Vœ nobis, quia peccavimus.
(Guai a noi, perché abbiamo peccato).
(Lament. v, 16.)
Il profeta Geremia, Fratello, si considerava responsabile dei peccati del suo popolo; esclamava piangendo amaramente: «Finalmente, finalmente, abbiamo perso con i nostri peccati quei piaceri puri di cui godevano i nostri cuori, le nostre gioie si sono trasformate in tristezza e la corona di gloria che avevamo sulle nostre teste è caduta. Guai a noi, perché abbiamo peccato». Cosa, Fratello, è più degno delle nostre riflessioni e delle nostre lacrime di queste parole del profeta, che ci mostra le terribili devastazioni che il peccato provoca in chi è così infelice da commetterlo? Come potrei, Fratello, osare parlarvi della grandezza, della malvagità del peccato nei confronti di Dio contro cui è commesso e delle disgrazie che attira su chi lo commette? Ahimè, Fratello, parlarvi di distruggere il peccato in voi, di annegarlo nelle vostre lacrime e di annientarlo con le vostre penitenze significa voler distruggere ciò che i re, per quanto potenti fossero, non sono mai riusciti a rovesciare, né con la severità delle torture, né con il rigore e la moltitudine dei loro decreti; è voler impedire ciò che i profeti dell’Antico Testamento non hanno mai potuto impedire con la forza della loro eloquenza tutta divina; significa voler distruggere ciò che gli apostoli, infiammati dall’amore di Dio e animati dalla forza dello Spirito Santo, non sono mai riusciti a distruggere. Ahimè, Fratello, significa voler annientare ciò che tutti i martiri non sono mai riusciti a soffocare con il loro sangue versato. Ah! Che dico? È voler sterminare ciò che Gesù Cristo stesso, pur essendo Dio, non ha completamente sterminato con tutti i suoi tormenti e le indicibili sofferenze della sua dolorosa e crudele passione. Sì, Fratello, vi parlerò quindi del peccato, cioè di ciò che il buon Dio stesso, da più di seimila anni, non ha rovesciato con tutte le grazie della sua santa e divina religione, con tutte le forze dei suoi sacramenti e con tutto lo zelo dei suoi ministri. O peccato! O maledetto peccato mortale, così familiare agli uomini e così poco conosciuto dagli uomini! O maledetto peccato, distruttore della nostra santa religione, crudele carnefice delle nostre anime! … germe di riprovazione! Orrore del cielo e desolazione della terra! O peccato maledetto, che sei la causa di tutte le nostre disgrazie per il tempo e per l’eternità! O sanguinario assassino di Gesù Cristo stesso! O mio Dio, se conoscessimo bene cos’è il peccato, potremmo commetterlo con piacere; e, dopo averlo commesso, potremmo vivere tranquilli! Mio Dio, quanto siamo ciechi! Vediamo quindi tutti insieme cos’è il peccato mortale, la sua malvagità, poi l’accecamento di chi lo commette e i mali che ci procura.
I. – No, Fratello, mai sarà dato ai mortali di comprendere la grandezza della malvagità del peccato mortale. Se avessi il potere di aprire le porte dell’inferno e di circondarvi di tutte quelle sfortunate vittime della giusta ira di Dio, ognuna di loro vi descriverebbe in modo straziante le lacrime che ha versato, dei sospiri e delle grida che hanno lanciato, dei dolori che hanno provato e che sopporteranno fino alla fine dell’eternità, se fosse possibile che ci fosse una fine. Tutto questo non sarebbe ancora nulla. E se mi chiedete il motivo, eccolo: bisognerebbe riuscire a farvi capire, da un lato, fino a che punto il peccato oltraggia il buon Dio e, dall’altro, fino a che punto l’infinita potenza di Dio punisce il peccato; cosa che non sarà mai data a nessuno, nemmeno agli angeli, di sapere. Tutto ciò che vi dirò non sarà quindi nulla in confronto a ciò che è.
