituali della celebrazione, perché il fedele non può conoscere l’intenzione del celebrante.
Cito una fonte autorevole, p. Angelo Bellon, in una risposta nella sua rubrica sul sito Amici Domenicani scrive:
«Il sacerdote che non crede al sacramento dell’Eucaristia che celebra, compie un atto gravissimo e cioè un sacrilegio perché non celebra con le disposizioni morali richieste, tuttavia celebra validamente. Per il solo fatto che si presenta all’altare per celebrare il Sacramento accetta di lasciarsi determinare dall’intenzione della Chiesa lì presente. E cioè intende fare ciò che intende la Chiesa anche se lui non ci crede. Solo in un caso non sarebbe valido il Sacramento: se in cuor suo dicesse “non intendo consacrare”, “né intendo lasciarmi determinare dalla volontà della Chiesa qui presente”».
Quanto spiegato da p. Angelo è confermato da ciò che scrive Leone XIII in Apostolicae Curae:
«Ora poi, quando qualcuno per compiere o conferire un sacramento, ha adoperato seriamente e giustamente la materia e la forma dovute, proprio per questo si ritiene che egli abbia inteso certamente fare ciò che fa la chiesa. Su questo principio si fonda la dottrina che tiene per fermo che è veramente un sacramento anche quello che è compiuto mediante il ministero di un eretico o di un non battezzato, purché con il rito cattolico. Al contrario, se il rito viene cambiato per introdurne un altro non approvato dalla chiesa, e per respingere ciò che fa la chiesa e che appartiene alla natura del sacramento secondo l’intenzione di Cristo, allora è chiaro che manca non solo l’intenzione necessaria al sacramento, ma che c’è anzi una intenzione contraria e opposta al sacramento»[42].
Pertanto non vi è dubbio che la consacrazione sia valida, anche se il sacerdote non avesse alcuna fede nella Transustanziazione, perché tale sacerdote userebbe, comunque, il rito cattolico.
APPENDICE 2 – SI PUÒ PARTECIPARE A UNA MESSA ILLECITA? IL CASO DELLA FSSPX
La posizione ufficiale della Chiesa nell’unico recente caso concreto di Messa valida ma illecita — cioè quelle celebrate dalla FSSPX prima della remissione della scomunica — è chiarificatrice. La Pontificia Commissione Ecclesia Dei aveva dichiarato che partecipare alla loro Messa poteva soddisfare il precetto domenicale, purché il fedele non lo facesse in spirito di scisma:
«In senso stretto si può adempiere il precetto domenicale partecipando a una Messa celebrata da un sacerdote della Fraternità San Pio X […]. Se la sua intenzione è semplicemente quella di partecipare alla Messa secondo il Messale del 1962 per devozione, ciò non costituirebbe peccato»[43].
In una successiva occasione — ma sempre prima della remissione della scomunica — la stessa Commissione Ecclesia Dei ha precisato che il semplice atto di assistere alla Messa presso una cappella della FSSPX non equivale di per sé ad «adesione formale allo scisma» lefebvriano[44].
Ma se i semplici fedeli potrebbero non aderire formalmente allo scisma, «nel caso dei diaconi e dei sacerdoti lefebvriani sembra indubbio che la loro attività ministeriale nell’ambito del movimento scismatico è un segno più che evidente» della loro «adesione formale» allo scisma[45].
Ora, si consideri il paradosso: il dott. Cionci propone di non partecipare a Messe celebrate da sacerdoti che, molto spesso in perfetta buona fede, celebravano o celebrano in comunione con colui che ritenevano o ritengono essere il Papa[46], mentre la Chiesa stessa ha dichiarato che è possibile partecipare a Messe celebrate da sacerdoti oggettivamente scismatici (come quelli della FSSPX), a patto che nel fedele non vi sia una formale adesione scismatica, e che tali Messe assolvono al precetto festivo. Si tenga conto inoltre che, comunemente, è difficile che una Messa FSSPX sia l’unica disponibile per assolvere il precetto; pertanto, il fedele che sceglie di parteciparvi lo fa pur potendo andare a una Messa di un sacerdote in piena comunione con la Chiesa Cattolica. Viceversa, per la maggior parte dei fedeli, la Messa «una cum» è stata l’unica disponibile per oltre un decennio.
Nel suo podcast polemicamente intitolato «L’autogol di P. Farè sulla FSSPX: loro RICONOSCONO L’AUTORITA’ DEL PAPA LEGITTIMO» postato su YouTube il 23 luglio 2025[47]. il dott. Cionci ha cercato di confutare la mia citazione del caso FSSPX affermando che la Chiesa permette la partecipazione alle loro Messe perché la Fraternità «riconosce l’autorità del Papa».
L’argomentazione del dott. Cionci, sebbene presentata con la consueta sicurezza, si rivela, a un’analisi attenta, un edificio fragile, costruito su un metodo fallace, su citazioni decontestualizzate e, soprattutto, su un errore fattuale così macroscopico riguardo al caso della Fraternità San Pio X da far crollare l’intera sua confutazione.
