Il profeta Elia: zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum

Il profeta Elia: zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum

Omelia

Pubblichiamo l’audio di un’omelia di lunedì 20 luglio 2020

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

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Eccoci giunti a lunedì 20 luglio 2020, per noi Carmelitani quest’oggi è una data molto importante perché festeggiamo la festa di S.Elia, Profeta. Noi siamo molto devoti al Profeta Elia perché per noi è come l’iniziale fondatore, ispiratore dell’Ordine Carmelitano.

Quest’oggi vorrei parlarvi un pò della sua esperienza. Non potrò affrontare tutta la grandezza della sua vocazione e della sua azione di grandissimo araldo del Signore, però diverse cose le potremo dire. Vi invito a leggere tutta la storia, tutto il ciclo del Profeta Elia. Noi oggi ci concentreremo su alcuni aspetti, siamo al Primo Libro dei Re, cap.18°, siamo al momento nel quale Elia convoca il popolo di Israele e i 450 profeti di Baal e i 400 profeti dei “Boschetti Sacri” che mangiano alla mensa della Regina Gezabele, moglie di Acab. Li fa radunare tutti, dal Re Acab, sul Monte Carmelo, e lì avviene questa grande sfida.

Elia dice:

“Fino a quando zoppicherete da tutte e due le parti? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!”.

Il popolo non risponde nulla. Lui ha davanti 850 profeti di divinità pagane e lui è da solo. Fanno una sfida, quella di offrire un sacrificio alla propria divinità e la divinità che risponderà attraverso il fuoco, consumando il sacrificio, sarà il vero Dio. Tutti accettano, si prende il bue e si offre in sacrificio. Questo sacrificio viene fatto per primo dai falsi profeti e ovviamente non si muove un alito di vento. Poi è la volta di Elia, e lui addirittura rovescia una quantità di acqua incredibile sopra al sacrificio, per mostrare che quando risponderà Dio, sarà proprio Lui a rispondere e non altro. Di fatto Dio risponde e fa scendere dal cielo questo fuoco sacro che consuma tutto il sacrificio e persino prosciuga l’acqua del canaletto. Compiuto questo sacrificio, dove tutto il popolo, dove tutti gridano che il Signore è il Dio di Israele, è l’Unico Vero Dio, successivamente, al cap. 19° abbiamo una nuova esperienza. 

Sul Carmelo il Signore si è mostrato come il Vero Dio e smentisce in modo solenne i sacerdoti di Baal, ed è il Signore stesso che di fatto converte il popolo, lo induce ad un atto di Adorazione, di riconoscimento della sua Divinità, della sua Divina Maestà. Elia aveva sperato che questo regno dell’idolatria, che è il grande, gravissimo peccato del popolo di Israele, e che è il peccato più grave di tutta la Scrittura che può commettere un uomo adorare un altro al posto del Vero Dio, adorare il nulla, un pezzo di pietra, invocare un entità che non esiste al posto di Dio, lui sperava che fosse finito, che la gloria di Dio fosse restaurata e che Israele fosse ritornato definitivamente all’osservazione della Legge. Per questo lui si cinge i fianchi, corre dinanzi ad Acab e vedendo mutato Acab sperava di poter convertire anche la Regina Gezabele, che era la causa principale dell’abbruttimento del popolo di Dio precipitato nell’idolatria, lei era la vera responsabile. Il Profeta Elia aveva ragioni fondate di sperare in un mutamento radicale della situazione, ma per prudenza rimane alle porte della città, perché sa di che cosa era capace la scellerata Gezabele. Ricordate la vicenda di Nabot e della sua vigna, fu lei che procurò la morte del giusto Nabot attraverso la calunnia di falsi testimoni, per dare la vigna ad Acab, che lui voleva, e che Nabot non voleva dare perché era la vigna dei suoi Padri, così Elia per prudenza rimane alle porte della città. Di fatto la delusione fu enorme per Elia quando Gezabele gli mandò un messo, giurando sui suoi dei, che di sicuro il giorno dopo lo avrebbe ucciso, come Elia aveva ucciso i profeti di Baal, perché Elia uccise al torrente i profeti di Baal, dopo che lui vinse quella sfida.

