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Le omelie del S. Curato d’Ars: la penitenza o soddisfazione

penitenza

Facite ergo fructus dignos paenitentiae…

Produci dunque frutti degni di penitenza (S. Luca, III. 8.)

Questo è, Fratello, il linguaggio che il santo Precursore del Salvatore rivolgeva a tutti coloro che venivano a trovarlo nel suo deserto per imparare da lui cosa bisognava fare per avere la vita eterna. Fate, diceva loro, frutti degni di penitenza, affinché i vostri peccati vi siano rimessi. Vale a dire, Fratello, che chiunque di voi abbia peccato non ha altro rimedio che la penitenza, anche coloro che sono già stati perdonati. Infatti, i nostri peccati, rimessi nel tribunale della penitenza, ci lasciano ancora delle pene da subire o in questo mondo, che sono le pene e tutte le miserie della vita, o nelle fiamme del purgatorio. C’è questa differenza, Fratello, tra il sacramento del battesimo e quello della penitenza: nel battesimo Dio ascolta solo la sua misericordia, cioè ci perdona senza esigere nulla da noi, mentre in quello della penitenza, Dio ci rimette i nostri peccati e ci restituisce la grazia solo a condizione che subiamo una pena temporale, o in questo mondo, o nelle fiamme del purgatorio; Questo per punire il peccatore del disprezzo e dell’abuso delle sue grazie. Se Dio vuole che facciamo penitenza affinché i nostri peccati ci siano perdonati, è anche per preservarci dal ricadere negli stessi peccati, affinché, ricordando ciò che abbiamo sopportato per quelli che abbiamo già confessato, non abbiamo il coraggio di ricadere in essi. Dio vuole che uniamo le nostre penitenze alle sue e che consideriamo quanto ha sofferto per rendere meritorie le nostre. Ahimè, Fratello, non illudiamoci: senza le sofferenze di Gesù Cristo, tutto ciò che avremmo potuto fare non avrebbe mai potuto soddisfare nemmeno il più piccolo dei nostri peccati. Ah, mio Dio, quanto vi siamo debitori per questo grande atto di misericordia verso noi miserabili ingrati! Vi mostrerò quindi, Fratello: 1° Che, anche se i nostri peccati ci sono stati perdonati, non siamo esenti dal fare penitenza; 2° Quali sono le opere con cui possiamo soddisfare la giustizia di Dio, o, per dirla più chiaramente, vi mostrerò cos’è la soddisfazione, che è la quarta disposizione che dobbiamo portare per ricevere degnamente il sacramento della penitenza.

  1. – Voi sapete tutti, Fratelli, che il sacramento della penitenza è un sacramento istituito da Nostro Signore Gesù Cristo per rimettere i peccati commessi dopo il battesimo. È principalmente in questo sacramento che il Salvatore del mondo ci mostra la grandezza della sua misericordia, poiché non ci sono peccati che questo sacramento non cancelli, per quanto numerosi e terribili essi siano; così che ogni peccatore è sicuro del perdono e di riconquistare l’amicizia del suo Dio, se, da parte sua, porta le disposizioni richieste da questo sacramento. La prima disposizione è quella di conoscere bene i propri peccati, il loro numero e le circostanze che possono aumentarli o cambiarne la natura: e questa conoscenza ci sarà data solo dopo averla chiesta allo Spirito Santo. Chiunque, nel proprio esame, non chieda l’illuminazione dello Spirito Santo non può che fare una confessione sacrilega (1). Se vi è capitato, tornate sui vostri passi, perché siete certi che le vostre confessioni sono state solo cattive confessioni.

La seconda condizione è quella di dichiarare bene i propri peccati, come vi dice il catechismo, senza artifici né dissimulazioni, cioè così come voi stessi li conoscete. Questa accusa sarà fatta come si deve solo nella misura in cui avrete chiesto la forza al buon Dio: senza di essa vi è impossibile (2) dichiararli come dovete per riceverne il perdono. Dovete quindi esaminare davanti a Dio se, ogni volta che avete voluto confessarvi, gli avete chiesto questa forza; se avete mancato di farlo, tornate sulle vostre confessioni, perché siete certi che non valgono nulla.

La terza condizione richiesta da questo sacramento per ottenere il perdono dei vostri peccati è la contrizione, cioè il rimorso per averli commessi, con la sincera risoluzione di non commetterli più e il vero desiderio di fuggire tutto ciò che può farvi ricadere in essi. Questa contrizione viene dal cielo e ci viene data solo dalla preghiera e dalle lacrime; preghiamo quindi e piangiamo pensando che questa mancanza di contrizione è ciò che danna la maggior parte delle persone. Si accusano bene i propri peccati, ma spesso il cuore non c’entra nulla. Si raccontano i propri peccati come si racconterebbe una storia indifferente: non abbiamo questa contrizione, poiché non cambiamo vita. Abbiamo ogni anno, ogni sei mesi, ogni mese o ogni tre settimane, o ogni otto giorni, se volete, lo stesso peccato, lo stesso difetto; camminiamo sempre sulla stessa strada: nessun cambiamento nel nostro modo di vivere. Da dove possono venire tutte queste disgrazie che precipitano tante anime all’inferno, se non dalla mancanza di contrizione? E come possiamo sperare di averla, dal momento che spesso semplicemente non la chiediamo a Dio, o la chiediamo senza quasi desiderarla? Se non vedete alcun cambiamento nella vostra condotta, cioè se non siete migliori dopo tante confessioni e comunioni, tornate sui vostri passi affinché riconosciate la vostra sventura prima che non ci sia più rimedio. È necessario, Fratello, per darci la speranza che le nostre confessioni siano fatte con buone intenzioni, è necessario, confessandoci, convertirci: senza questo, ciò che facciamo non fa altro che prepararci ogni sorta di infelicità per l’altra vita.

