I quindici sabati del Rosario

I quindici sabati del Rosario

Il Santuario della Madonna del Rosario di Pompei, per merito del fondatore, il beato Bartolo Longo (1922), è il centro che contribuì alla diffusione della pratica dei 15 sabati del Rosario. Fu il Beato stesso a ricordarne la storia. Viene dalla Francia e risale al 1627.

Il re Luigi XIII era impegnato in una lotta contro gli eretici Calvinisti e Ugonotti; questi ultimi, asserragliati nella fortezza di la Rochelle, dopo un lungo assedio, furono costretti alla resa. Il re aveva però invitato alla recita del Rosario. La prima recita pubblica, alla presenza di principi e cardinali, ebbe luogo il 27-5-1627 nella chiesa dei PP. Domenicani a Parigi. Si continuò poi in tutti i sabati. Il successo militare e la devozione dei fedeli ispirarono la devozione detta: “Voto dei quindici sabati”, propagandata ovunque dai PP. Domenicani. Devozione accreditata da grazie straordinarie ed indulgenze.

Consiste nell’impegno di accostarsi alla S. Comunione per 15 sabati consecutivi, di recitare almeno una terza parte del Rosario, di meditare un certo spazio di tempo i misteri, a cui conformarsi nella vita pratica, di santificare quella giornata. E questo allo scopo di ottenere dalla Vergine qualche grazia speciale.

Nel Meridione veniva praticata nelle chiese domenicane. Una devota marchesa, Filiasi di Somma, per meglio diffondere la pratica aveva tradotto dal francese un libretto, esauritosi in breve tempo. Bartolo Longo (terziario domenicano) la incontrò quando le chiese una offerta per il costruendo santuario di Pompei. Il discorso cadde sui Quindici sabati e la marchesa lo invitò a ristampare il libretto. Il santo notò trattarsi di un testo devozionale ben misero: un breve pensiero su ogni mistero accompagnava la preparazione ed il ringraziamento alla S. Comunione. Devoto del Rosario e di S. Domenico (alla sua conversione aveva contribuito il P. Radente, suo confessore), pensò a qualcosa di più consistente. Stese così: “La devozione dei quindici sabati in onore del SS.mo Rosario” (Napoli, 1877); comprendente tre parti: “Le glorie del Rosario contro i protestanti”, “Ammaestramenti per infervorare alla pratica dei quindici sabati”, “Metodo pratico per ben fare i quindici sabati”.

Il libro ebbe una singolare fortuna in tutta l’Italia per l’erudizione e lo spirito di pietà di cui era pervaso. Le edizioni si susseguono quasi annualmente, ampliate ed elaborate. Nel 1884 era giunto alla 4″ edizione in 2 volumi; nel 1887 alla 7°, in 15.000 copie. Nell’8° iniziò la pubblicazione separata delle meditazioni e apparecchio alla S. Comunione. Il 1900 vide la 16″ edizione. Vivente l’autore (1926), se ne diffusero centinaia di migliaia di copie, tradotte in parecchie lingue. Il Italia se ne stamparono in media 10.000 all’anno. Nel 1941 uscì la 54″ edizione e nel 1981 la 75″.

Il Beato Bartolo Longo dà maggior contenuto alla pratica.
– Suggerisce di iniziarla 15 sabati (o domenica, per gli impediti) prima della festa del

Rosario, anche se la pratica non è legata a date.
– Propone per ogni sabato la meditazione di un mistero del Rosario suddivisa in tre punti e comprendente gli episodi evangelici connessi col mistero; inserendovi, per quelli dolorosi, qualche particolare attinto dalla tradizione e da rivelazioni private.
– Ogni meditazione è accompagnata da affetti utili per la preparazione e il ringraziamento alla S. Comunione.
– Propone virtù da imitare o mortificazione da compiere.
– Espone più esempi di Santi, tutti appartenenti all’ordine dei Domenicano
– Suggerisce di continuare per tutta la settimana la meditazione del mistero e le risoluzioni pratiche prese nella S. Comunione.

Le meditazioni sono essenzialmente cristologiche, anche se costantemente è evocata la presenza di Maria e la sua unione a Cristo, ed è richiesto il suo aiuto per una più intima unione a nostro Signore. Devozione quindi quanto mai seria teologicamente ed efficace nella sua impostazione. I vantaggi li richiama lo stesso Beato:

– rendere impressa la vita di Gesù e di Maria, cioè il Vangelo in compendio
– acquistare l’abitudine di meditare la Passione di Gesù ed i dolori di Maria , i più atti ad accendere l’amore per essi;
– nominare 150 (o 50) volte il nome di Gesù; giusta riparazione alle innumerevoli bestemmie contro il Santo nome di Dio;
– arricchire la Comunione riparatrice con il Rosario;
– conformarsi a Gesù e Maria praticando le loro virtù;
– mortificare le passioni;
– conversare familiarmente con Gesù e Maria;
– essere sollecitati dai numerosi esempi all’amore a Cristo, alla Vergine all’esercizio delle virtù cristiane.

Fa specie notare come, in ordine al Rosario, il Beato richiami e dia significato a tutti i particolari, diciamoli così materiali.
– I tre ordini di misteri dell’unico Rosario richiama l’unità e Trinità di Dio e la triplice verginità di Maria.
– Le 50 Ave, (un terzo del Rosario) le riferisce ai 50 anni del Giubileo significa la remissione dei peccati.
– I 5 Padre nostro onorano le cinque piaghe del Signore.
– Le 10 Ave ricordano i 10 Comandamenti.
– Le 150 Ave si ricollegano ai 150 Salmi ed alle 150 foglie della rosa di Gerico (Maria, rosa mistica).
– I 15 misteri evocano i 15 salmi graduali, i gradini del Tempio di Gerusalemme, le 15 caratteristiche della virtù della carità enumerate S. Paolo.

Si noterà l’affinità dei 15 sabati con le devozioni dei Primi 9 venerdì e dei Primi 5 sabati; come pure con il mese di maggio per la meditazione, l’esercizio pratico e l’esempio. La pratica non è legata a rivelazioni, ad associazioni, tempi e determinati. Ciascuno la compie singolarmente e la ripete per la grazia che di volta in volta desidera ottenere. Devozione solida, degna di un santo.

Tratto da:” le devozioni del popolo” di Pio della Valentina ed. Editrice Domenicana Italiana

La pratica dei Quindici Sabati consiste nell’impegno di rivivere per quindici sabati consecutivi i quindici misteri del Rosario, che sono, in sintesi, la storia della nostra salvezza, il Vangelo che si prega con la Madre di Dio.

Quel che emerge soprattutto, in questa pia pratica, è
– la partecipazione all’Eucaristia, memoria del Figlio di Dio incarnato, morto e risorto;
– quindi la meditazione approfondita di un mistero per ogni singolo sabato, e la recita del Rosario intero, o, per lo meno, della terza parte.

Va da sé che, avendone bisogno, alla partecipazione dell’Eucaristia si premetterà la Confessione sacramentale. Questa pratica vuol essere un aiuto per vivere una particolare atmosfera spirituale crescendo nell’amore di Dio e della Madre Divina. In questo clima l’anima è facilmente indotta a fare grandi passi e certamente scopre nuovi orizzonti nel campo dello spirito. Quando poi situazioni difficili o esigenze particolari toccano la nostra sensibilità e più urgente è il bisogno del ricorso all’aiuto divino, i Quindici Sabati sono un mezzo che la spiritualità cristiana ha scoperto per ottenere risposte dal Cielo. La storia della nuova Pompei è tutta un intreccio di questi richiami e queste risposte in cui la mediazione della Madre Divina emerge mirabilmente. Bartolo Longo, apostolo del Rosario, è anche apostolo dei Quindici sabati che diffuse, ai suoi tempi, in tutto il mondo, profondendo nelle pagine da lui compilate una spiritualità affascinante.

Ora vorremmo domandarci: è attuale questa devozione? Può darsi che oggi, dopo la riforma liturgica e le nuove esperienze del contatto personale con la Parola, qualcuno riconosca un minore mordente alla pratica dei Quindici Sabati. Ma per rispondere basterà far notare che i vari punti dettati dal Beato Bartolo Longo sono autentiche spinte alla contemplazione, a fare che la Parola diventi la nostra preghiera con Maria. D’altronde, se la storia non può essere smentita, quanto ci ha narrato con vivacità di stile e precisa documentazione l’apostolo dei Quindici Sabati è la risposta più semplice ma anche la più convincente: quella del prodigio che è garanzia di Dio. Ne daremo testimonianza al termine delle meditazioni di ciascun sabato, riportando le narrazioni autentiche del Beato.

Qualunque periodo dell’anno si presta per questa santa devozione, ma nel Santuario di Pompei la si suole premettere alle due grandi giornate dell’8 maggio e della prima domenica di Ottobre, quando, alle ore 12, a Pompei e simultaneamente in molte chiese del mondo, si recita la Supplica alla B. V. del Rosario.

Per l’8 maggio, l’inizio è all’ultimo sabato di gennaio, eccetto l’anno in cui l’8 maggio cade di sabato. In questo caso si anticipa al penultimo sabato di gennaio.

Per la Prima Domenica di Ottobre, l’inizio dei Quindici Sabati corrisponde all’ultimo sabato di giugno. Chi fosse impedito in giorno di sabato può optare per la domenica. Farebbe quindi le Quindici Domeniche. Infine, in casi particolari, si può anche riassumere la pia pratica in quindici giorni consecutivi.

Un Sommo Pontefice Leone XIII, nella famosa Enciclica sul Rosario del l° settembre 1883, Supremi Apostolatus officio, scriveva: “Il bisogno dell’aiuto divino non è oggi minore di quanto non lo fosse al tempo in cui S. Domenico, per risanare le piaghe della società, introdusse l’uso del Rosario. Egli, illuminato dall’alto, capì non esservi allora rimedio più efficace che ricondurre gli uomini a Cristo invitandoli a contemplare con frequenza i misteri della Redenzione e ricorrendo nella mediazione di Maria che ha il potere di estirpare tutte le eresie. Quindi egli compose la formula del S. Rosario in modo da poter contemplare per ordine i misteri della nostra salvezza intrecciando a questa meditazione un mistico serto di Ave Maria e la preghiera al Padre insegnataci da nostro Signore Gesù Cristo. Noi dunque, cercando per un male non dissimile lo stesso rimedio, non dubitiamo che questa stessa preghiera, introdotta dal santo Patriarca con tanto vantaggio del mondo cattolico, sarà efficacissima per fronteggiare la difficile situazione dei nostri tempi”. Ed affermava: “Desidero che tutto il popolo cristiano riprenda l’antica consuetudine di recitare quotidianamente il Rosario alla SS. Vergine”.

I Predecessori avevano pensato ugualmente. Il Pontefice dell’Immacolata, Pio IX, nel suo Breve del 3/12/1869, scriveva: “Come S. Domenico adoperò la preghiera quale invitta spada per abbattere la nefasta eresia degli Albigesi … così i fedeli, forniti di questa armatura, cioè della quotidiana recita del Rosario della Beata Vergine, più agevolmente potranno ottenere di sradicare tanti errori che oggi imperversano dappertutto …”.

Urbano VI attestò che per il Rosario piovono ogni giorno benedizioni sul popolo cristiano. Leone X testimoniò: “Il Rosario venne istituito come opportuno rimedio contro i mali che sovrastano il mondo”. Nel 1812 le Cortes di Spagna solennemente dichiararono che Domenico di Gusman non oppose agli eretici altre armi che l’orazione, la pazienza e l’istruzione. Ora, tanto Leone XIII quanto tutti gli altri Pontefici alludono al Rosario, cioè di quindici decadi con la meditazione dei misteri.

Nella nuova Raccolta delle Indulgenze emanata dalla Penitenzieria Apostolica il 16 luglio 1999 (LEV, Città del Vaticano 1999, pp.67-68), alla recita del Rosario è concessa l’indulgenza plenaria alle seguenti condizioni:

“§ 1. Si concede l’indulgenza plenaria al fedele che: 1° Recita devotamente il Rosario mariano in chiesa od oratorio, oppure in famiglia, in una Comunità religiosa, in una associazione di fedeli e in modo generale quando più fedeli si riuniscono per un fine onesto; 2° si unisce devotamente alla recita di questa preghiera, mentre viene fatta dal Sommo Pontefice, e trasmessa per mezzo della televisione e della radio.

Nelle altre circostanze invece l’indulgenza è parziale.

Il Rosario è una pratica di pietà nella quale alla recita di quindici decadi di Ave, Maria, intercalate dal Padre nostro, si unisce rispettivamente la pia meditazione di altrettanti misteri della nostra redenzione.

Per l’indulgenza plenaria annessa alla recita del Rosario mariano si stabiliscono queste norme:
a) è sufficiente la recita della sola terza parte; ma le cinque decadi devono recitarsi senza interruzione;

b) alla preghiera vocale si deve aggiungere la pia meditazione dei misteri;
c) nella recita pubblica i misteri devono essere enunziati secondo l’approvata consuetudine vigente nel luogo; invece in quella privata è sufficiente che il fedele aggiunga alla preghiera vocale la meditazione dei misteri”.

Non a tutte le altre pratiche di pietà è concesso questo privilegio. Ad esempio, la Liturgia

delle Ore da un lato costituisce un “dovere” (e un atto di culto pubblico) per i presbiteri, i religiosi ed altre persone indicate dal Papa: ma questo atto liturgico per i fedeli laici diventa solo una bella preghiera, che non gode delle stesse indulgenze accordate al Santo Rosario.

LE MEDITAZIONI
del Beato Bartolo Longo per
I QUINDICI SABATI DEL ROSARIO

Misteri gaudiosi

Primo Mistero Gaudioso.

L’Annunciazione dell’Angelo a Maria Vergine.

1. Finalmente si aprono i cieli e discende nel mondo Colui che dai Profeti è chiamato il giusto, il desiderio dei patriarchi, l’aspettato delle genti, l’inviato del Signore. Compiute sono le settimane di Daniele; avverate le profezie di Giacobbe, poiché lo scettro di Giuda è già passato in mano di Erode, re straniero. Una fanciulla, restando vergine, deve dare al mondo un Uomo, che è il Figlio dell’Altissimo.
Anima mia, intendi tu che vuol dire: il Verbo si fa uomo?… O bontà e misericordia infinita del Signore! Tanto dunque ti amò questo Dio, da volere che il suo Figlio Unigenito si fosse “umiliato sino ad assumere la condizione di servo” (Fil 2,7)?
E ciò, affinché potesse patire e morire su di una croce per riscattarti dall’inferno e aprirti le porte del paradiso! Per sacrificarsi ogni giorno sugli altari e dimorare sempre con te, dandosi pure in cibo nella santa Eucaristia!
Santissima Trinità, vi adoro umilmente, e vi ringrazio di tanto amore. Il Padre dà agli uomini il suo Figlio: il Verbo consente di farsi Uomo, e lo Spirito Santo si offre di operare questo grande mistero. Qual è la mia corrispondenza a tanta carità?
Considera, anima mia, da un canto l’altissima dignità e i sublimi favori della Vergine Beata, dall’altro la perfetta umiltà di Lei. È un Dio che crea Immacolata Colei che doveva essergli madre; e dal primo momento della concezione di lei ne eleva la santità oltre ogni vetta. Ecco le parole del Signore nel Cantico dei Cantici: “… le fanciulle sono senza numero, ma unica è la mia colomba, la mia perfetta…” (Ct 6,8-9).
E questa fu la madre di Dio eletta per l’umiltà somma che in Lei rifulse.
Nella Cantica Maria è assomigliata al nardo odorifero: perché, dice Sant’Antonino, la piccola e odorosa pianticina del nardo figura l’umiltà di Maria, il cui odore salì al cielo, e trasse nel suo seno verginale il Verbo divino. Poiché, aggiunge lo stesso santo arcivescovo domenicano, l’umiltà della Vergine fu la disposizione più perfetta e più prossima ad essere Madre di Dio. San Bernardo conclude: Se Maria piacque a Dio per la sua verginità, non di meno fu per l’umiltà che concepì il Figlio di Dio. La Vergine stessa, apparendo un dì a S. Brigida, disse: Donde io meritai una tal grazia di esser fatta Madre del mio Signore, se non perché conobbi il mio niente, e mi umiliai? E per attestarla a tutte le genti Ella lo aveva significato nel suo umilissimo Cantico: “Perché Dio ha guardato l’umiltà della sua serva… Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente” (Lc 1,48-49). Gli occhi umilissimi di Maria come di semplice ed umile colomba, coi quali Ella rimirava sempre la divina grandezza, non perdevano mai di vista il proprio nulla. E fecero tal violenza a Dio stesso, che l’Altissimo fu tratto nel seno di Lei: “Come sei bella, amica mia, come sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe” (Ct 6,1).
E dal suo canto il Signore, per maggiore merito di questa madre, non vuole farsi di lei figlio senza averne prima il consenso. Le spedisce un messaggero celeste, l’Arcangelo Gabriele, la forza di Dio, per rivelarle il grande avvenimento dell’Incarnazione del Verbo nel seno di lei. O grande, o santa umiltà di Maria! Tu rendesti questa madre piccola a se stessa, ma grande davanti a Dio! indegna agli occhi suoi, ma degna agli occhi di quel Signore immenso che non è compreso dal mondo! E come, o Signora, esclamerò anch’io con San Bernardo, come hai potuto unire nel tuo cuore un concetto di te stessa così umile, con tanta purità, con tanta innocenza, con tanta pienezza di grazia che Tu possiedi?
O Regina umilissima, Dio ti salvi; per te e da te cominciò l’opera della nostra redenzione. Deh! fammi parte della tua umiltà, e dammi il perfetto amore di te e del tuo Figlio.

 

2. Anima mia, guarda: l’Angelo non è inviato alle grandi città, ai palazzi dei principi, alle figlie dei re ornate di oro, ma a Nazaret, piccola città, ad una Vergine, sposa di Giuseppe l’artigiano. Non è dunque la nascita, né i doni della natura che traggono gli sguardi di Dio; il vero merito ai suoi occhi è l’umiltà, la modestia, l’innocenza dei costumi, l’amore della purità.
Viveva Maria solitaria nella sua povera casetta, come fu rivelato a santa Elisabetta benedettina; e sospirava e pregava Dio più intensamente che mai perché mandasse al mondo il Redentore promesso, allorché le apparve l’Arcangelo Gabriele.
Tre titoli le dà questi di una incomprensibile grandezza.
Il primo riguarda Lei stessa: Ti saluto, o piena di grazia: cioè Tu sei la più santa fra tutte, Tu sei un tesoro di tutte le grazie e favori di Dio. Il secondo riguarda Dio: il Signore è con te: cioè Tu sei da Lui protetta, accompagnata, governata. Il terzo riflette gli uomini: benedetta Tu fra le donne: cioè Tu sei privilegiata, innalzata sopra tutti… Con quale rispetto indirizziamo noi queste medesime parole a Maria quando recitiamo il suo Rosario?
E Maria si turba alle parole di un Angelo che le parla di Dio. Le lodi la molestano, la spaventano: niente Ella appropria a se stessa, ma tutto a Dio. Ella si turbò, come rivelò a S. Brigida, perché, essendo piena di umiltà, aborriva ogni sua lode, e desiderava che il solo suo Creatore e Datore di ogni bene fosse lodato e benedetto.
Qual differenza tra Maria e Lucifero! Lucifero, vedendosi dotato di gran bellezza, aspirò come dice lsaia, ad esaltare il suo trono sulle stelle e rendersi simile a Dio. E che avrebbe detto e preteso il superbo, se mai si fosse veduto ornato dei pregi di Maria? L’umile Verginella non fece così: quanto più si vide esaltata, tanto più si umiliò: e questa umiltà fu la bellezza onde innamorò il Re dei re. “E si domandava che senso avesse un tale saluto” (Lc 1,29).
E tu, anima mia, come imiti Maria nelle lodi pericolose, che ti danno gli uomini? Ohimè! piena di orgoglio, tu credi di meritarle, te ne compiaci, e se mostri di rigettarle, ciò fai per procurarne altre maggiori! Quante vergognose cadute, effetto dell’adulazione!…
O Maria, o divina riparatrice di tutti i nostri mali, o degna Madre di Dio, quanto mi confonde la tua umiltà! Ecco, per questo… “tutte le generazioni ti chiameranno beata” (Lc 1,48). Quanto mi dolgo di aver offeso tante volte il mio Dio, con la mia superbia, e contristato il tuo Cuore dolce. Ma se mi guardi con l’occhio pietoso di Madre, presto sarò con Lui riconciliato: se saprò amarti, cesserò di essere infelice. Ma nella tua mano sono tutte le grazie: Tu puoi salvare chi vuoi. O piena di grazia, salva quest’anima mia.