Affermare che la Fraternità «riconosce l’autorità del Papa» è storicamente e fattualmente falsa. Ed è un errore che invalida tutta la sua linea di attacco. Vediamo perché, citando le fonti che io stesso avevo fornito e che il dott. Cionci ha evidentemente ignorato.
Nel mio testo, ho citato le lettere della Pontificia Commissione Ecclesia Dei (PCED), in particolare quelle di Mons. Camille Perl del 28 maggio 1996 e del 27 settembre 2002. Ora, è un fatto storico incontestabile che in quegli anni:
- I quattro vescovi della FSSPX erano scomunicati.
- La Fraternità era considerata in uno stato di scisma oggettivo, come definito da Giovanni Paolo II nella Lettera Apostolica Ecclesia Dei Adflicta (1988).
- La FSSPX rifiutava sistematicamente aspetti cruciali del magistero pontificio: la riforma liturgica, la dottrina sulla libertà religiosa del Concilio Vaticano II, l’ecumenismo.
Pertanto, il loro «riconoscimento» del Papa era puramente nominale, svuotato di ogni sottomissione pratica.
Nonostante questo stato di cose, la Santa Sede, nella sua saggezza pastorale, ha permesso la partecipazione a Messe celebrate da sacerdoti oggettivamente disobbedienti e in uno stato di scisma, per il bene supremo delle anime, a condizione che il fedele non ne condividesse l’attitudine scismatica.
L’argomento del dott. Cionci, basato sulla premessa falsa che la FSSPX fosse «in comunione», si rivela un boomerang. La mia argomentazione era: se la Chiesa ha permesso questo nel caso di uno scisma oggettivo, a maggior ragione non si può imporre un divieto assoluto nel caso di un sacerdote in piena comunione visibile, il cui unico «difetto» è un possibile errore di giudizio su chi sia il Papa. Il tentativo di Cionci di confutarmi finisce, ironicamente, per fornire la prova più forte a favore della mia tesi.
APPENDICE 3 – INDEFETTIBILITÀ E INFALLIBILITÀ
Permettetemi un altro affondo perché domenica 20 luglio, il dott. Cionci ha pubblicato un video dal titolo – lasciatemelo dire – arditissimo, mi sembrava di leggere Hans Küng: «Senza verità sulla Magna Quaestioè in discussione il dogma dell’indefettibilità della Chiesa»[48].
Trascuriamo l’improprietà di linguaggio, dato che l’indefettibilità, pur essendo una verità indiscutibile, non è stata ancora onorata da una definizione dogmatica.
Mi fa impressione come un giornalista si permetta di formulare espressioni del genere: poco prima ha affermato che senza la comunione col Papa non è possibile la comunione con Cristo. Adesso impone alla Chiesa una data di scadenza, sintetizzo il suo pensiero: entro 10 anni la Chiesa finisce, chiude baracca e burattini perché nel 2036 il terzultimo dei cardinali più giovani compie 80 e rimarrebbero solo due cardinali, numero insufficiente per eleggere il Papa. Quindi siamo NOI che dobbiamo svegliarci per permettere che non venga meno il dogma dell’infallibilità! Una visione veramente teologica, di grande fede. Mi ricorda gli Apostoli che sulla barca si lamentano con il Signore: «Non ti importa che periamo?».
Ma poi il dott. Cionci continua, con grande audacia, e ci fornisce una nuova illuminante interpretazione dogmatica. Commentando la mail di un ascoltatore – mi chiedo che metodo sia questo… – afferma che il dogma dell’infallibilità è un pilastro dell’indefettibilità…!
Ma voi credete davvero che la teologia si possa fare in questa maniera, commentando una mail secondo la propria ispirazione? Credete davvero che si possa leggere qualche articolo, pagina Wikipedia o qualche definizione per poter comprendere, e di conseguenza parlare, di cose così alte e complesse? Sapete che ogni sacerdote deve studiare almeno sei anni per avere una conoscenza di base, esattamente come per la laurea in medicina senza specializzazione? E che per un dottorato, cioè una conoscenza più approfondita, ce ne vogliono come minimo 11? Se un giornalista, o chiunque altro, si permettesse di avanzare interpretazioni innovative sul funzionamento del cervello, la comunità medica reagirebbe inizialmente con scherno, e in seconda istanza l’autore potrebbe essere persino denunciato qualora tali affermazioni incitassero a pratiche mediche eterodosse e potenzialmente pericolose.
Nel caso presente sono in gioco la fede e la salvezza eterna: si tratta forse di un tema di minore importanza? È fondamentale acquisire consapevolezza della gravità di tali questioni.
Comunque, a me dispiace che si facciano queste figure… tanto più perché proprio qualche giorno fa ho parlato esattamente di questo tema dell’indefettibilità in relazione all’infallibilità e ho citato Balthasar: è esattamente il contrario di quello che ha detto il signore nella mail inviata al dott. Cionci! Non è l’infallibilità ad essere un pilastro dell’indefettibilità, perché se accettassimo questa prospettiva si capovolgerebbe la Chiesa,.
