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D. Bonhoeffer, Sequela. Parte 27

Falò sulla spiaggia

Meditazione

Pubblichiamo l’audio della meditazione: D. Bonhoeffer, Sequela. Parte 27
Sabato 2 settembre 2023

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

Per motivi di intenso traffico non ci è possibile rendere disponibile l’ascolto dei file audio direttamente dal nostro sito. Se hai dubbi su come fare, vai alle istruzioni per l’ascolto delle registrazioni.

PRIMA LETTURA (1 Ts 4, 9-11)

Fratelli, riguardo all’amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri, e questo lo fate verso tutti i fratelli dell’intera Macedònia.
Ma vi esortiamo, fratelli, a progredire ancora di più e a fare tutto il possibile per vivere in pace, occuparvi delle vostre cose e lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato.

Testo della meditazione

Scarica il testo della meditazione in formato PDF

Sia lodato Gesù Cristo! Sempre sia lodato!

Eccoci giunti a sabato 2 settembre 2023, primo sabato del mese. Ricordo la bellissima pratica dei Primi Cinque sabati del mese. Chi ha bisogno di dettagli li può trovare in un PDF che ho scritto e che è scaricabile gratuitamente. Andate sul sito veritatemincaritate.com, scendete fino alla scritta “Vuoi scaricare i libri e i PDF di p. Giorgio Maria Faré?”. Cliccate sul tasto “clicca qui” e verrete portati a una pagina con tutti i miei PDF. Quello inerente alla pratica dei Primi Cinque sabati del mese ha la copertina verde con sopra l’immagine dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria.

Abbiamo ascoltato la Prima Lettura della Santa messa di oggi, tratta dal capitolo quarto della Prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi, versetti 9-11.

Proseguiamo la nostra lettura del libro di Bonhoeffer, Sequela.

Sequela è vincolo al Cristo sofferente. Perciò la passione del cristiano non è cosa che possa sorprendere. Anzi, è vera e propria grazia e gioia. Gli atti dei primi martiri della chiesa testimoniano che Cristo trasfigura il momento più alto della passione dei suoi seguaci attraverso la indescrivibile certezza della sua vicinanza e della sua comunione. Sicché ad essi era data, tra i più terribili tormenti sopportati in nome del loro Signore, la massima gioia e beatitudine della comunione con lui. Il portare la croce si mostrò loro come l’unico mezzo per superare la passione. E questo vale per tutti coloro che seguono Cristo, dal momento che è valso per lo stesso Cristo.

Abbiamo già visto ampiamente che la sequela è il vincolo a Gesù, è vincolo di Comunione con Gesù, e stiamo vedendo che è soprattutto vincolo con Gesù sofferente. Perciò — dice Bonhoeffer — è normale per un cristiano patire, portare la croce, la croce così come l’abbiamo spiegata nei giorni precedenti. Anzi, questa croce, questa passione, è una grazia, è una gioia. Non per un banale masochismo (è importante comprendere questa cosa) ma in funzione del fatto che Gesù — come testimoniato dai primi martiri cristiani — trasfigura questo momento difficilissimo e terribile in tanti casi della passione, attraverso l’indescrivibile certezza della Sua vicinanza, della Sua comunione. 

Quindi la passione è passione, la sofferenza è sofferenza e la croce è croce. Non ci deve sorprendere, ovviamente, perché la sequela è proprio questo vincolo con Gesù sofferente. Ma Bonhoeffer dice che, se non ti deve sorprendere da una parte, dall’altra è una vera e propria grazia e gioia. Non perché il cristiano, di sua iniziativa, trova nella croce la gioia e la grazia, non è una cosa riservata a pochi: “Eh, beato te che lo vedi, io non lo vedo e io nella croce…”. Preciso che intendiamo per croce ciò che abbiamo spiegato in questi giorni, perché sennò non ci capiamo più.  Quindi, dicevo, non è che qualcuno trova nella croce la gioia e la grazia e qualcun altro invece dice: “Eh no, io non ce la faccio”. No, non è un’opera umana, non viene dall’uomo, viene da Gesù. Come attestano i primi martiri cristiani è Gesù che trasfigura questo momento terribile della passione attraverso un’interiore certezza: “Io ti sono vicino. Tu sei in comunione con me”.

Capite che è legato tutto a Gesù, Gesù non ha mai lasciato soli, non lascia soli e non lascerà mai soli coloro che portano la croce, coloro che lo seguono come Cristo sofferente.

