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Le omelie del S. Curato d’Ars: l’Umiltà

Germoglio

Omnis, qui se exaltat, humiliabitur, et qui se humiliat, exaltabitur.

Chiunque si innalza sarà umiliato, e chiunque si abbassa sarà innalzato.

(S. Luca, XVIII, 14.)

Il nostro divino Salvatore, Fratello, poteva mostrarci in modo più chiaro ed evidente la necessità di umiliarci, cioè di avere bassi sentimenti verso noi stessi, sia nei nostri pensieri, sia nelle parole, sia nelle azioni, se vogliamo sperare di andare a cantare le lodi di Dio durante l’eternità? – Un giorno, trovandosi in compagnia di molte persone e vedendo, dicevo, che molti sembravano gloriarsi del bene che avevano fatto e disprezzavano gli altri, Gesù Cristo propose loro questa parabola che, a quanto pare, era una storia vera. «Due uomini», disse loro, «salirono al tempio per pregare; uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così Dio: “Ti ringrazio, o Dio, perché non sono come gli altri uomini, che sono ladri, ingiusti, adulteri, né come questo pubblicano: digiuno due volte la settimana, do la metà di tutto ciò che possiedo”. È questa la sua preghiera, ci dice sant’Agostino [1]. Vedete bene che questa preghiera non è che un’affettazione piena di vanità e di superbia; egli non viene per pregare Dio, né per rendergli grazie, ma per lodare sé stesso e insultare proprio colui che prega. Il pubblicano, al contrario, tenendosi lontano dall’altare, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo; si batteva il petto, dicendo: «Mio Dio, abbi pietà di me, che sono un peccatore». «Vi dico», aggiunge Gesù Cristo, «che questi è tornato a casa sua giustificato, e non l’altro». I peccati del pubblicano gli sono perdonati; e il fariseo con tutte le sue virtù entra in casa sua più criminale di quanto non fosse quando è uscito. Se volete sapere il motivo, eccolo: è perché l’umiltà del pubblicano, sebbene peccatore, era più gradita Dio di tutte le presunte buone opere del fariseo con il suo orgoglio [2]. E Gesù Cristo conclude da ciò che «chi vuole elevarsi sarà umiliato, e chi si umilia sarà elevato». Questa è la regola, Fratello, non inganniamoci, la legge è generale; è il nostro divino Maestro che la proclama. «Anche se alzaste la testa fino al cielo» dice il Signore, «io ve la strapperei [3]».

Sì, Fratello, l’unica via che conduce all’elevazione per l’altra vita è l’umiltà [4]. Senza l’umiltà, questa bella e preziosa virtù, non entrerete in cielo più di quanto potreste senza il battesimo [5]. Comprendiamo quindi oggi, Fratello, l’obbligo che abbiamo di umiliarci e i motivi che devono spingerci a farlo. Vi mostrerò quindi, signori, 1) che l’umiltà è una virtù che ci è assolutamente necessaria se vogliamo che le nostre azioni siano gradite a Dio e ricompensate nell’altra vita; 2) che tutti abbiamo motivo di praticarla, sia nei confronti di Dio, sia nei confronti di noi stessi.

 

I. – Prima, Fratello, di farvi comprendere il bisogno che abbiamo di questa bella virtù, che ci è necessaria quanto il battesimo dopo il peccato originale; necessaria, dico, quanto il sacramento della penitenza dopo il peccato mortale, occorre dirvi in cosa consiste questa amabile virtù, che dà tanto merito a tutte le nostre buone azioni e adorna così riccamente tutte le nostre opere buone. San Bernardo, quel grande santo che l’ha praticata in modo così straordinario, che ha lasciato beni, piaceri, parenti e amici per andare a trascorrere la sua vita nelle foreste, tra le bestie selvagge, per piangere i propri peccati, ci dice che l’umiltà è una virtù attraverso la quale conosciamo noi stessi; ciò che ci porta ad avere solo disprezzo per noi stessi e a non provare alcun piacere nel vederci lodati [6].

