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La lettera di Benedetto XVI a mons. Bux: alcune considerazioni

Papa che scrive orizz

Il carteggio tra mons. Nicola Bux[1] e Benedetto XVI, avvenuto nel 2014 e pubblicato il 7 agosto 2025, è noto ormai a molti ma, prima di commentarlo, credo sia opportuno ripercorrere i principali passaggi della vicenda.

Cominciamo dalla pubblicazione della notizia.

Il 7 agosto 2025 Riccardo Cascioli, direttore della rivista cattolica La Nuova Bussola Quotidiana (NBQ), pubblica un articolo dal titolo: La lettera inedita di Benedetto XVI: la mia rinuncia è piena e valida. In questo pezzo dà una notizia «sensazionale»: esiste una lettera di Papa Benedetto XVI datata 21 agosto 2014, nella quale il Papa, rispondendo ad alcune domande di mons. Bux, fa delle affermazioni che – cito Cascioli – dovrebbero «mettere fine alla lunga diatriba sulle intenzioni di Benedetto XVI riguardo alla sua rinuncia»[2].

La lettera con gli interrogativi di mons. Bux e la risposta del Papa fanno parte di uno scambio privato, eccezionalmente reso pubblico dal monsignore 11 anni dopo i fatti. La copia fotostatica della risposta di Benedetto e il testo della lettera di Bux sono pubblicati in appendice a un libro intitolato Realtà e utopia nella Chiesa, scritto a quattro mani da mons. Bux e Vito Palmiotti e pubblicato proprio dalla NBQ, edizioni Omni Die.

Che attinenza contenutistica ha questo libro con lo scambio epistolare tra il monsignore e il Papa? A voler essere rigorosi, nessuna. L’inserimento del carteggio in appendice al libro è di fatto un’operazione di marketing per spingere le vendite del libro stesso, anche se Cascioli, forzando un po’ la mano, suggerisce una continuità in merito al tema della «crisi di fede che attraversa la Chiesa»[3].

Faccio ora un piccolo passo indietro per spiegare l’antefatto del carteggio. Cito da Realtà e utopia nella Chiesa:

«Don Nicola Bux è stato ricevuto da Benedetto XVI dopo la rinuncia, lunedi 21 luglio 2014 alle ore 12.15, nel Monastero Mater Ecclesiae in Vaticano, dove risiedeva. Gli è venuto incontro nel salotto, chiudendo dietro di sé la porta dello studio, senza ausili. Doveva sottoporgli, a un anno dalla sua rinuncia, le riflessioni e osservazioni di tanti autorevoli amici circa il suo atto e la situazione conseguente; in particolare chiedergli come egli intendesse la figura del tutto inedita del “Papa emerito”. Hanno colloquiato per circa un’ora, […] alla fine, Don Nicola gli consegnò una lettera (1) alla quale promise di rispondergli, cosa che avvenne un mese dopo (2) il 21 agosto. Al carteggio aggiungiamo alcune valutazioni (3) perché Don Nicola resta convinto che vi sono aspetti della rinuncia, che possono essere approfonditi dagli studiosi. […] Don Bux ha voluto pubblicare ora tutto ciò, come si era proposto, perché con la morte di Papa Francesco e l’elezione di Papa Leone XIV ritiene conclusa la fase emotiva aperta dalla rinuncia di Benedetto XVI»[4].

La lettera viene dunque consegnata «a mano» da mons. Bux e la risposta del Papa gli arriva, tramite lettera, un mese dopo.

In questa diretta non sarà possibile leggere integralmente il contenuto delle due lettere; farò invece alcune osservazioni generali in merito alla scelta della pubblicazione e, successivamente, analizzerò il contenuto dei due documenti.

LA TEMPISTICA E LA MODALITÀ DELLA PUBBLICAZIONE

La prima domanda che a tutti sorge spontanea è: perché mons. Bux ha deciso di rendere pubblico il carteggio solo 11 anni dopo, considerando tutto ciò che è successo in questo periodo e tutti i drammi che si sono consumati in merito? Penso, ad esempio ai fedeli che per anni si sono astenuti dal partecipare ai sacramenti o ai sacerdoti raggiunti da pesanti sanzioni canoniche per aver sollevato pubblicamente dubbi sullo stato canonico della Declaratio.

Troviamo la risposta di mons. Bux nelle righe che vi ho letto poc’anzi: egli «ritiene conclusa la fase emotiva aperta dalla rinuncia di Benedetto XVI». Cascioli, nell’articolo che inizialmente vi ho citato, afferma similmente «questa lettera di Benedetto XVI, di cui si sapeva l’esistenza ma che non era mai stata pubblicata da monsignor Bux per evitare che diventasse soltanto un ulteriore strumento di feroci quanto inutili polemiche»[5]. In un altro articolo della NBQ sempre Cascioli afferma:

«Perché pubblicare questa lettera dopo 11 anni e non quando la polemica era viva? Intanto perché si trattava di «un carteggio privato» e monsignor Bux giudicava corretto mantenerlo tale; ma soprattutto perché voleva evitare che tale lettera diventasse altro carburante per la guerra tra opposte fazioni riguardo alla rinuncia di Benedetto XVI e al pontificato di Francesco»[6].