 

3. Finalmente, rassicurata che non perderà la sua verginità, Maria dà il suo consenso con due parole: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,28). O parole benedette, che hanno consumato il mistero dell’Incarnazione, hanno compiuto le profezie e riparato la disubbidienza dei nostri primi padri, e le dolorose conseguenze del triste colloquio di Eva con l’Angelo delle tenebre! Parole ammirabili in cui risplende la fede più viva, l’umiltà più profonda, l’obbedienza più sommessa, l’amore più tenero, l’abbandono più perfetto alla volontà divina. Parole, che la Chiesa per riconoscenza mette tre volte al giorno sulle labbra dei suoi figli. Dille anche tu continuamente, anima mia, e con i sentimenti medesimi di Maria.
Impara ad essere umile e rassegnata a ciò che dispone Iddio sopra di te. Confonditi: sei tanto maligna e tanto dissimile da Maria e, quel che è peggio, non sai piangere, né sai pregare. Comincia almeno da ora a ravvederti del tuo deplorevole stato, detesta la tua vita disordinata, comincia a darti all’orazione. E, se ti senti un cuore di macigno, volgiti a Maria, e pregala che per amore di questa sua Annunciazione voglia scambiare il tuo cuore col Cuore suo così umile e così puro.
O gran Madre di Dio, mare immenso di grazie e di beatitudine, beato sarò ancor io, se vivrò sotto la tua protezione. Sì, da questo giorno io non lascerò mai sino alla morte di salutarti, di amarti, d’invocarti con l’orazione tua prediletta, che Tu stessa mi hai insegnata, col santo Rosario. Esso ogni dì mi ricorda la tua esimia umiltà, la tua purità e pienezza di grazia, la tua divina maternità, la mia redenzione e salvezza. Tu, ai giorni nostri, hai aperto una fonte di grazia tra le rovine della famosa Pompei, presso la città della morte, per dimostrare ai peccatori che chiudono la morte nell’anima, come da te verrà la vita a tutti quelli che t’invocano, o Regina del Rosario di Pompei; per rivelare al mondo che scaccia dal suo seno Gesù, come Tu, o Sovrana della Nuova Pompei, ridonerai Gesù all’agitata umana famiglia con vita novella di grazia e di fede. Deh, Madre di misericordia, fa’ che Gesù regni nel mio cuore; vi regni da re, da assoluto padrone, da Signore delle forze e delle potenze mie, sì che dalla vita di Lui io viva e in Lui io mi consumi, per vivere di Lui e con Lui per l’eternità!
Sii benedetta e amata da tutti i popoli, o Signora della Valle di Pompei, o nostro rimedio, nostra consolazione, nostra gloria. Amen.

VIRTÙ – Umiltà

Secondo Mistero Gaudioso.

La Visita di Maria Vergine a Santa Elisabetta.

1. La grazia dello Spirito Santo non ammette lungo ritardo: vuole fedele corrispondenza, ed esige pronta risoluzione. E Maria, docile ai movimenti dello Spirito Santo, corrisponde subito a Dio.
Non appena concepisce nel suo seno il Redentore degli uomini, è pronta a soddisfare il desiderio di Lui, di beneficare il genere umano e distruggere il peccato.
Iddio voleva santificare il Precursore Giovanni, incatenato col peccato originale, manifestare la gloria e la potenza del suo Figlio fin dai primi momenti della sua Incarnazione e riempire le due avventurate madri di una nuova allegrezza e di nuove grazie. Maria, tutta piena di amor di Dio e di carità del prossimo, nonostante il cammino malagevole, le vie difficili, la sua giovinezza, la delicatezza del suo sesso, il suo presente stato di Madre del Figlio di Dio, sollecitamente lascia la sua umile dimora di Nazaret in Galilea, e intraprende il lungo e faticoso viaggio sino ai monti della Giudea.
Quante buone ispirazioni hai soffocate in te, anima mia, cui forse erano legati disegni particolari di Dio per la gloria sua, per la salvezza tua, e per il vantaggio del prossimo!… Guarda: Elisabetta, già inoltrata negli anni, attende un figlio; ella ha bisogno di una confidente che l’aiuti e la consoli. E l’amorosa Vergine che vince in amore e in bellezza i Serafini, non è tarda a risolversi, non va lenta nel suo viaggio, ma con fretta. Le è forte stimolo la carità del prossimo. L’amore di Dio, quando regna nel cuore, non resta mai ozioso, eccita sempre l’animo al bene del prossimo senza avere rispetto alle proprie inquietudini; poiché l’amore di Dio e quello del prossimo è uno stesso amore, il quale ora si rivolge alla causa ed ora agli effetti, ora al Creatore ora alle creature.
Questa virtù sola guida ed anima Maria, e non l’amore dello svago e del piacere, non quel desiderio di vedere e di essere veduta, quella curiosità e quell’ostentazione, che sono, per non dire di più, i frequenti motivi delle visite che noi facciamo. Specchiati, anima mia, nella vera e fervorosa carità di Maria; umiliati e confessa che non hai il vero amore di Dio.
O Madre mia divina, Madre di amore, mostra anche a me codesta tua copiosa carità; abbi pietà di me infelicissima creatura, che tante volte ha ricalcitrato a Dio. Accendimi del tuo santo amore, stringimi forte con le tue catene ad amare Dio sopra tutte le cose e il prossimo come me stesso.

 

2. Oh, quante virtù in questo viaggio di Maria! La sua profonda umiltà che non le lascia considerare l’eminenza della sua dignità, l’infinita differenza tra il Figlio ch’Ella porta e quello di Elisabetta! L’Ancella del Signore non conosce quelle riserve del ceto nobile, quelle leggi bizzarre che la vanità del mondo vuole osservare con tanto scrupolo, e che l’amor proprio ha immaginate, introdotte, ed esige con tanta severità.
Considera come Maria salutò Elisabetta. La vera carità previene gli altrui desideri senza alcun temporale interesse. Se la carità divina non ci avesse prevenuti, e non ci prevenisse tutti i giorni, avremmo noi conosciuto Iddio? penseremmo noi a Lui?…
Al saluto di Maria, a quella voce fatta organo del Verbo di Dio, segue il più grande di tutti i miracoli: Gesù, dal seno di sua Madre, santifica l’anima di Giovanni che esulta nel seno della propria madre, e riempie Elisabetta di Spirito Santo. Cristo manifestò la virtù della sua divinità prima per mezzo della propria Madre e poi per se stesso. Anche la presenza di Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento dell’Altare opera i più ammirabili effetti sui veri fedeli. Impara, anima mia, che ciò che aspetti dal Cielo, solo per mezzo di Maria puoi ottenere. La prima grazia comunicata agli uomini dal Verbo incarnato l’ha fatta dal seno e alla voce di Maria.
O Madre di grazie, quanto è mai potente la tua voce! Falla sentire al mio cuore, o almeno falla sentire al tuo Figlio in favore mio! O Vergine Santa, come mai posso degnamente lodarti e celebrarti? Lo imparerò da Elisabetta, e ad alta voce con lei esclamerò finché avrò vita: “Benedetta Tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo” (Lc 1,42).
Come mai l’eresia ardirà biasimare gli onori che rendiamo alla Madre di Dio, onori ispirati dallo Spirito Santo, ed inseparabili da quelli che dobbiamo rendere al Figlio?

 

3. Elisabetta continua: “A che debbo che la Madre del mio Signore venga a me?” (Lc 1,43). Elisabetta conosce la grandezza del Figlio di Maria e lo chiama suo Signore… Abbiamo noi i medesimi sentimenti per Gesù Cristo, quando ci visita? La sua divina presenza e la sua grazia nel Sacramento adorabile del suo Corpo e del suo Sangue imprimono in noi i medesimi trasporti di giubilo, di fede e di umiltà?
Elisabetta poi per lume divino riconosce in Maria la Madre di Dio, e soggiunge: “E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore” (Lc 1,45). Tutto si avvererà a suo tempo.
Fu allora che Maria, piena di luce e di grazia, di riconoscenza e di amore, con l’animo veramente umile, fedele alle grazie del suo Dio, penetrata delle sue misericordie, cantò quel cantico divino di riconoscenza e di amore, di profezia e di lode perfetta degli attributi di Dio. Ci ammaestra Ella del presente, e profetizza di sé quello che avverrà presso tutte le generazioni: “L’anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata” (Lc 1,46-48). Rimembra il bene che Dio ha fatto nel passato: “Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore” (Lc 1,51).
Predice l’avvenire e la fede nella durata delle promesse al popolo di Dio per tutti i secoli sino alla fine del mondo: “… di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono… come aveva promesso ad Abramo e alla sua discendenza per sempre” (Lc 1,50.55).
Anima mia, quando il falso splendore e l’illusione delle grandezze umane ti allettano, riconosci Iddio solo grande, e tutto riferisci a sua gloria. Quando le lusinghe dei piaceri tentano sedurti, pensa che in Dio solo vi è una certezza soda, piaceri puri e durevoli. Quando il veleno della lode, o i raggiri dell’amor proprio ti affascinano, rientra nel tuo niente, e richiama al tuo cuore, ciò che non poté far Maria, la memoria umiliante dei tuoi peccati.
O Maria, da quell’istante Tu ti mostrasti vera Madre delle grazie, e da questo momento io spero, per la virtù di questo Mistero del tuo Rosario, che Tu mi dia grazia di amare assai Gesù Cristo e di salvarmi l’anima; giacché Tu sei la Dispensiera universale delle grazie, e perciò la Speranza di tutti e la Speranza mia. Ringrazio Dio che mi ha fatto intendere che principalmente per i meriti di Gesù Cristo e poi per la tua intercessione io mi devo salvare. O Maria, prega per me, e raccomandami al tuo Figlio. Le tue preghiere non hanno ripulsa: sono preghiere di Madre presso un Figlio che tanto ti ama. E Tu meglio di me conosci le miserie e le necessità mie, né so quali grazie più mi occorrono.
Nelle tue mani mi abbandono, fido in te; Tu mi devi salvare. Amen.

VIRTÙ – Carità

Terzo Mistero Gaudioso.

La Nascita di Gesù.

1. Giunta l’ora in cui il Verbo incarnato doveva nascere da una Vergine e comparire nel mondo, lo slancio della sua gioia fu sì grande, che il Profeta lo paragona col primo sforzo che fa un gigante per qualche grande intrapresa: “Saltò, dice egli, come gigante a divorare sua via”. Ecco il racconto che ne fa l’Evangelista San Luca.
“In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta” (Lc 2,1-5).
Maria e Giuseppe dunque ubbidiscono anche alle autorità terrene.
Lunga era la via e disastrosa, e nei rigori dell’inverno. E stanchi dal viaggio, Maria e il santo suo Sposo entrarono in Betlemme. Quanto non fu grande la loro pazienza, quanto non fu perfetta la loro rassegnazione nei rifiuti che soffrirono nella città di David! Non una casa, non un albergo che li accogliesse per qualche notte.
Si inoltrano nella città, ne percorrono le contrade, tutto è occupato da forestieri. Tornano indietro, pregano, sollecitano: tutto è inutile. Parenti, amici, persone di conoscenza, tutto è sordo alle loro voci: altro non ricevono che rifiuti.
O santa povertà! Sei così peregrina da non trovare chi ti accolga in questo misero mondo? sino a far ripudiare la stessa Madre di Dio che n’era adorna? La povertà è obbrobriosa e spregevole agli occhi degli uomini, ma è fuor di misura più cara agli occhi di Dio.
“Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto” (Lc 2,6). Si accorge Maria dell’imminenza del parto, non per dolori sopraggiunti, come alle altre donne, ma per l’accrescimento del suo amore e del desiderio che aveva, di mirare con i suoi occhi e stringere tra le sue braccia il Figlio unico di Dio e suo.
Ma in che stato si trova! In quale tribolazione si trova Giuseppe! Il freddo, la notte, l’oscurità, il concorso di una folla di stranieri, il tumulto aumentano la loro pena, il loro imbarazzo, la loro fatica.
Eppure non sfugge loro una parola di lamento.
Meglio istruiti degli altri uomini dei segreti della condotta di Dio, ben sanno che quelli che Egli sceglie per le sue più grandi imprese debbono essere disposti alle più dure prove.

 

2. Ammira, anima mia, la loro povertà. Esclusi da tutte le case per la moltitudine degli ospiti, di qua, di là, per vie scoscese, per aspri sentieri raggiungono la campagna, ed unico asilo ai più grandi personaggi della terra è una stalla! Qui Iddio conduce le due persone più sante e più care che abbia create, Maria e Giuseppe. Ravvisano essi la mano che li dirige, la adorano con amore e rassegnazione. Per ricompensare la loro fedeltà, il Signore li colma dei favori più segnalati, e dà loro la consolazione di essere i primi a vedere il Verbo di Dio fatto Carne.
In un angolo, dunque, di questo rifugio, ben conveniente alla nascita di un Bambino destinato a morire un giorno su di una croce, Maria entra in profonda contemplazione e, restando sempre quale era stata, Vergine e Immacolata, diviene realmente Madre mettendo al mondo il suo Figlio, Capo, Erede e Primogenito, secondo la carne, della Casa di Davide. Il Verbo Incarnato per sua propria virtù divina, come raggio di sole che entra per la finestra senza romperne il cristallo, entra nel mondo per mezzo di Maria Vergine in un piccolo corpo, ma bello infinitamente. E chi può ritrarre parole e sentimenti del cuore di Maria e di Giuseppe in quell’ora! Gli Angeli riconoscono e adorano il nato Bambino come loro Signore e, chiamati i pastori, cantano: “Gloria a Dio nel più alto dei Cieli, e pace in terra agli uomini che Egli ama” (Lc 2,14).
Guarda, anima mia, la Regina del Cielo e della terra. Ella avvolge in poveri panni il Creatore del tutto, e lo pone a giacere nella mangiatoia, che serve da culla. Chiama il suo vergine Sposo, e con lui gli rende le prime e le più pure adorazioni che la terra gli abbia mai rese! Rallegriamoci con questa divina Madre e con S. Giuseppe; alle loro uniamo le nostre lodi! Procuriamo sopratutto d’imitare la loro povertà, la loro rassegnazione, la loro pazienza, la sottomissione e la fedeltà ai disegni della Provvidenza Divina.
O santa Divina Provvidenza, come sei ammirabile nelle tue disposizioni, benché sembrino allo stolto mondo effetti del caso! L’Imperatore romano che col suo editto compie i disegni di sua politica e di sua vanità, è occasione perché Maria vada a Betlemme e quivi nasca Gesù per compiere la profezia, che ivi indica il luogo della sua nascita. Gesù è scritto nei registri dell’Impero, affinché resti manifesto alle nazioni della terra quali furono il luogo e il tempo della sua nascita, e com’Egli è il Figlio di Abramo e l’erede di Davide. Gesù nasce in una stalla, è adagiato in una mangiatoia, per essere il fondatore di un impero eterno che deve sottomettere tutti alle leggi dell’umiltà e del distacco dalle ricchezze. Agli occhi della carne tutto appare effetto del caso, perché l’uomo animale non assurge dalle cose visibili alle invisibili, ignora quindi la ragione ultima delle cose, e non si accorge che è Dio a governare il mondo.
Signore, io riconosco e adoro la tua adorabile Provvidenza! Gli uomini son ciechi nei loro giudizi. Io per me in qualunque stato di privazione, di umiliazione, di contraddizione mi troverò, riconoscerò sempre che da te queste mi vengono o sono permesse per effetto d’ineffabile provvidenza, la quale tutto riordina a bene mio e a gloria tua.

 

3. Ma chi è mai questo Gesù nato in una mangiatoia? Egli è il nostro Dio, ma “Dio veramente nascosto”, come lo chiamò Isaia: uguale al Padre per la divinità, e simile a me per l’umanità, tranne il peccato. O vaghissimo Bambino, la fede ti rivela al mio cuore come mio Salvatore e mio modello! Tu mi ammaestri assai di buon’ora all’ubbidienza, all’umiltà, alla mortificazione, al distacco, alla santa povertà, al reale disprezzo di tutto ciò che il mondo stima, e alla vera stima di tutto ciò che il mondo disprezza.
Quanto sono eloquenti le voci di questa stalla e di questa mangiatoia! O grande Iddio! L’Eterno è fatto bambino di un giorno! Il Verbo creatore, che disse, e fu fatto, è creatura senza parola! L’Onnipotente è un debole bambino! Vedi, anima mia, quel tenero corpicciuolo come è offeso dalla durezza della mangiatoia; le sue delicate membra soffrono già il rigore del freddo; gli si coprono di lacrime gli occhi amabili, non per piangere i suoi mali, ma per lavare i tuoi peccati! E stimi tanto le comodità temporali e le cerchi con tanta ansietà? Gesù Cristo ha trattato con tanta asprezza il suo corpo puro e innocente, e perfettamente sottomesso alla volontà divina, e tu ricerchi tanta mollezza nel tuo che è un corpo di peccato e nemico della tua felicità! Volle che il suo corpo, benché santo e delicato, fosse posto in terra su un po’ di paglia, perché conosceva quanto l’amore di nostra carne, e la falsa pace che noi abbiamo con le sue prave voglie, son pericolose per la salute.
Esse ci fan perdere tutto il frutto delle pene che il Salvatore ha tollerate per noi, e dei meriti che ci ha acquistati. “Ahimè! gemeva S. Bernardo, noi non saremo al tutto liberi dell’amor proprio se non nel Cielo”. Che se l’amor proprio senza la debolezza del corpo ha precipitato sì gran numero di Angeli nell’inferno, che non farà in creature impastate di fango, che si abbandonano alle loro passioni?
Io ti adoro, o Verbo Incarnato! Io ti adoro, o Figlio di Dio vivente! Io ti adoro, o Dio vero, rivestito della mia carne e soggetto volontariamente alle mie miserie. Vieni con la tua grazia nell’anima mia, e sii il mio vero Salvatore. Quanto mi trafiggono quelle tue prime lacrime che versi alla vista di tutti i peccati del mondo! Io ho già sacrificato alle cure della terra e del mio corpo una gran parte di mia vita; ciò che me ne resta non è troppo per meritare il Cielo. Cominci almeno ora, o mio Dio, a servirti! Io sono penetrato dal dolore dei miei peccati, e desidero sinceramente piangerli insieme con te. Ma tocca a voi, o lacrime onnipotenti che aprite il Cielo, tocca a voi di aprire i miei occhi per sanare la cecità dell’anima mia. Lavate, o dolci lacrime, tutte le macchie del mio cuore. O lacrime che penetrate il cuore dell’Eterno Padre, penetrate anche il mio, e accendetelo dell’amor di Dio, e dell’odio all’amor profano.
Maria, Giuseppe, io non merito di essere ascoltato; con la vostra intercessione io spero di conseguire tutto.

VIRTÙ – Povertà

Quarto Mistero Gaudioso.

La Presentazione di Gesù al Tempio.

 

1. L’amore del sacrificio segna il primo tratto della vita del Redentore e di tutta la vita della benedetta sua Madre. Quaranta giorni appena sono trascorsi dalla nascita di lui, ed il Figlio e la Madre hanno compiuto due grandi sacrifici. Gesù, otto giorni dopo, offre a suo Padre le primizie del suo Sangue nel dì della Circoncisione; e Maria, dopo i quaranta voluti dalla Legge, offre a Dio il suo Primogenito.
Nel dì della Circoncisione, al Bambino fu posto nome Gesù, che vuol dire Salvatore: nome sublime già rivelato dall’Angelo Gabriele prima ancora che il Verbo scendesse a diventare figlio di Maria. La Circoncisione era una cerimonia umiliante! Gesù, il Santo dei Santi, è confuso coi peccatori! e riceve su di sé il segno della fede che in lui ebbe Abramo, a manifestazione della vera umanità sua e ad esempio di obbedienza, di umiltà, ben opposto al nostro orgoglio. Anima mia, Egli ti ha obbligato così alla mortificazione spirituale, cioè al taglio di tutti i pensieri cattivi e deliberati del tuo spirito, di tutti gli affetti sregolati e volontari del tuo cuore, di quell’avidità di parlare sempre di te stesso e di criticare il prossimo.
O Gesù, Tu versi il tuo Sangue per salvarmi e io per la mia salute non voglio soffrire cosa alcuna? Tu hai tanta premura a versarlo, e differirò io ancora a darti il mio cuore? O Giuseppe! O Maria! Voi soli sulla terra conoscete il prezzo di questo Sangue divino. Che piaga fu per il vostro Cuore quando lo vedeste stillare!
O Gesù, nome forte e potente, il solo per cui gli uomini possono essere salvi, alla cui invocazione Dio concede ogni grazia; nome, che ha aperto il Cielo, chiuso l’inferno, incatenato il demonio, rovesciato gli idoli e bandito l’idolatria; nome puro e santo, venuto per mezzo di un Angelo dal Cielo, e imposto da Maria e da Giuseppe, vergini Sposi; o nome amabile e dolce, addolcisci le mie pene, fortificami nelle disgrazie, e confortami nell’ora della morte con la speranza del Paradiso. Sia sempre nel mio cuore e sulle mie labbra il nome dolcissimo di Gesù.

