Tenens suffocabat eum, dicens: Redde quod debes.
Afferrandolo per la gola, gli disse: «Ridammi ciò che mi devi».
(S. Matteo, xviii, 28.)
Come sono diversi i sentimenti dell’uomo da quelli di Dio! Questo miserabile, che aveva appena ottenuto la remissione di tutto ciò che doveva al suo padrone, lungi dall’essere toccato dalla gratitudine e dall’essere pronto a usare la stessa indulgenza verso il fratello, appena entrato in furore, perse il controllo di sé, gli saltò alla gola e sembrò volerlo strangolare. L’altro si gettò ai suoi piedi per implorare pietà, niente lo commuove e niente lo ferma. Deve sfogare la sua rabbia contro quel povero disgraziato e trascinarlo in prigione finché non gli avrà pagato il suo debito. Tale è, Fratello, la condotta della gente di mondo. Dio ci è rappresentato dal maestro. Se ci concede volontariamente tutto ciò che dobbiamo alla sua giustizia, se ci tratta con tanta bontà e dolcezza, è affinché, seguendo il suo esempio, ci comportiamo allo stesso modo nei confronti dei nostri fratelli. Ma un uomo ingrato e irascibile dimentica presto tutto ciò che il suo Dio ha fatto per lui. Per un nonnulla, lo vedremo abbandonarsi alla furia di una passione così indegna di un cristiano, così oltraggiosa verso un Dio di dolcezza e bontà. Temiamo, Fratello, una passione così cattiva, così capace di allontanarci da Dio e di farci trascorrere a noi insieme a coloro che ci circondano, una vita infelice. Vi mostrerò quindi: 1) quanto la collera oltraggi Dio; 2) quanto sia indegna di un cristiano.
- – Non voglio parlarvi di quelle piccole impazienze, di quei mormorii che sono così frequenti. Sapete bene che ogni volta che non le respingete, offendete Dio. Anche se non si tratta di peccati mortali, non dovete mancare di accusarvene. Se mi chiedete che cos’è la collera, vi risponderò che è un movimento violento e impetuoso dell’anima che respinge con insistenza ciò che le dispiace. Se apriamo i libri sacri, dove sono contenute le azioni degli uomini che hanno suscitato l’ammirazione del cielo e della terra, vediamo ovunque che essi hanno sempre provato orrore per questo peccato maledetto e lo hanno considerato un segno di riprovazione. Tuttavia, vi dirò con san Tommaso che esiste una santa ira, che proviene dallo zelo che abbiamo nel sostenere gli interessi di Dio. A volte, ci dice, ci si può arrabbiare senza offendere Dio, secondo queste parole del Re-profeta: «Adiratevi, ma non peccate [1]». Esiste quindi un’ira giusta e ragionevole, che si può chiamare piuttosto zelo che ira. La Sacra Scrittura ce ne offre numerosi esempi. Leggiamo [2] che Fineas, che era un uomo timorato di Dio e sostenitore dei suoi interessi, si adirò santamente alla vista dello scandalo del peccato di un Giudeo con una Madianita, e li uccise con un colpo di spada. Non solo non offese il Signore con la morte di questi due abominevoli, ma al contrario fu lodato per il suo zelo nel vendicare gli oltraggi che gli erano stati fatti [3]. Tale fu anche la condotta di Mosè. Indignato dal fatto che gli Israeliti avessero adorato un vitello d’oro, disprezzando il vero Dio, ne fece uccidere ventitremila per vendicare il Signore, e questo per ordine di Dio stesso [4]. Tale fu anche quella di Davide che, fin dal mattino, dichiarò guerra a tutti quei grandi peccatori che passavano la loro vita oltraggiando il suo Dio [5]. Tale fu infine quella di Gesù Cristo stesso, quando andò nel tempio per scacciare coloro che vi vendevano e compravano, dicendo loro: «La mia casa è una casa di preghiera e voi ne fate una spelonca di ladri [6]. E tale deve essere l’ira di un pastore che ha a cuore la salvezza dei suoi parrocchiani e la gloria del suo Dio. Se un pastore rimane muto vedendo Dio oltraggiato e le anime smarrite, guai a lui! Se non vuole dannarsi, deve, se ci sono disordini nella sua parrocchia, calpestare il rispetto umano e il timore di essere disprezzato o odiato dai suoi parrocchiani; e anche se fosse sicuro di essere messo a morte dopo essere sceso dal pulpito, ciò non deve fermarlo. Un pastore che vuole adempiere al suo dovere deve sempre avere in mente il bene di Dio e il bene dei suoi fedeli, e non deve mai lasciarsi intimidire da alcuna minaccia. Essere messo a morte dopo essere sceso dal pulpito, ciò non deve fermarlo. Un pastore che vuole adempiere al suo dovere deve sempre avere la spada in mano per difendere gli innocenti e perseguire i peccatori fino a quando non tornano a Dio; questa persecuzione deve cessare solo con la sua morte. Se non si comporta in questo modo, è un cattivo sacerdote, che perde le anime invece di condurle a Dio. Se vedeste scoppiare uno scandalo nella vostra parrocchia e i vostri pastori non dicessero nulla: guai a voi, perché Dio vi ha puniti mandandovi tali pastori.