Ma dopo aver conosciuto bene i nostri peccati per grazia dello Spirito Santo, dopo averli confessati come si deve, dopo aver provato il giusto dolore per i nostri peccati, ci resta ancora una quarta condizione affinché le altre tre portino i frutti che ci aspettiamo: la soddisfazione che dobbiamo a Dio e al prossimo. Dico a Dio, per riparare alle offese che il peccato gli ha arrecato, e al prossimo, per riparare al torto che gli abbiamo fatto nell’anima o nel corpo.

Innanzitutto, vi dirò che fin dall’inizio del mondo, vediamo ovunque che Dio, perdonando il peccato, ha sempre voluto una soddisfazione temporale, che è un diritto che la sua giustizia richiede. La sua misericordia ci perdona; ma la sua giustizia vuole essere soddisfatta in qualche piccola cosa, così che dopo aver peccato, dopo essere stati perdonati, dobbiamo vendicarci su noi stessi facendo soffrire il nostro corpo che ha peccato. Ma ditemi, Fratello, quali sono le penitenze che facciamo, in confronto a ciò che i nostri peccati ci hanno meritato, che è un’eternità di tormenti? O mio Dio, quanto siete buono ad accontentarvi di così poco!

Se le penitenze che vi vengono imposte vi sembrano dure e penose da compiere per il gran numero dei vostri peccati mortali, sfogliate la vita dei santi e vedrete le penitenze che hanno fatto, anche se molti erano certi del loro perdono. Guardate Adarn, al quale il Signore stesso disse che il suo peccato era perdonato e che, nonostante ciò, fece penitenza per più di novecento anni, una penitenza che fa tremare. Guardate Davide, al quale il profeta Natan viene a dire a nome di Dio che il suo peccato è perdonato e che fa una penitenza così rigorosa che i suoi piedi non potevano più sostenerlo; riempiva il suo palazzo di grida e singhiozzi, commosso dal dolore dei suoi peccati. Egli stesso dice che scenderà nella tomba piangendo; che il dolore non lo lascerà fino alla fine della sua vita; le sue lacrime scorrono così abbondanti che egli stesso ci dice che inzuppa il pane con le sue lacrime e bagna il suo letto con i suoi pianti. Guardate ancora san Pietro, per un peccato che la paura gli ha fatto commettere; il Signore lo perdona e tuttavia egli piange il suo peccato per tutta la vita con tanta abbondanza che le sue lacrime gli scavano il viso. Cosa fa Santa Maddalena dopo la morte del Salvatore? Si ritira in un deserto, dove piange e fa penitenza per tutta la vita: tuttavia, Dio le aveva perdonato, poiché disse al fariseo che molti peccati le erano stati perdonati perché aveva amato molto. Ma senza andare così lontano, Fratello, guardate le penitenze che venivano imposte nei primi tempi della Chiesa. Guardate se quelle di oggi hanno qualche proporzione con quelle di allora. Per aver bestemmiato il santo nome di Dio, senza pensarci (ahimè, cosa ormai così comune, anche tra i bambini che forse non conoscono nemmeno una delle loro preghiere), venivano condannati a digiunare sette giorni a pane e acqua. Per aver consultato gli indovini, sette anni di penitenza. Per aver lavorato un po’ la domenica, bisognava fare penitenza per tre giorni. Per aver parlato durante la Santa Messa, bisognava digiunare dieci giorni di pane e acqua. Se durante la Quaresima si era saltato un giorno di digiuno, bisognava digiunare sette giorni. Per aver ballato davanti a una chiesa di domenica o in un giorno festivo, si era condannati a sette anni di penitenza. Per aver violato il digiuno delle Quattro Tempora, bisognava digiunare quaranta giorni a pane e acqua. Per aver deriso un vescovo o il proprio parroco, ridicolizzando le loro istruzioni, bisognava fare penitenza per quaranta giorni. Per aver lasciato morire un bambino senza battesimo, tre anni di penitenza. Per essersi travestiti a carnevale, tre anni di penitenza. Per un giovane, maschio o femmina, che avesse ballato, tre anni di penitenza e, se lo avessero rifatto, venivano minacciati di scomunica. Coloro che viaggiavano la domenica o nei giorni festivi senza necessità, sette giorni di penitenza. Una ragazza che avesse commesso un peccato contro la purezza con un uomo sposato, dieci anni di penitenza. Ebbene, Fratello, ditemi, cosa sono le penitenze che ci vengono imposte, se le confrontiamo con quelle di cui abbiamo appena parlato? Tuttavia, la giustizia di Dio è la stessa; i nostri peccati non sono meno terribili agli occhi di Dio e non meritano meno di essere puniti.

