Meditazione
Pubblichiamo l’audio della meditazione: Perfetto cristiano è il martire pt.1 – La mistica della riparazione, di don Divo Barsotti pt.41
Lunedì 16 settembre 2024
Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD
Ascolta la registrazione:
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VANGELO (Lc 7, 1-10)
In quel tempo, Gesù, quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafàrnao.
Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede – dicevano –, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga».
Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa».
All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.
Testo della meditazione
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Sia lodato Gesù Cristo! Sempre sia lodato!
Eccoci giunti a lunedì 16 settembre 2024. Oggi festeggiamo i santi: Cornelio, papa e Cipriano, vescovo; martiri.
Abbiamo ascoltato il Vangelo della Santa Messa di oggi, tratto dal settimo capitolo del Vangelo di san Luca, versetti 1-10.
Andiamo avanti nella nostra lettura del libro di don Divo. Il titolo del nuovo capitolo è:
PERFETTO CRISTIANO È IL MARTIRE
Questo medesimo mistero si realizza in noi perché nella sofferenza ci graviamo del peso del peccato, ma il nostro è anche un atto in cui continua l’amore del Cristo. Siamo solidali con gli uomini nel peccato, ma in questa solidarietà non si ripara ancora; la riparazione suppone questa solidarietà con gli uomini nel peccato e nel castigo del peccato, ma ciò che ci fa effettivamente riparare è l’amore, con cui assumiamo liberamente il castigo, con cui ci offriamo alla giustizia divina, perché la giustizia divina ci spezzi e ci frantumi. Il dolore rimane ambiguo: può essere la tua partecipazione al sacrificio di Cristo, ed è allora il segno già di una tua unione con lui, l’atto di un amore divinamente efficace che salva; ma può essere tale da rimanere per te una condanna di morte, come un’anticipazione misteriosa di quella che potrebbe essere la tua vita per l’eternità, nell’inferno: un dolore senza fine e assolutamente inutile, vano. — Vedete: c’è dolore e dolore. Dipende dal fatto se c’è o non c’è l’amore, è questo che fa la differenza — Poiché tu sei peccatore, comunque tu devi soffrire; se non vuoi che questa tua sofferenza sia vana, bisogna che tu viva in essa la Passione stessa del Cristo, bisogna che tu impari a trasformarla in atto di riparazione e di amore. — Vedete: va trasformata, quindi ci vuole un’intenzione precisa — Tutti soffrono quaggiù, ma non ogni sofferenza è sofferenza riparatrice; ci sarà anche una sofferenza eterna che sarà senza valore, inutile, vuota. Non ogni sofferenza è riparatrice, ma non c’è riparazione senza sofferenza, perché è la sofferenza che dimostra la nostra solidarietà nel castigo, la nostra accettazione di una giusta pena. Mai l’uomo coopera così ai compimenti dei disegni di Dio, come quando muore partecipando alla Morte stessa del Cristo. È nella morte che la vita cristiana ha il suo compimento: invece di spezzare la vita, è questa morte che porta la vita alla sua perfezione. Per questo gli antichi cristiani dicevano che il perfetto cristiano era il martire; finché tu non muori, non hai dato ancora la prova del tuo maggiore amore, ma nella sofferenza, nella morte tu partecipi alla Passione del Cristo e cooperi efficacemente all’opera divina della Redenzione. Dio ha voluto che senza la sofferenza il tuo lavoro fosse vano.
Voi sapete che il martire, colui che muore in odium fidei, in “odio alla fede”, va direttamente in Paradiso; qualunque siano stati i suoi peccati fino a quel giorno, nel momento in cui viene ucciso in odio alla fede, va direttamente in Paradiso. Pensate, ad esempio, al beato Rolando Rivi — figura che abbiamo già visto nei tempi passati — pensate anche alla figura di Joselito, questo ragazzo dei Cristeros — anche di questo vi ho già parlato nei tempi passati — sono due ragazzi che sono morti in odium fidei. E, come loro, tantissimi altri. Ecco, queste persone che muoiono martiri, vanno direttamente in paradiso, perché partecipano immediatamente, direttamente, alla passione di Gesù e quindi realizzano, con il loro martirio, subito la perfezione cristiana. Proprio è la prova provata dell’amore per Dio.
