Vae mihi, quia peccavi nimis in vita mea.
Guai a me, perché ho peccato molto nella mia vita. (Dalle Confessioni di Sant’Agostino, libro II, capitolo 10.) (1)
Queste erano, Fratello, le parole di Sant’Agostino, quando ripensava agli anni della sua vita, durante i quali si era immerso con tanta furia nell’infame vizio dell’impurità. «Ahimè, sventurato me, perché ho peccato tanto durante i giorni della mia vita.» E ogni volta che questo pensiero gli veniva in mente, sentiva il cuore divorato e lacerato dal rimorso. «O mio Dio! esclamava, una vita trascorsa senza amarti! O mio Dio, quanti anni perduti! Ah! Signore, ti prego, non ricordarti più dei miei peccati passati!». Ah! Lacrime preziose, ah! Rimpianti salutari che hanno fatto di un grande peccatore un così grande santo. Oh! Come un cuore spezzato dal dolore ha presto riconquistato l’amicizia del suo Dio! Ah! Se solo ogni volta che ripensiamo ai nostri peccati potessimo dire con lo stesso rimpianto di sant’Agostino: Ah! Guai a me, perché ho peccato molto durante gli anni della mia vita! Mio Dio, abbi pietà di me! Oh! Come scorrerebbero presto le nostre lacrime, e come la nostra vita non sembrerebbe più la stessa! Sì, Fratello, conveniamo tutti, finché siamo in vita, con tanto dolore quanto sincerità, che siamo criminali degni di sopportare tutta l’ira di un Dio giustamente irritato dai nostri peccati, che forse sono più numerosi dei capelli del nostro capo. Ma benediciamo per sempre la misericordia di Dio che ci apre nei suoi tesori una risorsa per le nostre disgrazie! Sì, Fratello, per quanto grandi siano i nostri peccati, per quanto dissoluta sia stata la nostra condotta, siamo certi del perdono, se, seguendo l’esempio del figliol prodigo, ci getteremo con il cuore spezzato dal dolore ai piedi del migliore di tutti i padri. Qual è il mio intento, Fratello? Eccolo: è quello di mostrarvi che per ottenere il perdono dei propri peccati è necessario: 1° che il peccatore odi e detesti sinceramente i propri peccati con il pentimento, che deve comprendere quattro qualità; 2° che abbia concepito il fermo proposito di non ricadere più nel peccato. Vedremo in che modo si può riconoscere che si ha davvero un fermo proposito.
- – Per farvi capire cos’è la contrizione, cioè il dolore che dobbiamo provare per i nostri peccati, bisognerebbe potervi far conoscere, da un lato, l’orrore che Dio stesso ha provato, i tormenti che ha sofferto per ottenere il perdono per noi presso suo Padre; e dall’altro, i beni che perdiamo peccando e i mali che ci attiriamo per l’altra vita: e questo non sarà mai dato all’uomo di comprenderlo. Dove vi condurrei, Fratello, per farvelo conoscere? Forse nel profondo dei deserti, dove tanti grandi santi hanno trascorso venti, trenta, quaranta, cinquanta e persino ottant’anni a piangere per colpe che secondo il mondo non sono colpe? Ah! No, no, il vostro cuore non sarebbe ancora toccato. Forse alla porta dell’inferno, per sentire le grida, le urla e lo stridore dei denti causati dal solo rimorso dei loro peccati? Ah! Dolore amaro, ma dolore e rimpianti inutili e vani! Ah! No, no, signor F., non è ancora lì che imparerete a piangere i vostri peccati con il dolore e il rimpianto che dovete provare! Ah! È ai piedi di quella croce ancora macchiata del sangue prezioso di un Dio che lo ha versato solo per cancellare i nostri peccati. Ah! Se mi fosse permesso di condurvi in quel giardino di dolori dove un Dio uguale al Padre suo piange i nostri peccati, non con lacrime ordinarie, ma con tutto il suo sangue che sgorga da tutti i pori del suo corpo, e dove il suo dolore è così violento da gettarlo in un’agonia che sembra togliergli la vita, tanto gli lacera il cuore. Ah! Se potessi condurvi al suo seguito, mostrarvelo carico della sua croce per le strade di Gerusalemme: tanti passi, tante cadute e tante volte rialzato a calci. Ah! Se potessi farvi avvicinare a quel Calvario dove un Dio muore piangendo i nostri peccati! Ah! Diremo ancora, bisognerebbe che Dio ci donasse quell’amore ardente con cui aveva infiammato il cuore del grande Bernardo, al quale la sola vista della croce faceva versare lacrime così abbondanti! Ah! Bella e preziosa contrizione, beato chi ti possiede!