Io dico che questa virtù ci è assolutamente necessaria se vogliamo che le nostre azioni siano ricompensate in cielo; poiché Gesù Cristo stesso ci dice che non possiamo salvarci senza l’umiltà come senza il battesimo. Sant’Agostino ci dice: «Se mi chiedete qual è la prima virtù di un cristiano, vi risponderò che è l’umiltà; se mi chiedete qual è la seconda, vi dirò che è l’umiltà; se mi chiedete quale sia la terza, vi dirò ancora che è l’umiltà; e tutte le volte che mi farete questa domanda, vi darò la stessa risposta [7]».

Se l’orgoglio genera tutti i peccati [8], possiamo dire allo stesso modo che l’umiltà genera tutte le virtù [9]. Con l’umiltà avrete tutto ciò che vi serve per piacere a Dio, salvare la vostra anima; e senza l’umiltà, con tutte le altre virtù, non avrete nulla. Leggiamo nel santo Vangelo [10] che alcune madri presentavano i loro bambini a Gesù Cristo per farli benedire. Gli apostoli li facevano allontanare. Il Signore, vedendo ciò, disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, perché il regno dei cieli è per loro e per quelli che sono come loro». E li abbracciava e li benediceva. Perché tanta accoglienza da parte di questo divino Salvatore? Perché i bambini sono semplici, umili e senza malizia. Allo stesso modo, Fratello, se vogliamo essere accolti da Gesù Cristo, dobbiamo essere semplici e umili in tutto ciò che facciamo. «Fu questa bella virtù», ci dice san Bernardo, «che indusse il Padre eterno a guardare con compiacimento la Santa Vergine; e se, ci dice, la verginità attirò lo sguardo di Dio, la sua umiltà fu la causa per cui ella concepì il Figlio di Dio. Se la Santa Vergine è la Regina delle vergini, è anche la Regina degli umili [11]. Santa Teresa chiese un giorno a Nostro Signore perché un tempo lo Spirito Santo si comunicava con tanta facilità ai personaggi dell’Antico Testamento, sia ai patriarchi che ai profeti, e rivelava loro i suoi segreti, mentre non lo faceva più al presente. Nostro Signore le rispose che era perché erano più semplici e più umili, e che al presente gli uomini hanno il cuore doppio e sono pieni di superbia e di vanità. Dio non si comunica a loro, non li ama come amava quei buoni patriarchi e quei profeti, che erano semplici e umili. Sant’Agostino ci dice: «Se vi umiliate profondamente e riconoscete che non siete niente, che non meritate nulla, il buon Dio vi darà grazie in abbondanza; ma se volete inorgoglirvi e credere di essere qualcosa, Egli si ritirerà da voi e vi abbandonerà nella vostra povertà».

Nostro Signore, per farci ben comprendere che l’umiltà è la più bella e la più preziosa di tutte le virtù, inizia le beatitudini con l’umiltà, dicendo: «Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli». Sant’Agostino ci dice che questi poveri di spirito sono coloro che hanno l’umiltà [12]. Il profeta Isaia dice a Dio: «Signore, su chi discende il tuo Spirito Santo? Su coloro che hanno grande reputazione nel mondo e sugli orgogliosi? No, dice il Signore, ma su colui che ha il cuore umile[13].

