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Le omelie del S. Curato d’Ars: il pensiero della morte

labuonamorte

Cum appropinquaret porte civitatis, ecce defunctus efferebatur filius unicus matris suae: et haec vidua erat.

Gesù, giunto alle porte della città di Nain, trovò che veniva sepolto l’unico figlio di una madre vedova.

(S. Luca, VII, 12.)

 

No, Fratello, nulla è più capace di distoglierci dalla vita e dai piaceri del mondo e di indurci a occuparci di quel momento terribile che deve decidere di tutto per l’eternità, quanto la vista di un cadavere che viene portato alla tomba. Ecco perché la Chiesa, che è sempre attenta e occupata a fornirci tutti i mezzi più efficaci per lavorare alla nostra salvezza, ci ricorda tre volte all’anno la morte di Colui che Gesù Cristo ha resuscitato [1], per costringerci, in un certo senso, a occuparcene e a prepararci a questo viaggio. In un passo del Vangelo [2], ci presenta una ragazza di soli dodici anni, cioè in un’età in cui si può appena cominciare a godere dei piaceri. Sebbene fosse figlia unica, molto ricca e teneramente amata dai suoi genitori, nonostante ciò la morte la colpisce e la fa scomparire per sempre agli occhi dei vivi. In un altro luogo [3], vediamo un giovane di circa venticinque anni, che era nel fiore degli anni, unico sostegno e consolazione di una madre vedova; tuttavia, né le lacrime né la tenerezza di questa madre affranta possono impedire che la morte, quella morte spietata, ne faccia la sua preda. In un’altra parte del Vangelo [4], vediamo un altro giovane, che è Lazzaro. Egli era come un padre per le sue due sorelle, Marta e Maddalena; ci sembra che la morte avrebbe dovuto almeno avere riguardo rispetto quest’ultimo; ma no, questa morte crudele lo falcia e lo riduce alla tomba, per farlo diventare pasto dei vermi. Fu necessario che Gesù Cristo compisse tre miracoli per riportarli in vita. Apriamo gli occhi, Fratello, e contempliamo per un istante questo spettacolo commovente, che ci dimostrerà, nel modo più forte, la caducità della vita e la necessità di distaccarcene, prima che questa morte inesorabile ci strappi via nostro malgrado. Giovane o vecchio, diceva il santo re Davide, penserò spesso che un giorno morirò e mi preparerò per tempo. Per invitarvi a fare come me, vi mostrerò quanto il pensiero della morte sia necessario per distaccarci dalla vita e attaccarci solo a Dio.

 

I. – Vediamo, Fratello, che nonostante il grado di empietà e incredulità a cui sono giunti gli uomini in questo secolo infelice in cui viviamo, essi non hanno ancora osato negare la certezza della morte; ma solo fanno tutto il possibile per bandirne il pensiero, come di un vicino che potrebbe turbarli nei loro piaceri e disturbarli nelle loro dissolutezze. Ma vediamo anche nel Vangelo che Nostro Signore Gesù Cristo vuole che non perdiamo mai di vista il pensiero della nostra partenza da questo mondo verso l’eternità [5]. Per farci capire bene che possiamo morire a qualsiasi età, vediamo che Egli non risuscita né i bambini, che sono ancora insensibili ai piaceri della vita, né i vecchi decrepiti, che, nonostante il loro attaccamento alla terra, non possono dubitare che la loro dipartita non sia lontana. Ma egli risuscita coloro che sono in un’età in cui più spesso dimentichiamo questo pensiero salutare: cioè dai dodici ai quarant’anni circa. Infatti, a partire dai quarant’anni, la morte sembra inseguirci rapidamente; ogni giorno perdiamo qualcosa che ci annuncia che presto dovremo lasciare questo mondo; ogni giorno sentiamo le nostre forze diminuire, vediamo i nostri capelli diventare bianchi, la nostra testa diventare calva, i nostri denti cadere, la nostra vista indebolirsi: tutto questo ci dice addio per sempre, e ammettiamo a noi stessi che non siamo più quelli di una volta. No, Fratello, nessuno ha il minimo dubbio al riguardo. Sì, Fratello, è certo che un giorno arriverà in cui non saremo più tra i vivi e nessuno penserà a noi come se non fossimo mai esistiti. Ecco quindi questa ragazza mondana, che ha dedicato tanta cura e tanta fatica al proprio aspetto agli occhi del mondo: eccola ridotta a un po’ di polvere, calpestata dai passanti. Ecco quell’uomo orgoglioso, che teneva in tanta considerazione il suo ingegno, le sue ricchezze, il suo prestigio e la sua carica, ecco che viene condotto in una tomba, divorato dai vermi e dimenticato fino alla fine del mondo; cioè fino alla resurrezione generale, dove lo rivedremo con tutto ciò che avrà fatto durante i giorni della sua sfortunata vita.