Ma a chi ne parlerò, chi è colui che la custodisce nel suo cuore? Ahimè, non lo so. Forse a quel peccatore incallito che forse da vent’anni, da trent’anni ha abbandonato il suo Dio e la sua anima? Ah! No, no, sarebbe come cercare di intenerire una roccia gettandoci sopra dell’acqua, che non farebbe altro che indurirla ancora di più. A quel cristiano che ha disprezzato le missioni, i ritiri e il giubileo, e tutte le istruzioni dei suoi pastori? Ah! No, no, sarebbe come voler riscaldare l’acqua mettendovi del ghiaccio. Sarebbe forse a quelle persone che si accontentano di fare la Pasqua, continuando lo stesso tipo di vita, e che ogni anno hanno gli stessi peccati da raccontare? Ah! No, no, sono vittime che l’ira di Dio ingrassa per servire da cibo alle fiamme eterne. Ah! Diciamo meglio, sono simili a criminali bendati che, in attesa di essere giustiziati, si abbandonano a tutto ciò che il loro cuore corrotto desidera. Forse a quei cristiani che si confessano ogni tre settimane o ogni mese, e ogni giorno ricadono nel peccato? Ah! No, no, sono ciechi che non sanno né ciò che fanno né ciò che devono fare. A chi potrei rivolgermi? Ahimè, non lo so… O mio Dio! Dove andare a cercarla, a chi chiederla? Ah! Signore, io so da dove viene e chi la dona; viene dal cielo e sei tu che la doni. O mio Dio, donaci, ti prego, questa contrizione che strazia e divora i nostri cuori. Ah! Questa bella contrizione che disarma la giustizia di Dio, che cambia la nostra eternità infelice in un’eternità beata. Ah! Signore, non negateci questa contrizione che rovescia tutti i progetti e gli inganni del demonio; questa contrizione che ci restituisce così prontamente l’amicizia di Dio! Ah! Bella virtù, quanto sei necessaria, ma quanto sei rara! Tuttavia, senza di te non c’è perdono, senza di te non c’è paradiso; diciamo di più, senza di te tutto è perduto per noi, la penitenza, la carità, l’elemosina e tutto ciò che possiamo fare.
Ma pensate dentro di voi: che cosa significa questa parola “contrizione” e da quale segno si può riconoscere se la si possiede? – Amico mio, vuoi saperlo? Eccolo. Ascoltami un momento: vedrai se la possiedi o no, e poi il modo per ottenerla. Entriamo in un dettaglio molto semplice: Se mi chiedete: «Che cos’è la contrizione?», vi risponderò che è un dolore dell’anima e un disgusto per i peccati che abbiamo commesso, con la ferma risoluzione di non ricadervi più. Sì, Fratello, questa disposizione è la più necessaria tra tutte quelle che Dio richiede per perdonare il peccatore; non solo è necessaria, ma aggiungo anche che nulla può dispensarci da essa. Una malattia che ci priva dell’uso della parola può dispensarci dalla confessione, una morte improvvisa può dispensarci dalla soddisfazione, almeno per questa vita; ma non è così per la contrizione; senza di essa è impossibile, assolutamente impossibile, ottenere il perdono dei propri peccati. Sì, Fratello, possiamo dire con dolore che è questa mancanza di contrizione la causa di un numero infinito di confessioni e comunioni sacrileghe; ma ciò che è ancora più deplorevole è che quasi mai ce ne rendiamo conto e viviamo e moriamo in questo stato infelice. Sì, Fratello, nulla è più facile da capire. Se abbiamo avuto la sfortuna di nascondere un peccato nelle nostre confessioni, questo crimine è continuamente davanti ai nostri occhi come un mostro che sembra divorarci, il che fa sì che sia molto raro che non ce ne liberiamo prima o poi. Ma per il pentimento non è lo stesso; ci confessiamo, il nostro cuore non ha nulla a che vedere con l’accusa che facciamo dei nostri peccati, riceviamo l’assoluzione, ci avviciniamo alla santa mensa con un cuore freddo, insensibile, indifferente come se avessimo appena raccontato una storia; andiamo avanti giorno dopo giorno, anno dopo anno, finché arriviamo alla morte credendo di aver fatto qualcosa di buono; non troviamo e non vediamo altro che crimini e sacrilegi che le nostre confessioni hanno generato. O mio Dio, quante confessioni cattive per mancanza di contrizione! O mio Dio, quanti cristiani che all’ora della morte non troveranno che confessioni indegne. Ma, senza andare oltre, per non turbarvi; dico turbarvi. Ah! È proprio ora che bisognerebbe portarvi a un passo dalla disperazione, affinché, colpiti dalla vostra condizione, possiate ripararla, senza aspettare il momento in cui la conoscerete senza poterla riparare. Ma veniamo, Fratello, alla spiegazione, e vedrete se, ogni volta che vi siete confessato, avete provato il dolore necessario, e assolutamente necessario, per avere la speranza che i vostri peccati siano perdonati.
Dico che la contrizione è un dolore dell’anima. È assolutamente necessario che il peccatore pianga i propri peccati in questo mondo o nell’altro. In questo mondo potete cancellarli con il rimorso che provate, ma non nell’altro. Quanto dovremmo essere grati alla bontà di Dio, che invece di questi rimpianti eterni e di questi dolori strazianti che meritiamo di soffrire nell’altra vita, cioè all’inferno, Dio si accontenta solo che i nostri cuori siano toccati da un vero dolore, che sarà seguito da una gioia eterna! O mio Dio! Come vi accontentate di poco!
1° Dico che questo dolore deve avere quattro qualità: se ne manca una sola, non possiamo ottenere il perdono dei nostri peccati. La sua prima qualità: deve essere interiore, cioè nel profondo del cuore. Non consiste quindi nelle lacrime. Esse sono buone e utili, è vero, ma non sono necessarie. Infatti, quando san Paolo e il buon ladrone si convertirono, non è detto che piansero, eppure il loro dolore era sincero. No,Fratello, no, non è sulle lacrime che bisogna contare: esse stesse sono spesso ingannevoli, molte persone piangono al tribunale della penitenza e alla prima occasione ricadono. Ma il dolore che Dio ci chiede è questo. Ascoltate ciò che ci dice il profeta Gioele: «Avete avuto la sventura di peccare? Ah, figli miei, spezzate e lacerate i vostri cuori con il pentimento (Gioele, II, 13)! Se avete perso il Signore con i vostri peccati, ci dice Mosè, cercateLo con tutto il vostro cuore, nell’afflizione e nell’amarezza del vostro cuore.» Perché, Fratello, Dio vuole che il nostro cuore si penta? Perché è il nostro cuore che ha peccato: «È dal vostro cuore, dice il Signore, che sono nati tutti questi pensieri malvagi, tutti questi desideri malvagi (Matteo XV, 19)»; è quindi assolutamente necessario che, se il nostro cuore ha fatto il male, si penta, altrimenti Dio non ci perdonerà mai.
