La Passione di Gesù rivelata dalla Madonna alla Venerabile Suor Maria di Gesù badessa del convento di Agreda

La Passione di Gesù rivelata dalla Madonna alla Venerabile Suor Maria di Gesù badessa del convento di Agreda

Capitoli 21 e 22.

CAPITOLO 21

Pilato pronunzia la sentenza di morte contro l’Autore della vita; sua Maestà porta la croce sul colle dove deve morire ed è seguito da Maria santissima. Si narrano, inoltre, le azioni del¬la Madre contro il demonio in tale circostanza ed altri eventi.

1354. Pilato sancì il decreto di morte sulla croce contro colui che è la vita stessa, il nostro Salvatore, per soddisfare ed appagare i farisei e gli scribi. Dopo che fu notificata la sentenza, l’innocentissimo reo fu guidato in un altro luogo della casa del giudice, dove gli fu tolto l’ignominioso mantello di porpora che gli avevano fatto indossare per burlarsi di lui come finto re. Da parte di Gesù questo atto fu colmo di mistero, ma da parte dei giudei si trattò di un’azione deliberatamente malvagia. Costoro lo fe¬cero condurre al supplizio con le sue vesti, affinché tutti potessero riconoscerlo; infatti, a causa dei flagelli, degli spu¬ti e della corona di spine, il suo volto appariva tanto sfigurato che il popolo avrebbe potuto individuarlo solo dal-l’abito. Gli rimisero la tunica inconsutile che gli angeli, su ordine della Regina, avevano posto sotto i loro occhi pren¬dendola di nascosto dall’angolo di una stanza dove gli sbirri l’avevano gettata quando lo avevano spogliato per rivestirlo del mantello di porpora, segno di derisione e di scandalo. Essi, però, non compresero ciò che stava accadendo e tanto meno vi prestarono attenzione, essendo così preoccupati e solleciti di accelerare l’uccisione del Redentore.
1355. La notizia della condanna fece subito il giro del¬la città e tutti si riversarono precipitosamente nel palazzo di Pilato per osservare il Nazareno mentre veniva portato al martirio. Gerusalemme era strapiena di gente perché, oltre ai suoi numerosissimi abitanti, molti vi erano giunti per celebrare la Pasqua. Tutti accorsero per la novità e le vie furono riempite. Era venerdì, il giorno della Parasceve, che in greco significa preparazione o disposizione, perché proprio in quel giorno gli ebrei si preparavano e si disponevano per il sabato seguente, ritenuto da loro una grande solennità. In tale giorno non eseguivano alcun lavoro e neppure cucinavano il cibo, ma facevano ogni cosa il venerdì. Il mansuetissimo Agnello fu fatto uscire, vestito dei propri indumenti: il suo viso era talmente ferito che nessuno avrebbe mai potuto scorgere in lui lo stesso Cristo che avevano veduto prima. Come dice Isaia, apparve disprezzato e reietto, percosso da Dio e umiliato, perché il sangue seccatosi e i rigonfiamenti lo avevano reso tutto una piaga. Alcune volte gli spiriti superni, per comando della Vergine afflitta, lo avevano ripulito dagli sputi nauseanti, ma quei malvagi ricominciarono subito a sputargli addosso e lo fecero senza misura, tanto che egli fu totalmente ricoperto dalle schifose immondezze. Di fronte a uno spettacolo così in¬fausto, si sollevò tra la folla un clamore e un chiasso tanto confuso che non si intendeva più nulla e si udiva solamente lo strepito e l’eco delle voci. Tra tutte risuonavano quelle dei sommi sacerdoti e dei farisei, che con gioia smodata e piena di scherno si rivolgevano alla moltitudine affinché si acquietasse, sgombrasse la strada e potesse ascoltare la sentenza. Tutto il resto del popolo era disorientato e diviso da giudizi diversi; differenti, infatti, erano i sentimenti di ciascuno come pure differenti erano le provenienze degli astanti. Molti di loro erano stati beneficati dalla bontà del Signore e dai suoi miracoli; altri avevano appreso e accolto il suo insegnamento ed erano suoi amici e conoscenti. Alcuni piangevano amaramente, altri si domandavano quali delitti avesse commesso quell’uomo da meritare un tale castigo, ed altri ancora rimanevano turbati e ammutoliti. Tutto era scompiglio e tumulto.
1356. Degli Undici solo Giovanni era presente. Egli stava accanto alla Madre dolente ed era possibile scorgere entrambi benché fossero alquanto separati dalla calca. Quando l’Apostolo vide il Maestro – dal quale sapeva di essere molto amato – trascinato così davanti alla gente e segnato dalla sofferenza, venne meno e perse i sensi come morto. Anche le tre Marie caddero a terra tramortite da un freddo deliquio. Solo la Regina rimase invitta. Il suo cuore generoso, nonostante il profondo dolore umanamente impossibile da comprendere e da immaginare, non si abbatté, né si scoraggiò, né provò la debolezza dello sveni¬mento come successe agli altri. Si mostrò in tutto prudentissima, forte e degna di stima, si comportò esteriormente con accortezza e, senza singhiozzi né grida, confortò le altre donne e il discepolo prediletto; chiese all’Altissimo che infondesse in essi il coraggio e li consolasse con la sua presenza affinché ella potesse trovare in loro una compagnia fino alla fine della passione. Grazie a questa implorazione Giovanni e le altre Marie ebbero sostegno, si ripresero dallo svenimento e poterono parlare di nuovo con lei. Fra tanta confusione e toccata dalla più amara delle afflizioni, la Signora non fece alcun gesto né movimento, mentre, con la dignitosa compostezza di una sovrana, lasciava scendere dagli occhi incessanti e copiose lacrime. Guardava l’Unigenito, supplicava l’eterno Padre e gli offri¬va il martirio del Salvatore, unendosi a tutte le sue azioni. Ella conosceva la malizia del peccato, penetrava i misteri della redenzione umana, invitava gli angeli a riflettervi e pregava per gli amici e i nemici. Dando il giusto posto all’amore di madre e alla pena che ne corrispondeva, si prodigava nelle opere di virtù, richiamando in tal modo l’ammirazione del cielo e il sommo compiacimento della Divinità. Non è possibile riferire con i miei termini le espressioni che ella sapientemente andava formando nel suo intimo e sussurrando sulle labbra, e quindi ne lascio la considerazione alla pietà cristiana.
1357. I sommi sacerdoti e i soldati cercavano di calmare e di far tacere il popolo, perché si potesse udire la sentenza contro il Messia; infatti, dopo avergliela notificata personalmente, volevano proclamarla dinanzi a lui. La folla fece dunque silenzio e, mentre egli stava in pie¬di come un criminale, cominciarono a leggerla ad alta voce, cosicché tutti ne potessero ascoltare il contenuto. Fe¬cero lo stesso per diverse volte sulle strade e da ultimo ai piedi della croce. Questa condanna è stata stampata e diffusa in volgare ed io l’ho vista; secondo la cognizione che mi è stata data, nella sostanza è vera, salvo alcune paro¬le che le sono state aggiunte. Io la ripeterò qui senza queste ultime, ma esattamente con quelle che mi sono state dette, senza aggiungervi o togliere nulla. Esse suonano come segue:
1358. «Io, Ponzio Pilato, governatore della Galilea Inferiore, reggente dell’impero romano in Gerusalemme, nel palazzo del pretorio, giudico e pronunzio la condanna a morte di Gesù, chiamato Nazareno, originario della Galilea, uomo sedizioso, sovvertitore della legge, del nostro senato e del grande imperatore Tiberio Cesare. Con la presente sentenza stabilisco che perisca sulla croce, come si usa per i colpevoli, perché egli ogni giorno ha riunito e chiamato a raccolta numerose persone, ricche e povere, e non ha cessato di provocare tumulti per tutta la Giudea, proclamandosi Figlio di Dio e re d’Israele. Inoltre ha minacciato la rovina di questa insigne città, del suo tempio e del sacro impero, negando il tributo a Cesare. Ha avuto persino l’ardire di entrare con rami di palma in Gerusalemme e nel tempio di Salomone, accompagnato da una folla numerosa. Ordino al primo centurione Quinto Cornelio di condurlo per le vie a sua vergogna, legato com’è e flagellato per mio comando. E affinché chiunque possa riconoscerlo, gli siano lasciate le sue vesti e gli sia messo sulle spalle il duro legno sul quale sarà inchiodato. Vada per tutte le strade pubbliche, in mezzo ai due ladroni che sono stati similmente condannati per furti e omicidi, perché ciò serva da esempio intimidatorio, per tutto il popolo e per i malfattori. Inoltre esigo che questo farabutto venga spinto fuori dalle mura per la porta Pagora, adesso detta Antoniana. Sia preceduto da un banditore che dichiari ad alta voce le colpe enunciate in questo mio decreto e poi sia condotto al monte chiamato Calvario, dove si usa dare il supplizio e giustiziare gli empi. Qui sia inchiodato sulla stessa croce che avrà dovuto portare ed il suo corpo rimanga appeso fra i due suddetti ladroni. Sopra di essa, precisamente sulla parte più alta, sia posta l’iscrizione con il suo nome nelle tre lingue oggi più frequentemente usate, ossia l’ebraico, il greco e il latino: “Questi è Gesù Nazareno, Re dei Giudei”, perché tutti capiscano ed egli sia da tutti conosciuto. Similmente ingiungo, sotto la pena della perdita dei beni, della vita e di essere considerato un ribelle contro l’impero, che nessuno, a qualunque stato o condizione appartenga, ardisca temerariamente impedire o ostacolare la sentenza di giustizia da me pronunziata, amministrata e da eseguirsi rigorosamente secondo i decreti e le leggi dei romani e degli ebrei. Nell’anno della creazione del mondo cinquemiladuecentotrentatré, il venticinque marzo. Ponzio Pilato, giudice e governatore della Galilea Inferiore, in nome dell’impero romano, come sopra di propria mano».
1359. Secondo tale computo, la creazione del mondo avvenne in marzo e dal giorno in cui fu plasmato Adamo sino all’incarnazione del Verbo trascorsero cinquemilacentonovantanove anni. Se si aggiungono i nove mesi durante i quali egli dimorò nel seno verginale della sua santissima Madre e i trentatré anni in cui visse sulla terra, se ne hanno cinquemiladuecentotrentatré e, conformemente al computo romano degli anni fino al venticinque marzo, i tre mesi avanzano. Secondo il calcolo della Chiesa al primo anno del mondo non toccano più di nove mesi e sette giorni, poiché il secondo anno comincia dal primo di gennaio. Per quanto concerne le diverse opinioni dei dot-tori, mi è stato comunicato che è vera e giusta quella del¬la Chiesa nel martirologio romano.