II.- Non dovremmo essere pieni di vergogna per fare così poco, mentre i primi cristiani facevano penitenze così dure e lunghe? Ma, mi direte, quali sono le opere con cui possiamo soddisfare la giustizia di Dio per i nostri peccati? Se desiderate compierle, nulla di più facile, come vedrete. La prima è la penitenza che il confessore vi impone, che fa parte del sacramento della penitenza. Se non si avesse l’intenzione di compierla con tutto il cuore nel miglior modo possibile, la confessione sarebbe solo un sacrilegio; la seconda è la preghiera; la terza è il digiuno; la quarta è l’elemosina; e la quinta sono le indulgenze, che sono le opere più facili da compiere e le più efficaci. Dico: 1° La penitenza che il confessore ci impone prima di darci l’assoluzione; dobbiamo riceverla con gioia e gratitudine e compierla nel miglior modo possibile, altrimenti dobbiamo temere di fare una confessione sacrilega. Se pensiamo quindi di non poterla compiere, dovremmo umilmente esporre le nostre ragioni al confessore: se le ritiene valide, ce la cambierà. Ma ci sono penitenze che il sacerdote non può né deve cambiare. Le penitenze che servono alla correzione del peccatore, come, ad esempio, proibire l’accesso alla taverna a un ubriacone, la danza alle ragazze, o a un ragazzo la compagnia di una persona che lo induce al male; obbligare a riparare qualche ingiustizia che si è commessa, a confessarsi spesso perché si è vissuto per qualche tempo nella negligenza per la propria salvezza. Concorderete con me che un sacerdote non può né deve cambiare queste penitenze. Ma se ci fossero dei motivi per cambiare la penitenza, dovrebbe essere lo stesso sacerdote a cambiarla, a meno che ciò non sia del tutto impossibile, perché un altro confessore non sa per quali motivi vi è stata imposta. Troverete le vostre penitenze lunghe o difficili, Fratello? Ma non ci pensate! Confrontatele con le pene dell’inferno che avete meritato con i vostri peccati. Ah! Con quale gioia un povero dannato accetterebbe, fino alla fine del mondo, le penitenze che vi vengono date e anche altre ben più severe, se a questo prezzo potesse porre fine al suo tormento! Che felicità per lui! Ma che non gli sarà mai concessa.

Ebbene, Fratello, accogliendo la nostra penitenza con gioia, con il sincero desiderio di compierla al meglio delle nostre possibilità, ci liberiamo dall’inferno, come se il buon Dio concedesse ai dannati ciò che vi ho appena detto. Oh, mio Dio, quanto poco il peccatore conosce la sua felicità!

Dico: 1° Che dobbiamo compiere la penitenza che ci dà il confessore, e che mancarne sarebbe un grave peccato. Solo a questa condizione Dio concede la sua grazia al peccatore e il sacerdote, in suo nome, gli rimette i peccati. Ditemi, Fratello, non sarebbe empietà non fare penitenza e sperare ancora nel perdono? È andare contro la ragione; è volere la ricompensa senza pagare il prezzo.

Cosa pensare, Fratello, di coloro che non fanno la penitenza? Ecco cosa ne penso io. Se non hanno ancora ricevuto l’assoluzione, sono persone che non solo non hanno il desiderio di convertirsi, ma rifiutano anche i mezzi necessari per farlo, e quando tornano a confessarsi, il sacerdote deve negare loro l’assoluzione una seconda volta. Ma se il penitente ha ricevuto l’assoluzione e ha trascurato la sua penitenza, è un peccato mortale, se i peccati che ha confessato erano mortali e la penitenza imposta è di per sé considerevole; deve temere che la sua confessione sia stata sacrilega per mancanza di una sincera volontà di soddisfare Dio per i suoi peccati. Ma qui parlo solo di coloro che hanno omesso tutta la loro penitenza o una parte considerevole di essa, e non di coloro che l’hanno dimenticata o che non hanno potuto compierla nel tempo prescritto.

Dico poi che bisogna compiere tutta la penitenza, nel tempo stabilito e con devozione. Dico: interamente. Non bisogna tralasciare nulla di ciò che ci è stato assegnato; al contrario, dobbiamo aggiungere qualcosa a quella che il confessore ci ha imposta. San Cipriano ci dice che la penitenza deve essere pari alla colpa, che il rimedio non deve essere minore del male. Ma ditemi, Fratello, quali sono le penitenze che vengono imposte? Ahimè, qualche rosario, qualche litania, qualche elemosina, piccole mortificazioni. Ditemi, tutte queste cose sono proporzionate ai nostri peccati, che meritano tormenti che non finiranno mai? C’è chi fa la penitenza camminando o seduto, ma questo non si deve fare. La penitenza va fatta in ginocchio, a meno che il sacerdote non vi dica che potete farla camminando o seduti. Se vi è capitato, dovete confessarlo e non ricadere più in questo errore.