Se mi chiedete, Fratello, che cos’è il peccato mortale, ecco cosa ci dice sant’Agostino: è un’avversione a Dio e un attaccamento disordinato e criminale alle creature. Ecco quindi, Fratello, la materia del peccato: non solo allontanarsi da Dio, ma anche odiarlo. O mio Dio, quale sventura è paragonabile a questa, attaccarsi a una vile creatura, darle tutto l’affetto del proprio cuore, disprezzando il proprio Creatore, il proprio Dio? Possiamo noi, Fratello, immaginare una malizia più nera e un’enormità più spaventosa? Ma ancora, Fratello, chi ci dirà che cos’è questo male dell’avversione a Dio? Eccolo: è un’opposizione universale alla volontà di Dio. Ecco il linguaggio che teniamo a Dio quando pecchiamo: «Allontanati da me, non voglio più che tu sia il mio Dio, né io essere tuo servitore: ti disprezzo con tutti i tuoi beni. Tu vuoi questo; ebbene, io non lo voglio. Tu non vuoi questo; ebbene, io lo voglio. Tu mi comandi di fare questo, io non voglio farlo». Vuoi capirlo meglio? Ascoltami un istante: Tu mi comandi, diciamo a Dio, di pregarti mattina e sera; ebbene, io non voglio pregarti. Tu vuoi che io santifichi il santo giorno della domenica; ebbene, io non voglio, voglio profanarlo con i lavori che mi hai proibito, anzi, abbandonandomi ai piaceri e alla dissolutezza. Mi comandi di conservare il mio corpo e la mia anima puri e casti; ebbene, io non voglio; li profanerò con pensieri, desideri sporchi e vergognosi, con le azioni più infami. Vuole che perdoni il mio nemico; ebbene, io voglio vendicarmi. Vuole che io vi ami; ebbene, io vi disprezzo e mi dedico alle creature. Volete che io tragga profitto dalla vostra santa parola, che i vostri ministri mi annunciano per farmi conoscere i mezzi per comportarmi bene; volete che io tragga profitto dalle grazie che la religione ci offre per aiutarci a vincere le nostre inclinazioni; ebbene, io voglio disprezzare la vostra parola e colui che la annuncia e calpestare tutte le vostre grazie. Ecco, Fratello, il linguaggio che usiamo nei confronti del buon Dio ogni volta che pecchiamo; è per questo che il profeta Isaia chiama i peccatori ribelli che fanno sempre il contrario della volontà del Signore [1].
In secondo luogo, dico che questa parola “avversione” significa anche disgusto, ribellione del cuore contro tutto ciò che ha a che fare con la religione: la penitenza, le mortificazioni, il perdono dei nemici, le violenze che bisogna infliggersi per vincere le inclinazioni corrotte del proprio cuore, la privazione di certi piaceri, così come del resto, ci spaventa, ci fa star male solo a pensarci; troviamo che il buon Dio esiga troppo, che sia troppo difficile servire il buon Dio; preferiamo esporci a soffrire per tutta l’eternità piuttosto che fare qualche violenza a noi stessi per piacere a Dio evitando il peccato. O mio Dio, quanto è cieco l’uomo! È possibile che una vile creatura osi ribellarsi al suo Creatore, che con un solo sguardo la annienterebbe all’istante?
In terzo luogo, dico che non solo il peccatore, peccando, preferisce la creatura alla maestà di Dio: che vergogna! Che orrore per un cristiano, se sapesse ciò che fa peccando! Ma ancora sant’Agostino dice: «Tante sono le passioni che soddisfiamo, tanti sono gli dei stranieri che adoriamo». Oh! Che ingiustizia fa il peccatore a Dio, mettendolo al di sotto della sua passione! Sì, ci dice questo santo, questo sfortunato impudico mette il suo Dio al capezzale di una donna infame… sì, mette il suo Dio negli sguardi di un impudico, nei piaceri brutali e infami di un uomo lascivo. Che cos’è un impudico? Ci dice sant’Agostino; è un uomo povero e infelice che respira solo carne e sporcizia. Che cos’è un irascibile? È un uomo che sprigiona fuoco dagli occhi e dalle narici. Che cos’è un invidioso? È un uomo che muore di dispiacere e che si consuma di rabbia. Che cos’è un ambizioso? È, ci dice, un uomo pieno solo di fumo. Ebbene, dove pensate che il peccatore metta il suo Dio? Credete che sia nei suoi occhi? Ancora più in basso. È nel suo cuore? No, ci dice, ancora più in basso. È nel fondo degli abissi? No, ci dice, ancora più in basso… Allora dove si trova? Ah! Sfortunato, eccolo qui: se riesci a sentirlo senza morire di orrore, guai a te. Ah! Sfortunato peccatore, metti il tuo Dio sotto la schiuma dei tuoi accessi d’ira, sotto la sordida passione della tua avarizia; sfortunato, è sotto la bile della tua furia, sotto la rabbia della tua invidia, sotto il fumo della tua ambizione. Ah! Che dico? Lo metti e vorresti annegarlo nel succo delle tue turpitudini impure e infami. O mio Dio, chi comprenderà cos’è il peccato e potrà ancora commetterlo?