 

2. “Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore” (Lc 2,22-23).
Osserva, anima mia, l’obbedienza di Maria. Ella, Madre di Dio e sempre vergine, non è soggetta a questa legge umiliante, perché in tutto dissimile dalle altre madri. Ma Ella in questo Mistero compie generosamente tre grandi sacrifici.
Primo, il sacrificio del suo onore. Ella sacrifica agli occhi degli uomini la sua verginità, di cui era stata sì gelosa agli occhi degli Angeli, e avanti a Dio, pronta a rinunziare piuttosto all’onore di essere Madre di Dio, che cessare di essere vergine. Ella è santa agli occhi di Dio, è tutta purità: ciò le basta; i giudizi umani non la inquietano. Oh, quanto noi siamo differenti! Brutti agli occhi di Dio, vogliamo comparire puri agli occhi degli uomini. Meritevoli dell’inferno, bramiamo che tutti ci onorino, ci distinguano. Guai a chi osa farci un’ingiuria… vorremmo subito vendicarci.
Secondo sacrificio, mostrarsi povera. Secondo la legge, la madre doveva offrire un agnello; le povere presentavano due tortorelle o due colombini. Maria, la Regina del Cielo e della terra, la Madre del Creatore del mondo, non si vergogna di comparire povera agli occhi del mondo e nella casa del Signore. Ella sapeva che i poveri sono disprezzati e che tutti gli uomini e le donne si studiano negli abiti di comparire ricchi, anche quando non sono tali. Fino nella casa di Dio i ricchi vogliono il migliore posto! In questo santo luogo appunto ben sovente si fa vedere la nostra vanità con maggiore lusso, con maggiore ostentazione! Tanta è la vergogna a comparire poveri in mezzo al mondo, che si giunge a tralasciare il divin Sacrificio della Messa e le altre pubbliche funzioni di obbligo, sol perché non si hanno vesti convenienti! E quale stretto conto non si renderà a Dio degli scandali che si danno per abiti sfoggiati, che sono un insulto alla miseria del povero affamato?
Pondera dunque, anima mia, il peso di questo sacrificio che compì Maria, contro l’altro idolo del mondo che è la ricchezza.
Terzo sacrificio, è il più grande, ed ineffabile e senza prezzo fu l’offrire l’Unigenito suo Figlio alla morte per noi peccatori.
E chi può capire a fondo il valore di sì alto sacrificio? Maria e Giuseppe sostengono nelle loro braccia questo Bambino per soddisfare al loro amore e dividere la loro felicità. – Ecco, o Padre, dovette dire allora Maria, ecco il tuo e mio Figlio; te l’offro in rendimento di grazie, perché l’hai dato a me ed agli uomini; te l’offro per placare la tua giustizia e renderti propizio a tutto il genere umano…
Oh! quante grazie ci meritò la divina Madre per mezzo di Gesù Cristo in quest’offerta suprema! Che spettacolo fu per il Cielo questa santa oblazione! Ricevè allora Iddio nel suo Tempio un’offerta degna di Sé e a Sé uguale.
Guarda: al prezzo di poche monete d’argento è riscattato il divin Gesù, Egli che doveva riscattarci dall’inferno al prezzo di tutto il suo Sangue che doveva grondare dalle cinque Piaghe del suo Corpo innocente!… Anima mia, presentati innanzi al Padre celeste in compagnia di Maria, offri con Lei e con Gesù tutti i pensieri della mente e tutti gli affetti del tuo cuore al sommo tuo Creatore.

 

3. Mira il giusto Simeone quel celeste spettacolo, ed ha fede nella rivelazione dello Spirito Santo. Vede il Bambino, lo riconosce per vero Dio, e lo adora interiormente. Poi lo prende tra le braccia, lo stringe al cuore, e manifesta il suo giubilo, la sua riconoscenza glorificando Dio. Perché non ho io questa fede viva di Simeone, io che avrò la sorte quest’oggi di abbracciare lo stesso Gesù più intimamente, e di possederlo più assolutamente nella santa Comunione?
Considera, anima mia, come Simeone benedice Maria e le profetizza i suoi dolori e la morte di Gesù: “A te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2,35). Maria deve vedere il cuore del suo Figlio trapassato da una lancia, e deve avere il suo cuore trapassato dal dolore… O grande Iddio! Non bastava che Maria fosse destinata a questo crudele tormento senza farglielo annunciare ancora trentatré anni prima?
Alleva pure con diligenza questo caro Figlio, o Vergine santa; cresceranno con lui i tuoi affanni; il tuo martirio durerà tanto, quanto la sua vita; anzi crescerà ogni giorno, secondo che questo tenero Agnello s’andrà avvicinando al tempo destinato al suo sacrificio. Egli sta a rovina, a resurrezione di molti, e a segno di contraddizione. Ah! potesse anche la mia vita insieme con la tua passare nel ritiro, nel dolore, nelle lacrime, nella memoria delle sofferenze del mio Salvatore! Da oggi ti si conviene il nobile titolo di Regina dei Martiri, perché tutti li superasti nel sacrificio. Essi offrono la loro vita ma tu offristi la vita del Figlio Unigenito che amavi e stimavi immensamente più che la vita tua. Per essi fu momentaneo il sacrificio; per te durò tutta la vita, perché in ogni momento Tu l’offristi all’Eterno Padre, sempre pensando ai futuri patimenti del tuo Figlio.
La Vergine rivelò a S. Brigida che questo dolore preannunziato da Simeone mai sparì dal suo cuore sino alla morte. Da questo giorno, dice San Bernardo, Ella vivendo cominciò a morire col portar fitto nel cuore un dolore più crudele della morte.
Nondimeno, Ella accettò quel doloroso annunzio con eroica fortezza perfettamente rassegnata al volere di Dio. Essa divenne da questo giorno, dice Sant’Agostino, la Riparatrice del genere umano; e, secondo Sant’Ambrogio, la Madre di tutti i fedeli; e, come la chiama S. Epifanio, la Redentrice degli schiavi; poiché una era la volontà sua, quella del suo Figlio: salvare noi.
O Regina dei Martiri, oceano di dolori, non mi abbandonare quando, sotto il carico del patire, sento venir meno la mia forza e mancare la mia virtù. Ottienimi da Dio la forza e la virtù di soffrire con quella pace, rassegnazione e amore, che merita la sua mano adorata, i travagli e le pene che Egli permette per me. Fa’ che le Piaghe ed il Sangue del tuo dilettissimo Figlio non siano inutili a quest’anima.
O Madre mia purissima, salvami, e ottienimi il Paradiso. Dammi la forza che io cominci oggi davvero a rendere a Dio un sacrificio accetto di tutte le mie parole, di tutti i miei pensieri, desideri, volontà, azioni e passioni mie.
E l’esempio dei tuoi dolori mi conforti nelle pene della vita; l’esempio del tuo sacrificio mi animi al sacrificio della mia passione predominante.
O gran santo, Padre putativo di Gesù e Padre mio, San Giuseppe, anche tu avesti da oggi per tutta la vita trafitto il cuore: sii particolare mia guida nelle vie di Dio, mio protettore durante la vita, mio conforto nell’ora della morte. Amen.

VIRTÙ – Sacrificio

Quinto Mistero Gaudioso.

La Ritrovamento di Gesù nel Tempio.

 

1. Gesù non ha che dodici anni… ma quante pene ha sostenuto fino a questo giorno! Compiuta appena la Purificazione, l’Angelo del Signore comanda in sogno a Giuseppe di fuggire in Egitto per salvare il Bambino e la Madre dalla mano omicida di Erode. Ecco una seconda prova dell’obbedienza. E di notte tempo fugge la più santa, la più ubbidiente, la più povera, la più umiliata famiglia del mondo. Vive povera e sconosciuta in Egitto, paese immerso nella superstizione, nell’idolatria, nel peccato. Gli Innocenti sono stati trucidati da Erode, che non perdona al proprio figlio, e che in fine muore, roso dai vermi, tra fetore insopportabile. Le profezie sulla nascita del Messia si sono adempiute. L’esilio ha fine, e Giuseppe ha l’ordine dall’Angelo di ritornare in Israele. E sempre Giuseppe è il capo. Gesù e Maria tacciono, e si lasciano guidare, osservando le leggi della più esatta ubbidienza. Quanti altri stenti in questo secondo viaggio! quali sofferenze e privazioni! O santo Patriarca Giuseppe, vero modello delle anime interiori, fa’ parte all’anima mia del tuo silenzio interno, della tua pace prodotta dall’ubbidienza perfetta ai comandi di Dio, e della purezza del cuore e della mente, per eseguire appieno i suoi divini disegni, le sue sante ispirazioni, e le sue voci che mi vengono dai miei superiori e dai doveri del mio stato.

 

2. “Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero” (Lc 2,42-43).
Ciò non per colpa, ma per disegno della divina Sapienza. Gesù rimase, sia per manifestarsi ai dottori giudei, sia per riaffermare in Giuseppe e in Maria l’idea della sua divinità, sia per rendere l’uno per l’altra il modello, il rifugio, la consolazione delle anime desolate. Solamente le anime innamorate di Gesù, le quali più non sentono le dolcezze sensibili della sua presenza e della devozione, e si vedono immerse nell’oscura notte dei sensi e delle passioni, delle aridità, delle tentazioni e dell’abbandono… queste anime soltanto possono avere un’immagine del grave cordoglio che oppresse i cuori santi di Maria e di Giuseppe! Ne domandano essi, lo cercano; e nessuno l’ha veduto.
O Maria, o Giuseppe, quale fu allora la vostra sollecitudine? Quale fu l’eccesso del vostro dolore? Come passaste quelle notti crudeli? Quanti timori! Quanti pensieri! Quanti rimproveri ciascun di Voi non fece a se stesso! Nulla di simile vi fecero provare i furori di Erode e i pericoli dell’Egitto: allora avevate con Voi Gesù; ed ora più non lo avete.
Dio mio, Dio mio, quante volte ti ho perduto senza provarne pena! Quante volte son vissuto senza di te, senza averne inquietudine? Che sarebbe stato di me, se per tua bontà non mi avessi cercato Tu stesso per primo?

 

3. “Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava… Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso” (Lc 2,46-51). Ecco l’unica parola di San Luca che svela quel che fece Gesù fino al trentesimo anno di età. E gli altri Evangelisti nulla ne hanno detto, perché Egli ha voluto che, dei suoi trent’anni di vita, altro non sapessimo se non che “Egli era sottomesso” a quelli che suo Padre gli aveva dati per superiori.
Questa sottomissione è compendio di tutta la sua vita e della sua dottrina, e, secondo l’Apostolo S. Paolo, l’origine di tutta la sua gloria. “Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome…” (Fil 2,8-9).
Le prime sue parole infatti riportate nel Vangelo sono parole di ubbidienza: “Non sapevate, diceva alla Madre sua quando fu da lei ritrovato nel Tempio, che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49). E nella vita privata , Gesù non appariva agli uomini che un figlio ubbidiente ai suoi genitori savi e moderati.
Considera qui, anima mia, con quanta pena, umiltà e perfezione, Maria e Giuseppe comandavano e ricevevano obbedienza da un tal Figlio… che sapevano essere il loro Creatore. Giuseppe, come capo della famiglia, era rispettato dalla Madre e dal Figlio di Dio, e questa superiorità lo umiliava infinitamente: vedere Dio soggetto e ubbidiente ad un semplice falegname. Maria sapeva che, comandando al Figlio, ubbidiva a Dio che così voleva. Gesù ubbidiva ad ambedue in silenzio, con rispetto e con gioia, come a coloro che tenevano le veci di Dio suo Padre. Ecco l’ubbidienza più perfetta che si sia mai praticata sopra la terra. O dolce modello della vita nascosta! Osservavano esattamente la legge di Dio, e vivevano secondo il loro stato con la fatica delle loro mani! Alla fine del lavoro si ritiravano a pregare: quale orazione! quanti doni celesti!
Nella vita pubblica ancora Gesù si manifestò obbediente alla volontà del Padre suo. Ecco la sua dottrina: Egli era sceso dal cielo per fare la volontà di suo Padre, e questa era il suo cibo: la sua dottrina non era sua, ma quella di suo Padre; il calice che doveva bere per noi era quello che suo Padre gli aveva dato.
Tutta l’osservanza della Legge Egli rinchiuse nella carità; ma tutta la prova della carità si ridusse alla pratica dell’ubbidienza. “Se mi amate – dice – osserverete i miei comandamenti” (Gv 14,15). “Chi non mi ama, non osserva le mie parole” (Gv 14,24).
Nessuno, dunque, piace a Dio se non ama, e colui che ama ubbidisce. Ecco, amore e ubbidienza che riconciliano l’animo con Dio, lo uniscono a lui, gli meritano il paradiso. Difatti, Egli ubbidì con perfetta sottomissione a giudici ingiusti, a un preside idolatra, a ministri crudeli, come a superiori che suo Padre gli dava per quel tempo. Dunque per bene obbedire, noi non dobbiamo guardare in quelli che ci comandano né l’età, né l’idoneità, né il merito, né l’ingegno, né l’affabilità, neppure la virtu o la santità; ma solo dobbiamo guardare Colui di cui fanno le veci. Gesù Cristo ha elevato l’ubbidienza alla sua più alta perfezione. Il Figlio di Dio serviva in una povera casa, sino a stancare le sue delicatissime membra, senza speranza di ricompensa: anzi sapeva bene che per ubbidire a suo padre, avrebbe infine perduto il riposo, l’onore, il sangue, la vita, con una morte ignominiosa, tra due ladri.
Ed affinché le ultime sue parole fossero conformi al principio e al seguito del suo vivere, spirando sulla croce gridò: “Tutto è compiuto. Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Gv 19,30; Lc 23,46).
La sapienza, dunque, consiste nell’ubbidienza; e per questo David domanda spesso a Dio: “Signore insegnami a compiere il tuo volere, perché tu sei il mio Dio” (Sal 142,10). “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita” (Sal 27,4). Come un servo fedele che sa e fa la volontà del suo padrone.
O eterna Sapienza incarnata, io ti adoro. A te tutto è sottomesso naturalmente: gli Angeli e i vermi, i corpi terrestri e quelli celesti. Nondimeno, per confondere il mio orgoglio, nascondi la tua grandezza, ti assoggetti alle tue creature anche ingiuste e crudeli. Che bisogno hai Tu della guida di Maria e di Giuseppe per trent’anni, obbligandoli a comandarti per prestare loro ubbidienza, Tu che sei la vera Luce e l’infinita Sapienza, che governi quelli che ubbidiscono? Tu vedevi la mia continua ribellione, effetto della presunzione e dell’amor proprio! Perciò sono sempre inquieto e pieno di mille errori, di malumore, di contraddizione e di collera. O Maestro divino, fa’ che il mio spirito e la mia carne ti siano soggetti, e che questo fango mai si opponga alla tua volontà.
Infondi la virtù dell’ubbidienza nell’anima mia meschina e riformala da tutti gli errori e dalle sue miserevoli colpe.
O purissima Madre di Dio, o glorioso Patriarca San Giuseppe, i più umili e i più ubbidienti di tutte le creature, abbiate pietà delle misere cadute del mio orgoglio. Ottenetemi dal vostro ubbidientissimo Figlio la grazia di far sempre la sua volontà. Amen.

VIRTÙ – Ubbidienza

Misteri dolorosi

Primo Mistero doloroso.

L’Agonia di Gesù nell’orto degli ulivi.

 

1. Considera, anima mia, come il divin Salvatore, dopo aver lavato i piedi ai suoi Discepoli, istituito in loro presenza il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue, e dopo aver fatto loro un discorso il più tenero e sublime, entrò con essi nel consueto orto di Getsemani, sul monte Oliveto, affinché ivi dai suoi nemici fosse ritrovato più agevolmente. E disse loro: “Sedetevi qui mentre io vado là a pregare… Vegliate e pregate per non cadere in tentazione” (Mt 26,36.41).
Spontaneamente, perché Egli lo aveva voluto, si era offerto al comando dell’eterno Padre e perciò lo eseguì in modo che la sua Passione soddisfacesse insieme la giustizia di Lui e spingesse noi ad amarlo. Ecco il fine dei suoi patimenti, l’amore.
Gesù “cominciò a provare tristezza ed angoscia” (Mt 26,37).
Questo amoroso Figlio volle non solo sacrificare tutto il suo corpo, ma anche tutta l’anima con le sue potenze; anzi da questa parte più nobile della sua Umanità volle cominciare il sacrificio di Redenzione. Perciò prima che i suoi nemici comparissero, privò la santa Umanità del sostegno che riceveva dalla Divinità; e scoprendole al tempo stesso tutto ciò che doveva patire, la ridusse ad una mortale agonia.
Si presentarono allora vivamente all’anima sua tutti i patimenti che sarebbe per sostenere nel corpo: i flagelli, le spine, i chiodi, la croce, il fiele e l’aceto; i patimenti nell’anima, il tradimento di Giuda, la fuga vergognosa dei Discepoli, l’apostasia di Pietro, le calunnie dei sacerdoti, le ingiustizie dei giudici, le efferatezze dei soldati, le ignominie della sua persona, il disprezzo della sua dottrina e dei miracoli, il trionfo dei suoi nemici, le bestemmie dei manigoldi, l’abbandono del Padre sulla Croce e la vista angosciosa della sua addolorata Madre! Subito dunque il timore e la noia, il disgusto e l’amarezza, l’abbattimento e la tristezza s’impossessarono dell’anima sua sino a minacciargli la vita. Allora disse loro: “L’anima mia è triste fino alla morte” (Mt 26,38).
O Cuore affannato del mio amabile Redentore, come sei tu venuto a tanta desolazione? Chi ti ha sospinto a provare innanzi tempo gli orrori e le paure della morte? Questo tormento, che fu il primo di tua Passione, fu anche senza dubbio il più violento, perché valse a strapparti la preghiera al Padre di allontanare tale calice. “Si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!”. Ma soggiungesti subito: “Però non come voglio io, ma come vuoi Tu” (Mt 26,39).
Guarda, anima mia: il tuo Gesù si rivolge ai Discepoli per conforto, e li trova abbattuti per la sua ambascia.
“Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: “Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole”. E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: “Padre, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà”” (Mt 26,40-42).
E così faceva per la terza volta. E la sua tristezza talmente si accresce, che sembra più l’agonia di un uomo moribondo, che il dolore ordinario di un uomo che soffre. “In preda all’angoscia pregava più intensamente” (Lc 22,44).
Il contrasto che seguì allora tra la parte inferiore dell’anima, piena di ripugnanza, e la superiore piena di sottomissione, gli furono causa di un sudore di sangue così abbondante, che, dopo aver bagnato le sue vesti, bagnò anche la terra dove pregava.
Così abbandonò se stesso Colui che difende tutti: così rimase desolato Quegli che consola tutti. E così si avverarono le parole del Profeta reale: “Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati” (Sal 68,21).
O afflittissimo mio Salvatore, così vuoi conciliarti il mio amore? con l’assumere la stessa infermità e miseria degli uomini? per renderti vero consolatore e fido compagno degli afflitti? Quanti meravigliosi ammaestramenti Tu mi dai in questo Mistero!

 

2. Anima mia, quattro furono le cause di questa tristezza mortale del tuo Gesù, come Egli rivelò alla Beata Battista Varani.
1a La dannazione d’innumerevoli anime, malgrado l’acerbissima sua morte. “Considera, figlia mia, – diceva Gesù alla Beata – che martirio e dolore fu il mio, nel vedere che tante membra furono da me separate, quante anime si sarebbero dannate! e ogni membro si separava tante volte, quante un’anima mortalmente pecca”.
La grandezza e la quasi infinita moltitudine dei peccati del mondo erano dunque tutti distintamente presenti al suo spirito con una chiara visione della Maestà divina offesa da tanti delitti, resi più gravi dal disprezzo del suo amore. Oltre a ciò ben pochi uomini avrebbero profittato di quel rimedio preparato dal suo amore per tutti.
Su ciò non trovava altra consolazione, che nella perfetta uniformità agli immutabili decreti di suo Padre, il quale voleva che Egli soffrisse anche per quelli, che per nulla profitterebbero dei suoi patimenti.
2a I peccati e le pene di tutti gli eletti. “Tutte le membra degli eletti che mortalmente avrebbero peccato – diceva il benignissimo Gesù – mi afflissero e cruciarono nella loro separazione da me.
Ancora, io sentii e gustai tutte le loro amarezze, i martirii, le penitenze, le tentazioni, le infamie della loro vita ed anche le pene del loro Purgatorio, come altrettante membra del corpo mio”.
3a La SS. Vergine sua Madre, che Egli amava d’amore infinito; i suoi cari e amati discepoli ed Apostoli, che Egli amava più che un padre i suoi figliuoli; e la discepola Maddalena, la quale, benché sapesse di Gesù meno di Giovanni, nondimeno più di tutti si addolorò della Passione e Morte di lui.
4a L’ingratitudine sia del popolo Giudaico, tanto da Dio beneficato e prediletto con mille prodigi, come quella del suo amato discepolo, Giuda traditore. Gesù inginocchiato avanti a questo traditore, gli aveva lavato i piedi, li aveva abbracciati e baciati con tenerezza, dicendogli col cuore parole di ineffabile amore. Finalmente, l’ingratitudine di tutte le creature, che, peggio di Giuda, l’avrebbero tradito per vili piaceri, per più vili interessi. Signore, quanta parte ho avuto io alla tua tristezza! Quale impressione dovettero fare sul tuo purissimo e innocente cuore i miei peccati, le mie ricadute, le mie infedeltà, le mie pusillanimità? Sventurato che sono! Non sarò io dunque mai per te un soggetto di gioia e di consolazione? Quanto è diverso l’oggetto delle mie pene nel mondo da quello che causa la tua mortale tristezza!
O Cuore amareggiato del mio Dio, Tu volesti con questa tristezza e sudore di sangue espiare la folle sicurezza degli empi, e la insensata tranquillità in cui tanti peccatori dormono sul loro peccato senza temere le sorprese della morte temporale ed eterna. Tu volesti espiare quelle allegrezze, quei gusti, quei piaceri, quei desideri della vita, quelle speranze alle quali io abbandono il mio cuore anche quando sono contrarie alla legge tua. Tu volesti soddisfare per le false contraddizioni del mio cuore e per le mie confessioni senza dolore interno.
Tu volesti santificare in me e in tutti queste medesime passioni della tristezza, del timore, della noia, del disgusto e della malinconia che io provo nel cammino della vita spirituale, e consolarmi quando le soffro, e meritarmi la grazia di sopportarle con pazienza, con rassegnazione, con gioia.
Tu volesti fortificarmi, come hai fortificato tanti Martiri a sfidare la morte, ed animarmi alla penitenza così come hai ispirato tanti altri fedeli a esercitarsi in aspre penitenze. Quanto il tuo amore è soave, buono, pietoso! Cuore dolcissimo di Gesù, quanto ti ringrazio di aver tanto sofferto!…

 

3. Il Salvatore, anima mia, volle sentire questa estrema pena, affinché conoscessi il valore della penitenza dei sensi, delle umiliazioni e delle contraddizioni dell’amor proprio. Ancora, per insegnarti che nessuno sarà mai giudicato sull’infermità della sua carne formata dal fango, ma secondo l’obbedienza della volontà, che tanto piace a Dio.
Egli patì, per verità, una tristezza mortale, ma fu proporzionata alla sua virtù, per convincerti che Dio, il quale distribuisce come a Lui piace le miserie di questa vita, non permetterà mai che queste siano superiori alle tue forze.
Volle farti conoscere in se stesso due opposte volontà: l’una dell’umana debolezza, che rifugge dal patire e cerca il piacere; l’altra dell’uniformità alla volontà di Dio; affinché il cristiano non si creda nemico di Dio, perché la carne si rivolta contro lo spirito e brama i suoi diletti; ma si studi di sottometterla, e si persuada che la natura non nuoce affatto all’uomo interiore, finché è devoto della legge di Dio con piena volontà.
Scese l’Angelo dal cielo per consolare Gesù Cristo, non perché a Lui mancasse la forza necessaria per combattere la debolezza della natura; ma per insegnare a tutti quelli che soffrono, che la loro consolazione e la loro forza deve venire dal cielo, e Dio non dimentica nessuno nei patimenti, anzi, ove sono tribolazioni ivi è Dio.
Finalmente il Figlio pregò suo Padre, benché sapesse che non doveva essere dispensato dalle pene, per insegnarci, anima mia, questa verità tanto necessaria: che il divino soccorso non consiste già nel liberarti dalle tribolazioni, ma nel fartele soffrire con umile sottomissione e con uniformità ai suoi disegni, rimanendo sempre con Lui unita per amore.