«il soggetto ultimo dell’indefettibilità non sarebbe più la Chiesa intera, ma solo il Papa. Questo si porrebbe “in chiara opposizione all’indefettibilità promessa alla Chiesa nella sua totalità in virtù della medesima assistenza dello Spirito Santo”. L’assistenza dello Spirito Santo si concentrerebbe su una sola persona, svuotando così la promessa fatta da Cristo alla Chiesa come corpo. Si violerebbe, pertanto, l’ordine ecclesiologico, come se il Papa fosse il principio costitutivo della Chiesa. Al contrario, è la persona del Papa che viene dopo la costituzione della Chiesa e attinge la propria infallibilità dalla promessa fatta alla Chiesa tutta, non viceversa»[49].
Ho citato la pag. 7 del mio PDF sull’indefettibilità, pubblicato sul sito VeritateminCaritate.com. Vi invito a leggerlo. Quindi, in conclusione, è l’indefettibilità ad essere il pilastro dell’infallibilità e non il contrario come dice il dott. Cionci, ma queste cose si sanno se si studia teologia per almeno 6 anni.
Ma sapete secondo me, più in generale, qual è il difetto prospettico del dott. Cionci? Che guarda alla Chiesa come se fosse una qualsiasi amministrazione pubblica: riempie i suoi discorsi di ciò che i fedeli hanno diritto di sapere, fa leva sul diritto alla trasparenza, caricando sule spalle dei fedeli il dovere di intervenire per risolvere la situazione, una sorta di novella teologia della liberazione, solo che il nemico non sono i governi oppressori ma la Chiesa stessa. Do una notizia al dott. Cionci, che sicuramente griderà allo scandalo e si strapperà le vesti: la Chiesa non è una democrazia!
Non vi ricorda niente questa frase? Certo, l’ha detta il card. Ratzinger quand’era prefetto ed è disponibile il suo intervento su YouTube.
«La Chiesa non è una democrazia» non significa solamente che il Papa è il sovrano della Città del Vaticano o che ha la potestà suprema della Chiesa, significa ancora più fondamentalmente questo: essa è governata da Gesù Cristo ed è Lui che si occupa della sua Chiesa, non i fedeli.
È la Madre che si occupa dei suoi figli e non il contrario. Il contrario – che cioè un figlio metta in discussione il modo di accudire della madre – non farebbe altro che intralciare il lavoro di cura della madre. Noi, tutti noi, e soprattutto voi fedeli, dobbiamo riposare su questa grande e consolante verità!
Per carità, ben vengano le inchieste dei giornalisti, le ricerche e i vari apporti anche dei laici, però la grande maggioranza dei fedeli deve vivere senza caricarsi di pesi che non può portare e che rovinano solo la schiena – fuori metafora –: mettono a repentaglio la fede.
Il primo dovere di ogni fedele è UNO: Amare Gesù! E questo è anche il più grande servizio che si può fare alla Chiesa. Invece, trascinare i fedeli in un vortice machiavellico fatto di intrighi, congetture, silenzi… e di tutto ciò che ruota attorno alla Magna Quaestio…tutto ciò non solo insinua una generale diffidenza verso la Chiesa, ma avanza anche dubbi sulla priorità di una vita sacramentale, questo è esattamente ciò che vuole il Nemico!
APPENDICE 4 – L’INTERPETAZIONE ERRATA DEI NN. 76 E 77 UDG DA PARTE DEL DOTT. CIONCI
È ora di chiarire un vizio ricorrente negli interventi del dott. Cionci: uno slogan con cui dichiara nulla l’elezione del Papa ad ogni pretesto, fondandosi su un’interpretazione errata della legge.
Questa è la frase, che egli ripete in diverse forme ma uguale nella sostanza:
«La rinuncia di Benedetto XVI non è avvenuta a norma del can. 332.2 per via della mancata rinuncia al munus petrino. Quindi, secondo quanto afferma il combinato disposto fra gli artt. 76 e 77 della Universi Dominici Gregis, la successiva elezione “è nulla e invalida, senza che intervenga alcuna dichiarazione in proposito e la persona eletta non ha alcun diritto”».
L’affermazione in esame costruisce un nesso causale diretto e automatico tra una presunta invalidità della rinuncia papale (violazione del Can. 332 §2) e la nullità ipso facto della successiva elezione, basandosi su un’interpretazione estensiva degli articoli 76 e 77 della Costituzione Apostolica Universi Dominici Gregis (UDG).
Questa interpretazione è giuridicamente errata per due motivi principali, che verranno analizzati separatamente:
- Travisa la portata della clausola di nullità dell’art. 76 della UDG, applicandola a circostanze che esulano dal suo ambito normativo.
- Crea un collegamento logico-giuridico fallace tra due momenti distinti: la vacanza della Sede e il processo elettorale che ne consegue.
LA PORTATA REALE DELL’ART. 76 DELLA UNIVERSI DOMINICI GREGIS
L’argomento centrale della tesi errata risiede nell’art. 76:
«76 – Quodsi electio aliter celebrata fuerit, quam haec Constitutio statuit, aut non servatis condicionibus pariter hic praescriptis, electio eo ipso est nulla et invalida absque ulla declaratione, ideoque electo nullum ius tribuit»[50].
