Meditazione
Pubblichiamo l’audio della meditazione: Sacrosanctum Concilium – Capitolo I, § 14: “la formazione liturgica”
Lunedì 14 ottobre 2024
Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD
Ascolta la registrazione:
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VANGELO (Lc 11, 29-32)
In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone.
Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».
Testo della meditazione
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Sia lodato Gesù Cristo! Sempre sia lodato!
Eccoci giunti a lunedì 14 ottobre 2024. Abbiamo ascoltato il Vangelo della Santa Messa di oggi, tratto dal capitolo undicesimo del Vangelo di san Luca, versetti 29-32.
È anche questo un Vangelo che dovremmo tenere sempre in grande considerazione; perché forse anche noi siamo un po’ come questa generazione di cui parla Gesù, nel senso che rischiamo di rimanere resistenti nei confronti della predicazione, della presenza di Gesù, della parola di Gesù, come se fossimo sempre alla ricerca di altro, come se non ci bastasse mai quello che sentiamo.
E Gesù dice: “Ninive si è convertita per molto meno”. Perché Giona, ovviamente, è imparagonabile a Gesù, nel senso che Gesù è “La Sapienza”, Giona era un profeta.
Anche noi rischiamo tutto questo. Ci sono persone alle quali bastano tre cose e cambiano la vita; altre che, dopo una vita immersa nelle cose di Dio, ancora sono lì a disquisire e ogni scusa è buona per non credere.
Credetemi — non credo di sbagliare su quello che vi sto per dire — io penso che una delle piaghe più gravi, oggi, della nostra società, e soprattutto di noi cristiani cattolici, è quella della permalosità. Oggi c’è una suscettibilità patologica, non è più possibile dire niente a nessuno. E c’è la scusa del: “Eh, però, i modi”; “Eh, però, bisognava dire…, ma non è stato detto…”; cioè, capite, non si può pretendere di ascoltare un annuncio cristiano forte, intenso, un appello alla conversione immersi nel Nirvana; non è possibile! Finché si fa una predicazione su temi non particolarmente caldi, allora è possibile mantenere una sorta di inalterabilità. Ma, quando il tema diventa caldo, non è possibile; andate ad ascoltare la conferenza che tenne il professor Enrico Medi in quell’università, ai giovani, sul sacerdozio, sui sacerdoti, sul clero, sull’essere cristiani: lui si è infuocato non so quante volte. E guardate che ha detto delle cose pesantissime. Oggi invece si guarda: “Ma, il modo però…”, “Il decibel è stato di 1,5 più alto…”, “Eh, però, insomma, bisognerebbe dire le cose in un certo modo…”. Si, certo, se fossimo nello stato di Nirvana, se fossimo dentro un monastero buddista, può darsi che magari… però lì la predicazione non c’è!
Non so, ecco, a me sembra che non siamo più capaci di essere rimproverati, di essere richiamati, di essere sgridati; non siamo più capaci, ci dà fastidio, proprio ci dà fastidio. E questo rivela una grande debolezza: il fatto che uno, se capisce che questa è la nostra debolezza, ci può manipolare. Perché dice: “Se io continuo a cospargere di melassa tutto quello che dico, questi ingoiano tutto; perché tanto ciò che conta è questo modo mellifluo di avere a che fare con le persone”. È un rischio altissimo. Ma voi vi immaginate san Giovanni Battista che dice quello che dice come “razza di vipere”, facendo: “Ohmmm, ohmmm, …” e con il battito del tamburo? Ma ve lo immaginate? Io no! E Gesù, quando scaccia i venditori di colombe nel tempio, con la frusta: “Ohmmm, ohmmm,…”. E oggi gli diremmo: “Gesù, sei un po’ esagerato, insomma, stai attento, buttare il tavolo dei cambiavalute per terra, buttarli fuori a scudisciate, perché?”. E il famoso Mattatia, di cui vi ho parlato? E il profeta Elia? Stiamo attenti, perché rischiamo veramente di perdere il treno e, di fatto, di non convertirci mai.
Continuiamo la nostra lettura della Sacrosanctum Concilium, siamo arrivati al numero quattordici.