VIRTÙ – Uniformità

Secondo Mistero doloroso.

La Flagellazione di Gesù alla colonna.

1. Gesù dinanzi ai tribunali. Percorri, anima mia, le vie dolorose che tenne il Padre tuo, l’amoroso tuo Gesù in queste ore di atroci suoi patimenti.
Schiaffeggiato nella casa di Anna, passò in quella di Caifas, dove fu vituperato, dichiarato bestemmiatore, reo di morte. E chiuso in una prigione, qui, sino all’alba venne lasciato in balia ai disprezzi, agli sputi e alle percosse della soldatesca insolente.
Fatto giorno, trascinato per le vie, passa da due tribunali giudei nelle mani di Pilato e di Erode. Da quest’ultimo vien reputato pazzo; e, come tale, coperto di bianca veste, è posto alla berlina e agli scherni di un popolo sedotto.
Mira, anima mia, il tuo Gesù sempre umile, sempre paziente; si fa condurre come agnello mansueto dove la perfidia degli uomini e il furore di Satana lo tormentano. Considera come di fronte alle grida, alle calunnie, ai disprezzi, Egli sta in silenzio. E Gesù taceva, per insegnarti che quando sei accusata o calunniata, devi abbandonarti a Dio, e per amor suo, non cercare altra giustificazione che il silenzio. “Era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori” (Is 53,7).
Così conseguirai la pace del cuore. Quanti Santi, quanti solitari, quanti pacifici ha generato questo silenzio di Gesù!
Misericordia, Signore, misericordia! Io son carico di peccati, e Tu sei la stessa innocenza: ciò nonostante, Tu ami quelli che ti trattano così indegnamente, sino a morire per essi, ed io conservo i sentimenti di asprezza e di animosità per le più piccole ingiurie? Tu permetti che tutti ti giudichino, ed io non voglio essere giudicato da nessuno? Quando vedrò io cambiato il mio cuore, o infinita bontà? Confesso innanzi a te, mio Dio, mio Salvatore, mio Maestro, la mia ingratitudine, il mio orgoglio e la mia presunzione: desidero, con la grazia tua imitarti e soffrire in silenzio ogni sorta di pene e di ingiurie che mi verranno fatte. Perdono di tutto cuore a quelli che mi hanno offeso, e che mi offenderanno: li dispenso per amor tuo dal restituirmi l’onore che mi avranno tolto, e non voglio averne altro, che quello di servire te e amare te. Distruggi in me ogni sentimento di asprezza e di vendetta, dilata il cuore mio con la tua carità, affinché io ami te senza riserva, ed ami in te tutti quelli che mi perseguitano, “lieto di essere stato oltraggiato per amore del nome di Gesù” (At 5,41).

 

2. Tratto Gesù di prigione, trascinato con ignominia per le strade di Gerusalemme, allo scopo di renderlo odioso e spregevole al popolo, che suole dalle apparenze giudicare le cose, trattato da maledetto, da seduttore, da pazzo, fu dato in mano ai carnefici, e, insultato e schernito, fu condotto, attraverso Gerusalemme, alla casa di Pilato. Per la strada gli si fanno mille oltraggi e mille violenze. Non udiva che bestemmie; tirato con funi, sospinto da lance, senza riposo, forzato a camminare, sfinito dalla stanchezza e dalle sofferenze di un’intera notte, se cadeva, veniva caricato di colpi e di ingiurie come il più spregevole di tutti gli uomini. Così lo vide il Profeta reale: “Io sono un verme, non un uomo, infamia degli uomini e rifiuto del mio popolo” (Sal 22,7).
Ed a questo modo dall’orto al Calvario, in men di dodici ore, gli fecero compiere sei viaggi, e in tutti il dolce Maestro lasciò le tracce della sua inalterabile pazienza, della sua profonda umiltà, della sua carità infinita, della sua incredibile penitenza.
Destati, anima mia, esci dalla languidezza e dal letargo in cui giaci. Mira quelle donne che con Maria percorrono le vie di Gerusalemme, bagnandole delle loro lacrime e riempiendo l’aria dei loro sospiri. Riconosci la più bella tra le creature, la più santa tra le donne, la più afflitta tra le madri, riconosci Maria, la madre di Gesù, la tua cara madre, che va in cerca del diletto dell’anima sua, e va per le piazze domandando se qualcuno l’abbia visto.
O mansuetissima Maria, tutta la notte perseverasti in dolorosa orazione, finché non sapesti che il tuo Figlio era nelle mani dei peccatori. Ma quando fu preso e chiuso in una prigione, fatto segno alle ingiurie e alle onte dei soldati, e Tu udisti da Giovanni la notizia dei suoi tormenti e la sua condanna a morte proferita dal Sinedrio, chi può esprimere le trafitture del tuo cuore? Ma Tu, sempre uniformata a Dio, non ti lasciasti trasportare a nessuno di quei modi sregolati tanto ordinari alle donne afflitte; e, benché dentro ti crucciasse un dolore ineffabile, non facesti apparire di fuori che perfetta sottomissione. “Ecco l’ancella del Signore, ripetevi, si faccia di me secondo la tua volontà”. Non si è ancora levato il sole, e Tu lasci la tua silenziosa dimora per trovare Gesù e seguirlo sino alla croce.
Ed ecco, alla svolta della via che mena al palazzo di Pilato, appare come un’onda di popolo.
È una calca immensa che trascina tra grida di scherni e urli di bestemmie un uomo carico di catene, le mani avvinte dietro le spalle, il viso pesto, i capelli strappati, la faccia deforme per sputi e per sangue, tanto che non lo si può riconoscere. Ma il palpito veemente del tuo cuore, o Maria, ti addita in mezzo a quei feroci il tuo innocente Figlio. Tra le maledizioni della plebaglia e il trionfo dei suoi nemici, sotto quell’abito di ignominia, il Figlio di Dio, mansueto negli oltraggi, tranquillo negli urti, non mormora, né si lamenta di nulla.
Questo divino Agnello, trovandosi in mezzo ai lupi, desiderava vedere la sua santa madre; poiché quelli che amano, quando si trovano nell’afflizione, sogliono sentire più al vivo l’assenza dei loro amici, e ardentemente ne bramano la presenza, sebbene debba essere per loro un accrescimento di dolore.
Ma tu, Vergine benedetta, non potesti vedere il tuo Figlio, né Egli ebbe questo conforto. Lascia che io ti accompagni finché di nuovo potrai vederlo e consolarti con Lui.

 

3. La flagellazione. Considera, anima mia, come Pilato, avendo dichiarato l’innocenza di Gesù e pur volendo dar soddisfazione al popolo, condanna l’innocente ad essere flagellato in pubblico, per sottrarlo alla morte. Quale giustizia! condannare un innocente solo per accontentare l’odio dei suoi accusatori!
Fatto entrare Gesù Cristo nel Pretorio, lo spogliarono di tutti i suoi abiti, senza che Egli dicesse una parola, o mostrasse resistenza.
Allora Egli offre all’Eterno Padre con cuore pieno di amore quella Carne innocente che doveva essere lacerata, e quel Sangue prezioso che da sì lungo tempo desiderava di spargere per noi. Quindi lo legano ad una colonna e, senza avere riguardo alla legge dei Giudei che proibiva di dare più di quaranta colpi, seguendo la legge dei romani per cui il numero non era limitato, ad altro non badavano che a soddisfare il loro furore.
Un’intera corte di soldati circondano quel luogo, formando un cerchio di ferro: due nerboruti carnefici che vengono seguiti da altri più robusti e più fieri, dan di piglio a un fascio di verghe e a flagelli di cuoio e di corde fornite di nodi.
Guarda, anima mia, il tuo Gesù mansueto, come fosse stato convinto di tutti i delitti imputatigli, in piedi, legato a una colonna.
Chi potrebbe dire quanto Egli soffriva allora di confusione e dolore?
Fin dai primi colpi quella carne verginale resta pesta, rotta, solcata; e da ogni parte zampilla il suo sangue. I flagelli traggono con loro brani di carne; e cadendo i colpi sulle vive piaghe, ne fanno continuamente delle nuove su quelle che già avevano fatte. Che atroce, che sanguinoso spettacolo! Lo battono senza misura, ed Egli non si lagna: lo lacerano così crudelmente, che tutto il suo corpo non è che una piaga.
È questo, o divino Gesù, il tormento così crudele e così vergognoso che Tu hai voluto soffrire per noi, e a cui ti sei sottomesso per espiare i nostri rei piaceri? E come posso io ancora offenderti? O mio Dio, con qual titolo ho potuto meritare che tanto soffrissi per me? Tutto avevi predetto per bocca dei Profeti.
“Sul mio dorso hanno arato gli aratori, hanno fatto lunghi solchi (Sal 129,3)… Dio mi consegna come preda all’empio, … mi apre ferita su ferita (Gb 16,11.14)… Dalla pianta dei piedi alla testa non c’è in esso una parte illesa, ma ferite e lividure e piaghe aperte, che non sono state ripulite né fasciate, né curate con olio (Is 1,6).
Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità” (Is 53,5).
O mio Dio, e tutto questo per i nostri peccati! Come? per scellerati come me, Tu subisci un tale supplizio? Per me, reo di tanti peccati, Tu soffri dolori così eccessivi? Che cosa farò io, dunque, o mio Salvatore, per te, e per espiare i miei delitti?
Ecco, anima mia, il modello della penitenza, da cui hanno appreso tutti i Santi a trattare il loro corpo e assoggettarlo allo spirito. Poiché mentre siamo in questa vita, l’anima nostra non ha nemico più grande della nostra carne.
Questa, sempre ribelle, non vuol soffrire né freno, né giogo; segue senza ritegno le sue terrene inclinazioni che i sensi favoriscono; tende verso gli oggetti che desidera, con tanta violenza, che lo spirito ne è sovente oppresso, e gli dà essa sola più pena che tutti gli altri suoi nemici uniti insieme. Ecco, invece, ciò che hanno prodotto le grandi austerità praticate dai Cristiani dopo la venuta di Gesù Cristo, e sconosciute nei secoli anteriori: i cilizi, le catene di ferro, le discipline, l’applicazione continua a mortificare i sensi: e tutto ciò per timore di vedere, di ascoltare, di dire e di gustare qualche cosa che potesse contaminare la purità del loro cuore.
Bisogna prevenire con la mortificazione del corpo la tentazione e la caduta. Lo stesso Apostolo Paolo diceva: “Tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù” (1Cor 9,27). Che se tutta la santità di Davide e tutta la sapienza di Salomone non hanno potuto impedire la loro caduta, poiché si lasciarono lusingare dai piaceri dei sensi, quale sarà la sorte di quelli, la cui vita si occupa tutta nel cercare ciò che può accontentare il proprio corpo? Appunto per espiare e porre argine a questo disordine così comune tra gli uomini, ha voluto il Salvatore che la sua carne innocente fosse sì crudelmente lacerata.

VIRTÙ – Penitenza

Terzo Mistero doloroso.

La Coronazione di spine.

1. Considera, anima mia, come i carnefici, stanchi di battere il Salvatore, lo staccano dalla colonna tutto bagnato di sangue.
Mira il tuo Gesù ferocemente lacerato, fatto di tutto il corpo una piaga, andare attorno a cercare le sue vesti, che i soldati per rabbia e per malizia avevano nello spogliarlo gettate qua e là. È costretto ad attraversare tutto il Pretorio e soffrire, passando, le beffe e le insolenze di quegli indegni che aggiungevano l’insulto alla crudeltà. Egli sopporta i loro oltraggi, come aveva sopportato i loro colpi, con una dolcezza, modestia e pazienza invincibile; e, avendo infine trovato i suoi abiti, se ne rivestì. Benché fosse in uno stato da muovere a compassione i cuori più duri, non furono però inteneriti quei lupi spietati: anzi per tormentarlo di nuovo, inventarono un genere di supplizio, che era fin allora sconosciuto, e che mai più si è riprodotto anche nei martirii più barbari.
Ecco l’effetto che produce il peccato nell’anima, la quale lo commette con sfrontatezza e con piacere. Un peccato commesso lascia dopo di sé il desiderio di commetterne altri. Anche quando uno è stanco nel peccato, non però ne resta sazio; e benché ne sia perduto il potere, si conserva la volontà di peccare.
Una delle più grandi illusioni dei peccatori è credere che si libereranno dalla tentazione col soddisfarla. Il commettere il peccato non fa che aumentare in noi l’inclinazione che ci porta ad esso, perché, secondo l’osservazione di San Gregorio (XXV Moral. 12), il peccato, che non è distrutto dalla penitenza, ci trascina col suo peso a un altro peccato. L’anima, che, peccando perde la grazia di Dio, perde la forza di resistere alle occasioni del peccato; ed il corpo è meno capace di essere frenato nelle passioni, da che ha gustato il piacere di seguirle. Quindi quei manigoldi giungono a perdere ogni sentimento di umanità. I Giudei avevano accusato Gesù Cristo di aver voluto farsi e dirsi re dei Giudei. Ora, battutolo e resolo infame, lo espongono, come re da burla, ai fischi del popolo.
Entra tu pure, anima mia, in questo cortile del Pretorio: unisciti a Maria, che, fedele compagna dei dolori e delle ignominie di Gesù, si trova anch’ella qui in mezzo a questa plebe furibonda, e ne ode le grida e le bestemmie. Domandale la grazia di comprendere questo profondo mistero e di profittarne, e addolcisci in parte il suo dolore.
Tolgono dunque a Gesù nuovamente i suoi abiti già attaccati alle piaghe recenti avute dalla flagellazione; il suo sangue comincia di nuovo a scorrere da tutte le parti. Le coprono di un lacero manto color di porpora, formano una corona tessuta di lunghe spine armate di punte dure e acutissime, e gliela pongono sul capo: e, affinché non gli cada, gliela conficcano a furia di colpi di bastone. Le spine penetrano da ogni parte, per la fronte e per le tempia, e il sangue si spande per la faccia, per il collo, per la persona; quelle spine gli cagionano dolori sì acuti, che gli avrebbero dato la morte, se la virtù divina non lo avesse sostenuto sino alla croce. Ora questi dolori durarono fin quando Egli non morì. Oh che pena! Se una spina sola si ficcasse a qualcuno nel capo, di che animo sarebbe egli mai? E certamente, come afferma Sant’Anselmo, il venerabile capo di Cristo, il più bello e il più delicato tra gli uomini, fu trafitto da mille punture. Egli veramente ci ha amato e “si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori” (Is 53,4).

 

2. Se mai hai sofferto mali violenti di capo, fermati per un momento a considerare quanto sensibile fu questa pena al tuo Salvatore tra le altre che tollerava. Il solo pensiero fa inorridire! E, ciò che avrebbe fatto compassione, ciò che non si sarebbe mai potuto vedere senza orrore nei più vili animali, non servì ad altro, che ad eccitare le risa insolenti e gli insulti crudeli di quei barbari cuori. Gesù si lascia condurre, spogliare, coronare, come volevano, senza dire una parola, senza fare la minima resistenza, con una pazienza sovrumana; chiudendo gli occhi per l’estremo dolore, tutto offre all’ Eterno Padre.
Anche qui si adempie la parola del Profeta Isaia: “Ho presentato la guancia a coloro che mi strappavano la barba; e non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi” (Is 50,6).
Gesù qui non aveva gli occhi bendati come in casa di Caifa: qui vedeva gli ossequi insultanti che gli si rendevano, vedeva i colpi che gli si preparavano. Tutto soffriva in profondo silenzio, con inalterabile pazienza.
“Spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto e, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, con una canna nella destra; poi mentre gli si inginocchiavano davanti, lo schernivano: “Salve, re dei Giudei!”. E sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo” (Mt 27,28-30). E perché Cristo sopportava con grandissima pazienza tutte queste cose, si lasciavano trasportare a tanto furore.
Oh, me superba e vile anima peccatrice, considera quanto siano enormi i tuoi peccati, espiati con tanta severa correzione e con tale castigo dell’Eterno Padre! Gesù univa le sue lacrime col suo sangue, che spargeva per te. Così espiava le delicatezze del tuo corpo, i piaceri della rea carne, il lusso dei tuoi abiti, la vanità che ne ricavi, e l’orgoglio che essi ti ispirano. Così espiava quel desiderio di dominare che si trova in tutti i cuori. Così espiava tutti i peccati che si concepiscono nelle nostre teste prevaricatrici, nella memoria, nell’immaginazione, nello spirito. Così il tuo Salvatore amoroso espiava le cure che si prendono tante persone mondane per ornare la loro testa orgogliosa e peccatrice, vaghe di esporla al pubblico sguardo, e con esse trarsi dietro adoratori, quando non è che polvere. Ci meritava la grazia della pazienza e della mortificazione, la grazia del disprezzo del mondo, delle sue vanità e di tutta la sua gloria. Ci meritava la grazia dell’umiltà, della dolcezza e della pazienza. Anima mia, nelle tentazioni, nei progetti di fortuna, di ambizione, di vendetta, nei pensieri o nelle immaginazioni impure, pensa a Gesù coronato di spine. E quando soffri tu nel capo, pensa ai peccati che hai commesso; e, per espiarli, unisci il poco che soffri, al molto che Gesù Cristo medesimo ha sofferto per te.
Oh, mio Salvatore, quanta parte ho io mai avuto a queste pene che hai sostenute nel Pretorio! Son io che ti ho messo cotesta corona di spine, che ti ho salutato per derisione, che ti ho sputato in volto, che ti ho percosso il capo, che ne ho fatto scorrere il sangue, e che ti ho cagionato sì crudeli dolori. E con quale gratitudine ti rispondo io mai?

 

3. “Allora Gesù uscì portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: “Ecco l’uomo!”. Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: “Crocifiggilo, crocifiggilo” (Gv 19,5-6).
O mio divin Gesù, io non ti voglio più crocifiggere. Io ti adoro come mio vero Re, ti riconosco mio sovrano Signore in mezzo a tutte queste piaghe, in mezzo a questi obbrobri dei quali hai voluto essere coperto per rivestire me di gloria. Il sangue che scorre da tutto il tuo corpo, non bastava, o Salvatore mio, senza spargere ancora quello del tuo capo?
La testa è la parte dove si distinguono gli uomini, dove si trovano i lineamenti della persona, dove si riuniscono tutti i sensi e gli organi della vita, dove si palesa la bellezza, dove appaiono la gioia e la malinconia, la sanità e la malattia, e tutti insieme i sentimenti dell’anima. Questa parte appunto, o Signore, è quella che hai lasciato ferire dalle spine e bagnare dal sangue. E con tali contrassegni riconoscerò te, o amabile Sposo dell’anima mia, “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 44,3). E questo è il volto per cui sospirano gli Angeli e che formava la delizia di Giuseppe e di Maria tua Madre, divenuta ora l’afflittissima tra le donne? Adoro, o Dio del mio cuore, adoro l’amore ineffabile che ti ha ridotto in questo stato, e grazie infinite ti rendo di tante misericordie.
Miserabile che sono! Questo ancora non basta per farmi amare la croce, le ingiurie, gli obbrobri e tutto ciò che mi rende simile a te, o Dio dell’anima mia? Quando sopravvengono patimenti, io ne sono atterrito; quando durano, ne resto abbattuto; quando me ne vedo libero, ne godo. Quando distruggerai Tu, o mio Dio, la debolezza della mia carne con la forza del tuo amore? Tutti i miei pensieri vanno a terminare alla comodità del mio corpo, alle dolcezze di questa vita, alla vana stima che ho di me stesso, al piacere che prendo dalle lodi degli uomini. Dimentico allora quanto sono miserabile e spregevole agli occhi tuoi. Quando odierò me stesso sino a quel segno che merito?
Tu sei coronato di spine, ed io fuggo tutto ciò che mi dà la minima pena!
O Madre SS. di Dio, imitatrice perfetta del Salvatore, come sei oppressa dal cordoglio! Se Tuo Figlio innocente è coronato di spine, che diverrò io che sono tutto orgoglio e delicatezza? Assistimi, o Rifugio dei peccatori, a imitare i suoi esempi; ottienimi la volontà e la forza di sopportare tutte le pene con le quali piacerà a Lui di affliggermi, poiché so che io non posso essere tuo senza croce e senza spine.
Angelo mio custode, e voi Angeli della pace, che vedeste il mio Salvatore così sfigurato e sanguinante, e che chiaramente vedete il prezzo delle spine del mio Signore, abbiate pietà di un’anima peccatrice e miserabile, che cerca nel luogo di esilio ciò che si trova solo nella patria, mentre, per essere coronata con voi di gloria in Cielo, è necessario che sia coronata di spine in terra! Amen.