Ho imparato, Fratello, nella Sacra Scrittura, che il cielo e la terra non possono contenere la grandezza della maestà di Dio. Ho imparato bene che Egli ha il suo trono nel sole [2] ed è circondato da luci; ma non avevo mai visto che la divinità di un Dio tre volte santo potesse essere sporcata, macchiata di immondizia, annerita dal fumo delle passioni degli uomini infami. O peccato! O peccato maledetto! Tu ci fai vedere bene ciò che non comprenderemo mai! Oh, che orrore, Fratello, che la divinità sia strappata dal suo trono da un infame peccatore per essere messa sotto i piedi delle sue passioni! O eternità! Sarai abbastanza lunga per punire questi infelici? San Paolo, volendo descriverci l’enormità del peccato della carne, ci dice parole così sorprendenti che, se poteste comprenderle bene, vi sarebbe impossibile cadere mai in questo peccato: «Non sapete che il vostro corpo è un membro di Gesù Cristo [3]?». Così che un impudico che si abbandona a una creatura infame, del suo corpo che è un membro di Gesù Cristo, ne fa il membro di una prostituta infame. O orrore! O abominio, che deve far rabbrividire persino l’inferno di orrore! Ditemi, Fratello, cosa pensereste di un uomo che fosse così furioso da prendere il sangue più impuro degli animali sporchi e metterlo nel calice insieme al prezioso sangue di Gesù Cristo dopo la consacrazione? Questo solo vi fa orrore; eppure il peccatore va ancora oltre, preferendo il demonio al Figlio di Dio e i movimenti di Satana ai movimenti della grazia di Gesù Cristo.
In quarto luogo, dico che il peccato mortale ci acceca al punto che quasi non riconosciamo più il male che facciamo; almeno in modo così debole che pecchiamo quasi senza accorgercene. Se il peccato si presenta, lo accogliamo; se arriva la grazia, la disprezziamo; così, una volta accecati e induriti, facciamo tante cadute quanti sono i passi che compiamo. Il buon Dio, come punizione per i nostri peccati, ci respinge dalla sua presenza e ci consegna nelle mani delle nostre passioni. In base a ciò, la nostra vita non è altro che un intreccio di crimini e una serie ininterrotta di peccati. Il cuore dell’uomo è simile a un mare agitato da terribili tempeste, in cui un’onda ne produce un’altra: lo stesso accade al peccatore. Il primo peccato ne produce un altro, così si spingono l’uno l’altro, e l’ultimo spinge all’impenitenza finale, e l’impenitenza finale alla morte, e la morte all’eternità infelice. Così, ci dice Tertulliano, un peccato diventa materia di un altro. Da ciò deduco, Fratello, che il peccatore smette di peccare solo nel momento in cui smette di vivere; tutta la sua vita non è che una serie di crimini, fino a quando non arriva all’ultimo.
La Sacra Scrittura ci fornisce un famoso esempio in questo senso nella persona dello sfortunato Amasias, re di Giuda. Questo principe aveva tutte le qualità naturali che si potrebbero desiderare in un buon re e, a quanto pare, aveva le migliori disposizioni. Salì al trono all’età di 25 anni. Fino ad allora aveva vissuto abbastanza bene; ma, ahimè, appena fu elevato, l’orgoglio e l’ambizione si impadronirono di lui. Voleva sapere quante persone avrebbe avuto il diritto di comandare; ne aveva trecentomila in grado di portare le armi: «Sono davvero tante persone», si disse, «ma dove troverò i soldi per pagarle?». Fece istituire una tassa con cui schiacciò il suo popolo e la fece applicare con estrema crudeltà. Il Signore gli mandò un profeta per rimproverarlo, ma no, un cieco, nulla può toccarlo; disprezza i rimproveri del profeta; lo minaccia persino di morte, crogiolandosi, per così dire, nel vizio del suo orgoglio. Vedendo che il profeta lo rimproverava, gli disse: «Non smetti mai di importunarmi; ebbene, abbandonerò il vero Dio e adorerò gli idoli». E così fece. Vedendosi alla testa di un esercito superbo e ben equipaggiato, crede che nulla possa resistergli. Attacca il re d’Israele: vuole diventare padrone dei suoi Stati e far morire il re; ma, ahimè, il suo esercito fu fatto a pezzi e lui stesso fu catturato e condotto in cattività, dove rimase per quindici anni; infine i suoi stessi servi lo sgozzarono [4]. Ecco, Fratello, l’immagine precisa di un peccatore incallito, la cui incallitura consiste in una certa serie di crimini e in una continua successione di cattive azioni, e in un certo flusso e riflusso di empietà; egli smette di peccare solo quando smette di vivere; solo la morte gli apre gli occhi sulla sua condizione.