(Se l’elezione fosse avvenuta altrimenti da come è prescritto nella presente Costituzione o non fossero state osservate le condizioni qui stabilite, l’elezione è per ciò stesso nulla e invalida, senza che intervenga alcuna dichiarazione in proposito e, quindi, essa non conferisce alcun diritto alla persona eletta).
La questione cruciale è definire cosa si intenda per «elezione celebrata altrimenti da come questa Costituzione stabilisce».
La tesi di Cionci presuppone che celebrare un’elezione includa anche la pre-condizione che la Sede sia effettivamente vacante. Le fonti autorevoli e l’interpretazione canonistica dimostrano il contrario.
A) L’INTERPRETAZIONE AUTOREVOLE DEL CARD. POMPEDDA
Il Cardinale Mario Francesco Pompedda, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica e massima autorità in materia, nel suo commento alla UDG, circoscrive chiaramente l’ambito dell’art. 76. Commentando il passaggio dall’elezione a maggioranza qualificata a quella a maggioranza assoluta (art. 75), egli scrive:
«È il senso di quanto prescrive il n. 76 che, in applicazione del can. 10 CIC […], introduce qui una nullità insanabile, che perciò renderebbe irrita l’elezione, nel caso di contravvenzione alle procedure sopra descritte»[51].
Quali sono le «procedure sopra descritte»? Sono le modalità di votazione, i quorum, il numero degli scrutini, la gestione delle giornate di riflessione, il ballottaggio tra i due candidati più votati, come dettagliato negli articoli 72-75. L’art. 76 è una norma di chiusura che sanziona con la nullità la violazione delle regole procedurali interne al Conclave, non le condizioni esterne e presupposte come la vacanza della Sede.
B) L’INTERPRETAZIONE SISTEMATICA
Un’analisi tecnica delle norme deve partire da due principi fondamentali:
Principio di Stretta Interpretazione: Le leggi che stabiliscono una nullità sono un’eccezione alla regola generale per cui un atto posto contro la legge è valido ma illecito (cfr. Can. 10 CIC). Come tali, vanno interpretate nel senso più restrittivo possibile (strictæ interpretationis). È quindi giuridicamente scorretto estendere la nullità prevista per la violazione delle norme procedurali dell’elezione a una questione esterna come la validità di una rinuncia precedente.
Distinzione tra Atti Preliminari ed Elezione: UDG stessa distingue tra gli atti preparatori e l’elezione vera e propria (la electio, cioè gli scrutini). La clausola di nullità dell’art. 76 si riferisce strettamente alla procedura elettorale propriamente detta, non a ciò che la precede.
Inoltre, lo scopo della legge (ratio legis) è garantire una rapida e certa elezione del Pontefice. Un’interpretazione estensiva dell’art. 76, come quella proposta, otterrebbe l’effetto opposto: creerebbe incertezza, contenziosi interminabili e lascerebbe la Chiesa senza una guida sicura, permettendo a chiunque di contestare la validità di un’elezione sulla base di proprie interpretazioni. La tendenza della legislazione papale, al contrario, è stata quella di ridurre le cause di nullità, come dimostra, ad esempio, l’art. 78 della UDG che, pur sanzionando con la scomunica la simonia, stabilisce che essa non invalida l’elezione. La mens del legislatore in questo senso è chiarita anche da una lettura corsiva del proemio della Costituzione Universi Dominici Gregis.
Conclusione Parziale 1:
L’art. 76 della UDG sanziona con la nullità le violazioni delle norme procedurali interne al Conclave, non la validità del presupposto della vacanza della Sede.
L’ERRORE LOGICO-GIURIDICO: CONFONDERE LA CAUSA CON L’EFFETTO
L’affermazione in esame collega due ambiti giuridici distinti attraverso l’art. 77 della UDG, che però non supporta tale collegamento. L’art. 77 stabilisce semplicemente che le norme della Costituzione si applicano integralmente anche nel caso in cui la vacanza della Sede derivi da una rinuncia.
L’articolo 77 presuppone una rinuncia valida; non è uno strumento per mettere in discussione la rinuncia stessa. Questo significa che la validità della rinuncia papale è un presupposto fondamentale affinché si possa applicare la UDG.
La rinuncia (Atto A) è un atto distinto dall’elezione (Atto B).
Logica corretta: La UDG disciplina l’Atto B (l’elezione), che si attiva solo dopo la conclusione dell’Atto A (la rinuncia che causa la vacanza). La validità dell’Atto A è giudicata secondo le norme che lo regolano (Can. 332 §2), non retroattivamente tramite le norme che regolano l’Atto B.
Dunque: se la rinuncia non fosse valida, non vi sarebbe vacanza della Sede e la UDG non si applicherebbe affatto, nemmeno nei suoi articoli 76 e 77. Ne consegue che è contraddittorio citare UDG 76 per dichiarare invalida un’elezione successiva a una rinuncia che si considera invalida: si tratterebbe, appunto, di una procedura mai iniziata formalmente.
Se la Sede non fosse vacante, il problema non sarebbe una “elezione nulla”, ma un “atto giuridicamente inesistente” o un “tentativo di elezione scismatica”, una fattispecie completamente diversa e molto più grave, la cui constatazione non è certo affidata all’interpretazione privata di un singolo fedele basata su una norma procedurale.