VIRTÙ – Pazienza

Quarto Mistero doloroso.

Il Viaggio al Calvario di Gesù carico della Croce.

 

1. Gesù condannato a morte. Considera, anima mia, come tre volte Pilato, intimidito, si studiò di liberare Gesù; e tre volte il popolo ne richiese ad alte grida la morte.
“Via, Via, crocifiggilo!” (Gv 19,15). Pilato poteva far giustizia; invece, mentre dichiara Gesù innocente, libera Barabba, e, per vile rispetto umano, abbandona Gesù in balia dei suoi nemici per farlo crocifiggere.
Un banditore pubblica che, per ordine dell’Imperatore, e conforme alle leggi romane, Gesù di Nazaret, per aver voluto farsi re dei Giudei, è condannato a morire in croce tra due ladri, destinati per i loro latrocini allo stesso supplizio.
Anima mia, ecco il momento in cui il tuo Gesù, il tuo Dio, il tuo Creatore, il Salvatore degli uomini, venne dagli uomini condannato ad essere ucciso per le loro stesse mani su di un patibolo infame. E chi potrà ascoltare senza orrore questa crudele sentenza di morte? E tu che fai? Fin dal principio prega Maria che si degni riceverti in sua compagnia nel doloroso viaggio ch’Ella compie oggi col suo Figlio fino al Calvario.
O Maria, Madre dei dolori, non ascolti Tu le grida furibonde di morte contro il tuo Figlio? Chi ti trattiene in mezzo a questa turba inumana? Come puoi resistere a tanta ferocia? Il tuo Gesù dunque, la vita della tua vita, il Re del cielo e della terra, il Creatore degli uomini, l’unica speranza dei peccatori, è condannato a morte! I nemici di lui ricevono questa sentenza con gioia, i suoi amici e discepoli ne sono costernati; ma questo Agnello innocente, malgrado la ripugnanza della natura e il dolore per sì grande ingiustizia, accetta anche la morte con affettuosa ubbidienza!
Oh, le pene strazianti del tuo Cuore, o Gesù mio! Tu senti l’estrema ingratitudine di questo popolo che grida: “Non abbiamo altro Re che Cesare” (Gv 19,15). “Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli” (Mt 27,25). Popolo ingrato!
Qual terribile ammaestramento è questo per te, anima mia! Quante volte tu hai rigettato sul demonio e sulla fragilità della carne il peccato che commettevi per tua libera volontà! Così i Giudei, accecati dal loro odio, riputarono poca cosa il ricaricare sé e i loro figli del Sangue del Figlio di Dio. Le grida confuse di quel popolo si univano alla voce dei tuoi peccati, che erano presenti sin d’allora all’Eterno Padre, per domandargli la morte del Salvatore, carico dei peccati del mondo. Ciò fece dire a S. Paolo, che quelli che peccano, di nuovo lo crocifiggono, perché rinnovano la causa della sua morte.
Perdonami, mio Dio, perché io sono più malvagio di questo popolo. Esso non vuole vederti, perché non ti conosce: ed io, che ti credo, che ti adoro, che ti confesso per quel che sei, quante volte ho distolto gli occhi, quando a me ti sei presentato per trarmi a te? Rimedia a questo disordine, Signore, fa’ che io non ti perda giammai di vista, e che Tu sia sempre l’oggetto dei miei sguardi, delle mie brame, del mio amore.
Ascolta, anima peccatrice, la voce del banditore: mira l’affaccendarsi dei soldati per eseguire la ferale sentenza. In mezzo a questo tumulto osserva il silenzio, la pace, la mansuetudine e la carità di Gesù, che ode tutto, vede tutto, soffre tutto, senza lagnarsi e senza dare alcun segno d’impazienza.
O Dio dell’anima mia, come posso vedere ciò che vedo, e udire ciò che odo? Tu, falso Re? Tu, amico fedele delle anime nostre, un perfido? Degno di morte Tu, autore della vita? Io sono reo di tali colpe: ed il reo vive, mentre l’innocente muore? Il Padrone perde la vita per conservarla al suo schiavo? O divino amore, come non mi consumi con le tue fiamme? perché non mi assoggetti interamente a te, o Cuore onnipotente che ti sacrifichi per me?

 

2. Gesù è caricato della Croce. Affinché Gesù Cristo fosse riconosciuto da tutti, gli strappano quel vecchio manto con violenza, rinnovando così le piaghe, e gli rimettono la sua tunica. Essendo senza cucitura, e non aperta davanti, bisognò toglierla dalla testa; ma non poté passare senza gran pena, perché s’intrigò con le spine; onde la corona ne fu aspramente scossa, si rinnovò il dolore delle punture, e il sangue cominciò a scorrere nuovamente. Quando fu tutto preparato, il Salvatore uscì dalla casa di Pilato in mezzo ad una doppia fila di soldati, che tenevano indietro la folla, e, nell’uscire, trovò la croce che gli era preparata. Questo era il più infame di tutti i supplizi, destinato agli schiavi, o ai colpevoli soggetti alla pubblica maledizione, sicché nessuno gli si appressava per il timore dell’infamia. Questa lunga e pesante croce dunque imporranno sulle spalle peste e lacere di Gesù! E Gesù non restò affatto sgomentato!
Egli considerò sempre la croce come una sposa a sé cara, come il rifugio dei suoi amici, come la stella che doveva essere la guida dei suoi eletti tra gli scogli di questo mondo, come il trofeo della sua gloria e l’eterno monumento dell’amor suo infinito.
Appena condotto il Salvatore avanti alla croce, vi fissò i suoi occhi e il suo cuore, e le disse non con le parole, ma con la sua anima:
– O cara amabile croce, che io ho sospirata in tutta la mia vita! tu sì, sei la sposa promessami, e per ottenerti ho servito trentatré anni. Tu sei la dispensatrice dei miei beni, il trofeo delle mie vittorie, la gloria e la corona dell’amor mio. Ecco il giorno in cui saremo strettamente uniti. Tu sarai lo stendardo dei miei eletti, i quali non dovranno giungere alla gloria se non per la croce. Tu la gloria dei miei servi: chi si glorierà in te, sarà onorato; chi avrà di te vergogna, cadrà nell’infamia. Oggi tu mi accoglierai tra le tue braccia, e io ti bagnerò del mio Sangue, e diverrai la Madre di tutte le nazioni. Vieni dunque, o mia fedele compagna, andiamo insieme al Calvario, dove io debbo soffrire la morte che strapperà il mio corpo dalle tue braccia, ma non ti toglierà il mio cuore. Tu sarai il terrore dell’inferno e la gioia del paradiso. Quelli che cercheranno me e vorranno seguirmi, prenderanno per guida te, e otterranno per tuo mezzo tutto ciò che da me desidereranno.
Con questi sentimenti di stima e di affetto per la croce, Egli se ne lasciò caricare; l’abbracciò con tenerezza, e in tal guisa precedé noi come capo e modello. E poiché non v’era alcuno superiore alla sua Vergine Madre, diede a Lei il primo posto sotto questo stendardo.
Ella lo seguì per le strade di Gerusalemme, secondo le vestigia del sangue che trovava per terra, com’Ella stessa rivelò a S. Brigida. E mentre Gesù portava sulle spalle questa pesante croce, Lei ne portava una nel suo cuore non meno dolorosa.
Così volle insegnare a noi queste tre verità: prima, che è un favore segnalato portare la croce dietro a Gesù Cristo; seconda, quanto debba riputarsi lontano da questi due modelli di perfezione, che sono Gesù e Maria, colui che è senza croce; terza, quanto è grande l’accecamento di chi non desidera e non comprende questa fortuna.
Gesù volle anch’Egli essere veduto carico della sua croce in pieno mezzogiorno, coi propri abiti in presenza di tutto un popolo, per le strade più frequentate di Gerusalemme, dalla casa di Pilato fino al Calvario, per affermare col suo esempio ciò che aveva insegnato con la dottrina, che chi non porta dopo Lui la sua croce, non è degno di essere suo discepolo.

 

3. Gesù porta la Croce. Considera, anima mia, il tuo Salvatore che esce dal Pretorio curvo sotto sì grave peso, sfinito per il sangue sparso, sicché appena può reggersi in piedi. In tale stato cammina verso il Calvario preceduto da un araldo e da due ladri, che devono essere crocifissi con lui, attorniato dai soldati che continuamente lo maltrattano, e seguito dai Sacerdoti, dai Dottori della Legge, dai Farisei e dai principali Giudei, che lo conducono essi stessi, né lo lasciano, se non dopo averlo veduto spirare.
Intanto il mansuetissimo Redentore ansante suda, perde il respiro; e tutte le sue piaghe si riaprono per gli sforzi che fa. Infine, uscito dalla città, non potendone più, soccombe sotto la croce, e cade bocconi per terra. I soldati lo caricano di percosse e gli dicono mille ingiurie per farlo rialzare; ma i Giudei, temendo che morisse prima di aver avuto il barbaro piacere di crocifiggerlo, incontrato Simone da Cirene, che veniva dalla campagna, lo costrinsero a prendere la croce di Lui, e portarla sino al Calvario. “Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù”, più occupato dei nostri mali che dei suoi dolori, “voltandosi verso le donne disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli… Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?»” (Lc 23,27-28.31).
Ora Maria, attraversando una strada più breve, come medita S. Bonaventura, va cercando dove incontrarsi col Figlio che di là deve passare. Egli giunge, ma ohimè! le ferite, le lividure, il sangue annerito lo fanno apparire come un lebbroso. Tra l’amore e il timore Maria lo guarda, e, Gesù, togliendosi un grumo di sangue dagli occhi (come rivelò a S. Brigida), guardò la Madre. Sguardi di dolore che squarciarono i due Cuori più nobili, più amorosi, più santi. Figlio mio!… disse l’amareggiata Madre, e più non disse, ché la piena del dolore era sì veemente, che, divisa a tutte le creature, asserisce S. Bernardino, le avrebbe fatte morire tutte di amarezza.

E il Profeta aveva detto: “Voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c’è un dolore simile al mio dolore” (Lam 1,12). Vorrebbe la Madre abbracciarlo; ma l’allontanano con ingiurie, e spingono innanzi l’addolorato Signore. Maria lo segue.
Una delle più acerbe ferite, onde fu gravemente addolorato in questo viaggio il divin Redentore, fu, come meditano il Venerabile Taulero e San Bernardo, una piaga che ebbe alla sua spalla: perché essendovi legata la pesante trave della Croce, gli fu causa d’una grande piaga, facendone una sola di molte che ne aveva. Il dolore gli penetrava nel pietosissimo Cuore.
O croce santa, consacrata dai sudori e dal sangue del mio Salvatore, anch’io ti abbraccio.
Tu sarai il mio rifugio, la mia luce, la mia scienza e tutta la mia sapienza. Non mi abbandonare, non ti allontanare mai da me, benché la mia carne ti tema e ti fugga. In te si trova la salute, la vita, la vittoria sui maligni Spiriti, l’allegrezza del cuore, la perfezione delle virtù. Tu hai confermato gli Apostoli, fortificato i Martiri, sostenuto le Vergini, santificato tutti i Giusti. Tu rallegri gli Angeli, difendi la Chiesa, riempi il Cielo, e, nel tremendo giorno dell’ultimo Giudizio, tu comparirai con Gesù per la gloria dei suoi eletti e per confusione eterna dei suoi nemici.
Anima mia miserabile e peccatrice, che cosa hai trovato quando hai sfuggito la croce? Qualunque sforzo tu fai per schivarla, tuo malgrado sempre l’incontri, perché vivi in luogo di esilio e in una valle di lacrime. Scansandola da una parte, cadi dall’altra in una infinità di pene che ti rattristano, t’inquietano, ti turbano, ti abbattono e non ti lasciano alcuna speranza Se ti abbandoni per cercare le dolcezze del mondo, perdi la pace del cuore, la consolazione interna, la sapienza celeste: il mondo ti divide, ti angustia, ti trascina dietro a sé. Se la fuggi per seguire le inclinazioni della carne, ti trovi in una continua incostanza e in una continua agitazione. Se l’abbandoni per correre dietro alle vanità, rimani vuota, affamata, sempre bramosa, né mai contenta. intanto i beni dei quali tu facevi gran conto, si dileguano ad ogni istante: ora perdi la sanità, ora l’onore, indi le ricchezze, infine gli amici.
Ciò che desideri, mai non giunge; e, se talvolta giunge, non dura. Tu non puoi fare nessun assegnamento sulla vita: la morte è accompagnata da spaventi e da tormenti, giacché quanto ti sta dintorno ti contamina la coscienza. Ad ogni passo trovi disgusti; e di tante cure non ti rimangono spesso che lacrime amare, un dolore senza conforto, una perdita senza risorsa. Ecco, o croce santa, il pericolo in cui mi son trovato per averti fuggita quando a me ti sei presentata, per non averti abbracciata con tutto il mio cuore.
O croce santa, luce del paradiso, sicuro asilo degli afflitti, accoglimi tra le tue braccia, e fa’ che per mezzo tuo io sia unito con Colui che sopra di te mi ha salvato. Amen.

VIRTÙ – Amore alla propria croce

Quinto Mistero doloroso.

La Crocifissione e Morte di Gesù.

1. Gesù, amareggiato di fiele, è spogliato delle sue vesti. Gesù giunge al Calvario, detto Golgota, che vuol dire luogo del cranio, e non gli si lascia il tempo di respirare! Con precipitazione si apparecchia tutto ciò che è necessario per crocifiggerlo, poiché si vuol togliere quanto prima dal mondo questa vita, odiata dai suoi nemici.
Anima mia, ascolta le grida, osserva con quale rabbia lo sciolgono e gli strappano di dosso la veste che era attaccata alle piaghe, e come un’altra volta gli si rinnovano tutti i dolori. Mira quel corpo tutto insanguinato, tutto squarciato. Penetra fin dentro il suo Cuore; tu lo troverai applicato alle tue miserie, o fisso in cielo per la tua riconciliazione. Per la gran fatica e per il grave peso della croce, Gesù è sfinito, e gli danno vino mescolato con la mirra e col fiele. Il Profeta aveva già annunziato questo fiele. Gesù dunque, appena giunto, comincia dall’espiare il peccato dei nostri primi Padri, che fu la disubbidienza del frutto proibito. Questa sola parte del corpo, la gola, gli era rimasta intatta, e anche in questo volle soffrire per noi.
Quanto è grande oggi il numero di quelli il cui Dio è il ventre, e fanno del tempio dello Spirito Santo l’albergo del diavolo, perdendo l’anima e il corpo per soddisfare ai diletti della loro carne!
Noi dobbiamo mostrare obbedienza anche con la nostra gola, principalmente quando il precetto della Chiesa unisce la nostra penitenza con quella di tutti i fedeli, con lo schivare la sensualità, e col soffrire senza lamenti i cattivi gusti delle vivande che ci si preparano. Anima mia, mettiti innanzi agli occhi il tuo Salvatore, coperto di sangue, sfigurato tanto miseramente, tutto piaghe. Col cuore affannoso, solleva gli occhi al cielo, spargendo lacrime ardenti, e si offre nuovamente vittima per noi all’Eterno Padre.
“E fu esaudito per la sua pietà” (Ebr 5,7).
Di nuovo con incredibile tormento, gli impongono sul capo la corona di spine, che gli avevano tolto. Il benedetto capo è così nuovamente afflitto, e nuovo sangue bagna la terra. Perché, anima mia, dura più che sasso, non ti prostri ai suoi piedi per bagnarli di lacrime e per ricevere la preziosa rugiada del sangue che scorre da tutte le parti? Quante grazie vi troverai! Quanti lumi, quante consolazioni!
Gesù mio, Salvatore mio, Amore mio, lascia che io abbracci questi tuoi sacrosanti piedi. Voglio baciarli prima che vengano inchiodati alla croce; e voglio essere consumato del tuo amore prima che la morte ti rapisca ai miei occhi. Con queste tue mani, prima che siano trapassate dai chiodi, abbraccia quest’anima peccatrice, per la quale Tu soffri orribili tormenti; distruggi ogni sua malizia, stringila, al Cuore tuo, sicché mai più si separi da te.
Io ti vedo, o Signore, spogliato di tutto, delle vesti, della compagnia dei familiari e degli amici, delle dolcezze della Madre tua, della tua reputazione, del tuo onore. Quando, Agnello di Dio, mi farai la grazia, che io mi distacchi da tutto quel che mi separa da te? Il tuo Apostolo Bartolomeo ti imitò sino a disfarsi della propria pelle; e Pietro non solo volle essere crocifisso, ma capovolto. Agostino per esercitare il perfetto distacco da ciò che era stato per lui occasione di offenderti, non ammise più alcuna donna nella sua casa, né più toccò danari per timore d’invischiarsi l’anima. Altri si sono ritirati nei deserti e nei chiostri; altri hanno dato i loro corpi ai tormenti; e chi era obbligato a vivere nel mondo, “ne usava come se non ne usasse”.
O Amore che ti spogli di tutto, o Amore che trasformi tutto, muta questo mio cuore, fallo simile al tuo, povero e nudo di tutto, distaccato dalle creature ed unito a te. Crocifiggi con te il cuor mio, e consumami del tuo amore, o mia speranza, o mio riposo, o mia gloria.
Gesù obbedisce sempre con mansuetudine e con prontezza, perché considera i suoi carnefici esecutori degli ordini dell’Eterno suo Padre, per insegnarci a conservare la sottomissione e la pace interna negli avvenimenti più spiacevoli e più penosi della vita.
Quando riceviamo le violenze, le ingiustizie, i tradimenti e le altre pene, e le riteniamo come ordinate da Dio, il quale a noi le invia per mezzo dei ministri degli adorabili suoi voleri, noi ci assoggettiamo sinceramente. Ma perché la natura riguarda sempre con avversione colui che la tormenta, l’uomo crocifisso con Gesù è chiamato continuamente a sostenere una lotta dentro di sé, per impedire che il suo cuore non guardi con avversione chi l’offende e lo tormenta, e non si abbatta per tristezza. Deve allora tenersi vicino a Dio, ricevere in spirito di sottomissione e di abbandono ciò che gli accade, dilatare il suo cuore con la fede e con una fiducia certa, che è Gesù che gli manda quella pena, che egli non sarà tentato sopra le sue forze, e che quella tribolazione, un giorno finirà e si convertirà in eterno gaudio (Cfr. 1Cor 10,13; Gv 16,20).
Considera ora qui, anima mia, con intimo dolore il dolcissimo Redentore tuo: nudo volle nascere, povero visse, e nudo soffrì senza poter ricoprire le sue onestissime membra; né ebbe dove riposare il suo sacro capo.
O Maria, la veste inconsutile, tessuta dalle tue mani, verrà giocata a sorte! E chi penetrerà qui il grave dolore, che oppresse il tuo Cuore?

 

2. Gesù è crocifisso. Anima mia, la croce è pronta: ecco l’altare, su cui questo Agnello divino va ad essere immolato per te. Ecco il letto nuziale su cui Gesù aspetta le anime sue elette. Perché, o dolce Gesù mio, non permetti che io sia confitto in croce per te? A me conviene, non a te, questo patibolo.
Considera, anima mia, con quale mansuetudine e sottomissione, Egli si stende su questo letto di dolore, non avendo per guanciale che le spine delle quali è coronato. Alza gli occhi al cielo per aprircene le porte, che sino allora erano state chiuse; e perché Egli è ad un tempo e Sacerdote che ci riconcilia, e vittima della nostra riconciliazione, senza proferir parola, si offre all’Eterno Padre, aprendo le braccia con ardente desiderio di salvare tutti i peccatori.
Egli dice: “Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo” (Gv 17,1).
Aveva le braccia stese per invitare i peccatori, per abbracciarli e presentarli all’Eterno suo Padre. Egli riconduce a Dio i colpevoli, riunisce al cielo la terra, e dell’umanità fa una sola famiglia, di cui Dio è Padre. Non vi fu mai, né mai vi sarà un Sacerdote più accetto a Dio, né un più sacro altare, né una più perfetta oblazione, né una vittima più santa, giacché questi è l'”Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”.
Mira, come gli prendono le mani, e gliele forano con grossi chiodi fatti passare tra i nervi, affinché possano sostenere meglio il peso del corpo. I nervi sono contratti per la violenza del dolore. Lo stesso si fa ai piedi, e il corpo del Salvatore è in tal guisa tutto slogato. Ed Egli tace, né si lascia uscire di bocca alcun lamento: ma su quel volto ove è dipinto il dolore più acerbo, si scopre la sua pazienza, la sua rassegnazione profonda, il suo amore più vivo. Anima mia, senti, se puoi, i suoi dolori; e se non puoi, desidera almeno sentirli, e prega Gesù Cristo che t’imprima nel cuore ciò che Egli sente nel suo sacrosanto corpo.
Intenerisci, o mio Dio, la durezza del mio cuore, affinché sia sensibile ai tuoi dolori, all’amor tuo e all’odio del peccato, che ti ha ridotto in tale stato. Non negarmi, Signore, ciò che ti domando, perché non posso sentire i tuoi dolori, se per tua misericordia non me ne concedi Tu stesso il sentimento. Quivi il tuo cuore ardente leva le grida a tutto il mondo: “Venite a me, o voi tutti che siete colpevoli, ed io vi perdonerò: venite a me, voi tutti che siete afflitti, ed io vi consolerò: venite a me tra queste braccia aperte a ricevervi, o voi tutti che siete smarriti, ed io vi accoglierò”. “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore, e troverete il riposo delle vostre anime” (Mt 11,29).
O divino Gesù, Pastore pietoso di quest’anima traviata, eccomi che vengo a te. Ubbidisco alla tua voce. Ecco una pecora smarrita che torna all’ovile: accoglimi tra le tue braccia.
Concedimi quell’amore, quella mansuetudine, quell’umiltà alla quale m’inviti. Sottomettimi interamente alla tua volontà. Imprimi nell’anima mia queste divine virtù, che io ti segua da vicino e non mi allontani mai da te. A lungo sono stato sordo alla tua voce, che internamente mi sospingeva a venire da te. Apri oggi le mie orecchie, affinché io ti ascolti e ti segua: e tienimi incessantemente con l’onnipotente tua mano, ché sai con quanta facilità io ti abbandono. Accoglimi tra quelli che portano dopo Te la croce, e legami ad essa, affinché io ne tragga i frutti di salvezza e di amore eterno.