1360. Dopo che la sentenza di Ponzio Pilato fu pro¬nunciata ad alta voce alla presenza di tutti, i soldati misero sulle spalle delicate e piagate di sua Maestà la pesante croce. Gli sciolsero le mani, perché fosse in grado di tenerla, ma non gli slegarono il corpo, per poterlo trascina¬re con le corde a loro piacimento. E per maggiore crudeltà le girarono due volte intorno al collo. Il duro legno era lungo quindici piedi, costruito grossolanamente e molto pesante. Il banditore diede inizio alla lettura della condanna e la confusa e turbolenta moltitudine di gente, insieme ai ministri della giustizia e alle guardie, cominciò a muover¬si, in una scomposta processione, tra grandi strepiti e clamori e si incamminò per le vie della città dal palazzo di Pilato verso il monte Calvario. Quando il Redentore prese su di sé la croce, la guardò con un’espressione piena di giubilo e di inusitata allegrezza, come suole fare lo sposo nel vedere i preziosi monili della sua sposa; parlò con es¬sa, nel suo cuore, e l’accolse con queste parole:
1361. «O croce, bramata dall’anima mia! Finalmente appaghi le mie aspirazioni! Tu mi sei così cara! Vieni a me, o mia diletta, stringimi fra le tue braccia e su di esse, come su un sacro altare, mio Padre riceva il sacrificio dell’eterna riconciliazione con il genere umano. Per morire sopra di te sono disceso dal cielo e ho assunto carne morta-le e passibile. Tu devi essere lo scettro con il quale trionferò su tutti i miei avversari, la chiave con cui aprirò le por¬te del paradiso ai miei eletti, il luogo santo dove trovino misericordia i colpevoli discendenti di Adamo e anche il luogo dei tesori, da cui essi possano attingere per arricchire la loro povertà. Mi voglio servire di te per dare valore e considerazione agli oltraggi e agli obbrobri degli uomini, tanto da far sì che i miei amici li abbraccino con gioia e li cerchino con desiderio ardente, per potermi seguire sul cammino che io spianerò loro attraverso di te. Dio immenso, vi glorifico come sovrano dell’universo e in obbedienza al vostro divino beneplacito prendo su di me il legno dell’immolazione della mia umanità innocentissima e volontariamente accetto di portarlo per la salvezza dei viventi. Accoglietemi come oblazione gradita alla vostra equità, affinché essi d’ora innanzi non siano più servi, ma figli ed eredi: vostri eredi e coeredi con me del vostro regno».
1362. La Principessa contemplava questi arcani e guardava gli avvenimenti senza che alcuno le rimanesse na¬scosto: di tutti aveva un’altissima conoscenza ed una profonda comprensione, superiore perfino a quella dei ministri celesti. Gli eventi che non riusciva a vedere con gli occhi del corpo, li percepiva con l’intelligenza della rivelazione: quest’ultima glieli manifestava mediante le azioni interiori del suo Unigenito. In questa luce divina penetrò lo straordinario valore dato al santo legno nel momento in cui venne a contatto con il nostro Maestro. Senza indugio, la prudentissima Vergine lo adorò e venerò con il culto dovuto e lo stesso fecero anche tutti gli spiriti superni che erano al loro servizio. Accompagnò il Signore nelle effusioni di tenerezza con le quali egli accolse la croce e si rivolse ad essa con espressioni che le si addicevano come corredentrice. Pregò anche l’Onnipotente, imitando in tutto come viva immagine, senza allontanarsene per nulla, il suo modello originale. Quando la voce del banditore risuonò per le strade proclamando il giudizio, ella nell’udirlo compose un cantico di lode. Inneggiò all’innocenza immacolata di Gesù contrapponendo la benedizione ai delitti citati nella sentenza, quasi volesse commentarne le parole in suo onore e a sua gloria. Nel comporre tale inno fu aiutata dai custodi che lo ripetevano alternatamente con lei, mentre gli abitanti di Gerusalemme bestemmiavano il loro Creatore.
1363. Poiché in questa via di dolore tutta la fede, la scienza e la carità erano serbate nel cuore grande di Maria, ella solamente fu in grado di intendere in modo perfetto ed avere una cognizione appropriata di ciò che significassero la passione e la morte di Dio per il genere umano. E senza perdere l’attenzione a quello che esteriormente era necessario fare, considerò nella sua saggezza i misteri della redenzione. Soppesò anche con la massima ponderazione chi fosse colui che stava patendo, ad opera di chi e per chi patisse; infatti ella fu l’unica, dopo l’Altissimo, a ricevere la più sublime cognizione della dignità della persona di Cristo, della sua natura divina e umana, delle perfezioni e degli attributi relativi ad essa. La candida colomba non fu solamente testimone oculare di quanto egli provò, ma ne fece anche esperienza. Divenne così motivo di sante emulazioni non solo per gli uomini, ma anche per gli stessi angeli che non ottennero tale pienezza di grazia. Essi vennero a sapere come la Regina sentisse e portasse in sé i dolori di suo Figlio, e l’inesplicabile compiacimento che ne aveva la santissima Trinità. Compensava così la pena che non poteva sperimentare con l’onore e le lodi che andava tributando. Alcune volte capitava che la Madre partecipasse nel suo spirito e nel suo corpo castissimo ai patimenti corrispondenti a quelli inflitti a lui, prima ancora che le venissero manifestati tramite l’intelletto. E come colta dallo spavento, gridava: «Ahimè, quale agonia fanno subire ora al mio dolcissimo diletto!». E subito era rischiarata su tutto ciò che stavano facendo a sua Maestà. Fu a tal punto eroica e fedele nel sopportare e nell’imitare co¬lui che era suo modello e nostro bene, da non concedersi mai alcun sollievo naturale; non solo delle membra, in quanto non riposò, né mangiò, né dormì, ma anche dello spirito, privandosi dei piaceri e delle consolazioni che le avrebbero potuto arrecare conforto, fatta eccezione di quelle che le furono comunicate attraverso la forza della grazia divina. Allora la Signora le accolse con umiltà e riconoscenza per attingervi nuovo coraggio ed essere concentrata con maggiore fervore sulla tribolazione del suo Unigenito e sulla ragione dei suoi tormenti. Ella ebbe chiara notizia della malizia dei giudei e dei soldati, dei bisogni, della rovina e dell’ingratissima natura dell’umanità, per la quale egli stava offrendo la propria vita.
1364. La destra dell’Eterno, in questa circostanza, fece per mano di Maria, segretamente, un mirabile prodigio contro Lucifero e i suoi ministri. Costoro seguirono con attenzione tutto quello che stava accadendo nel martirio di Gesù, del quale avevano una conoscenza non chiara per non dire confusa. Allorché egli prese la croce sulle sue spalle, tutti i suoi nemici rimasero sbigottiti e come paralizzati, provando una meraviglia del tutto inusitata e una rinnovata tristezza accompagnata da confusione e rabbia. Afferrato da questi nuovi e insuperabili sentimenti di angoscia e di paura, il principe delle tenebre temette che il suo regno avrebbe potuto essere minacciato da una pesante ed irreparabile distruzione e cadere in rovina; decise dunque di scappare e di rifugiarsi con tutti i suoi seguaci nelle caverne infernali, ma, mentre pensava di eseguire tale desiderio, intervenne la Vergine che glielo impedì. L’Altissimo stesso infatti la illuminò, rivestendola della sua potenza e facendole comprendere ciò che dovesse fare, e così ella si volse contro i diavoli e con il comando di una sovrana li trattenne dalla fuga, ordinando loro di attendere la fine di ogni cosa rimanendo presenti. Essi non si poterono opporre perché avevano cognizione della forza superna che operava in lei e, sottomessi al suo volere come se fossero stati catturati e legati, accompagnarono il Signore fino al Calvario, dove era stabilito che dal trono della croce avrebbe trionfato contro di loro. Non trovo un esempio adeguato per poter spiegare la mestizia e l’abbattimento che da allora in avanti li oppressero. A nostro modo di intendere, essi salirono verso il monte come i condannati condotti al supplizio, debilitati, infiacchiti e rattristati dal timore del giusto castigo. Questa pena del demonio fu conforme alla sua natura malvagia e corrispondente al danno che aveva recato al mondo introducendovi il peccato e la morte, per l’annientamento dei quali Dio stesso si stava immolando.
1365. Il nostro Salvatore proseguì il cammino, portando sulle spalle, come dice Isaia, il segno della sovraunità, da cui avrebbe regnato sulla terra e l’avrebbe assoggettata, meritando che il suo nome fosse esaltato al di so¬pra di ogni altro nome e riscattando tutto il genere umano dall’egemonia che satana aveva conquistato su di esso. Lo stesso profeta chiama questo potere giogo, sbarra e bastone dell’aguzzino che risolutamente e imperiosamente esigeva il tributo della prima colpa. Per vincere tale tiranno, distruggere lo scettro del suo dominio e il giogo della nostra schiavitù, sua Maestà prese il duro legno su di sé nello stesso punto in cui si mette il giogo della servitù e lo scettro della potenza regale – come colui che spoglia di questi il drago e lo trasferisce sulla sua schiena – affinché gli schiavi discendenti di Adamo, da questo momento in poi, lo riconoscessero come loro legittimo Signore e vero re e lo seguissero sulla via della croce. Da questa, infatti, avrebbe attirato tutti a sé, e li avrebbe comprati al caro prezzo del suo sangue e della sua vita.
1366. Oh, quanto atroce è la nostra ingratitudine e deplorevole la nostra dimenticanza! Che i giudei e gli autori del martirio di Gesù ignorassero il mistero nascosto ai principi del mondo e non osassero toccare la croce perché la giudicavano un’infamante disonore, fu loro colpa e assai grave. Eppure non lo fu come la nostra, poiché questo arcano fu a noi prontamente svelato e noi nella fede di questa verità siamo in grado di condannare la cecità di quelli che, perseguitarono il nostro Salvatore. Se consideriamo dunque rei coloro che ignorarono ciò che avrebbero dovuto sapere, quanto grande sarà il peccato di tutti noi, che, conoscendo e confessando Cristo come nostro redentore, tuttavia lo offendiamo, perseguitiamo e uccidiamo come fecero i giudei? O mio Gesù, mio dolcissimo amore, voi luce del mio intelletto e gloria dell’anima mia, non affidate alla mia indolenza e tiepidezza il volervi seguire con la mia croce sul cammino della vostra! Fatemi questo favore: attiratemi a voi e correrò dietro alla fragranza della vostra inesprimibile pazienza, della vostra ineffabile umiltà nell’ora del disprezzo e dell’angoscia. Prenderò parte alle offese, alle umiliazioni, alle sofferenze che vi sono state inflitte. Sia questa la mia porzione e la mia parte di eredità, il mio onore e il mio riposo sulla terra e, ad eccezione della vostra croce e delle onte, non voglio né consolazione, né riposo, né gioia alcuna. Mentre i giudei e tutto il popolo ormai reso cieco fuggivano per le strade di Gerusalemme onde evitare di toccare il legno dell’innocentissimo condannato, egli riusciva ad aprirsi un varco nel vuoto che si era creato intorno a lui per paura del contagio che la sua gloriosa ignominia, secondo la perfidia dei persecutori, avrebbe seminato. Il resto della via era preso d’assalto dalla folla e in mezzo alla confusione di grida e clamori si sentì risuonare la voce del banditore della sentenza.
1367. Le guardie, prive di ogni umana compassione e pietà, trascinavano il Signore con incredibile crudeltà e totale mancanza di rispetto: alcuni lo tiravano in avanti con le corde perché accelerasse il passo; altri lo trattenevano dal di dietro per poterlo tormentare. A causa di questa violenza e del grave peso, egli spesso barcollava e più volte cadeva e, allorché urtava contro le pietre, gli si aprivano nuove ferite, soprattutto sulle ginocchia; ciò gli causava una piaga ancora più profonda sulle spalle. Quando vacillava, il duro legno urtava contro il suo santissimo capo o viceversa il capo contro di esso, e le spine della corona ad ogni colpo si conficcavano affondando sempre più nella carne non ancora ferita. Gli aguzzini accompagnavano queste atrocità con maledizioni, oltraggi e ingiurie e coprivano il suo volto di polvere, escrementi e sputi a tal punto da accecare i suoi occhi colmi di clemenza verso tutti; così essi stessi sì condannavano perché indegni di uno sguardo tanto benevolo. Impazienti e bramosi di assistere alla sua morte, non gli permettevano di prendere respiro; la sua umanità, essendo scesa su di essa in poche ore una pioggia di strazi, era spossata e sfigurata e, secondo il parere dei presenti, era già sul punto di rendere la vita tra indicibili dolori.