Di fronte alla gravità della questione, queste spiegazioni appaiono del tutto insoddisfacenti, come molti hanno già notato. L’ultimo decennio è stato senz’altro uno dei più tumultuosi e problematici nella storia della Chiesa contemporanea. Come è possibile che la documentazione, la quale viene proposta per «chiudere il discorso su chi negli anni passati sia stato il “vero Papa”»[7], sia stata tenuta nascosta per tanto tempo?

La «fase emotiva», come viene definita, non è affatto conclusa: sempre più persone scelgono di seguire realtà settarie che si pongono dichiaratamente fuori dalla Chiesa, trascinando con sé molti fedeli; altri fedeli, che non professano appartenenze ecclesiali scismatiche, vengono però convinti a disertare i sacramenti in ragione di un’assurda strategia del dissenso ecclesiale. L’affermazione che la «fase emotiva» sia conclusa appare smentita dai fatti, data la continua proliferazione di posizioni radicali che si pongono al di fuori della comunione ecclesiale.

Si parla poi di «carburante per la guerra tra opposte fazioni» o di «strumento per feroci e inutile polemiche». Si manifesta qui una tensione logica. Cascioli più volte ha affermato che lo scambio pone «fine a tante speculazioni»[8]. Se queste lettere sono considerate risolutive oggi, non si comprende perché in passato avrebbero dovuto fungere da carburante o strumento per altre polemiche. Al contrario, la loro efficacia sarebbe stata verosimilmente maggiore se pubblicate nel 2014, quando il dissenso era ancora circoscritto a un numero minore di voci. Tornerò su questo punto.

Inoltre, la scelta di pubblicare un documento di tale portata pastorale esclusivamente all’interno di un testo commerciale a pagamento solleva notevoli perplessità. Tale modalità appare difficilmente conciliabile con l’urgenza di offrire un chiarimento accessibile a tutti i fedeli, specialmente a coloro che per anni hanno vissuto in uno stato di profondo disagio spirituale a causa di questa incertezza.

MONS. BUX: UNA POSIZIONE CONTRADDITTORIA

A queste osservazioni se ne aggiunge un’altra, forse ancora più grave.

Mons. Bux, intervistato da Aldo Maria Valli nel 2018, cioè quattro anni dopo la corrispondenza con Benedetto, ha rilasciato le seguenti dichiarazioni[9]:

«Sarebbe più agevole esaminare e studiare più accuratamente la questione relativa alla validità giuridica della rinuncia di Papa Benedetto XVI, se cioè essa sia piena o parziale (“a metà”, come qualcuno ha detto) o dubbia»[10].

Non è sorprendente che mons. Bux possa aver sollevato questo tipo di dubbio, se era in possesso della risposta di Benedetto XVI?

Riccardo Cascioli[11] ha replicato che questa obiezione è malposta, perché cita la frase di mons. Bux «fuori contesto». Cascioli sostiene che tale frase si riferisse esclusivamente alla questione del «Papato emerito». Vi mostrerò che, viceversa, è proprio collocando quanto dice mons. Bux all’interno del suo contesto che l’obiezione emerge in tutta la sua potenza.

Nell’intervista a Valli mons. Nicola Bux esprimeva giudizi molto severi sul pontificato di Francesco: denunciava che con Amoris laetitia e la sua elevazione a magistero autentico si è introdotta una prassi difforme nella Chiesa, con una fede e una morale «a due velocità». Criticava la modifica al Catechismo sulla pena di morte come un atto storicistico che apre a interrogativi inquietanti sulla custodia del depositum fidei. Accusava Papa Francesco di aver segnato una discontinuità rivoluzionaria rispetto ai predecessori, generando eresie, scismi e confusione, aggravata da una liturgia sempre più mondana. Infine, affermava Bux, l’eresia e il silenzio sulla verità possono arrivare a intaccare lo stesso ufficio petrino, fino alla perdita del pontificato ipso facto.

Mons. Bux non stava parlando in astratto, stava parlando di Francesco e della sua eterodossia.

A questo punto, sollecitato dall’intervistatore a commentare il tema della perdita del pontificato da parte di un Papa eretico, mons. Bux replicava:

«Come vede, ci sono non poche difficoltà pratiche, teologiche e giuridiche alla questione del giudizio del Papa eretico. Forse – e lo dico proprio da un punto di vista pratico – sarebbe più agevole esaminare e studiare più accuratamente la questione relativa alla validità giuridica della rinuncia di Papa Benedetto XVI, se cioè essa sia piena o parziale (“a metà”, come qualcuno ha detto) o dubbia, giacché l’idea di una sorta di Papato collegiale mi sembra decisamente contro il dettato evangelico. Gesù non disse, infatti, “tibi dabo claves…” rivolgendosi a Pietro e ad Andrea, ma lo disse solo a Pietro! Ecco perché dico che, forse, uno studio approfondito sulla rinuncia potrebbe essere più utile e proficuo, nonché aiutare a superare problemi che oggi ci sembrano insormontabili»[12].