Il cristiano non è lasciato solo in questa sua passione, in questo suo perdere la propria vita nella sequela, in questo suo non vergognarsi di Cristo — sto riguardando quello che abbiamo detto nei giorni scorsi. 

Poi c’è tutto il resto delle cose — delle quali adesso non posso farvi il riassunto, altrimenti faccio il riassunto e non vado avanti — per cui Gesù è vicino. Siamo in comunione con Gesù nella misura in cui siamo alla sequela di Gesù sofferente. Per cui — dice Bonhoeffer — tra i più terribili tormenti sopportati in nome del Signore, che cosa c’era? C’era la gioia, la massima gioia e la beatitudine. Perché uno godeva a soffrire? No, ripeto, non per masochismo, ma per la comunione con Lui. La comunione con Lui era molto più forte, molto più potente, dei terribili tormenti che vivevano i martiri e la comunione con Lui, la vicinanza Sua, era quella luce trasfigurante che permetteva ai martiri di superare quei terribili tormenti. Non è che loro non li sentissero, li sentivano, ma erano talmente inebriati dalla comunione con Gesù, dalla vicinanza di Gesù, che questa “ebbrezza” era più potente dei terribili tormenti, e quindi loro li hanno attraversati. Portare la croce — dice giusto Bonhoeffer — si è presentato come l’unico mezzo per superare la passione. Certo, ma portare la croce così come vi ho spiegato, come ci ha spiegato, cioè nella vicinanza con Gesù, nella comunione con Lui. E questo vale per tutti, per tutti noi.

Adesso cita Matteo 26, 39-42.

«E avanzatosi un poco, Gesù si prostrò faccia a terra e pregava dicendo: Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice; tuttavia non come voglio io, ma come vuoi tu… Poi si allontanò per la seconda volta e pregava dicendo: Padre mio, se non è possibile che si allontani questo calice, senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà».

Gesù prega il Padre che il calice si allontani, e il Padre esaudisce la preghiera del Figlio. Il calice della passione si allontanerà da Gesù, ma solo nella misura in cui sarà bevuto. Gesù sa, nel prostrarsi per la seconda volta nel Getsemani, che la passione passerà nella misura in cui egli la patirà. La passione viene superata e vinta solo sopportandola. La sua croce è il suo superamento.

Capite? Quindi la passione si supera nella misura in cui si patisce. E la croce è proprio il superamento della passione, è quell’andare oltre. Scrive:

La passione è lontananza da Dio. Ne consegue che chi si trova in comunione con Dio non può patire. Gesù ha approvato questo asserto dell’Antico Testamento. Proprio per questo egli si carica della passione di tutto il mondo, e in tal modo la supera. Egli porta su di sé tutta intera la lontananza da Dio. Proprio perché egli lo beve, il calice si allontana da lui. Gesù vuol superare la passione del mondo, e per questo deve assaporarla fino in fondo. In tal modo è vero che la passione rimane lontananza da Dio, ma nella comunione con la passione di Gesù Cristo la passione viene superata dalla passione, e proprio nella passione viene donata la comunione con Dio.

La passione deve essere sopportata, perché si allontani. O la deve sopportare il mondo, perendo sotto il suo peso, oppure essa ricade su Cristo, e viene superata in lui. Così Cristo soffre in modo vicario per il mondo. Solo la sua passione ha un valore redentivo. Ma anche la comunità sa ora che la passione del mondo cerca uno che voglia portarla su di sé. Perciò nella sequela la passione ricade su di essa, ed essa la porta su di sé, essendo a sua volta portata da Cristo. La comunità di Gesù Cristo sta in sostituzione vicaria per il mondo davanti a Dio in quanto si pone nella sequela sotto la croce.

Mi sembra tutto molto chiaro, commenterò qualcosina, ma mi sembra veramente molto chiaro. Ricordate quando Gesù nel Vangelo riprende — in Matteo 27, 46 — il Salmo 22, 2: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Ricordate? Quindi è per questo che Bonhoeffer dice: “La passione è lontananza da Dio”. Ma se tu sei in comunione con Dio, non puoi patire, non puoi essere in lontananza da Dio, perché sei in comunione con lui. Se la passione è lontananza da Dio, chi è in comunione con Dio non può partire, perché non può essere lontano da Dio. E Gesù porta su di sé tutta intera la lontananza da Dio. Ed egli beve questo calice, questa lontananza. Nella comunione con la passione di Gesù, la passione viene superata dalla passione stessa. E proprio nella passione viene data la comunione con Dio; Gesù ci offre proprio questa incredibile possibilità, che il luogo sommo della lontananza da Dio diventa in realtà il luogo sommo della comunione con Dio.