Ma forse mi chiederete che cos’è questo momento della morte che deve occuparci così tanto e che è così capace di convertirci? È, Fratello, un istante che, poco sensibile nella sua durata, ci è poco conosciuto e che, tuttavia, è sufficiente per farci compiere il grande passaggio da questo mondo all’eternità. Momento formidabile di per sé, Fratello, in cui tutto ciò che è nel mondo muore per l’uomo, in cui l’uomo, allo stesso tempo, muore per tutto ciò che gli appartiene sulla terra. Momento terribile, Fratello, in cui l’anima, nonostante l’unione così intima che ha con il suo corpo, ne viene strappata dalla violenza della malattia; dopo cui l’uomo, spogliato di tutto, lascia agli occhi del mondo solo una figura orribile di se stesso, occhi spenti, bocca muta, mani inerti, piedi immobili, volto sfigurato, un corpo che comincia a decomporsi e che non è più che un oggetto di orrore. Momento spietato, Fratello, in cui i più potenti e i più ricchi perdono tutte le loro ricchezze e la loro gloria, e in cui non hanno come eredità che la polvere della tomba. Momento molto umiliante, Fratello, in cui il più grande è confuso con il più miserabile della terra. Tutto è confuso: non ci sono più onori, né distinzioni, tutti sono messi sullo stesso piano. Ma momento, Fratello, mille volte più terribile ancora per le sue conseguenze che per la sua presenza, poiché le perdite sono irreparabili. L’uomo, ci dice lo Spirito Santo, parlando del moribondo, andrà nella casa della sua eternità [6]. È momento breve, è vero, Fratello, ma decisivo; dopo il quale il peccatore non ha più misericordia da sperare, e il giusto da meriti da acquisire. Momento il cui pensiero ha riempito i monasteri di tanti grandi del mondo, che hanno lasciato tutto per pensare solo a questo terribile passaggio da questo mondo all’altro. Momento, Fratello, il cui pensiero ha popolato i deserti di tanti santi, che non hanno cessato di abbandonarsi a tutti i rigori della penitenza che il loro amore per il buon Dio ha potuto ispirare loro. Momento terribile, Fratello, ma molto breve, che tuttavia deciderà tutto per l’eternità.

In base a ciò, Fratello, come è possibile che non ci pensiamo o, almeno, che ci pensiamo in modo così debole? Ahimè, Fratello, quanti cuori bruciano ora per aver trascurato questo pensiero salutare! Lasciamo, Fratello, lasciamo un po’ il mondo, i suoi beni e i suoi piaceri, per occuparci di questo momento terribile. Imitiamo, Fratello, i santi, che ne facevano la loro occupazione principale; lasciamo perire ciò che perisce con il tempo, dedichiamoci a ciò che è eterno e permanente. Sì, Fratello, nulla è più capace di distaccarci dalla vita del peccato e di far tremare i re sui loro troni, i giudici e i libertini nel mezzo dei loro piaceri, quanto il pensiero della morte. Ecco un esempio, Fratello, che vi dimostrerà che nulla può resistere a questo pensiero ben meditato. San Gregorio ci racconta che un giovane, alla cui salvezza dell’anima era molto interessato, aveva concepito una tale passione per una ragazza che, quando questa morì, non riuscì più a consolarsi. San Gregorio, papa, dopo molte preghiere e penitenze, andò a trovare questo giovane: «Amico mio», gli disse, «venite con me e vedrete ancora una volta colei che vi fa sospirare e versare tante lacrime».

Prendendolo per mano, lo condusse alla tomba della ragazza. Quando sollevò la tavola che copriva il suo corpo, il giovane, vedendo un corpo così orribile, così puzzolente, così pieno di vermi, ormai ridotto a un ammasso di corruzione, indietreggiò inorridito: «No, no, amico mio», gli disse san Gregorio, «avvicinatevi e sopportate per un istante la vista di questo spettacolo che la morte vi presenta». «Guardate, amico mio, ciò che è diventata questa bellezza effimera, alla quale eri perdutamente attaccato. Vedi questa testa tutta scarnita, questi occhi spenti, queste ossa livide, questo orribile ammasso di cenere, putrefazione e vermi? Ecco, amico mio, l’oggetto della tua passione, per il quale hai sospirato tanto e sacrificato la tua anima, la tua salvezza, il tuo Dio e la tua eternità». Parole così toccanti e uno spettacolo così spaventoso fecero un’impressione così viva sul cuore di quel giovane che, riconoscendo da quel momento il nulla di questo mondo e la fragilità di ogni bellezza effimera, rinunciò immediatamente a tutte le vanità della terra, pensando solo a prepararsi a morire bene ritirandosi dal mondo, per andare a trascorrere la sua vita in un monastero, piangendo lì, per il resto dei suoi giorni, gli errori della sua giovinezza, e morire da santo. Che felicità, Fratello, per quel giovane! Facciamo lo stesso, Fratello, poiché nulla è più capace di distaccarci dalla vita e di determinarci a lasciare il peccato di questo felice pensiero della morte.