1368. Tra la moltitudine di gente si avviò anche la Vergine dolente e afflitta, partendo dalla casa di Pilato, per seguire il suo Unigenito insieme a Giovanni, a Maria Maddalena e alle altre Marie. Siccome il tumulto e la confusione impedivano loro di avvicinarsi a lui, la Regina pregò il Padre affinché le concedesse la grazia di stare ai piedi della croce in modo da poterlo vedere fisicamente e, secondo la volontà divina, ordinò agli angeli di realizzare ta¬le disposizione. Essi le obbedirono con enorme rispetto e con prontezza la fecero passare per una scorciatoia, dalla quale andarono incontro al Maestro. Madre e Figlio si guardarono in volto e per entrambi si rinnovò il dolore di ciò che ciascuno stava soffrendo; tuttavia non proferirono al¬cuna parola, perché la rozzezza degli sgherri non lo avrebbe permesso. Ella lo adorò e con la voce interiore lo supplicò che, non potendo recargli alcun sollievo come era in¬dotta a desiderare per compassione e non permettendo egli stesso agli spiriti celesti di farlo, almeno si degnasse con il suo potere di suscitare nella mente degli aguzzini il pensiero di mandargli qualcuno che lo aiutasse. Cristo, il nostro bene, accolse questa richiesta, per la quale obbligarono Simone di Cirene a portare la sua croce. I farisei e i soldati si convinsero a fare questo passo, spinti in parte da un certo senso di naturale umanità e in parte dal timore che Gesù spirasse prima di giungere ad essere crocifisso, poiché egli era ormai allo stremo delle forze.
1369. Nessun essere vivente può comprendere l’angoscia che la Principessa provò durante il percorso verso il monte Calvario avendo sotto lo sguardo quel Figlio che ella sola sapeva degnamente conoscere ed amare. E sarebbe caduta in deliquio e quindi morta se la potenza divina non l’avesse sostenuta con la sua forza mantenendola in vita. Provata dalla più profonda e amara sofferenza si rivolse interiormente a sua Maestà: «Mio diletto e Dio eterno, luce dei miei occhi, accogliete il sacrificio che faccio di non potervi rendere leggero il peso della croce, di non poterla prendere su di me, che sono una semplice creatura, per morire su di essa per amore vostro come voi volete morire per l’ardentissimo amore verso gli uomini, o amantissimo mediatore tra la colpa e la giustizia! Come potete esercitare la misericordia tra tante e così grandi ingiurie ed offese? O amore senza fine e senza misura, che permettete tali tormenti e obbrobri per manifestare ancor più apertamente l’incendio della vostra carità! O amore infinito e dolcissimo! Se l’intimo dei discendenti di Adamo e la loro volontà fossero in mio potere, non corrisponderebbero così male alle pene che patite per tutti! Chi potrebbe parlare al loro cuore e intimare loro ciò di cui vi sono debitori, poiché tanto caro vi è costato il riscatto della loro schiavitù e il rimedio della loro rovina?». E la gran Signora del mondo proferiva altre prudentissime e sublimi espressioni, che io non sono in grado di fare mie.
1370. Come riferisce l’evangelista san Luca, tra la folla seguivano il Nazareno molte donne, che si lamentavano e piangevano amaramente. Rivolgendosi loro, egli affermò: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?». Con queste misteriose parole volle dare credito alle lacrime che sarebbero state versate per la sua passione e in qualche modo anche la sua approvazione, mostrandosi così grato per la loro pietà; volle inoltre indicare alle pie discepole il motivo e il fine che devono avere le nostre, affinché siano ben indirizzate. Allora esse ignoravano tutto ciò: piangevano solo sulle ingiurie, le umiliazioni e i dolori che il loro Maestro era costretto a sopportare e in nessun modo sulle cause per le quali soffriva; perciò meritarono di essere istruite. Fu come se egli avesse detto loro: «Piangete sui vostri peccati e quelli dei vostri figli e non sui miei, che non ne ho né posso averne. E anche se il provare compassione di me è cosa buona e giusta, io voglio che gemiate sulle vostre colpe piuttosto che su quello che io sto subendo per esse: in tal modo passeranno su di voi e sui vostri figli il prezzo del mio sangue e la redenzione che questo cieco popolo ignora; infatti, verranno i giorni del giudizio e del castigo universale in cui saranno considerate fortunate coloro che non avranno generato, mentre i dannati chiederanno ai monti e ai colli di coprirli per non vedere la mia indignazione. Se in me che sono innocente le loro trasgressioni hanno prodotto questi effetti, che cosa non produrranno in loro allorquando si troveranno così aridi, senza frutti di grazia né meriti?».
1371. Come ricompensa per il loro pianto e la loro compassione, quelle fortunate donne furono rischiarate dal Signore affinché potessero comprendere la sua dottrina. Intanto si adempì la preghiera che Maria aveva fatto. I sommi sacerdoti, i farisei e i soldati decisero di chiamare qualcuno per aiutare Gesù fino al Calvario. In quel momento sopraggiunse Simone il Cireneo, detto così perché nativo di Cirene, città della Libia; costui era il padre di Alessandro e Rufo, due discepoli del Signore. I giudei lo obbligarono a prendere il suo posto per un tratto di strada. Essi non vollero avvicinarsi alla croce né toccarla, perché si vergognavano reputandola come strumento del castigo di un uomo giustiziato quale insigne malfattore. Si servirono di tali cerimonie e usarono questa misura di precauzione contro di essa per indurre la gente a pensarla come loro. Il Cireneo la prese su di sé e andò dietro a sua Maestà costretto a procedere tra i due ladroni affinché tutti lo credessero e ritenessero un delinquente al pari di loro. La Principessa intanto si avvicinava a Cristo come aveva bramato e chiesto al Padre. Nel suo martirio, sebbene ne condividesse da vicino i patimenti con tutti i suoi sensi e ne prendesse parte, ella era a tal punto conforme al beneplacito divino da non accennare mai ad alcun movimento e gesto interiore o esteriore che potesse far pensare al desiderio di ritrattare il suo consenso alla sofferenza del suo figlio e Dio. L’amore, la grazia e la santità di questa Regina furono così grandi da superare e vincere la natura.

Insegnamento della Regina del cielo
1372. Carissima, voglio che il risultato dell’obbedienza per la quale scrivi la mia Storia sia quello di formare una vera discepola del mio Unigenito e mia. A tale scopo sono orientati, innanzitutto, l’illuminazione superna che ricevi riguardo a questi arcani tanto sublimi e degni di venerazione e poi gli insegnamenti che ti impartisco e ripeto continuamente al fine di distaccare il tuo cuore dall’affetto umano delle creature, sia dal nutrirlo tu in prima persona sia dall’accettarlo da alcun altro. Così vincerai gli impedimenti del demonio, molto pericolosi per il tuo carattere incline alla condiscendenza; ed io, che lo conosco, ti guido e ti accompagno nel cammino come la madre e la maestra che educa e corregge. Con la scienza dell’Altissimo penetri già i misteri della sua passione e anche l’unica vera via della vita, quella della croce. Non tutti sono chiamati e scelti per percorrerla: molti sono quelli che vogliono seguire il Salvatore, ma solo pochissimi sono veramente disposti ad imitarlo; infatti quando giungono a sentire il peso della tribolazione, lo respingono e se ne allontanano. Il dolore è duro da sopportare per la natura umana, il frutto dello spirito è profondamente nascosto e solo pochi si lasciano guidare dalla luce. Molti fra i mortali si dimenticano della verità, ascoltano la voce della carne, che viziano ed appagano. Amano ardentemente l’onore del mondo e disprezzano gli oltraggi e le ingiurie; avidi delle ricchezze, aborriscono la povertà; assetati dei piaceri, sono terrorizzati dalla mortificazione. Essi sono nemici della croce del Messia e con orrore fuggono da essa, giudicandola ignominiosa come coloro che lo hanno ucciso.
1373. Molti credono, ingannandosi, di stargli accanto senza soffrire, senza operare o faticare e vivono già contenti e appagati per il fatto di non essere tanto arditi nel commettere colpe. Sono persuasi che tutta la perfezione consista nella prudenza o nella tiepida carità, e così non negano niente alla propria volontà e non praticano le virtù che molto costano alla carne. Costoro uscirebbero da tale menzogna se pensassero che il mio diletto non solo fu redentore ma anche maestro, e lasciò nel mondo non solamente il tesoro dei suoi meriti, come rimedio alla loro dannazione, ma anche la medicina necessaria per la malattia per cui si infermò la natura a causa del peccato. Nessuno è più saggio di lui e nessuno poté conoscere l’amore come lui. Con tutto ciò, benché potesse quanto voleva, non scelse una vita piacevole né facile, ma travagliata e piena di afflizioni. Egli non avrebbe esercitato la sua dottrina esaurientemente ed efficacemente se, nel redimere gli uomini, non li avesse istruiti sul modo di vincere il diavolo, la tentazione e se stessi. Questo trionfo si ottiene con la croce, la penitenza, la compunzione, il rinnegamento di sé: sono la caratteristica, la testimonianza e il segno dell’amore dei predestinati.
1374. Poiché sai il valore della santa croce e l’onore che per essa ricevettero le umiliazioni e le tribolazioni, abbracciala e portala con gioia ricalcando le orme del tuo Maestro. La tua gloria in questo pellegrinaggio non sia altro che la persecuzione, il disprezzo, l’infermità, la tribolazione, l’umiliazione e quanto vi è di penoso e contrario alla condizione della carne peritura. Poiché mi emuli in tutti gli esercizi compiacendomi, non voglio che ti procuri né accetti sollievo o riposo in alcuna cosa terrena. Non devi soppesare lungamente tra te e te le sofferenze che sopporti e tanto meno manifestarle con la pretesa di trovarne alleviamento. Non devi neppure esagerare e ingrandire le persecuzioni e le molestie che ti causeranno le creature. Mai sfugga dalla tua bocca che è molto quello che subisci, né ti venga in mente di fare un confronto con i patimenti altrui. Con questo non intendo dire che sia una colpa ricevere qualche sollievo onesto e moderato o lamentarsi con paziente rassegnazione. In te, però, una tale liberazione sarebbe un’infedeltà verso il tuo sposo, poiché tu sei a lui obbligata molto più di mille altri. La tua corrispondenza nel penare e nell’amare non potrà essere scusata se non sarà piena di dedizione, delicatezza e lealtà. Talmente conformata a se stesso ti vuole il Signore che neppure un sospiro devi concedere alla tua debolezza senza avere un fine più sublime del semplice riposarti e ristorarti. E se l’ardore ti costringerà, allora lasciati rapire dalla sua forza soave per riposare amando; ma ben presto l’amore della croce saprà congedare tale conforto: tu sai che io facevo questo con docile rinunzia. Sia per te regola generale che ogni consolazione umana è imperfetta e comporta dei pericoli; devi accogliere solo quella che ti invierà l’Altissimo direttamente o attraverso i suoi angeli. Dei doni che ti elargirà la sua destra prendi ciò che ti possa aiutare ad es¬sere forte per soffrire di più e per distaccarti dalle cose effimere e piacevoli, che toccano la sensibilità.