Non solo questa virtù ci rende graditi a Dio, ma anche agli uomini. Tutti amano una persona umile; si sta bene in sua compagnia. Da dove viene che di solito i bambini sono amati, se non perché sono semplici e umili? Una persona umile cede a tutto, non contraria mai nessuno, non si lamenta mai, si accontenta di tutto; cerca sempre di nascondersi agli occhi del mondo. Ne abbiamo un bell’esempio nella persona di sant’Ilarione. Nessuno, si accontenta di tutto, cerca sempre di nascondersi agli occhi del mondo. Ne abbiamo un bell’esempio nella persona di sant’Ilarione. San Girolamo racconta che questo grande santo era ricercato da imperatori, re e principi, dalla folla del popolo attirata nel suo deserto dal profumo della sua santità e dallo splendore e dal clamore dei suoi miracoli; ma che lui, al contrario, fuggiva il mondo il più possibile. Cambiava spesso cella, per vivere nascosto e sconosciuto; piangeva senza sosta alla vista di quella moltitudine di religiosi e di laici che venivano da lui per essere guariti dai loro mali. Rimpiangendo la sua antica solitudine, diceva piangendo: «Sono tornato nel mondo, riceverò la mia ricompensa in questa vita, poiché mi considerano una persona di una certa importanza». – E nulla, ci dice san Girolamo, era più ammirevole che vederlo così umile in mezzo a tanti onori che gli venivano resi. Si era sparsa la voce che egli volesse ritirarsi nel profondo del deserto e che non si sarebbe più potuto vedere, così si misero ventimila uomini a sorvegliarlo; ma il santo disse loro che non avrebbe preso cibo finché non lo avessero lasciato libero. Lo tennero sorvegliato per sette giorni; vedendo che non mangiava nulla… Fuggì nel deserto più remoto, dove si abbandonò a tutto ciò che il suo amore per Dio poteva ispirargli. Fu solo lì che credette di iniziare a servire il buon Dio [14]. Ditemi, Fratello, è umiltà, è disprezzo di sé? Ahimè, quanto sono rare queste virtù! Ma quanto sono rari i santi! Tanto quanto si odia un orgoglioso, tanto si ama una persona umile, perché prende sempre l’ultimo posto, rispetta tutti e stima tutti; è questo che fa amare tanto la compagnia di queste persone che hanno qualità così belle.

2. Io dico che l’umiltà è il fondamento di tutte le altre virtù [15]. Chi desidera servire il buon Dio e salvare la propria anima, deve cominciare a praticare questa virtù in tutta la sua estensione. Altrimenti, la nostra devozione sarà simile a qualche fascio di paglia che avete piantato e che, al primo soffio di vento, sarà rovesciato. Sì, Fratello, il demonio teme ben poco queste devozioni che non hanno l’umiltà come fondamento, perché sa bene che le rovescerà quando vorrà. Ciò che accadde a quel solitario che arrivò al punto di camminare sui carboni ardenti senza scottarsi; ma che, mancando di umiltà, cadde poco dopo negli eccessi più deplorevoli [16]. Se non avete umiltà, dite che non avete nulla, che alla prima tentazione sarete rovesciati. Si racconta nella vita di sant’Antonio [17] che il buon Dio gli fece vedere il mondo pieno di lacci che il demonio aveva teso per far cadere gli uomini nel peccato. Egli ne fu così sorpreso che il suo corpo tremava come una foglia, e rivolgendosi a Dio disse: «Ahimè, Signore, chi potrà evitare tante trappole?». E udì una voce che gli diceva: «Antonio, colui che sarà umile; perché Dio dà la sua grazia agli umili per resistere alle tentazioni; mentre permette al demonio di giocare con gli orgogliosi, che, non appena ne avranno l’occasione, cadranno nel peccato. Al contrario, non osa attaccare le persone umili». Quando sant’Antonio cadde, non fece altro che umiliarsi profondamente davanti al buon Dio, dicendo: «Ahimè, Signore, tu sai che io non sono che un miserabile peccatore!». Subito il demonio fuggiva.

Quando siamo tentati, Fratello, nascondiamoci sotto il velo dell’umiltà e vedremo che il demonio avrà poca forza su di noi. Leggiamo nella Vita di San Macario che, un giorno, mentre si recava nella sua cella carico di foglie di palma, il demonio gli venne incontro con una furia terribile, volendo colpirlo, ma non potendo, poiché il buon Dio non gli aveva dato il potere, gridò: «O Macario! Che sofferenza mi causi! Non ho la forza di maltrattarti, anche se compio più perfettamente di te tutto ciò che fai: tu digiuni qualche volta, ma io non mangio mai; tu vegli qualche volta, ma io non dormo mai. C’è solo una cosa in cui ammetto che mi superi». San Macario gli chiese in cosa consistesse. «È nella tua umiltà». Il santo si gettò con la faccia a terra, chiese al buon Dio di non soccombere alla tentazione e, subito, il demonio prese la fuga [18]. Oh! Fratello, che questa virtù ci renda graditi a Dio, e quanto è potente per scacciare il demonio! Ma com’è rara! Il che è facile da capire, dato che sono così pochi i cristiani che resistono al demonio quando sono tentati.