In quinto luogo, ciò che rende così terribile questa indurimento è l’abbandono di Dio, che si allontana dal peccatore e finisce per consegnarlo nelle mani delle sue passioni. Una volta raggiunto questo grado di cecità, ahimè, nulla lo tocca e nulla è in grado di fargli conoscere lo stato infelice in cui il peccato lo conduce; disprezza tutto ciò che è in grado di richiamarlo a Dio; rifiuta la grazia ogni volta che gli viene offerta. Tuttavia sa di essere nel peccato, sa di non aver celebrato la Pasqua, sa di aver nascosto i suoi peccati in confessione, sa di possedere i beni del suo prossimo, sa che se muore in questo stato sarà perduto. Ascolta il ministro del Signore che gli mostra con il dito lo stato spaventoso della sua anima e non smette di rappresentarglielo. Sì, sa tutto questo; ma lo ascolta solo per deridere e disprezzare anche chi vorrebbe tendergli la mano; riceverà le grazie della salvezza solo per calpestarle. Ascoltate le parole di questo cieco, di questo incallito: «Tutto ciò che dicono i sacerdoti sono solo bugie; è il loro mestiere». Se in un insegnamento c’è qualcosa che li riguarda o che li tocca da vicino, non c’è abominio che non vomitino contro il sacerdote. Li vedete uscire e fare tutto il possibile per trascinare altri nella loro riprovazione. Hanno una tale furia contro Dio e la sua religione che si ostinano a fare del male davanti alle persone buone, cioè a spargere empietà contro la religione, contro i suoi ministri, a lavorare nei giorni sacri della domenica e a ingrassare nei giorni proibiti. Ditemi, Fratello, avreste potuto immaginare che una persona fosse capace di arrivare a questo stato di cecità e di indurimento? Ciò che completa la loro sventura è che forse sono tranquilli, e forse lo saranno fino al momento in cui cadranno nelle mani del loro nemico eterno. Ne abbiamo un bell’esempio nella Sacra Scrittura, dove leggiamo che il re di Siria, avendo concepito il disegno di assediare una città della Giudea [5], fece tendere un agguato ai suoi soldati. Il profeta Eliseo, a cui il Signore lo fece sapere, si mise a pregare chiedendo al buon Dio di accecare tutti coloro che venivano a cercarlo. Dopo aver fatto la sua preghiera, andò a trovare queste persone e disse loro: «Vi sbagliate: seguitemi, non avete preso la strada giusta, questa non è la città che avevate intenzione di assediare. Venite e seguitemi, e vi condurrò dove dovete andare». Il profeta si mise alla loro testa e li condusse direttamente a Samaria, e dopo averli consegnati nelle mani dei loro nemici che avevano deciso di ucciderli, se ne andò [6]. Immagine terribile di ciò che accade di solito alla morte di questo peccatore incallito: se è assistito da un sacerdote, spesso è solo per la sua sfortuna. Il sacerdote lo consola, facendogli considerare la grandezza della misericordia di Dio; gli assistenti si consolano vedendo i favori che gli vengono prodigati in quel momento terribile; ma il sacerdote non fa altro che addormentarlo in una falsa pace, e i sacramenti non fanno altro che accecarlo ancora di più. Egli riceve il sacerdote con straordinaria ospitalità; e i demoni aspettano solo il momento in cui la morte lo colpirà per trascinarlo all’inferno. Ha disprezzato tutto, ha deriso tutto, ed ecco che ora è ridotto, sotto il rigore della giustizia di Colui contro cui ha vomitato tante empietà. Mio Dio, quanto è degno delle nostre preghiere e delle nostre lacrime lo stato di questo povero sventurato!
II. – Ma forse questo vi ha toccato poco, signori; vediamo e consideriamo il peccato sotto un altro aspetto. Mi riferisco ai mali che esso porta con sé.
Dico quindi 1° che il peccato è la fonte di tutte le miserie temporali che proviamo durante la nostra vita. Lo Spirito Santo ci assicura che il peccato ci rende infelici, anche in questo mondo; la povertà, le malattie, le afflizioni, gli altri mali e soprattutto la morte, sono causati dal peccato. Lo Spirito Santo ci dice in diversi punti della Sacra Scrittura che se osserverete i miei comandamenti, farò sì che tutto vi riesca bene, le vostre terre produrranno grano in abbondanza e i vostri alberi saranno carichi di frutti; ma se mi offenderete, vi opprimerò con ogni sorta di mali; tutto perirà tra voi[7]. È facile comprendere che tutti i nostri mali spirituali e temporali ci sono dati come punizione per i nostri peccati. Che cosa ha causato la caduta degli angeli dal cielo negli inferi? Che cosa ha cacciato Adamo dal paradiso terrestre e ha attirato su di lui e su tutti i suoi discendenti tante disgrazie? Nient’altro che il peccato [8]. Chi ha costretto il Signore a distruggere l’intero universo con un diluvio universale, se non i crimini degli uomini che erano sulla terra [9]? Chi è stato la causa dell’incendio di Sodoma, Gomorra e tante altre città, se non il peccato [10]? Ah! Maledetto peccato, chi potrebbe conoscerti e commetterti? Il profeta Natan disse a Davide: «Poiché hai commesso adulterio e hai fatto morire il marito di questa donna, le piaghe di Dio non usciranno dalla tua casa». Lo Spirito Santo ci dice che la miseria e la povertà verranno da Dio nella casa del peccatore e che le case dei giusti saranno benedette [11]. Sì, Fratello, dovremmo evitare il peccato, se non altro per non essere infelici durante la nostra vita.