Infine, un chiarimento essenziale: l’espressione «senza bisogno di alcuna dichiarazione» (absque ulla declaratione[52]), presente nell’articolo 76, non significa che chiunque possa proclamare invalida un’elezione. La nullità ipso iure, infatti, è un concetto tecnico: indica che l’atto non produce effetti giuridici per sua natura, ma non elimina la necessità che vi sia un’autorità legittima a verificare, constatare e comunicare tale nullità alla Chiesa. Non si tratta di un automatismo che possa essere azionato da opinioni private. In mancanza di una dichiarazione autorevole, pubblica e formale, che abbia il riconoscimento della Chiesa universale, nessuno ha il diritto di affermare con assoluta certezza che il Papa regnante non sia validamente eletto.
Conclusione Finale:
L’affermazione secondo cui un’elezione papale sarebbe automaticamente nulla ex UDG 76 a causa di una rinuncia invalida è priva di ogni fondamento giuridico e autorevole.
L’art. 76 UDG si riferisce esclusivamente alla violazione delle procedure interne al Conclave e deve essere interpretato in senso stretto.
La tesi del dott. Cionci crea un collegamento fallace tra la norma sulla rinuncia e quella sulla procedura elettorale, confondendo il presupposto (la vacanza) con l’atto che ne consegue (l’elezione).
Accettare una simile interpretazione significherebbe introdurre un principio di anarchia nella Chiesa, contrario a duemila anni di tradizione giuridica e allo scopo stesso del diritto canonico, che è la salvezza delle anime (salus animarum suprema lex) attraverso l’ordine e la certezza del diritto.
Note
[1] Cfr. Henri-Marie de Lubac, Les églises particulières dans l’Église universelle, Aubier, Paris 1971, p. 194.
[2] Andrea Cionci, «Perché l’Eucaristia è “estrattore di verità”, (OVVIAMENTE) nel contesto della Magna Quaestio?», 19 luglio 2025, https://youtu.be/CrZTIHL1M4U?si=XsOgG_vohoMSJ4Ft.
[3] Il dott. Cionci aveva iniziato a usare questa metafora in riferimento all’Eucaristia nel mese di maggio, sostenendo che un’astensione massiccia dalla S. Messa avrebbe sensibilizzato la gerarchia ecclesiastica circa la necessità di chiarire la Magna Quaestio, mentre, viceversa, la sua frequentazione avrebbe contribuito a normalizzare la situazione. «È l’Eucaristia che estrae, come non so, come la fune di vincolo del paracadute, no? È l’eucaristia che estrae la Magna Quaestio, che tira fuori dal sacco la verità, perché quello è un passaggio ineliminabile. Certo, se poi passiamo al tarallucci e vino, che papa o antipapa è lo stesso, si può andare sempre a Messa sotto casa e chiaramente viene depotenziato il ruolo dell’Eucaristia come estrattore di verità» (Andrea Cionci, «Impossibile “sopire-troncare”. Declaratio scoglio storico. L’Eucaristia estrarrà per forza la verità», 11 maggio 2025, https://youtu.be/jRHmK_fvRo8?si=e-q2FRjZF-LlJ3IR).
[4] Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione Dei Verbum (18 novembre 1965), in Enchiridion Vaticanum (EV), vol. 1, EDB, Bologna 199314, nn. 898-903.
[5] Email ricevuta da un professore di filosofia.
[6] Le motivazioni che egli adduce per spingere i fedeli a non frequentare i sacramenti sono le seguenti: «Spingere i fedeli a una militanza, a una rinuncia, a un sacrificio pur di essere fedeli alla vera Chiesa, al vero Papa, impegnarsi per la verità nella Chiesa, impegnarsi perché la questione canonica venga disciolta pubblicamente: quella è l’input, è la marcia in più alla fede di questi credenti. Non adagiarsi sulla sindrome delle pastarelle: vai a timbrare il cartellino tutte le domeniche perché tanto c’è sempre la comunione con Cristo, perché, ammesso e non concesso che ci sia la comunione con Cristo, cioè che il sacramento sia valido, non ci si può andare se si riconosce un pastore illegittimo. Non si è più cattolici» (Andrea Cionci, «L’autogol di P. Farè sulla FSSPX: loro RICONOSCONO L’AUTORITA’ DEL PAPA LEGITTIMO», 23 luglio 2025, https://youtu.be/bcvabajlSbY?si=_7_l9orKZvUP2uRd).
[7] Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Ecclesia De Eucharistia (17 aprile 2003), in AAS 95 (2003), pp. 433–475.
[8] Andrea Cionci, «Teologia morale anni ’50 superata? Ecco cosa dice il Catechismo del ’92 sul precetto domenicale», 26 marzo 2025, https://youtu.be/-38ujFA8THg?si=MaLyyGQFMhgBvURN.
[9] Benedetto XVI, Esortazione Apostolica postsinodale Sacramentum Caritatis, (22 febbraio 2007) in AAS 99 (2007), pp. 106-180, n. 95.
[10] Andrea Cionci, «L’autogol di P. Farè sulla FSSPX: loro RICONOSCONO L’AUTORITA’ DEL PAPA LEGITTIMO», 23 luglio 2025, https://youtu.be/bcvabajlSbY?si=HJsLDcr_ixxDQohv.