 

3. Gesù muore. Quando la croce, dov’era il Salvatore confitto, fu innalzata e la si lasciò cadere in quella fossa, chi può comprendere quali dolori recarono questi movimenti, quante scosse ad un corpo in cui i nervi erano tesi e le membra tutte slogate? Egli medesimo attesta per mezzo del suo Profeta, che se ne potevano contare tutte le ossa! “Hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa” (Sal 21,17-18).
Grida feroci di gioia e di scherno si levarono al cielo a quella vista dai suoi nemici che erano soddisfatti, mentre il Salvatore, elevato tra cielo e terra, stendeva le braccia per accogliere tutti i peccatori e dar loro in possesso il Paradiso, compiendo la sua profezia: “Quando io sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 11,32).
Era l’ora sesta, dense tenebre coprirono tutta la terra; la luna tingevasi di sanguigno; gli uomini avevano compiuto il Deicidio!
Bestemmiando sotto la croce, oltraggiavano il Figlio di Dio fra le imprecazioni di un ladro, i disprezzi dei più vili soldati, e le sfide dei Principi dei Sacerdoti e degli Scribi.
E Gesù che fino allora era rimasto in silenzio, apre la sua santissima bocca per pronunciare la parola del perdono, non solo per i suoi carnefici, ma per tutti quelli che con i loro peccati erano la causa della sua morte, purché sia gli uni che gli altri, non si ostinassero nella loro malizia, ma si convertissero. E con amore e con gemiti diceva: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).
Quale amore! quale misericordia! Perché non possono i miei occhi diventare due fonti di continue lacrime, e il mio cuore una fornace di eterno amore? Comunica, Signore, all’anima mia il sentimento delle tue pene.
Ti adoro, o Figlio di Dio vivente, così innalzato in croce, esposto agli occhi dell’universo; mi prostro dinanzi a te, ti lodo e ti benedico, ti amo e ti ringrazio, e ti riconosco Dio del mio cuore, amore dell’anima mia. Qui, sotto questa Croce, riunisci tutti i tuoi figli sparsi per l’universo, qui laceri la sentenza di morte eterna pronunziata contro il genere umano; qui santifichi i patimenti, qui ti comunichi alle anime. O eccesso di amore! Tu nascesti nel segreto e nel silenzio della notte, visitato e adorato solo da alcuni pastori e da tre Magi; riconosciuto nel Tempio solo da due anime giuste; vissuto nell’oscurità trent’anni e non ne hai trascorsi che tre in mezzo agli uomini. Dopo la tua Risurrezione ti manifestasti a pochi eletti, e per poco tempo ed in luoghi appartati. I tuoi soli discepoli sono stati testimoni della tua Ascensione, e subito una nuvola nascose loro la vista della tua gloria. Ma nell’esser crocifisso, hai voluto che ciò avvenisse pubblicamente nell’ora di mezzodì, in tempo di Pasqua (in cui da tutte le parti accorrevano Giudei in Gerusalemme), in mezzo a due ladri, con le braccia aperte, e col cuore pieno di dolore e di amore.
“Ho steso le mani verso un popolo disubbidiente e ribelle” (Rom 10,21; Is 65,2).
Sii, o Signore, benedetto, lodato e glorificato da tutte le creature.
Eccoti, o mio Gesù, al termine della tua vita: la nostra Redenzione è compiuta. “Tutto è compiuto”: e Tu non sei ancora staccato dalla Croce! Tu non ti occupi che del pensiero di patire e di amare. Ecco quello che vuoi che apprendiamo da te modello di tutti gli uomini: non i miracoli, non la gloria, ma i patimenti e l’amore. L’unico tesoro che a noi lasci è la tua divina Madre. “Madre, ecco i tuoi figli; Figli, ecco la vostra Madre” (Cfr. Gv 19,26-27). Che Tu sia benedetto! È questo il maggior tesoro che ci lasci morendo: Maria, la tua propria Madre.
O Maria, Tu hai veduto le crudeltà e le ignominie che facevano al tuo Figlio; Tu hai udito i colpi di martello con cui traforavano i piedi e le mani del tuo Diletto; Tu lo hai veduto confitto sulla croce: che fai ora, Madre desolatissima?
Era là ferma a considerare quell’eccesso di dolori, che tutti per ordine le rappresentava l’amor suo materno; indebolita per la dolorosa notte passata, per la mancanza di nutrimento, per le lacrime sparse; e poi era donna, era madre, e Madre di un Dio, e per conseguenza oltremodo sensibile. Pur non potendo reggere alla smisurata pena, non cadde svenuta, ma stette impietrita, con l’anima trafitta, uniformata in tutto ai voleri del Padre.
Disseccatesi le sue lacrime, rimase per qualche tempo pallida e tremante, sino a che, per segreta virtù comunicatale dal Figlio, riunite le sue forze, si levò, si aprì tra la calca la strada con S. Giovanni e con le donne che l’avevano seguita, e s’inoltrò sino alla croce.
Ivi, stando in piedi, e tenendo fissi gli occhi sul Salvatore, fece l’ufficio di nostra avvocata, offrendo internamente all’Eterno Padre i dolori e il sangue del comune loro Figlio con un’ardente brama di salvare tutti gli uomini.
Ella temeva di vederlo morire, e pativa di vederlo vivere tra i tormenti. Desiderava che l’eterno Padre mitigasse le pene, tuttavia voleva che gli ordini del cielo si adempissero in tutta la loro estensione. Quel divino Agnello e questa innocente pecorella si guardavano e s’intendevano scambievolmente: l’uno era tormentato dai dolori dell’altra.
Solo i due Cuori della Madre e del Figlio possono concepire ciò che hanno sofferto; perché, essendo la misura del loro dolore quella del loro amore, per sapere quanto hanno patito, bisognerebbe conoscere quanto hanno amato. Chi potrebbe vedere il fondo di tanto amore? Ella è santa, innocente, non macchiata di colpa alcuna, fida compagna dei travagli del Figlio. Quale croce più dura per una madre che è costretta a veder il proprio figlio spirare tra i tormenti senza potergli recare un sollievo, o dirgli una parola di conforto?… Una croce sì aspra era riservata a Maria soltanto, perché Lei sola era capace di portarla. L’amore che Lei aveva per Gesù, la straziava più che avessero potuto fare tutti i carnefici.
Il Salvatore vedeva dalla croce che i suoi dolori trafiggevano il cuore della santissima sua Madre; e questa vista era un nuovo strazio per il tenero suo cuore.
Ma l’Eterno suo Padre così aveva ordinato, e questo fu il colmo del sacrificio e dell’ubbidienza al suo divin Genitore: onde neppure col dolce nome di Madre la confortò; ma, Donna, le disse, ecco tuo figlio!…

VIRTÙ – Fortezza

Misteri gloriosi

Primo Mistero glorioso.

La Risurrezione di Gesù.

1. Considera, anima mia, come Nicodemo e il nobile e ricco Giuseppe d’Arimatea, membro del Consiglio dei Giudei, deposero Gesù, avvolto in una bianca sindone con lenzuola di lino tra gli aromi, in un sepolcro nuovo che era stato scavato in un masso. Ribaltarono una gran pietra sulla bocca del sepolcro, e si ritirarono. Ma i Principi dei Sacerdoti e dei Farisei, ricordando la profezia di Gesù, che sarebbe risorto al terzo giorno, ottennero da Pilato che il luogo fosse custodito da guardie: “Ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia” (Mt 27,66). Quanto sono corte le nostre vedute, o mio Dio! O prudenza umana, come sei debole contro il Signore! Tu servirai alla tua confusione e alla gloria di Lui. Gesù, morto il Venerdì Santo, risuscita il terzo giorno per virtù della sua divinità. L’anima sua santissima, disgiunta dal suo Corpo, restò sempre unita alla Divinità, e fu sempre l’anima di un Dio. Quel sacro Corpo, benché separato dall’anima, stava sempre unito alla Divinità, era sempre il Corpo di un Dio, degno, anche in stato di morte, dell’adorazione degli uomini e degli Angeli. Gesù discese nel Limbo come Dio e liberatore.
Immagina, anima mia, come già da lungo tempo lo aspettavano quelle anime sante, e alcune di loro, come quella di Abele, sin dal principio del mondo. Considera con quale amore e con quale riconoscenza i Santi dell’antico Testamento, al vedere il Salvatore, gli porsero le loro adorazioni e ringraziamenti. Tu pure devi ricopiarli in te nel desiderio di vederti introdotta un giorno in Paradiso per i meriti del tuo Redentore. Il sacratissimo Corpo di Gesù riposò tre giorni nel sepolcro, perché Egli col patire e morire aveva liberato dalla morte eterna gli uomini delle tre età del mondo, vissuti pienamente sotto la Legge di Natura, sotto la Legge Mosaica, e che sarebbero per vivere nella Legge della Grazia.
Spuntava appena l’alba del terzo giorno, e Gesù in un istante risorge da morte ed esce dalla tomba chiusa, come era uscito dal seno immacolato di sua Madre, e come fra poco sarebbe entrato nel Cenacolo a porte chiuse. Come Dio onnipotente, non volle palesare il modo della sua risurrezione, ma operò in segreto. Essa, come appartenente all’ordine soprannaturale, doveva essere rivelata all’uomo per mezzo degli Angeli. “Ed ecco che vi fu un gran terremoto; un angelo del Signore, sceso dal cielo si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa.
Il suo aspetto era come la folgore, e il suo vestito bianco come la neve” (Mt 28,2-3). Bastò un solo Angelo ad atterrire tutti i soldati, che erano di guardia al sepolcro, e rovesciarli come morti per terra, sì che tutti fuggirono.
Venite, Sacerdoti, Scribi e Farisei, vedete in quale stato sono ridotti coloro che voi avete armati contro un uomo morto, che dicevate seduttore. Il vostro esempio è stato seguito dai nostri empi, che credono di calmare l’inquietudine che li divora, ponendo Gesù nel numero di uomini segnalati, come Numa, Mosè, Maometto. Ma chi dei vostri eroi favolosi poté mai dire, quand’era ancora vivo: Dopo tre giorni risusciterò? Questa parola era riservata per il vero Figlio di Dio: né la favola, né l’empietà, né i demoni, né gli uomini, per quanto sublimi e potenti, hanno potuto immaginare cosa simile! Nessuno ha toccato i vostri soldati, nessuno ha detto loro una parola; ed ecco come sono ridotti, solamente per quello che hanno veduto. Se non sono morti, se loro si permette di alzarsi e fuggirsene, è al solo fine che voi intendiate da loro medesimi la vostra sconfitta e la vostra vergogna, per esser testimoni irrefragabili della sua Risurrezione, affinché gli uomini tutti intendessero che, se lo avevano veduto soffrire flagelli, spine e morte, era stato solo perché Egli lo aveva voluto. Voi non siete degni d’intendere il Mistero della Risurrezione dalle testimonianze prescelte da Dio.
O vero Figlio di Dio, che consolazione è questa per me e per noi tutti, che in Te fermamente crediamo! La tua Risurrezione, o glorioso mio Salvatore, riempiva pure i tuoi nemici di spavento: quanto a me non mi ispira altro che giubilo e somma consolazione, perché quella tua Risurrezione mi assicura la mia riconciliazione con Dio, e quindi la mia giustificazione. La tua è modello della risurrezione delle anime nostre alla grazia, e della risurrezione finale. E come Tu risorgendo prendesti nuova vita, così noi pure risorti dal peccato alla grazia, viviamo di una vita nuova. Aiutami, o Signore, a vincere gli ostacoli che mi si frappongono ancora. Rimuovi i nemici di mia salvezza, spedisci a me i tuoi santi Angeli, e ispira Tu solo le mie scelte sino al momento in cui mi ti manifesterai nella beata eternità.

 

2. Osserva, anima mia, come la Maddalena soffre di doversi staccare dal sepolcro dell’amato Maestro. Il venerdì sera bagna quella tomba delle sue lacrime; e alla tomba la sorprende il riposo del sabato. Il sabato sera ritorna al sepolcro, né lo lascia, se non per andare a comprare aromi, e ritornarvi la domenica mattina. Nobile esempio della vera conversione a Dio! Modello del cuore umano, fragile sì, ma reso forte dell’amore di Dio! La vera carità non si estingue con la morte della persona amata, perché “l’amore è più forte della morte” (Cfr. Ct 8,6).
È ancora notte, e la luna nella sua pienezza continua a spargere una chiara luce sulla terra, allorché Maddalena sveglia le sue compagne e le sollecita a mettersi in cammino con lei. Maddalena previene il giorno, poiché per lei le ore scorrono troppo lentamente. Ohimè, quando io vado a Gesù Cristo per ricevere il vivo suo Corpo, perché non ho i medesimi desideri, la santa impazienza e la devota premura di Maddalena per il Corpo di Gesù sepolto? Io ne sono così lontano perché non ho il suo amore! Imitane, anima mia, il fervore col visitare spesso il tuo Gesù in sacramento: ivi sfoga i teneri sentimenti di amore e i desideri ardenti di riceverlo, e per Comunione spirituale abbracciarlo internamente quanto più spesso puoi nella giornata, nell’interruzione del sonno durante la notte, e al primo destarti del mattino.
“Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro…” (Gv 20,1). Il primo oggetto che le fa impressione è la grossa pietra (sigillata per ordine dei Pontefici) fuori dal suo posto e rovesciata. Ella si avanza, spinge gli sguardi sin dentro al sepolcro, e vede che il Corpo del suo divin Maestro non vi è più. Che colpo al suo cuore! Senza dubbio, ella pensa, qualcuno nella notte l’ha preso; ma dove ricercarlo? “Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”.
Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che Egli cioè doveva risuscitare dai morti. I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa” (Gv 20,2-10).
Considera, anima mia, il dolore di Maddalena nel non trovare Gesù; ed apprendi quale deve essere il dolore di un cuore che vuole veramente convertirsi a Dio. Ella non si parte da quel luogo, “ma stava all’esterno, vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro…” (Gv 20,11). È abbandonata da tutti, né altro più le rimane che il suo dolore e le sue lacrime. Quante ne versò! Quante volte chiamò il suo divino Maestro! Quante volte ripeté il suo adorabile nome! O cuore lacerato, o anima desolata, perché te ne stai in un luogo per te così triste? Perché guardi ancora in un sepolcro dove più non si trova il tuo Maestro? Ah! se cercassimo Gesù, come Maddalena; se, dopo aver perduto la sua grazia per il peccato, o le consolazioni del suo amore per la nostra tiepidezza, sentissimo, come Maddalena, la grandezza della nostra perdita; se, come lei, persistessimo nel cercare Gesù, e lo chiamassimo con le nostre lacrime; al pari di essa noi lo ritroveremmo, e con un’abbondanza di gioia che sorpasserebbe tutte le nostre speranze.
Mio Dio, oggi io ricordo il giorno della tua gloriosa Risurrezione, ed oggi dev’essere il giorno della perfetta mia conversione a Te.
Lo comprendo: al sepolcro vanno a trovarsi i cuori più innamorati di Te, Pietro, Giovanni e Maddalena con le altre pie Donne; e Tu vuoi che col morire a me stesso, col seppellire le mie malsane voglie, con l’esercizio della mortificazione, io ti ritrovi. Fammi, dunque, la grazia di morire a me stesso, per poi risorgere con te, e quindi condurre una vita simile alla tua, cioè, una vita nuova, divina, immortale: nuova per il cambiamento della mia condotta, divina per la purità dei sentimenti, immortale per la perseveranza nel bene. Opera in me, o mio Dio, questo fortunato cambiamento. Fammi passare dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce, da una vita imperfetta ad una vita perfetta e degna di te.

 

3. Considera, anima mia, che un’altra qualità di un cuore convertito a Dio è l’indifferenza per tutto ciò che non è Gesù. Dio solo, non altri che Dio: questo è il suo motto, questo l’esercizio quotidiano, il suo sospiro, il principio di ogni desiderio. Nessun altro affetto, nessun altro interesse deve occupare il cuore, e Gesù ben presto verrà a stabilirvi il suo regno. Specchiati nella Maddalena.
“E vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna perché piangi?”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto”” (Gv 20,12-13).
Non si dà pace, non si sbigottisce all’improvvisa apparizione dei due angeli, non è abbagliata dalla loro bellezza, né esaltata dalle loro parole. Li vede, li sente, risponde, e non parla per altro, che per sapere da loro dov’è Gesù, disposta a lasciare gli angeli per un giardiniere, se questi le può dare schiarimenti. Crede che tutti sanno la causa del suo pianto; scambia Gesù stesso per l’ortolano; si offre a prender da sola il corpo morto di lui, quasi fosse un fiore. “Signore se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto, ed io andrò a prenderlo” (Gv 20,15).
Quanto è ardimentoso il vero amore! Tutto gli sembra facile: gli si presentino i peggiori strazi, li sostiene con lo stesso coraggio, qual si fece vedere in tanti milioni di martiri. E che farà ella a sentire la voce del suo Maestro che la chiama per nome? Ella che non si era mai staccata dalla croce del suo Gesù, né sapeva staccarsi dalla sua tomba?
Mira, anima mia, quali sono i sublimi effetti della vera conversione del cuore. Diviene questo allora il trono delle compiacenze e delle delizie della SS. Trinità, l’oggetto dei suoi favori, l’ammirazione degli angeli. Guardalo in Maddalena. Con quale compiacenza questo divino Salvatore vede i sentimenti di lei, i suoi desideri, il suo amore, la sua perseveranza e l’ardore del suo coraggio, onde è disposta ad intraprendere ogni cosa! Egli ricompensa l’amore delle anime che a lui si convertono, riempiendo il loro cuore della gioia più pura e più ineffabile. Se Gesù vedesse in me le generose disposizioni della Maddalena, che cosa non mi farebbe?… Ma, accade tutto il contrario! Per piacere al mondo e per soddisfare le mie passioni intraprendo cose superiori alle mie forze. Solo per il servizio di Dio e per acquistare la perfezione, vado allegando la mia impotenza e la mia debolezza!

O Gesù, io ti riconosco per vero mio Maestro, e Tu degnati di riconoscere me per tuo discepolo. Manifestati al mio cuore, e accendilo del tuo divino amore. Che é mai questo che io ascolto dalla tua divina bocca, o mio Signore? “Va’ dai miei fratelli”… O Signore, avevi detto che più non li chiameresti tuoi servi, ma tuoi amici: ed ora li chiami fratelli?… O carità ardente del mio Salvatore! Chiama fratelli coloro che pochi giorni prima erano fuggiti da lui per paura, lasciandolo in potere dei suoi nemici! O mio benefattore, Tu non ti lagni di essi, né mandi loro rimproveri, ma il titolo affettuoso di fratelli? Tu nomini Pietro con distinzione per rassicurarlo del perdono già datogli, e onorarlo quale capo degli apostoli. Amore di Gesù, quanto sei sviscerato verso i figli degli uomini, sempre dolce, sempre amorevole verso i peccatori! E chi è quel peccatore sì stolto e indurito, che non venga a gettarsi ai piedi del migliore dei padri, sempre benigno e compassionevole verso i figli traviati?
Pietro ebbe subito il perdono della sua colpa, perché il venerdì era caduto, ma subito si pentì e corse a prostrarsi ai piedi della Santissima Vergine, dicendole, certo con grandi lacrime: Perdona, Signora, a questo servo infedele, che per umano timore ha disconosciuto il suo Dio, tuo Figlio! E Maria lo consolò; ed egli non ebbe più un minimo dubbio di averlo ricevuto ancora da Gesù, perché Gesù mai non si oppone a ciò che vuole sua Madre.
Anima mia peccatrice, se per le tante tue ricadute non hai coraggio di far ricorso a Gesù, benché sì dolce e compassionevole, ricorri alla Madre, che è la fonte delle divine misericordie: va’ ai piedi suoi con fiducia, ed Ella ti otterrà dal Figlio i mezzi per uscire dal peccato e la grazia di una sincera conversione. Gesù Cristo, avendo preso da Maria quell’Umanità santissima che ha sacrificato per la nostra Redenzione, a Lei ha consegnato tutti i tesori dei meriti acquistati nel corso della sua mortale vita.
O Maria, Tu fosti la prima a ricevere da Gesù la consolazione di vederlo risorto, perché Madre Santissima di Lui, più di ogni altro avevi partecipato alla sua Passione. Tu per prima lo vedesti in tutto lo splendore della sua gloria, tra gli angeli e le anime dei santi, come fosti l’ultima a lasciare la sua croce, quando, morto e sfigurato, lo stringesti tra le braccia. Te Egli ringraziò di quanto avevi sofferto nel corso di trentatré anni: dei disagi in Betlemme, del rifiuto degli uomini, dell’abiezione, della povertà, della fuga tra gli stranieri e dell’amara partecipazione a tutti i dolori, quale corredentrice del genere umano. Tu fammi parte di questo gaudio nello spirito, e adempi il desiderio del mio cuore: convertilo tutto a Dio, trailo tutto a te, ed imprimi su di esso tutti i dolori e la passione del tuo Signore crocifisso. Amen.