Ah! Fratello, alla morte, come si pensa in modo molto diverso rispetto a quando si è in vita! Ecco un bell’esempio. La storia racconta che una signora possedeva tutte le qualità capaci di piacere al mondo, di cui godeva tutti i piaceri. Ahimè, Fratello, ciò non le impedì di arrivare come gli altri ai suoi ultimi momenti, e molto prima di quanto avrebbe voluto. All’inizio della sua malattia, le nascosero il pericolo in cui si trovava, come troppo spesso si fa con questi poveri malati. Tuttavia il male progrediva ogni giorno di più; fu necessario avvertirla che doveva pensare alla sua partenza per l’eternità. Doveva quindi fare ciò che non aveva mai fatto e pensare ciò che non aveva mai pensato; ne fu estremamente spaventata. «Non credo», disse a coloro che le davano questa notizia, «che la mia malattia sia pericolosa, ho ancora tempo»; ma la si pressava, dicendole che il medico la trovava in pericolo. Piangeva, si lamentava di dover lasciare la vita in un momento in cui poteva ancora goderne i piaceri. Ma, mentre piangeva, le si ricordava che nessuno è immortale, che se fosse sfuggita a questa malattia, un’altra l’avrebbe portata via, che tutto ciò che doveva fare era mettere ordine nella sua coscienza, per poter comparire con fiducia davanti al tribunale di Dio. A poco a poco tornò in sé e, essendo istruita, ne fu presto convinta; le sue lacrime si volsero verso i suoi peccati; chiese un confessore per confessargli le sue colpe, che avrebbe voluto non aver mai commesso. Fece lei stessa il sacrificio della sua vita; confessò le sue colpe con grande dolore e lacrime abbondanti; pregò le sue compagne o amiche di venire a trovarla prima che lasciasse questo mondo, cosa che fecero con entusiasmo. Quando furono intorno al suo letto, disse loro piangendo: «Mie care amiche, vedete in che stato mi trovo; devo presentarmi davanti a Gesù Cristo per rendere conto di tutte le azioni della mia vita; voi stesse sapete quanto ho servito male il buon Dio e quanto ho da temere; ma, tuttavia, mi abbandonerò alla sua misericordia. L’unico consiglio che posso darvi, mie care amiche, è di non aspettare, per fare del bene, quel momento in cui non si può più fare nulla e in cui, nonostante le lacrime e il pentimento, si corre il grande pericolo di essere perduti per l’eternità. È l’ultima volta che vi vedo; vi supplico, non perdete un solo istante del tempo che il buon Dio vi concede e che io non ho. Addio, amiche mie, sto per partire per l’eternità, non dimenticatemi nelle vostre preghiere, affinché, se avrò la fortuna di essere perdonata, mi aiutiate a uscire dal purgatorio». Tutte le sue compagne, che non si aspettavano affatto quelle parole, si ritirarono piangendo e piene di un grande desiderio di non aspettare quel momento, in cui avremo tanti rimpianti per aver perso un tempo così prezioso.

Oh! Fratello, quanto saremmo felici se il pensiero della morte e la presenza di un cadavere ci facessero la stessa impressione, operassero in noi lo stesso cambiamento! Tuttavia abbiamo un’anima da salvare come quelle persone che si convertirono alla vista di quella giovane donna che stava per morire; e, inoltre, abbiamo le stesse grazie se vogliamo approfittarne. Ahimè, mio Dio, perché attaccarsi così tanto alla vita, visto che siamo qui solo per un istante, dopo il quale lasciamo tutto, portando con noi solo il bene e il male che abbiamo fatto? Perché, Fratello, ci affezioniamo così poco al buon Dio, che rende, anche in questo mondo, la nostra felicità, per continuarla nell’eternità? Come potremmo affezionarci ai beni e ai piaceri di questo mondo, se avessimo queste parole ben impresse nei nostri cuori: «Veniamo al mondo nudi e lo lasceremo allo stesso modo»? Eppure sappiamo e vediamo ogni giorno che il più ricco non porta con sé più del più povero. Lo riconobbe bene prima di morire il grande Saladino, che aveva fatto tremare l’universo con la grandezza delle sue vittorie. Vedendosi vicino alla morte, riconoscendo allora, meglio che mai, il vuoto delle grandezze umane, ordinò a colui che camminava abitualmente davanti a lui, portando il suo stendardo, di prendere un pezzo del telo con cui sarebbe stato avvolto, di metterlo sulla punta di una picca e di camminare per la città gridando più forte che poteva: «Ecco tutto ciò che il grande Saladino, vincitore dell’Oriente e signore dell’Occidente, porta con sé di tutti i suoi tesori e di tutte le sue vittorie: un sudario». Oh mio Dio, quanto saremmo saggi se questo pensiero non ci abbandonasse mai!