[11] «Vedete bene che l’antipapa, malvagio, gnostico, massone Bergoglio era nemico dell’Eucaristia, voleva disinnescarla, e quindi siamo del tutto autorizzati a ritenere che alcuni preti nominati sotto Bergoglio, che celebravano e che celebravano la Messa in unione con lui, non avessero l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa. […] se un prete bergogliano non crede all’Eucaristia ma va lì e fa il suo dovere, la Messa è valida. Dov’è che non sarebbe valido il sacramento? […] se questo prete in cuor suo dicesse: “non intendo consacrare, né intendo lasciarmi determinare dalla volontà della Chiesa qui presente” […] Ora, noi non possiamo invece essere sicuri che nessun sacerdote abbia mai inteso fare questo. Perché? Perché la Chiesa è impestata di massoni, di gnostici, che odiano l’Eucaristia. E quindi siamo del tutto legittimati nel ritenere che preti di nomina bergogliana, nominati sotto Bergoglio, che celebravano in unione con Bergoglio, potessero avere l’intenzione positiva di non consacrare né di lasciarsi determinare dalla volontà della Chiesa, cioè che fossero nemici attivi dell’Eucaristia» (Andrea Cionci, «Il miracolo eucaristico di Moncada conferma lo studio di Cionci su validità/liceità dei Sacramenti», 26 luglio 2025, https://www.youtube.com/watch?v=WH-NHHJpNCY&t=7s).
[12] Andrea Cionci, «Quando i teologi servono a confondere. Padre Farè, si potrebbe andare a Messa “una cum Cionci”?», 22 luglio 2025, https://youtu.be/MXvXHvv9rKE?si=5O4hRumLd_BLZK0Q.
[13] Benedetto XVI, «Omelia della Santa Messa “Nella cena del Signore”», 21 aprile 2011.
[14]Da un’omelia del 10 luglio 1977 pubblicata in Joseph Ratzinger, Il Dio vicino e citata da Andrea Cionci nel podcast del 19 luglio dal titolo: «Perché l’Eucaristia è “estrattore di verità” già citato.
[15] cfr. Henri-Marie De Lubac, Corpus mysticum, in Opera omnia, vol. 15, Jaca Book, Milano 1982.
[16] Andrea Cionci, «Perché l’Eucaristia è “estrattore di verità”, (OVVIAMENTE) nel contesto della Magna Quaestio?», 19 luglio 2025, https://www.youtube.com/watch?v=CrZTIHL1M4U
[17] Pio XII, Lettera enciclica Mystici Corporis Christi, 29 giugno 1943, in Enchiridion delle Encicliche, vol. 6 (1939–1958), EDB, Bologna 1995, pp. 227–292., n. 23.
[18] Pio XII, Mystici Corporis Christi, cit., n. 24.
[19] Walter Kasper, Dienst an der Einheit und Freiheit der Kirche. Zür gegenwärtigen Diskussion um das Petrusamt, in Albert Brandeburg – Hans Jörg Urban, ed., Petrus und Papst, Vol. II, Münster 1978, p. 126 (traduzione propria).
[20] Michel de Certeau, La debolezza del credere. Fratture e transiti del cristianesimo, Vita e pensiero, Milano 2020, p. 185.
[21] Cfr. Giacomo Biffi, Casta meretrix , Piemme, Casale Monferrato (AL) 1996, p. 34.
[22] S. Ambrogio, Exameron IV, 32, citato e tradotto dal Card. Biffi in Casta meretrix.
[23] Ambrogio di Milano, Exameron, IV, 7 , citato e tradotto dal Card. Biffi in Casta meretrix.
[24] Ambrogio di Milano, De viduis, 49, citato e tradotto dal Card. Biffi in Casta meretrix.
[25] Ambrogio di Milano, De Abraham II, 72, citato e tradotto dal Card. Biffi in Casta meretrix.
[26] Giacomo Biffi, Casta meretrix , Piemme, Casale Monferrato (AL) 1996, p. 35.
[27] San Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae (I, q.1, a.1), mostra fin dall’inizio che accanto alle discipline filosofiche, fondate sulla ragione, è necessaria una dottrina sacra, fondata sulla rivelazione divina. Non parte da un dubbio metodico, ma dalla constatazione che la ragione umana, pur capace di conoscere Dio, è limitata e insufficiente per giungere alla verità salvifica in modo certo e accessibile a tutti. Nella Summa contra Gentiles (libro I, capp. 11–12), egli descrive come la ragione, di fronte a ciò che ancora non conosce, si metta in moto interrogandosi, ma sempre fiduciosa nella capacità umana di raggiungere la verità. L’ignoranza non è negazione, ma stimolo all’indagine. La struttura stessa dell’opera tomista — con obiezioni, respondeo e soluzioni — mostra un metodo dialettico che valorizza le difficoltà come strumenti per chiarire la verità. Nel commento alla Metafisica di Aristotele (Sent. Met., I, lect. 3), riconosce che il dubbio e la meraviglia (θαυμάζειν) sono il punto di partenza della ricerca filosofica. La filosofia nasce da quella condizione di ignoranza che genera meraviglia davanti ai fenomeni inspiegabili. Tuttavia, il fine del sapere non è il permanere nel dubbio, ma il superamento della meraviglia attraverso la conoscenza delle cause. Questo approccio si distingue radicalmente dal dubbio scettico, che sospende ogni giudizio anche sull’evidenza e sull’esistenza del reale. In Tommaso, al contrario, la conoscenza nasce da una fiducia originaria nella realtà e nell’intelligenza umana, guidata dalla ragione e dalla fede.