In secondo luogo, dico che il peccato accorcia anche la vita di chi lo commette, poiché lo Spirito Santo ci assicura che gli anni del peccatore saranno abbreviati. Il Signore ci dice per bocca del profeta Isaia che la vita di un peccatore è tagliata come il filo del tessitore, che non potendo districarlo, lo taglia. Il buon Dio sopporta a lungo un peccatore; ma vedendo che questi non vuole convertirsi, lo toglie da questo mondo. Quando il re Ezechia era malato, il profeta Isaia gli disse di mettere ordine nei suoi affari, perché sarebbe morto di lì a poco. Il re si voltò verso il muro e cominciò a piangere per i suoi peccati: «Come, si diceva, i miei peccati devono essere la causa della mia morte prematura?». Il Signore, commosso dal suo pentimento, prolungò la sua vita di altri quindici anni [12]. Ma il re Sedecìa non fece lo stesso; i suoi crimini furono la causa della sua prigionia insieme a tutti i suoi figli; gli furono cavati gli occhi e morì miseramente [13]. Il re Antioco riconobbe che i suoi peccati erano la causa della sua morte prematura. Esclamò: «Ah! Ricordo bene che i mali che ho fatto a Gerusalemme sono la causa della mia morte»! E la sua morte fu così crudele che i vermi lo divorarono vivo [14]. La storia ci insegna che l’imperatore Anastasio, ammalatosi durante la notte, vide nella sua camera un uomo orribile che teneva in mano un libro in cui erano scritti tutti i suoi peccati, e quell’uomo gli disse: «La tua vita è abbreviata di 40 anni a causa dei tuoi peccati». Ahimè! Fratello, tutto questo è vero, è molto spaventoso, soprattutto per una persona che ama la vita; ma, prima o poi, bisogna sempre morire; e desiderare di vivere più a lungo significa desiderare di prolungare le proprie miserie e moltiplicare i propri errori.
Ma io dico in terzo luogo che i mali che il peccato arreca alla nostra povera anima sono ben più deplorevoli. Allontanate da lui la morte, il nostro corpo vive, è il bene più prezioso dell’uomo in questo mondo; un corpo senza anima non è in grado di godere di alcun bene né di fare nulla, non è altro che un cadavere puzzolente. Allo stesso modo, Fratello, il peccato che toglie la vita alla nostra anima la rende incapace di compiere il minimo bene che possa essere ricompensato in cielo. Ahimè, Fratello, un’anima privata della grazia di Dio è come un corpo privato della sua anima, non è altro che un cadavere che fa orrore a Dio, agli stessi angeli. No, Fratello, non c’è nulla di più bello di un’anima nella grazia; ma non c’è nulla di più orribile di un’anima nel peccato. Leggiamo nella vita di Santa Caterina da Siena che il buon Dio le fece vedere in spirito un’anima nella grazia, e lei ne fu così affascinata e rapita che esclamò: «Ah! Signore, se la fede non mi insegnasse che c’è una sola divinità, crederei che questo è un Dio. Ah! No, mio Dio, non mi stupisco più che Tu sia morto per un’anima così bella». Ma, ahimè, Fratello, non appena un’anima cade nel peccato, o Dio, quella bellezza, quell’anima più bianca della neve, che era simile agli angeli, diventa simile ai demoni. Ci dice che un’anima nel peccato è orribile agli occhi di Dio quanto una carcassa trascinata per otto giorni sotto il sole cocente lo è agli occhi del mondo. Ah! Povera anima, cosa sei diventata? Vediamo che la morte spoglia un uomo di tutti i suoi beni, allo stesso modo quando un’anima ha la sfortuna di cadere nel peccato, perde il merito di tutto il bene che ha potuto fare durante tutta la sua vita, quando da sola sarebbe ricca quanto tutti gli angeli e i santi messi insieme; se cade in un peccato mortale, tutto è perduto per lei, più che l’inferno per lei! Ah! Maledetto peccato, terribili sono le devastazioni che causi in un’anima! Ahimè! Fratello, quanti cristiani che mi ascoltano sono morti in questo modo e non ci pensano! Ah! Se solo Dio volesse che avessimo tanto timore della morte dell’anima quanto di quella del corpo.
