Ciclo di catechesi – “L’imitazione di Cristo” – Lezione 14

Ciclo di catechesi - "L'imitazione di Cristo" - Lezione 14

Lettura commentata del classico di spiritualità: “L’imitazione di Cristo” .

Lezione di lunedì 9 dicembre 2019

Relatore: p. Giorgio Maria Faré

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“L’IMITAZIONE DI CRISTO” Lezione 14

Bentrovati, eccoci qui anche questa sera a fare la nostra catechesi sul testo dell’Imitazione di Cristo.
Siamo arrivati al cap.16°, dobbiamo iniziarlo:
Capitolo XVI
SOPPORTARE I DIFETTI DEGLI ALTRI
1. “Quei difetti, nostri od altrui, che non riusciamo a correggere, li dobbiamo sopportare con pazienza, fino a che Dio non disponga altrimenti. Rifletti che, per avventura, questa sopportazione è la cosa più utile per te, come prova di quella pazienza, senza della quale ben poco contano i nostri meriti. Tuttavia, di fronte a tali difficoltà, devi chiedere insistentemente che Dio si degni di venirti in aiuto e che tu riesca a sopportarle lietamente.”
Quale fu la virtù tipica, la più eroica di tutte di Gesù durante il tempo della Passione?
La pazienza.
“Vedendolo morire in quel modo, il centurione disse..”
Quello che immediatamente cade sotto gli occhi della vicenda di Gesù, della sua Passione, è proprio questo aver pazienza, saper sopportare.
Ci sono dei difetti nostri, ma anche degli altri, che non si riescono a correggere. Ci impegniamo e vediamo che è veramente faticoso. Come noi facciamo fatica a correggere un difetto e ogni giorno ci ritroviamo di fronte a questo difetto da dover combattere, così anche gli altri fanno la loro fatica, anche gli altri lottano contro i loro difetti, anche per gli altri quel difetto, o quei difetti sembrano insormontabili e alle volte per loro sono insormontabili.
L’imitazione di Cristo ci dice:
“Dovete sopportarli”
Cioè dovete mettervi nella condizione di avere pazienza.
“questa sopportazione è la cosa più utile per te”
Perché ti dà la possibilità di provare la pazienza, quanta ne hai, e senza la pazienza nessuno dei tuoi meriti è un merito. Se basta una risposta un pò frettolosa, un pò sgarbata, che subito ci ferisce e ci fa reagire acidamente e ci vendichiamo, questo vuol dire che non abbiamo la pazienza, non sappiamo pazientare, sopportare.
Sopportare non vuol dire covare le uova, non vuol dire aspettare il momento opportuno per poi vendicarci, per poi far vedere il nostro nervoso, la nostra amarezza, la nostra disapprovazione, questa non è la pazienza.
La pazienza è quella che ha avuto Gesù, la mitezza dell’Agnello condotto al macello.
“devi chiedere insistentemente che Dio si degni di venirti in aiuto e che tu riesca a sopportarle lietamente.”
Anche i nostri difetti dobbiamo saper sopportare, alcuni magari siamo riusciti a correggerli, altri no, forse un giorno ci riusciremo, non per questo dobbiamo innervosirci e non per questo dobbiamo farla pagare agli altri, perché quando noi siamo insoddisfatti e frustrati, e non siamo come vorremmo essere, dopo la pagano gli altri, attraverso il nostro nervosismo.
“Se uno, ammonito una volta e un’altra ancora, non si acquieta, cessa di litigare con lui; rimetti invece ogni cosa in Dio, affinché in tutti noi, suoi servi, si faccia la volontà e la gloria di Lui, che ben sa trasformare il male in bene. Sforzati di essere paziente nel tollerare i difetti e le debolezze altrui, qualunque essi siano, giacché anche tu presenti molte cose che altri debbono sopportare.”