CAPITOLO 22

Si narrano la crocifissione del nostro salvatore Gesù sul monte Calvario, le sette parole che pronunciò sulla croce e come Maria santissima lo assistette con immenso dolore.

1375. Il nostro Salvatore, vero e nuovo Isacco, Figlio dell’eterno Padre, giunse al monte del sacrificio, lo stesso sul quale, in passato, avrebbe dovuto essere immolato Isacco, figlio del patriarca Abramo e figura di Cristo. Il durissimo comando, che era stato un tempo sospeso su Isacco, veniva ora eseguito sull’innocentissimo Agnello. Il Calvario era un luogo immondo e disprezzato, destinato al castigo dei malfattori, dei condannati, dai cadaveri dei quali riceveva cattivo odore e in conseguenza di ciò maggiore ignominia. Il nostro amatissimo Gesù vi arrivò affaticato, trasformato dalle piaghe e dal dolore, insanguinato, ferito e sfigurato. La forza della divinità, che deificava la sua santissima umanità per mezzo dell’unione ipostatica, l’assistette non tanto per alleviare i suoi tormenti, ma piuttosto per essergli di aiuto e conforto durante gli stessi, cosicché il suo infinito amore fosse completamente appagato e la sua vita conservata fino a che non fosse giunto il momento di consegnarla liberamente alla morte sulla croce. Raggiunse la sommità del Calvario anche l’afflitta Madre, con il cuore colmo di amarezza. Era fisicamente molto vicina al suo diletto, ma spiritualmente fuori di sé per il dolore: tutta si trasformava in lui e nella sofferenza che egli stava vivendo. Accanto a lei stavano Giovanni e le tre Marie; ella, infatti, aveva domandato e ottenuto dall’Altissimo il favore di ritrovarsi presente e vicina al Signore ai piedi della croce con questa sola e santa compagnia.
1376. Quando la prudentissima Vergine si rese conto che si stavano compiendo i misteri della redenzione e vide che i soldati cominciavano a spogliare Gesù per crocifiggerlo, rivolse il suo spirito all’Onnipotente con questa preghiera: «Mio Signore e mio Dio, siete il Padre del vostro Unigenito, che per l’eterna generazione nacque Dio vero dal Dio vero che siete voi e per l’umana generazione nacque dalle mie viscere, dove assunse la natura di uomo sottoposta alla sofferenza. Con le mie mammelle lo allattai e nutrii, e come il miglior figlio che poté giammai nascere da altra creatura lo amo. Come vera madre ho un diritto naturale su di lui e sulla sua umanità santissima, e so che mai la vostra provvidenza negherebbe un tale diritto a chi lo possiede. Adesso dunque vi restituisco questo diritto e lo pongo di nuovo nelle vostre mani, perché il vostro e mio Unigenito sia sacrificato per la salvezza del genere umano. Accogliete la mia oblazione e il mio sacrificio; non potrei infatti offrire così tanto se fossi io stessa ad essere immolata e sottoposta a tali pene e non solo perché mio Figlio è vero Dio, a voi consustanziale, ma anche e soprattutto per il dolore che mi dilania il cuore. Sarebbe per me un gran sollievo e il compimento dei miei desideri se io morissi al posto suo: cambierebbero le sorti e la sua vita verrebbe conservata». Questa preghiera fu accolta con gioia e compiacimento inesprimibili. Nel disegno divino il sacrificio del figlio di Abramo doveva solamente prefigurare quello del Figlio, a cui il Padre avrebbe riservato la vera esecuzione. E neppure alla madre di Isacco fu detto mai nulla del misterioso sacrificio, non solo per la pronta obbedienza di Abramo, ma anche perché non si sarebbe potuto comprensibilmente affidare tale decisione all’amore materno di Sara: ella, benché fosse una donna santa e giusta, avrebbe probabilmente tentato di impedire il comando del Signore. Questo non avvenne con Maria; egli, infatti, poté confidarle, senza esitazione, il suo progetto, perché sottomettendosi alla sua volontà collaborasse e cooperasse, secondo le sue capacità, all’opera di redenzione di Cristo.
1377. Terminata la supplica, la Regina si accorse che gli empi soldati del governatore volevano dare a Gesù vino mescolato con mirra e fiele. Era costume presso i giudei di porgere ai condannati a morte un miscuglio di vino generoso e aromatico perché potessero sopportare con più vigore i tormenti del supplizio e i loro spiriti ne ricevessero aiuto e conforto. Questa usanza trova un riferimento negli scritti di Salomone: Date bevande inebrianti a chi sta per perire e il vino a chi ha l’amarezza nel cuore. La loro perfida crudeltà arrivò al punto di trasformare questa bevanda, che agli altri giustiziati poteva recare un qualche sollievo, in una pena ancora più grande: gliela porsero amarissima, mescolata con fiele, per infliggergli maggiori afflizioni. La Vergine venne a conoscenza di questa inumanità e con materna compassione lo pregò di non bere. Sua Maestà la assecondò e senza ricusare del tutto questa tortura, assaggiò l’acre pozione e non ne volle bere.
1378. Era già l’ora sesta, che corrisponde per noi a quella di mezzogiorno, quando i soldati, per crocifiggere nudo il Salvatore, lo spogliarono della tunica inconsutile e delle vesti. Siccome questa era chiusa e lunga, gliela rovesciarono passandola sopra la testa senza togliergli la corona di spine e facendo ciò con violenza gliele strapparono lacerandogli nuovamente le ferite; in alcune rimasero con¬ficcate le punte delle spine che, per quanto fossero dure e aguzze, si ruppero per la veemenza con cui i carnefici eseguirono questa atrocità. Gli rimisero poi la corona con una tale crudeltà da aprire altre profonde piaghe. Mentre lo spogliavano, si lacerarono anche quelle del suo corpo, per¬ché la tunica vi era già attaccata e il distaccarla da esse aggiunse altro dolore al dolore già lancinante. Per quattro volte lo denudarono e lo rivestirono: la prima per flagellarlo alla colonna; la seconda per mettergli il mantello di porpora; la terza per denudarlo di nuovo e rivestirlo; la quarta ed ultima sul monte Calvario, quando lo spogliarono definitivamente. Qui fu sottoposto a maggiori tormenti, perché più numerose erano le ferite ed egli era ormai debilitato. Inoltre in quel luogo soffiava un forte vento che contribuì col freddo ad aumentare la pena.
1379. A tutto ciò si aggiunse la sofferenza di vedersi nudo davanti a sua Madre, alle altre donne che l’accompagnavano e alla moltitudine di gente ivi presente. Indossava solo i panni intimi che Maria gli aveva messo sotto la veste in Egitto; i carnefici, infatti, non glieli poterono togliere né quando lo flagellarono né quando lo innalzarono sulla croce e così fu posto nel sepolcro con essi. E questo mi è stato manifestato più volte. Nondimeno Cristo, nostro bene, avrebbe voluto lasciare questo mondo completamente nudo, in somma povertà e senza avere con sé nulla, se non fosse intervenuta la supplica della Signora che lo pregò di conservare quei panni. Egli accondiscese perché con questa obbedienza poteva supplire all’estrema povertà con cui avrebbe desiderato morire. Il duro legno era disteso sulla terra mentre si disponeva l’occorrente per ucciderlo insieme a due ladroni, destinati a essere crocifissi con lui. Intanto il nostro Maestro si rivolse al Padre così:
1380. «Dio eterno, alla vostra immensa maestà d’infinita bontà e giustizia offro tutto il mio essere umano unitamente alle azioni che ho compiuto per la vostra santissima volontà, allorché ho assunto, scendendo dal vostro seno, la carne passibile per redimere gli uomini. Con me vi offro mia Madre, il suo amore, le sue opere perfettissime, i suoi dolori, le sue preoccupazioni, le sue cure e la sua sollecitudine nel servirmi, nell’imitarmi e nell’accompagnarmi fino alla morte. Vi offro il piccolo gregge degli apostoli, la Chiesa dei fedeli che è ora e che sarà fino alla fine del mondo e con essa tutti i discendenti di Adamo. Tutti pongo nelle vostre mani, Signore onnipotente, e da parte mia sono pronto a soffrire e morire spontaneamente per loro, e desidero che siano salvi tutti coloro che vorranno seguirmi e trarre profitto dall’opera della redenzione: in virtù della grazia che ho acquistato per essi, da schiavi del demonio diventino vostri figli, miei fratelli e coeredi. Specialmente vi offro i poveri, i disprezzati, gli afflitti; essi sono i miei amici perché mi hanno seguito nel cammino del¬la croce. Voglio che i giusti e i predestinati rimangano scritti nella vostra memoria eterna. Vi supplico di allontanare il castigo e sospendere il flagello della giustizia sugli uomini: non siano puniti come meritano le loro colpe e d’ora innanzi siate loro Padre, come siete mio Padre. Vi supplico similmente per coloro che con pio affetto assistono alla mia morte: illuminateli con la vostra luce divina. Vi prego per tutti quelli che mi perseguitano, affinché si convertano alla verità, e soprattutto per l’esaltazione del vostro ineffabile e santissimo nome».
1381. La Regina conobbe tale orazione e imitò il Maestro rivolgendosi all’Altissimo. Non dimenticò né tralasciò l’adempimento di quelle prime parole che aveva percepito dalla bocca del suo Unigenito appena nato: «Amica mia, diventate simile a me». Si stava ora adempiendo la promessa fattale dal Signore che, in contraccambio della vita umana da lei data al Verbo nel suo grembo verginale, egli le avrebbe comunicato una nuova vita di grazia, sublime e superiore a quella di tutte le creature. Questo beneficio avrebbe incluso la conoscenza di tutte le azioni della santissima umanità di suo Figlio: nessuna di esse poteva rimanerle celata e, nella misura in cui ella fu in grado di comprenderle, le imitò. Fu sempre sollecita nel fissarvi l’attenzione, profonda nel penetrarle, pronta e coraggiosa nell’eseguirle. Perciò non si lasciò turbare dal dolore, né ostacolare dall’angoscia o imbarazzare dalla persecuzione e tan¬to meno scoraggiare dall’amarezza della passione. Assistette al supplizio di Cristo non come testimone oculare alla maniera degli altri giusti, perché infatti così non avvenne. La sua esperienza fu unica e singolare in tutto: sentì nel suo corpo verginale le sofferenze esterne ed interne che egli pativa nella sua persona. Si può dire che fu flagellata, coronata di spine, schernita e schiaffeggiata, caricata della croce e su di essa inchiodata; provò infatti questi tor¬menti nel suo purissimo corpo e, benché il modo fosse diverso, ci fu anche una grande somiglianza: la Madre doveva essere la perfetta immagine del Figlio. Tale esperienza singolare racchiuse un ulteriore mistero: recare soddisfazione all’amore di Gesù, alla sua passione e al divino consenso che questa stessa fosse ricopiata in una pura creatura. Nessun’altra aveva tanto diritto a ciò quanto lei.
