Solutum est vinculum linguae ejus, et loquebatur recte.
Si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente
(S. Marco, VII, 35)
Come sarebbe auspicabile, Fratello, che si potesse dire di ciascuno di noi ciò che il Vangelo dice di quel muto che Gesù guarì, cioè che parlava molto bene. Ahimè, Fratello, non potremmo invece rimproverarci di parlare quasi sempre male, soprattutto quando parliamo del nostro prossimo? Qual’è, infatti, il comportamento della maggior parte dei cristiani dei nostri giorni? Eccolo qui. Criticare, censurare, denigrare e condannare ciò che fa e dice il prossimo: questo è il vizio più comune, il più diffuso e, forse, il più grave di tutti. Un vizio che non si potrà mai detestare abbastanza, un vizio che ha conseguenze funeste, che porta ovunque turbamento e desolazione. Ah! Se solo Dio mi avesse dato uno di quei carboni che l’angelo usò per purificare le labbra del profeta Isaia (ISAIA VI, 6-7), per purificare la lingua di tutti gli uomini! Oh! Quanti mali si bandirebbero dalla terra, se si potesse scacciare la maldicenza! Possa io, Fratello, incutervi tanto orrore, che abbiate la felicità di correggervene per sempre!
Qual è il mio intento, Fratello? Eccolo. – È quello di farvi conoscere: 1° che cos’è la maldicenza; 2° quali sono le sue cause e le sue conseguenze; 3° la necessità e la difficoltà di ripararla.
- – Non voglio intraprendere di mostrarvi la grandezza e la negritudine di questo crimine che fa tanto male, cioè che è causa di tante dispute, odi, omicidi e inimicizie che spesso durano quanto la vita delle persone, visto che non risparmia né i buoni né i cattivi; mi basta dirvi che questo crimine è uno di quelli che trascinano più anime all’inferno. Credo che sia più necessario farvi conoscere in quanti modi possiamo renderci colpevoli di esso, affinché, conoscendo il male che fate, possiate correggervi ed evitare i tormenti che sono preparati per voi nell’altra vita. Se mi chiedete: Che cos’è la maldicenza? Vi risponderò: è rendere noto un difetto o una colpa del prossimo in modo tale da nuocere, in misura maggiore o minore, alla sua reputazione, e ciò si fa in diversi modi.
1° Si calunnia quando si attribuisce al prossimo un male che non ha fatto o un difetto che non ha, è ciò che si chiama calunnia; un crimine infinitamente orribile, che tuttavia è molto comune. Non vi ingannate Fratello, dalla maldicenza alla calunnia il passo è breve. Se esaminiamo bene le cose, vediamo che quasi sempre si aggiunge o si aumenta il male che si dice del prossimo. Una cosa che passa per molte bocche non è più la stessa, chi l’ha detta per primo non la riconosce più, tanto si cambia o si aggiunge (1); da qui concludo che un maldicente è quasi sempre un calunniatore, e ogni calunniatore è un infame. C’è un santo Padre che ci dice che i maldicenti dovrebbero essere cacciati dalla società degli uomini come bestie feroci.