Proprio il contesto ci guida nell’interpretare queste parole ed è chiara la consecutio logica: all’interno di un discorso riferito a Francesco, dopo aver affermato la difficoltà di determinare se un Papa abbia perso il papato per eresia, mons. Bux propone di percorrere un’altra via: «da un punto di vista pratico sarebbe più agevole esaminare e studiare più accuratamente la questione relativa alla validità giuridica della rinuncia di Papa Benedetto XVI» e ancora: «uno studio approfondito sulla rinuncia potrebbe essere più utile e proficuo, nonché aiutare a superare problemi che oggi ci sembrano insormontabili». Quali problemi? Evidentemente quelli citati in precedenza, cioè quelli in merito alla problematicità del magistero di Francesco.

Volendo parafrasare in estrema sintesi, il pensiero di mons. Bux che emergeva dall’intervista era: anziché cercare di stabilire se Francesco sia eretico e applicare le tesi di Bellarmino, che è una cosa molto difficile, seguiamo una via più facile: cerchiamo di capire se la rinuncia di Benedetto sia stata piena o parziale, così capiremmo se Francesco sia o meno Papa.

Sostenere che l’intervento di mons. Bux fosse limitato alla questione del «Papato emerito» appare una reinterpretazione riduttiva e decontestualizzata. Il flusso logico della sua intervista con Valli rende questa interpretazione veramente improbabile.

Ma procediamo pure in una sorta di «dimostrazione per assurdo». Ipotizziamo per un momento che abbia ragione Cascioli. Supponiamo che mons. Bux, dopo aver denunciato i problemi dottrinali del pontificato di Francesco e dopo aver accennato alla difficoltà di capire se un Papa sia eretico, cambi bruscamente e inaspettatamente argomento, spostandolo sulla questione del «papato emerito» senza relazione con quanto detto prima. Resta un problema: come è possibile che mons. Bux, nel 2018, esorti ad uno studio più accurato della validità giuridica della rinuncia di Benedetto se riteneva di avere in mano una lettera con la quale – a suo dire – lo stesso Papa fugava ogni dubbio in merito? Ma come può seminare dubbi chi in coscienza è certo che quella rinuncia è valida perché è stato il Papa stesso, per iscritto, a confermarne la validità? Così facendo mons. Bux accreditava indirettamente le teorie che Benedetto aveva smentito: usando espressioni come «rinuncia parziale», «a metà» o «dubbia», dava legittimità accademica e pastorale proprio a quelle speculazioni che Benedetto XVI gli aveva privatamente definito «assurde».

Sottolineo questo passaggio, perché è fondamentale: facciamo pure un’ulteriore ipotesi di lavoro, supponiamo che mons. Bux ritenesse soddisfacente la risposta di Benedetto e fosse in coscienza convinto della validità della rinuncia. Per quale motivo, allora, nel 2018, quando la tempesta sulla validità della Declaratio imperversava, sceglie di dire quelle parole che alle orecchie di tutti autorizzano a dubitare della pienezza della rinuncia di Benedetto? Nessuno, allora, sapeva della corrispondenza privata tra il Pontefice e il monsignore, nessuno aveva altre possibilità di chiavi di lettura. Affermare che: «sarebbe più agevole esaminare e studiare più accuratamente la questione relativa alla validità giuridica della rinuncia di Papa Benedetto XVI» è una frase che si presta alla lettura più ovvia: anche mons. Bux non è convinto che Benedetto XVI si sia dimesso. Affermazione tanto più potente, per la autorevolezza del personaggio. Ricordiamo che mons. Bux era stato consultore di diverse congregazioni, con ruoli importanti nella Curia Romana.

Voler affermare, oggi, che quella lettera era risolutiva di ogni dubbio e che Bux si riferiva ad altro, suona come un insulto all’intelligenza dei lettori.

Viceversa, tutto questo fa pensare che nel 2018 mons. Bux non interpretasse affatto quella lettera come la parola «fine» sulla questione.

Arrivo fino in fondo nella mia «dimostrazione per assurdo». Supponiamo pure che mons. Bux avesse operato una sottile distinzione da canonista. Supponiamo che egli avesse pensato che, sebbene la lettera del 2014 chiarisse l’animus (l’intenzione soggettiva) di Benedetto, la Declaratio (l’atto giuridico pubblico) del 2013 rimaneva oggettivamente ambigua e mal formulata. In quest’ottica, la sua richiesta del 2018 sarebbe una richiesta di studiare la validità oggettiva dell’atto pubblico, a prescindere dall’intenzione privata del suo autore.

È una posizione formalmente difendibile, ma che alimenta l’ambiguità della sua posizione perché usare oggi quella lettera per mettere una «pietra tombale» su qualsiasi dubbio sarebbe altrettanto incoerente. Se lo stesso mons. Bux ammetteva la possibilità che la rinuncia di Benedetto non fosse piena, pur avendo ricevuto rassicurazioni in merito da Benedetto stesso, la presentazione odierna come «risolutiva» sarebbe una re-interpretazione postuma. Mons. Bux dovrebbe, come minimo, spiegarci cosa nel frattempo lo abbia portato a raggiungere questa certezza.

La replica offerta da Cascioli, volta a difendere la coerenza dell’operazione editoriale, non sembra risolvere le contraddizioni emerse. Anzi, nel tentativo di giustificare la posizione di mons. Bux, introduce ulteriori elementi di debolezza nell’impianto argomentativo complessivo.