Usciamo, come abbiamo detto qualche volta fa, da questa illusione che noi possiamo cambiare, mutare, orientare, convincere il cuore dell’altro. S.Giovanni Bosco dice che solo Dio ha la chiave del cuore dell’uomo, solo Lui può agire sul cuore dell’uomo. Puoi dire, predicare, puoi morire, pensate a Gesù, puoi fare tutto quello che vuoi, ma se uno è chiuso, qualunque cosa tu faccia verrà letta la rovescio. E’ inutile fare polemiche su polemiche, discussioni su discussioni, litigi su litigi.
E’ importante nelle relazioni con gli altri saper fare non uno, dieci passi indietro, saper lasciare la persona dove vuole stare, anche se a noi sembra che quella posizione non sia la posizione corretta. Ad un certo punto bisogna fermarsi, perché sennò si ottiene solo l’effetto contrario e non serve a niente, non serve a nessuno.
Il Signore sa anche volgere il male in bene, sa fare anche questo, però dobbiamo lasciargli fare Dio.
C’è un altro vizio, il vizio per il quale quando devo pensare gli altri, uso il microscopio elettronico, quando invece devo valutare me, la camera oscura.
Impariamo, quando pensiamo agli altri, a pensare che anche noi per gli altri non di rado possiamo essere un problema, un peso, impariamo a saper anche pazientare, giustificare, a saper andare oltre.
Quando una persona capisce di aver sbagliato, lo capite subito, perchè viene, vi chiede scusa, sa argomentare intorno alla questione, si capisce che ha capito che ha sbagliato.
2. “Se non riesci a trasformare te stesso secondo quella che pure è la tua volontà, come potrai pretendere che gli altri si conformino al tuo desiderio?”
Se noi questo ragionamento lo facessimo spesso, avremmo meno problemi di gelosia, di invidia, di confronto.
Dobbiamo sempre avere in mente l’altro.
“Vogliamo che gli altri siano perfetti; mentre noi non correggiamo le nostre manchevolezze. Vogliamo che gli altri si correggano rigorosamente; mentre noi non sappiamo correggere noi stessi.”
Ci sono persone che quando parlano degli altri, parlano sempre come se fossero al di sopra, dall’alto della loro sapienza e esperienza, prendono posizione dando giudizi alle persone, perché noi pensiamo di noi stessi che siamo quasi perfetti, magari non lo diciamo a parole, ma dentro siamo iper convinti che tra noi e la perfezione ci sia quel quid, ma questione di poco.
“Ci disturba una ampia libertà degli altri; mentre non sappiamo negare a noi stessi ciò che desideriamo.”
Gli altri non devono essere oltre quello che io voglio, nel senso perimetrale del termine, devono stare lì e non oltre, che è diverso dal perimetro che dà il papà a suo figlio, non è che non devi andare oltre quello che io desidero, ma non deve andare oltre ciò che è giusto, altrimenti può cadere nel pericolo.
“Vogliamo che gli altri siano stretti entro certe regole; mentre noi non ammettiamo di essere un po’ più frenati.”
Ci sono tante regole, la regola di non avere regole anche questa è una regola, la regola del disordine, del fare quello che voglio, la regola del fai quello che vuoi ma torna sempre da me, è una regola. Noi dovremmo essere i primi a sperimentare la bellezza e anche la fatica del vivere una vita regolata.
“In tal modo, dunque, è chiaro che raramente misuriamo il prossimo come noi stessi. Se fossimo tutti perfetti, che cosa avremmo da patire dagli altri, per amore di Dio?”
Quando andavo in carcere, nei 6 anni che ho fatto a S.Vittore, una delle cose che mi colpiva sempre tanto era il vedere che quando alcuni detenuti iniziavano a fare un cammino spirituale serio si di sé, la prima cosa che tutti manifestavano era un bisogno di avere una regola, che loro traducevano con:
“Adesso cosa devo fare?”
Perché è importante la regola di vita?
Perché ti dà un ordine.
Cosa vuol dire avere un ordine?