In secondo luogo, dico che dovete farla nel tempo stabilito, altrimenti peccate, a meno che non possiate fare altrimenti, e allora ditelo al vostro confessore quando tornate a confessarvi. Se, per esempio, vi ordina di fare una visita al Santissimo Sacramento dopo le funzioni, perché sa che frequentate compagnie che non vi porteranno nel posto giusto; se vi comanda di mortificarvi in qualcosa nei vostri pasti, perché siete inclini alla gola; di fare un atto di contrizione, quando avete la sfortuna di ricadere nel peccato che avete già confessato; o quando altre volte aspettate, per fare la vostra penitenza, il momento in cui state per andare a confessarvi: capite bene quanto me che, in tutti questi casi, siete colpevole e che non dovete mancare di confessarlo e di non ricaderci più.

In terzo luogo, dico che dovete fare la vostra penitenza devotamente, cioè con pietà, con un sincero desiderio di abbandonare il peccato. Farla con pietà, Fratello, significa farla con attenzione da parte dello spirito e con devozione da parte del cuore. Se faceste la vostra penitenza con distrazioni volontarie, non l’avreste fatta, sareste obbligato a rifarla. Svolgerla con pietà significa farla con grande fiducia che il buon Dio ci perdonerà i nostri peccati per i meriti di Gesù Cristo, che ha soddisfatto per noi con le sue sofferenze e la sua morte sulla croce. Dobbiamo farla con gioia, felici di poter soddisfare Dio che abbiamo offeso e di trovare mezzi così facili per cancellare i nostri peccati che meriterebbero di farci soffrire per tutta l’eternità. Una cosa che non dovete mai dimenticare è che, ogni volta che fate la vostra penitenza, dovete dire a Dio: mio Dio, unisco questa leggera penitenza a quella che Gesù Cristo, mio Salvatore, vi ha offerto per i miei peccati; questo renderà la vostra penitenza meritoria e gradita a Dio.

Dico ancora che dobbiamo compiere la nostra penitenza con il vero desiderio di abbandonare completamente il peccato, a qualunque costo, anche se ciò comportasse la morte. Se non fossimo in questa disposizione, lungi dal soddisfare la giustizia di Dio, lo offenderemmo nuovamente, il che ci renderebbe ancora più colpevoli.

Ho detto che non dobbiamo accontentarci della penitenza che il confessore ci impone, perché essa è nulla, o quasi nulla, se la confrontiamo con ciò che meritano i nostri peccati. Se il confessore ci tratta con tanta indulgenza, è solo per il timore di scoraggiarci dal lavorare alla nostra salvezza. Se avete veramente a cuore la vostra salvezza, dovete imporvi delle penitenze voi stessi. Ecco quelle che vi convengono di più. Se avete avuto la sfortuna di dare scandalo, dovete essere così vigili che il vostro prossimo non possa vedere in voi nulla che non lo porti al bene; dovete mostrare con la vostra condotta che la vostra vita è diventata veramente cristiana. E se avete avuto la sfortuna di peccare contro la santa virtù della purezza, dovete mortificare questo miserabile corpo con il digiuno, dandogli solo ciò che gli serve per non togliergli la vita e permettergli di adempiere al suo dovere; e di tanto in tanto farlo dormire sul duro. Se vi trovate ad avere qualcosa da mangiare che lusinga la vostra gola, dovete rifiutarlo al vostro corpo e disprezzarlo tanto quanto lo avete amato: voleva perdere la vostra anima, dovete punirlo. Spesso il vostro cuore, che ha pensato a cose impure, deve portare i vostri pensieri all’inferno, che è il luogo riservato agli impudici. Se siete attaccati alla terra, dovete fare l’elemosina quanto più potete per punire la vostra avarizia, privandovi di tutto ciò che non è assolutamente necessario per la vita.

Se siamo stati negligenti nel servizio di Dio, imponiamoci, per fare penitenza, di assistere a tutti gli esercizi di pietà che si svolgono nella nostra parrocchia. Intendo dire alla Messa, ai Vespri, al catechismo, alla preghiera, al rosario, affinché Dio, vedendo il nostro zelo, voglia perdonarci tutte le nostre negligenze: se abbiamo qualche momento libero tra le funzioni, leggiamo qualcosa di pio, che nutrirà la nostra anima, soprattutto leggiamo alcune vite dei santi, dove vedremo cosa hanno fatto per santificarsi; ci incoraggerà; facciamo qualche piccola visita al Santissimo Sacramento per chiedergli perdono dei peccati che abbiamo commesso durante la settimana. Se ci sentiamo colpevoli di qualche colpa, liberiamocene, affinché le nostre preghiere e tutte le nostre buone opere siano più gradite a Dio e più vantaggiose per la nostra anima. Abbiamo l’abitudine di bestemmiare, di arrabbiarci? Inginocchiamoci per ripetere questa santa preghiera: Mio Dio, sia benedetto il tuo santo nome nei secoli dei secoli; mio Dio, purifica il mio cuore, purifica le mie labbra, affinché non pronuncino mai parole che ti oltraggiano e mi separano da te. Ogni volta che ricadrete in questo peccato, dovrete immediatamente fare un atto di contrizione o dare qualche soldo ai poveri. Se avete lavorato di domenica, se avete venduto o comprato durante questo giorno santo senza necessità, date ai poveri un’elemosina che superi il profitto che avete realizzato. Se avete bevuto o mangiato con eccesso, dovete privarvi di qualcosa in tutti i vostri pasti. Ecco, Fratello, delle penitenze che non solo possono soddisfare la giustizia di Dio, se unite a quelle di Gesù Cristo, ma che possono anche preservarvi dal ricadere nei vostri peccati. Se volete comportarvi in questo modo, siete sicuro di correggervi con la grazia di Dio.