2° Dico che il dolore che dobbiamo provare per i nostri peccati deve essere soprannaturale, cioè deve essere suscitato in noi dallo Spirito Santo e non da cause naturali. Distinguo: essere afflitti per aver commesso questo o quel peccato, perché ci esclude dal paradiso e merita l’inferno; questi motivi sono soprannaturali, è lo Spirito Santo che ne è l’autore; questo può condurci a una vera contrizione. Ma affliggersi per la vergogna che il peccato porta necessariamente con sé, così come per i mali che ci attira, come la vergogna di una giovane che ha perso la sua reputazione, o di un’altra persona che è stata sorpresa a rubare al suo vicino; tutto questo è solo un dolore puramente naturale che non merita il nostro perdono. Da qui è facile concepire che il dolore dei nostri peccati, il pentimento dei nostri peccati possono provenire dall’amore che abbiamo per Dio o dal timore delle punizioni. Chi nel suo pentimento considera solo Dio ha una contrizione perfetta, una disposizione così eminente che purifica il peccatore da sé prima di aver ricevuto la grazia dell’assoluzione, purché sia disposto a riceverla se può. Ma chi si pente dei propri peccati solo a causa delle punizioni che essi gli procurano, ha solo una contrizione imperfetta, che non lo giustifica affatto, ma lo dispone solo a ricevere la giustificazione nel sacramento della Penitenza (2).
3° Terza condizione della contrizione: deve essere sovrana, cioè la più grande di tutti i dolori, più grande, dico, di quello che proviamo perdendo i nostri genitori e la nostra salute, e in generale tutto ciò che abbiamo di più caro al mondo. Se dopo aver peccato non provate questo rimorso, tremate per la vostra confessione. Ahimè! Quante volte, per la perdita di un oggetto di nove o dieci soldi, si piange, ci si tormenta per giorni e giorni, fino a non poter mangiare, ahimè! E per i peccati, spesso peccati mortali, non si versa una lacrima, non si emette un sospiro. O mio Dio, quanto poco l’uomo conosce ciò che fa quando pecca! – Ma perché, mi direte, il nostro dolore deve essere così grande? – Amico mio, ecco il motivo: deve essere proporzionato alla grandezza della perdita che subiamo e alla sventura in cui il peccato ci getta. Da ciò giudicate quale deve essere il nostro dolore, poiché il peccato ci fa perdere il cielo con tutte le sue dolcezze. Ah! Che dico? Ci fa perdere il nostro Dio con tutte le sue amicizie e ci precipita all’inferno, che è la più grande di tutte le disgrazie. – Ma, pensate, come si può riconoscere se questa vera contrizione è in noi? Niente di più facile. Se è vera, non agirete, non penserete più allo stesso modo, vi avrà cambiato totalmente nel vostro modo di vivere: odierete ciò che avete amato e amerete ciò che avete fuggito e disprezzato; vale a dire che se vi siete confessati di aver avuto orgoglio nelle vostre azioni e nelle vostre parole, ora dovete mostrare in voi stessi bontà e carità verso tutti. Non dovete essere voi a giudicare se avete fatto una buona confessione, perché potreste sbagliarvi; ma devono essere le persone che vi hanno visto e ascoltato prima della vostra confessione a poter dire: «Non è più lo stesso; è avvenuto un grande cambiamento in lui». Ahimè, mio Dio, dove sono queste confessioni che operano questo grande bene? Oh, quanto sono rare! Ma quelle che sono fatte con tutte le disposizioni che Dio chiede lo sono davvero!
Ammettiamo, Fratello, con nostra grande vergogna, che se sembriamo così poco toccati, ciò può derivare solo dalla nostra scarsa fede e dal nostro scarso amore per Dio. Ah! Se avessimo la felicità di comprendere quanto Dio è buono e quanto è enorme il peccato, e quanto è nera la nostra ingratitudine nell’oltraggiare un Padre così buono, ah! Senza dubbio appariremmo molto più afflitti di quanto non siamo. – Ma, mi direte, vorrei provare questo pentimento quando mi confesso, e non ci riesco. – Ma cosa vi ho detto all’inizio? Non vi ho detto che veniva dal cielo, che bisognava chiederlo a Dio? Cosa hanno fatto i santi, amico mio, per meritare questa felicità di piangere i propri peccati? L’hanno chiesta a Dio con il digiuno, la preghiera, con ogni sorta di penitenze e di buone opere; perché delle vostre lacrime non dovete fare alcun conto. Ve lo dimostrerò: aprite i libri sacri e ne sarete convinti. Guarda Antioco, quanto piange, quanto chiede misericordia; tuttavia lo Spirito Santo ci dice che, piangendo, discese all’inferno. Guarda Giuda, ha concepito un dolore così grande per il suo peccato che lo piange con tanta abbondanza da finire per impiccarsi. Guardate Saul, che lancia grida terribili per aver avuto la sventura di disprezzare il Signore, eppure è all’inferno. Guardate Caino, le lacrime che versa per aver peccato, eppure brucia. Chi di noi,Fratello, avendo visto scorrere tutte quelle lacrime e quei pentimenti, non avrebbe creduto che il buon Dio li avesse perdonati? Eppure nessuno di loro è perdonato; mentre che, non appena Davide disse: «Ho peccato», subito il suo peccato gli fu rimesso (II Reg. XII, 13.). – E perché questo, mi direte? Perché questa differenza, che i primi non sono perdonati, mentre Davide lo è? – Amico mio, eccola qui. È perché i primi si pentono e detestano i loro peccati solo a causa delle punizioni e dell’infamia che il peccato porta necessariamente con sé, e non nei confronti di Dio; mentre Davide pianse i suoi peccati, non a causa delle punizioni che il Signore gli avrebbe inflitto, ma alla vista degli oltraggi che i suoi peccati avevano recato a Dio. Il suo dolore era così vivo e sincero che Dio non poté rifiutargli il perdono. Avete chiesto a Dio il pentimento prima di confessarvi? Ahimè, forse non l’avete mai fatto! Ah, tremate per le vostre confessioni; ah, quanti sacrilegi! O mio Dio, quanti cristiani dannati!