Lui qui ci propone questa immagine della sofferenza vicaria. Vi ho già parlato altre volte delle anime vittime, della sofferenza vicaria. Purtroppo, oggi non è un linguaggio e un contenuto teologico particolarmente diffuso. Ciononostante, è assolutamente vero e attuale, come sempre, come è attuale la passione di Cristo. 

Scrive Bonhoeffer:

Così Cristo soffre in modo vicario per il mondo.

Vedete, lui scrive:

O la deve sopportare il mondo, perendo sotto il suo peso, oppure essa ricade su Cristo, e viene superata in lui.

Quindi Lui, in modo vicario, soffre per il mondo, e la Sua sofferenza, e solo la Sua sofferenza, ha un valore redentivo. Dice Bonhoeffer:

La comunità di Gesù Cristo sta in sostituzione vicaria per il mondo davanti a Dio in quanto si pone nella sequela sotto la croce.

Quindi c’è proprio una condivisione di questa incredibile realtà redentiva di Gesù da parte di tutti i suoi discepoli, e quindi della comunità cristiana. Sentite che bella questa frase, è bellissima:

Dio è un Dio del portare.

Bellissima questa espressione, una frase:

Dio è un Dio del portare.

Il Figlio di Dio ha portato la nostra carne, dunque la croce, dunque tutti i nostri peccati, procurando con questo suo portare la riconciliazione. Per cui anche chi è alla sua sequela è chiamato al portare. In questo portare consiste l’esser cristiani. Come Cristo salvaguarda la comunione con il Padre nel portare, così il portare di chi è alla sua sequela è comunione con Cristo. L’uomo può anche scuotersi di dosso il peso impostogli. Ma in tal modo non si libera affatto del peso, bensì ne deve portare uno molto più pesante, insopportabile. Porta il giogo di sé stesso, che si è scelto da solo.

Capito? Ne deve portare uno più pesante, che è il giogo di sé. Quindi Dio — dice Bonhoeffer — è un Dio del portare. Dio, il figlio di Dio, ha portato la nostra carne, ha portato la croce, ha portato i nostri peccati, ci ha portato la riconciliazione. Noi credo che non finiremo mai e non potremo mai meditare abbastanza questo mistero: il mistero della nostra redenzione. Mai potremo riflettere abbastanza sul fatto che Gesù ha portato tutti i nostri peccati; che Gesù, attraverso la croce, liberamente accettata, ci ha procurato la riconciliazione.

Quindi capite quanto è importante confessarsi bene, perché stiamo parlando del Sangue di Cristo che mi riconcilia con il Padre: “A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi”. Altro che dire: “Ah no, ma nella morte in croce di Gesù tutti i debiti sono stati assolti, tutti i peccati stati cancellati; quindi, adesso è il tempo della festa”. Sì, in un certo senso è vero che è il tempo della festa, è vero perché festeggiamo proprio tutto quello che vi ho fin qui detto, festeggiamo questa possibilità, la possibilità di riconciliarsi con il Padre. Ma non dobbiamo scordare che questa festa della riconciliazione, questa festa della divina misericordia, ci è data a prezzo e nel nome del Sangue di Gesù Cristo. E questo non possiamo dimenticarlo. Quindi se la mia gioia, la mia festa, è fondata sul Sangue del Figlio di Dio, beh, insomma, cerchiamo di non sprecarlo, di non disprezzarlo, di non maltrattarlo, di non maltrattare questo sacrificio, questa offerta, questa possibilità. Come? Vivendo bene il sacramento della riconciliazione; il più possibile, per quanto nelle nostre possibilità, che vuol dire: prepararci bene; che vuol dire: viverlo bene; che vuol dire: dopo, mettere in atto tutte quelle strategie necessarie per conservare il più possibile, il più intatto possibile quel fuoco di amore, di speranza, di fede, che viene riacceso in noi attraverso l’assoluzione sacramentale.

Uno dice: “Ma come si fa?”. 