Sì, Fratello, dobbiamo castigarci e punirci per il male che abbiamo fatto; questo sarà il vero mezzo per evitare le penitenze e le punizioni dell’altra vita. È vero che costa fatica, ma non possiamo esentarci da questo, finché siamo ancora in vita e Dio si accontenta di così poco. Se aspettiamo dopo la nostra morte, non ci sarà più tempo, Fratello, tutto sarà finito; ci resterà solo il rimpianto di non averlo fatto. Se proviamo, Fratello, una certa repulsione per la penitenza, volgiamo lo sguardo al nostro amabile Salvatore: vediamo ciò che ha fatto, ciò che ha sofferto per soddisfare suo Padre per i nostri peccati. Ci animi l’esempio di tanti illustri martiri, che hanno consegnato i loro corpi ai carnefici con tanta gioia. Ci animi ancora, Fratello, il pensiero delle fiamme divoranti del purgatorio che soffrono le povere anime condannate per peccati forse minori dei nostri. Se vi costa, Fratello, fare penitenza, avrete anche la ricompensa eterna che queste penitenze vi meriteranno.

Abbiamo detto che possiamo soddisfare la giustizia di Dio con la preghiera, non solo la preghiera vocale o mentale, ma anche con l’offerta di tutte le nostre azioni, elevando di tanto in tanto il nostro cuore al buon Dio durante il giorno, dicendo: Mio Dio, voi sapete che è per voi che lavoro; voi mi avete condannato a farlo per soddisfare la vostra giustizia per i miei peccati. Mio Dio, abbiate pietà di me che sono solo un peccatore così miserabile, che tante volte mi sono ribellato contro di voi, mio Salvatore e mio Dio. Desidero che tutti i miei pensieri, tutti i miei desideri abbiano un solo obiettivo e che tutte le mie azioni siano compiute solo con l’intento di compiacerti. Ciò che può essere gradito a Dio è pensare spesso al nostro fine ultimo, cioè alla morte, al giudizio, all’inferno che è destinato a essere la dimora dei peccatori.

3° Dico che possiamo soddisfare la giustizia di Dio con il digiuno. Con il nome di digiuno (3) si intende tutto ciò che può mortificare il corpo e lo spirito, come rinunciare alla propria volontà, cosa che è così gradita a Dio da meritare più di trenta giorni di penitenza; soffrire per amore di Dio le repulsioni, gli insulti, i disprezzi, le confusioni che non crediamo di meritare; privarci di alcune visite, come andare a trovare i nostri parenti, i nostri amici, le nostre terre e altre cose simili, che ci darebbero qualche piacere; stare in ginocchio un po’ più a lungo, affinché il corpo che ha peccato soffra in qualche modo.

4° Ho anche detto che possiamo soddisfare la giustizia di Dio con l’elemosina, come dice il profeta a Nabucodonosor: «Espiate i vostri peccati con l’elemosina» (Dan. IV, 24). Ci sono diversi tipi di elemosina: quelle che riguardano il corpo, come dare da mangiare a chi non ha pane; vestire chi non ha di che vestirsi; andare a trovare i malati; dare loro denaro; rifare loro il letto; tenere loro compagnia; preparare loro le medicine: queste sono quelle che riguardano il corpo. Ma ecco quelle che riguardano l’anima, che sono ancora più preziose di quelle che riguardano solo il corpo: si chiamano elemosine spirituali. – Ma, mi direte, come facciamo l’elemosina spirituale? – Ecco come: quando andate a consolare una persona che ha un dolore, che ha appena subito una perdita: la consolate con parole piene di bontà e carità, ricordandole la grande ricompensa che il buon Dio ha promesso a coloro che soffrono per il suo amore; che le pene di questo mondo sono solo momentanee, mentre la ricompensa sarà eterna. L’elemosina spirituale consiste nell’istruire gli ignoranti, che sono quelle povere persone che andranno perdute se nessuno avrà compassione di loro. Ahimè, quante sono quelle persone che non sanno cosa occorre per essere salvate, che ignorano i misteri principali della nostra santa religione e che, nonostante tutte le loro pene e le altre buone opere, saranno dannate.