Vuol dire avere delle priorità, ed è importante.
Il mio tempo maggiore lo spendo per che cosa?
Misurare noi stessi è fondamentale, una regola di vita ci permette di misurare noi stessi, non possiamo vivere alla giornata.
Devi avere una regola con la quale ti misuri, con la quale ti metti alla prova.
Per vedere cosa?
Per vedere se riesci a tenere un ordine che vada al di là del gusto personale, della voglia del momento.
San Giovanni della Croce scrive:
“Non è importante che l’uccellino sia tenuto agganciato a terra da una catena o da una fune sottile, ciò che è importante è che è agganciato a terra”
Se io ho un vizio che mi tiene legato a terra, è inutile che io mi metto a fare discorsi sui massimi sistemi agli altri, comincia a toglierti i tuoi vizi, le abitudini al male, poi parliamo di altro.
Che cosa insegniamo se la nostra vita ci smentisce?
Ci mettiamo a fare discorsi sulla povertà, sugli ultimi che hanno bisogno, sull’attenzione agli altri, bevendo o fumando o facendo quello che ho voglia io!
Misuriamo noi stessi prima di andare a misurare gli altri, vediamo noi dove siamo, prima di metterci a fare gli educatori, perché sennò non siamo credibili.
Se non siamo credibili sapete cosa siamo?
Siamo ridicoli, e anche se gli altri non ci ridono in faccia, tranquilli che ridono, perché se non sei credibile sei ridicolo, soprattutto se ti metti dalla parte di colui che pretende di essere credibile ma non lo è.
“Ora, Dio così dispone, affinché apprendessimo a portare l’uno i pesi dell’altro (Gal 6,2). Infatti non c’è alcuno che non presenti difetti o molestie; non c’è alcuno che basti a se stesso e che, di per sé, sia sufficientemente saggio. Occorre, dunque, che ci sopportiamo a vicenda, che a vicenda ci consoliamo, che egualmente ci aiutiamo e ci ammoniamo. Quanta virtù ciascuno di noi abbia, ciò appare al momento delle avversità: non sono le occasioni che fanno fragile l’uomo, ma esse mostrano quale esso è.”
Non ha senso che vedo la fragilità dell’altro, e quando l’altro si gira gli sparlo dietro, è una mancanza grave contro la carità, si chiama mormorazione e di norma sfocia, dice S.Giovanni Maria Vianney, nella calunnia. La mormorazione quasi sempre è calunniosa, non rimane mai mormorazione.
La mormorazione è quando dico agli altri ciò che di male veramente quella persona ha fatto.
La calunnia è quando dico agli altri, il male che quella persona non ha commesso.
Ma quando descrivo il male che la persona ha commesso agli altri, ovvero la mormorazione, è quasi impossibile che non ci sia una bella pennellata di azzurro, un pò di colore lo mettiamo sempre, quindi da una piuma viene fuori una gallina, però poi parliamo di carità, di comunione fra di noi, di rispetto degli altri, e appena vediamo che gli altri non sono quello che io voglio secondo il mio format, appena vediamo che gli altri fanno fatica, che sbagliano, che cadono, noi siamo subito col dito puntato.
Potremmo fare una domanda allo sparlatore:
“Ma quella persona non è tua amica vero? Perché dei tuoi amici non parli mai male e di quelli che non sono tuoi amici parli sempre male?”
Quello che ti muove non è la verità.
“Chi parla mai con noi degli altri, state sicuri che con gli altri parla male di voi”
La prima cosa che noi dovremmo dire allo sparlatore è:
“Ma tu queste cose qui gliele hai dette alla persona?”
Lo sparlatore è un codardo, è un vigliacco, ed è sempre un afflitto, colui che patisce una fatica, che vive un’ingiustizia.
Non fuggiamo mai. Il disertore scappa, Giuda scappa, il vigliacco scappa, l’uomo resta, l’uomo e la donna vera affronta sempre la realtà.