Ma, affinché non vi inganniate e sappiate che non l’avete mai avuta, entriamo in un dettaglio molto semplice. No, Fratello, non sono tutte le parole e tutte le belle manifestazioni di disprezzo di sé che ci dimostrano che l’abbiamo. Prima di cominciare, vi citerò un esempio che vi dimostrerà che le parole significano poco. Troviamo nella Vita dei Padri [19] che un solitario, venuto a trovare san Serapione, non voleva pregare con lui perché, diceva, ho commesso tanti peccati da essere indegno; non oso nemmeno respirare dove voi siete. Seduto per terra, non osava nemmeno sedersi sullo stesso sedile di san Serapione. Quando san Serapione volle lavargli i piedi secondo l’usanza, egli resistette ancora di più. Ecco un’umiltà che, secondo noi, ha tutte le apparenze di essere sincera, e vedrete a cosa porta questa umiltà. San Sirapione si limitò a dirgli che avrebbe fatto molto meglio a rimanere nella sua solitudine, piuttosto che andare di cella in cella vivendo da vagabondo e lavorando per guadagnarsi da vivere. Allora il solitario non poté trattenersi dal mostrare che la sua umiltà era solo una falsa virtù; si mise contro il santo e lo lasciò. Al che il santo gli disse: «Ehi, figlio mio, poco fa mi dicevi che avevi commesso tutti i crimini immaginabili, che non osavi né pregare né mangiare con me, e per un semplice avvertimento, che non ha nulla che possa offenderti, ti lasci andare alla collera! Vai, mio amico, la tua virtù e tutte le tue buone opere sono prive della più bella qualità, che è l’umiltà».

Vediamo, da questo esempio, che c’è ben poca vera umiltà. Ahimè! Quanti sono coloro che, finché vengono lusingati, lodati o almeno sembrano essere stimati, sono tutto fuoco per le pratiche della pietà, darebbero tutto e si spoglierebbero di tutto; ma un piccolo rimprovero, un’aria di indifferenza getta amarezza nel loro cuore, li tormenta, strappa loro lacrime, li rende di cattivo umore, li induce a formulare mille giudizi severi, pensando di essere trattati in modo indegno, che non si farebbe ad un altro. Ahimè! Quanto questa bella virtù è rara tra i cristiani dei nostri giorni! Quante virtù che hanno solo l’apparenza e che, al primo colpo, vengono spazzate via!

Ma in cosa consiste l’umiltà? – Eccola: vi dirò innanzitutto che esistono due tipi di umiltà, una interiore e l’altra esteriore. L’umiltà esteriore consiste, 1° nel non vantarsi di aver fatto bene un lavoro, nel non ripeterlo al mondo, nel non raccontare le nostre follie, i viaggi che abbiamo fatto, la nostra abilità e la nostra destrezza, né ciò che ci è stato detto a nostro vantaggio; 2° nascondere il bene che abbiamo fatto, come le nostre elemosine, le nostre preghiere, le nostre penitenze, i servizi resi al prossimo, le grazie interiori che il buon Dio ci ha concesso; 3° non provare piacere quando ci si loda; cercare di sviare la conversazione attribuendo a Dio il successo per cui ci si loda; o far capire che questo ci dispiace e andarcene, se possibile; 4° non dire mai bene o male di sé stessi. Ci sono persone che spesso parlano male di sé stesse per essere lodate: questa è una falsa umiltà, che si chiama umiltà gancio. Non dite nulla di voi stessi, accontentatevi di pensare che siete miserabili, che ci vuole tutta la carità di Dio per sopportarvi sulla terra; 5° non bisogna mai litigare con i propri pari; bisogna cedere loro in tutto ciò che non è contrario alla coscienza; non credere sempre di avere ragione; anche quando l’aveste, pensate subito che potreste sbagliarvi, come è già successo tante altre volte; e soprattutto non essere mai ostinati nell’avere l’ultima parola, cosa che dimostra uno spirito molto orgoglioso; 6° non bisogna mai mostrare tristezza quando ci sembra che ci disprezzino, né lamentarsene con gli altri; ciò dimostrerebbe che non abbiamo umiltà, poiché se l’avessimo, non troveremmo mai che ci disprezzano, perché mai potremmo essere trattati come meritiamo a causa dei nostri peccati; al contrario, dobbiamo ringraziare il buon Dio, come il santo re Davide, che rendeva il bene per il male [20], pensando a quanto egli stesso aveva disprezzato il Signore con i suoi peccati; 7° bisogna essere molto contenti quando si è disprezzati, seguendo l’esempio di Gesù Cristo, di cui si dice che si saziava di oltraggi [21], e l’esempio degli apostoli, dei quali si dice [22] che avevano una grande gioia nell’essere trovati degni di soffrire qualche disprezzo, qualche ignominia per amore di Gesù Cristo; questo sarà tutta la nostra felicità e la nostra speranza alla morte; 8° non dobbiamo scusarci per le nostre colpe, quando abbiamo fatto qualcosa che può farci biasimare; non dobbiamo far pensare che non sia vero, sia con menzogne o sotterfugi, sia con il nostro atteggiamento che sembra dire che non siamo stati noi. Anche se fossimo accusati con forza, purché non fosse coinvolta la gloria di Dio, non dobbiamo dire nulla. Guardate cosa è successo a quella ragazza a cui era stato dato il nome di fratello Marin [23] … Ahimè! Chi di noi avrebbe subito prove simili a quella di lei senza giustificarsi, potendo farlo così facilmente? 9° Questa umiltà consiste nel fare tutto ciò che è più umile, ciò che gli altri non vogliono fare, e nell’amare essere vestiti semplicemente.