Padri e madri, maestri e maestre, dove sono i vostri doveri? Li conoscete un po’? No, non credo. Se li conosceste un po’, con quale sollecitudine vi accertereste che i vostri figli possiedono tutto ciò che è necessario della religione per non perdersi! Quanto cerchereste tutti i mezzi possibili per insegnarglielo, come vi impone il vostro dovere di padri e madri! Mio Dio! Quanti bambini perduti per ignoranza! E questo per colpa dei loro genitori che, forse non potendo istruirli da soli, non hanno avuto il coraggio di affidarli a chi poteva farlo, lasciandoli vivere in questo stato e perire per l’eternità.

Padroni e padrone, quale elemosina fate a questi poveri domestici, la maggior parte dei quali non sa nulla della propria religione? Mio Dio! Quante anime si perdono, di cui i padroni e le padrone dovranno rendere conto al grande giorno! Gli pago il salario, mi direte, sta a lui farsi istruire; lo prendo solo per lavorare; non guadagna solo quello che gli do. Vi sbagliate, il buon Dio vi ha affidato questo povero bambino, non solo per aiutarvi a lavorare, ma anche per insegnargli a salvare la sua anima. Ahimè! Possono un padrone e una padrona vivere tranquilli vedendo i loro domestici in uno stato di certa dannazione? Mio Dio! Quanto poco a cuore sta loro la perdita di un’anima! Ahimè! Quante volte le padrone vedranno che i loro domestici non pregano né la mattina né la sera, forse non prendono nemmeno l’acqua santa, e non diranno loro nulla, o si accontenteranno di pensare: «Ecco un domestico che non è molto religioso!», ma senza andare oltre: purché facciano bene il loro lavoro, voi siete contente. Oh mio Dio! Che cecità! Chi potrà mai comprenderla? Io dico che un padrone o una padrona dovrebbero avere la stessa cura e prendere le stesse precauzioni per istruire o far istruire i loro domestici come i loro figli, per tutto il tempo in cui sono al loro servizio. Dio vi chiederà conto di questo, così come dei vostri figli, e niente di meno. Voi siete per loro come un padre e una madre; è a voi che Dio chiederà conto. Ahimè! Se tanti poveri domestici non hanno religione, questa sventura deriva in gran parte dal fatto che non sono istruiti. Se aveste la carità di istruirli, facendogli conoscere ciò che devono fare per salvarsi, i doveri che hanno verso Dio, verso il prossimo e verso se stessi, le verità della nostra santa religione che è assolutamente necessario conoscere, gli aprireste gli occhi sulla loro sventura. Oh! Quanta gratitudine vi dimostrerebbero per tutta l’eternità, dicendovi che, dopo Dio, è a voi che devono la loro felicità eterna! Mio Dio! Si possono lasciare morire anime così preziose, che sono costate tanto a Gesù Cristo per redimerle? – Ma mi direte, è facile a dirsi: se si vuole parlare loro di religione, alcuni non solo non vi ascoltano, ma vi deridono. Questo è fin troppo vero. Alcuni sono così infelici da non voler aprire gli occhi sulla loro infelicità, ma non tutti: ce ne sono alcuni che sono ben contenti di essere istruiti. Bisogna trattarli con dolcezza, ricordando che, anche se pensate che non servirà a nulla, sarete ricompensati come se li aveste resi dei santi. Ma non illudetevi: prima o poi ricorderanno ciò che gli avete insegnato; verrà un giorno in cui ne trarranno beneficio e pregheranno il buon Dio per voi.

Dovete loro ancora l’elemosina delle vostre preghiere. Un padrone o una padrona che ha dei domestici non deve trascorrere un solo giorno senza pregare il buon Dio per loro. Sono convinto che ci sono persone che forse non hanno mai pregato il buon Dio per i loro domestici. – Ma, mi direte, lungi dal pregare per loro, non ci ho mai nemmeno pensato! – Ah! Fratello, non ci credo. Se aveste vissuto in una tale ignoranza dei vostri doveri, sareste davvero da compatire e degni della più profonda compassione. Se un domestico non deve mancare di pregare per i suoi padroni, un padrone, una padrona gli deve lo stesso, e anche di più, perché il domestico non è responsabile dell’anima del suo padrone, mentre il padrone è responsabile dell’anima dei suoi domestici. Mio Dio! Quante persone non conoscono i propri doveri, che quindi non li adempiono e che saranno perdute per l’eternità. Padri e madri, padroni e padrone, non dimenticate questa elemosina spirituale che dovete ai vostri figli e ai vostri domestici. Dovete loro anche l’elemosina dei vostri buoni esempi, che serviranno loro da guida per andare in paradiso.

Ecco, Fratello, ciò che ritengo più adatto a soddisfare la giustizia di Dio per i vostri peccati confessati e perdonati.