Dico quindi che tutte queste collere non sono che sante collere, lodate e approvate da Dio stesso. Se tutte le vostre collere fossero di questa natura, non potremmo che lodarvi. Ma quando riflettiamo un po’ su tutto ciò che accade nel mondo, quando sentiamo tutti questi rumori, vediamo questi dissensi che regnano tra vicini e vicine, tra fratelli e sorelle: non vi riconosciamo altro che una passione ardente, ingiusta, viziosa e irragionevole, di cui è necessario mostrarvi gli effetti perniciosi, affinché possiate concepire tutto l’orrore che merita. Ascoltate ciò che ci dice lo Spirito Santo: «L’uomo, quando si adira, non solo perde l’anima e il suo Dio, ma abbrevia anche i suoi giorni [7]». Ve lo dimostrerò con un esempio lampante. Leggiamo nella storia della Chiesa che l’imperatore Valentiniano, ricevendo i deputati dei Quadi, si adirò in modo così terribile che perse il respiro e morì sul colpo. O mio Dio! Che orrore! Che passione detestabile e mostruosa! Essa dà la morte a chi la genera! So bene che non ci si abbandona spesso a tali eccessi; ma quante donne incinte, per la rabbia a cui si abbandonano, fanno morire i loro poveri bambini prima di averli dati alla luce e battezzati! Questi poveri non avranno mai la felicità di vedere il buon Dio! Nel giorno del giudizio li vedremo perduti: non andranno mai in paradiso! E la sola rabbia di una madre ne sarà la causa! Ahimè! Questi poveri bambini grideranno spesso all’inferno: Ah! Maledetto peccato di rabbia, che ci hai privati dei beni! Sei tu che ci hai privato del paradiso; sei tu che ci hai condannati ad essere divorati dalle fiamme! O mio Dio! Questo peccato maledetto ci ha privato di grandi beni! Addio, bel cielo, non ti vedremo mai più; ahimè, che sventura! … O mio Dio! Una donna che si è resa colpevole di un tale crimine, potrebbe forse vivere senza versare fiumi di lacrime giorno e notte, senza ripetersi in ogni istante: «Sfortunata, cosa hai fatto? Dov’è il tuo povero bambino? L’hai gettato all’inferno. Ah! Ahimè! Quali rimproveri nel giorno del giudizio, quando lo vedrai venire a chiederti il cielo! Quel povero bambino si getterà su sua madre con una furia terribile. Ah! Madre! le dirà, maledetta madre! Ridammi il cielo; sei tu che me l’hai portato via! Questo bel cielo che non vedrò mai, te lo chiederò per tutta l’eternità; questo bel cielo che l’ira di una madre mi ha fatto perdere!» O mio Dio! Che disgrazia! Eppure il numero di questi poveri bambini è grande! – Una donna incinta, confessando un peccato di ira, non deve mai mancare, se vuole salvarsi, di dichiarare il suo stato; perché, invece di un peccato mortale, potrebbero essercene due. Se non lo fate, cioè se non dite questa circostanza, dovete dubitare delle vostre confessioni. Allo stesso modo, un marito che ha fatto arrabbiare sua moglie deve accusarsi di questa circostanza, così come tutti coloro che si sono resi colpevoli dello stesso errore. Ahimè, quanti pochi si accusano di questo! Mio Dio, quante confessioni cattive!
Il profeta Isaia ci dice che l’uomo adirato è simile all’acqua agitata dalla tempesta [8]. Bella similitudine, Fratello. Infatti, nulla rappresenta meglio il cielo che il mare quando è calmo; è un grande specchio in cui sembrano riprodursi gli astri; ma anche, non appena la tempesta ne ha turbato le acque, tutte queste immagini celesti scompaiono. Così, l’uomo che ha la felicità di conservare la pazienza e la dolcezza è, in questa calma, un’immagine sensibile di Dio. Ma la collera, le impazienze hanno distrutto in breve questa calma, così che l’immagine della divinità è scomparse. Quest’uomo cessa allora di essere l’immagine di Dio per essere quella del demonio. Ne ripete le bestemmie, ne rappresenta la furia. Quali sono i pensieri del demonio? Sono solo pensieri di odio, di vendetta, di divisione: tali sono quelli di un uomo in collera. Quali sono le espressioni del demonio? Sono solo maledizioni e imprecazioni. Se ascolto un uomo in preda alla rabbia, non sento altro dalla sua bocca che imprecazioni e maledizioni. O mio Dio! Che triste compagnia è quella di una persona soggetta all’ira! Guardate una povera donna che ha un marito di questo tipo: se ha timore di Dio e vuole evitare di offenderlo e di subire maltrattamenti, non può alzare la lingua [9], anche se lo desiderasse con tutto il cuore. Deve accontentarsi di gemere e piangere in segreto, per non creare disordine in casa e non dare scandalo. – Ma, mi dirà un uomo irascibile, perché mi dà fastidio? Si sa bene che sono irascibile. – Lei è vivace, amico mio, ma crede che gli altri non lo siano quanto lei? Dica piuttosto che non ha religione, e dirà quello che è. Una persona che teme Dio non deve forse saper governare le proprie passioni, invece di lasciarsi governare da esse?