Ecco, Fratello, in cosa consiste l’umiltà esteriore. Ma in cosa consiste quella interiore? Eccola. Consiste, 1° nell’avere una bassa opinione di sé stessi, nel non lodarsi mai nel proprio cuore quando si è fatto qualcosa di buono, ma nel ritenersi indegni e incapaci di compiere alcuna buona azione, basandosi sulle parole di Gesù stesso, che ci dice che senza di lui non possiamo fare nulla di buono [24]; non possiamo nemmeno pronunciare una parola, come dire il santo nome di Gesù, senza l’aiuto dello Spirito Santo [25]; 2° essere contenti che gli altri conoscano i nostri difetti, per avere l’occasione di rimanere nel nostro nulla; 3° essere contenti che gli altri ci superino in beni, in spirito, in virtù o in qualsiasi altra cosa; sottomettersi alla volontà e al giudizio degli altri, ogni volta che ciò non sia contro la coscienza. Sì, Fratello, una persona veramente umile deve essere simile a un morto che non si arrabbia per gli insulti che gli vengono rivolti, né si rallegra per le lodi che gli vengono fatte.

Ecco, Fratello, cos’è possedere l’umiltà cristiana, che ci rende così graditi a Dio e così amabili al prossimo. Vedete ora se l’avete o no. E se non l’avete, non vi resta che chiederla al buon Dio, finché non l’otterrete; perché senza di essa non entreremo in cielo. Leggiamo nella vita di Sant’Elzearo che, trovandosi in pericolo di morire in mare con tutti coloro che erano sulla nave, una volta passato il pericolo, santa Delfina, sua moglie, gli chiese se non avesse avuto paura. Egli le rispose: «Quando mi trovo in un simile pericolo, raccomando me stesso e tutti quelli che sono con me a Dio, e gli dico che se qualcuno deve morire, sia io, poiché sono il più miserabile e il più indegno di vivere [26]. Che umiltà! … San Bernardo era così consapevole della sua nullità che quando entrava in una città, si inginocchiava per pregare il buon Dio di non punire quella città a causa dei suoi peccati; credeva che ovunque andasse fosse capace solo di attirare la maledizione su quel luogo [27]. Che umiltà, Fratello! Un santo così grande, la cui vita era solo una catena di miracoli[28]!

