Catechesi di lunedì 11 giugno 2018
Ciclo di catechesi “La Fede: dubbio o Abbandono? La Scelta di una vita”
Relatore: p. Giorgio Maria Faré
Ascolta la registrazione della catechesi:
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Brani commentati durante la catechesi:
Dal diario di Cleonice Morcaldi: “Un equivoco doloroso”
Ero molto occupata a scuola; non potendo parlargli a voce, scrissi un biglietto al Padre per esporgli alcuni dubbi di coscienza. Il giorno dopo quella consorella che mi perseguitava mi disse: «Per forza ti devono venire quei dubbi, ce ne dai occasione».
Rimasi senza parola, mi affrettai ad entrare in chiesa. Quel che successe nell’anima mia Dio solo sa. Il nemico approfittò della mia coscienza sconvolta per sussurrarmi: «Fidati pure di Padre Pio, guarda com’è riservato. Tutto quello che tu gli dici lo fa sapere a quella».
Non volevo credere a quello che il bugiardo mi diceva in quel momento di sconvolgimento, ma ripetevo a me stessa: le parole che ella mi ha ripetuto sono precisamente quelle che ho scritto al Padre.
Perché gliele ha riferite, sapendo che va in cerca di nuovi pretesti per perseguitarmi di più?
Non potendo parlare a voce al Padre, scrissi un biglietto che gli mandai tramite un mio parente. Fu quella una prova studiata da satana per tentare di allontanarmi da lui.
Soffrii tanto, ma soffrì di più il povero Padre che la mattina dopo mi mandò questa letterina, la quale mi tolse una sofferenza e me ne dette un’altra maggiore, che mi lacerò il cuore. La risposta del Padre era questa:
«Mia sempre più cara figliuola. Gesù sia sempre l’unico centro di tutte le tue aspirazioni. Egli sia il tuo conforto, il tuo sostegno, la tua guida.
La tua lettera mi ha trafitto l’animo, non per quello che mi scrivi, che ne avresti tutte le ragioni se rispondesse al vero; ma per quello che hai sofferto e che soffri tutt’ora.
Non sono stato io che ho detto quello di cui tu mi accusi, perché mi sarei guardato bene dal farlo; ma sei stata tu stessa che l’hai fatto sapere, eccitando in quella disgraziata la maledetta gelosia.
Ricordi quegli appunti da te fatti su quel pezzo di carta? “Sogni reali”? Ebbene, tu lo smarristi vicino al quadro della Madonna di Pompei. Lei lo trovò. Ecco spiegato l’enigma!
E dopo questo mi serberai ancora del rancore? Vorrai anche tu andartene via? Se lo vuoi, fallo pure. Io sarò per te sempre quello che fui. Sarò per te il buon Padre del figliuol prodigo. Piangerò, mi amareggerò; ma starò, qual novello Tobia, sempre alle vedette, attendendo il ritorno del suo Tobiolo! E se avrò la fortuna di veder ritornare il mio figliuoletto, gli correrò incontro, gli getterò le braccia al collo, lo stringerò al mio cuore; lo coprirò di amplessi e di baci… e piangerò di consolazione per aver riacquistato il mio figlioletto perduto e ne benedirò il Padre celeste.
Ti benedico con tutte le tenerezze del mio cuore». P. Pio Capp.
Piansi amaramente. Il rimorso di aver amareggiato quel cuore sì buono mi straziò giorno e notte, e per tanti giorni. Mi convinsi sempre più che, vicino alla roccaforte di Cristo, c’era il quartiere generale di satana che, senza sosta, lavorava per strappare le anime a Gesù e al Padre. Ma interveniva sempre l’invincibile Giuditta, l’Immacolata.
Piangendo chiesi perdono al Padre, il quale si commosse tanto del mio dolore che mi disse:
«Non solo ti perdono, ma ti assicuro che ti amo di più, e che tu mai più dubiterai del mio amore».
Lo ringraziai e gli chiesi la grazia di morire, prima di dargli il più piccolo dispiacere. Me la promise, anzi disse che tale grazia era già fatta.
Il Signore permise questo anche perché io conoscessi sempre di più la tenerezza del Padre per l’anima mia. E quando gli chiesi se avessi conosciuto tutto il suo amore per me, mi rispose:
«Non ancora; un po’ alla volta».
Allora lo supplicai di farmelo conoscere tutto prima di morire. Mi rispose:
«Per questo ti ho eletta, perché attraverso il mio amore tu conoscessi quello di Gesù. Eleviamoci sempre più in alto, figlia mia!».
Da “Storia di un’anima” di S. Teresa di Lisieux
“Qualche volta non posso fare a meno di sorridere intimamente vedendo quale cambiamento abbia luogo dall’oggi al domani, è fiabesco. Mi dicono: «Ha avuto ragione ieri di essere severa; da principio ero rivoltata, ma poi mi sono ricordata di tutto, e ho visto che lei era molto giusta. Ascolti: quando ieri sono andata via, pensavo: “E finita, vado a trovare Nostra Madre, e le dico che non tratterò più con suor Teresa”. Ma ho sentito che era il diavolo a ispirarmi così, e poi mi è parso che lei stesse pregando per me; allora sono rimasta buona buona, e la luce ha cominciato a splendere, ma ora bisogna che lei m’illumini del tutto, e per questo eccomi qua».