A questo punto Elia viene preso da uno scoraggiamento enorme, tanto grande quanto era grande la sua speranza, vede la rovina completa del popolo, vede l’impossibilità di ricondurlo a Dio, e vede di fatto l’inutilità di tutto quello che lui aveva compiuto sul monte Carmelo. Il mutamento di Acab, del Re, sul Monte Carmelo, l’atto di adorazione del popolo, l’eliminazione radicale dei profeti di Baal, che aveva ucciso, tutto questa bellezza gli è sembrata di fatto vana di fronte all’ostinata perversità della Regina. Lui che aveva affrontato il Re che lo cercava a morte, lui che aveva parlato con tanta forza ad un popolo ribelle, lui che aveva vinto contro 850 falsi profeti, ora si trovava impotente e tremante di fronte alla minaccia di una donna. 

“Il Signore suole permettere ai suoi servi prediletti questi stati di scoraggiamento, perché vuole conservarli nell’umiltà, vuole fare in modo che il corso di tutti gli eventi che riguardano i suoi figli prediletti, sia temperato da momenti di grande soddisfazione, insieme a momenti di grande amarezza.” 

Dopo un grande trionfo anche l’anima più santa, prova un occulto compiacimento per le cose belle che è riuscita a fare, e questo è letale per la pace dell’anima, per l’umiltà. Il successo di fatto turba anche il cuore di un Santo e gli fa perdere quel silenzio interiore che è necessario per il godimento dell’intimità con Dio. Noi abbiamo bisogno di questo silenzio interiore. Il Signore di fatto con un tratto di bontà si ritira e fa toccare con mano alla sua creatura, la nullità della speranza umana, toglie ogni appoggio e la costringe a volare più in alto, a volare verso il Cielo, verso un affidamento totale a Lui. 

La nostra esperienza qual è?

E’ quella che davanti ad un grande successo subito anche una piccola contrarietà ingrandisce, e se questa contrarietà sarebbe stata tranquillamente superabile, dopo un trionfo diventa talmente grave che non la si riesce più a superare. Nella nostra gioia vediamo tutto roseo, la fantasia cresce la portata di un successo, si perde la tensione dello sforzo, la vigilanza, l’accortezza, la riflessione e diventa anche più facile fare un passo sbagliato, fare una decisione avventata. Alla paziente attesa subentra spesso un irruente fretta, l’irruenza di fronte a ciò che appare come ineluttabile, diventa subito viltà e scoraggiamento, la vita appare pesante, insopportabile, si ha disgusto di tutto, di tutti, si cade in un abbandono che toglie ogni forza di resistenza, che fa guardare solo alla morte come unico rifugio. Questo è lo stato in cui si trova Elia, e quindi lui parte immediatamente.

Dice la Scrittura:

“Se ne andò dove il suo desiderio lo portava”

Elia cerca un luogo sicuro, un deserto per sfuggire alla morte, come si trova nel testo ebraico. 

“L’espressione andò dove il desiderio lo portava” questa è la traduzione corretta – è mirabile per indicare la cautela con la quale partì, senza dirlo praticamente a nessuno, quasi neanche a se stesso. Lui si lasciava portare da Dio. Quando giunge a Bersabea di Giuda, licenzia il suo servo, per non coinvolgerlo dentro a questa angustia, anche per il pericolo che incombeva su di lui, e perché non voleva fare sapere a nessuno dove andava. Nei momenti più penosi di scoraggiamento si ama stare da soli e qualunque discorso con le persone, risulta fastidioso e pesante. Si inoltra nel deserto per una giornata di cammino, perché è oppresso da un timore mortale, e non gli sembra neanche sufficiente fuggire il pericolo, si inoltra il più possibile, finché poi si stanca e si adagia sotto un ginepro. Vede inutile ogni suo sforzo e desidera morire.