14. È ardente desiderio della madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo cristiano, «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo acquistato» (1 Pt 2,9; cfr 2,4-5), ha diritto e dovere in forza del battesimo. A tale piena e attiva partecipazione di tutto il popolo va dedicata una specialissima cura nel quadro della riforma e della promozione della liturgia. Essa infatti è la prima e indispensabile fonte dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito cristiano, e perciò i pastori d’anime in tutta la loro attività pastorale devono sforzarsi di ottenerla attraverso un’adeguata formazione. Ma poiché non si può sperare di ottenere questo risultato, se gli stessi pastori d’anime non saranno impregnati, loro per primi, dello spirito e della forza della liturgia e se non ne diventeranno maestri, è assolutamente necessario dare il primo posto alla formazione liturgica del clero. Pertanto il sacro Concilio ha stabilito quanto segue.
Allora: «piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche»; che non vuol dire saltare, ballare, danzare, gridare e mettersi in mostra, e fare i pavoni, non è questa la partecipazione attiva. Ma vuol dire essere lì, corpo, mente e cuore (quindi con la volontà e con l’affetto, tutta la persona), consapevole — lo so e lo voglio — di essere lì. E poi attiva partecipazione: tutti in piedi, tutti seduti, tutti in ginocchio, tutti che cantano, tutti che fanno silenzio, tutti che rispondono; ma soprattutto, come già vi ho detto, nell’offrirsi insieme a Gesù come sacrificio al Padre. Questo è proprio il culmine dell’attiva partecipazione. Quindi: “a tutto questo va dedicata una specialissima cura”, dice il Concilio; bisogna curare questo aspetto.
Ecco, e a proposito di quello che vi dicevo prima, prova tu ad andare a dire a queste pie donne: “Signora, signore, siamo in chiesa, non siamo al mercato, per cui non si chiacchiera, non si grida, non si urla, non si risponde al cellulare, non si saluta l’amica, non si tiene il posto per l’amico; siamo in chiesa. Serve una partecipazione attiva, che vuol dire: stai zitto, stai fermo e fai solo quello che devi fare, né più, né meno. Questa attiva partecipazione permetterà anche agli altri di avere un’attiva partecipazione, che vuol dire: pregare, adorare e lodare Dio”. Prova! Provate voi a farlo! Vedete cosa succede! Provate.
Uno, alle volte, se va in chiesa, deve mettersi i tappi nelle orecchie; perché non è possibile. Andate a vedere oggi che cosa sono le prime comunioni o le cresime. Andate a quella Messa. Io non dico nient’altro che questo: andate a partecipare a una santa Messa di prima comunione o di cresima. “Eh, ma sono bambini, padre!”; e allora? Sono bambini, non sono cretini, eh? I bambini sono piccoli uomini, non sono piccoli idioti. Ma cosa vuol dire: “sono bambini”? Se i bambini capiscono che lì sta accadendo qualcosa di importante e vedono negli adulti: silenzio, preghiera, adorazione, raccoglimento, devozione, i bambini si uniformano all’istante, diventano silenziosi come farfalle. Certo che, se i primi a far cagnara sono gli adulti, eh, beh, allora… Se i primi che passano davanti al Tabernacolo e non fanno la genuflessione sono i sacerdoti, le suore, le catechiste, eh, non è che un bambino impara a fare la genuflessione davanti al Tabernacolo dall’Arcangelo Michele, che non vede, no? Da dove lo impara, un bambino? Da lì, lo impara, da noi adulti. Ma se noi siamo i primi che non ci crediamo, se siamo i primi che in chiesa chiacchieriamo, se siamo i primi che in chiesa alziamo la voce, se siamo i primi in chiesa che facciamo un rumore incredibile, i bambini faranno esattamente quello. Noi ci nascondiamo dietro la scusa del: “Eh, ma sono bambini”, perché così noi ci sentiamo autorizzati a fare peggio di loro.
Io, anni fa, durante un’estate, sono entrato in una chiesa, perché volevo cercare un sacerdote per confessarmi. Era una mattina; sono rimasto talmente sconvolto, che sono entrato, sono uscito, ho acceso il cellulare per riprendere col video, sono rientrato e ho ripreso col video quello che stava succedendo; ce l’ho ancora nel telefono. Veramente allucinante; cosa non è successo in quella chiesa! Era il tempo dell’oratorio estivo. Anch’io ho fatto l’oratorio estivo: l’ho fatto sia da ragazzo, sia da educatore, ma io una roba del genere non l’ho mai vista in vita mia. Una cosa incredibile, incredibile. Certamente questo non è sintomo di “specialissima cura”, assolutamente. Questo è il sintomo di una trasandatezza incalcolabile, di una mancanza di rispetto per Dio incalcolabile.