Infatti, Fratello, se quell’avaro, nel momento in cui non risparmia né ingiustizie né inganni per accumulare beni, pensasse che tra poco lascerà tutto, potrebbe davvero attaccarsi così tanto a oggetti che lo perderanno per l’eternità? Ma no, Fratello, vedendo il modo in cui viviamo, si direbbe che non dovremo mai lasciare la vita. Ahimè! C’è da temere che se viviamo da ciechi, moriremo allo stesso modo! Ecco un esempio molto significativo.

Leggiamo nella storia che il cardinale Bellarmino, della Compagnia di Gesù, fu chiamato al capezzale di un malato che era stato procuratore e che, purtroppo, aveva preferito il denaro alla salvezza della sua anima. Credendo che lo avesse chiamato solo per sistemare le questioni della sua coscienza, vi corse con sollecitudine. Entrando, cominciò a parlargli dello stato della sua anima; ma appena ebbe iniziato a parlare, il malato gli disse: «Padre, non è per questo che vi ho chiamato; ma solo per consolare mia moglie che si dispera per la mia perdita; perché, per quanto mi riguarda, andrò dritto all’inferno». Il cardinale riferisce che quell’uomo era così indurito e cieco che pronunciò queste parole con tanta tranquillità e freddezza come se avesse detto che sarebbe andato a divertirsi un po’ con alcuni suoi amici. Amico mio, gli disse il cardinale, che si rammaricava di vedere la sua povera anima cadere all’inferno, pensate quindi a chiedere perdono al buon Dio per i vostri peccati e confessatevi; il buon Dio vi perdonerà. È Quel povero disgraziato gli rispose che non doveva perdere tempo, che non conosceva i suoi peccati, né voleva conoscerli; che avrebbe avuto tutto il tempo di conoscerli all’inferno. Il cardinale lo pregò e lo supplicò invano di non perdersi per l’eternità, poiché aveva ancora tutti i mezzi per guadagnarsi il paradiso, promettendogli che lo avrebbe aiutato a soddisfare la giustizia di Dio, aggiungendo che era sicuro che il buon Dio avrebbe ancora avuto pietà di lui. Ma no, nulla riuscì a commuoverlo; morì senza dare alcun segno di pentimento.

Ahimè! Fratello, chi non pensa alla morte durante la sua vita corre il grande pericolo di non pensarci mai, o di voler riparare al male solo quando non ci sarà più rimedio. Oh mio Dio! che coloro che non perdono mai il pensiero della morte evitino i peccati durante la vita e i rimpianti per l’eternità! Lo stesso cardinale racconta che, andando a trovare un suo amico malato a causa di un eccesso di dissolutezza, volle esortarlo al pentimento e a confessare i suoi peccati, o almeno a fare un atto di contrizione. Il malato gli rispose: «Padre, cosa intende per atto di contrizione? Non ho mai sentito questo termine». Il cardinale cercò di fargli capire che si trattava di pentirsi dei peccati commessi, affinché il buon Dio potesse perdonarci. «Padre, mi lasci stare, mi sta turbando, mi lasci in pace». Morì senza voler fare atto di contrizione, tanto era cieco e indurito. O mio Dio! Che sventura per una persona che ha perso la fede! Ahimè! Non ci sono più risorse! Ah! Fratello, quanto è vero il detto: com’è la vita, così è la morte. Ahimè! Ahimè! Fratello, se quell’ubriacone pensasse un po’ al momento della morte, che metterà fine a tutte le sue dissolutezze e i suoi eccessi, quando il suo corpo sarà consegnato ai vermi, mentre la sua povera anima brucerà all’inferno; ah! Fratello, avrebbe il coraggio di continuare i suoi eccessi? Ma no, se gli se ne parla, se ne burla, pensa solo a divertirsi, a soddisfare il suo corpo, come se tutto dovesse finire con lui, ci dice il profeta Isaia.

Ah! Fratello, il demonio si preoccupa di farci perdere il ricordo, perché sa molto meglio di noi quanto sia salutare per noi allontanarci dal peccato e riportarci al buon Dio. I santi, Fratello, che avevano tanto a cuore la salvezza delle loro anime, si preoccupavano di non perderne mai il ricordo. San Guglielmo, arcivescovo di Bourges, partecipava ai funerali ogni volta che poteva, per imprimere bene nella sua mente il pensiero della morte. Si rendeva conto di quanto siamo miserabili nell’attaccarci alla vita che è così infelice, così piena del pericolo di perderci per l’eternità [7]! Ce n’è un altro che andò a trascorrere un anno in un bosco, per avere il tempo di prepararsi bene alla morte: «Perché, diceva, quando arriva, non c’è più tempo». Questi santi avevano senza dubbio ragione, Fratello, perché da quell’ora dipende tutto e spesso, se aspettiamo di pensarci nel momento in cui la morte ci colpisce, a volte non serve a nulla.