Desideroso di morire, disse: “Ora basta, Signore! Prendi tu l’anima, perché io non sono migliore dei miei padri”

Di fatto sembra strano in verità questo desiderio di morire in uno che fugge proprio per scampare dalla morte. Se fosse rimasto dov’era sarebbe morto per mano di Gezabele, moriva martire, moriva per la spada scellerata della Regina, ma di fatto Elia è sfiduciato verso tutti, solo nel deserto si sente più unito a Dio per la tribolazione, e vede come un sollievo il poter lasciare in quel luogo, la vita, ignoto a tutti. La morte ci fa paura quando ce la minacciano gli uomini, perché urta contro l’istinto di conservazione che abbiamo, me sembra desiderabile quando l’attendiamo da Dio, perché si muta in una aspirazione di pace. Non è che Elia desidera morire, perché sarebbe potuto rimanere dov’era, Elia non desidera morire. Il desiderio profondo di Elia è quello di pace, di liberazione, di sollievo, Elia desidera essere liberato dalla paura di dover morire, desidera essere liberato dalla realtà della morte, perché lui non vuole morire per mano di Gezabele, non vuole morire proprio. Lui vuole semplicemente sollievo, e in quel momento il sollievo gli appare nel deserto e da solo. Non è la morte che lo affascina. 

L’anima di fatto è tesa verso l’Eternità, non verso il sepolcro. 

L’esegesi che adesso vi propongo è un’esegesi che trovo bellissima, verissima e che prendo dal nostro grandissimo amico, esegeta, devoto, amante che è Don Dolindo Ruotolo, questo Sacerdote meraviglioso. Don Dolindo commentando questo passo, dice che noi possiamo supporre che il Signore avesse già rivelato ad Elia che non doveva morire, prima della fine del mondo, ed è forse per questo che Elia dice la famosa frase:

 “Ora basta, Signore! Prendi tu l’anima, perché io non sono migliore dei miei padri”

Elia non vuole mettersi in uguaglianza con i suoi Padri. Don Dolindo dice che Elia voleva dire:

“Se i miei padri sono morti, perché non dovrei morire anche io?”

Pensava che lui non era degno di una lunga vita per lui ormai inutile.

Perché non era degno di una lunga vita?

Perché non riusciva a vincere la perversità di Israele. 

“Non sono migliore dei miei Padri, perché non riesco a convertirli veramente”

Lui desiderava la morte ma la voleva dalle mano di Dio, cercava la pace, la liberazione, non vedeva altra possibilità che il Signore intervenisse per liberarlo e lo facesse morire. Lui temeva che se fosse morto per le mani di Gezabele, si sarebbe distrutto quel frutto meraviglioso raccolto sul Carmelo, e temeva che a quel punto l’idolatria avrebbe potuto trionfare nel modo più clamoroso. 

Ciò che muove quella frase è lo zelo per il Signore.

Zelo zelatum sun pro Domino Deo exercituum.

Ardo di zelo per il Signore Dio degli eserciti.

E’ un uomo che è talmente divorato dallo zelo per il Signore, è talmente mosso dalla  giustizia, dalla verità, dalla bellezza che non può fare a meno di dire: 

“Se non posso arrivare fin lì, la mia vita non ha più senso”

Il suo senso lo trova nello zelare la causa del Signore, ma vede che non è riuscito a cambiare il cuore di Gezabele. 

Poi arriva questo grande momento del cibo, che gli viene dato dal Cielo:

“Alzati e mangia Elia”

E con quel cibo e quell’acqua lui viaggiò per quaranta giorni e quaranta notti senza più mangiare e senza più bere.

Cosa ci fa pensare questo cibo, questo pane cotto sotto la cenere, che la Provvidenza di Dio aveva messo lì?

Non ci può far pensare ad altro che all’Eucarestia, che ci dà la possibilità di affrontare qualunque deserto, qualunque fallimento, qualunque insuccesso, qualunque ostacolo. L’Eucarestia è veramente la nostra vita, ed è un Sacramento la cui efficacia si sperimenta continuamente. Il pane di Elia che viene cotto sotto la cenere perché era un pane di pellegrinaggio angoscioso, è come l’Eucarestia, anche l’Eucarestia è un pane che è stato cotto sotto la cenere, perché l’Eucarestia viene a noi dall’umiliazione del Figlio di Dio, ed è assorbito da noi dall’umiliazione del nostro cuore, noi ci nutriamo di questo pane cotto nell’umiliazione, nell’annichilimento, nella nudità trafitta, sfregiata oltraggiata del Figlio di Dio, cotto nel rinnegamento, sotto la cenere del tradimento, dell’abbandono dei discepoli e di tutti gli uomini, cotto sotto il silenzio del Padre. 