4° Deve essere universale. Nella vita dei santi, a proposito del dolore universale che dobbiamo provare per i nostri peccati, si racconta che se non li detestiamo tutti, nessuno di essi sarà perdonato. Si racconta che san Sebastiano, trovandosi a Roma, compiva miracoli così straordinari da riempire di ammirazione il governatore Chromos che, in quel tempo, essendo afflitto da infermità, desiderava ardentemente vederlo per chiedergli la guarigione dei suoi mali. Quando il santo fu davanti a lui, disse: «Da molto tempo gemo, coperto di piaghe, senza aver trovato nessuno al mondo che potesse liberarmi; si dice che voi ottenete tutto ciò che volete dal vostro Dio; se volete chiedergli la mia guarigione, vi prometto che mi farò cristiano». «Ebbene», gli disse il santo, «se siete risoluto, vi prometto, in nome del Dio che adoro, che è il Creatore del cielo e della terra, che non appena avrete distrutto tutti i vostri idoli, sarete perfettamente guarito». Il governatore gli rispose: «Non solo sono pronto a fare questo sacrificio, ma anche altri più grandi, se necessario». Dopo essersi separati, il governatore cominciò a rompere i suoi idoli; l’ultimo che prese per romperlo gli sembrò così rispettabile che non ebbe il coraggio di distruggerlo; si convinse che questa riserva non gli avrebbe impedito la guarigione. Ma sentendo il dolore più violento che mai, in preda alla furia, andò dal santo rimproverandolo aspramente perché, dopo aver distrutto i suoi idoli come lui gli aveva ordinato, lungi dall’essere guarito, soffriva ancora di più. «Ma», gli disse il santo, «le avete davvero distrutte tutte senza conservarne nemmeno una?» – «Ahimè!», rispose il governatore piangendo, «me ne resta solo una piccola che da molti anni è conservata nella nostra famiglia; ah! mi è troppo cara per distruggerla! «Ebbene», gli disse il santo, «è questo che mi avevate promesso? Andate, spezzatela e sarete guarito». Egli la prese e la spezzò, e in quello stesso istante fu guarito. Ecco, Fratello, un esempio che ci descrive il comportamento di un numero quasi infinito di persone che si pentono di alcuni peccati e non di tutti e che, simili a questo governatore, lungi dal guarire le ferite che il peccato ha inflitto alla loro povera anima, ne fanno di più profonde; e finché non avranno fatto come lui, spezzato questo idolo, cioè rotto questa abitudine a certi peccati, finché non avranno abbandonato quella cattiva compagnia, quell’orgoglio, quel desiderio di piacere, quell’attaccamento ai beni terreni, tutte le loro confessioni non faranno che aggiungere crimini a crimini, sacrilegi a sacrilegi. Ah! Mio Dio, che orrore e che abominio! E in questo stato vivono tranquilli, mentre il demonio scava loro un posto all’inferno!