Oh! Quanto è potente il pensiero della morte per ripararci dal peccato e indurci a fare il bene! Ahimè, Fratello, se quel malvagio che si trascina tra i rifiuti delle sue impurità pensasse bene al momento della morte, quando il suo corpo, che egli si preoccupa tanto di soddisfare, marcirà nella terra; ah! Se riflettesse minimamente su quelle ossa secche e aride, ammucchiate nel cimitero; se si prendesse la briga di andare su quelle tombe, per contemplare quei cadaveri puzzolenti e marci, quei crani mezzo divorati dai vermi, non rimarrebbe colpito da un simile spettacolo? Avrebbe altro pensiero che piangere i suoi peccati e la sua cecità, se pensasse al rimpianto che avrà nell’ora della morte, per aver profanato un corpo che è «il tempio dello Spirito Santo e le membra di Gesù Cristo» [8]? Volete, Fratello, conoscere la fine infelice di un impudico che non ha voluto vedere la morte durante la sua vita? San Pietro Damiani racconta che un inglese, per soddisfare la sua vergognosa passione, si consegnò al demonio, a condizione che questi lo avvertisse tre giorni prima della sua morte, nella speranza di avere il tempo di convertirsi. Ahimè, quanto è cieco l’uomo, una volta caduto nel peccato! Ma, dopo essersi trascinato, rotolato e bagnato nel succo delle sue impurità, giunse il momento della sua dipartita. Il demone, bugiardo com’è, mantenne la parola data a quel mascalzone. Ma l’inglese fu ben ingannato nelle sue aspettative; poiché, con grande stupore di tutti i presenti, non appena gli si parlava della sua salvezza, sembrava addormentarsi, non rispondeva; ma se gli si parlava di questioni temporali, era perfettamente consapevole, tanto che morì nelle sue impurità, come aveva vissuto. Per mostrarci chiaramente che era stato riprovato, il buon Dio permise che grossi cani neri apparissero intorno al suo letto, come pronti a balzare sulla loro preda; li si vide ancora sulla sua tomba, come a guardia di quel deposito abominevole. Ahimè! Fratello, quanti altri esempi spaventosi come questi! …

Ditemi, se quell’ambizioso avesse pensato bene in quel momento alla morte, che gli avrebbe fatto vedere tutta la nullità delle grandezze umane, avrebbe potuto non fare queste riflessioni, che presto sarebbe stato coperto di terra e calpestato ai piedi dei passanti, avendo come unico segno di grandezza queste due parole: “Qui riposa un tale”? O mio Dio, quanto è cieco l’uomo! Leggiamo nella storia che un uomo, durante tutta la sua vita, non aveva mai pensato alla sua salvezza, ma solo a divertirsi e ad accumulare beni. Quando stava per morire, riconobbe la sua cecità nel non aver lavorato per ottenere una buona morte. Raccomandò che sulla sua tomba fosse scritto: «Qui riposa l’insensato, che ha lasciato questo mondo senza sapere perché il buon Dio lo avesse messo al mondo». Se, Fratello, tutti questi peccatori che deridono tutte le grazie che il buon Dio fa loro per uscire dal peccato e che li disprezzano; se pensassero bene che, nel momento in cui usciranno da questo mondo, queste grazie saranno loro negate e che il buon Dio che hanno fuggito li fuggirà a sua volta e li lascerà morire nei loro peccati; ditemi, avrebbero il coraggio di disprezzare tante grazie che il buon Dio offre loro ora per salvare le loro povere anime?

Ah! Fratello, quanti peccati non si commetterebbero se si avesse la fortuna di pensare spesso alla morte. Ecco perché lo Spirito Santo ci raccomanda così tanto di non perdere mai il ricordo della nostra fine ultima, perché non peccheremmo mai [9]. Fu ancora questo pensiero, Fratello, che completò la conversione di San Francesco Borgia. Mentre era ancora nel mondo, si trovava alla corte di Spagna, quando l’imperatrice Elisabetta [10], moglie di Carlo V, morì. Poiché doveva essere sepolta nella tomba dei suoi predecessori, che si trovava a Granada, la custodia del corpo fu affidata a Francesco Borgia. All’arrivo a Granada, si volle celebrare la cerimonia e aprirono la bara dove giaceva il corpo. Francesco Borgia doveva attestare che si trattava effettivamente della stessa persona che era stata messa nella bara. Quando scoprirono quel volto che era stato così bello, lo trovarono tutto nero e mezzo putrefatto; gli occhi erano completamente sciolti; emanava un odore insopportabile. Allora disse: «Sì, giuro che è il corpo che è stato messo nella bara, ed è quello della principessa; ma non lo riconosco più». Da quel momento, rifletté sulla nullità delle grandezze umane e su quanto siano insignificanti; prese la decisione di lasciare il mondo, per non pensare più che a salvare la propria anima. «Ah!», diceva, «che fine ha fatto la bellezza di questa principessa, che era la creatura più bella del mondo? O mio Dio! Quanto è cieco l’uomo nell’attaccarsi a creature vili perdendo la propria anima! Un pensiero felice, Fratello, che gli è valso il paradiso!