Potete ancora soddisfare la giustizia di Dio sopportando con pazienza tutte le miserie che sarete costretti a soffrire vostro malgrado, come le malattie, le infermità, le afflizioni, la povertà, le fatiche che avrete nel lavorare, il freddo, il caldo, gli incidenti che vi capitano, la necessità di morire. Vedete la bontà di Dio che ci ha concesso la grazia di rendere tutte le nostre azioni meritorie e capaci di eliminare tutte le pene dell’altra vita. Ma, purtroppo, Fratello, non è con questo spirito che sopportiamo i mali che Dio ci manda come altrettante grazie che ci concede; ahimè! Essendo completamente ciechi riguardo al nostro bene, arriviamo persino a mormorare e a maledire la mano di un Padre così buono, che trasforma le pene eterne in altre che durano solo pochi minuti. Spetta a noi, Fratello, essere così ciechi riguardo alla nostra felicità? Sfruttiamo tutto: malattie, avversità, afflizioni; tutte queste cose sono beni che raccogliamo per il cielo, o meglio che ci esenteranno dal soffrire tormenti molto severi nell’altra vita. Uniamo tutte le nostre pene a quelle di Gesù Cristo, per renderle meritorie e degne di soddisfare la giustizia di Dio. Infine, il mezzo principale per soddisfare la giustizia di Dio è amarlo profondamente, provare un vivo pentimento per i nostri peccati, perché Gesù Cristo ci dice che molti peccati sono perdonati a chi ama molto, e che a chi ama meno sono perdonati meno peccati (Luca VII, 47).

5° Abbiamo detto che le indulgenze sono mezzi molto efficaci per soddisfare la giustizia di Dio, cioè per farci evitare le pene del purgatorio. Queste indulgenze sono composte dai meriti sovrabbondanti di Gesù Cristo, della Santa Vergine e dei santi, che costituiscono un tesoro inesauribile dal quale il buon Dio ci dà il potere di attingere. Per farvi capire meglio, è come se doveste venti o trenta monete a un ricco che vuole essere pagato; voi non avete nulla; almeno, vi ci vorrà un tempo infinito per saldare il vostro debito. Un ricco ci dice: «Non avete con cosa soddisfare i vostri debiti; prendete dal mio forziere ciò che vi serve per pagare ciò che dovete». Questo è esattamente ciò che Dio fa per noi: noi siamo incapaci di soddisfare la sua giustizia, ma lui ci apre il tesoro delle indulgenze dal quale possiamo prendere tutto ciò che ci serve per soddisfare questa giustizia. Ci sono indulgenze parziali, che rimettono solo una parte delle nostre pene e non tutte, come quelle che si guadagnano recitando le litanie del santo Nome di Gesù, per le quali ci sono 200 giorni di indulgenze (4); recitando quelle della Santa Vergine, ci sono 100 giorni (5), così come tante altre. Ci sono indulgenze quando si recita l’Ave Maria, l’Angelus, i tre atti di fede, speranza e carità; quando si va a trovare i malati, quando si istruiscono gli ignoranti. Ma le indulgenze plenarie sono la remissione di tutte le pene che dovremmo soffrire in purgatorio; così che dopo esserci confessati di un gran numero di peccati, dopo i quali, per quanto siano perdonati, ci resta ancora un numero quasi infinito di anni di purgatorio, se guadagniamo queste indulgenze plenarie nella loro interezza, saremo esenti dal purgatorio come un bambino che muore dopo il battesimo o un martire che ha appena dato la vita per Dio. Queste indulgenze possono essere guadagnate, se si fa parte della confraternita del Santo Rosario, tutte le prime domeniche del mese, quando si ha la fortuna di confessarsi e di comunicare, e tutte le feste della Santa Vergine; tutte le terze domeniche, se si fa parte della confraternita del Santissimo Sacramento. Oh! Fratello, com’è facile ridurre le pene dell’altra vita per un cristiano che approfitta delle grazie che il buon Dio gli offre! Ma bisogna anche dirvi che, per guadagnare tanti beni, bisogna essere in stato di grazia, essersi confessati e aver ricevuto la comunione, e recitare le preghiere prescritte dal Santo Padre; solo per la Via Crucis non è necessario confessarsi né comunicarsi. Ma bisogna sempre essere esenti dal peccato mortale, avere un grande pentimento per tutti i peccati veniali ed essere sinceramente risoluti a non commetterli più. Se avete queste disposizioni, potete guadagnarli per voi stessi o per le anime del purgatorio. Niente, Fratello, è facile come soddisfare la giustizia di Dio, poiché abbiamo tanti mezzi per farlo; così che se andremo in purgatorio, sarà solo per colpa nostra. Oh! Se un cristiano fosse istruito e volesse approfittare di tutto ciò che il buon Dio offre, quanti tesori raccoglierebbe per il cielo! Mio Dio! Se siamo così poveri, è proprio perché non vogliamo arricchirci. Ma non è ancora tutto.