Sotto l’apparente compostezza, sembra essere un affannoso tentativo di placare le proteste dei lettori della NBQ, i quali non sono certo sprovveduti.

LA LETTERA DI MONS. BUX
QUANTO «PRIVATA»?

Nonostante lo scambio tra Benedetto XVI e mons. Bux fosse di natura privata, vi sono alcuni elementi che stonano con questo dato.

Un primo elemento ci viene consegnato dallo stesso Cascioli, che in un suo articolo cita alcune righe da Realtà e utopia nella Chiesa – se vi ricordate, alcune di queste ve le ho lette anch’io in apertura:

«Al termine di quel colloquio, durato circa un’ora e in cui si è spaziato “anche sulla liturgia, sull’interpretazione del Vaticano II e sull’unità dei cristiani”, monsignor Bux consegnò a Benedetto XVI una lettera – contenuta anch’essa nel libro – che, a poco più di un anno dalla rinuncia, conteneva “le riflessioni e osservazioni di tanti autorevoli amici circa il suo atto e la situazione conseguente”»[13].

Bux si è fatto quindi portavoce di «autorevoli amici» che desideravano chiarimenti circa l’atto di rinuncia del Papa. Chiediamo: solo loro desideravano chiarezza? Nella lettera del 2014 indirizzata a Benedetto XVI è lo stesso Bux che parla di «scisma strisciante» nella Chiesa… ma allora non sarebbe stato più nobile e corretto farsi carico di tante altre persone che nutrivano gli stessi dubbi e che rischiavano di allontanarsi dalla Chiesa?

Un secondo elemento che stona con la natura privata dello scambio si può cogliere leggendo la lettera di mons. Bux. Non posso impegnarmi ora in un’analisi retorica e strutturale dell’intera lettera. Tuttavia, senza perdere in accuratezza, posso fare alcune osservazioni. Il testo si struttura ed esprime in un modo che lo rende adatto alla lettura di un pubblico esterno. Lo mostra anzitutto l’incipit: mons. Bux esordisce mappando il dibattito in tre blocchi impersonali («secondo alcuni storici autorevoli…», «secondo altri teologi…», «altri ancora, in specie canonisti…»), formula tipica di uno scritto divulgativo che istruisce il pubblico, non di un carteggio tra addetti ai lavori che condividono già il quadro concettuale.  A seguire, dedica un ripasso di nozioni elementari su rinuncia e natura dell’ufficio petrino (es. «dogmaticamente-canonicamente… il Papa può rinunciare…», oppure definisce il Papa «Capo visibile della Chiesa universale»), contenuti cioè che il destinatario non ha bisogno di sentirsi spiegare, ma che servono piuttosto a un lettore esterno per orientarsi.L’argomentazione utilizza analogie per profani (es. «persino nelle repubbliche, l’ex-Presidente…»), ulteriori marcatori di divulgazione, assolutamente inappropriati se pensiamo che il destinatario è un Papa e per di più teologo di prim’ordine. È presente poi un’autolegittimazione curricolare («quando nel 2006 fui consultato dal Pontificio Consiglio per i testi Legislativi…»), utile a persuadere i lettori della propria competenza. La scelta di inserire excursus storico-liturgici sul Pontificale e sull’unicità del successore di Pietro, con conclusione perentoria («la Chiesa… non potrà mai avere più di un solo successore di Pietro»), ha una palese funzione pedagogica più che interlocutoria privata.  Infine, la chiusa non domanda qualcosa di personale o operativo, ma sollecita una «spiegazione e un chiarimento» sulla figura del «Papa emerito», formula di chiamata pubblica alla chiarificazione, inusuale per una missiva riservata.

La lettera di mons. Bux non ha la struttura di una domanda privata tra due teologi che condividono un linguaggio comune, ma quella di un manifesto pensato per un pubblico che deve essere istruito, orientato e persuaso. Il destinatario formale è Benedetto XVI, ma il destinatario sostanziale sembra essere già il mondo cattolico.

Sebbene non si possa avere certezza assoluta dell’intenzione dell’autore, l’analisi del testo suggerisce fortemente che mons. Bux intendesse redigere una «lettera aperta» piuttosto che avviare una comunicazione privata.

IL CONTENUTO

In ogni caso, i temi toccati da mons. Bux sono parecchi. Li riassumo di seguito per darvi una minima contezza del contenuto.

In apertura, il monsignore passa in rassegna tre letture riguardanti la rinuncia di Benedetto XVI. Anzitutto quella storica: la rinuncia avrebbe scosso l’assetto del ministero petrino e l’invenzione del «Papa emerito» sarebbe una soluzione inferiore e impropria. Poi la linea teologica: non si può lasciare il solo esercizio del munus senza alimentare il rischio di scisma, e perciò mantenere segni esteriori Papali risulta incoerente. Infine il tema canonistico: serve uno statuto positivo dell’emeritato. Esito delle tre letture: la confusione cresce e resta poco intelligibile come il pontefice regnante [Francesco] concepisca il proprio rapporto col munus petrino.