Ma perché, Fratello, dimentichiamo questa morte, che ci farebbe essere sempre pronti a morire bene? Ahimè! Non vogliamo pensarci, moriamo senza averci pensato e consideriamo questa morte come qualcosa di molto lontano da noi. Il demonio non ci dice, come un tempo ai nostri progenitori: «Non morirete» [11], perché questa tentazione sarebbe troppo grossolana e non ingannerebbe nessuno; ma, ci dice, «non morirete così presto»; e con questa illusione rimandiamo il pensiero di convertirci alla nostra ultima malattia, quando non saremo più in grado di fare nulla. È così, Fratello, che la morte ha sorpreso tanti e ne sorprenderà tanti fino alla fine del mondo. È tuttavia questo pensiero che ha allontanato tanti dal peccato; eccone un esempio molto significativo. Si racconta nella storia che un giovane e una ragazza avessero avuto insieme una relazione illecita. Accadde che quel giovane, passando in un bosco, fosse sgozzato. Un cagnolino che lo seguiva, vedendo il suo padrone ucciso, andò dalla ragazza, la prese per il grembiule e la tirò come per dirle di seguirlo. Stupita, lei seguì il cagnolino, che la condusse nel luogo dove si trovava il suo padrone. Si fermò vicino a un mucchio di foglie. Guardando cosa c’era lì, vide quel povero giovane tutto insanguinato: dei ladri lo avevano pugnalato. Riprendendosi, si mise a piangere, dicendosi: «Ah! Sfortunata, se fosse capitato lo stesso a te, dove saresti ora? Ah! Ahimè! Bruceresti all’inferno. Forse quel giovane sta bruciando ora negli abissi a causa tua! … Ah! Sfortunata, come hai potuto condurre una vita così criminale? Ah! In che stato è la tua povera anima! … Mio Dio, vi ringrazio per non avermi usata come esempio per gli altri!». Lasciò il mondo, si rinchiuse in un monastero per tutta la vita e morì come una santa. Ah, Fratello, quanti peccatori sono stati convertiti da esempi simili! O mio Dio! Quanto devono essere duri e insensibili i nostri cuori per non commuoverci da nulla e vivere nel peccato, forse senza pensare di uscirne!

Ahimè! Fratello, c’è da temere che, nel momento in cui vorremo tornare al buon Dio, non potremo farlo; il buon Dio, come punizione per i nostri peccati, ci avrà abbandonati. Te lo dimostrerò con un esempio. Leggiamo nella storia [12] che un uomo aveva vissuto a lungo nel disordine. Dopo essersi convertito, dopo qualche tempo ricadde nei suoi vecchi peccati. I suoi amici, che ne erano molto addolorati, fecero tutto il possibile per riportarlo al buon Dio; lui prometteva sempre, ma non faceva nulla. Gli dissero che c’era un ritiro nella parrocchia vicina, che lo avrebbero portato con loro e che doveva prepararsi. L’altro, che da tempo si prendeva gioco di Dio e di tutti i loro consigli, rispose ridendo che sì, dovevano solo venire a prenderlo la mattina del giorno in cui sarebbe iniziato il ritiro e sarebbero partiti tutti insieme. Gli altri non mancarono di andare a trovarlo, nella speranza di riportarlo al buon Dio; ma entrando, lo videro disteso in mezzo alla sua casa: era morto durante la notte, di morte improvvisa, senza aver avuto il tempo né di confessarsi, né di dare il minimo segno di pentimento. Ahimè! Fratello, dove andò quella povera anima che aveva tanto disprezzato le grazie di Dio?

 

II. – Abbiamo detto che è molto utile pensare spesso alla morte: 1) per evitare il peccato e per espiare quelli che abbiamo avuto la sfortuna di commettere, e 2) per distaccarci dalla vita. Sant’Agostino ci dice che non dobbiamo pensare solo alla morte dei martiri, nei quali, per una grazia meravigliosa, la pena del peccato è diventata come uno strumento di merito, ma alla morte di tutti gli uomini. Questo pensiero della morte sarebbe per noi uno dei mezzi più potenti di salvezza e uno dei più grandi rimedi ai nostri mali, se sapessimo trarne i vantaggi che la misericordia divina vuole procurarci attraverso la punizione che la sua giustizia esige da noi. Siamo condannati a morire solo perché abbiamo peccato [13]; ma per non peccare più basterebbe pensare bene alla morte, come ci dice lo Spirito Santo [14].