Leggiamo nella storia un esempio che ci mostra quanto i santi considerassero questo dolore per i nostri peccati necessario per ottenere il loro perdono. Un ufficiale del Papa si era ammalato e il Santo Padre, che lo stimava molto per la sua virtù e santità, gli mandò uno dei suoi cardinali per esprimergli il dolore che gli causava la sua malattia e allo stesso tempo per applicargli le indulgenze plenarie. «Ahimè! disse il moribondo al cardinale, dite bene al Santo Padre che gli sono infinitamente grato per la tenerezza del suo cuore verso di me, ma ditegli anche che sarei infinitamente più felice se volesse chiedere a Dio per me il pentimento dei miei peccati. Ahimè! esclamò, a che mi servirà tutto questo, se il mio cuore non si spezza e non si lacera dal dolore di aver meritato un Dio così buono? «Mio Dio!», esclamò il povero moribondo, «fa’ che il pentimento dei miei peccati sia pari agli oltraggi che vi ho fatto! … »
Oh! Fratello, quanto sono rari questi dolori, cercali, ahimè! Sono rari quanto le buone confessioni. Sì, Fratello, un cristiano che ha peccato e vuole ottenere il perdono deve essere disposto a soffrire tutte le crudeltà più atroci piuttosto che ricadere nei peccati che ha appena confessato. 1° Ve lo dimostrerò con un esempio, e se, dopo esserci confessati, non siamo in questa disposizione, non c’è perdono… Leggiamo nella storia del IV secolo che Sapor, imperatore dei Persiani, diventato il più crudele nemico dei cristiani, ordinò che tutti i sacerdoti che non adoravano il Sole e non lo riconoscevano come dio fossero messi a morte. Il primo che fece arrestare fu l’arcivescovo di Seleucia, che era san Simeone. Cominciò a cercare di sedurlo con ogni sorta di promesse. Non potendo ottenere nulla, nella speranza di spaventarlo, gli descrisse tutti i tormenti che la sua crudeltà aveva potuto inventare per far soffrire i cristiani, dicendogli che se la sua ostinazione lo avesse indotto a rifiutare ciò che gli ordinava, lo avrebbe sottoposto a tormenti così terribili e così severi che lo avrebbe costretto a obbedire e, inoltre, avrebbe cacciato tutti i sacerdoti e tutti i cristiani dal suo regno. Ma vedendolo saldo come una roccia in mezzo al mare in tempesta, lo fece condurre in prigione nella speranza che il pensiero dei tormenti che gli erano stati preparati gli avrebbe fatto cambiare idea. Lungo la strada incontrò un vecchio eunuco che era sovrintendente del palazzo imperiale. Questi, commosso dalla compassione nel vedere un santo vescovo trattato in modo così indegno, si prostrò davanti a lui per dimostrargli il rispetto che nutriva per lui. Ma il vescovo, lungi dal mostrarsi sensibile alla testimonianza di rispetto di quell’eunuco, si voltò dall’altra parte per rimproverargli il crimine della sua apostasia, perché un tempo era stato cristiano e cattolico. Questo rimprovero, che non si aspettava, lo colpì così profondamente e gli penetrò così vivamente nel cuore che, in quel preciso istante, non fu più padrone né delle lacrime né dei singhiozzi. Il crimine della sua apostasia gli apparve così orribile che si strappò le vesti bianche che indossava e ne prese di nere, corse come un disperato a gettarsi alla porta del palazzo e lì si abbandonò a tutte le amarezze del dolore più straziante. «Ah! Infelice, disse a se stesso, che ne sarà di te? Ahimè! Quali punizioni devi aspettarti da Gesù Cristo che hai rinnegato, se sono così sensibile al rimprovero di un vescovo che non è che il ministro di Colui che ho tradito in modo così vergognoso… Ma l’imperatore, venuto a conoscenza di tutto ciò che stava accadendo, stupito da un tale spettacolo, gli chiese: «Qual è dunque la causa di tanto dolore e di tante lacrime?». «Ah! Vorrei che tutte le disgrazie e tutte le sventure del mondo fossero su di me, piuttosto che ciò che è causa del mio dolore. Ah! Piango perché non sono morto. Ah! Potessi ancora guardare il sole che ho avuto la sventura di adorare, temendo di dispiacervi.» – L’imperatore, che lo amava per la sua fedeltà, cercò di conquistarlo promettendogli ogni sorta di beni e favori. – «Ah! No, no», esclamò; «ah! Sarei troppo felice se con la mia morte potessi riparare gli oltraggi che ho fatto a Dio e ritrovare il cielo che ho perduto. O mio Dio e mio Salvatore, avrete ancora pietà di me? Ah! Se almeno avessi mille vite da dare per dimostrarvi il mio pentimento e il mio ritorno». – L’imperatore, sentendolo parlare così, moriva di rabbia e, disperando di poter ottenere qualcosa, lo condannò a morire tra i tormenti. Ascoltatelo mentre va al supplizio: «Ah! Signore, che felicità morire per voi; sì, mio Dio, se ho avuto la sfortuna di rinnegare voi, almeno avrò la felicità di dare la mia vita per voi». Ah! Dolore sincero, dolore potente, che hai così rapidamente riconquistato l’amicizia del mio Dio!
Leggiamo nella vita di santa Margherita che provò un dolore così grande per un peccato commesso in gioventù che lo pianse per tutta la vita. Quando era in punto di morte, le fu chiesto quale fosse il peccato che aveva commesso e che le aveva fatto versare tante lacrime. «Ahimè!», esclamò piangendo, «come potrei non piangere? Ah! O piuttosto, perché non sono morta prima di commettere quel peccato! All’età di cinque o sei anni, ebbi la sfortuna di dire una bugia a mio padre. – Ma, le dissero, non c’era nulla per cui piangere. «Ah! Come potete dirmi una cosa del genere! Non avete mai capito cosa sia il peccato, l’oltraggio che esso arreca a Dio e le disgrazie che ci procura?». Ahimè! Fratello, che ne sarà di noi, se tanti santi hanno fatto risuonare le rocce e i deserti dei loro gemiti, hanno formato, per così dire, fiumi di lacrime per i peccati che noi consideriamo un gioco, mentre abbiamo commesso peccati mortali, forse più di quanti sono i capelli sul nostro capo. E non una lacrima di dolore e di pentimento! Ah! Triste cecità in cui ci hanno condotto i nostri disordini!
Leggiamo nella vita dei Padri del deserto che un ladro di nome Jonathas, inseguito dalla giustizia, corse a nascondersi presso la colonna di san Simeone Stilita, sperando che il rispetto che si avrebbe avuto per il santo lo avrebbe garantito dalla morte. Infatti, nessuno osava toccarlo. Il santo si mise a pregare Dio per la sua conversione; in quel momento, egli provò un dolore così vivo per i suoi peccati che per otto giorni non fece altro che piangere. Alla fine degli otto giorni, chiese a san Simeone il permesso di lasciarlo. Il santo gli disse: «Amico mio, tornerai nel mondo e ricomincerai i tuoi disordini». «Ah! Dio mi preservi da tale sventura; ma vi chiedo di lasciarmi andare in cielo; ho visto Gesù Cristo che mi ha detto che tutti i miei peccati mi sono stati perdonati per il grande dolore che ho provato». ««Va’, figlio mio», gli disse il santo; «va’ a cantare in cielo la grande misericordia di Dio verso di te». In quel momento cadde morto, e il santo stesso riferì di aver visto Gesù Cristo che conduceva la sua anima in cielo. O bella morte! O morte preziosa, morire di dolore per aver offeso Dio!