Guardate, prendete il catechismo della Chiesa Cattolica — non il Compendio, prendete il catechismo della Chiesa Cattolica nella versione completa. Il catechismo della Chiesa Cattolica, tra le tante cose, affronta anche i sette sacramenti, giustamente. Quindi anche il sacramento della riconciliazione. Andate a leggere la sezione dedicata al sacramento della riconciliazione, c’è un’intera sezione. Fidatevi di quel testo, leggete con i vostri occhi quello che c’è scritto: è ancora valido, il catechismo della Chiesa cattolica non è stato abrogato, non è stato gettato nell’immondizia, nel cestino, è ancora il catechismo della Chiesa Cattolica. 

Andate a leggere che cos’è il peccato, quali sono i peccati, andate a leggere che cos’è un atto umano, andate a leggere che cos’è un atto morale, andate a leggere che cosa vuol dire confessarsi. Andate a leggere e lì vedrete molto bene come deve essere fatta una confessione: in modo corretto, senza cadere nello scrupolo, senza cadere in un vano e sciocco timore o pudore, senza cadere nella superficialità, nella banalità, nell’imprecisione, nel qualunquismo. Vivendolo in modo equilibrato. Come si fa? Leggi il catechismo della Chiesa Cattolica, sottolineati con i classici pastelli rosso e blu e l’evidenziatore giallo le parti fondamentali, tirati giù la tua sintesi e avrai visto, avrai notato subito, che hai le coordinate fondamentali per poter vivere bene questo sacramento stupendo, meraviglioso, che è costato il Sangue di Cristo. 

Nel messaggio della Divina Misericordia dato a suor Faustina Gesù viene proprio a richiamare e indicare questo Sacramento. Proprio ce lo mostra, ci dice: “Forza!”. Tra pochi giorni festeggeremo San Pio da Pietrelcina. Lui ha fatto del sacramento della confessione, vissuto e amministrato, l’impegno della sua vita: era sempre in confessionale! Sempre lì. Non è che uno spende una vita intera in una cosa che non serve o che serve relativamente. E guarda un po’, la chiesa del convento di San Giovanni Rotondo era stracolma. È così. Non è che Padre Pio facesse conferenze, super omelie, super discorsi, no, celebrava la Santa Messa, lunga a non finire, in un orario improponibile — alle cinque del mattino — eppure c’era la coda. Vento, pioggia, grandine, tempesta, caldo, freddo… la coda, c’era la coda fuori per entrare in chiesa, c’era la coda di giorni per potersi confessare con Padre Pio. Ma tutto questo popolo di Dio era forse impazzito? No, semplicemente aveva trovato un Santo, che aveva fatto di quello che stiamo leggendo la sua vita. E quindi lì c’era un frammento di paradiso. E la gente lo sente, il popolo di Dio lo sente subito. Subito sente quando c’è un angelo in terra, subito, corre. Corrono tutti, tranne gli empi; o meglio, anche gli empi capiscono, ma invece di correre per imparare e per cadere in ginocchio e per farsi perdonare e per convertirsi, corrono per perseguitare, per ammazzare, per denigrare, per diffamare, per calunniare. Questa è la vita di San Pio da Pietrelcina perché, come dice il Montfort, ma come del resto dice Gesù nel Vangelo al capitolo otto di San Giovanni: i figli del diavolo fanno guerra ai figli del padre suo [di Gesù]. Quindi è così.

Quindi dovremmo confessarci di frequente. Non smetterò mai di dirlo: dovremmo imparare a confessarci di frequente, molto di frequente.

Non dimentichiamoci che San Carlo Borromeo si confessava una volta al giorno. Era scrupoloso? Beh, io spero che non ci sia nessuno che si spinga ad affermare — io lo dico sottovoce, perché ho quasi paura — che San Carlo Borromeo fosse scrupoloso. Vogliamo forse dire che San Carlo Borromeo non aveva capito il sacramento della confessione? Già mi si drizzano i peli solo a pensarlo. No, non diciamolo, non diciamo queste cose e neanche pensiamole tra di noi, lasciamo perdere. Impariamo da San Carlo Borromeo che la confessione è un fatto serio, che dovrebbe essere un elemento costantemente presente nella nostra vita, gioiosamente presente, perché è l’incontro con la misericordia di Dio, col Sangue del Figlio.

“Ho vergogna!” — “Ma di che cosa? Ma di che cosa? Ma vai con la semplicità di un bambino. Vai con la semplicità di un bambino a dire quello che hai fatto, ci vogliono tre minuti. Basta…” — “No, no padre, non ce la faccio, non ce la faccio, non ce la faccio, ho troppa vergogna, ho fatto troppe cose brutte”.