Ahimè! Se ho detto che ci sono donne infelici perché hanno mariti irascibili, ci sono mariti non meno infelici con mogli che non sanno mai dire loro una parola gentile, che si arrabbiano per un nonnulla e perdono il controllo di sé. Ma quale infelicità in un matrimonio, quando nessuno dei due vuole cedere; non ci sono più che litigi, rabbia e maledizioni. O Dio! Non è forse questo un vero e proprio inferno anticipato? Ahimè! In che scuola sono questi poveri bambini? Quali lezioni di saggezza e di dolcezza ricevono? San Basilio ci dice che la rabbia rende l’uomo simile al demonio, perché solo il demonio è capace di abbandonarsi a tali eccessi. Una persona in questo stato è simile a un leone infuriato, il cui ruggito fa morire di paura gli altri animali. Guardate Erode: perché i Re Magi lo avevano ingannato, si mise in una tale ira, o piuttosto in una tale furia, che fece uccidere tutti i bambini di Betlemme e dei dintorni [10]. Non si accontentò di questi orrori; fece anche uccidere sua moglie e i suoi figli [11]. Ahimè! Quanti poveri bambini sono stati mutilati a vita dai colpi inferti loro dai propri genitori in questi accessi di rabbia! Ma aggiungo che la rabbia non agisce quasi mai da sola: è sempre accompagnata da molti altri peccati, come vedremo.
- – La collera porta con sé giuramenti, bestemmie, rinnegamenti di Dio, maledizioni, imprecazioni [12]. San Tommaso ci dice che bestemmiare è un peccato così grande, così orribile agli occhi di Dio, che non potremo mai comprendere l’oltraggio che gli arreca. Questo peccato non è come gli altri, la cui leggerezza spesso lo rende solo veniale. Nelle bestemmie, più la materia è leggera, più il peccato è grave, poiché è un disprezzo più grande e una profanazione più grave del santo nome di Dio. Lo Spirito Santo ci assicura che la casa dell’uomo che è abituato a bestemmiare sarà piena di iniquità, e che le punizioni di Dio non ne usciranno finché non sarà distrutta [13]. Si possono ascoltare senza rabbrividire questi infelici, che osano portare la loro furia fino a bestemmiare il santo nome di Dio, quel nome adorabile che gli angeli ripetono con tanta gioia senza sosta: «Santo, santo, santo, il grande Dio degli eserciti! Sia benedetto nei secoli dei secoli!». Se riflettessimo bene nell’usare la nostra lingua, che è uno strumento donato da Dio per pregare, per cantare le sue lodi; che questa lingua è stata bagnata dal prezioso sangue di Gesù Cristo, che tante volte è servita da riposo al Salvatore stesso, potremmo usarla per oltraggiare un Dio così buono e per profanare un nome così santo e rispettabile!..
Guardate quale orrore provavano i santi per le bestemmie. San Luigi, re di Francia, aveva emanato una legge secondo la quale chiunque avesse bestemmiato avrebbe avuto la lingua perforata con un ferro rovente. Un borghese della città, durante una lite, bestemmiò il santo nome di Dio. Fu condotto davanti al re, che lo condannò immediatamente ad avere la lingua tagliata. Tutti i potenti della città vennero a chiedere clemenza, ma il re rispose loro che, se avesse avuto la sfortuna di commettere quel peccato, se la sarebbe tagliata lui stesso. E ordinò che la sentenza fosse eseguita. Quando andò a combattere per la Terra Santa, fu fatto prigioniero. Gli fu chiesto di prestare giuramento, che tuttavia non sembrava ferire la sua coscienza; egli preferì tuttavia esporsi alla morte piuttosto che farlo, tanto temeva di giurare [14]. Vediamo quindi che una persona che giura o bestemmia è solitamente una persona abbandonata da Dio, oppressa da ogni sorta di sventura e che spesso fa una fine infelice.