 

 

 

 

 

 

 

 

DOMANDE:
1. L’amore ha un tempo, un’ora? Qui sulla terra come è possibile credere ad un amore eterno sia divino che umano quando nella nostra realtà sperimentiamo spesso e volentieri l’abbandono, l’indifferenza, la freddezza nei rapporti fra di noi miseri esseri umani?
E’ vero che siamo miseri esseri umani, ed è vero che la nostra creaturalità risente della mortalità, della finitezza, però non dobbiamo dimenticare che noi abbiamo avuto degli esempi bellissimi di amore, di amicizia, il papà e la mamma di s.Teresina? Quanti papà e quante mamme ci sono così? C’è ne sono tante di persone che si amano veramente. S.Francesco e S.Chiara, amici, S.Benedetto e S.Scolastica fratello e sorella, Santa Teresina e le sue sorelle, S. Teresa e S.Giovanni della Croce? Solo per fare nomi a noi prossimi. Si amavano, erano amici? Eccome.
Cosa determina il discrimine?
La santità. Noi possiamo partecipare dell’Amore Eterno, nella misura usura in cui partecipiamo di Dio. Più noi siamo in Dio, più noi possiamo offrire questa porzione di Eternità, più possiamo far gustare agli altri frammenti di Paradiso, in relazione a quanto noi siamo in Dio, quanto noi siamo amici di Dio.
Andate a leggere gli scritti di S.Pio da Pietrelcina, quello che lui scriveva e come scriveva alle sue figlie spirituali, il modo, la dolcezza, l’affabilità. Le sue figlie, veramente gustavano questa bellezza di Cielo accanto a questo sacerdote, veramente si sentivano libere di poter manifestare quell’affetto profondo che provavano per lui, e che era un affetto assolutamente pulito, perché Padre Pio se ne sarebbe accorto immediatamente se così non fosse stato.
2. Se c’è attinenza tra pazienza e umiltà, se la persona umile è anche paziente e viceversa.
Sicuramente la pazienza e l’umiltà sono due sorelle gemelle, e in Gesù dove lo vediamo?
Nel presepe, certo, ma il luogo per eccellenza è la Passione.

3. Cessare di litigare con le persone che non capiscono e lasciar perdere, oppure essere in più occasioni privati da ricordi, tutto questo può far parte della via della santità? Se una persona vive queste difficoltà, e lascia perdere.
Certo il lasciar perdere sicuramente fa parte di un cammino di santità. Umanamente è terribile, la persona se la vive bene fa dei salti grandi nella santità.

4. Cosa ne pensa del quieto vivere, stare zitti per il quieto vivere, certe volte è un danno?
Per quieto vivere lei non intende come ho spiegato nella catechesi, cioè: “Ho rimproverato una volta o due e poi sospendo per dare tutto a Dio”.
Il quieto vivere è: “Per evitare problemi o questioni, sto muto e zitto”
Ci sono delle questioni sulle quali faccio uno o dire interventi e mi fermo, ma ci sono delle questioni sulle quali non posso fermarmi dopo due interventi. Se una questione è gravissima devo andare avanti. Se vedo perpetuare sotto i miei occhi un’ingiustizia grave contro qualcuno non è che dopo una volta o due volte sto zitto e vado a fare i fatti miei, no, devo intervenire e dire che finché sarò qua questa cosa continuerò a metterla sotto i tuoi occhi, e quindi il quieto vivere si rompe.

5. Quando lo fai a fin di bene specialmente coi familiari, nonostante si abbia paura di mettersi in cattedra, è giusto rimproverare?
Eh si, un papà e una mamma hanno il dovere di stato di dover intervenire nei modi e nei tempi opportuni con i figli, e anche con chi ho accanto o con un amico, devo intervenire anche a costo che la persona si offenda, qualche intervento lo devo fare se vedo che incomincia a seguire una via radicalmente sbagliata.
Chiamare le cose col loro nome crea tensione. Chi ama questo modo di procedere, cioè aderire alla realtà, sarà ben contento di averci accanto, chi invece ama vivere nei giochi d’ombra, farà il muro del pianto.

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Testo commentato durante il ciclo di catechesi:

“L’imitazione di Cristo”

Traduzione a cura di Ugo Nicolini

Edizioni San Paolo

Informazioni

Le catechesi di p. Giorgio Maria Faré si tengono ogni lunedì alle 21 presso il Convento dei Padri Carmelitani Scalzi di Monza, con ingresso dal parcheggio di Via Boito 2.
La catechesi è preceduta da un momento di preghiera a partire dalle ore 20.00.

È anche possibile seguire la catechesi in diretta streaming sul profilo Facebook di p. Giorgio Maria Faré, ogni lunedì a partire dalle ore 21.