2° Si calunnia quando si aumenta il male che il prossimo ha fatto. Avete visto qualcuno che ha commesso una colpa; cosa fate? Invece di coprirla con il manto della carità, o almeno di diminuirla, la ingigantite. Vedrete un domestico che si riposa un istante, un operaio, lo stesso; se qualcuno ve ne parla, direte, senza ulteriori indugi, che è un fannullone, che ruba i soldi al suo padrone. Vedrete passare una persona in un vigneto o in un frutteto, prenderà qualche grappolo d’uva e qualche frutto, cosa che non dovrebbe fare, è vero; voi andrete a raccontare a tutti quelli che incontrerete che quella persona è un ladro, che bisogna stare attenti, anche se non ha mai rubato nulla; e così via… Questo è ciò che si chiama calunnia per esagerazione. Ascoltate san Francesco di Sales: «Non dite, ci dice questo ammirevole santo, che un tale è un ubriacone e un ladro, per averlo visto rubare o ubriacarsi una volta. Noè e Lot si ubriacarono una volta (GEN. IX, 21; XIX, 32-34), tuttavia nessuno dei due era ubriacone. San Pietro non era un bestemmiatore per aver bestemmiato in un’occasione (MARCO XIV, 21). Una persona non è viziosa per essere caduta una volta nel vizio, e anche se cadesse più volte, si corre sempre il rischio di calunniare con un’accusa. È ciò che accadde a Simone il lebbroso, quando vide Maddalena ai piedi del Salvatore, che lo bagnava con le sue lacrime: «Se quest’uomo fosse un profeta, come dicono, saprebbe che è una peccatrice quella che sta ai suoi piedi (Luca VII, 39)?». Si sbagliava grossolanamente: Maddalena non era più una peccatrice, ma una santa penitente, perché tutti i suoi peccati le erano stati perdonati. Guardate ancora quell’orgoglioso fariseo che, stando in alto nel tempio, ostentava tutte le sue presunte buone opere ringraziando Dio di non essere come quegli uomini adulteri, ingiusti e ladri, come quel pubblicano. Egli diceva che quel pubblicano era un peccatore, mentre era stato giustificato proprio in quel momento (Luca XVIII, 11, 14). Ah, figli miei, ci dice l’amabile san Francesco di Sales, poiché la misericordia di Dio è così grande che basta un solo istante perché Egli perdoni il più grande crimine del mondo, come possiamo osare dire che colui che ieri era un grande peccatore lo sia ancora oggi? Concludo dicendo che quasi sempre ci sbagliamo quando giudichiamo male il prossimo, per quanto apparente possa essere la verità su cui basiamo il nostro giudizio.
3° Dico che si calunnia quando si rende noto, senza motivo legittimo, un difetto nascosto del prossimo o una colpa che non è nota. Ci sono persone che immaginano che quando sanno qualcosa di male del prossimo, possono dirlo ad altri e parlarne. Ti sbagli, amico mio. Cosa c’è di più raccomandato nella nostra santa religione della carità? La ragione stessa ci ispira a non fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi stessi. Considera bene questo: saremmo contenti se qualcuno ci avesse visto commettere un errore e lo avesse reso pubblico a tutti? No, certamente no; al contrario: se avesse avuto la carità di tenerla nascosta, gli saremmo molto grati. Vedi quanto ti infastidisce se qualcuno dice qualcosa su di te o sulla tua famiglia: dov’è quindi la giustizia e la carità? Finché il difetto del tuo prossimo rimane nascosto, egli conserva la sua reputazione; ma non appena la rendete nota, gliela togliete e, così facendo, gli fate un torto più grande che se gli aveste tolto una parte dei suoi beni, poiché lo Spirito Santo ci dice che una buona reputazione vale più delle ricchezze (2).
4° Si calunnia quando si interpretano male le buone azioni del prossimo. Ci sono persone simili al ragno, che trasformano in veleno la cosa migliore. Una povera persona, una volta sulla lingua dei calunniatori, è simile a un chicco di grano sotto la macina del mulino: viene strappato, schiacciato e completamente distrutto. Queste persone vi attribuiranno intenzioni che non avete mai avuto, avveleneranno tutte le vostre azioni e i vostri passi: se siete pii, se volete adempiere fedelmente ai vostri doveri religiosi, non siete altro che un ipocrita, un dio della chiesa e un demone domestico. Se fate opere buone, penseranno che è per orgoglio, per mettervi in mostra. Se fuggite il mondo, sarete un essere singolare, una persona debole di mente; se avete cura dei vostri beni, non siete altro che un avaro; meglio dire, Fratello: la lingua del maldicente è come un verme che punge i frutti buoni, cioè le migliori azioni del mondo, e cerca di trasformarle in cattive. La lingua del maldicente è un bruco che sporca i fiori più belli lasciando la traccia disgustosa della sua bava.
5° Io dico che si calunnia anche senza dire nulla, ed ecco come: si loda in vostra presenza una persona che si sa che voi conoscete; voi non dite nulla o la lodate solo debolmente: il vostro silenzio e la vostra affettazione fanno pensare che voi sappiate qualcosa di male su di lei che vi induce a non dire nulla. Altri calunniano con una sorta di compassione. Voi non sapete, dicono, voi conoscete bene tale persona; avete sentito cosa le è successo? Che peccato che si sia lasciata ingannare! … vero, voi siete come me, non ci avreste creduto? … San Francesco ci dice che una simile maldicenza è simile a un dardo avvelenato, che si intinge nell’olio affinché penetri più a fondo. Infine, un gesto, un sorriso, un ma, un cenno del capo, un’aria di disprezzo: tutto questo fa pensare molto alla persona di cui si parla.