Quando andavo in carcere — in quella grazia che Dio mi ha fatto di poter andare sei anni a San Vittore — uno dei miei compiti — a dire il vero il mio preferito — era quello di preparare i detenuti alla confessione. Io non ero ancora sacerdote, perché sono stati sei anni proprio corrispondenti ai miei studi teologici in preparazione al sacerdozio, quindi non ero ancora sacerdote. 

Quando i detenuti (che, capite, è una situazione un po’ diversa dalle Clarisse che si vanno a confessare) mi dicevano: “No guardi, fra’ Giorgio, non ce la faccio, non ce la faccio, non ce la faccio, non ci riesco, ho troppa paura, troppa vergogna” io gli dicevo: “Guardate, facciamo così: prendete un pezzo di carta e scrivete tutto quello che vi viene in mente, tutto, scrivetelo tutto. Poi, quando arriva il sacerdote, voi dite: «Guardi padre, io non ce la faccio. La mia confessione è scritta, è qui, gliela do»”.

Considerate che tutto il sabato pomeriggio io ero dedicato (ero da solo) al centro clinico del carcere — tutti gli ammalati del carcere, gli operati e non solo, anche gli ammalati clinici, e i malati psichiatrici — che era al piano terra. E quindi io li aiutavo a preparare questa confessione, a scriverla, e loro la mettevano lì, poi io avvisavo il sacerdote e dicevo: “Guardi che ho cinque, sei, sette persone che si devono confessare”. Il cappellano di allora era bravissimo, veramente bravo, molto, molto bravo, correva subito, perché mi diceva: “Fra’ Giorgio, quando c’è da confessare dimmelo subito, che devo correre, perché sai, non si può rimandare la confessione di un detenuto” — “No, no, assolutamente”. Quindi io prima di uscire gli portavo la lista dei nomi dei detenuti che volevano confessarsi, con su scritto il nome, il raggio, la cella e tornavo dopo una settimana. 

Quando tornavo la settimana dopo capivo dallo sguardo, dal sorriso, e dal volto che si erano confessati! Avevano un volto… trasfigurato. Gli occhi: due soli. Il sorriso come poche volte nella mia vita ho visto. Pur essendo lì, nel reparto di ammalati, sembrava che la sofferenza li avesse abbandonati. Erano gli uomini più felici del mondo. Quando arrivavo: “Fra’ Giorgio! Vieni, ti devo raccontare”. Dopo, ovviamente, quando io arrivavo, arrivava il momento del racconto; quindi, mi dovevano raccontare com’era andata la confessione. Io dicevo che non bisognava fare questa cosa, ma vabbè, poi alla fine mi sono arreso, perché ai bambini… quando uno recupera questa innocenza, diventa un bambino; quindi, al bambino non è che puoi mettergli tante regole. E allora stavo lì… che poi non è che lo raccontavano solamente a me, lo raccontavano a tutti, cioè le confessioni diventavano pubbliche. Una volta fatta, i peccati quasi diventavano pubblici perché una volta che l’hai superata, quello che è passato è passato. Quindi ti dicevano: “Sai, sono andato a dire: «Ho fatto questo… ho fatto quell’altro…», eh, ma che bello, guarda, adesso sono proprio felice, mi sono proprio liberato, mi sento proprio perdonato dal Signore, ma fra’ Giorgio, ma guarda…”; e tutti che ascoltavano; dopo cominciavano: “Ah, ma anch’io, anch’io voglio venire, anch’io la voglio fare…”.

Questo è il potere del sacramento della riconciliazione. Io ho visto dei miracoli… Un giorno, chissà, magari vi racconterò qualcuno dei miracoli operati non da un santo, non dalla Vergine Maria, operati dal sacramento della riconciliazione. Ho visto miracoli operati dal sacramento della riconciliazione, li ho visti con i miei occhi. Miracoli spirituali, psicologici, incredibili. Ma io li ho visti con i miei occhi. Momenti veramente stupendi, meravigliosi. E vabbè, mi fermo, perché come vedete quando parlo di questo sacramento, poi mi perdo. 

Come Cristo salvaguarda la comunione con il Padre nel portare, così il portare di chi è alla sua sequela è comunione con Cristo. 

Quindi viene proprio salvaguardata questa comunione col Padre, questa appartenenza, e così noi con Lui. Non bisogna liberarsi da questo peso, perché sennò dovremmo portare un giogo più pesante, che è il giogo di noi stessi. La croce, di fatto, ci libera da noi stessi. Mi fermo.

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.

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