Leggiamo nella storia un esempio che ci dà il massimo orrore per il giuramento. Al tempo in cui san Narciso governava la Chiesa di Gerusalemme, tre libertini calunniarono orribilmente il santo, sostenendo la loro affermazione con tre giuramenti esecrabili. Il primo disse che, se ciò che affermava non era vero, voleva essere bruciato vivo; l’altro, che voleva morire di mal caduco; il terzo, che voleva che gli fossero strappati gli occhi. A causa di queste calunnie, san Narciso fu cacciato dalla città come un infame, cioè come uno che si abbandonava a ogni sorta di impurità. Ma la vendetta di Dio non tardò a punire questi infelici. Durante la notte, un incendio divampò nella casa del primo, che fu bruciato vivo. Il secondo morì di mal caduco; il terzo, spaventato da punizioni così orribili, perse la vista piangendo i propri peccati. So che ben pochi si permettono questo tipo di imprecazioni. I giuramenti più comuni sono questi: Sulla mia fede! Sulla mia coscienza! – Mio Dio! Sì; – Mio Dio! No; perbacco! – perdio! – …
Quando vi confessate, dovete accusarvi del motivo per cui avete giurato; se è per assicurare cose false o la verità. Se avete fatto giurare altre persone senza voler credere loro. Dovete dire se ne avete l’abitudine e da quanto tempo la avete. Alle imprecazioni bisogna stare molto attenti a non aggiungere il giuramento. C’è chi dice: «Se questo non è vero, non voglio mai muovermi da qui; vedere il cielo; che Dio mi danneggi! Che la peste mi soffochi! Che il diavolo mi porti via! … Ahimè! Amico mio, forse il diavolo sta solo aspettando la tua morte per portarti via! Dovete dire, nelle vostre confessioni, se ciò che avete detto era o non era contro la verità. Alcuni credono che non ci sia nulla di male nel fare un giuramento per assicurare una cosa vera. Il male, è vero, non è così grande come per una cosa falsa; ma è sempre un peccato, e tanto grave. Siete quindi sempre obbligati ad accusarvene, altrimenti siete dannati. Ecco un esempio che fa tremare. Si racconta nella vita di Sant’Edoardo, re d’Inghilterra [15], che il conte Gondevin, suocero del re, era così orgoglioso che non sopportava nessuno accanto a sé. Un giorno il re lo accusò di aver cooperato alla morte di suo fratello. Il conte gli rispose che, se fosse stato vero, avrebbe voluto che un pezzo di pane lo strangolasse. Il re fece il segno della croce su quel pezzo di pane, il suocero lo prese e, mentre lo ingoiava, il pane gli rimase incastrato in gola, lo strangolò e lo uccise. Che punizione terribile, Fratello! Ahimè! Dove è andata la sua povera anima, dal momento che è morto commettendo questo peccato?
Non solo non dobbiamo giurare, sotto nessun pretesto, anche se si trattasse di perdere i nostri beni, la nostra reputazione e la nostra vita, perché giurando perdiamo il cielo, il nostro Dio e la nostra anima; ma non dobbiamo nemmeno far giurare gli altri. Sant’Agostino ci dice [16] che, se prevediamo che coloro che chiamiamo in giudizio giureranno il falso, non dobbiamo farlo; siamo colpevoli quanto loro e persino più colpevoli che se avessimo tolto loro la vita. Infatti, sgozzandoli non facciamo altro che dare la morte al loro corpo, se hanno la fortuna di essere in stato di grazia; il male è solo per noi: invece, facendoli giurare, perdiamo la loro povera anima e li perdiamo per l’eternità. È stato riferito [17] che un borghese della città di Ippona, uomo buono ma molto attaccato alla terra, costrinse un uomo al quale aveva prestato del denaro a giurare in tribunale; questi giurò il falso. Quella stessa notte, si presentò al tribunale di Dio. – Perché hai fatto giurare quell’uomo…. ? Non avresti dovuto piuttosto perdere ciò che ti doveva piuttosto che perdere la sua anima? Gesù Cristo gli disse che lo perdonava, per quella volta, ma che lo condannava a essere frustato; cosa che fu eseguita immediatamente dagli angeli; poiché il giorno dopo si ritrovò tutto coperto di ferite. – Mi direte: bisognerebbe perdere ciò che ci è dovuto? – Bisognerebbe perdere ciò che vi è dovuto; ma voi considerate forse l’anima di vostro fratello meno del vostro denaro? Del resto, state certi che se fate questo per il buon Dio, egli non mancherà di ricompensarvi.
I padri e le madri, i maestri e le maestre devono esaminare se non sono stati loro, per i loro figli o i loro domestici, la causa di qualche giuramento, per il timore che hanno avuto talvolta di essere maltrattati o rimproverati. Si giura tanto per mentire quanto per dire la verità. State molto attenti, quando sarete chiamati in giudizio, a non giurare mai il falso. Anche se non avete giurato, dovete comunque esaminare se non avete avuto questo pensiero dentro di voi e quante volte lo avete avuto; se avete consigliato ad altri di giurare il falso, con il pretesto che, se dicono la verità, saranno condannati. Siete obbligati a dirlo. Accusatevi ancora se avete usato qualche espediente per dire diversamente da come pensavate; perché siete obbligati a dire ciò che pensate o ciò che avete visto e sentito; altrimenti commettete un grave peccato. Dovete anche distinguere se avete dato qualcosa per indurre altri a mentire: così, un padrone che minaccia il suo domestico di maltrattarlo o di fargli perdere la paga, deve spiegare tutto questo in confessione, altrimenti la sua confessione sarebbe solo un sacrilegio. Lo Spirito Santo ci dice che il falso testimone sarà punito severamente [18].