Ma la maldicenza più nera e più funesta nelle sue conseguenze è riferire a qualcuno ciò che un altro ha detto di lui o fatto contro di lui. Queste rivelazioni producono i mali più terribili, che fanno nascere sentimenti di odio e di vendetta che spesso durano fino alla morte. Per mostrarvi quanto siano colpevoli questi tipi di persone, ascoltate ciò che ci dice lo Spirito Santo: «Ci sono sei cose che Dio odia, ma la settima è la più detestabile, e questa settima è la maldicenza (3). Ecco, Fratello, in quanti modi si può peccare con la maldicenza. Esaminate il vostro cuore e vedete se non siete in alcun modo colpevoli in questa materia.
Innanzitutto, vi dirò che non bisogna credere facilmente al male che si dice degli altri e, anche se una persona accusata non si difende, non bisogna credere che ciò che si dice sia vero; ecco un esempio che vi dimostrerà che tutti possiamo sbagliare e che non dobbiamo credere facilmente al male che ci viene detto degli altri. È riportato nella storia che un uomo vedovo, avendo una sola figlia molto giovane, la affidò a uno dei suoi parenti e andò a farsi religioso in un monastero di eremiti. La sua virtù lo rese amato da tutti i religiosi. Da parte sua, era molto contento della sua vocazione; ma, qualche tempo dopo, pensando alla figlia, l’affetto che provava per quella bambina lo riempì di dolore e tristezza per averla abbandonata in quel modo. Il padre abate se ne accorse e un giorno gli disse: «Che cosa ti affligge tanto, fratello mio?», «Ahimè, padre mio», rispose il solitario, «ho lasciato in città una bambina molto piccola: ecco il motivo del mio dolore». L’abate, non sapendo che si trattava di una bambina, credendo che fosse un maschio, gli disse: «Vai a cercarlo, portalo qui e lo crescerai con te». Subito partì, considerando ciò come una voce del cielo, andò a trovare la sua bambina che si chiamava Marine. Le disse di prendere il nome di Marin, le proibì di rivelare mai che era una bambina e la portò nel suo monastero. Suo padre si prese tanta cura di mostrarle la necessità della perfezione in una persona che lasciava il mondo per donarsi a Dio, che in poco tempo divenne un modello di virtù, anche per i religiosi più anziani, nonostante fosse molto giovane. Suo padre, prima di morire, le raccomandò nuovamente di non dire mai chi era. Marina aveva solo diciassette anni quando il suo santo padre la lasciò; tutti i religiosi la chiamavano solo fratello Marin. La sua umiltà così profonda e la sua virtù così poco comune la fecero amare e rispettare da tutti i religiosi. Ma il demonio, geloso di vederla camminare con tanta rapidità nella virtù, o piuttosto Dio, volendo metterla alla prova, permise che fosse calunniata nel modo più nero. Sarebbe stato facile per lei dimostrare la sua innocenza, ma non lo fece. Vedrete che una persona che ama veramente Dio considera tutto ciò che Dio permette che ci accada, anche la maldicenza e la calunnia, come qualcosa che ci è dato solo per il nostro bene. I fratelli erano soliti andare al mercato in certi giorni della settimana per fare provviste, e il fratello li accompagnava. Il padrone dell’albergo aveva una figlia che si era abbandonata al peccato con un soldato. Avendo scoperto che sua figlia era incinta, volle sapere da lei chi l’aveva sedotta; la ragazza, piena di malizia, inventò la più nera calunnia e la più orribile diffamazione, e disse a suo padre che era stato il fratello Marino a sedurla e che era caduta nel peccato con lui. Il padre, pieno di rabbia, andò a lamentarsi con l’abate, che rimase molto stupito di un simile fatto da parte di fratello Marin, che era considerato un grande santo. L’abate fece chiamare fratello Marin alla sua presenza, gli chiese cosa avesse fatto, che vita avesse condotto, che vergogna per un religioso! Il povero fratello Marino, elevando il cuore a Dio, pensò a cosa rispondere e, piuttosto che diffamare quella ragazza impudica, si limitò a dire:
«Sono un peccatore che merita di fare penitenza». L’abate non indagò oltre, ritenendola colpevole del crimine di cui era accusata, la fece punire severamente e la cacciò dal monastero. Ma quella povera bambina, simile a Gesù Cristo, riceveva i colpi e gli affronti senza aprire bocca per lamentarsi, né per far riconoscere la sua innocenza, a lei che sarebbe stato così facile. Rimase tre anni alla porta del monastero, guardata da tutti i religiosi come una donna infame; quando i religiosi passavano, si prostrava davanti a loro per chiedere l’aiuto delle loro preghiere, un povero pezzo di pane per non morire di fame. La figlia dell’albergo, che aveva partorito, tenne con sé per qualche tempo questo bambino, ma non appena fu svezzato, lo mandò al fratello Marin come se fosse suo padre. Senza tradire la sua innocenza, lo accolse come suo figlio, lo nutrì per due anni, condividendo con lui le piccole elemosine che le venivano offerte. I religiosi, commossi nel vedere tanta umiltà, andarono a pregare l’abate di avere pietà del fratello Marin, ricordandogli che da cinque anni faceva penitenza alla porta del monastero e che bisognava accoglierlo e perdonarlo per amore di Gesù Cristo. Il padre abate lo fece chiamare e gli rivolse sanguinose accuse: «Tuo padre era un santo, gli disse l’abate, vi ha fatto entrare qui fin dall’infanzia, e voi avete avuto l’audacia di disonorare questa casa con il crimine più detestabile; tuttavia vi permetto di entrare in questa casa con questo bambino, di cui siete l’indegno padre, e vi condanno, per espiare il vostro peccato, ai lavori più vili e umili e a servire tutti i fratelli. Il povero fratello Marin, senza dire una parola di lamentela, si sottomette a tutto, sempre contento e sempre ben deciso a non dire nulla per far sapere che non era colpevole. Questo nuovo lavoro, che difficilmente un uomo robusto avrebbe potuto sopportare, non lo scoraggiò. Tuttavia, dopo qualche tempo, sopraffatto dalla fatica del lavoro e dall’austerità dei digiuni, soccombette e poco dopo morì. L’abate ordinò, per carità, che gli fossero resi gli ultimi onori come a un altro religioso; ma, per dare più orrore a questo vizio, che fosse sepolto lontano dal monastero, affinché se ne perdesse il ricordo. Ma Dio volle rendere nota la sua innocenza, che era rimasta nascosta per così tanto tempo. Avendo riconosciuto che era una ragazza: «O mio Dio», esclamarono battendosi il petto, «come ha potuto questa santa fanciulla soffrire con tanta pazienza, tanti oltraggi e afflizioni, senza lamentarsi, quando le sarebbe stato così facile giustificarsi?». Corrono dal padre abate, gridando forte e versando lacrime in abbondanza: «Venite, padre, dicono, venite a vedere il fratello Marino». L’abate, stupito da quelle grida e da quelle lacrime, corre verso quella povera ragazza innocente. È colto da un dolore così vivo che si inginocchia, battendosi la fronte per terra e versando fiumi di lacrime. Tutti insieme, lui e i suoi religiosi in lacrime, gridarono: «O santa e innocente fanciulla, ti supplico, per la misericordia di Gesù Cristo, perdonami tutti i dolori e le ingiuste accuse che ti ho fatto!». «Ahimè!», esclamò l’abate, «io ero nell’ignoranza, e voi avete avuto abbastanza pazienza per sopportare tutto, mentre io ho avuto troppo poca luce per riconoscere la santità della vostra vita». Dopo aver deposto il corpo di questa santa fanciulla nella cappella del monastero, portarono la notizia al padre della ragazza che aveva accusato fra’ Marino. La povera disgraziata, che aveva falsamente accusato santa Marina, era, dal momento del suo peccato, posseduta dal demonio, e venne tutta disperata a confessare il suo crimine ai piedi della santa, chiedendole perdono. Fu immediatamente liberata per sua intercessione.