Bux prosegue affermando che la rinuncia Papale è valida per principio (anche un Papa può rinunciare!), ma la giudica prudenzialmente inopportuna per gli effetti destabilizzanti che può generare. Attribuisce la percezione dei problemi insorti soprattutto alla psicologia collettiva e alla simbologia del Papato, più che a questioni oggettive. Sostiene l’analogia tra il vescovo diocesano e il vescovo di Roma: se il primo può dimettersi, non c’è ragione teologica perché il secondo non possa farlo. Denuncia però un processo di desacralizzazione e di personalizzazione dell’ufficio, legato anche a scelte stilistiche degli ultimi pontificati, che avrebbero favorito l’ambiguità. Valuta la rinuncia di Benedetto XVI come un atto oggettivamente non benefico per la Chiesa, con esiti di confusione. Ribadisce l’unicità del successore di Pietro e l’impossibilità di un doppio esercizio petrino. Identifica infine il vero nodo aperto nella definizione teologico-giuridica della figura di «Papa emerito» e chiede perciò a Benedetto XVI un chiarimento esplicito per stabilire criteri e confini di tale status.

LA RISPOSTA DI PAPA BENEDETTO XVI

A fronte delle quasi quattro pagine redatte da Monsignor Bux, la replica di Benedetto XVI risulta significativamente più sintetica, estendendosi per circa una pagina e mezzo. Potremmo definirla sbrigativa ed elusiva.

Riporto di seguito la sezione più importante della lettera:

«La vera risposta alle domande, ventilate da Lei, si trova nelle prime sei righe di numero 1 del Suo testo. Tutto il resto — dice Lei stesso — è un problema “non oggettivo ma solo nostro, mentale“. Vorrei scrivere perciò solo alcune brevi osservazioni.

Gli “storici autorevoli” e gli “altri teologici” secondo me non sono veri storici neppure teologici. Le speculazioni da loro proposte sono per me assurde. Dire che nella mia rinuncia avrei lasciato “solo l’esercizio del ministero e non anche il munus” è contrario alla chiara dottrina dogmatica-canonica, citata da Lei in numero 1. Se alcuni giornalisti parlano “di scisma strisciante” non meritano nessuna attenzione»[14].

Successivamente, a sostegno della legittimità della rinuncia, Benedetto propone il parallelismo col vescovo diocesano e cita, a titolo esperienziale, una riflessione di Giovanni Paolo II sulle dimissioni, distinguendo una differenza «pastorale» ma non teologica.

Prosegue contestando l’accusa del «Papa teologo» che confonderebbe i piani, spiega che un pontefice parla su diversi livelli di autorevolezza e rivendica i propri scritti come interventi da teologo svolti in coscienza. La chiusa è volutamente perentoria: non entra nei dettagli perché, a suo dire, la questione teologico-giuridica è chiara.

Il Papa non prende in esame tutti i punti sollevati dal sacerdote, come riconosciuto anche dagli autori di Realtà e utopia nella Chiesa, nella loro valutazione conclusiva:

«La risposta di Benedetto XVI chiarisce in modo definitivo che la rinuncia al pontificato è stata reale, senza alcuna divisione tra munus ed esercizio del ministero. Tuttavia delle sei questioni poste risponde solo a tre e in modo parziale»[15].

Dalla valutazione – secondo gli autori del libro – appaiono chiare due cose:

  1. La lettera di Benedetto XVI, seppur non chiarisca tutti gli aspetti sollevati da mons. Bux, almeno risolve definitivamente la questione della validità della rinuncia al pontificato.
  2. Benedetto non ha voluto chiarire la questione dell’emeritato, che rimane secondo gli autori l’aspetto più fragile e grave delle sue dimissioni. Bux non aveva messo in dubbio la possibilità di rinunciare, ma la modalità con cui Benedetto ha scelto di vivere il post-rinuncia. Perché il titolo di «Papa Emerito»? Perché la talare bianca? Perché la residenza in Vaticano? Sono queste novità pratiche e simboliche che hanno generato la «confusione» e il problema «nostro, mentale» — come scrive Bux — che Benedetto stesso riconosce ma liquida sbrigativamente. La sua risposta è, su questo punto cruciale, completamente insoddisfacente. Non spiega la logica dietro le sue scelte, che hanno contribuito ad alimentare i dubbi sulla sua rinuncia.

A noi interessa soprattutto il primo punto, che è poi ciò su cui ha fatto leva la NBQ e, a seguire, molte testate nazionali e locali[16] per pubblicare titoli ad effetto come quelli che cito:

  • «La lettera inedita di Benedetto XVI: la mia rinuncia è piena e valida» (Nuova Bussola Quotidiana).
  • «La lettera inedita di Benedetto XVI: “La mia rinuncia piena e valida, no a speculazioni assurde, ci pensò anche Wojtyla“» (Corriere della Sera).
  • «Lettera inedita di Ratzinger: “La mia rinuncia fu valida, nessuno scisma strisciante”» (La Repubblica).

Questi titoli sono fortemente fuorvianti nella misura in cui Benedetto non ha affermato testualmente che la sua rinuncia è piena e valida. Ciò che il Papa invece afferma è che:

1) sono assurde le speculazioni proposte da storici e teologi riferite da Bux, ovvero: «la Sua rinuncia ha scosso la struttura del ministero petrino, per cui non si sa cosa potrà succedere» e «Ella non può ritenere di aver lasciato solo l’esercizio del ministero e non anche il munus, perché con questo si rischia uno scisma. Né può vestirsi come papa se non lo è più»;

2) dire che egli abbia lasciato «solo l’esercizio del ministero e non anche il munus è contrario alla chiara dottrina dogmatica-canonica».