Ah! Se almeno non moriamo di dolore come questi grandi penitenti, vogliamo, Fratello, suscitare in noi una vera contrizione, imitiamo questo santo vescovo morto di recente, che ogni volta che si presentava al tribunale della penitenza per provare un vivo dolore per i suoi peccati, taceva tre stazioni. La prima all’inferno, la seconda in cielo, la terza sul Calvario. Prima portava il suo pensiero in quei luoghi di orrore e di tormenti, immaginava di vedere i dannati che vomitavano fiumi di fiamme dalla bocca, che urlavano e si divoravano l’un l’altro; questo pensiero gli gelava il sangue nelle vene, credeva di non poter più vivere alla vista di un tale spettacolo, soprattutto considerando che i suoi peccati gli avevano meritato mille volte quelle torture. Da lì la sua mente si trasportava in cielo e passava in rassegna tutti quei troni di gloria dove sedevano i beati; immaginava le lacrime che avevano versato e le penitenze che avevano fatto durante la loro vita per peccati così lievi, mentre lui ne aveva commessi tanti e non aveva ancora fatto nulla per espiarli, il che lo immergeva in una tristezza così profonda che sembrava che le sue lacrime non potessero più esaurirsi. Non contento di tutto ciò, dirigeva i suoi passi verso il Calvario e lì, man mano che il suo sguardo si avvicinava alla croce dove un Dio era morto per lui, le forze lo abbandonavano, rimaneva immobile alla vista delle sofferenze che i suoi peccati avevano causato al suo Dio. Lo si sentiva ripetere in continuazione queste parole con singhiozzi: «Mio Dio, mio Dio! Posso ancora vivere considerando gli orrori che i miei peccati vi hanno causato?». Ecco, Fratello, ciò che possiamo chiamare vera contrizione, perché vediamo che egli considera i suoi peccati solo in relazione a Dio.
- – Abbiamo detto che una vera contrizione deve contenere un buon proposito, cioè una ferma risoluzione di non peccare più in futuro; la nostra volontà deve essere determinata e non deve essere un debole desiderio di correggersi; non si otterrà mai il perdono dei propri peccati se non vi si rinuncia con tutto il cuore. Dobbiamo essere dello stesso sentimento del santo Re-Profeta: «Sì, mio Dio, ti ho promesso di essere fedele nell’osservare i tuoi comandamenti; sarò fedele con l’aiuto della tua grazia (Sal, CXVIII, 106.)». Il Signore stesso ci dice: «L’empio abbandoni la via delle sue iniquità e il suo peccato gli sarà perdonato (Is, LV, 7.)». Non c’è quindi misericordia da sperare se non per chi rinuncia ai propri peccati con tutto il cuore e per sempre, perché Dio ci perdona solo nella misura in cui il nostro pentimento è sincero e facciamo ogni sforzo per non ricadere più nel peccato. Del resto, non sarebbe forse deridere Dio chiedere perdono per un peccato che si vorrebbe ancora commettere?
Ma, mi direte, come si può distinguere un proposito fermo da un desiderio debole e insufficiente? Se volete saperlo, Fratello, ascoltatemi un istante, ve lo mostrerò; si può conoscere in tre modi: 1° è il cambiamento di vita; 2° è la fuga dalle occasioni prossime al peccato, e 3° è lavorare con tutte le proprie forze per correggersi e distruggere le proprie cattive abitudini.
Dico innanzitutto che il primo segno di un buon proposito è il cambiamento di vita; è questo che ce lo mostra in modo più sicuro e che è meno soggetto a ingannarci. Veniamo alla spiegazione: una madre di famiglia si accuserà di essersi spesso arrabbiata con i figli o con il marito; dopo la sua confessione, andate a trovarla nella sua casa; non si parla più né di rabbia né di maledizioni; al contrario, vedete in lei quella dolcezza, quella bontà, quella premurosità anche verso i suoi inferiori; le croci, i dolori e le perdite non le fanno perdere la pace dell’anima. Sapete perché, Fratello? Ecco perché: perché il suo ritorno a Dio è stato sincero, il suo pentimento è stato perfetto e di conseguenza ha veramente ricevuto il perdono dei suoi peccati; infine, la grazia ha messo radici profonde nel suo cuore e vi porta frutti in abbondanza. Una ragazza verrà a confessarsi di aver seguito i piaceri del mondo, i balli, le veglie e altre cattive compagnie. Dopo la sua confessione, se è stata fatta bene, andate a chiederla in quella veglia, o andate a cercarla in quel luogo di divertimento, cosa vi diranno? «È da un po’ che non la vediamo; credo che se volete trovarla, dovete andare in chiesa o a casa dei suoi genitori». Infatti, se andate a casa dei suoi genitori, la troverete, e cosa sta facendo? Sta parlando di vanità come un tempo, o si sta guardando allo specchio, o sta scherzando con i giovani? Ah no, Fratello, non è più così, ha calpestato tutto questo; la vedrete leggere libri di devozione, aiutare sua madre nelle faccende domestiche, istruire i suoi fratelli e sorelle, la vedrete obbediente e premurosa verso i suoi genitori; amerà la loro compagnia. Se non la trovate a casa, andate in chiesa, la vedrete testimoniare a Dio la sua gratitudine per aver operato in lei un cambiamento così grande; vedrete in lei quella modestia, quella riservatezza, quella premurosità verso tutti, sia i poveri che i ricchi; la modestia sarà dipinta sulla sua fronte, la sua sola presenza vi porterà a Dio. – «Perché, Fratello, mi direte, ci sono così tanti beni in lei?» – Perché, Fratello, perché il suo dolore è stato sincero e ha veramente ricevuto il perdono dei suoi peccati.