Vedete, Fratello, quanto la calunnia e la maldicenza fanno soffrire dei poveri innocenti! Quante sono, anche nel mondo, le povere persone che vengono accusate falsamente e che al giudizio riconosceremo innocenti. Tuttavia, coloro che sono accusati in questo modo devono riconoscere che è Dio che lo permette e che il modo migliore per loro è lasciare nelle mani di Dio la loro innocenza e non tormentarsi per ciò che la loro reputazione può subire; quasi tutti i santi hanno fatto così. Guardate ancora san Francesco di Sales, che fu accusato davanti a un gran numero di persone di aver fatto uccidere un uomo per vivere con sua moglie. Il santo lasciò tutto nelle mani di Dio, senza preoccuparsi della sua reputazione. A coloro che gli consigliavano di difenderla, rispondeva che lasciava a colui che aveva permesso che la sua reputazione fosse infangata il compito di ristabilirla non appena lo avesse ritenuto opportuno. Poiché la calunnia è qualcosa di molto sensibile, Dio permette che quasi tutti i santi siano stati calunniati. Credo che la cosa migliore da fare in questi casi sia non dire nulla, chiedere al buon Dio di sopportare tutto questo per amore suo e pregare per loro. Del resto, Dio permette questo solo a coloro sui quali ha grandi progetti di misericordia. Se una persona è calunniata, è perché Dio ha deciso di portarla a una grande perfezione. Dobbiamo compatire coloro che infangano la nostra reputazione e rallegrarci per noi stessi, perché sono beni che raccogliamo per il cielo. Torniamo al nostro argomento, perché il nostro scopo principale è quello di far conoscere il male che il maldicente fa a sé stesso.
Vi dirò che la maldicenza è un peccato mortale, quando è qualcosa di grave, poiché san Paolo include questo peccato tra quelli che escludono dal regno dei cieli (I COR. VI, 10). Lo Spirito Santo ci dice che il maldicente è maledetto da Dio, che è in abominio a Dio e agli uomini (4). È vero che la maldicenza è più o meno grave a seconda della qualità, della vicinanza e della dignità delle persone di cui si parla. È quindi un peccato più grave rendere noti i difetti e i vizi dei propri superiori, come quelli del padre e della madre, della moglie, del marito, dei fratelli e delle sorelle e dei parenti, piuttosto che quelli degli estranei, perché si deve avere più carità verso di loro che verso gli altri. Parlare male delle persone consacrate e dei ministri della Chiesa è un peccato ancora più grave, a causa delle conseguenze così funeste per la religione e a causa dell’oltraggio che si fa al loro carattere. Ascoltate, ecco ciò che lo Spirito Santo ci dice per bocca del suo profeta: «Maldire i suoi ministri è come toccare la pupilla dei suoi occhi (ZACC. II, 8)»; cioè, nulla può offenderlo in modo così grave, e di conseguenza è un crimine così grande che non potrete mai comprenderlo. Gesù Cristo ci dice anche: «Chi disprezza voi, disprezza me (Luca X, 16)». Quindi, Fratello, quando siete con persone di un’altra parrocchia che parlano sempre male del loro pastore, non dovete mai partecipare alla conversazione; allontanatevi, se potete, o, se non potete, non dite nulla.
Da ciò, Fratello, sarete d’accordo con me che per fare una buona confessione non basta dire che si è sparlato del prossimo; bisogna anche dire se è stato per leggerezza, per odio, per vendetta, se abbiamo cercato di nuocere alla sua reputazione; dire di quali persone abbiamo parlato: se si tratta di un superiore, di un pari, di un padre o di una madre, dei nostri parenti, di persone consacrate a Dio; davanti a quante persone: tutto questo è necessario per fare una buona confessione. Molte persone sbagliano su quest’ultimo atto; si accuseranno di aver calunniato il prossimo, ma non diranno né di chi, né quale fosse l’intenzione nel dire del male di queste persone, il che è causa di molte confessioni sacrileghe. Altri, se si chiede loro se queste calunnie hanno arrecato danno al prossimo, risponderanno di no. – Amico mio, ti sbagli; ogni volta che hai detto qualcosa che non era noto alla persona con cui parlavi, ciò ha arrecato danno al prossimo, perché hai sempre diminuito nella mente di quella persona la buona stima che poteva avere di lui. Da ciò possiamo facilmente concludere che quasi mai si calunnia senza danneggiare o indebolire in qualche modo la reputazione del prossimo. – Ma, mi dirai, quando è pubblico, non c’è nulla di male. – Amico mio, quando è pubblico, è come se una persona avesse tutto il corpo coperto di lebbra, tranne un piccolo punto, e tu dicessi: poiché questo corpo è quasi tutto coperto di lebbra, bisogna finirlo di coprire. È la stessa cosa. Se la cosa è pubblica, dovete invece avere compassione di quel povero sfortunato, nascondere e diminuire la sua colpa il più possibile. Vedete se è giusto mandare una persona malata sull’orlo di un precipizio e approfittare della sua debolezza e del fatto che è pronta a cadere per spingerla giù? Ebbene! Questo è ciò che si fa quando si ripete ciò che è già di dominio pubblico. – Ma, mi direte, quando lo si dice a un amico, con la promessa di non dirlo a nessuno? – Vi sbagliate ancora; come potete pensare che gli altri non lo diranno, se voi non riuscite a impedirvi di dirlo? È come se diceste a qualcuno: «Ecco, amico mio, vi dirò una cosa, vi prego di essere più saggio e più discreto di me; abbiate più carità di me; non fate, non dite ciò che vi dico». Credo che il modo migliore sia non dire nulla; qualunque cosa si faccia, si dica, non immischiatevi in nulla, se non nel lavorare per guadagnarvi il cielo. Non ci si arrabbia mai per non aver detto nulla, mentre quasi sempre ci si pente di aver parlato troppo. Lo Spirito Santo ci dice che «chi parla tanto, non sempre parla bene (5)».