Tutta la vita del cristiano tende al martirio. È il martire lo strumento più efficace di Dio. Certo, sono necessari nella Chiesa i Vescovi e i Sacerdoti per far presente la Passione e la Morte sulla Croce, perché gli uomini possano parteciparvi, ma la partecipazione reale dell’uomo esige giustamente che l’uomo viva la Passione e la Morte sulla Croce e la viva per i medesimi fini, col medesimo amore. I veri collaboratori di Dio nella Redenzione sono coloro che soffrono e muoiono, e offrono a Dio la loro sofferenza e la loro morte in un solo sacrificio col sacrificio di Gesù.
Molto bella questa frase: «I veri collaboratori di Dio nella Redenzione sono coloro che soffrono e muoiono, e offrono a Dio la loro sofferenza e la loro morte in un solo sacrificio col sacrificio di Gesù». Che bello sarebbe se noi, quando soffriamo, dicessimo (e speriamo di dirlo anche il giorno in cui moriremo): unisco questa mia sofferenza, unisco questa mia morte, al sacrificio di Gesù in Croce. Non c’è cosa più bella che potremmo dire quel giorno.
Per esempio, vediamo questo in Joselito, nel film Cristiada; ma anche nella storia dei martiri di Barbastro, raccontata nel film un Un Dios Prohibido, “Un Dio vietato”, film che vi consiglio assolutamente di vedere. Tratta delle vicende accadute a Barbastro all’inizio della guerra civile del 1936, dove questi seminaristi e sacerdoti furono arrestati; gli venne proposto di abbandonare la veste e di arruolarsi nelle file della Repubblica.
Peraltro, adesso che vi dico questo, vi dico anche che oggi festeggio la ricorrenza del giorno della mia vestizione religiosa. Quando un postulante diventa novizio, viene rivestito dell’abito religioso e gli viene dato un nuovo cognome religioso, il mio è Fra — adesso padre — Giorgio Maria “del Volto Santo” (questo è il mio cognome religioso). Era il 16 settembre del 1995.
Tutte le volte che si parla di questa sofferenza penso e rileggo la vita, per esempio, del beato Rolando Rivi, ma anche di questi martiri di cui vi sto parlando adesso, di questi seminaristi, di questi sacerdoti, cui viene proposto di abbandonare la veste, di rinnegare Dio e di arruolarsi nelle fila della Repubblica; è terribile. Questo film narra la storia e il martirio di cinquantuno membri della Comunità Clarettiana di Barbastro durante la guerra civile spagnola del 1936. È molto bello, questo film, ed è molto bello anche quando c’è il momento in cui uno di loro traballa e dice: “No, no, io non ce la faccio”, e stava per rinnegare.
“Questi cinquantuno missionari, Figli del Cuore Immacolato di Maria, furono barbaramente uccisi dal fronte popolare in odio alla fede cattolica (sono tutti martiri!) che professarono senza compromessi, reticenze e rinunce. Fu loro proposta la libertà se avessero negato la loro fede; nessuno accettò (questo è proprio il martirio in odio alla fede). Sopportarono pazientemente ingiurie, maltrattamenti, privazioni, insieme si prepararono al martirio, pregando e incoraggiandosi a vicenda. Perdonarono i loro carnefici e andarono incontro alla morte. Il film racconta le ultime due settimane di vita prima della fucilazione”.
Questi sono i film che dobbiamo vedere, da proporre ai nostri giovani! Mica tante stupidaggini che oggi sono in giro.
Ecco, stavo dicendo che, quando si parla di questi martiri, quando si parla di questa sofferenza, a me vengono in mente questi grandiosi testimoni della fede, questi martiri che proprio in odio alla fede vengono uccisi e loro preferiscono morire piuttosto che rinnegare Gesù, rinnegare la Vergine Maria, togliersi la talare. Come ad esempio il beato Isidoro, carmelitano, che muore per non togliersi lo scapolare del Carmelo. Pensate: lo portava sempre addosso. Tanti di voi hanno fatto la vestizione dello scapolare del Carmelo; e noi con tanta facilità ce lo togliamo di dosso, mentre lui non lo toglieva neanche per lavorare, perché era segno della sua consacrazione alla Vergine Maria. Aveva capito il senso di questo strumento di devozione e muore per questo. Oggi diremmo: “Eh, ma che esagerato, ma cosa vuoi che sia! Ma toglitelo, qual è il problema? Ma sì, vabbè, non esagerare!”.