1382. Per poter segnare i fori dei chiodi sulla croce, i carnefici comandarono con alterigia e tracotanza al Creatore dell’universo – o temerarietà inaudita! – di stendersi sopra di essa; il Maestro dell’umiltà obbedì senza opporre resistenza. Con inumano e crudele istinto disegnarono i fori non in proporzione alla grandezza del corpo, ma più di¬stanti al fine di poter fare quello che in seguito eseguirono. La Signora della luce venne a conoscenza di tale nuova crudeltà e questa fu una delle maggiori afflizioni che soffrì il suo purissimo cuore in tutta la passione. Penetrò infatti le intenzioni depravate degli sbirri e previde il martirio che suo Figlio avrebbe dovuto sopportare nel mo¬mento in cui sarebbe stato inchiodato sulla croce. Non si poté tuttavia rimediare perché il Redentore stesso voleva sottoporsi a una simile tortura per la salvezza degli uomini. Quando si rialzò, perché si potesse forare il duro legno, accorse Maria vicino a lui, lo tenne per un braccio, lo adorò e gli baciò la mano con sommo rispetto. I carnefici permisero che ciò accadesse perché credevano che, alla vista di lei, Gesù si sarebbe ancora più contristato e non volevano risparmiargli nessun dolore. Non compresero però il mistero: in quell’occasione egli non ebbe maggiori consolazioni né provò gioia interiore più grande che quella di vedere la sua santissima Madre e la bellezza della sua anima. In essa scorse riflesso il ritratto di se stesso e la pienezza del frutto della sua passione e morte.
1383. Fatti i fori nella croce, i carnefici gli comandarono per la seconda volta di stendersi sopra di essa per inchiodarlo. Egli obbedì pazientemente e stese le braccia sul felice legno: era spossato, sfigurato ed esangue, a tal punto che, se nell’empietà ferocissima di quegli uomini avessero potuto trovare spazio la naturale ragione e il senso di umanità, non sarebbe stato possibile per la crudeltà accanirsi sull’innocente e mansueto Agnello, afflitto dalle piaghe e dai dolori. Ma non fu così, perché i giudei e i suoi nemici – o giudizi terribili e occultissimi del Signore! – furono afferrati dall’odio e dalla malvagia volontà del demonio e persero completamente i sentimenti di cui gli uomini sensibili sono capaci; agirono pertanto con rabbia e furore diabolici.
1384. Subito uno dei carnefici prese la mano di Cristo e la tenne premuta sopra il foro mentre un altro ne conficcò, penetrando a forza di martellate, il palmo con un chiodo angolato e grosso. Si ruppero le vene, i nervi e le ossa di quella santissima mano che aveva creato i cieli e ogni essere vivente. Non era possibile inchiodare l’altra, giacché il braccio non arrivava al buco; i nervi, infatti, si erano contratti perché il foro era stato fatto maliziosamente più distante. Per rimediare a questo difetto, presero la catena con la quale il Signore era stato legato nell’orto degli Ulivi, ne avvolsero il polso con una estremità dove c’era un anello con manette, e con una ferocia inaudita tirarono dall’altro estremo finché riuscirono a portare la mano sul buco e la inchiodarono. Passarono poi ai piedi: ne misero uno sopra l’altro, li incatenarono e, tirando con forza e crudeltà, li fissarono usando un terzo chiodo più forte degli altri due. Il sacro corpo, unito alla divinità, rimase attaccato saldamente alla croce; ogni suo membro, formato dallo Spirito Santo, fu talmente reciso e lacerato che si potevano contare le ossa: quelle del petto e delle spalle erano tutte slogate, esposte e fuori dalla posizione naturale, avendo ceduto alla violenta crudeltà dei carnefici.
1385. 1 dolori del Signore furono incredibilmente grandi e non si può esprimere con le parole la sofferenza che patì. Solamente nel giorno del giudizio si avrà una conoscenza più chiara, quando la condanna dei reprobi sarà giustificata e i santi lo loderanno e glorificheranno adeguatamente; ma in questo momento in cui la fede ci permette, anzi ci obbliga ad esprimere il nostro giudizio, se l’abbiamo, io supplico e prego i figli della Chiesa che ciascuno personalmente consideri questo venerabile mistero, lo ponderi e lo soppesi con tutte le sue circostanze. Sicuramente troveranno motivi efficaci per aborrire il peccato, per non commetterlo più, essendo stato la causa dell’indicibile sofferenza dell’Autore della vita. Consideriamo anche e contempliamo lo spirito della Vergine, il suo purissimo corpo oppresso e abbattuto dai tormenti: sono la porta della luce attraverso la quale entreremo a conoscere il sole che ci illumina. O Regina delle virtù! O Madre dell’immortale Re dei secoli, il Verbo incarnato! Purtroppo è vero che la durezza dei nostri cuori ingrati ci rende inetti, indegni e incapaci di sentire i vostri dolori e quelli del vostro Unigenito; ma ci sia concesso, per vostra clemenza, questo bene che non siamo in grado di guadagnare. Purificateci e liberateci dall’indolenza, dall’ingratitudine e dalla villana rozzezza. Se noi siamo la causa di tali e tante afflizioni, per quale ragione, o giustizia, queste debbono essere sopportate solo da voi e dall’amato Salvatore? Passi il calice degli innocenti ai colpevoli, che lo bevano perché lo meritano. Ma ahimè! Dov’è il senno? Dove il lume dei nostri occhi? Chi ci ha privato dei sensi? Chi ci ha rubato il cuore sensibile e umano? Quand’anche, Signore mio, non fossi stata creata a vostra immagine e somiglianza, quand’anche non avessi ricevuto da voi il dono della vita, quand’anche tutti gli elementi e gli esseri formati dalla vostra mano e posti al mio servizio non mi avessero annunciato la notizia sicura del vostro immenso amore, lo zelo infinito per cui vi siete lasciato inchiodare sulla croce avrebbe dovuto essere sufficiente per stringermi a voi con catene di compassione, di riconoscenza, di carità e di confidenza nella vostra ineffabile misericordia. Ma se non mi risvegliano tante voci, se il vostro ardore non mi accende, se la vostra passione e i vostri tormenti non mi commuovono, se i benefici ricevuti non mi obbligano, quale fi¬ne mai devo sperare della mia stoltezza?
1386. Posto il Signore sul duro legno, i carnefici, per evitare che i chiodi cedessero al peso e non reggessero il divino corpo, risolsero di ribatterne e incurvarne la parte sporgente che oltrepassava la croce e la capovolsero, lasciandolo appeso su di essa riverso sul terreno. Questa nuova crudeltà suscitò orrore e raccapriccio fra tutti i presenti e la folla mossa a pietà insorse in grandi clamori. L’afflitta Madre, partecipe dei patimenti del Figlio, si oppose a tale smisurata empietà e pregò l’eterno Padre di non permettere l’esecuzione di quanto era stato progettato; poi comandò ai ministri celesti di assistere e servire il loro Creatore. Ogni cosa avvenne secondo il suo desiderio. Quando i carnefici rivoltarono la croce, sostennero Gesù impedendo che il suo corpo e il suo viso toccassero i sassi e le immondezze. Quelli ribatterono le punte dei chiodi senza accorgersi del miracolo: le sacre membra erano così vicine al suolo e la croce, sostenuta dagli angeli, così salda e ferma che i perfidi giudei pensarono che egli fosse posato sul¬la dura terra.
1387. A questo punto avvicinarono la croce al buco dove doveva essere posta: la sollevarono verso l’alto, aiutandosi alcuni con le spalle e altri con lance e alabarde, e la piantarono nel fosso che avevano scavato a tal fine. La nostra vera vita, il nostro Salvatore, rimase appeso in aria sul duro legno davanti ad una innumerevole folla di uomini e genti di nazioni diverse. Non posso non ricordare un’altra crudeltà che ho visto infliggere a sua Maestà: quando fu innalzato, fu ferito con le lance e altri strumenti di tortura, gli furono conficcati i ferri nella carne procurandogli sotto le braccia profondi squarci. Davanti a un simile spettacolo si sollevò da parte del popolo un clamore di alte grida e si rinnovò la confusione: i giudei bestemmiavano, i compassionevoli gemevano, gli stranieri si stupivano; alcuni non potevano nemmeno guardare per il dolore che provavano; altri sostenevano che l’esempio di tale punizione potesse essere un insegnamento per molti; altri ancora chiamavano il Crocifisso ” il giusto”. Tutti questi giudizi e pareri vani si conficcarono come dardi acuti nel cuore della Madre addolorata. Il sacro corpo perdeva molto sangue dalle ferite, perché fu scosso dal pesante movimento della croce che veniva conficcata nel terreno. Si riaprirono le piaghe e restarono più visibili le sorgenti alle quali lo stesso Signore per bocca di Isaia ci aveva invitato ad attingere con gioia le acque con cui spegnere la sete e lavare le macchie delle nostre colpe. Nessuno potrà addurre scuse, se non si affretterà ad avvicinarsi all’acqua per dissetarsi, poiché quest’acqua non si vende in cambio dell’argento e dell’oro, e si dà gratuitamente solo per il semplice fatto di volerla ricevere.
1388. Successivamente misero in croce i due ladroni, uno alla destra e l’altro alla sinistra del nostro Redentore riservandogli così il posto di colui che reputavano essere il malfattore principale. I pontefici e i farisei non si curarono affatto di essi e rivolsero tutta la loro ira e il loro furore contro colui che per sua natura era senza peccato e santo. Scuotendo la testa con scherno e beffe, lanciarono pietre e polvere contro di lui, dicendo: «Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso!», e ancora: «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo». Anche i ladroni lo oltraggiavano allo stesso modo e tali bestemmie recarono al nostro Maestro un dolore ancora più profondo e vivo, poiché questi erano vicini alla morte e non trovavano così alcun vantaggio dal frutto delle sofferenze che avrebbero subito con essa e con le quali avrebbero potuto parzialmente rendere soddisfazione per i delitti commessi e opportunamente castigati dalla giustizia; solo uno di essi approfittò dell’occasione, un’occasione che mai più si offrì ad alcun peccatore del mondo.
1389. Quando la Regina venne a conoscenza che i giudei nella loro malvagità e ostinata invidia tentavano di disonorare ancora di più Cristo e che lo bestemmiavano e giudicavano il peggiore tra tutti, desiderando dimenticare e cancellare il suo nome dalla terra dei viventi, come Geremia aveva profetizzato, si accese di nuovo nel suo fedelissimo cuore l’ardente zelo per l’amore di suo Figlio. Si prostrò davanti alla regale persona sospesa sulla croce, do¬ve lo stava adorando, e implorò il Padre affinché si prendesse cura dell’onore del suo Unigenito, con segni così manifesti da confondere la malizia di quei perfidi e frustrare le loro perverse intenzioni. Quindi, con lo stesso fervore si rivolse a tutte le creature insensibili e affermò: «O creature, prive di sensibilità e tuttavia chiamate all’esistenza dalla mano dell’Onnipotente, manifestate voi il cordoglio e la compassione che gli uomini capaci di ragione, nella loro stoltezza, gli negano per la sua morte. Cieli, sole, luna, stelle e pianeti, fermate il vostro corso e sospendete i vostri influssi. Elementi, alterate la vostra natura: perda la terra la sua quiete, si spezzino le pietre e i duri macigni. Sepolcri, aprite il vostro grembo nascosto per la vergogna dei vivi. Velo del tempio mistico e simbolico, dividiti in due parti e con la tua spaccatura scuoti gli increduli, intima loro il castigo e rendi testimonianza alla verità della gloria del Signore dell’universo, che essi vogliono oscurare».