VIRTÙ – Conversione del cuore a Dio

Secondo Mistero glorioso.

L’Ascensione di Gesù al Cielo.

1. Considera, anima mia, come Gesù risorto vuole rimanere glorioso sulla terra quaranta giorni, e mostrarsi visibile ai suoi Discepoli per confermarli nella fede della sua vera e reale Resurrezione. Ma non volle essere sempre manifesto, per avvezzarli a crederlo anche senza vederlo, come lo crediamo noi presente quale Dio in ogni luogo, e quale Dio- Uomo nel Sacramento eucaristico.
Volle Gesù glorioso rimanere sulla terra per quaranta giorni quasi a compensare le tante lacrime e i sospiri dei giusti nei quaranta secoli che l’avevano aspettato.
Giunse finalmente il tempo prefisso: dopo aver dato agli Apostoli ogni potere, e comandato di istruire tutte le genti e battezzarle, ordinò loro di trovarsi adunati sul monte Oliveto. “Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre, “quella che voi avete udito da me: … sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni”. Così venutisi a trovare insieme, gli domandarono: “Signore, è questo il tempo in cui ricostruirai il regno di Israele?”. Ma egli: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”” (At 1,4-8).
Adora, anima mia, il tuo Salvatore, che è già per ascendere al Cielo: rallegrati con lui del suo glorioso trionfo e degli onori, che andrà a ricevere dal suo Padre celeste e da tutti gli Spiriti beati. Domandagli fin d’ora, e con ardore, lo spirito della fede. Con questo spirito recati a Gerusalemme: osserva come il Salvatore esce da questa sì ingrata città, e si avvia al monte Oliveto, accompagnato dalla sua divina Madre, dagli Apostoli, dai primi suoi Discepoli e da molte sante Donne, in numero di oltre cinquecento. Tanta moltitudine di testimoni prescelti volle il Signore per confermare gli uomini nella fede della sua Ascensione al Cielo, ove sarebbe nostro Avvocato presso il Padre, e nostro gran Pontefice, compassionevole alle nostre miserie, per la prova che ne aveva fatta nella sua vita. Unisciti a Maria, e pregandola che ti partecipi alla sua fede, seguila fino al monte Oliveto.
Ascolta qui con un profondo rispetto e venerazione gli ultimi accenti di Gesù, coi quali riprende gli Apostoli della loro poca fede nella sua Risurrezione, nella promessa dello Spirito Santo. Volgi uno sguardo tenero e rispettoso su Gesù che è per ascendere al cielo: i suoi occhi divini che tante lacrime avevano versato, e sulla croce erano stati languidi e moribondi, sono ora più scintillanti del sole. Il venerando suo capo non è più intriso di sangue, né coronato di spine, ma coronato di gloria immortale. Tutte le piaghe, che deformavano il suo corpo, ora gli danno uno splendore divino; e, non più motivo di obbrobri e d’infamia, contribuiscono anzi alla gloria, e allo splendore del suo trionfo. Con Maria e con gli Apostoli, infiammati da un ardore tutto celeste, sostenuti da una speranza vivificante, mira Gesù, che fattosi visibile a tutti, alza le mani e li benedice, e dolcemente comincia ad elevarsi nell’aria.

 

2. “Gesù alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo” (Lc 24,50).
Che spettacolo! quale meraviglia! I discepoli non avevano mai veduto cosa più stupenda. Lo avevano veduto prima della sua morte camminare sulle acque; Egli si era trovato in mezzo a loro nel Cenacolo a porte chiuse. Ma qui Gesù è con loro: essi gli parlano, Egli parla loro, e si leva in aria. Essi lo mirano, ma più non lo posseggono: una bianca nuvola lo ha circondato e tolto loro di vista. Non ignorano dov’Egli vada, poiché l’ha detto tante volte. Sale al cielo, donde era disceso; ritorna al suo Padre che l’aveva mandato. Va dov’essi non possono ora andare, e dove andranno un giorno; va ad occupare il posto che gli è dovuto, e preparare le sedi che Egli ha meritate per loro e per tutti noi. Va a sedere alla destra di suo Padre, e riposarsi nel seno di lui, sino a tanto che Egli ci chiami a stare con Lui. Perché il mio cuore non rimane commosso a un tale spettacolo? Apriti, o freddo mio cuore, alla più ferma speranza, distaccati per sempre dalla terra per renderti sempre fisso nel cielo.
Gli Angeli, gli Arcangeli, tutte le Potestà celesti vengono innanzi al loro Re. Tutti i giusti morti dal principio del mondo e tutti quelli che sono risuscitati con Gesù Cristo, si uniscono per accompagnare il glorioso trionfo di lui. Adamo, Eva, Abele, Matusalemme, Giobbe, Tobia, Abramo, Isacco, Giacobbe, i santi Profeti con Isaia, Geremia, i santi Re con David; S. Giuseppe, S. Anna, S. Gioacchino, S. Giovanni Battista, Zaccaria ed Elisabetta, i santi Re Magi, il santo vecchio Simeone e Anna, il buon Ladro. La carne era stata scacciata dal paradiso terrestre, ma nella persona del Verbo fatto carne essa si solleva al Cielo. “Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il Re della gloria. Chi è questo re della gloria? Il Signore forte e potente” (Sal 24,78). È l’Agnello di Dio ucciso; è il Leone vittorioso, il Leone della Tribù di Giuda, il Signore della virtù, è il Re della gloria. Questo è il titolo col quale Gesù Cristo va a sedere alla destra del Padre, e vi fa sedere tutti quelli che Egli ha liberati; ivi aspetta tutti quelli, che crederanno in lui, e profitteranno della sua redenzione. Quanti già vi sono assisi! E con quale occhio guardano essi la terra e tutto ciò che forma l’occupazione degli uomini!
Al cielo, dunque, anima mia. Al cielo tieni sempre rivolto il cuore e la mente, come al termine del tuo mortale viaggio, come al luogo del tuo riposo.
La fede t’insegna: “Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura” (Ebr 13,14). Sollevati quindi per mezzo della fede, considerando che la terra non è la tua patria; ma come cittadina del cielo, qui non sei che di passaggio e sempre in attesa del tuo ritorno lassù. Affaticati, dunque, in questo giorno a ravvivare in te la fede delle verità che si oppongono ai falsi beni della terra e alle illusioni di questo mondo che corrompono il cuore. La fede è l’occhio e la ragione del cristiano, è il fondamento di tutto l’edificio della nostra eterna salvezza. “il fondamento delle cose che si sperano” (Ebr 11,1). Alla fede è promesso per premio il paradiso. “Chi crederà sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato” (Mc 11,16). Per la fede Gesù Cristo dimora in noi, e noi in lui; per essa Gesù opera in noi, e per essa ci sono comunicati i suoi Misteri e la sua Vita.

 

3. Anima mia, se tu miri alla ricompensa promessa, reputerai leggera ogni fatica, sopportabile ogni infermità, soffrirai la povertà e la privazione dei comodi della vita, sosterrai in pace le ingiurie e i torti, chiuderai gli occhi al falso splendore del mondo perché non ti abbagli; avendo sempre presente che tutto il fasto e la gloria mondana va a finire nella cenere del sepolcro. L’anima separata dal corpo non porterà con sé altro che le sole opere: a sua gloria, se buone; a sua confusione, se malvage. Per non perdere il pensiero dell’eternità, S. Macario, S. Antonio, e lo Stilita abbandonarono le città e popolarono i deserti; S. Benedetto, S. Bernardo, S. Domenico e S. Francesco si rinchiusero nei chiostri, e, santificando se stessi, santificarono il prossimo!…
Considera ora, quale deve essere l’affetto di un’anima toccata dal desiderio dell’eterna vita, che diriga cioè ogni pensiero e ogni azione a Gesù Cristo, come facevano gli Apostoli. “Poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”” (At 1,10-11).
Gli Apostoli, dunque, in quel momento erano immobili, insensibili a tutto ciò che accadeva sulla terra, incapaci di distrazione, infiammati da un ardore celeste, sostenuti da una lieta speranza. Benché non vedessero più Gesù, non lasciavano però di guardare verso il cielo. “Allora, dopo averlo adorato, ritornarono con grande gioia a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato” (Lc 24,52; At 1,12).
Il giubilo spirituale dunque è il fatto dell’obbedienza, che fa seguire la preghiera all’azione e l’azione alla preghiera. Gli Apostoli obbedirono all’avviso dell’Angelo… E tu obbedisci ai tuoi superiori che fanno le veci degli Angeli presso di te. Obbedisci ai tuoi doveri che sono la volontà di Dio sopra di te; e non temere di lasciare il Monte Santo, cioè la contemplazione, per ritornare alla Città, cioè alle occupazioni ordinarie che Dio esige da te. Ricordati che il tuo Gesù entrò nel cielo dalla sommità di quel monte Oliveto, alle cui falde aveva dato principio alla sua Passione. Ai piedi di questo monte divino il Maestro fu veduto prostrato, agonizzante, quindi preso, legato e condotto come un malfattore… Dalle umiliazioni dunque e dai pentimenti, che ti abbassano al cospetto degli uomini, ascenderai al monte della gloria che è in cielo.
O mio Gesù, pieno di riconoscenza e di amore, mi rallegro con te della tua gloria e del tuo trionfo. Ma ricordati, o mio divin Salvatore, che Tu per ricomprarmi spargesti tutto il tuo Sangue adorabile, e nel cielo sei asceso per prepararmi un posto, come Tu stesso dicesti. Rendimi degno di occuparlo un giorno: sostienimi con la tua grazia; affinché io possa pervenire a questo celeste e desiderato regno. Armami della tua fortezza, affinché io superi tutti i nemici che lo vorranno impedire.
Maria, Madre della bella speranza, Tu mi rendi agevole col tuo amore e con la tua grazia la via che deve condurmi al cielo. Amen.

VIRTÙ – Desiderio di cielo

Terzo Mistero glorioso.

La Discesa dello Spirito Santo.

 

1. Gesù, prima della sua Ascensione, aveva detto agli Apostoli: “Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni” (At 1,5). “Entrati in città, salirono al piano superiore dove abitavano. C’erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo di Alfeo e Simone lo Zelota e Giuda di Giacomo. Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la Madre di Gesù, e con i fratelli di lui” (At 1,13-14).
“E stavano sempre nel tempio lodando Dio” (Lc 24,53).
Penetra, anima mia, nel Cenacolo. Maria, Madre di Gesù, prega con gli Apostoli e coi Discepoli, ed essi si uniscono con confidenza alle preghiere di questa Santa Vergine per sollecitare la discesa dello Spirito Santo. Che cosa non dobbiamo sperare anche noi nelle nostre suppliche, quando vogliamo invocare una sì potente Avvocata? Ella è la Madre di Gesù; questo solo titolo è un impegno della sua bontà e del suo potere.
Contempliamoli tutti insieme, mentre il loro spirito e il loro cuore pregano intimamente e si esprimono con tanta maggior forza, quanto i loro desideri e il loro amore formano tutto il loro linguaggio. Che fede, che rispetto, che raccoglimento!
Ecco quali sono le disposizioni efficaci e necessarie per ricevere i doni dello Spirito Santo: il contatto con la Santa Vergine, Sposa diletta di Lui, e la fervida e perseverante preghiera, soprattutto in comune, perché manifesta l’unione di fede e di carità con la Chiesa Cattolica, in cui tutti i fedeli sono membri di un sol corpo, e il Sommo Pontefice n’è il Capo visibile. O Maria, che fosti sempre Maestra della Chiesa, e piena di tutti i doni dello Spirito Santo, insegnami Tu a ben pregare: prega Tu stessa per me, e traimi dal più profondo dei cuore quei gemiti e quei sospiri che valgono ad attirare in me lo Spirito Santo. Ispira all’anima mia, e poni sulle mie labbra le preghiere più conformi al tuo Cuore, che più giungano gradite a Te, e pienamente siano esaudite da questo Dio di bontà.
Spirito di Bontà e di Amore, penetra anche il mio cuore, e feriscilo col dardo del tuo divin fuoco, affinché non cessi mai dal pregare, secondo il consiglio del Salvatore, con fede viva, con attenzione esatta, con umiltà profonda, con fiducia inalterabile, con generosa perseveranza, e sopra tutto, con amore sì fervente, che niente possa mai rallentarlo. Gesù ce lo ha promesso: “Chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto” (Lc 11,10).

 

2. Considera, anima mia, che come i Patriarchi e i Profeti contribuirono coi loro sospiri ad attirar sulla terra il Divin Verbo, così lo Spirito Santo vuol essere invocato coi desideri. Apriamogli dunque non solamente la nostra bocca, ma tutto il nostro cuore, e l’anima nostra, per poter dire col salmista: “Apro anelante la bocca perché desidero i tuoi comandamenti” (Sal 119,131).
Ma questo Dio di bontà previene sempre le sue creature: “Io ti ho amato, con amore eterno, e perciò, tocco delle miserie tue, ti ho tratto a me” (Cfr. Ger 31,3). E Gesù diceva ai suoi apostoli: “Io quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32).
Ripeti dunque sovente, anima mia, con la Sposa dei Sacri Cantici: “Attirami o Signore, dietro a te, così correremo all’odore dei profumi tuoi” (Cfr. Ct 1,34).
Contempla, anima mia, quel che avvenne il dì della Pentecoste. “Si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano” (At 2,1-2). Comprendi che, come il vento dissipa le nubi, purifica l’aria, così entrando in un’anima, lo Spirito Santo purga anzitutto la mente dai pensieri cattivi, il cuore dagli affetti terreni, dirada le tenebre dell’intelletto, e poi fa rivivere l’anima d’una vita tutta divina. Col suo soffio Egli diede la vita all’umanità e alla Chiesa di Dio: e con esso la conserverà per tutti i secoli. “Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo” (At 2,3-4).
Vedi quelle lingue di fuoco elevate, splendenti, bipartite, che riposano su di questi Santi… Ecco le espressioni della divina Bontà. Discende questo Spirito, sotto il simbolo delle lingue. La superbia degli uomini fu causa della confusione delle lingue nella Torre di Babele, che li separò l’un dall’altro; la venuta dello Spirito Santo portò agli Apostoli il dono delle lingue, per il quale i popoli d’ogni nazione furono uniti nell’unità della Fede nella Chiesa Cattolica. E lingua di fuoco è lo Spirito Santo, perché viva fonte di carità. Come il fuoco purifica i metalli distruggendo ciò che hanno d’impuro; così lo Spirito Santo è fuoco ardente, che purifica l’anima da tutte le sozzure. Consuma tutto ciò che gli fa ostacolo, come affetti ai beni caduchi, rispetti umani, vanità e comodi della vita; e poi gli affetti del cuore e i pensieri della mente eleva al cielo, e fa sciogliere la lingua alle divine lodi.
È un fuoco luminoso, che illumina lo spirito facendogli chiara la malizia delle colpe commesse e l’ingratitudine usata contro Dio Benefattore. È un fuoco dolce, che s’insinua nel cuore, lo penetra e lo infiamma. Infine è fuoco che si leva al cielo con le fiamme, fuoco di amore: questo è essenziale di sua natura, perché procede dal Padre e dal Figlio per via d’amore; quindi ama di comunicare ciò che ha, ossia ch’Egli è, ed infonde nell’anima la carità e lo zelo.
Oh, altezza e grandezza della bontà di Dio! Propaga la sua verità, la sua Chiesa per mezzo dei dodici pescatori della Giudea, che erano stimati rozzi e stolti dal mondo dinanzi alla sapienza dei Greci e dei Romani! Quegli uomini grossolani ignoranti e così timidi, che abbandonarono vilmente il loro Maestro nel tempo della sua Passione, accesi di questo fuoco divino che loro comunica lo Spirito Santo, confessarono in ogni sorta di lingue le glorie del suo nome. “E cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito Santo dava loro il potere di esprimersi” (At 2,4).
Predicano a Gerusalemme Gesù Crocifisso e il Vangelo a tutte le nazioni della terra. “Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua” (At 2,5-6).
Annunziano nel mondo la grandezza del Nazareno, combattono da eroi, e sospinti dallo zelo ardente, incontrano i supplizi, si espongono alla morte; e, soffrendola, trionfano di tutta la sapienza, di tutta la potenza degli uomini, sì da far tremare gli stessi tiranni.
Noi sappiamo bene imitare gli Apostoli nelle infedeltà, nelle pusillanimità, nelle fughe, ma non vogliamo imitarli nel raccoglimento e nelle preghiere incessanti. Prega dunque, anima mia, con tutto il fervore lo Spirito divino, che venga pure su di te in questo giorno, domandagli lo spirito del fervore e il frutto dello zelo.

 

3. Il fervore, dicono i Santi Padri, è un movimento soprannaturale dell’anima, che tende incessantemente a unirsi a Dio per via di amore e che supera ogni ostacolo che renda meno perfetta questa unione. È un fuoco divino, una fiamma tutta celeste, uscita dallo Spirito Santo, che genera lo zelo, cioè rende l’anima pronta e coraggiosa ad intraprendere e compiere tutto ciò che Dio le ordina, nonostante tutte le difficoltà. Col moltiplicare atti di amore il cuore si unisce talmente a Dio, che, simile all’Apostolo, sfida le creature tutte, se abbiano mai la forza di separarnela. “Chi mi separerà dalla carità di Cristo?” (Cfr. Rom 8,35). Non la spada, non la fame, non la tirannia degli uomini o delle passioni.
Sempre vigile su se stessa, corregge in sé ogni compiacenza mondana: una parola indiscreta le è tacito rimprovero: non si perdona neppure uno sguardo curioso sulle creature, se non è diretto al Dio che ama.
Ella geme con S. Paolo d’essere ancora sulla terra, il suo esilio le è di peso; ma i fervidi suoi desideri la innalzano incessantemente verso il cielo. Sia che cammini, dice S. Bernardo, o che tenga il silenzio, operi o riposi, mai non si allontana dalla presenza del suo Diletto. Dell’amore di lui vorrebbe che tutti ardessero. Ma sempre benigna, sempre misericordiosa, per altri prega, per altri soffre.
Questo spirito di santità e di purità non ci santificherà, se non gli facciamo altrettanti sacrifici, quanti sono gli affetti peccaminosi segreti nel nostro cuore. Questo cuore non può restare vuoto: come si spoglia di se medesimo e delle creature, Dio lo riempie del suo spirito. Ma, ohimè, io sono così sensibile alla minima parola che mi dispiaccia, che mi sconvolgo e mi turbo; così pusillanime, che non oso frenare le altrui bestemmie, o riprendere le beffe che si fanno di Dio, della Vergine, del Papa.
O divino Spirito, accendi il mio cuore del tuo irresistibile amore. Ma quante volte, la tua voce si è fatta sentire all’anima mia, senza che io l’abbia ascoltata! Se ti fossi stato fedele, quanti vizi avrei estirpati, quante virtù acquistate, e quali rapidi progressi avrei fatto nella perfezione del mio stato! Sarei tutto di te ripieno, o mio Dio, ed io invece mi trovo sì ripieno di me stesso e di tutte le cose di questa misera terra! Sarei tutto fervido del tuo divino amore, e sono ora sì languido, che neanche oso dire che ti amo! Perdona, o divino Spirito, tutte le mie infedeltà passate, che amaramente deploro. Spezza le mie catene, traimi a te, giacché sono risoluto di esserti fedele. Inclina i cieli e discendi fino al mio nulla: lasciati possedere da sì meschina creatura. Io ti accoglierò con gioia, e ti custodirò fedelmente. Fuoco celeste, purifica il mio cuore.
O santi Apostoli, pregate per me, comunicatemi i vostri ardori, la vostra fede viva, il vostro zelo ardente, fatemi parte dei doni che voi aveste da questo Sommo Spirito di bontà e di amore, affinché anch’io con voi creda fermamente e operi fortemente per Gesù, e con voi venga per sempre a goderlo in cielo. Amen.

VIRTÙ – Zelo

Quarto Mistero glorioso.

L’Assunzione di Maria Vergine al Cielo.