È necessario, Fratello, che tutto ciò che facciamo sia accompagnato da questa bella virtù, se vogliamo che sia ricompensato in cielo [29]. Nel fare le vostre preghiere, avete quell’umiltà che vi fa considerare miserabili, indegni di stare alla santa presenza di Dio? Ah! Se così fosse, non vi accontentereste di recarle mentre vi vestite o lavorate. No, non l’avete. Se l’aveste, quando siete alla santa Messa, con quale rispetto, con quale modestia, con quale trepidazione non vi comportereste? Ah! No, no, non vi si vedrebbe ridere, chiacchierare, girare la testa, vagare con lo sguardo per la chiesa, dormire, dire le vostre preghiere senza devozione, senza amore per Dio. Lungi dal trovare lunghe le funzioni, non potreste più uscirne, pensando a quanto deve essere grande la misericordia di Dio nel sopportarvi tra i reprobi, voi che meritate, per i vostri peccati, di essere ora tra i reprobi. Se aveste questa virtù, quando chiedete qualche grazia al buon Dio, fareste come la Cananea che si gettò in ginocchio ai piedi del Salvatore davanti a tutti [30]; come Maddalena, che baciò i piedi del Salvatore in una numerosa assemblea [31]. Se l’aveste, fareste come quella donna che, da dodici anni, era affetta da un flusso di sangue e andò con tanta umiltà a gettarsi davanti al Salvatore per toccare umilmente il suo mantello [32]. Se aveste l’umiltà di san Paolo, che era stato elevato fino al terzo cielo [33] e si considerava solo un aborto, l’ultimo degli apostoli, indegno del nome che portava [34] !… O mio Dio, quanto è bella questa virtù, ma quanto è rara! Se aveste questa virtù, signori, quando vi confessate, ah! Quanto sareste lontani dal nascondere i vostri peccati, di raccontarli come una storia divertente, e soprattutto di raccontare quelli degli altri! Ah! Da quale tremore sareste presi, vedendo la grandezza dei vostri peccati, gli oltraggi che hanno fatto a Dio; e vedendo da un altro la carità che Egli ha nel perdonarvi? Mio Dio! Non moriremmo di dolore e di riconoscenza? … Se dopo aver confessato i vostri peccati aveste quell’umiltà di cui ci parla san Giovanni Climaco [35], il quale, trovandosi in un monastero, ci dice di aver visto con i propri occhi religiosi così umili, così umiliati e mortificati, che sentivano in tal modo il peso dei loro peccati, che il rumore delle loro grida e le preghiere che rivolgevano a Dio erano capaci di commuovere cuori duri come pietra. Alcuni erano coperti di ulcere, da cui emanava un fetore insopportabile; avevano così poca cura del proprio corpo che non avevano più che la pelle attaccata alle ossa. Il monastero risuonava delle grida più strazianti. «Ah! Guai a noi, miserabili! Con giustizia, mio Dio, potete precipitarci nell’inferno!» Altri gridavano: «Ah! Signore, perdonateci, se i nostri peccati possono ancora ricevere qualche perdono!». Tutti avevano davanti agli occhi l’immagine della morte; si dicevano l’un l’altro: «Che ne sarà di noi, dopo aver avuto la sventura di offendere un Dio così buono? Potremo avere qualche speranza per il giorno della vendetta?». Altri chiedevano di essere gettati nel fiume per essere mangiati dalle bestie. Il superiore, vedendo san Giovanni Climaco, gli disse: «Ebbene, padre, avete visto i nostri soldati?». San Giovanni Climaco ci dice che non riusciva né a parlare né a pregare: perché le grida di quei penitenti, così profondamente umiliati, gli strappavano lacrime e singhiozzi nonostante lui. Perché, Fratello, non abbiamo umiltà, anche se siamo molto più colpevoli? Ahimè, è perché non conosciamo noi stessi!

 