- – Vediamo ora quali sono le cause e le conseguenze della maldicenza. Ci sono diversi motivi che ci portano a parlare male del prossimo. Alcuni calunniano per invidia, cosa che accade soprattutto tra persone dello stesso ceto sociale, per attirare clienti; diranno del male degli altri: che la loro merce non vale nulla; o che imbrogliano, che non hanno nulla in casa e che sarebbe impossibile vendere la merce a quel prezzo; che molte persone se ne sono lamentate… che vedranno che non ne faranno buon uso… o che il peso non è giusto o la misura non è esatta. Un bracciante dirà che un altro non è un buon operaio, che ci sono tante case dove lavora e che non sono troppo contenti di lui, che non lavora, che si diverte o che non sa lavorare. «Quello che vi dico, non dovete dirlo a nessuno, aggiungono, perché gli causerebbe un danno». «Dovete», gli dite; sarebbe stato molto meglio non dire nulla, sarebbe stato fatto molto prima.
Un abitante vedrà che il bene del suo vicino prospera meglio del suo: questo lo infastidisce, ne parlerà male. Altri parlano male dei loro vicini per vendetta, se avete detto o fatto qualcosa a qualcuno, anche per dovere o per carità, cercheranno di denigrarvi, di inventare mille cose contro di voi, per vendicarsi. Se si dice del bene, questo li fa arrabbiare, vi diranno: «È come tutti gli altri, ha i suoi difetti; ha fatto questo, ha detto quello; non lo conosci? È perché non hai mai avuto a che fare con lui». Molti sparlano per orgoglio, credono di elevarsi sminuendo gli altri, parlando male degli altri; metteranno in risalto le loro presunte buone qualità; tutto ciò che diranno e faranno sarà buono, e tutto ciò che gli altri faranno o diranno sarà cattivo. Ma la maggior parte calunnia per leggerezza, per una certa voglia di parlare, senza esaminare se sia vero o no; devono parlare. Anche se questi sono meno colpevoli degli altri, cioè di quelli che calunniano per odio, invidia o vendetta, non sono senza peccato; qualunque sia il motivo che li spinge ad agire, non per questo offendono meno la reputazione del prossimo.