Anche noi, come Elia dobbiamo alzarci e mangiare.

Come?

Noi sorgiamo “alzati” con la Confessione e “mangia”, mangiamo alla Sacra mensa dell’altare. Dobbiamo sconfiggere le passioni che ci perseguitano le nostre Gezabele. Ognuno di noi ha Gezabele, abbiamo tante Gezabele nella nostra vita. Come Gezabele perseguitava Elia, così le passioni, la carne e il mondo perseguitano noi, tentano di distruggerci e noi dobbiamo correre all’Oreb, come fa Elia che corre a Dio. Dobbiamo sorgere nella penitenza, nella Confessione e mangiare il pane della vita che ci dà la vittoria.

Non potrò affrontare per questioni di tempo la visione di Dio che Elia ebbe sull’Oreb, bellissima, voglio con voi invece affrontare la dipartita, quando Elia viene rapito da Dio, veramente commovente, fa piangere questo brano che troviamo al cap. 2° del Secondo Libro dei Re.

Il Signore rivela ad Elia che vuole rapirlo a sé ma non per farlo morire, lo rapisce per riservarlo alla fine dei tempi, per l’ultima lotta contro l’uomo del peccato. Don Dolindo in questo è geniale. Ho letto tante esegesi ma tutti quelli che ho studiato non sono niente a paragone della genialità di Don Dolindo, quest’uomo ha forgiato la sua esegesi sotto la cenere del dolore più acuto, dell’intimità più bella, più vera, più sincera con Eucarestia. 

Elia aveva tanto desiderato ristabilite la Gloria di Dio in Israele, ma tranne poche azioni forti, coraggiose, di fatto era stato costretto a vivere appartato dal mondo nella solitudine, e il Signore che è fedele e non disinganna mai i suoi servi quelli veri, non volle rendere vani gli ardenti desideri di Elia e lo esaudì negli slanci del suo cuore, assai di più di quello che Elia poteva supporre o sperare, dandogli, la missione di combattere contro l’anticristo, cioè con la potenza più tenebrosa che si leverà nel mondo contro la gloria di Dio. Per dargli questa missione il Signore doveva conservarlo in vita, perché se fosse morto sarebbe finito il suo pellegrinaggio terreno e non sarebbe stato capace di combattere meritando, quindi la bontà divina lo rapisce a sé, celandolo in un luogo sconosciuto al mondo, perché non volle che egli fosse rimasto sulla terra nella penosa situazione degli altri uomini.

Don Dolindo dice:

“Questa non è una fantasia, ma risponde al testo scritturale e alla tradizione della Chiesa”

Elia è nascosto da qualche parte, ed è la che attende questo momento grandioso. 

Avendo conosciuto che doveva appartarsi dall’umanità, Elia volle andare nelle varie città dove vi erano le scuole dei profeti, per licenziarsi da loro, e non avrebbe voluto far conoscere ad Eliseo, che era il suo profeta affezionato, che era venuto il tempo di separarsi, perciò lo prega di fermarsi lì:

“Aspettami qui, aspettami qui”

Ma Eliseo che aveva capito tutto, giura in maniera solenne che non lo avrebbe mai lasciato. Ci sono delle volte che bisogna saper disobbedire, certo bisogna essere Eliseo per capire quando si può disobbedire, ma ci sono delle volte che bisogna farlo, i Santi sono furbi, si nascondono, si celano, e quindi bisogna essere furbi quando abbiamo a che fare con i Santi. Vanno a Betel.

Perché vanno a Betel?