1390. Grazie a questa supplica, l’Altissimo ordinò e dispose tutto ciò che avvenne quando sua Maestà spirò. Illuminò e toccò il cuore di molti tra i presenti prima che la terra mostrasse segni e prodigi e anche durante tale evento, affinché riconoscessero in Gesù il santo, il giusto, il vero Figlio di Dio, come fecero il centurione e tanti altri che, nel racconto degli evangelisti, si allontanarono percuotendosi il petto per il dolore. E non solo lo confessarono coloro che lo avevano ascoltato e avevano aderito al suo insegnamento, ma anche molti altri che non lo avevano conosciuto né avevano veduto i suoi miracoli. Sempre per la stessa preghiera di Maria, Pilato venne ispirato a non cambiate il titolo della croce che era già stato posto sul capo del Redentore nella lingua ebraica, greca e latina. I giudei avevano insistito con lui dichiarando: «Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei»; il governatore, però, rispose: «Ciò che ho scritto, ho scritto». Tutti gli esseri privi di sensibilità per volere divino obbedirono al comando della Vergine. Dall’ora di mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, che corrispondono all’ora nona in cui il Signore morì, come se fossero diventati sensibili, fecero ciò che è riferito nei Vangeli: il sole nascose la sua luce; i pianeti mutarono gli influssi; i cieli, le stelle e la luna cambiarono il loro corso; gli elementi si turbarono; la terra tremò e molti monti si spezzarono mentre le pietre si frantumarono le une contro le altre; infine si aprirono i sepolcri e ne uscirono i defunti, risvegliatisi alla vita. I giudei vennero colti dallo spavento e dalla paura, quantunque la loro inaudita cattiveria impedisse loro di comprendere la verità.
1391. I soldati che avevano crocifisso il Salvatore si divisero le sue vesti, che spettavano loro come esecutori. Fecero in quattro parti, una per ciascuno, il mantello che ave¬vano portato al Calvario per disposizione superna (era lo stesso mantello di cui egli si era spogliato durante l’ultima cena quando aveva voluto lavare i piedi degli apostoli). Non poterono tuttavia ripartire la tunica inconsutile, poiché così aveva disposto l’imperscrutabile provvidenza. Gettarono le sorti su di essa e colui a cui toccò la sorte la prese; si compiva così letteralmente la profezia di Davide. I misteri relativi a questa verranno successivamente spiegati dai santi e dai dottori. I giudei avevano lacerato con i tormenti e le ferite inflitte l’umanità di Gesù, nostro unico bene, che copriva e nascondeva la sua divinità, ma non poterono offenderla in alcun modo, né arrivare ad essa col supplizio del martirio, e colui al quale toccherà la sorte di partecipare per mezzo della grazia alla giustificazione della divinità sarà chiamato a possederla e goderla totalmente.
1392. Poiché la croce era il trono della maestà del nostro Maestro e la cattedra da cui voleva insegnare la scienza della vita, egli, innalzato su di essa, avendo confermato la dottrina con l’esempio, pronunciò le parole che comprendevano il sommo grado di carità e perfezione: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Aveva vincolato se stesso a questo principio dell’amore fraterno, chiamandolo il suo comandamento. E per rafforzare la verità del suo insegnamento, lo praticò sul duro legno, non soltanto amando e perdonando i suoi nemici, ma perfino scusandoli per la loro stessa ignoranza. E lo fece nel momento in cui la loro cattiveria giunse al vertice, quando cioè perseguitarono, crocifissero e bestemmiarono il loro Dio. Questo è ciò che l’ingratitudine umana operò dopo aver ricevuto tanta luce, tanti precetti e soprattutto tanti benefici; e questo invece è ciò che il nostro Salvatore fece con la sua ardentissima carità, avendo in contraccambio i tormenti, le spine, i chiodi, la croce e le bestemmie. Oh, fervore impenetrabile! Oh, soavità ineffabile! Oh, pazienza mai immaginata dagli uomini, ammirata dagli angeli e temuta dai demoni! Uno dei ladroni, chiamato Dima, intuì un barlume di questo arcano: fu illuminato interiormente dalla preghiera di intercessione di Maria, perché potesse riconoscere il suo Redentore dalle prime parole che pronunciò sulla croce. Mosso da profonda sofferenza e contrizione dei suoi peccati, rimproverò il suo compagno: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».
1393. Gli effetti della redenzione trovarono terreno fertile nel cuore del buon ladrone, del centurione e di tutti coloro che ebbero il coraggio di confessare il Signore elevato sulla croce; ma il più fortunato fu Dima, che meritò di sentire le sue seconde parole: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». Oh, felice ladrone! Tu solo ottenesti la parola bramata da tutti i santi e giusti! Agli antichi patriarchi e profeti non fu concesso di udirla: si reputarono già favoriti di scendere nel limbo e ivi aspettare per lunghi secoli il paradiso che tu guadagnasti in un attimo dando lietamente altra forma al tuo mestiere. Ora cessi di rubare le cose altrui e terrene e subito rapisci il cielo dalle mani di sua Maestà; ma tu lo rapisci giustamente perché egli te lo dona per grazia. Tu fosti l’ultimo discepolo del suo ammaestramento nella vita e il primo a metterlo in pratica dopo averlo appreso. Amasti e corregesti il tuo fratello, riconoscesti il tuo Creatore e riprendesti coloro che lo oltraggiavano; lo imitasti nel patire con docilità, lo pregasti con umiltà affinché in avvenire si rammentasse delle tue miserie. Egli volle esaudire all’istante i tuoi desideri senza differire il premio che conseguì per te e per tutti i mortali.
1394. Dopo che costui ebbe ottenuto la giustificazione, Cristo posò gli occhi colmi di amore sulla Madre che stava afflitta con Giovanni ai piedi della croce e, rivolgendosi ad entrambi, disse prima a lei: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». Chiamò Maria “donna” e non “madre”, perché questo secondo nome conteneva qualcosa di dolce e delicato e il pronunciarlo gli avrebbe arrecato una sensibile consolazione. Durante la sua passione egli non si concesse alcun conforto o sollievo esteriori, giacché vi aveva rinunciato totalmente, ma con la parola “donna” volle tacitamente intendere ciò: «Donna, che sei benedetta fra tutte le donne e la più saggia tra i figli di Adamo. Donna forte e perfetta, mai vinta dal peccato, fedelissima nell’amarmi, indefettibile nel servirmi, il cui amore le molte acque del mio supplizio non hanno potuto né spegnere né travolgerei, vado dal Padre mio e da adesso in poi non posso stare con voi, ma il mio discepolo prediletto vi assisterà e avrà cura di voi come madre: sarà vostro figlio». Da quell’ora Giovanni la prese con sé e la venerò e servì per tutto il resto della sua vita. Il suo spirito venne rischiarato da una nuova luce, affinché potesse conoscere e apprezzare degnamente il bene che gli era stato affidato: il più prezioso ed eccelso creato dal braccio dell’Onnipotente dopo l’umanità di Gesù. Anche la Regina, che aveva compreso tutto, con umile riconoscenza lo accolse come figlio. Gli immensi benefici della passione non impedirono al suo cuore generoso e colmo di benevolenza di prestargli obbedienza; ella, infatti, agiva sempre al sommo grado di perfezione.
1395. Si avvicinava già l’ora nona, sebbene per l’oscurità e la confusione sembrasse essere una notte tenebrosa. Allora il nostro Salvatore proferì a gran voce la quarta parola dalla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato ?». Non tutti capirono quantunque egli avesse parlato nella sua lingua. Poiché la prima locuzione si esprime in ebraico con i vocaboli “Elì, El”, alcuni pensarono che invocasse Elia, mentre altri, beffeggiandolo, dicevano: «Lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo!». Il mistero di queste parole fu tanto profondo quanto occulto ai giudei e ai pagani e in esse si trovano i molti significati che i dottori di sacra Scrittura hanno loro conferito. A me fu rivelato che il suo abbandono non consistette nella separazione della divinità dalla sua santissima umanità, così che cessasse la visione beatifica o si sciogliesse l’unione sostanziale ipostatica, che ebbe fin dall’istante in cui fu concepita per opera dello Spirito Santo nel talamo verginale e mai lasciò. Questa dottrina è cattolica e vera. È certo che anche l’umanità santissima fu abbandonata dalla divinità nella misura in cui non fu preservata dalla morte e dai dolori dell’acerbissima passione; il Padre, però, non lasciò del tutto il Figlio in quanto prese la difesa del suo onore e lo testimoniò permettendo alle creature di muoversi e di mostrare sentimento nel momento in cui egli spirò. Il Signore espresse un altro abbandono attraverso il lamento che sgorgò dal suo immenso affetto verso il genere umano, quello dei reietti e dei dannati. Se ne dolse nell’ultima ora come aveva fatto nella preghiera nell’orto degli Ulivi, quando la sua santissima anima si era rattristata fino alla morte; infatti, la sua copiosa ed abbondante redenzione offerta per tutti non sarebbe stata efficace per essi, ed egli sarebbe stato rifiutato da loro nella beatitudine eterna per la quale li aveva fatti e riscattati. E poiché tutto ciò avvenne secondo il decreto dell’Onnipotente, Gesù eruppe in questo gemito generato dall’amore e dal dolore, volendo intendere: «Perché mi hai lasciato senza la compagnia degli empi?».
1396. Per rafforzare e dare più credito a ciò, il Signore aggiunse subito la quinta parola: «Ho sete». I tormenti e le angosce dovettero suscitare in lui una sete naturale, ma non era tempo di manifestarla e tanto meno di appagarla: egli non avrebbe mai parlato in tal senso, sapendo che si trovava vicino al trapasso. L’espressione aveva un altro significato: la sua sete era che gli schiavi discendenti di Adamo non sciupassero la libertà che aveva guadagnato loro. Desiderava ardentemente che tutti gli uomini, mediante la fede e la carità, la grazia e l’amicizia, traessero vantaggio dai suoi meriti e dalle sue sofferenze e non perdessero l’eterno gaudio lasciato in eredità. Questa sola era la sete del nostro Maestro e solo Maria ne penetrò perfettamente il segreto. Con il cuore colmo di struggimento e di tenerezza, chiamò interiormente a sé i poveri, gli afflitti, gli umili, i disprezzati e gli oppressi e li invitò ad accostarsi al Redentore perché mitigassero parzialmente – completamente sarebbe stato impossibile – la sua sete di anime. I perfidi giudei e gli sbirri, coerenti con la loro infelice crudeltà, gli porsero, deridendolo e schernendolo, una spugna imbevuta di aceto e fiele in cima ad una canna e gliela accostarono alla bocca, perché ne bevesse e si adempisse così la profezia di Davide: Hanno messo nel mio cibo veleno e quando avevo sete mi hanno dato aceto. Egli lo gustò pazientemente e ne inghiottì qualche sorso significando misteriosamente quanta pena gli avrebbe recato la dannazione dei reprobi, ma su richiesta della Vergine lo rifiutò subitaneamente e smise di bere; ella, infatti, sarebbe stata la porta e la mediatrice per tutti coloro che avrebbero tratto profitto dalla passione e dalla redenzione.
1397. Quindi Gesù pronunciò la sesta parola avvolta nel mistero: «Consumatum est», cioè «Tutto è compiuto!». E volle intendere: «È compiuta l’opera della mia missione e del riscatto del genere umano, come è compiuta l’obbedienza con cui il Padre mi inviò a patire e morire per esso. Si sono adempiute le Scritture, le profezie e gli esempi dell’Antico Testamento, come è compiuto il corso della vita sofferente e mortale che accettai nel castissimo grembo di mia Madre. Lascio al mondo il mio esempio, l’insegnamento, i sacramenti e gli aiuti per rimediare al male e al peccato. È soddisfatta la giustizia dell’Altissimo ed è assolto il debito della posterità di Adamo. La Chiesa è già in possesso del perdono dei peccati che saranno commessi, e tutta l’opera dell’incarnazione e della redenzione ha rag¬giunto la massima perfezione per la parte che mi riguarda come Salvatore. Per l’edificazione della Chiesa trionfante è stato già posto il sicuro fondamento nella Chiesa militante: nessuno potrà alterarlo né mutarlo». Tutti questi misteri sono contenuti nelle brevi parole “Consumatum est!”.