Ma io vado oltre, dicendo che il peccato mortale ci priva della pace dell’anima. Lo Spirito Santo ci dice che chi ha l’anima in pace è in un banchetto continuo [15]. E san Paolo ci dice che la pace di un’anima che è in pace con Dio supera tutti i piaceri che si possono gustare con i sensi [16]. Al contrario, il profeta Isaia ci dice che il cuore di un peccatore soffre dolori inconcepibili [17]. San Paolo, scrivendo ai Romani, dice loro che le tribolazioni opprimeranno i peccatori tutti i giorni della loro vita [18]. Ah! Amico mio, perché rimanere nel peccato, visto che lì sei così infelice?
Ma vado ancora oltre, dicendoti che il peccato mortale vende la nostra anima al demonio e la rende sua schiava. Sì, Fratello, una persona che è nella grazia di Dio è un figlio di Dio; ma non appena cade nel peccato, diventa un figlio del demonio e uno schiavo di Satana. San Giovanni ci assicura che chi commette il peccato è un demonio, perché, ci dice, solo il demonio ha peccato fin dal principio [19]. Sant’Agostino ci dice che chi commette un peccato mortale vende la propria anima al demonio. Questo è talmente vero che, se si muore in questo peccato, il demonio avrà la nostra anima per tutta l’eternità. Ah! Povera anima, che ti vendi per ben poco; poiché un ubriacone ti vende per un bicchiere di vino, un avaro per una manciata di fieno, un goloso per un buon pasto e un impudico per un piacere infame! Ah! Povera anima, che ti stimano così poco!
Se andiamo oltre, vediamo che il peccato mortale ci rende nemici di Dio e ci chiude la porta del cielo. Sì, Fratello, un’anima che ha la felicità di essere nella grazia è nell’amicizia di Dio e porta con sé il pegno della felicità dei santi. Ma, non appena commettiamo il peccato mortale, perdiamo la grazia e l’amicizia di Dio e il pegno della vita eterna. O mio Dio, che sventura essere vostro nemico, voi che siete così buono, così amabile e l’unico capace di renderci felici! Ah! Fratello, se sapessimo cosa significa perdere il buon Dio, preferiremmo perdere tutto piuttosto che cadere in questa sventura. Guardate i tre bambini, hanno preferito essere gettati in una fornace ardente [20]. Sì, Fratello, tutti i martiri hanno preferito soffrire ogni sorta di tormento piuttosto che perdere l’amicizia del loro Dio. Guardate, Fratello, cosa hanno sofferto i martiri per non perdere l’amicizia del Salvatore. Ad alcuni venivano messi sulla testa dei cunei che erano stati arrostiti sul fuoco, come fu fatto a san Clemente, vescovo di Ancyra, a san Sabiniano e a san Cristoforo; ad altri venivano strappati i denti, venivano loro rotti con colpi di pietra, come fu fatto a santa Apollonia, a san Gennaro [21]. Che altro posso dirvi? Venivano scorticati vivi, come accadde a san Bartolomeo e a santa Regina; pensate a san Venanzio, che preferì farsi strappare le viscere e bruciare con torce ardenti piuttosto che perdere la grazia di Dio a causa del peccato. Diciamo meglio, Fratello, che non c’era tormento che non fossero disposti a sopportare pur di non peccare. O mio Dio, quanto meglio di noi conoscevano la grandezza della sventura di chi perde la grazia a causa del peccato. Ahimè! Fratello, che sventura per noi, poiché peccando rinunciamo al nostro posto in paradiso e ce ne segnaliamo uno all’inferno. O bel paradiso, non vederti mai! C’è una disgrazia paragonabile a questa? Cosa ne penserebbe, Fratello, di una persona che dicesse al buon Dio: non voglio il paradiso, scelgo l’inferno come mia sorte, rinuncio alla compagnia degli angeli e dei santi; preferisco soddisfare la mia passione e andare all’inferno con i demoni per bruciare lì per tutta l’eternità. Preferisco andare in quelle fiamme eterne piuttosto che privarmi di questi piaceri, piuttosto che rinunciare alla mia volontà, piuttosto che perdonare il mio nemico e piuttosto che restituire questo bene. – Ma, mi direte, io non dico questo. – Amico mio, vi rispondo che il vostro peccato lo dice. Sì, questo impudico dice con il suo linguaggio: preferisco godermi i piaceri carnali e andare all’inferno, piuttosto che privarmene per andare in paradiso. Un avaro dice: preferisco godermi i beni di questo mondo, piuttosto che andare in paradiso. Un ubriacone dice: preferisco soddisfare il mio stomaco e andare all’inferno a soffrire una fame e una sete rabbiose, piuttosto che andare in paradiso.
Comprendete, Fratello, se potete, quale cecità abbia il peccatore nel preferire un piacere bestiale alle gioie eterne; nel preferire un po’ di bene a un regno eterno, la gola alla sazietà che provano i beati in quella bella città. O mio Dio, quanto siamo ciechi quando pecchiamo!