Perché in questo luogo, Geroboamo aveva innalzato i vitelli d’oro, simboli dell’idolatria, però nonostante questo c’era una fiorente scuola di profeti, il Signore pensava di conservare la vera fede nel suo popolo e in tempi così brutti e calamitosi, si moltiplicarono queste scuole di profeti, erano delle vere comunità religiose. Appena si seppe della venuta di Elia e di Eliseo in Betel, i figli dei profeti uscirono incontro ad Eliseo, anche loro avevano saputo che Elia sarebbe stato rapito dal Signore, e lo avvertirono perché fosse preparato a questo distacco, ma Eliseo disse che lo sapeva già, e solo il pensarlo per lui era un tormento, era una tortura incredibile. Per una seconda volta Elia avrebbe voluto separarsi da Eliseo, a Betel ma il fedele discepolo di fatto dice no e lo accompagna anche a Gerico. Anche lì i discepoli dei profeti gli annunziano le stesse parole che doveva separarsi e anche qui Elia vuole lasciare Eliseo a Gerico, ma lui rinnova il giuramento e lo segue e si avviano verso il Giordano e dietro a loro tutti i profeti. Tutti sapevano che Elia doveva essere rapito. Elia giunge sulle rive del fiume, arrotola il suo mantello, quasi ne fa un bastone, percuote le acque e subito le acque si aprono e lasciano passare Elia ed Eliseo. Con questo miracolo grandioso passano all’altra riva, a questo punto Elia domanda ad Eliseo che cosa vuole da lui, prima di separarsi definitivamente, è un pò come il suo testamento. Qui Don Dolindo dice:

“Eliseo, secondo il testo originale ebraico, non gli domanda due terzi del suo spirito, Eliseo gli domanda il doppio del suo spirito”

Chiede due volte tanto il suo spirito. Per chi non ha sperimentato queste cose, sono assolutamente incomprensibili. Domanda il doppio dei doni che lui aveva ricevuto da Dio, ma gli fece questa richiesta non per un desiderio di ostentazione, nel senso di avere una maggiore potenza, non è il potere che lo seduce, ma è per poter servire meglio la gloria di Dio. 

Elia risponde dicendo:

“Tu hai domandato una cosa difficile”

Perché non dipendeva da lui dargli questa grazia, ma da Dio. Tuttavia si sentì ispirato a dirgli che se lo avesse visto salire a Dio, avrebbe ottenuto quello che aveva domandato. Questa sarebbe stata la prova che veramente avrebbe ricevuto il doppio del suo spirito.

Zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum.

Ardo di zelo per il Signore Dio degli eserciti. Questo è Elia! Dovremmo scrivere questa frase da tutte le parti per dire che anche noi ardiamo di zelo per il Signore!

Quale relazione poteva essere tra il vederlo salire al cielo Elia e ricevere questo spirito?

Elia era quasi del tutto trasumanato, vedeva un orizzonte più vasto nel futuro e di fatto in questo misterioso rapimento veniva prefigurato Gesù nella sua gloriosa Ascensione al Cielo. 

Quando gli Apostoli hanno ricevuto lo Spirito Santo?

Lo hanno ricevuto poco dopo il distacco del loro Maestro, così Eliseo, guardando Elia, completava questa figura profetica, e quindi riceveva i doni del suo Maestro che erano una prefigurazione del Paraclito mandato dal Redentore, da Gesù. Elia salendo al Cielo rappresenta Gesù, diventava come un centro di fusione di grazie, i doni ricevuti da Dio erano come petali di fiori che si staccavano e cadevano, ricordate Teresina, Eliseo guardandolo rappresentava gli Apostoli, riceveva le Grazie di Elia, come gli Apostoli hanno ricevuto la benedizione di Gesù prima e i doni dello Spirito Santo dopo. Se Eliseo non avesse veduto Elia salire, non avrebbe più rappresentato gli Apostoli e logicamente non avrebbe ricevuto nulla.

Di fatto vedere questo spettacolo del rapimento di Elia, voleva dire partecipare in modo indiretto a questa scena meravigliosa, e il vederlo rapito era già una prima grazia, che gli avrebbe portato un aumento di fede, di speranza, di carità e di umiltà, quindi saprebbe stato agevolato in condizioni più favorevoli per ricevere una maggior effusione di Grazia.

Il mantello che era avvoltolato e contorto, era lo strumento di questo miracolo che aveva aperto il Giordano e raffigura l’umanità spoglia del Redentore, contorta dallo spasimo, dal dolore, dalla sofferenza in Croce, dalla flagellazione, vittoriosa sulle acque del male. 

Il passare le acque all’asciutto, figurava il passaggio misterioso delle anime votate alla povertà, attraverso le acque turbinose del mondo.