II. – Sì, Fratello, un cristiano che conosce bene se stesso, tutto deve portarlo ad umiliarsi. Voglio dire tre cose: la considerazione delle grandezze di Dio, l’umiliazione di Gesù Cristo e la nostra miseria. 1. Chi è, Fratello, che potrebbe considerare la grandezza di un Dio senza annientarsi alla sua presenza, pensando che dal nulla ha creato il cielo con una sola parola, e che un solo suo sguardo potrebbe annientare tutto? Un Dio così grande, la cui potenza non ha limiti, un Dio pieno di ogni sorta di perfezioni, un Dio con la sua eternità senza fine, la sua giustizia così grande, la sua provvidenza che governa tutto con tanta saggezza e provvede ai nostri bisogni con tanta cura! Mentre noi non siamo che miseri esseri insignificanti! O mio Dio, non dovremmo forse, a maggior ragione, temere, come san Martino, che la terra si apra sotto i nostri piedi per inghiottirci, tanto siamo indegni di vivere? A questa vista, Fratello, non fareste come quella grande penitente di cui si parla nella vita di san Pafnuzio [36]? Questo buon vecchio, dice l’autore della sua vita, andando a trovare questa peccatrice, fu molto sorpreso di sentirla parlare di Dio. Il santo abate le disse: «Sai bene che c’è un Dio?». «Sì», rispose lei, «e so anche che c’è un regno per coloro che vivono secondo i suoi comandamenti e un inferno dove i malvagi saranno gettati per bruciare». «Se sai tutte queste cose, come hai potuto, perdendo così tante anime, esporti al fuoco?». La penitente, riconoscendo da quelle parole che si trattava di un uomo di Dio, si gettò ai suoi piedi fondendosi in lacrime: «Padre», gli disse, «datemi qualsiasi penitenza vorrete, e io la farò». La rinchiuse in una cella, dicendole: «Siete così criminale che non meritate di pronunciare il nome del buon Dio; vi accontenterete di voltarvi verso oriente, e, come preghiera direte: O voi che mi avete creato, abbiate pietà di me!». Questa era tutta la sua preghiera. Santa Teresa trascorse tre anni a recitare questa preghiera, versando lacrime e singhiozzando giorno e notte. O mio Dio! Quanto l’umiltà ci fa conoscere bene ciò che siamo! 2. Noi diciamo che l’annientamento di Gesù Cristo deve umiliarci ancora di più. Quando considero, ci dice sant’Agostino, un Dio che, dalla sua incarnazione fino alla croce, ha avuto solo una vita di umiliazioni e di ignominie, un Dio sconosciuto sulla terra, io temo di umiliarmi? Un Dio cerca le umiliazioni, e io, verme della terra, vorrei evitarle? Mio Dio! Per grazia, distruggete questo orgoglio che ci allontana tanto da voi.

Il terzo motivo, Fratello, che deve umiliarci è la nostra stessa miseria. Basta guardarla un po’ da vicino per trovare infiniti motivi di umiliazione. Il profeta Michea ci dice [37]: portiamo in mezzo a noi il principio e i motivi della nostra umiliazione. Non sappiamo forse, dice, che il nulla è la nostra origine, che infiniti secoli sono trascorsi prima che noi esistessimo e che, da noi stessi, non avremmo mai potuto uscire da questo abisso terribile e impenetrabile? Possiamo ignorare che, per quanto siamo creati, abbiamo una violenta propensione al nulla e che è necessaria la mano potente di Colui che ci ha tirati fuori da esso per impedirci di ricadervi e che, se il buon Dio smettesse di guardarci e di sostenerci, saremmo cancellati dalla faccia della terra con la stessa rapidità di un filo di paglia spazzato via da una tempesta furiosa? Che cos’è dunque l’uomo per vantarsi della sua nascita e dei suoi altri vantaggi? Ahimè! Ci dice il santo uomo Giobbe, che cosa siamo? Spazzatura prima di nascere, miseria quando veniamo al mondo, infezione quando ne usciamo. Nasciamo da una donna, ci dice [38], viviamo poco tempo; durante la nostra vita, per quanto breve, piangiamo molto, la morte non tarda a colpirci. Questa è la nostra sorte, ci dice san Gregorio, papa, giudicate da ciò se possiamo trovare motivo di inorgoglirci nella minima cosa del mondo, cosicché chi osa avere la temerarietà di credere di essere qualcosa, è un insensato, che non ha mai conosciuto se stesso, perché, conoscendoci come siamo, non possiamo che provare orrore per noi stessi.