 

1. Considera, anima mia, come anche per Maria è giunta l’ora della sua partenza da questa valle di tenebre. Finalmente dopo tanti travagli poté anche Lei ripetere le parole del suo Diletto: Tutto è compiuto: le profezie, la diffusione della Chiesa di Gesù Cristo, l’eroismo di tutte le virtù. Dopo l’Ascensione del suo divin Figlio, Ella dimorò in Gerusalemme con San Giovanni Evangelista, col quale si ritirò poi in Efeso. Se ne ritornò in Gerusalemme, ove stette sino alla morte.
La sua vita fu qui, come sempre in ogni luogo, una vita d’amor di Dio, un’orazione non interrotta, o meglio un’estasi continua, e un esercizio perfetto di ogni virtù, specialmente di una ardentissima carità verso il prossimo. Visitava sovente i luoghi santificati dai Misteri e dalla presenza del suo divin Figlio, ed era la Maestra, la Madre della sua Chiesa.
Venne, dunque, il momento, da Lei tanto desiderato, di riunirsi per sempre col Sommo Bene. Esultò il suo spirito nell’amore e nel desiderio del suo Signore, offrendosi con pienezza di cuore per ritornare felicemente al suo principio.
E tu, anima mia, legata alla miseria di questa terra, perché non aspiri alla tua beata patria? Come temi tanto di uscire da questa vita? Che ti dà questo mondo? Che cosa t’incanta in questa valle di pianto? Prega Maria, che ti ottenga il distacco dalla terra e il desiderio dei beni eterni, e ti disponga con l’ardore dei suoi santi esempi al tuo passaggio!
Come Giovanni seppe dalla Beata Vergine che Ella stava per lasciare questa vita, leggiamo che vi accorsero in gran numero i parenti, i Discepoli e i conoscenti, i quali convennero sul monte Sion, dove stava allora la Madre di Dio, per contemplarla ancora una volta, significarle i loro affetti, ascoltare i suoi ultimi ricordi, raccomandarsi alle sue preghiere. Anzi, per divina disposizione, come riferisce San Dionigi Areopagita, si trovarono anche ivi in breve i santi Apostoli, che erano in quel tempo dispersi nel mondo a predicar la fede di Gesù Cristo. Tutti piangevano la perdita di sì benigna Madre, e sì potente Avvocata e Maestra, come scrive il Damasceno, e tutti la Beata Vergine consolava con amore dolcissimo, promettendo a tutti il suo aiuto e la sua intercessione.
Accostati anche tu a questa benignissima Signora, esponile i tuoi bisogni, pregala di soccorrerti, e per i meriti di quei santi Discepoli domandale che ti ottenga tutte le grazie che desideri. Confida, non dubitare, ché, la cara Madre ti esaudisce. Ma ti raccomando l’amore del prossimo, la salute delle anime, per quanto puoi, aiutandole col buon esempio, con gli avvertimenti opportuni, con la pazienza, con la carità, e pregando Dio per tutto il mondo. Se darai questo ossequio a Maria, abbi per certo, che Lei ti sarà sempre propizia.
O mia tenera Madre, avessi avuto anch’io la sorte di trovarmi al tuo felice passaggio! Avessi potuto baciare i tuoi sacri piedi, e raccomandarmi alla tua protezione! Ma giacché non ebbi questa ventura di supplicarti allora, prostrato al trono della tua Maestà, mi raccomando oggi a te gloriosa ed immortale.
Degnati, per pietà, di trovarti alla mia amara morte, ed assistermi in quell’ora tremenda, da cui dipende la mia eternità, per amore di quest’ora adorata del tuo transito e del tuo trionfo.

 

2. Considera, come giunta l’ora del transito di Maria, discese dal cielo il suo Divin Figlio corteggiato dalle schiere di Serafini. Pensa come avrà sussurrato le parole della Cantica “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni perché, ecco l’inverno è passato…” (Ct 2,10). Lascia questa valle di pianto, dove tanto hai sofferto per amor mio. La voce della tortorella, cioè del tuo cuore anelante, si è udita nella nostra terra (Cfr. Ct 2,12). Tutta esultò di giubilo Maria a quell’amabile comparsa, e il suo spirito si rallegrò in Gesù Figlio divino. E ricevuta la Santissima Eucaristia dalle mani di Gesù medesimo, come riferisce San Giovanni Damasceno, tutta piena di gaudio disse: “Ecco l’ancella del Signore; si compia di nuovo in me la tua divina parola. Nelle tue mani, o Figlio, consegno il mio spirito” (Cfr. Lc 1,38; Lc 23,46). Accogli con Te quest’anima, che creasti a tua immagine e preservasti dal peccato. Guarda, anima mia, Maria già parte per il cielo; rivolta agli astanti, dà loro la sua cara materna benedizione; accostati anche tu ai suoi piedi, domandale la benedizione.
O Madre mia, mi rallegro con Te di tanta tua sorte e felicità, di tanta tua gloria e grandezza. Ben meritavi, O Maria, di essere così altamente amata e glorificata da Dio, giacché non pensasti ad altro in vita che ad amare e glorificare Dio.
Ma io non mi parto da questo luogo, se Tu non mi benedici. È questo l’ultimo ricordo della Madre, che è per lasciare i figli orfani e sconsolati. Raccomandami a Gesù Cristo, ed abbi pietà delle mie miserie. Una tua occhiata amorosa, una raccomandazione benigna, una parola, una voce basta per ottenermi ogni bene. Abbi pietà della mia vita mortale; e nell’ora della mia morte non ti scordar di me, corri in mio aiuto e soccorrimi nelle mie amare agonie. Anima mia, se vuoi in morte sperimentare Maria Madre di amore, sii in vita figlia fedele dell’amore di Maria. E se desideri che la tua morte sia accompagnata dall’assistenza di Gesù, non separare da Gesù il cuore tuo. O me felice, se amerò in vita Gesù e Maria! O me beato, se morrò tra le braccia di Gesù e di Maria!
Ti prometto, o mio Dio, di non amare altro che Te, di non pensare ad altri che a Te. Ti raccomando, o Maria, il tremendo passaggio dell’anima mia.
Un’armonia suonò per l’aria con un canto angelico che diceva: “È assunta Maria in cielo tra gli Angeli, che benedicono il Signore per aver glorificato la loro Regina. Apritevi, o porte eterne: entra il Re della gloria e conduce con sé la sua Diletta e nostra Regina”. Gli altri dicevano “Chi è costei che viene dal Libano appoggiata al suo Diletto, come un’Aurora che sorge, bella come la Luna, eletta come il Sole? Ella è come un aroma che manda odore di ogni virtù: Ella è come un olivo maestoso, splendente di grazia e di bellezza”.
Intendi dunque, anima mia, che la SS. Vergine, perché esente dal peccato originale ed anche da qualunque ombra di colpa attuale non perdé la sua bellezza, ed il Signore volle salisse al cielo, non per virtù propria, come Gesù, ma per virtù di Dio.
La glorificazione anticipata del corpo fu il suggello ai privilegi della Madre di Dio e della sua Immacolata Concezione. Ella era stata concepita nel sangue di Adamo, ma, per grazia specialissima, senza ombra del peccato di lui, tutta pura, tutta bella e immacolata; divenne madre, rimanendo illibatissima Vergine, privilegio unico non concesso ad altra creatura. Ben fu dunque ancora giusto che venisse anticipata la glorificazione di quel corpo immacolato, tempio vivo dello Spirito Santo, con tutte le doti dei corpi gloriosi, l’agilità, la sottigliezza, l’impassibilità e la chiarezza.

 

3. La luce non poteva essere divisa dal sole. Luce era l’anima di Maria, ricca di grazia dal primo istante di sua creazione; e sole era il corpo immacolato, donde lo Spirito Santo aveva formato l’umanità assunta dal Verbo. La Chiesa chiama la Vergine “eletta come il Sole”, perché privilegiata sopra tutte le creature. E come il sole al tramonto lascia nell’aria una gran luce d’oro, così Maria nel tramonto del suo mortale viaggio ci ha lasciato la luce dei suoi esempi in tutte le virtù teologali e cardinali e singolarmente nella quadruplice sua purità: 1o Purità nel corpo, onde divenne Madre di Dio; 2o Purità nel cuore onde era la delizia dello Spirito Santo in tutti gli affetti castissimi dell’animo suo; 3o Purità nella fede, che conservò intatta e viva, nel suo Dio, e fu maestra degli Apostoli, conforto dei novelli cristiani, e sede di sapienza; 4o Purità nell’intenzione, onde tutto dirigeva a Dio, e tutto dalle sue mani riceveva, quale ancella fedele: i gaudi e i dolori, le umiliazioni e i trionfi; per la qual cosa Ella è paragonata al cedro del Libano e al cipresso del monte Sion, che leva diritto al cielo il suo fusto, e alla palma in Cades.
La purità non riguarda solo il corpo, che dicesi castità, ma è il complesso di tutte le virtù, che esclude qualsiasi vizio: onde è più dell’anima, come dice il Salmista: “Signore chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sul tuo santo monte? Colui che cammina senza colpa, agisce con giustizia e parla lealmente” (Sal 15,1-2).
Anzi la benedizione di Dio è promessa a chi serba pura la coscienza: “Chi salirà il monte del Signore, chi starà nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non pronunzia menzogna, chi non giura a danno del suo prossimo. Otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza” (Sal 24,3-5).
Tutta la gloria di Maria, dunque, procedé dall’essere Immacolata e dall’essere fin dal primo istante superiore agli stessi Angeli. E fin da quel momento Dio guardava all’epoca nostra, quando dopo diciannove secoli si sarebbero definiti i dogmi dell’Immacolata Concezione, e della sua Assunzione al Cielo. O santa immacolata Verginità di Maria, esclamerò io, dunque, con la Chiesa, io non so con quali parole lodarti!
O Signora mia dolcissima, Tu hai già lasciato la terra, e sei giunta al tuo regno dove siedi Regina sopra tutti i cori degli Angeli. Mi congratulo con te di sì alto privilegio della tua Assunzione al Cielo. Ma ricordati che fu per noi peccatori che Tu fosti elevata a tanta dignità e gloria; perciò non hai perduto, anzi in Te è cresciuta la compassione verso di noi poveri figli di Adamo. Dal gran trono, dunque, dove regni, rivolgi, o Maria, anche sopra di me gli occhi tuoi pietosi, ed abbi pietà di me. Guardami e soccorrimi. Mira quali tempeste e
quali pericoli dovrò incontrare fintanto che non giungerà la fine della mia vita. Per i meriti dunque della tua beata morte, impetrami l’amore alla perfezione con la purità della fede, la purità della coscienza, la purità del cuore e la purità delle intenzioni, per uscire da questa vita in grazia di Dio: e nel giorno del Signore possa anche il mio corpo risorgere glorioso, e così venire a baciarti i piedi in paradiso, unendomi con quei beati Spiriti a lodarti e a cantare le tue glorie, come Tu meriti. Amen.

VIRTÙ – Purità

Quinto Mistero glorioso.

L’Incoronazione di Maria Vergine.

 

1. Non è dato né a lingua umana né ad angelica, dice S. Epifanio, esporre l’onore e il trionfo con cui venne Maria accolta in cielo nella sua Assunzione. Questo solo può dirsi: che non vi fu e non ve ne sarà mai maggiore dopo la gloria e il trionfo del Figlio suo. Non vi è mente creata, dice pure S. Bernardo, che sappia intendere con quanta gloria sia entrata in cielo la Vergine santa, con quanta devozione sia stata ossequiata da tutti i cori degli Angeli, con quanta piacevolezza e compiacenza sia stata accolta e abbracciata dal suo divin Figlio. Considera dunque, anima mia, come anelavano gli Angeli, avvenuta la Redenzione, di avere in cielo in anima e corpo il Dio-Uomo e la sua Madre. E il desiderio dei celesti cittadini finalmente è compiuto.
Ma se il Signore volle che l’Arca del Testamento fosse con grande gloria introdotta nella città di David, con più nobile e glorioso trionfo ordinò che la sua Madre entrasse in cielo. Lo stesso Re del cielo, dice S. Bernardino, venne ad incontrarla con tutta la sua corte celeste. E con questo superò la gloria della stessa sua Ascensione.
Considera come sfolgorante di gioia e di splendore la invitasse dicendole: “Vieni con me dal Libano, o sposa, con me dal Libano, vieni!” (Ct 4,8). E Maria più vaga di tutte le creature unite insieme, già si leva da terra, già passa le sfere, e giunge al trono della SS. Trinità. E gli Angeli, nel vederla bella e gloriosa, domandano: – Chi è mai questa creatura che viene dal deserto della terra, luogo di spine e di triboli, sì pura e sì ricca di virtù, appoggiata al suo diletto Signore? – Chi è? – Rispondono gli Angeli che l’accompagnano: – Questa è la Madre del nostro Re, è la nostra Regina, e la benedetta fra le donne, la piena di grazia, la santa dei santi, la diletta di Dio, l’Immacolata, la colomba, la più bella di tutte le creature. Ascolta quindi il cantico di tutti i beati Spiriti che la lodano: “Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu magnifico vanto d’Israele, tu splendido onore della nostra gente” (Gd 15,9).
Contempla S. Bernardo che come in terra non vi fu luogo e tempio più degno di Dio, del seno verginale di Maria, così in cielo non vi è trono più eccelso del trono regale su cui venne Ella collocata dal Figlio suo. La collocò alla sua destra, e sopra tutti i cori degli Angeli, a fare come un coro a parte con la sua umanità associandola a sé qual sua Madre, quale sposa, quale Corredentrice alla Redenzione del mondo, e quale Regina dell’universo. O Vergine gloriosa e benedetta, mi rallegro e mi compiaccio con te per la gloria grande che godi in paradiso, assisa alla destra del tuo Figlio e costituita Regina del Cielo e della terra. O cara Vergine, tutto l’universo, credendo nel tuo divin Figliuolo e alla vera Chiesa, ti riconosca qual propria Madre e Regina; si rallegri ed esulti per avere in Te presso Dio una Madre sì amorosa, e una Regina sì grande, sì amabile e sì potente.

 

2. Considera ora, anima mia, come la SS. Trinità incorona Maria con preziosissime corone. L’Eterno Padre Le pone sul capo la corona di potestà, concedendole, dopo Gesù Cristo, il dominio sopra tutte le creature del cielo e della terra e dell’inferno, sì che gli Spiriti delle tenebre tremano al suo nome. A lei, quindi possono applicarsi le parole del Salmista:
“Voi la coronaste, o Signore, e di onore e di gloria; la innalzaste sopra le opere delle vostre mani” (Cfr. Sal 8,6-7). Il Figlio le cinge le tempia con corona di sapienza, quale Regina del cielo, degli Angeli e degli uomini, riscattati dal suo sangue, il cui frutto mette tutto nelle mani di Lei: e come a Regina di clemenza, le consegna le chiavi della divina Misericordia. Lo Spirito Santo l’adorna con corona di carità, infondendole, come Madre del bell’Amore, non solo l’amore di Dio, ma l’amore infocatissimo del prossimo con un ardente zelo del bene e della loro salvezza. Eccola, dunque, divenuta l’ammirazione delle angeliche Gerarchie. Inoltre la Vergine fu incoronata con le aureole di verginità, di martirio e di dottorato, perché ella fu Vergine delle vergini, fu martire nella passione del suo divin Figliuolo, e fu maestra di nostra religione insegnando i misteri della fede agli stessi maestri.
Finalmente questa Signora fu incoronata con la corona di dodici stelle, come è detto nell’Apocalisse: “Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi, e sul suo capo una corona di dodici stelle” (Ap 12,1). Poiché, come in Lei si adunarono le grandezze di tutti gli ordini dei Santi che sono in cielo, così fu coronata dei loro meriti raffigurati nelle dodici stelle. Risplendette in Lei sommamente la fede e la speranza dei Patriarchi, la luce e la contemplazione dei Profeti, la carità e lo zelo degli Apostoli, la fortezza dei Martiri, la pazienza e la penitenza dei confessori, la sapienza e la prudenza dei dottori, la santità e la purità dei sacerdoti, la solitudine e l’orazione degli eremiti, la povertà e l’obbedienza dei monaci, la carità e la purità delle vergini, l’umiltà e la pazienza delle vedove, con la fedeltà e concordia dei Santi coniugati. E venne da essi riconosciuta qual loro Regina.
Anima mia, chi può mai immaginare gli angelici concenti e le melodie e i cantici dei beati Comprensori in lode di Dio e della Regina di misericordia? Si asside la gran Vergine alla destra del Figlio, e par che dica a tutte le generazioni: – Il Signore ha guardato l’umiltà della sua ancella, e si è compiaciuto far risplendere in me le ricchezze della sua grazia. Venite, dunque, a me voi tutti, che nella valle delle lacrime e del dolore siete oppressi ed angustiati, io vi solleverò, perché Dio m’ha fatto causa della vostra letizia.
Sì, Madre adorata, ecco io vengo al tuo invito: io sono oppresso dal peso delle mie colpe, io giaccio avvinto dalle catene del peccato. Ma è grande la mia speranza, o Regina, che Tu mi libererai! O Madre mia assunta in cielo, regnante in anima e corpo nella beata gloria, io come tale ti credo, ti riverisco e ti amo. O Maria, manda la tua luce a illuminare le tenebre del mio spirito che giace come sepolto nel buio di un’amara notte. Fa’ penetrare i raggi infuocati del tuo santo amore, ad accendere di virtù, di zelo e di fervore questo mio tiepido cuore. Non permettere, o Madre divina, che quest’anima mia, muoia nelle tenebre. Ben meriterei per i miei peccati ogni disgrazia e castigo: la tua bontà, interponendo i propri meriti presso Gesù, allontani da me i meritati flagelli, e mi procuri i demeritati favori.

 

3. Guarda, anima mia, come vengono a salutarla qual Regina tutti i santi del paradiso, da Adamo ed Eva ai Patriarchi Noè, Abramo, Giacobbe, ai Profeti e alle sante Vergini. “L’hanno vista le giovani e l’hanno detta beata le regine e le altre spose ne hanno intessuto le lodi” (Ct 6,9). Vennero quindi i martiri e i confessori, i suoi parenti, Elisabetta, Zaccaria e il Battista, i suoi amati genitori, Gioacchino ed Anna, il suo castissimo sposo Giuseppe. E chi potrà esplicare il contento di tutti questi, e le parole di giubilo o di consolazione? Unisciti anche tu, anima mia, coi beati cori, e unisci la tua alla loro voce, esclamando con essi:

Ave, Regina dei cieli,
ave, Signora degli Angeli; porta e radice di salvezza, rechi nel mondo la luce. Godi, Vergine gloriosa,
bella fra tutte le donne; salve, o tutta santa,
prega per noi Cristo Signore.

Ora, se mente umana non può arrivare a capire la gloria immensa che Dio ha preparato in cielo a coloro che l’hanno amato, chi mai giungerà a comprendere, nota S. Bernardo, qual gloria abbia Egli apparecchiato alla sua diletta Madre, che in terra lo ha amato più di tutti gli uomini e di tutti gli Angeli uniti insieme?
In ultimo, piace a Maria che contempliamo in quest’ultimo mistero, non soltanto la gloria sua, ma anche quella di tutti gli Angeli e di tutti i Santi, quale gloria dei suoi sudditi, che ridonda anche in onore di Lei, e la cui contemplazione ci anima a fare quello che fecero i Santi per acquistarla.
Considera dunque, anima mia, come Maria t’invita dal cielo a contemplare in questo mistero insieme con la sua, anche la gloria dei Santi, quella gloria che pure per te è preparata, affinché ti conforti ad intraprendere e continuare con perseveranza la via della virtù; così la gran Madre ti avrà sempre con sé in quel regno beato. Volgi dunque un’occhiata al paradiso, e la vista di tanti Santi, i quali, deboli come te, tentati come te, con la grazia del Signore e per l’intercessione di Maria, arrivarono a quella beatitudine sempiterna, ti sia sprono e conforto. Risolviti dunque a tutto fare, a nulla omettere di quanto possa condurti al conseguimento di quel bene infinito, a vivere e regnare con Gesù e Maria per tutta l’eternità. Se ti mancano le virtù, chiedile a Maria in questo giorno del suo glorioso trionfo: soprattutto domandale la perseveranza nel suo amore, che è la caparra sicura alla gloria.
Ricordati di quel che ripete Sant’Alfonso: “Chi è perseverante nella devozione a Maria, specie nel suo Rosario, conseguirà la perseveranza finale”. Poiché, come insegna S. Agostino, la perseveranza finale non è virtù che si acquista, ma è dono che si infonde per premio delle assidue preghiere. E qual maggiore efficacia delle preghiere che Maria per noi rivolge al suo Figlio?
O grande e gloriosissima Signora, prostrata ai piedi del tuo trono, l’anima mia ti venera da questa valle di lacrime. Ora che siedi già Regina del cielo e della terra, non ti dimenticare di me tuo povero servo. Quanto più sei vicina alla sorgente delle grazie, tanto più ce ne puoi provvedere. Dal cielo Tu meglio scorgi le mie miserie, e perciò mi puoi compatire. Fa’ che in terra io sia tuo servo fedele, affinché possa venire a benedirti in paradiso. In questo giorno in cui ti contemplo Regina dell’universo, io mi consacro al tuo servizio. In tanta allegrezza, consola anche me accettandomi per tuo figlio. Tu dunque sei la Madre mia, e come tale mi devi salvare. In quest’ultimo dei Sabati a Te consacrati, dammi l’amor tuo e la devozione perenne al tuo santo Rosario; e ottienimi la perseveranza finale.
Con voi ugualmente ora mi rallegro, spiriti beati e santi tutti del paradiso, per la gloria e beatitudine ineffabili che godete in Dio e con Dio. Anch’io son destinato alla stessa gloria beata, ma non vi potrò mai arrivare che con le vostre virtù. Voi, dunque, angeli, patriarchi, profeti, apostoli, martiri, confessori, vergini, anacoreti e santi tutti, pregate per me la vostra Regina, affinché con la sua mediazione io mi renda degno di essere ammesso un giorno con voi a contemplare il mio Dio e glorificarlo e benedirlo con Lei per tutti i secoli. Amen.

VIRTÙ – Perseveranza nella devozione a Maria