Dopo aver soddisfatto Dio, dobbiamo ancora soddisfare il nostro prossimo per il torto che gli abbiamo fatto, sia al suo corpo che alla sua anima. Dico che gli si fa torto nel corpo, cioè nella sua persona, offendendolo ora con parole ingiuriose o sprezzanti, ora con maltrattamenti. Se abbiamo avuto la sfortuna di offenderlo con parole ingiuriose, dobbiamo chiedergli scusa e riconciliarci con lui. Se gli abbiamo fatto torto picchiando i suoi animali, cosa che può accadere quando li troviamo a danneggiare i nostri raccolti, siete obbligati a dargli tutto ciò che avete causato loro in termini di perdita di valore: potevate farvi pagare e non maltrattare questi animali; se avete fatto qualche torto, siete obbligati a ripararlo non appena potete, altrimenti siete gravemente colpevoli. Se avete trascurato di farlo, avete peccato e dovete confessarlo. Se avete fatto torto al vostro prossimo nel suo onore, come ad esempio con la maldicenza, siete obbligati a dire cose buone quanto quelle cattive che avete detto, raccontando tutto il bene che potete sapere e nascondendo i difetti che potrebbe avere e che non siete obbligati a rivelare. Se lo avete calunniato, dovete andare dalle persone alle quali avete detto cose false sul vostro prossimo e dire loro che tutto ciò che avete detto non è vero, che ve ne dispiace molto e pregare loro di non crederci. Ma se gli avete fatto del male nell’anima, è ancora più difficile riparare; tuttavia bisogna farlo per quanto possibile, altrimenti il buon Dio non ci perdonerà mai.

Dovete esaminare bene se non avete dato scandalo ai vostri figli o ai vostri vicini. Quanti padri e madri, padroni e padrone scandalizzano i loro figli e i loro domestici non pregando né al mattino né alla sera, o pregando mentre si vestono o sdraiati su una sedia, senza nemmeno fare il segno della croce prima e dopo aver mangiato! Quante volte li sentono bestemmiare e forse anche dire cose blasfeme! Quante volte li hanno visti lavorare la domenica mattina, anche prima della santa messa! Bisogna ancora esaminare se avete cantato canzoni cattive, se avete portato libri cattivi, se avete dato cattivi consigli, come dire a qualcuno di vendicarsi, di vendicarsi con le proprie mani o di dire insulti al prossimo. Dovete ancora esaminare se non avete preso in prestito oggetti dal vostro vicino che avete trascurato di restituire; se avete trascurato di fare qualche elemosina che vi era stata comandata o qualche restituzione da parte dei vostri poveri parenti defunti. Per avere la felicità di vedere i vostri peccati perdonati, non dovete avere nulla del bene del prossimo che dovete e potete restituirgli; se avete infangato la sua reputazione, dovete aver fatto tutto il possibile per riparare al torto; dovete esservi riconciliati con i vostri nemici, parlare loro come se vi avessero fatto solo del bene per tutta la vita, senza conservare nel vostro cuore altro che la carità che un buon cristiano deve avere per tutti. Dovete accettare la vostra penitenza di buon cuore, con il sincero desiderio di compierla al meglio delle vostre possibilità, e farla in ginocchio con devozione e gratitudine, pensando a quanto il buon Dio sia buono nel contentarsi di così poco, e fare in modo che le pene che provate nella vostra condizione vi servano da penitenza. Dobbiamo guadagnare il più possibile le indulgenze, affinché dopo la morte abbiamo la felicità di aver soddisfatto Dio per i nostri peccati e il prossimo per i torti che gli abbiamo fatto, e affinché tutti possiamo presentarci con fiducia al tribunale di Dio. Questa è la felicità che…

(1) È più corretto dire che una persona che non chiede l’illuminazione dello Spirito Santo si espone al rischio di fare una confessione sacrilega, a causa della debolezza della sua memoria, degli inganni del demonio, dell’illusione delle passioni, soprattutto del rispetto umano, della vanità e della routine.

(2) Il Santo Curato d’Ars intende la parola impossibile nel senso di difficile. Non è assolutamente impossibile confessare i propri peccati senza una preghiera preliminare, ma questa accusa è spesso molto difficile senza una grazia speciale di sincerità, che si ottiene solo con la preghiera; in ogni caso, una buona confessione è un’opera soprannaturale che non può essere compiuta senza la grazia: ora, il mezzo ordinario per ottenere la grazia è la preghiera.

(3) Il Curato d’Ars usa la parola digiuno, non nel senso rigoroso e stretto, ma in senso ampio ed esteso.

In senso rigoroso e stretto, il digiuno consiste nel consumare un solo pasto al giorno, al quale si può aggiungere una leggera merenda secondo la tolleranza della Chiesa.

In senso ampio ed esteso, il digiuno «comprende, come dice il Santo Curato, tutto ciò che può mortificare il corpo e lo spirito».

(4) Pio IX concesse, nel 1862, su richiesta di un gran numero di vescovi e per i loro diocesani, un’indulgenza di 300 giorni alla recita delle litanie del Santo Nome di Gesù (Decreto della S. Congregazione dei Riti, del 21 agosto 1862).

(5) Le litanie della Beata Vergine Maria chiamate «Litanie Loretane» in diverse Costituzioni dei Papi sono approvate e arricchite da 300 giorni di indulgenze per ogni volta, e da un’indulgenza plenaria nei cinque seguenti festeggiamenti: l’Immacolata Concezione, la Natività, l’Annunciazione, la Purificazione e l’Assunzione (tutte e cinque di precetto nel calendario romano), per tutti i fedeli che le recitano ogni giorno, purché in quei giorni si accostino ai Sacramenti, visitino una chiesa pubblica e vi preghino per le intenzioni del Pontefice Romano (Pio VII, decreto del 30 settembre 1817).

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