Diciamo, Fratello, che il pensiero della morte produce in noi tre effetti: 1) ci distacca dal mondo; 2) ferma le nostre passioni; 3) ci impegna a condurre una vita più santa. Se il mondo, Fratello, può ingannarci per un po’ di tempo, questo certamente non durerà per sempre; perché è certo che tutte le cose del mondo non hanno grande forza contro il pensiero della morte. Se pensiamo che, tra pochi istanti, avremo detto addio alla vita per non riapparire mai più! L’uomo che ha sempre presente la morte nella mente non può considerarsi altro che un viaggiatore sulla terra, che vi passa solo di sfuggita e che lascia senza pena tutto ciò che incontra, perché tende verso un altro termine e avanza verso un’altra patria. Tale era, Fratello, la disposizione di san Girolamo: vedendo che una volta morto non avrebbe più potuto animare i suoi discepoli con l’esempio delle sue segrete virtù, volle, morendo, lasciare loro delle sante istruzioni: «Figli miei», disse loro, «se volete, come me, non rimpiangere nulla alla morte, abituatevi a distaccarvi da tutto durante la vita. Volete inoltre non temere nulla in quel momento terribile? Non amate nulla di ciò che dovrete lasciare. Quando si è ben disillusi dal mondo e da tutte le sue illusioni, quando si sono disprezzati i suoi beni, le sue false dolcezze e le sue folli promesse; quando non si è riposto la propria felicità nel godimento delle creature, non si prova alcun dolore nel lasciarle e nel separarsene per sempre. O felice stato, esclamava questo grande santo, quello di un uomo che, pieno di giusta fiducia in Dio, non si trova trattenuto da alcun attaccamento al mondo e ai beni terreni! Ecco, Fratello, le disposizioni a cui ci conduce il pensiero della morte.

Il secondo effetto che il pensiero della morte produce in noi è quello di fermare le nostre passioni. Sì, Fratello, se siamo tentati, basta pensare rapidamente alla morte e subito sentiremo cadere la passione: era questa la pratica dei santi. San Paolo ci dice che muore ogni giorno [15]. Nostro Signore, quando era ancora sulla terra, parlava spesso della sua passione [16]. Santa Maria egiziaca, quando era tentata, pensava rapidamente alla morte; e subito la tentazione la abbandonava [17]. San Girolamo non perdeva questo pensiero più del respiro. Nella Vita dei Padri del deserto si racconta che un solitario che aveva vissuto per qualche tempo nel mondo, toccato dalla grazia, andò a seppellirsi in un deserto. Il demonio non smetteva di ricordargli la giovane per la quale aveva provato un amore criminale. Un attimo prima che lei morisse, Dio gliela fece conoscere. Uscì dalla sua solitudine, andò a trovarla: era pronta per essere sepolta; si avvicinò alla bara, le scoprì il viso, prese dal suo fazzoletto un ascesso che le usciva dalla bocca. Dopo di che, tornò nel suo deserto, e ogni volta che era tentato, prendeva quel fazzoletto e diceva a se stesso, ripensando ai resti di quella povera creatura: «Insensato sei, ecco il dolce favore dell’oggetto che hai tanto amato a spese della tua anima; se ora non riesci a sopportare questo orribile fetore che è uscito dal corpo di questa creatura, quale follia è stata allora amarla durante la sua vita, a scapito giudizio della tua salvezza. Ma quale cecità sarebbe quella di pensarci ancora dopo la sua morte»! Sant’Agostino ci dice che quando si sentiva violentemente spinto al male, l’unica cosa che lo tratteneva era il pensiero che un giorno sarebbe morto e che dopo la sua morte sarebbe stato giudicato. Spesso dicevo al mio caro amico Alipo, quando parlavo con lui di ciò che avrebbe dovuto distinguere i buoni dai cattivi, che, nonostante tutto ciò che mi dicevano un tempo gli empi, ho sempre creduto che, nell’ora della nostra morte, il buon Dio ci farà rendere conto di tutto il male che avremo fatto durante la nostra vita [18]. È riportato nella storia dei Padri del deserto che un giovane solitario disse a un anziano: «Padre, cosa devo fare quando sono tentato, soprattutto contro la santa virtù della purezza?». «Figlio mio», gli rispose il santo, «pensa subito alla morte e ai tormenti riservati agli impudici negli inferi, e sarai sicuro che questo pensiero scaccerà il demone». San Giovanni Climaco ci racconta che un eremita che aveva sempre il pensiero della morte impresso nella mente, quando il demone voleva tentarlo per indurlo a rilassarsi, gridava: «Ah! Infelice, ecco che stai per morire e non hai ancora fatto nulla per presentarti al buon Dio». Sì, Fratello, una persona che vuole salvare la propria anima non deve mai perdere il ricordo della morte.