Abbiamo appena detto cosa sono il giuramento e il voto solenne, vediamo ora cosa è la bestemmia. Molti non sanno distinguere la bestemmia dal giuramento. Se non sapete distinguere l’uno dall’altro, non potete sperare che le vostre confessioni siano valide, perché non rendete noti i vostri peccati così come li avete commessi. Ascoltate quindi bene, affinché non rimaniate nell’ignoranza che vi danneggerebbe sicuramente. Ascoltate bene, affinché possiate abbandonare questa ignoranza che vi danneggerebbe sicuramente. La bestemmia è una parola greca che significa odiare, maledire una bellezza infinita. Sant’Agostino ci dice [19] che si bestemmia quando si attribuisce a Dio qualcosa che non ha o che non gli conviene; quando gli si toglie ciò che gli conviene o, infine, quando ci si attribuisce ciò che è solo di Dio. Spieghiamo questo. 1) Bestemmiamo quando diciamo che Dio non è giusto, se ciò che facciamo o intraprendiamo non riesce. 2) Dire che Dio non è buono, come fanno alcuni infelici nell’eccesso delle loro miserie, è una bestemmia. 3) Siamo blasfemi quando diciamo che Dio non sa tutto; che non presta attenzione a ciò che accade sulla terra; che non ci conosce solo al mondo; che tutte le cose vanno come vogliono; che Dio non si immischia in cose così piccole; che venendo al mondo portiamo con noi il nostro destino di essere infelici o felici, e che Dio non cambia nulla. 4) Quando diciamo: Se Dio avesse misericordia di colui, non sarebbe giusto; perché ha fatto troppo e merita solo l’inferno. 5) Quando ci arrabbiamo con Dio per qualche perdita e diciamo: No, Dio non può farmi più di quanto mi sta facendo. È anche una bestemmia schernire e deridere la Santa Vergine o i santi, dicendo: È un santo che non ha grande potere, sono già diversi giorni che prego… e non ho ottenuto nulla; non voglio più ricorrere a lui“. È una bestemmia dire che Dio non è potente e trattarlo in modo indegno, come quando si dice: ”Malgrado Dio! S… D…! S… N…!”.
Gli ebrei provavano un tale orrore per questo peccato che quando sentivano bestemmiare, si strappavano le vesti in segno di dolore [20]. Il santo Giobbe temeva questo peccato a tal punto che, nel timore che i suoi figli lo avessero commesso, offriva sacrifici a Dio per espiarlo [21]. Il profeta Nathan disse a Davide: «Poiché avete causa di ciò che si è bestemmiato Dio, il tuo figlio morirà e il castigo non uscirà dalla tua casa durante la tua vita [22]. Il Signore dice nella Sacra Scrittura [23]: Chiunque bestemmierà il mio santo nome, io lo metterò a morte. Mentre gli Ebrei erano nel deserto, fu sorpreso un uomo che bestemmiava, e il Signore ordinò che fosse lapidato [24]. Sennacherib, re degli Assiri, che assediava Gerusalemme, bestemmiò il nome di Dio, dicendo che, nonostante Dio, avrebbe preso quella città e l’avrebbe ridotta in un mare di sangue; il Signore mandò un angelo che, in una sola notte, uccise centottantacinquemila uomini, e lui stesso fu sgozzato dai propri figli [25]. Queste bestemmie sono sempre state oggetto di orrore sin dall’inizio del mondo; sono davvero il linguaggio dell’inferno, poiché il diavolo e i dannati non cessano di proferirle. Quando l’imperatore Giustiniano venne a sapere che alcuni dei suoi sudditi avevano bestemmiato, fece tagliare loro la lingua. Durante il regno di re Roberto, la Francia fu afflitta da una grande guerra. Il buon Dio rivelò a una santa anima che tutti questi mali sarebbero durati fino a quando la bestemmia non fosse stata bandita dal regno. Non è forse un miracolo straordinario che una casa in cui si trova un bestemmiatore non sia stata distrutta dal fulmine e schiacciata da ogni sorta di disgrazie? Sant’Agostino dice ancora che la bestemmia è un peccato più grave del giuramento falso; perché in quest’ultimo si prende Dio a testimone di una cosa falsa, mentre in quest’altro, al contrario, è una cosa falsa che si attribuisce a Dio [26]. Concorderete con me, Fratello, sulla gravità di questo peccato e sulla sventura che ne deriva per l’uomo che vi si abbandona. Dopo essersi abbandonato ad esso, non deve forse temere che la giustizia di Dio lo punisca immediatamente, come tanti altri?