Un’altra volta sarà un giovane che si accuserà di essere stato nei cabaret e nei giochi; ora che ha promesso a Dio di abbandonare tutto ciò che potrebbe dispiacergli, tanto quanto amava i cabaret e il gioco, tanto ora li rifugge. Prima della confessione il suo cuore era occupato solo da cose terrene, cattive, ora i suoi pensieri sono solo per Dio e per il disprezzo delle cose del mondo. Tutto il suo piacere è conversare con il suo Dio e pensare ai mezzi per salvare la sua anima. Ecco, Fratello, i segni di un pentimento vero e sincero; se dopo le vostre confessioni sarete così, potrete sperare che le vostre confessioni siano state buone e che i vostri peccati vi siano perdonati. Ma se fate tutto il contrario di ciò che ho appena detto; se qualche giorno dopo le sue confessioni vedo questa ragazza che aveva promesso a Dio di lasciare il mondo e i suoi piaceri per pensare solo a compiacerlo, se la vedo, dico, come prima in quelle riunioni mondane; se vedo questa madre così irascibile e negligente verso i suoi figli e i suoi domestici, così litigiosa con i vicini come prima della sua confessione; se ritrovo quel giovane di nuovo nei giochi e nelle bettole, oh orrore! oh abominio! oh mostro di ingratitudine che sei! O Dio grande! In che stato è questa povera anima! Oh orrore! Oh sacrilegio! Saranno abbastanza lunghi e severi i tormenti dell’inferno per punire un tale attentato?
2° Noi diciamo che il secondo segno di un vero pentimento è la fuga dalle occasioni prossime al peccato. Ce ne sono di due tipi: alcune ci portano lì da sole, come i libri cattivi, le commedie, i balli, le danze, i quadri, i dipinti e le canzoni disoneste e la frequentazione di persone del sesso opposto; le altre sono occasione di peccato solo per la cattiva disposizione di coloro che vi si trovano: come i tavernieri, i mercanti che ingannano o vendono la domenica; una persona che occupa una posizione di rilievo e non adempie ai propri doveri per rispetto umano o per ignoranza. Cosa deve fare una persona che si trova in una di queste situazioni? Ecco: deve abbandonare tutto, a qualunque costo, senza di che non c’è salvezza. Gesù Cristo ci dice (Matteo V, 30) che «se il nostro occhio o la nostra mano ci scandalizzano, dobbiamo strapparli e gettarli lontano da noi, perché, ci dice, è molto meglio andare in paradiso con un braccio e un occhio in meno che essere gettati all’inferno con tutto il corpo » cioè, qualunque sia il prezzo da pagare, qualunque perdita subiamo, non dobbiamo esitare a rinunciarvi; altrimenti non ci sarà alcun perdono.
3° Diciamo che il terzo segno di un buon proposito è quello di lavorare con tutte le proprie forze per distruggere le proprie cattive abitudini. Si chiama abitudine la facilità che si ha nel ricadere nei propri peccati. È necessario 1° vegliare attentamente su se stessi, compiere spesso azioni contrarie: se siamo inclini all’orgoglio, dobbiamo applicarci a praticare l’umiltà, essere contenti di essere disprezzati, non cercare mai la stima del mondo, né nelle parole né nelle azioni; bisogna credere sempre che ciò che facciamo è fatto male; se facciamo bene, dobbiamo pensare che non siamo degni che Dio si serva di noi, considerandoci nel mondo solo come persone che non fanno altro che disprezzare Dio durante la loro vita e che meritiamo molto più di quanto si possa dire di noi in male. Siamo inclini all’ira? Dobbiamo praticare la dolcezza, sia nelle parole che nel comportamento verso il prossimo. Se siamo inclini alla sensualità, dobbiamo mortificarci nel bere, nel mangiare, nelle parole, negli sguardi, imponendoci qualche penitenza ogni volta che ricadiamo. E se non prendete queste precauzioni, ogni volta che ricommetterete gli stessi peccati, potrete concludere che tutte le vostre confessioni non valgono nulla e che avete commesso solo sacrilegi, crimini così orribili che sarebbe impossibile poter vivere, se ne conoscesse tutta l’orrore, l’oscurità e le atrocità…
Ecco la condotta che dobbiamo tenere, facendo come il figliol prodigo che, colpito dallo stato in cui i suoi disordini lo avevano precipitato, era pronto a tutto ciò che suo padre gli chiedeva per avere la felicità di riconciliarsi con lui. In primo luogo, lasciò immediatamente il paese dove aveva sofferto tanti mali, così come le persone che erano state per lui occasione di peccato; non si degnò nemmeno di guardarle, ben convinto che avrebbe avuto la felicità di riconciliarsi con suo padre solo allontanandosi da loro: così, dopo il suo peccato, per dimostrare a suo padre che il suo ritorno era sincero, cercò di compiacerlo facendo tutto il contrario di ciò che aveva fatto fino a quel momento (Luca, XV). Ecco il modello su cui dobbiamo formare il nostro pentimento: la conoscenza che dobbiamo avere dei nostri peccati, il dolore che dobbiamo provare per essi devono metterci nella disposizione di sacrificare tutto per non ricadere più nei nostri peccati. Oh! Quanto sono rare queste contrizioni! Ahimè! Dove sono coloro che sono pronti a perdere la vita piuttosto che ricommettere i peccati che hanno già confessato? Ah! Non lo so! Ahimè! Quanti invece, ci dice san Giovanni Crisostomo, fanno solo confessioni teatrali, smettono di peccare per qualche istante senza abbandonare completamente il peccato; sono, ci dice, simili a comici che rappresentano combattimenti sanguinosi e accaniti e sembrano trafiggersi con colpi mortali; se ne vede uno che è steso a terra, perdendo sangue: sembrerebbe davvero che abbia perso la vita, ma aspettate che cali il sipario, lo vedrete rialzarsi pieno di forza e di salute, sarà come prima della rappresentazione. Ecco, ci dice, lo stato in cui si trovano la maggior parte delle persone che si presentano al tribunale della penitenza. Vedendole sospirare e gemere sui peccati di cui si accusano, direste che non sono più le stesse, che si comporteranno in modo completamente diverso da come hanno fatto fino ad ora. Ma, ahimè! Aspettate, non dico cinque giorni, ma uno o due giorni, e le ritroverete come prima della confessione: stessi scatti d’ira, stessa vendetta, stessa gola, stessa negligenza nei doveri religiosi. Ahimè! Quante confessioni e quante cattive confessioni!