[28] P. Giorgio Maria Faré, Non consegnerò il Leone, omelia del 13 ottobre 2024.
[29] Nella Summa Theologiae San Tommaso d’Aquino distingue la natura del dubbio del credente, non attribuendolo a un difetto della fede stessa (la cui causa è divina), ma alla nostra condizione umana. Nella risposta a un’obiezione sulla certezza della fede, egli chiarisce che il dubbio non nasce da un difetto della fede, «ma da parte nostra, in quanto non comprendiamo pienamente con l’intelletto le realtà che appartengono alla fede» («sed quoad nos, inquantum non plene assequimur per intellectum ea quae sunt fidei») (IIª-IIae q. 4 a. 8 ad 1). Questo dubbio, quindi, scaturisce dalla nostra limitata capacità intellettuale di comprendere appieno i misteri divini. Un tale dubbio, che non è un rifiuto ma un’umile ammissione dei propri limiti, è ammissibile quando si trasforma nel motore per una maggiore conoscenza. L’atto di fede, infatti, non esclude un’indagine, anzi, «comporta una certa ricerca delle ragioni attraverso le quali l’uomo è indotto a credere» («habet tamen inquisitionem quandam eorum per quae inducitur homo ad credendum») (IIª-IIae q. 2 a. 1 ad 1). Si dubita non per abbandonare la via, ma per intraprendere quella «ricerca» che non mina la fede, ma la corrobora, approfondendo le ragioni della credibilità per aderire alla Verità con una convinzione più matura e consapevole.
[30] Andrea Cionci, «L’autogol di P. Farè sulla FSSPX: loro RICONOSCONO L’AUTORITA’ DEL PAPA LEGITTIMO», 23 luglio 2025, cit.
[31] Traduzione propria dell’articolo tratto dal sito della Parrocchia di S. Jaime di Moncada (provincia di Valencia)https://parroquia.sanjaimemoncada.es/venerable-ines-moncada/. L’episodio è riportato negli Anales Eclesiásticos di padre Odorico Raynaldi e in altri documenti conservati presso l’archivio comunale di Moncada.
[32] Antonio Galli, Gli Antipapi del Grande Scisma d’Occidente, Sugarco, Milano 2011, p. 41.
[33] Antonio Galli, Gli Antipapi del Grande Scisma d’Occidente, Sugarco, Milano 2011, p. 42-43.
[34] Sant’Antonino Pierozzi, domenicano, è stato arcivescovo di Firenze e figura eminente del Rinascimento religioso. Entrato giovanissimo nell’Ordine dei Predicatori, si distinse per la sua profonda vita spirituale, il rigore morale e la competenza teologica. Fu nominato arcivescovo di Firenze da papa Eugenio IV nel 1446, nonostante la sua riluttanza, e svolse il suo ministero episcopale con zelo pastorale, attenzione ai poveri e riforma del clero. È noto anche per le sue opere teologiche e morali, in particolare la Summa theologica moralis, una delle prime sintesi sistematiche della teologia morale. Fu canonizzato nel 1523 da papa Adriano VI. È considerato un modello di vescovo riformatore e un precursore della dottrina sociale della Chiesa.
[35] S. Antonino Pierozzi, citato da Louis Salembier, The Great schism of the west, pp. 180-184. Lo stesso passo è citato anche da Antonio Galli, Gli Antipapi del Grande Scisma d’Occidente, cit., p. 42.
[36] L’ignoranza è detta invincibile quando il soggetto, pur impegnandosi con sincerità, non riesce a comprendere l’argomento in questione oppure non è in grado di giungere a una conclusione chiara. Essa può assumere carattere colpevole quando la persona, non conducendo una vita moralmente retta e non cercando sinceramente la verità, finisce per formarsi una coscienza ottusa, incapace di riconoscere il vero. In questo caso, l’ignoranza è frutto di una responsabilità morale. Può invece dirsi incolpevole, quando il soggetto ha fatto quanto era nelle sue possibilità per comprendere correttamente la questione, senza tuttavia riuscire ad acquisire una certezza sufficiente: qui l’ignoranza, pur restando reale, non è imputabile moralmente, poiché l’agente ha agito secondo retta intenzione e proporzionata diligenza.
[37] Ricordiamo il già citato Vincenzo Ferrer, ma anche il Beato Pietro di Lussemburgo (1369–1387) e Santa Coletta di Corbie (1381-1447)
[38] Questo era previsto dal Codex Iuris Canonici del 1917. Il diritto canonico vigente ha ampliato le condizioni in cui si applica la supplenza (supplentia), ossia la sanazione della mancanza di potestà di governo in caso di errore comune o di dubbio positivo e probabile. Il principio è disciplinato dal can. 144 del Codice di diritto canonico del 1983, che costituisce un’evoluzione rispetto alla normativa più restrittiva del Codice del 1917. Oggi non è più richiesto che la persona abbia un titolo colorato (cioè un atto giuridico esterno, come una bolla o decreto), ma basta che la gente creda che quella persona abbia il titolo, anche senza verificarlo.