“Padre mio, Padre mio, cocchio di Israele e suo cocchiere”

E’ il momento in cui Eliseo considera Elia come Padre suo, come sostegno, come rinnovazione di Israele. 

Il Signore risponde all’amore della sua creatura, e così il Signore lo porta via, lo rapisce da questa pena che aveva. Ad un tratto il cielo diviene acceso di un misterioso fulgore, comincia a soffiare un vento impetuoso ma pieno di pace, perché non dava paura, non dava ansietà, una fiamma avvolge Elia improvvisamente e lo separa da Eliseo. Una fiamma che sembrava un carro, perché Elia dentro a questa fiamma era assiso. Una fiamma che si allungava davanti in due lingue di fuoco che sembravano due cavalli infuocati, incendiati.

Zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum

Tutto avvenne in un attimo, ci dice Don Dolindo, e nel turbine maestoso e sereno, quella fiamma si levò in alto, proprio come un carro tirato da destrieri infuocati. La figura di Elia era più bella nei riflessi dell’incombustibile fuoco, egli aveva lo sguardo a Dio e le mani elevate al suo Dio, il Dio di Israele. Intanto Eliseo gridava e guardava:

“Oh Padre mio, Padre mio, cocchio di Israele e il suo cocchiere

Veloce come una saetta, come un fulmine, Elia si dilegua e sparisce nel turbine. Cessa il vento, cessa il fulgore, cessa la terra tutta incendiata e quindi la terra torna a sembrare più brutta, più pesante, più opprimente. Il fiume sembrò persino più torbido ed Eliseo si trovò abbandonato e solo, ebbe un senso di vertigine, si guardò intorno e scoppiò in pianto e per la pena si lacerò le vesti. 

Sentite adesso cosa scrive Don Dolindo. A leggere queste parole viene da piangere perché sono delle parole così vere che dovrebbero leggere solamente coloro che le meritano, perché sono una grazia e solo chi le merita le può capire.

Scrive Don Dolindo:

“E’ proprio dei discepoli fedeli che vivono nell’intimità di un Maestro prediletto il ridiventare bambini, il perdere quasi la coscienza della loro personalità, il farsi guidare in ogni passo, non sapersi più muovere senza quella compagnia, diventare anche inceppati. Eliseo si trovò come smarrito, non sapeva che cosa fare e pensò di ripassare il Giordano per andarsene nella comunità dei profeti di Gerico. Raccolse il mantello che nel turbine del vento era caduto ad Elia.”

Non solo lui lo vede andare via, ma Elia gli lascia il suo mantello. Chissà Eliseo come ha tenuto quel mantello, chissà quel mantello per Eliseo che cosa è diventato! Il mantello aveva un significato enorme, Eliseo viene portato via da Elia che getta il suo mantello sulle spalle a Eliseo. La vocazione di Eliseo accade proprio così, ricevendo il mantello sulle spalle. 

Gli lascia tutto. Eliseo raccolse il mantello caduto a Elia quasi a testimoniare che il fuoco che lo aveva rapito non lo aveva bruciato, non era stato un fulmine, era stato proprio portato via dal Signore.

“E’ proprio dei discepoli fedeli che vivono nell’intimità di un Maestro prediletto il ridiventare bambini, il perdere quasi la coscienza della loro personalità, il farsi guidare in ogni passo, non sapersi più muovere senza quella compagnia, diventare anche inceppati.”

Chi vive questo quando sente queste parole è come una cassaforte che va in combinazione perfetta. Questa è la combinazione perfetta, questa è la combinazione delle anime sante, di coloro che veramente vivono un’intimità divina. 

Vi lascio con quest’ultima espressione, vi auguro di cuore oggi di poter scoprire un giorno di poter essere discepoli fedeli. 

Se avessimo avuto la grazia di vivere ai tempi di Padre Pio, che bello sarebbe stato, avremmo potuto sperimentare questa frase, avremmo avuto un Padre meraviglioso, un Padre terreno, un Sacerdote terreno che sarebbe stata l’immagine perfetta del Padre Celeste, saremmo potuti diventare veramente bambini.