Credo che il peccato di maldicenza racchiuda in sé quasi tutto ciò che c’è di peggio. Sì, Fratello, questo peccato racchiude in sé il veleno di tutti i vizi, la meschinità della vanità, il veleno della gelosia, l’amarezza della collera, il fiele dell’odio e la leggerezza così indegna di un cristiano; è ciò che fa dire all’apostolo San Giacomo che «la lingua del maldicente è piena di veleno mortale, è un mondo di iniquità (Giacomo III, 8)». Se vogliamo prenderci la briga di esaminare, non c’è nulla di più chiaro da comprendere. Non è forse la maldicenza che semina quasi ovunque discordia, divisione, che fa litigare gli amici, che impedisce ai nemici di riconciliarsi, che turba la pace delle famiglie, che inasprisce il fratello contro il fratello, il marito contro la moglie, la nuora contro la suocera, il genero contro il suocero? Quante famiglie ben accordate sono state sconvolte da una sola lingua maligna, al punto che i loro membri non possono né vedersi né parlarsi. Di chi è la colpa? Della sola lingua maligna del vicino o della vicina…
Sì, Fratello, la lingua di un maldicente avvelena tutte le buone azioni e mette in luce tutte le cattive. È lei che, tante volte, getta su un’intera famiglia macchie che passano dai padri ai figli, da una generazione all’altra, e che forse non scompariranno mai? La lingua maldicente arriva persino a scavare nella tomba dei morti, smuove le ceneri di quei poveri disgraziati, facendoli rivivere, cioè rinnovando i loro difetti che erano stati sepolti con loro nella tomba. Che oscurità! Fratello, di quale indignazione non sareste presi se vedeste un infelice accanito contro un cadavere, che lo fa a pezzi? Vi farebbe gemere di compassione. Ebbene, il crimine è ancora più grande quando si rinnovano i difetti di un povero morto. Quante persone hanno l’abitudine, parlando di qualcuno che è morto, di dire: «Ah, ne ha combinate tante quando era in vita, era un ubriacone incallito, un furfante, insomma, era un uomo malvagio». Ahimè, mio amico, forse vi sbagliate, e anche se fosse come dite, forse ora è in cielo, il buon Dio lo ha perdonato. Ma dov’è la vostra carità? Non vi rendete conto che state infangando la reputazione dei suoi figli, se ne ha, o dei suoi genitori? Sareste contento se si parlasse così dei vostri genitori?
Con carità, non avremmo nulla da dire di nessuno, cioè non ci preoccuperemmo di esaminare se non la nostra condotta e non quella degli altri. Ma se mettete da parte la carità, non troverete un uomo sulla terra in cui non vedreste qualche difetto; così che la lingua del maldicente trova sempre qualcosa da dire. No, Fratello, non conosceremo il male che la lingua di un maldicente ha fatto se non alla luce della vendetta. Vedi, la sola calunnia che Aman fece contro gli ebrei, perché Mardocheo non aveva voluto inginocchiarsi davanti a lui, aveva determinato il re a far morire tutti gli ebrei (ESTHER, III, 6). Se la calunnia non fosse stata scoperta, la nazione ebraica sarebbe stata annientata: era questo il disegno del generale. O mio Dio! Quanto sangue versato per una sola calunnia! Ma Dio, che non abbandona mai gli innocenti, permise che quel malvagio perisse con lo stesso supplizio con cui voleva far perire gli ebrei (Ibid. VII, 10).
Ma, senza andare così lontano, quanto male fa una persona che dice a suo figlio del male di suo padre o di sua madre o dei suoi maestri. Gli avete dato una cattiva opinione di loro, li guarderà con disprezzo; se non temesse di essere punito, li insulterebbe. I padri e le madri, i maestri e le maestre li malediranno, li insulteranno, li tratteranno duramente; chi sarà la causa di tutto questo? La vostra lingua malvagia. Avete parlato male dei ministri della Chiesa, e forse anche del vostro parroco; avete indebolito la fede di coloro che vi ascoltavano, essi hanno abbandonato i sacramenti, vivono senza religione; e chi ne è la causa? La vostra lingua malvagia. Voi siete la causa se quel commerciante e quell’operaio non hanno più gli stessi rapporti, perché voi li avete denigrati. Quella donna, che andava molto d’accordo con suo marito, voi l’avete calunniata davanti a lui; ora lui non la sopporta più, tanto che, da quando vi frequentate, non ci sono più che odio e maledizioni.
III. – Se le conseguenze della maldicenza, Fratello, sono così terribili, non è meno difficile porvi rimedio. Quando la maldicenza è grave, Fratello, non basta confessarla; non voglio dire che non bisogna confessarla; no, Fratello, se non confessate le vostre maldicenze, sarete dannati, nonostante tutte le penitenze che potrete fare; ma voglio dire che, confessandole, è assolutamente necessario, se possibile, riparare il danno che la calunnia ha causato al tuo prossimo, e come il ladro che non restituisce il bene che ha rubato non vedrà mai il cielo, così chi ha tolto la reputazione al suo prossimo non vedrà mai il cielo, se non fa tutto ciò che è in suo potere per riparare la reputazione del suo prossimo.