Vediamo ora quale differenza c’è tra la bestemmia e il rinnegamento di Dio. Non voglio parlarvi di coloro che rinnegano Dio abbandonando la religione cattolica per abbracciarne una falsa: tali sono i protestanti, i giansenisti e tanti altri. Chiamiamo queste persone rinnegati e apostati. Qui si tratta di coloro che, a seguito di qualche perdita o disgrazia, hanno la maledetta abitudine di sfogarsi con parole di rabbia contro Dio. Questo peccato è orribile, perché alla minima cosa che ci accade ce la prendiamo con Dio stesso, ci scagliamo contro di lui; è come se dicessimo a Dio: Dio: Tu sei un… un… un miserabile! un vendicativo! Mi punisci per tale azione, sei ingiusto. Dio deve sopportare la nostra ira, come se fosse lui la causa della perdita che abbiamo subito e dell’incidente che ci è capitato. Non è forse lui, questo tenero Salvatore, che ci ha tirati fuori dal nulla, che ci ha creati a sua immagine, che ci ha redenti con il suo sangue prezioso e che ci conserva da così tanto tempo; mentre noi meritavamo di essere dannati all’inferno da molti anni! Egli ci ama di un amore inconcepibile, e noi lo disprezziamo; profaniamo il suo santo nome, lo bestemmiamo, lo rinneghiamo! Che orrore! C’è forse un crimine più mostruoso di questo? Non è forse imitare il linguaggio dei demoni? Dei demoni che non fanno altro che questo negli inferi? Ahimè! Fratello, se li imitate in questa vita, siete certi di andare a tener loro compagnia negli inferi. O mio Dio! Può un cristiano abbandonarsi a tali orrori?
Una persona che si abbandona a questo peccato deve aspettarsi una vita infelice, e persino in questo mondo. Si racconta che un uomo, dopo essere stato per tutta la vita un bestemmiatore, disse al prete che lo confessava: Ahimè! padre, che vita infelice ho avuto! Ero solito bestemmiare, blasfemar contro il nome di Dio; ho perso tutti i miei beni, che erano considerevoli; i miei figli, sui quali ho attirato solo maledizioni, non valgono nulla; la mia lingua, che ha bestemmiato il santo nome di Dio, è ulcerata e sta marcendo. Ahimè! Dopo essere stato così infelice in questo mondo, temo ancora di essere dannato a causa dei miei giuramenti.
Ricordate, Fratello, che la vostra lingua vi è stata data solo per benedire il buon Dio; essa è stata consacrata a Lui con il santo battesimo e con la santa comunione. Se per sventura siete soggetti a questo peccato, dovete confessarlo con grande dolore e fare una dura penitenza; altrimenti ne subirete la punizione all’inferno. Purificate la vostra bocca, pronunciando con rispetto il nome di Gesù. Chiedete spesso a Dio la grazia di morire piuttosto che ricadere in questo peccato. Avreste mai pensato quanto la bestemmia sia un peccato orribile agli occhi di Dio e degli uomini? Ditemi, vi siete confessati come si deve, non vi siete accontentati di dire che avete bestemmiato o che avete detto parole volgari; sondate la vostra coscienza e non addormentatevi, perché è possibile che le vostre confessioni non valgano nulla.
Vediamo ora cosa si intende per maledizione e imprecazione. Ecco qui. La maledizione è quando, spinti dall’odio o dalla rabbia, vogliamo annientare o rendere infelice chiunque si opponga alla nostra volontà. Queste maledizioni ricadono su di noi, sui nostri simili o sulle creature animate o anche inanimate. Quando agiamo in questo modo, non ci comportiamo secondo lo spirito di Dio, che è uno spirito di dolcezza, bontà e carità, ma secondo lo spirito del demonio, la cui unica occupazione è maledire. Le maledizioni più gravi sono quelle che i padri e le madri invocano sui propri figli, a causa dei grandi mali che ne derivano. Un bambino maledetto dai propri genitori è, di solito, un bambino maledetto da Dio stesso, perché il buon Dio ha detto che se i genitori benedicono i propri figli, Egli li benedirà; al contrario, se li maledicono, la loro maledizione rimarrà su di loro [27]. Sant’Agostino ne cita un esempio degno di essere inciso per sempre nel cuore dei padri e delle madri. Una madre, ci dice, maledisse con rabbia i suoi tre figli; nell’istante stesso, essi furono posseduti dal demonio [28]. Un padre disse a uno dei suoi: «Tu non creperai dunque?». Suo figlio cadde morto ai suoi piedi.
Ciò che aggrava ulteriormente questo peccato è che, se un padre e una madre hanno l’abitudine di commetterlo, i loro figli acquisiranno questa abitudine, e questo vizio diventerà ereditario nelle famiglie. Se ci sono tante case infelici, che sono veramente il rifugio dei demoni e l’immagine dell’inferno, ne troverete la spiegazione nelle bestemmie e nelle maledizioni dei loro antenati, che sono passate dal nonno al padre e dal padre ai figli, e così via. Avete sentito un padre arrabbiato pronunciare imprecazioni, maledizioni e bestemmie; bene! Ascoltate i suoi figli quando sono arrabbiati: stesse imprecazioni, stesse maledizioni e tutto il resto. Così i vizi dei genitori passano ai figli come i loro beni, e anche meglio. Gli antropofagi uccidono solo gli stranieri per mangiarli; ma tra i cristiani ci sono padri e madri che, per soddisfare le loro passioni, desiderano la morte di coloro a cui hanno dato la vita e consegnano al demonio coloro che Gesù Cristo ha redento con il suo prezioso sangue. Quante volte si sente dire a questi padri e madri senza religione: Ah! Bambino maledetto, non lo farai più! Mi dai fastidio; il buon Dio non ti punirà una volta per tutte! Vorrei che tu fossi lontano da me quanto sei vicino! Bambino maledetto! Bambino demoniaco! Questi maledetti bambini! Questi stupidi bambini! E così via. Oh mio Dio! Tutte queste maledizioni possono davvero uscire dalla bocca di un padre e di una madre, che dovrebbero solo augurare e desiderare le benedizioni del cielo per i loro poveri figli? Se vediamo tanti bambini insensati, ribelli, senza religione, storpi, non cerchiamo la causa altrove che nelle maledizioni dei genitori; almeno per la maggior parte.