“Vivere nell’intimità di un maestro prediletto” 

Questo ti fa diventare bambino, questo ti strappa dall’anima tutto il male che puoi aver fatto, è questo che ti strappa il male dal cuore, che ti rimette sano di mente, che ti rende nuovamente innocente, che ti pulisce gli occhi, che ti fa rivedere e gustare altezze meravigliose e infinite, questo.

“Perdere quasi la coscienza della personalità” 

Noi queste cose le chiamiamo plagio, ma questo non è il plagio, più tu sei così, più ti scopri nuovamente uomo, liberissimo e nello stesso tempo assolutamente dato, consegnato. 

“Farsi guidare in ogni passo, non sapersi più muovere senza quella compagnia, diventare anche inceppati”

Sono espressioni talmente belle che dispiace quasi dover chiudere il libro.

Vi auguro davvero di cuore una giornata meravigliosa, sono stato un pò lungo ma visto che in questo tempo non potrò fare sempre le omelie ogni giorno, oggi mi sono allungato un pò, pareggio le volte che non potrò farle. Vi chiedo scusa se vi ho rubato tanto tempo, spero davvero che anche voi abbiate potuto gustare queste pagine come le ho gustate io, anzi di più vi auguro. 

Chiedo al Signore benedirvi per intercessione del Profeta Elia, là dove lui è, e speriamo di poterlo un giorno rivedere presto venire a combattere, come dice Don Dolindo, contro l’anticristo, quando sarà il momento e lasciarci guidare da questo zelo anche noi.

Zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum.

E la benedizione di Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, discenda su di voi e con voi rimanga sempre.

Lunedì della XVI settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

PRIMA LETTURA (Mi 6,1-4.6-8)
Uomo, ti è stato insegnato ciò che richiede il Signore da te.

Ascoltate dunque ciò che dice il Signore:
«Su, illustra la tua causa ai monti
e i colli ascoltino la tua voce!».
Ascoltate, o monti, il processo del Signore,
o perenni fondamenta della terra,
perché il Signore è in causa con il suo popolo,
accusa Israele.
«Popolo mio, che cosa ti ho fatto?
In che cosa ti ho stancato? Rispondimi.
Forse perché ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto,
ti ho riscattato dalla condizione servile
e ho mandato davanti a te
Mosè, Aronne e Maria?».
«Con che cosa mi presenterò al Signore,
mi prostrerò al Dio altissimo?
Mi presenterò a lui con olocausti,
con vitelli di un anno?
Gradirà il Signore
migliaia di montoni
e torrenti di olio a miriadi?
Gli offrirò forse il mio primogenito
per la mia colpa,
il frutto delle mie viscere
per il mio peccato?».
Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono
e ciò che richiede il Signore da te:
praticare la giustizia,
amare la bontà,
camminare umilmente con il tuo Dio.

SALMO RESPONSORIALE (Sal 49)
Rit. A chi cammina per la retta via, mostrerò la salvezza di Dio.

«Davanti a me riunite i miei fedeli,
che hanno stabilito con me l’alleanza
offrendo un sacrificio».
I cieli annunciano la sua giustizia:
è Dio che giudica.

«Non ti rimprovero per i tuoi sacrifici,
i tuoi olocàusti mi stanno sempre davanti.
Non prenderò vitelli dalla tua casa
né capri dai tuoi ovili».

«Perché vai ripetendo i miei decreti
e hai sempre in bocca la mia alleanza,
tu che hai in odio la disciplina
e le mie parole ti getti alle spalle?

Hai fatto questo e io dovrei tacere?
Forse credevi che io fossi come te!
Ti rimprovero: pongo davanti a te la mia accusa.
Chi offre la lode in sacrificio, questi mi onora».

Canto al Vangelo (Sal 94,8)
Alleluia, alleluia.
Oggi non indurite il vostro cuore,
ma ascoltate la voce del Signore.
Alleluia.

VANGELO (Mt 12,38-42)
La regina del Sud si alzerà contro questa generazione.

In quel tempo, alcuni scribi e farisei dissero a Gesù: «Maestro, da te vogliamo vedere un segno».
Ed egli rispose loro: «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.
Nel giorno del giudizio, quelli di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona! Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!».