«Ah, figli miei», diceva san Bernardo, «volete avere un vero pentimento dei vostri peccati? Volgetevi verso quella croce dove il vostro Dio è stato inchiodato per amore vostro; ah! presto vedrete scorrere le vostre lacrime e il vostro cuore si spezzerà. Infatti, Fratello, ciò che fece versare tante lacrime a santa Maddalena quando era nel suo deserto, ci dice il grande Salviano…, non fu altro che la vista della croce. Leggiamo nella sua vita che, dopo l’Ascensione di Gesù Cristo, ritiratasi in solitudine, chiese a Dio la felicità di piangere per tutta la vita i peccati della sua giovinezza. Dopo la sua preghiera, l’arcangelo San Michele le apparve vicino al suo luogo di solitudine, piantò una croce alla porta e lei si gettò ai suoi piedi come aveva fatto sul Calvario, piangendo per tutta la vita con tanta abbondanza che i suoi due occhi erano simili a due fontane. Il grande Ludolfo riferisce che un solitario un giorno chiese a Dio cosa potesse essere più capace di intenerire il suo cuore per piangere i suoi peccati. In quel momento Dio gli apparve come era sulla croce, tutto coperto di piaghe, tremante, carico di una pesante croce, e gli disse: «Guardami, anche se il tuo cuore fosse più duro delle rocce del deserto, si spezzerebbe e non potrebbe più vivere alla vista dei dolori che i peccati del genere umano mi hanno causato». Questa apparizione lo toccò così profondamente che fino alla morte la sua vita fu solo una vita di lacrime e singhiozzi. A volte si rivolgeva agli angeli e ai santi, pregandoli di venire a piangere con lui sui tormenti che i peccati avevano causato a un Dio così buono. Leggiamo nella storia di san Domenico che ad un religioso che chiedeva a Dio la grazia di piangere i propri peccati, Gesù Cristo gli apparve con le cinque piaghe aperte, da cui scorreva sangue in abbondanza. Nostro Signore, dopo averlo abbracciato, gli disse di avvicinare la bocca all’apertura delle sue piaghe; egli provò una tale felicità che non riusciva a capire come i suoi occhi potessero versare tante lacrime. Oh! Quanto erano felici, Fratello, questi grandi penitenti, di trovare tante lacrime per piangere i propri peccati, temendo di doverli piangere nell’altra vita! Oh! Che differenza tra loro e i cristiani dei nostri giorni che hanno commesso tanti peccati e non provano alcun rimorso né versano lacrime! Ahimè! Che ne sarà di noi? Quale sarà la nostra dimora? Oh! Quanti cristiani perduti, perché bisogna piangere i propri peccati in questo mondo o andare a piangerli negli abissi. O mio Dio! Dateci questo dolore e questo rimpianto che riconquistano la vostra amicizia!
Cosa dobbiamo concludere da ciò che abbiamo appena detto, Fratello? Ecco: chiedere incessantemente a Dio questo orrore del peccato, fuggire le occasioni di peccato e non perdere mai di vista che i dannati bruciano e piangono negli inferi solo perché non si sono pentiti dei loro peccati in questo mondo e non hanno voluto abbandonarli. No, per quanto grandi siano i sacrifici che dobbiamo fare, essi non devono essere in grado di trattenerci; dobbiamo assolutamente combattere, soffrire e gemere in questo mondo, se vogliamo avere l’onore di cantare le lodi di Dio per l’eternità: questa è la felicità che…
(1) Questo testo non si trova nel punto citato delle Confessioni. L’ultima parte è tratta dal primo notturno dell’Ufficio dei Morti.
(2) Questa contrizione che nasce dal pensiero delle punizioni meritate dal peccato, purché sia soprannaturale, dispone il peccatore a ricevere la giustificazione attraverso l’assoluzione, nel sacramento della Penitenza; ma non lo giustifica da sola. Concilio di TRENTO, Sessione XIV, c. IV.
