Qual è dunque il peccato di coloro che maledicono se stessi nei momenti di noia? È un crimine terribile che combatte la natura e la grazia; perché la natura e la grazia ci ispirano amore per noi stessi. Chi maledice se stesso è simile a un pazzo che si uccide con le proprie mani; è anche peggio; spesso se la prende con la propria anima, dicendo: Che Dio mi danni! Che il demonio mi porti via! Preferirei essere all’inferno piuttosto che essere come sono! Ah! Infelice, dice sant’Agostino, che Dio non ti prenda in parola; perché andresti a vomitare il veleno della tua rabbia negli inferi. O mio Dio! Se un cristiano pensasse davvero ciò che dice, avrebbe la forza di pronunciare queste bestemmie, capaci, in un certo senso, di costringere Dio a maledirlo dal suo trono? Oh, quanto è infelice un uomo soggetto alla collera! Egli costringe a punirlo quel Dio che non vuole altro che il suo bene e la sua felicità! Si potrà mai comprenderlo?
Qual è il peccato di un marito e di una moglie, di un fratello e di una sorella, che vomitano l’uno contro l’altro ogni sorta di bestemmie? È un peccato la cui grandezza non potrà mai essere espressa a parole; è un peccato tanto più grande in quanto essi sono rigorosamente obbligati ad amarsi e a sopportarsi l’un l’altro. Ahimè! Quante persone sposate non cessano di vomitare ogni sorta di maledizioni l’una contro l’altra! Un marito e una moglie, che dovrebbero solo augurarsi ogni bene e implorare la misericordia di Dio affinché l’uno ottenga dall’altro la felicità di trascorrere insieme l’eternità, si ricoprono di maledizioni; si strapperebbero gli occhi e persino la vita, se potessero. Maledetta donna o maledetto marito, gridano, almeno se non ti avessi mai visto e mai conosciuto! Ah! Maledetto padre, che mi ha consigliato di sposarti! … O mio Dio! Che orrore per dei cristiani, che dovrebbero solo cercare di diventare santi! Fanno ciò che fanno i demoni e i reprobi! Quanti fratelli e sorelle vediamo desiderare la morte, maledirsi a vicenda per essere più ricchi o per qualche offesa ricevuta; conservare spesso l’odio per tutta la vita e avere difficoltà a perdonarsi anche prima di morire.
È ancora un grave peccato maledire il tempo, gli animali, il proprio lavoro. Quante persone, quando il tempo non è secondo il loro volere, lo maledicono dicendo: Maledetto tempo, non cambierai mai! Non sapete quello che dite, è come se diceste: «Ah! Maledetto Dio, che non mi dà il tempo che vorrei». Altri maledicono i loro animali: «Ah! Maledetto animale, non potrò mai farti andare come voglio!». Che il demonio ti porti via! Che il tuono ti schiacci! Che il fuoco del cielo ti bruci! … Ah! Infelici, le vostre maledizioni hanno più spesso effetto di quanto pensiate. Spesso gli animali muoiono o rimangono mutilati a causa delle maledizioni che voi avete lanciato su di loro. Quante volte le vostre maledizioni, i vostri accessi d’ira e le vostre bestemmie hanno attirato la grandine e il gelo sui vostri raccolti!
Ma qual è il peccato di coloro che augurano del male al prossimo? Questo peccato è grande in proporzione al male che desiderate, al danno che sarebbe causato se ciò accadesse. Dovete accusarvi ogni volta che vi capita di fare tali desideri. Quando vi confessate, dovete dire quale male avete augurato al vostro prossimo, quale perdita avrebbe subito se quel male gli fosse accaduto. Dovete spiegare se si tratta dei vostri genitori, dei vostri fratelli e sorelle, dei vostri cugini, dei vostri zii o delle vostre zie. Ahimè, sono pochi quelli che fanno tutte queste distinzioni nelle loro confessioni! Si maledicono i propri fratelli, le proprie sorelle, i propri cugini o le proprie cugine; e ci si accontenta di dire che si è voluto del male al proprio prossimo, senza dire a chi, né quali fossero le intenzioni nel farlo. Quanti altri hanno fatto giuramenti terribili, bestemmie, imprecazioni, rinnegamenti di Dio da far rizzare i capelli, e si accontentano di accusarsi di aver detto parole volgari, e nient’altro. Una parola volgare, lo sapete, è una specie di piccola bestemmia, come dire “b…” e “f…” senza rabbia. Ahimè! Quante confessioni e comunioni sacrileghe!