Se andiamo oltre, vediamo che il peccato è il male più grande che possa mai capitarci in questo mondo. Santa Teresa ci dice che quando il buon Dio le fece vedere un’anima in stato di peccato mortale, ne fu così spaventata che avrebbe preferito soffrire tutti i tormenti che l’inferno potesse inventare piuttosto che commetterne uno solo. San Tommaso si stupiva che una persona che aveva commesso un peccato potesse ridere una volta nella vita. Santa Caterina da Siena, alla quale il buon Dio aveva mostrato una parte della malvagità del peccato mortale, ci dice che Dio, per quanto Dio sia, non potrà mai fare tanto male a un’anima quanto essa fa a se stessa con il peccato. Santa Caterina da Genova esclamava: «Ah! Se Dio volesse che potessi farvi capire ciò che il buon Dio mi ha fatto conoscere della malizia del peccato! No, no», esclamava, «non mi stupisco più delle pene dell’inferno, mi sembrano più dolci e più tollerabili del peccato. O mio Dio, preferirei essere dannata all’inferno piuttosto che vedervi offeso». Sant’Anselmo ci dice che preferirebbe trascorrere tutta l’eternità all’inferno piuttosto che commettere un solo peccato mortale. Santa Maddalena de’ Pazzi ci dice che non è mai riuscita a concepire che si possa offendere Dio così facilmente e che Gesù Cristo sia morto per redimere creature così insignificanti. Leggiamo nella storia che a una suora carmelitana, all’età di soli quattro anni, un’altra suora le disse: «Ah! Povera bambina, quanto saresti felice di morire adesso, non avendo ancora offeso il buon Dio!». Queste parole la colpirono così profondamente che alzò gli occhi al cielo, lo vide aperto e Nostro Signore, in tutta la sua maestà, le fece sapere che avrebbe avuto una grande ricompensa se avesse avuto la fortuna di non offenderlo mai. Questo le diede un tale orrore del peccato che pianse per tutta la vita. Un giorno le fu chiesto perché piangesse, e lei rispose: «Ahimè! Temo di offendere il buon Dio».
Sì, Fratello, tutti i santi non hanno temuto nulla in questo mondo se non il peccato. Ah! Se Dio, Fratello, ci facesse vedere quanto il peccato gli dispiaccia e i mali che ne conseguono, sceglieremmo mille volte la morte piuttosto che commetterne uno solo. Volete, Fratello, provare un nuovo orrore per il peccato? Ricordate che è il peccato la causa della morte di Gesù Cristo. Consideriamo tutti insieme, Fratello, Gesù Cristo morente sulla croce, il corpo lacerato dalle frustate, il volto martoriato e coperto di sporchi sputi, la testa trafitta e coronata di spine, quel povero corpo ridotto a brandelli, che non assomiglia più che a un mucchio di carne squartata. Ricordate, Fratello, che questa morte gettò confusione e sgomento in tutto il mondo: il sole si copre di tenebre, la terra trema e sembra fremere, le rocce si frantumano, le tombe si aprono e i morti vagano per le strade di Gerusalemme. Se questo vi stupisce, Fratello, chiedete a Gesù Cristo stesso perché soffre una morte così ignominiosa e crudele: «Ah! Figlio mio», vi risponderà, «è il peccato che ne è la causa, è per soddisfare i peccati degli uomini, è per distruggere questo peccato maledetto… No, no, figlio mio», ci dice questo tenero Salvatore, «anche se tutte le creature del cielo e della terra si fossero riunite e avessero dato la loro vita, sopportando ciò che mai i carnefici, guidati dall’inferno, avrebbero potuto inventare, non sarebbero state in grado di espiare un solo peccato veniale. Ecco, figlio mio», ci dice Gesù Cristo, «perché ho sofferto così tanto. Ah! Se almeno smettessero di farmi soffrire!». O mio Dio, quanto è ingrato l’uomo a non essere ancora contento di tutto ciò che Gesù Cristo ha sofferto per noi! Ma, o eternità, quanto sarai lunga per vendicare l’oltraggio che il peccato ha fatto a un Dio così buono, così paziente e così caritatevole!