1398. Volgendosi l’opera della redenzione verso la perfezione del compimento, ne conseguì che, come il Verbo incarnato era uscito dal Padre per mezzo della vita mortale ed era venuto nel mondo, così, per mezzo della morte, ritornasse da questa vita al Padre con l’immortalità. A questo punto Cristo pronunciò l’ultima parola: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», e lo fece gridando a gran voce affinché tutti i presenti potessero udire. Alzò gli occhi al cielo come se parlasse con Dio e subito, chinato il capo, rese il suo spirito. In virtù della forza divina di quest’ultima parola, Lucifero fu sconfitto e scaraventato con tutti i suoi demoni nel precipizio profondo dell’inferno, dove rimasero atterrati, come avrò modo di riferire nel prossimo capitolo. L’invincibile Regina, quale madre del Redentore e corredentrice, penetrò tali arcani più profondamente di tutte le altre creature, e, come aveva sentito i dolori corrispondenti ai tormenti del suo Unigenito, così sentì i dolori e i tormenti che egli patì nel momento della morte senza perdere la vita, e l’Eterno gliela conservò miracolosamente allorché avrebbe dovuto morire realizzando un miracolo più grande di quelli con cui le aveva recato conforto nell’intero corso dell’esistenza terrena. Quest’ultima sofferenza fu più forte, intensa e viva di tutte le altre. Tutto ciò che subirono i martiri e gli uomini giustiziati dall’inizio dei tempi non è paragonabile a quello che Maria provò e sopportò nel martirio del Figlio. Ella rimase ferma ai piedi della croce fino a sera, quando le sacre membra furono sepolte, e in ricompensa di questa particolare angoscia venne ancor più spiritualizzata in quel poco che il suo corpo verginale aveva conservato dell’essere perituro.
1399. Gli evangelisti non riferiscono gli altri misteri che il nostro Salvatore operò sulla croce, e noi cattolici non ne abbiamo alcuna notizia, se non le congetture dedotte dall’infallibile certezza della fede. Tra quelli che mi sono stati rivelati riguardo alla storia e al luogo della passione, vi è una preghiera che sua Maestà fece prima di proferire le sette parole. Dico preghiera perché si trattò effettivamente di un colloquio con l’Onnipotente, sebbene propriamente fosse un’ultima espressione di volontà o testamento, che egli volle lasciare come vero e sapientissimo padre della famiglia affidatagli, cioè il genere umano. Come la ragione insegna, il capo di una famiglia e proprietario di molte o poche sostanze non sarebbe un prudente dispensatore né attento al suo compito, se non dichiarasse nel momento della morte come disporre dei propri beni onde gli eredi e i successori siano informati di quello che spetta a ciascuno senza litigi, e ognuno lo acquisisca secondo giustizia e ne entri in possesso pacificamente. Per tale motivo e per poter morire liberi dalle cose terrene, gli uomini del mondo fanno il loro testamento; anche i religiosi si spogliano dell’uso di queste perché nell’ora della morte pesano molto e la conseguente preoccupazione impedisce allo spirito di innalzarsi al Creatore. E benché esse non potessero recare imbarazzo al nostro Maestro, poiché non ne aveva e, se anche ne avesse avute, non sarebbero state un ostacolo al suo potere infinito, conveniva che disponesse in quell’ora dei tesori spirituali e dei doni che aveva conquistato per i mortali nel corso del suo pellegrinaggio.
1400. Dei beni eterni egli fece testamento sulla croce, determinando a chi toccassero, quali ne dovessero essere i legittimi eredi e quali invece i diseredati e le ragioni di questo. Fece ciò parlando con il Padre, retto giudice di tutte le creature: in lui erano riepilogati i segreti della predestinazione dei santi e della riprovazione dei dannati. Il testamento fu tenuto nascosto e solo la Regina ne conobbe il contenuto, perché, oltre ad esserle rivelati tutti gli at¬ti dell’anima santissima di Gesù, era sua erede universale e costituita signora dell’universo. In qualità di corredentrice, doveva essere anche erede testamentaria, per le cui mani, mani in cui l’Unigenito pose tutte le cose come il Padre le aveva poste nelle sue, si eseguisse la sua volontà. A lei è affidato l’incarico di ripartire i tesori acquisiti dal Figlio, a lui dovuti per i suoi infiniti meriti. Questa spiegazione mi è stata comunicata affinché sia sempre più riconosciuta la dignità della nostra sovrana e i peccatori ricorrano a lei come depositaria delle ricchezze che il Salvatore ha ottenuto dall’Altissimo. Dobbiamo conseguire ogni aiuto per intercessione della Vergine, che ha il compito di distribuirli con le sue caritatevoli e generose mani. Testamento del nostro Salvatore sulla croce
1401. Conficcato il legno della santa croce sul monte Calvario, il Verbo incarnato, crocifisso su di essa, prima di pronunciare le sette parole, si rivolse interiormente all’Onnipotente e disse: «Padre mio, da questo albero della croce io vi confesso e vi esalto con il sacrificio dei miei dolori e della mia passione e morte, poiché con l’unione ipostatica della natura divina innalzaste la mia umanità alla suprema dignità, cosicché sono Cristo, Dio e uomo, unito alla vostra stessa divinità. Vi lodo perché comunicaste alla mia umanità fin dal momento dell’incarnazione la pienezza di tutti i doni possibili di grazia e di gloria. Fin dal principio mi deste per tutta l’eternità il dominio totale e pieno su tutte le creature. Mi faceste sovrano dei cieli, del sole, della luna, delle stelle, del fuoco, dell’aria, della terra, dei mari e di tutti gli esseri sensibili e insensibili che vivono in essi. Mi affidaste l’ordinamento dei tempi, dei giorni e delle notti conferendomi dominio e potere su tutto, secondo la mia volontà o il mio arbitrio. Mi costituiste capo e re di tutti gli angeli e degli uomini perché li governassi e comandassi, e perché premiassi i buoni e castigassi i cattivi. Mi donaste la potestà e le chiavi dell’abisso perché faccia quello che voglio dal supremo delle altezze fino al profondo degli inferi. Mi assegnaste la giustificazione dei mortali, i loro imperi, regni e principati, i grandi e i piccoli, i poveri e i ricchi. Per opera vostra sono diventato per tutto il genere umano sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, Signore della morte e della vita, della santa Chiesa e dei suoi tesori, delle Scritture, dei misteri, dei sacramenti, delle leggi e dei doni della grazia. Tutto ciò, o Padre mio, poneste nelle mie mani e lo subordinaste al mio volere, e perciò vi magnifico e vi onoro».
1402. «E ora che morendo in croce mi separo da questo mondo per fare ritorno alla vostra destra, ora che ho compiuto con la mia passione l’opera della redenzione che mi affidaste, è mio anelito che proprio questa croce sia il tribunale della nostra giustizia e misericordia. Inchiodato su di essa voglio giudicare gli stessi per cui offro la vita. Giustificando la mia causa voglio dispensare i tesori che ho meritato con il mio supplizio. Sia fin da adesso stabilito il compenso che spetta a ciascuno dei giusti e dei reprobi, conformemente alle azioni con cui mi avranno amato o rifiutato. Ho cercato e chiamato tutti gli uomini alla mia amicizia, e dall’istante in cui mi sono incarnato ho faticato incessantemente per loro. Ho sopportato molestie, fatiche, offese, insolenze, derisioni, flagelli, corone di spine e adesso patisco l’amarissima morte sul duro legno. Per tutti ho implorato la vostra immensa pietà e ho pregato vegliando notti intere; ho digiunato, sono stato pellegrino e forestiero per insegnare loro il cammino della vita eterna che da parte mia desidero per tutti perché per tutti l’ho guadagnato senza alcuna eccezione né esclusione, come per tutti ho fondato e stabilito la legge di grazia. La Chiesa in cui possono trovare la salvezza sarà stabile e ferma nei secoli dei secoli».
1403. «Nella nostra sapienza e provvidenza conosciamo, Padre mio, che per la malizia e la cattiveria degli uomini non tutti vogliono acquisire la beatitudine senza fine, né avvalersi della nostra misericordia e intraprendere la via che ho tracciato per loro con il mio esempio e con la crocifissione stessa; essi invece seguono il loro peccato fino alla perdizione. Voi siete giusto e retto nei vostri giudizi e poiché mi avete costituito giudice dei vivi e dei morti, dei buoni e dei malvagi, è d’uopo che io dia ai giusti il premio meritato per essere venuti dietro a me e per avermi servito, e ai cattivi il castigo per la loro perversa ostinazione: i primi abbiano parte con me della mia eredità e i secondi ne vengano privati, dal momento che non vollero accettarla. Ordunque, nel vostro e mio nome vi esalto: accogliete la mia ultima volontà che è conforme alla vostra eterna e divina. Chiedo innanzitutto che fra tutte le creature la mia purissima Madre, nel grembo della quale mi incarnai, sia nominata erede unica e universale di tutti i miei beni di natura, grazia e gloria, affinché ne sia la signora con pieno potere. Le concedo già fin d’ora in effetti tutto ciò che come pura creatura può ricevere dalla grazia, mentre i beni della gloria li prometto e riservo per il futuro. È mia brama anche che gli angeli e gli uomini siano suoi, le appartengano ed ella possa esercitare su di essi l’assoluto dominio: tutti le obbediscano e la servano. I demoni invece devono temerla ed essere a lei soggiogati. Pure le creature prive di ragione devono esserle sottomesse: i cieli, gli astri, i pianeti, gli elementi e tutti gli es¬seri viventi sulla terra e nel mare, gli uccelli, i pesci e gli altri animali. La costituisco sovrana di tutto, affinché tutti la onorino. Similmente desidero che ella sia depositaria e dispensatrice di tutti i beni dell’universo. Ciò che ella disporrà e ordinerà nella Chiesa per i miei figli, sarà confermato nell’empireo dalle tre divine Persone. E tutto ciò che domanderà a favore dei mortali ora, in avvenire e sempre lo concederemo secondo il suo volere».
1404. «Dispongo inoltre che agli angeli, che compirono la vostra volontà, appartenga il supremo cielo come propria e imperitura abitazione nell’estasi e somma gioia della chiara visione della nostra divinità, e che posseggano eternamente la felicità della comunione con noi. Comando ad essi che riconoscano mia Madre come loro regina, la servano, l’accompagnino, l’assistano, la portino sulle loro mani in ogni luogo e tempo; obbediscano a ogni suo comando ed eseguano tutto ciò che ella vorrà loro ordinare. Esilio e separo dalla nostra vista i diavoli, in quanto a noi ribelli, li condanno ad essere oggetto del nostro aborrimento e all’eterna privazione della nostra amicizia e gloria, della visione di Maria, dei beati e dei giusti; assegno loro come definitiva dimora il luogo più distante dal nostro trono regale, l’inferno, il centro della terra, dove sono privati della luce e costretti a sentire l’orrore delle tenebre più fitte. Sia questa la parte di eredità scelta per la loro superbia e ostinazione: si ribellarono infatti contro l’essere divino e i suoi disegni. Vengano dunque puniti, condannati all’ergastolo dell’oscurità e tormentati con fuoco inestinguibile».