Ma, mi direte, cosa bisogna fare per non commettere questi peccati, che sono terribili e capaci di attirare su di noi ogni sorta di sventura? – Tutte le pene che ci colpiscono devono ricordarci che, essendoci noi ribellati contro Dio, è giusto che le creature si ribellino contro di noi. Non bisogna mai dare agli altri occasione di maledirci. I figli e i domestici, soprattutto, devono fare tutto il possibile per non indurre i loro genitori o i loro padroni a maledirli; perché è certo che prima o poi subiranno qualche castigo. I padri e le madri devono considerare che non hanno nulla di più caro al mondo dei propri figli e, lungi dal maledirli, devono continuare a benedirli, affinché Dio riversi su di loro il bene che desiderano per loro. Se vi capita qualcosa di sfortunato, invece di maledire ciò che non va come vorreste, sarebbe altrettanto facile e molto più vantaggioso dire: «Dio vi benedica». Imitate il santo Giobbe, che benediceva il nome del Signore in tutte le sofferenze che gli capitavano [29], e riceverete le stesse grazie che lui ha ricevuto. Vedendo la sua grande sottomissione alla volontà di Dio, il demonio fugge, le benedizioni si riversano abbondantemente sui suoi beni, tutto gli viene restituito doppio [30]. Se, per sfortuna, vi capita di pronunciare una di queste parole cattive, fate subito un atto di contrizione per chiedere perdono e promettete di non farlo più. Santa Teresa ci dice che quando pronunciamo il nome di Dio con rispetto, tutto il cielo gioisce; mentre se pronunciamo queste parole cattive, è l’inferno. Un cristiano non deve mai perdere di vista che la sua lingua gli è stata data solo per benedire Dio in questo mondo e ringraziarlo dei beni di cui lo ha ricolmato durante la sua vita, per benedirlo nell’eternità con gli angeli e i santi: questa sarà la sorte di coloro che avranno imitato non il demonio, ma gli angeli. Ve lo auguro…
[1] Sal. iv, 5.
[2] Num. xxv.
[3] Phinees, pater noster, zelando zelum Dei, accepit testamentum sacerdotii ¾terni. I Mach. ii, 54. Sal. cv, 30-31.
[4] Esodo xxxii, 28.
[5] Salmo c, 8.
[6] Matteo xxi, 13.
[7] Zelus et iracundia minuunt dies. Eccli. xxx, 26.
[8] Isaia lvii, 20.
[9] Dire una sola parola.
[10] Matteo ii, 16.
[11] Erode uccise, è vero, sua moglie Marianna e poi i suoi quattro figli, ma ciò non fu una conseguenza dell’uccisione dei Santi Innocenti, come sembra insinuare il Santo. Infatti, secondo gli autori, Mariamne morì avvelenata nell’anno 28 a.C.
[12] Per questa seconda parte del Sermone, rimandiamo una volta per tutte il lettore al Padre Lejeune, t.II, Sermone XLVII, Del giuramento e della bestemmia, dal quale il Santo ha tratto la maggior parte della dottrina che espone e degli esempi che riporta.
[13] Vir multum jurans implebitur iniquitate, et non discedet a domo illius plaga. Eccli. xxiii, 12.
[14] Ribadeneira, al 25 agosto.
[15] Ribadeneira, al 13 ottobre.
[16] Serm. CCCVIII, cap. IV, 4.
[17] S. Aug. Ibid.
[18] Deut. xix, 18-21.
[19] De moribus ManichÏrum, lib. II, cap. XI.
[20] Ad esempio Caifa durante la Passione. Matteo xxvi, 69.
[21] Giobbe, i, v.
[22] II, Reg. xii, 14.
[23] Lev. xxiv, 16.
[24] Lev. xxiv, 14.
[25] Sennacherib fu gorg, non nella stessa notte, ma dopo il suo ritorno a Ninive, nel tempio del suo dio Nesroch. IV Reg. Xix.
[26] Ideo pejus est blasphemare quam pejerare, quoniam pejerando falsae rei adhibetur testis Deus, blasphemando autem de ipso falsa dicuntur Deo. S. Aug. Contra mendacium, cap.xix, 39.
[27] Bendiction patris firmat domos filiorum : maledictio autem matris eradicat fundamenta. Eccli. iii, 11.
[28] Sant’Agostino, che riporta questa storia in dettaglio (De Civit. Dei, lib. XXII, cap. viii, 22), dice che questa sfortunata madre maledisse i suoi dieci figli, che furono tutti colti da un terribile tremore alle membra: Tali pœna sunt divinitus coherciti, ut horribiliter quaterentur omnes tremore membrorum;
[29] Giobbe, i, 21.
[30] Ibid. xlii, 10.