La liturgia — dice il testo — «è la prima e indispensabile fonte dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito cristiano»; “la prima e indispensabile fonte”. Voi inquinate questa fonte e non prenderanno più il genuino spirito cristiano: non lo prendono, perché la fonte è inquinata; “Prima e indispensabile fonte”.
Prosegue il testo: «Perciò i pastori d’anime — cioè i sacerdoti — in tutta la loro attività pastorale devono sforzarsi di ottenerla attraverso un’adeguata formazione». Si, ecco, ma quando noi veniamo formati a una corretta forma liturgica, spiritualità liturgica, quando? Chi ci insegna che cosa vuol dire vivere la liturgia e come si fa? Il Concilio dice che i pastori devono essere “impregnati” dello spirito, della forza, della liturgia. E devono diventare maestri di liturgia. Che poi non sappiamo neanche celebrare bene la Messa, ognuno la fa come ha voglia lui, addirittura si cambiano le parole dell’assoluzione sacramentale. Diversi di voi mi hanno scritto, dicendo: “Padre, sono andato a confessarmi, mi ha assolto con una formula diversa. È valida?”. No, non è valida! La formula dell’assoluzione è quella, ce n’è una sola e quella va pronunciata, punto. Ma sapete, siccome a tutti piace fare le primedonne, e a tutti piace essere un po’ originali, geniali, stravaganti, perché devo fare quello che fanno tutti? Perché non me la devo inventare io, una bella formula di assoluzione, secondo quello che il mio spirito mi suggerisce in questo momento? È valida? No, non è valida! Purtroppo, succede anche questo; alcuni, addirittura, cambiano le parole della consacrazione eucaristica. È valida? No, non è valida quella Messa; lì è rimasto il vino ed è rimasto il pane, tanto quanto, non c’è Gesù. Purtroppo, è così. Invece di uniformare noi stessi ed educare noi stessi al rigore e alla precisione nella celebrazione della Santa Messa, noi cambiamo, sfregiamo la liturgia, e la usiamo a nostro uso e consumo, secondo i nostri capricci.
Io so che qualcuno, ascoltando questi discorsi, storcerà il naso. Va bene. E io dico sempre, l’ho sempre detto e sempre lo dirò: quello che io dico è pubblico, registrato e trascritto. E sono sempre pronto a ricevere qualunque smentita. Sono qui, la mia e-mail la conosce mezzo mondo, il mio telefono pure, quindi, se c’è qualche confratello o qualcuno che dice: “Ma no, ma padre Giorgio è impazzito, ma cosa sta dicendo?”; io sono qui. Guardate, sono pronto anche a un confronto pubblico, non c’è nessun problema: organizziamo una videochiamata su YouTube, in diretta — non registrata — così tutti possono partecipare e vedere e ne parliamo: io sono qua. Invece di parlare alle spalle, invece di criticare, di calunniare, di diffamare alle spalle, ma perché non farlo davanti? Perché non avere il coraggio delle proprie idee? Sono qua, più che così… Mi chiamate, mi dite: “Padre, lei dice una valanga di stupidaggini”. Bene; ringraziamo il buon Dio che mi concede la luce della sua sapienza attraverso di lei, quindi sono grato. Però, prima di acconsentire a questa luce, devo ascoltare tutta la sua sapienza che mi illumina; dopo dirò che ho sbagliato tutto, ho sbagliato in parte, o non lo so, e mi correggerò, però, prima ascoltiamo. Queste sono le mie fonti, adesso sentiamo le vostre fonti. Io non so perché, non è mai successo. Sempre di schiena, mai davanti, mai in faccia, mai pubblicamente: sempre di schiena, sempre di nascosto, sempre aggirando la possibilità di un confronto vis-à-vis. È così… Evidentemente questi tali hanno tanto da nascondere; sapete, la vigliaccheria è sintomo di impreparazione, è sintomo di ignoranza, è sintomo di superbia, e quindi ci si nasconde, si critica, si giudica, si condanna, perché si arriva anche lì, si arriva anche a condannare: sì, e le ragioni?