Concludiamo, Fratello: queste parole fanno rabbrividire. Fino a quando, Fratello, vivremo da ciechi? Fino a quando terremo il nostro Dio sulla croce? No, Fratello, non aspettiamo la morte, dove tutti i nostri sforzi, le nostre lacrime e il nostro pentimento non serviranno a nulla. Apriamo gli occhi, Fratello, riconosciamo i nostri errori, piangiamo i crimini commessi, dedichiamoci alla penitenza, approfittiamo di tutto ciò che il buon Dio ha messo a nostra disposizione; veniamo a piangere i nostri peccati passati e smettiamo di peccare; perdiamo tutto piuttosto che ricommettere il minimo peccato e non smettiamo di piangere finché Dio non ci dirà che è abbastanza. Andiamo, Fratello, ai piedi della croce per mescolare almeno le nostre lacrime con il sangue adorabile di Gesù Cristo: ascoltiamo per un istante i reprobi che piangono, gridano, urlano e chiedono misericordia senza poterla ottenere. Ma noi possiamo ancora, ci chiama, questo tenero Salvatore, viene incontro a noi per dirci che ci ama. Ah! Fratello, non perdiamo mai di vista cos’è il peccato, i mali che ci prepara per l’altra vita, i beni che ci fa perdere per l’eternità. Tutti noi desideriamo il paradiso, ma il peccato non potrà mai entrare nella dimora delle delizie. Sì, Fratello, tutto ci invita ad abbandonare il peccato; il Figlio di Dio dall’alto della sua croce ci supplica di non far sì che i meriti della sua morte vadano perduti per noi; gli angeli e i santi ci gridano dall’alto del cielo quanto è grande la felicità che ci è preparata, se evitiamo il peccato. I dannati, invece, ci dicono di essere saggi a loro spese, di non imitarli, di non venire in quei luoghi dove sono stati rinchiusi tutta la potenza e l’ira di un Dio [22]. Ah! Fratello, ancora un istante e non saremo più di questo mondo, ancora pochi minuti e saremo tra i santi o tra i dannati. Stiamo in guardia, Fratello, poiché il momento della nostra dipartita ci è sconosciuto. Beato e mille volte beato chi terrà la sua anima sempre pronta a comparire davanti al suo Dio. È tutta la felicità che vi auguro.
[1] Is. XLI, 12.
[2] Geremia XXIII, 24; Salmo XVIII, 6.
[3] 1 Corinzi VI, 15.
[4] Questo racconto del Santo contiene diverse inesattezze. Ecco come la Sacra Scrittura narra il regno e la morte di Amasia.
Amasia, re di Giuda, iniziò a regnare all’età di 25 anni. Per prima cosa fece uccidere i suoi servitori che avevano assassinato Joas, suo padre. Poi radunò un esercito di 300.000 uomini, ai quali aggiunse 100.000 mercenari del regno di Israele che arruolò per 100 talenti d’argento. Allora un uomo venne da parte di Dio e gli disse di rimandare indietro quei mercenari. Poiché Amasia si rammaricava del denaro che aveva distribuito loro, l’uomo di Dio gli rispose che il Signore era abbastanza ricco da dargliene molto di più. Amasia rimandò quindi indietro i mercenari, poi marciò contro gli Idumei, che furono sconfitti.
Dopo la vittoria, il re di Giuda fece portare gli idoli dei vinti e li adorò. Il Signore, irritato, gli mandò il suo profeta per rimproverarlo. Fu allora che il re disprezzò i rimproveri del profeta e lo minacciò di morte. Il profeta si ritirò, annunciando al re la punizione del Signore.
Amasia, orgoglioso della sua vittoria sugli Idumei, sfida a combattere il re d’Israele. Quest’ultimo prega il re di Giuda di non entrare in guerra, perché sarebbe stato sconfitto. Amasia non vuole sentire ragioni; viene sconfitto e fatto prigioniero. Joas lo porta a Gerusalemme, da dove porta via tutti i tesori. Il re d’Israele morì e Amasia visse ancora quindici anni a Gerusalemme, la sua capitale. Infine, essendo stata ordita una congiura contro di lui, fuggì da Gerusalemme a Lachis, dove fu messo a morte. II PAR. XXV.
[5] Dothan.
[6] L’ultimo dettaglio non è raccontato con precisione.
Eliseo, giunto in città, pregò il Signore di aprire gli occhi di quelle persone; allora essi riconobbero di trovarsi nella città di Samaria. Il re d’Israele chiese al profeta se li avrebbe messi a morte; Eliseo rifiutò, dicendo che non li aveva fatti prigionieri in guerra. Egli fece loro servire da mangiare e da bere e li rimandò al loro signore, «e i ladri della Siria non vennero più nella terra d’Israele». IV REG., VI.
[7] DEUT. VII.
[8] GEN. III.
[9] Ibid. VI, 13.
[10] GEN. XIX.
[11] 2 REG. XII, 10
[12] PROV. III, 33
[13] Ibid. X, 27.
[14] IS. XXXVIII.
[15] PROV. XV, 15.
[16] FIL. IV, 7.
[17] IS. XIII, 8.
[18] ROM. II, 9.
[19] 1 GIOV. III, 8.
[20] DAN. III.
[21] RIBADENARIA, nella festa di questi santi.
[22] LUC. XVI, 27-28.