1405. «Da tutta l’umana natura, con la pienezza del mio beneplacito, chiamo, eleggo e prescelgo tutti i giusti e predestinati che per mezzo della mia grazia e imitazione devono essere salvi poiché hanno adempiuto la mia volontà e obbedito alla mia santa legge. Nomino questi, al primo posto dopo la purissima Vergine, eredi di tutte le mie promesse e benedizioni, dei misteri, dei tesori dei sacramenti, dei segreti delle sacre Scritture. Li faccio eredi della mia umiltà e mansuetudine di cuore; delle virtù della fede, speranza e carità; della prudenza, giustizia, fortezza e temperanza; dei miei doni; della mia croce, delle fatiche, degli obbrobri, del disprezzo, della povertà e nudità che ho subito. Sia questa la loro parte di eredità nella vita presente. Poiché la devono scegliere con l’esercizio delle buone opere, sappiano, per poterlo fare con gioia, che essa è il pegno della mia amicizia, la stessa che ho scelto per me. Offro la mia protezione e difesa, le mie sante ispirazioni, i favori di grazia e potenti aiuti, la giustificazione secondo la loro disposizione, preparazione e carità. Sarò per loro padre, fratello e amico ed essi saranno miei figli eletti e carissimi. Come tali li dichiaro eredi di tutti i miei meriti e tesori, senza limitazione alcuna, per quanto dipende da me. Voglio che essi faccia¬no parte della Chiesa, partecipino dei sacramenti e pos¬sano conseguire tutto ciò che saranno capaci di ricevere secondo la loro disponibilità, e possano ricuperare la grazia e i beni nel caso in cui dovessero perderli, ritornando a me rinnovati e lavati interamente col mio sangue. Desidero intensamente che in tutte queste circostanze sia propizia l’intercessione della Regina e dei miei santi: ella li riconosca come figli e li protegga e li consideri sua proprietà; gli angeli li difendano, li custodiscano, li portino nelle loro mani, perché non inciampino e, se dovessero cadere, li aiutino a risollevarsi».
1406. «E ancora chiedo che i miei giusti ed eletti superino in eccellenza i reprobi e i demoni: i miei nemici devono temerli ed essere loro soggetti; tutti gli esseri ragionevoli o privi di ragione si pongano al loro servizio; i cieli, i pianeti, gli astri e i loro influssi li conservino e trasmettano loro la vita; il suolo, gli elementi e gli animali siano il loro sostentamento. Le creature che mi appartengono si sottomettano ad essi come a fratelli ed amici miei, e la loro benedizione conceda la rugiada del cielo e terre grasse e abbondanza di frumento e mosto. Ancora voglio porre le mie delizie tra i figli dell’uomo, comunicare loro i miei segreti, conversare con loro con fiducia e, fintanto che vivranno nella Chiesa militante, essere presente sotto le specie del pane e del vino, in pegno e caparra ineffabili dell’eterna felicità e gloria. Questo prometto loro, di queste li costituisco eredi affinché ne abbiano in cielo con me il perenne possesso e gaudio».
1407. «Stabilisco e in qualche modo concedo che nell’esistenza peritura l’eredità dei dannati e di coloro che sono rifiutati da noi sia la concupiscenza della carne, degli occhi e la superbia della vita con tutte le sue conseguenze, quantunque siano stati creati per un altro fine ben più alto. Si cibino pure e si sazino della sabbia della terra, ossia delle sue ricchezze, della corruzione e dei piaceri, del fumo della vanità e della presunzione di questo mondo. Essi, per acquistare il possesso di queste cose, si sono dati da fare e in tale preoccupazione hanno impiegato la loro volontà e i sensi. In questa direzione hanno usato le capacità, le elargizioni che abbiamo loro concesso e, per propria scelta, si sono lasciati ingannare, aborrendo quanto ho loro insegnato nella mia santa legge. Hanno rinunciato alla verità che ho scritto nel loro cuore come anche a quella ispirata dalla mia grazia; hanno disprezzato la mia dottrina e i miei benefici e hanno dato ascolto ai miei nonché loro avversari, accettando l’inganno. Hanno amato la vanità, operato l’iniquità, assecondato l’ambizione e, compiacendosi della vendetta, hanno perseguitato i poveri, umiliato i retti, oltraggiato i semplici e gli innocenti. Nella ricerca della propria esaltazione, hanno voluto innalzarsi sopra i cedri del Libano secondo i principi dell’ingiustizia».
1408. «Poiché hanno fatto tutto ciò per offendere la nostra bontà e sono rimasti ostinati nella loro perfidia rinunciando al diritto da me acquisito di essere figli, li diseredo e li escludo dalla mia amicizia e gloria. Come Abramo allontanò da sé i figli delle concubine con alcuni doni e riservò la maggior parte dell’eredità per Isacco, il figlio di Sara, donna libera, così io escludo dalla mia eredità i dannati e lascio loro solamente i beni caduchi che essi stessi hanno scelto. Li separo dalla nostra compagnia, da quella di mia Madre, dei ministri celesti e dei santi e li condanno alle carceri eterne e al fuoco dell’inferno insieme a Lucifero e ai suoi, che essi hanno servito liberamente, e li privo per sempre della speranza nella redenzione. Padre mio, questa è la sentenza che pronuncio come giudice e capo degli uomini e degli angeli; questo è il testamento che dispongo per la mia morte e per l’opera della redenzione umana, garantendo a ciascuno ciò che gli spetta secondo giustizia, conformemente alle azioni compiute, al decreto della vostra incomprensibile sapienza e all’imparzialità della vostra perfetta equità». Così parlò Cristo nostro salvatore sulla croce con l’Altissimo. Questo mistero restò sigillato e serbato nel cuore di Maria come un testamento occulto e chiuso, affinché per sua intercessione e disposizione, al tempo opportuno e da quel momento in poi, fosse eseguito nella comunità ecclesiale. In realtà in quell’ora si incominciò la sua esecuzione ed attuazione in conformità alla conoscenza e previsione divina in cui tutto, passato e futuro, è allo stesso tempo unito e presente.

Insegnamento della Regina del cielo
1409. Figlia mia, fa’ in modo, con tutto l’affetto possibile, di non dimenticare la scienza degli arcani che ti ho manifestato in questi capitoli. Come tua madre e maestra, domanderò al Signore che mediante la sua forza imprima in te le rivelazioni che ti ho fatto perché rimangano fisse e presenti finché vivrai. Pensa incessantemente a Ge¬sù crocifisso, mio unigenito e tuo sposo, e non scordare mai i dolori della croce e l’insegnamento che egli volle donarci su di essa. In questo specchio devi acconciare la bellezza della tua anima e riporre quella gloria interiore che si addice alla figlia del principe, cosicché tu possa avanzare, procedere e regnare come sposa del supremo Re. Questo titolo onorifico ti obbliga ad imitarlo con tutta te stessa e a diventare a lui conforme nella misura in cui ti sarà possibile con l’aiuto della sua grazia. Questo deve essere il frutto dei miei consigli ed è mio desiderio che tu, da ora innanzi, viva crocifissa con Cristo e divenga simile a lui, morendo all’esistenza terrena. Gli effetti della prima colpa siano del tutto estirpati e tu possa vivere di quanto compie in te la virtù superna. Devi rinunciare all’eredità avuta come discendente di Adamo, affinché tu possa ricevere l’eredità del secondo Adamo, Gesù, tuo redentore.
1410. La tua vita deve essere una croce pesante e angusta, dove tu sia inchiodata e in nessun modo, in forza di dispense e interpretazioni benevole che la rendono spaziosa, ampia e comoda, sia una via larga, ma piuttosto sicura e perfetta. Questo è l’inganno dei figli di Babilonia e di Adamo, che, ciascuno nel proprio stato, cercano di rendere più leggera la legge di Dio e agiscono in tal senso mercanteggiando la salvezza delle loro anime. Essi vogliono infatti comprare il cielo a basso prezzo e si pongono nel pericolo di perderlo del tutto dal momento che costa loro il doversi sottomettere e adattare al rigore dei precetti divini. Ne consegue da parte loro la ricerca di dottrine e opinioni che dilatino i sentieri della beatitudine eterna: si dimenticano così che mio Figlio insegnò loro quanto stretta sia invece la porta e angusta la via e che egli stesso la intraprese, affinché nessuno potesse pensare di percorrerne di più spaziose e comode, adatte alle bramosie della carne e alle inclinazioni viziate del peccato. Tale pericolo è maggiore per gli ecclesiastici e i religiosi, che, per la loro scelta e il loro stato di vita, sono chiamati a seguire il Maestro e conformarsi alla sua povertà. Per questo scelsero il cammino della croce e intanto, però, vogliono che la dignità o la religione servano ad essi al fine di comodità temporali o per accrescere l’onore, la stima e il plauso che altrimenti non avrebbero mai conseguito. Per ottenere tutto ciò essi allargano la croce che promisero di portare vivendo legati e conformati alla carne, servendosi di opinioni e interpretazioni fallaci. A suo tempo, tuttavia, conosceranno la verità di quella sentenza dello Spirito Santo: Agli occhi dell’uomo tutte le sue vie sono rette, ma chi pesa i cuori è il Signore.
1411. Carissima, devi stare lontana da questo inganno e avere una vita conforme alla tua professione e nella più stretta osservanza, così che su questa croce tu non ti possa stendere né voltare da una parte o dall’altra, proprio perché tu sei inchiodata su di essa con il Signore. Devi tenere la mano destra inchiodata all’obbedienza, senza riservarti alcun momento o parola o gesto o pensiero che non siano governati da tale virtù. Non devi avere nessun atteggiamento che sia opera della tua volontà, bensì dell’altrui: non ti è lecito credere di essere saggia per te stessa; devi invece essere ignorante e cieca, affinché i superiori ti guidino. «Colui che promette – dice il Savio -, inchiodata la sua mano e con le parole delle sue labbra, resta legato e preso». Hai inchiodato la tua mano col voto dell’obbedienza e con questo atto hai rinunciato alla libertà e al diritto di volere o non volere. Terrai quella sinistra inchiodata al voto di povertà senza concederti nulla di quanto gli occhi sono soliti desiderare, nessuna simpatia né affetto, perché, riguardo all’uso o al desiderio di cose di tal fatta è opportuno che tu segua e imiti Cristo povero e nudo sulla croce. Col terzo voto di castità, devono essere inchiodati i tuoi piedi, perché i tuoi passi e i tuoi movimenti siano puri, casti e gradevoli. Perciò non devi permettere che, in tua presenza, si proferiscano parole dissonanti dalla purezza né tollerare che immagini o figure di questo mondo ti possano colpire, né guardare o toccare creatura umana. I tuoi occhi e tutti i tuoi sensi siano consacrati alla castità, senza concederti alcuna dispensa, se non quella di fissarli in Gesù crocifisso. Osserverai e custodirai sicura il quarto voto di clausura nel costato e nel petto di sua Maestà: è la dimora che ti assegno. E affinché questa dottrina ti sembri soave e questo cammino meno aspro, mira e considera con attenzione nel tuo cuore l’immagine che di lui hai conosciuto: pieno di piaghe, tormenti e dolori, alla fine inchiodato sulla croce senza avere nel suo corpo parte alcuna che non fosse ferita e tormentata. Entrambi eravamo più delicati e sensibili di tutti i figli degli uomini, e per loro abbiamo sofferto e sopportato dolori amarissimi per incoraggiarli a non rifiutarne altri minori in vista del loro eterno e proprio bene e dell’amore che li ha obbligati. Per esso dovrebbero mostrarsi grati, intraprendendo con fiducia e abbandono il sentiero seminato di spine e di affanni, e portare la croce, per imitare e seguire Cristo ed ottenere la felicità senza fine: questa è la diritta via per arrivarvi.