Bisogna proprio dire basta, bisogna dire basta a questo giudicare, a questo criticare, a questo condannare senza fondamento, senza entrare nel merito della questione. È così, purtroppo succedono anche queste cose. Tutto perché vogliamo farle noi, capite? È qua, il punto attorno al quale ruota tutta la questione: siccome io sono invischiato in certe cose sbagliate, allora attacco chi mi mostra la mia ipocrisia, ma non perché dice un suo pensiero, ma perché questo è il pensiero della Chiesa. Cioè, quello che stiamo leggendo vale per me, vale per voi, vale per tutti. Tutti dobbiamo uniformarci a questa cosa, io per primo. Non è che io sono fuori. È difficile per tutti, però bisogna farlo, sennò facciamo i mercenari. Quindi, la liturgia va conosciuta, le norme liturgiche vanno conosciute e vanno applicate.
C’è un numero (non mi ricordo più quale, adesso mi sfugge, ma lo trovate), della Redemptionis Sacramentum, che ormai conoscete bene — questo documento della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti del 2004, ancora in vigore, non è stato rifatto, aggiornato, sostituito, è ancora lui — dove si dice che, nell’amministrare la comunione, bisogna usare il piattino; c’è scritto così, ed è scritto dopo il Concilio, attenzione, nel 2004, quindi… Bisogna usare il piattino: perché non lo usa nessuno? Qual è la ragione liturgica, teologica, sacramentaria, per cui non si usa più il piattino nell’amministrare la comunione, qual è la ragione? Di sicuro non può essere quella roba successa qualche anno fa, che ha stravolto tutte le nostre vite, perché “contagio di qui, contagio di là, contagio di su…”; il piattino non contagia nessuno. Ma il piattino era già sparito prima di quell’evento e ancora adesso non c’è. Come mai? Dovrebbero dirlo, quelli che non lo mettono; stanno disobbedendo alle norme liturgiche (per fare un esempio). Perché non c’è? C’è scritto che va usato il piattino per evitare di disperdere i frammenti: non c’è, non c’è. Mi capita, alle volte di andare in qualche chiesa e celebrare la Messa, e dico: “Il piattino?” — “Ah, non ce l’abbiamo più” — “Come, non ce l’avete più? Non sono mica come le Zigulì, che finiscono, eh? Cos’è, lo mangiate, il piattino? Ma il piattino è prescritto! Ci vuole il piattino!” — “Eh, vabbè, ma dai, su, non essere così legalista”. No, non sono legalista; adesso, chi segue la legge, cioè chi obbedisce alla legge, chi vive in modo onesto, secondo la legge, è legalista. Adesso la normalità è disobbedire alla legge. Quindi, se tu passi col rosso va bene; se ti fermi al verde, tu sei un legalista. Adesso, la prossima volta che mi fermano i vigili perché passo con il rosso, gli dico: “Non potete dare la multa”; questi mi guarderanno e mi diranno: “Perché?” — “Perché siete dei legalisti; perché mi devo fermare col rosso?” — “Ma scusi padre, c’è rosso!” — “No, vabbè, non esagerate, io passo col verde, io passo col rosso, io passo col giallo, passo con qualunque colore. Io sono superiore ai semafori, bisogna essere liberi dai semafori!”.
Ma vi rendete conto? Vi rendete conto di quanto è sbagliata questa posizione? Quanto è contro le norme? E questo è solo un esempio. E adesso, leggendo questo documento del Concilio, vedrete quante cose sono disattese, sono sparite completamente, non ci sono più, e se voi doveste dire: “Ma il Concilio ha scritto che … quindi dobbiamo farlo”, verreste accusati di legalismo, rigidità, di essere dei talebani, di essere attaccati alle cose della tradizione, di essere fissati, eccetera, eccetera, eccetera.
Questo è! Siamo arrivati a questo punto, quindi, come state vedendo, il Concilio ha scritto una cosa e se ne fa un’altra. Non si rispetta il Concilio, non si applicano le norme del Concilio; si nomina il Concilio a sproposito, per portare avanti le proprie ideologie e tutte le proprie meschine vedute.
Quindi, noi siamo chiamati a essere “impregnati” dello spirito e della forza della liturgia e a diventare maestri di liturgia. E adesso vedremo quello che stabilisce il Concilio perché ci sia una vera formazione liturgica del clero.
Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.