[39] L. Salembier, The Great schism of the west, pp. 180-184
[40] E. Delaruelle – R. Labande – P. Ourliac, La Chiesa al tempo del grande scisma e della crisi conciliare (1378-1449), XIV, 3, S.A.I.E., Torino 1971, p. 1280.
[41] E. Delaruelle – R. Labande – P. Ourliac, La Chiesa al tempo del grande scisma e della crisi conciliare (1378-1449), XIV,3, cit., p. 1290.
[42] Leone XIII, Lettera Apostolica Apostolicae Curae De Ordinationibus Anglicanis (13 settembre 1896) in AAS 29 (1896-97), 193-203.
[43] Mons. Camille Perl, segretario della Commissione Ecclesia Dei, Lettera a un fedele, 28 maggio 1996 e di nuovo in una lettera del 6 marzo 1998 Prot. 236/98 «In the strict sense you may fulfill your Sunday obligation by attending a Mass celebrated by a priest of the Society of Saint Pius X…If your intention is simply to participate in Mass according to the 1962 Missal for the sake of devotion, this would not be a sin. It would seem that a modest contribution to the collection at Mass could be justified».
[44] Pontificia Commissione Ecclesia Dei, lettera del 27 settembre 2002: «It is true that participation in the Mass and sacraments at the chapels of the Society of St. Pius X does not of itself constitute “formal adherence to the schism”» («È vero che la partecipazione alla Messa e ai sacramenti presso le cappelle della Fraternità San Pio X non costituisce di per sé una “formale adesione allo scisma”»).
[45] Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Nota esplicativa Sulla scomunica per scisma in cui incorrono gli aderenti al movimento del Vescovo Marcel Lefebvre, 24 agosto 1996, in Communicationes 29 (1997), n. 6.
[46] La formula «una cum famulo tuo Papa nostro Francisco» è una menzione liturgica che significa la celebrazione in unione con la Chiesa. Il sacerdote nomina colui che è riconosciuto come Papa dalla Chiesa universale. In caso di errore sulla legittimità dell’elezione del Papa, non vi è peccato né illiceità, perché l’intenzione è quella di celebrare in comunione con il legittimo Romano Pontefice, chiunque egli sia.
[47] Andrea Cionci, «L’autogol di P. Farè sulla FSSPX: loro RICONOSCONO L’AUTORITA’ DEL PAPA LEGITTIMO», 23 luglio 2025, https://youtu.be/bcvabajlSbY?si=yjekgDlWSx5F49x9.
[48] Andrea Cionci, «Senza verità sulla Magna Quaestio è in discussione il dogma dell’indefettibilità della Chiesa», 20 luglio 2025, https://youtu.be/lPNbraanYiU?si=r5T3Ba5V_6WWJWQ7.
[49] P. Giorgio Maria Faré, L’indefettibilità della Chiesa, reperibile al link https://tinyurl.com/3jyukke2.
[50] Giovanni Paolo II, Costituzione Apostolica Universi Dominici Gregis (22 febbraio 1996) in AAS 88 (1996), pp. 97-142.
[51] Mario Francesco Pompedda, «Commento alla Constitutio Apostolica de Sede Apostolica vacante deque Romani Pontificis electione», in Pio Vito Pinto, ed. Commento alla Pastor Bonus e alle norme sussidiarie della Curia Romana, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2003, p. 359.
[52] L’espressione absque ulla declaratione (senza alcuna dichiarazione) è una formula tecnica che esprime la natura automatica di certi effetti giuridici nel diritto canonico. Tale espressione viene usata, ad esempio, per descrivere il meccanismo della scomunica latae sententiae, quel tipo di scomunica nella quale si incorre ipso facto, cioè per il solo fatto di aver commesso il delitto. Questo meccanismo, che la dottrina classica esprime con la formula absque ulla declaratione, significa che la pena produce i suoi effetti giuridici senza la necessità di un previo intervento formale dell’autorità ecclesiastica, la sanzione è giuridicamente valida ed efficace in foro interno (nella coscienza del reo) fin dal momento della commissione del delitto, appunto absque ulla declaratione. Tuttavia, per la piena efficacia della pena nel foro esterno, l’autorità deve emettere un’apposita dichiarazione (declaratio). Tale atto non è una sentenza costitutiva (come nel caso delle pene ferendae sententiae), bensì un atto meramente dichiarativo, volto a rendere pubblicamente certa l’esistenza della sanzione già incorsa. La rilevanza giuridica di questa dichiarazione è fondamentale: è solo dopo tale atto che gli effetti proibitivi della scomunica possono essere resi esecutivi e che la comunità è tenuta a trattare pubblicamente la persona come scomunicata. In assenza di essa, si tutela la buona fama dell’individuo e si garantisce la certezza del diritto.