Ma non abbiamo meno motivo di umiliarci nell’ordine della grazia. Qualunque siano i doni e i talenti che abbiamo, li otteniamo tutti dalla mano liberale del Signore, che li dà a chi gli piace, e quindi non possiamo gloriarcene. Un concilio ha dichiarato che l’uomo, lungi dall’essere artefice della propria salvezza, è capace solo di perdersi e che di sé stesso non ha altro che il peccato e la menzogna. Sant’Agostino ci dice che tutta la nostra scienza consiste nel sapere che non siamo nulla e che tutto ciò che abbiamo lo teniamo da Dio.

Infine, dico che dobbiamo umiliarci di fronte alla gloria e alla felicità che ci aspettiamo nell’altra vita, perché da noi stessi non possiamo meritarla. Se il buon Dio è così buono da darcela, non possiamo contare che sulla misericordia di Dio e sui meriti infiniti di Gesù Cristo suo Figlio. Come figli di Adamo, non meritiamo altro che l’inferno. Oh! Quanto è caritatevole il buon Dio nel darci la speranza di tanti beni, a noi che non abbiamo fatto nulla per meritarli!

Cosa dobbiamo concludere da questo? Fratello, ecco: chiedere ogni giorno al buon Dio l’umiltà, cioè che ci conceda la grazia di riconoscere che non siamo nulla da noi stessi e che i beni, sia del corpo che dell’anima, ci vengono da Lui… Pratichiamo l’umiltà ogni volta che possiamo; … siamo ben convinti che non c’è virtù più gradita a Dio dell’umiltà e che con essa avremo tutte le altre. Per quanto peccatori siamo, siamo certi che con l’umiltà il buon Dio ci perdonerà. Sì, Fratello, attacchiamoci a questa bella virtù; è lei che ci unirà a Dio, che ci farà vivere in pace con il prossimo, che renderà meno pesanti le nostre croci, che ci darà quella grande speranza di vedere Dio un giorno. Egli stesso ci dice: «Beati i poveri di spirito, perché vedranno Dio! [39] È questo che vi auguro.

 

[1] Serm. CXV, cap.2 in illud Lucæ.

[2] Respexit in orationem humilium, et non sprevit precem eorum. Sal. ci, 18.

[3] Ger. xlix, 16.

[4] Gloriam præcedit humilitas. Prov. xv, 33.

[5] Matteo xviii, 3.

[6] De gradibus humilitatis et superbiæ, cap. I.

[7] Epist. CXVIII, ad Dioscorum, cap. iii, 22.

[8] Initium omnis peccati est superbia. Eccli. x, 15.

[9] Vedi Rodriguez, Trattato sull’umiltà, cap. III.

[10] Matteo xix, 13.

[11] Hom. 1a super Missus est, 5.

[12] Serm. LIII, in illud Matth. Beati pauperes spiritu.

[13] Is. lxvi, 2.

[14] Vita dei Padri del deserto, t.V, p.191-194.

[15] Cogitas magnam fabricam construere celsitudinis ? de fundamento prius cogita humilitatis. S. Aug. Serm. in Matth. cap. xi.

[16] Vita dei Padri del deserto, t. I, p. 256.

[17] Ibid. p. 52.

[18] Vita dei Padri del deserto. T. II, p.358.

[19] Ibid, p.417.

[20] Sal. vii, 5.

[21] Thren. iii, 30. (Libri delle lamentazioni)

[22] At. v, 41.

[23] Vedi la vita di Santa Marina, nel sermone dell’11ª domenica dopo Pentecoste.

[24] Giovanni xv, 5.

[25] I Cor, xii, 3.

[26] Vedi Ribadeneira, al 27 settembre.

[27] Si riporta la stessa cosa di San Domenico

[28] Esempio: Rodriguez, tomo IV, pagg. 483 e 365. (Nota del Santo)

[29] Esempio dell’imperatrice che fu trascinata dai suoi servi. (Nota del Santo)

[30] Matteo xv, 25.

[31] Luca, vii, 38.

[32] Marco, v, 25.

[33] II Cor, xii, 2.

[34] I Cor. xv, 8-9.

[35] La Scala Santa, quinto grado.

[36] Vita dei Padri del deserto, t.I, p.212. San Pafnuzio e Santa Taide.

[37] Questa citazione non è del profeta Michea.

[38] Giobbe, xiv, 1.

[39] Matteo, v, 3.

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