Ma, mi direte, come si fa a riparare la reputazione del proprio prossimo? – Ecco come. Se ciò che è stato detto contro di lui è falso, bisogna assolutamente andare a trovare tutte le persone a cui si è parlato male di questa persona, dicendo che tutto ciò che è stato detto era falso, che era per odio, per vendetta o per leggerezza; anche se dovessimo passare per bugiardi, furbi, impostori, dobbiamo farlo. Se ciò che abbiamo detto è vero, non possiamo ritrattare, perché non è mai permesso mentire; ma dobbiamo dire tutto il bene che conosciamo di quella persona, per cancellare il male che abbiamo detto. Se questa maldicenza, questa calunnia le hanno causato qualche torto, siamo obbligati a ripararlo per quanto possibile. Giudicate voi, signori, quanto sia difficile riparare alle conseguenze della maldicenza. Vedete, signori, quanto sia doloroso andare a dire pubblicamente che qualcuno è un bugiardo; tuttavia, se ciò che abbiamo detto è falso, bisogna farlo, o mai e poi mai! Ahimè, Fratello, quanti saranno dannati per questa mancanza di riparazione! Il mondo è pieno di maldicenti e calunniatori, e quasi nessuno ripara, e di conseguenza quasi nessuno sarà salvato. Non c’è via di mezzo, Fratello, o la riparazione, se possiamo, o la dannazione. È come il bene che avremmo preso; saremo dannati se possiamo restituirlo e non lo restituiamo. Ebbene, signori, sentite ora il male che fate con la vostra lingua e la difficoltà che c’è nel ripararlo?
Bisogna tuttavia comprendere che non è calunnia quando si fanno conoscere i difetti di un figlio ai suoi genitori, di un domestico al suo padrone, purché lo si faccia con l’intenzione che essi si correggano, che se ne parli solo a coloro che possono porvi rimedio e sempre guidati dai legami della carità.
Concludo dicendo che non solo è male calunniare e diffamare, ma anche ascoltare con piacere la calunnia e la diffamazione; perché se nessuno ascoltasse, non ci sarebbero calunniatori. In questo modo ci si rende complici di tutto il male che fa il maldicente. San Bernardo ci dice che è molto difficile sapere chi è più colpevole tra chi maldice e chi ascolta; uno ha il diavolo sulla lingua e l’altro nelle orecchie. – Ma, mi direte, cosa bisogna fare quando ci si trova in compagnia di persone che maldicono? – Ecco cosa bisogna fare. Se si tratta di un inferiore, cioè di una persona che è al di sotto di voi, dovete zittirlo immediatamente, facendogli vedere il male che sta facendo. Se si tratta di una persona del vostro rango, dovete abilmente sviare la conversazione parlando d’altro o fingendo di non sentire ciò che dice. Se è un superiore, cioè una persona che è al di sopra di voi, non dovete rimproverarlo, ma assumere un’aria seria e triste, che gli mostri che vi ha ferito, e, se potete andarvene, dovete farlo.
Cosa dobbiamo concludere da tutto questo, Fratello? Ecco qui. Non bisogna prendere l’abitudine di parlare della condotta degli altri, di pensare che ci sarebbe molto da dire su di noi se ci conoscessero per quello che siamo, e di fuggire il più possibile le compagnie mondane, dicendo spesso come sant’Agostino: «Dio, concedimi la grazia di conoscermi per quello che sono». Beato, mille volte beato, chi userà la propria lingua solo per chiedere a Dio il perdono dei propri peccati e cantare le sue lodi! Questo è ciò che io…
(1) Calunniare in confessione…, calunniare una persona che vuole stabilirsi. (Nota del Santo)
(2) Parlare male del prossimo nel proprio cuore. (Nota del Santo)
Melius est nomen bonum quam divitiae multae: super argentum et aurum, gratia bona. PROV. XXII, 1.
(3) Si possono far conoscere i difetti di una persona se vi viene chiesto che tipo di persona è, perché si vorrebbe stabilire qualcosa. Potete dire la verità, ma mai per vendetta, né senza essere sicuri di ciò che dite. (Nota del Santo)
Sex sunt quæ odit Dominus, et septimum delestatur anima ejus : oculos sublimes,… et eum qui seminat inter fratres discordias. PROV. VI, 16-19.
(4) Abominatio hominum detractor. PROV. XXIV, 9.
(5) Dove si calunnia di più è nei mercati: si comincia a dire cose buone e si finisce per dire ogni sorta di calunnie… nelle taverne… (Nota del Santo)
In multiloquio non deerit peccatum. PROV. X, 19.