Il pensiero della morte ci offre ancora altre pie riflessioni: ci mette davanti agli occhi tutta la nostra vita; allora pensiamo che tutto ciò che ci rallegra secondo il mondo durante la nostra vita, ci farà versare lacrime nell’ora della morte; tutti i nostri peccati, che non devono mai cancellarsi dalla nostra memoria, sono come serpenti che ci divorano; il tempo che abbiamo perso, le grazie che abbiamo disprezzato: tutto questo ci sarà mostrato alla morte. Da ciò ne consegue che è impossibile non lavorare per vivere meglio e smettere di fare del male. Si racconta nella storia che un moribondo, prima di esalare l’ultimo respiro, fece chiamare il suo principe, al quale era stato molto fedele per molti anni. Il principe si recò da lui con sollecitudine: «Chiedimi tutto ciò che desideri e avrai la certezza di ottenerlo», gli disse. «Principe», rispose il povero moribondo, «ho solo una cosa da chiederti: un quarto d’ora di vita». «Ahimè, amico mio», replicò il principe, «questo non è in mio potere. Chiedimi qualsiasi altra cosa, così potrò esaudirti». «Ahimè!», esclamò il povero moribondo, «non posso vivere un quarto d’ora in più, perché la morte mi sta prendendo». «Ahimè, amico mio», replicò il principe, «questo non è in mio potere. Chiedimi qualsiasi altra cosa, così potrò esaudirti». «Ahimè!» esclamò il malato, «se avessi servito il buon Dio come ho servito voi, non avrei un quarto d’ora di vita, ma l’eternità». Lo stesso rimpianto provò un uomo di legge, quando stava per lasciare questa vita senza aver pensato a salvare la propria anima: «Ah! Che insensato sono stato, io che ho scritto tanto per il mondo e nulla per la mia anima; devo morire, non ho fatto nulla che possa rassicurarmi, e non c’è più rimedio; non vedo nulla nella mia vita che possa presentare al buon Dio». Felice, Fratello, se ha approfittato di questo, cioè dei suoi buoni sentimenti.

3) Ecco le riflessioni che il pensiero della morte deve farci fare: se trascuriamo di prepararci, saremo separati per tutta l’eternità dalla compagnia di Gesù Cristo, della Santa Vergine, degli angeli e dei santi, e saremo costretti a trascorrere l’eternità con i demoni, per bruciare con loro. Leggiamo nella vita di San Girolamo che una lunga esperienza lo aveva reso così esperto nella scienza della salvezza che, sul letto di morte, i suoi discepoli gli chiesero di lasciare loro, come testamento, tutte le verità della morale cristiana, quelle di cui era più convinto. Cosa pensate, Fratello, che rispose loro questo grande santo dottore? «Sto per morire, disse loro, la mia anima è sulle mie labbra; ma vi dichiaro che, tra tutte le verità della morale cristiana, quella di cui sono più convinto è che, su centomila persone che avranno vissuto male, solo una si salverà morendo bene, perché, per morire bene, bisogna pensarci ogni giorno della propria vita. E non crediate che sia un effetto della mia malattia: ve ne parlo con l’esperienza di oltre sessant’anni. Sì, figli miei, su centomila persone che avranno vissuto male, ce ne sarà una sola che avrà una buona morte! No, figli miei, nulla ci spinge a vivere bene più del pensiero della morte!

Cosa concludere da tutto questo? Fratello, ecco: se pensiamo spesso alla morte, avremo grande cura di conservare la grazia di Dio; se avremo la sfortuna di aver perso questa grazia, ci affretteremo a recuperarla, ci distaccheremo dai beni e dai piaceri del mondo, sopporteremo le miserie della vita con spirito di penitenza, riconosceremo che è il buon Dio che ce le manda per espiare i nostri peccati. Ahimè! Dobbiamo dire a noi stessi: sto correndo a grandi passi verso la mia eternità, tra poco non sarò più di questo mondo… Dopo questo mondo, dove andrò a trascorrere la mia eternità? Sarò in paradiso o all’inferno? Dipenderà dalla vita che condurrò; sì, giovane o vecchio, penserò spesso alla morte, per prepararmi per tempo.

Beato, Fratello, chi sarà sempre pronto! È questa la felicità che vi auguro!

 

[1] Nel Vangelo della Messa leggiamo della resurrezione della figlia di Giairo, la XXIII domenica dopo Pentecoste; quella del figlio della vedova di Nain, il giovedì della IV settimana di Quaresima e la XV domenica dopo Pentecoste; quella di Lazzaro, il venerdì della IV settimana di Quaresima.

[2] MARCO V, 42.

[3] LUCA VII, 12.

[4] GIOVANNI XI.

[5] MARCO XIII, 33.

[6] ECCLI XII, 5.

[7] Vedi Ribadeneira al 10 gennaio

[8] I Cor, III, 16; VI, 19.

[9] Eccli VII, 40.

[10] Isabella, e non Elisabetta. Ma faremo notare che Ribadeneira nella sua Vita di S. Francesco Borgia, al 30 settembre, chiama l’imperatrice Elisabetta. Il lettore sa, come abbiamo detto nella Prefazione, che il Venerabile utilizzava la Vita dei Santi di Ribadeneira.

[11] Genesi III, 4.

[12] Il Santo ha già raccontato questo episodio in un altro sermone.

[13] Per unum hominem peccatum in hunc mundum intravit, et per peccatum. Romani V, 12.

[14] Ecclesiaste VII, 40.

[15] I cor, XV, 31.

[16] Matteo XVI, 21 ecc.

[17] Vita dei Padri del deserto, t. V. San Zosimo e Santa Maria Egiziaca.

[18] Conf. Lib. VI, cap. XVI.

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