Queste due affermazioni non legittimano il titolo della NBQ perché Benedetto non ha fatto un’affermazione positiva e diretta ma ha dato una valutazione a ciò che viene detto, quindi a un’interpretazione del suo gesto. Ma è proprio la formulazione della sua Declaratio (e i comportamenti che ne sono seguiti) che ha reso quella teoria plausibile per molti canonisti. Invece di chiarire il suo atto, critica le conseguenze interpretative del suo atto, lasciando l’ambiguità originale intatta. Se, come egli scrive, separare munus e ministerium è «contrario alla chiara dottrina dogmatica-canonica», e se il testo della Declaratio menziona la rinuncia al solo ministerium, allora è lo stesso Benedetto a confermare, implicitamente, la gravità del vizio presente nell’atto del 2013. Egli, infatti, non dice che i due termini sono sinonimi, ma dice solo che non è possibile separarli.

QUALI CONSEGUENZE?

Non entro nel merito delle teorie sostenute da altri circa l’invalidità della rinuncia di Benedetto. Vorrei verificare se questa lettera possa scardinare i contenuti della mia omelia del 13 ottobre 2024.

Lì non mi ero limitato a scrivere semplicisticamente che Benedetto ha rinunciato direttamente al ministerium trattenendo il munus, la dinamica è più complessa. Avevo messo in evidenza diversi punti di ambiguità e avevo constatato proprio come fosse impossibile scindere il munus petrino dall’esercizio del ministerium. Questo era per me uno dei motivi che gettavano sospetti sulla validità della rinuncia di Benedetto. L’affermazione di Benedetto nella lettera a mons. Bux, quindi, più che smentire, rafforza questo argomento.

Ciò che crea il caso è che – per come è stata posta – la Declaratio non rientra nella fattispecie di una rinuncia al Papato (cfr. can. 332.2: «Si contingat ut Romanus Pontifex muneri suo renuntiet»), perché Benedetto non rinuncia esplicitamente al munus petrino, dopo aver mostrato chiaramente, nelle righe precedenti, di essere cosciente – c’erano dubbi? – della distinzione tra munus e ministerium.

Si potrebbe obiettare che la posizione di Benedetto, alla luce della risposta a mons. Bux, assume una intima coerenza: in continuità con l’assunto che il Vescovo di Roma sia, dopotutto, un Vescovo, egli rinuncia al «ministerium Episcopi Romae» il che, a ricaduta, comporta la rinuncia al papato, dato che secondo la tradizione il Vescovo di Roma è il Papa (e non viceversa).

Eppure, anche questa spiegazione non riesce a convincere fino in fondo.

Infatti, il Codice dell’83 ha introdotto la fattispecie della rinuncia al Papato riferendola al munus di romano pontefice e non alla rinuncia al ministero di Vescovo di Roma. Se la rinuncia è ad altro rispetto al munuspetrino, si può legittimamente obiettare che non sia una rinuncia al Papato e continua a non essere chiaro il motivo per il quale proprio su questo punto così sensibile Benedetto non abbia usato un linguaggio preciso e inequivocabile, come ci si aspetterebbe da un intellettuale del suo calibro e per un gesto così eccezionale, destinato a passare alla storia.

Questo nodo centrale di tutta la questione pone un problema di difficile soluzione. Un atto giuridico di tale portata, se viziato nella sua formulazione, non è sanabile a posteriori da dichiarazioni informali successive. La validità di un atto si giudica su ciò che l’atto stesso afferma al momento in cui viene promulgato. E questo non perché il Papa non abbia la potestà suprema, ma perché la fedeltà al senso delle parole è il fondamento non solo del Diritto ma della realtà stessa.

Sia ben chiaro: nessuna lettera privata avrebbe potuto rettificare formalmente l’atto pubblico della Declaratio. Tuttavia, una parola chiara da parte di Benedetto XVI avrebbe potuto almeno chiarire la sua intenzione soggettiva e sedare il dibattito. Ma la lettera resa pubblica dalla NBQ non fa neppure questo. Si limita a negare la validità della premessa dei critici. Per essere almeno interpretativamente risolutiva, la lettera avrebbe dovuto affermare esplicitamente: «Nella Declaratio, ho usato il termine ministerium Episcopi Romae intendendolo come sinonimo di munus petrino» e chiarire il significato dei comportamenti del «Papa emerito». Ma non lo fa… la forma della rinuncia e i successivi comportamenti continuano a presentare tutti gli elementi di criticità già evidenziati[17].

E qui veniamo al nodo cruciale dell’operazione Bux – Nuova Bussola Quotidiana: è lecito e intellettualmente onesto usare oggi quelle poche righe come la «pietra tombale» su un decennio di ambiguità, ora che il loro autore non può più intervenire?

Questa è la questione, e la risposta è no, non è intellettualmente onesto.