“Non esagerare”, questa espressione di matrice infernale; “Non esagerare, vivi la tua fede dentro, in modo anonimo”. Ecco, invece loro l’hanno vissuta fuori, in modo assolutamente personale, comunitario, ecclesiale con una chiara identità, e sono morti martiri. E noi che abbiamo vergogna di portare al collo la Medaglia Miracolosa, per esempio. E allora, se la mettiamo, se la prendiamo, ce la facciamo prendere piccola, piccola, piccola, piccola, piccola, piccola, piccola, piccola, che più piccola non si può, che uno per vederla ha bisogno del microscopio elettronico. Ma prendi una bella Medaglia Miracolosa! Prendi una bella Medaglia Miracolosa come ha detto la Vergine Maria a santa Caterina Labouré, da portare al collo a protezione, a testimonianza “di”.
E poi sulla Medaglia Miracolosa c’è tutto: il Sacro Cuore di Gesù, il Cuore Immacolato di Maria, la bellissima nostra Regina. Poi è bella, si vede proprio che l’ha fatta “la mamma delle mamme”, è proprio bella. Uno la guarda e dice: ma che bella che è questa medaglia, ma è proprio bella.
Tutta l’attività umana deve ottenere la sua efficacia dalla tua morte; così la santità è inseparabile dalla sofferenza, dal martirio.
Vedete? Noi dobbiamo prepararci a questa cosa, sapete. Dobbiamo prepararci, essere sempre pronti. Perché poi, capite, c’è martirio e martirio.
Mi ricordo ancora l’omelia che il mio ex padre, maestro di postulandato (ex perché non lo era più, in quel momento) fece il giorno della nostra professione religiosa, dei nostri voti semplici. Io so che c’è qualche mio compagno di postulandato che ascolta queste meditazioni, quindi si ricorderà e potrà confermare. Avevamo davanti delle bellissime rose bianche e rose rosse, eravamo in due a fare i nostri primi voti semplici; quelli di un anno che si rinnovano di anno in anno per un po’ di anni. Mi ricordo ancora che lui ci parlò del martirio bianco e del martirio rosso. Mi sono sempre chiesto: chissà perché quel giorno, il giorno dei nostri voti semplici (che è l’8 settembre del 1996, un anno dopo la vestizione, che è stata il 16 settembre del 1995) ci ha voluto parlare del martirio bianco e del martirio rosso.
Il martirio rosso è quello dove tu versi il sangue, per esempio quello dei cinquantuno Clarettiani di Barbastro di cui ho parlato prima, o del beato Carlo Rivi. Il martirio bianco è sempre martirio, però senza spargimento di sangue e dura più a lungo.
Ci sono tante persone, sapete, che vivono il martirio bianco; noi abbiamo tanti martiri accanto a noi. Persone che vivono il martirio all’interno dei loro posti di lavoro, all’interno della loro famiglia, lì dove vivono. Tante persone che con un decoro, con una dignità enorme, portano la Croce della testimonianza dell’amore per Gesù; ragazzi e ragazze che sono martiri bianchi a scuola, alle superiori, all’università. Quanti ragazzi e ragazze sono martiri di Gesù e di Maria! Perché? Perché rifiutano di fare l’abiura, rifiutano di rinnegare Gesù e Maria e continuano ad affermare la loro fede e per questo vengono emarginati, picchiati, bullizzati, ridicolizzati e alle volte, purtroppo, questo avviene anche per opera degli insegnanti. Eh sì, purtroppo succede anche questo. E questi ragazzi, poverini, sapete sono giovani, e quindi magari ci sono i momenti in cui fanno fatica. Perché uno dice: ma perché devo essere solo, così giovane? Perché devo essere emarginato? Che male ho fatto? Perché farmi pesare questa mia diversità?
Perché oggi tutte le diversità hanno ragione d’essere e guai a dire un fiato contro tutte le diversità possibili, guai! Ma l’essere cristiano cattolico, l’essere discepolo di Gesù, questa è una diversità che può essere perseguitata senza nessun timore: tutti addosso! E nessuno fa niente, e addirittura da parte di alcuni professori. È così, eh.
Quindi, queste sono le occasioni in cui siamo chiamati al martirio bianco, e allora affrontiamole; affrontiamole fino in fondo, viviamole fino in fondo. E poi, quando moriremo — perché moriremo tutti — sentiremo che cosa dirà Gesù Cristo, figlio di Dio, che ha istituito l’Eucarestia. Sentiremo là, davanti al tribunale di Dio, davanti agli angeli, ai santi, ai martiri, alla Vergine Maria, che cosa dice Dio. E quella sarà una parola per sempre, quella sarà “la parola”, l’ultima, definitiva parola.
Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.