Innanzi tutto perché le parole di Benedetto vengono utilizzate in modo assoluto e fuori contesto. La lettera è la risposta a una missiva specifica di Don Bux, in un momento specifico. Non è un trattato teologico universale. Benedetto potrebbe aver calibrato le sue parole per rispondere al suo interlocutore — col quale, tra l’altro, aveva già avuto un colloquio verbale in merito — usando un tono sbrigativo per chiudere una discussione che lo infastidiva in quel momento. Estrarre quelle righe dal loro contesto epistolare e trasformarle nella sua parola definitiva su tutta la questione è una forzatura interpretativa. Chi ci dice che, interrogato oggi, non aggiungerebbe sfumature, precisazioni o spiegazioni?

C’è inoltre una profonda asimmetria tra dieci anni di atti pubblici e ambigui (la Declaratio, la veste bianca, il titolo, ecc.) e poche righe private e nette. La narrazione «risolutiva» pretende che la parola privata cancelli retroattivamente il peso e il significato degli atti pubblici. Ma questo non è logicamente corretto. Gli atti pubblici hanno creato una realtà storica e canonica. Una lettera privata può alle volte chiarire l’intenzione dell’autore, ma non può annullare la realtà oggettiva creata dalle sue azioni.

Usare oggi la lettera per chiudere ogni dibattito significa inevitabilmente strumentalizzare la voce di un defunto. Benedetto XVI non può più dire: «Sì, ho scritto quelle parole, ma intendevo questo…», oppure: «Quella era una risposta a Bux, non il mio testamento teologico».

Pubblicare e usare la lettera in questo modo significa cristallizzare un frammento del suo pensiero e imporlo come la totalità del suo pensiero, un’operazione che lui non può più né avallare né correggere.

CONCLUSIONI

L’analisi del carteggio tra mons. Bux e Benedetto XVI, e soprattutto delle modalità della sua pubblicazione, induce fortemente a pensare a un’operazione mediatica ben meditata. L’obiettivo reale non sembra essere quello di fare chiarezza, quanto piuttosto di imporre una narrativa definitiva sulla questione della rinuncia di Papa Benedetto XVI, marginalizzando e neutralizzando ogni discussione residua.

In questo contesto, il ruolo della NBQ è centrale: in qualità di editore del libro che contiene il carteggio, non ha agito come semplice cronista ma come promotore attivo di una specifica interpretazione, presentata come la parola «fine» sulla diatriba.

Come abbiamo visto però, a un esame più attento, l’intera impalcatura dell’operazione rivela profonde crepe e punti oscuri che ne compromettono la credibilità. La prima, macroscopica anomalia è la tempistica della pubblicazione. La scelta di rendere noto un carteggio privato dopo 11 anni solleva interrogativi pressanti. Le giustificazioni ufficiali, come la presunta fine della «fase emotiva» o la volontà di non gettare «carburante» sulle polemiche, appaiono del tutto irragionevoli. Se la lettera fosse stata davvero risolutiva, averla tenuta nascosta per oltre un decennio mentre la Chiesa viveva una profonda lacerazione sembra ignorare il principio della salus animarum come legge suprema della Chiesa.

Ad aggravare i dubbi contribuisce la figura stessa di mons. Bux. Nel 2018, pur essendo già in possesso della risposta di Benedetto XVI dal 2014, egli stesso esortava pubblicamente a «studiare più accuratamente la questione relativa alla validità giuridica della rinuncia». Questa contraddizione suggerisce che l’interpretazione «risolutiva» attribuita oggi alla lettera sia una «re-interpretazione postuma», funzionale all’operazione mediatica attuale più che a una convinzione consolidata nel tempo. Anche la missiva di Bux a Benedetto XVI presenta caratteristiche che mal si conciliano con la sua presunta natura privata. La sua struttura ricalca quella di uno scritto divulgativo, quasi una «lettera aperta»: mappa il dibattito per un pubblico esterno, ripassa nozioni che il destinatario non avrebbe bisogno di sentirsi spiegare e si chiude con una richiesta di «chiarimento» pubblico, suggerendo che la lettera stessa fosse stata redatta già con l’intenzione di un possibile utilizzo divulgativo[18].

Il punto cruciale, tuttavia, risiede nel contenuto della risposta di Benedetto XVI e nella sua deliberata sovrainterpretazione. Il Papa definisce «assurde» le speculazioni di alcuni teologi e nega che sia lecito separare il munus dall’esercizio del ministero. Ciò che però la sua lettera non fa è affrontare e sanare il problema giuridico centrale della Declaratio: l’aver dichiarato di rinunciare al ministerium di Vescovo di Romae non al munus Petrino, unica fattispecie prevista dal Diritto Canonico. Lo scritto di Benedetto si limita a una valutazione retorica di ciò che gli altri sostengono e lascia perfettamente intatto il nodo del problema.

Per concludere, l’intera vicenda appare come un tentativo di far parlare un defunto che non può più contestualizzare o precisare il proprio pensiero. Sfruttando l’autorevolezza della firma di Benedetto XVI e trasformando la vicenda in un caso mediatico, si è cercato di imporre una chiusura d’autorità su una questione canonica complessa, che rimane, nei fatti, ancora aperta.

Il problema non è tanto credere che Benedetto abbia scritto quella lettera, ma credere che quella lettera possa, da sola e postuma, risolvere in modo onesto e definitivo ciò che, di tutta la vicenda, rimane ambiguo.

Lungi dall’essere la «pietra tombale» sulla questione, questo carteggio, se analizzato criticamente, si inserisce nel solco della confusione e dell’ambiguità che hanno caratterizzato il periodo post-2013. Invece di chiudere il caso, lo complica, suggerendo che le cose non sono affatto come si vuole far credere. Qui non si tratta di complottismo, ma dell’esercizio doveroso della ragione illuminata dalla fede. La questione merita, oggi più che mai, di essere approfondita.

[1] Nicola Bux (Bari, 1947), presbitero della diocesi di Bari-Bitonto, è teologo e liturgista. Ha insegnato Liturgia Orientale e Teologia Sacramentaria presso la Facoltà Teologica Pugliese e l’Istituto Ecumenico Apulense. È stato consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede, della Congregazione per le Cause dei Santi e dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. Autore di numerosi saggi di teologia e liturgia, ha collaborato a riviste scientifiche e divulgative.

[2] Riccardo Cascioli, «La lettera inedita di Benedetto XVI: la mia rinuncia è piena e valida», La Nuova Bussola Quotidiana, 7 agosto 2025.

[3] Riccardo Cascioli, «La lettera inedita di Benedetto XVI: la mia rinuncia è piena e valida».

[4] Nicola Bux – Vito Palmiotti, «Appendice», Realtà e utopia nella Chiesa, p. 93.

[5] Riccardo Cascioli, «La lettera inedita di Benedetto XVI: la mia rinuncia è piena e valida».

[6] Riccardo Cascioli, «Lettera di Benedetto XVI, perché proprio ora», La Nuova Bussola Quotidiana, 9 agosto 2025.

[7] Riccardo Cascioli, «La lettera inedita di Benedetto XVI: la mia rinuncia è piena e valida».

[8] Riccardo Cascioli, «Lettera di Benedetto XVI, perché proprio ora».

[9] Di questo avevo già dato notizia il 22 novembre 2024 durante la mia catechesi serale su YouTube. In quell’occasione un ascoltatore mi telefonò in diretta per dirmi che mons. Bux aveva parlato della lettera di Benedetto XVI durante un incontro a Napoli. Risposi che mons. Bux aveva parlato anche a me della lettera in precedenza ma che avevo tenuto la cosa riservata, come mi era stato chiesto. Mentre commentavo il fatto, intervenne nella chat l’avv. Estefania Acosta segnalando un articolo del 2018 in cui mons. Bux auspicava che si indagasse sulla validità della rinuncia di Benedetto XVI (P. Giorgio Maria Faré «L’assalto gnostico al linguaggio (E.S. Lodovici) e il contributo di A. Zhok pt.8», https://www.youtube.com/watch?v=fM5hgYv2g10).

[10] Aldo Maria Valli, «Monsignor Nicola Bux: “L’unità si fa nella verità”», 13 ottobre 2018, https://www.aldomariavalli.it/2018/10/13/monsignor-nicola-bux-lunita-si-fa-nella-verita/.

[11] Riccardo Cascioli, «Lettera di Benedetto XVI, la volontà di non capire», La Nuova Bussola Quotidiana, 14 agosto 2025.

[12] Aldo Maria Valli, «Monsignor Nicola Bux: “L’unità si fa nella verità”».

[13] Riccardo Cascioli, «Lettera di Benedetto XVI, perché proprio ora».

[14] Nicola Bux – Vito Palmiotti, «Appendice», Realtà e utopia nella Chiesa, Omni Die, Monza 2025, p. 98.

[15] Nicola Bux – Vito Palmiotti, «Appendice», Realtà e utopia nella Chiesa, p. 93.

[16] In primis ANSA, Corriere della Sera e Repubblica, ma anche L’Unione Sarda, Leggo.it e numerosi Blog.

[17] Vale la pena di citare, a questo proposito, le risposte che Benedetto XVI diede al giornalista Andrea Tornielli nel febbraio 2014, quindi alcuni mesi prima del carteggio con Bux. In quella sede Benedetto aveva scritto: «Non c’è il minimo dubbio circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino». Anche in questo caso il Papa parla di «ministero» petrino, non di «ufficio» petrino che sarebbe la traduzione più letterale di munus. Non si comprende perché le parole di Benedetto, anche quando vuole dirimere la questione, restino passibili di diverse interpretazioni. Peraltro, la stessa lettera conteneva l’inspiegabile risposta sulla mancanza di talari nere in Vaticano e l’ancor più spiazzante riferimento alla lettera a Hans Küng, nella quale Benedetto asseriva di essere legato a Papa Francesco da «una grande identità di vedute», cosa che sfido chiunque a riconoscere. (Cfr. Andrea Tornielli, «Ratzinger: la mia rinuncia è valida, assurdo fare speculazioni», La Stampa, 27 febbraio 2014).

[18] «Dunque, è importante che Lei stessa fornisca una spiegazione e un chiarimento. Perciò ho osato scriverLe questa mia lettera» (Nicola Bux – Vito Palmiotti, «Appendice», Realtà e utopia nella Chiesa, p. 97).