La conversazione s’ingrana subito; io sono arcifelice di poter seguire la china del cuore, facendo a meno di servire pietanze amare.
Sì, ma… mi accorgo ben presto che non si può correr troppo, una parola potrebbe distruggere il bell’edificio costruito tra le lacrime.
Se ho la disavventura di pronunciare qualche sillaba che sembri attenuare ciò che ho detto il giorno avanti, vedo la sorellina che si dà da fare per riattaccarsi ai rami… allora faccio, nell’intimo, una preghiera, e la verità trionfa sempre. Ah, preghiera e sacrificio formano tutta la mia forza, sono le armi invincibili che Gesù mi ha date, toccano le anime ben più che i discorsi, ne ho fatto esperienza spesso.”
Testo della catechesi
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Buonasera a tutti, ben ritrovati. Questa sera non affrontiamo la Sacra Scrittura, perché ormai l’abbiamo affrontata tutto l’anno, quindi possiamo permetterci di “assaggiare” anche qualche altro testo, almeno per stasera; e vorrei concentrarmi su due testi, uno che riguarda S. Pio da Pietrelcina e uno di S. Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo.
Il tema di cui parliamo riguarda la fede in modo diretto, frontale, e tocca tutti noi nella nostra vita. È, in un certo senso, il cuore attorno al quale ruota la nostra esperienza di fede, la nostra esperienza umana. E voi capite che, se un cuore ha un infarto, è morte per tutto: tutto muore in quel corpo, non può esistere un corpo senza cuore.
L’argomento che tratteremo è chiarissimo a livello teorico, ma a livello pratico è difficilissimo. Credo di poter dire che è la cosa più difficile che ci sia all’interno della vita umana e spirituale.
Prendo il testo dal diario di Cleonice Morcaldi, e terrei proprio il titolo che lei dà a questo capitolo, a questo evento dolorosissimo della sua vita, della sua esperienza con Padre Pio. Vi ripeto: è qualcosa che, certamente, capita a tutti — in modi e con intensità diverse — ma capita a tutti.
Stiamo attenti, perché se riguarda proprio il fulcro, come è accaduto a lei, è in gioco la nostra salvezza eterna. Non è un dettaglio. Il titolo che lei dà è: “Un equivoco doloroso”. Lei scrive così:
Ero molto occupata a scuola; — Cleonice Morcaldi era una maestra — non potendo parlargli a voce, scrissi un biglietto al Padre per esporgli alcuni dubbi di coscienza. Il giorno dopo quella consorella che mi perseguitava — lei dice “consorella”, noi oggi la chiameremmo “amica”; c’erano alcune donne che, divorate dalla gelosia e dall’invidia, ne facevano di tutti i colori a Cleonice — mi disse: «Per forza ti devono venire quei dubbi, ce ne dai occasione».
Una frase che ha scatenato il pandemonio; una frase! Noi possiamo rischiare di perdere tutto per una frase, capite?
Rimasi senza parola, mi affrettai ad entrare in chiesa. Quel che successe nell’anima mia Dio solo sa. Il nemico approfittò della mia coscienza sconvolta…
Il demonio approfitta sempre di una coscienza sconvolta, sempre; quando la nostra coscienza è sconvolta, quando la nostra coscienza è turbata, quando la nostra coscienza è inquieta, state sicuri che è il momento in cui arriva il demonio, perché è proprio il momento nel quale noi siamo maggiormente scoperti, siamo più deboli, siamo più fragili, siamo più vulnerabili.
… per sussurrarmi:
Ecco la tentazione terribile che, come abbiamo visto nei mesi passati, si chiama dubbio. Il demonio è il maestro del dubbio, ma del dubbio quello radicale, del dubbio cattivo, del dubbio perfido, del dubbio infernale proprio.
«Fidati pure di padre Pio, guarda com’è riservato. Tutto quello che tu gli dici lo fa sapere a quella».
Guardate, noi non dobbiamo essere superbi e stolti. Il demonio è molto più intelligente di noi; prima di tutto perché è di natura angelica, e noi non lo siamo; secondo, perché è purissimo spirito, e noi non lo siamo; terzo, perché ha una conoscenza di Dio decisamente maggiore della nostra. Questi tre aspetti non sono da sottovalutare. La frase che lui le dice è un’opera d’arte. In una coscienza sconvolta, in una mente turbata, una frase del genere è una bomba ad orologeria. Lei, nello scrivere, fa proprio una radiografia perfetta della psicologia; quello che succede a lei, succede a noi.
Non volevo credere a quello che il bugiardo mi diceva in quel momento di sconvolgimento,
Lei è cosciente, dice: “No; questa cosa che sento sussurrarmi viene dal demonio”, lo riconosce, non dice che non se n’è accorta, no, lei lo riconosce, lei dice: “Io non volevo credere a ciò che il bugiardo mi diceva in quel momento”. Quindi: “Io sono sconvolta, sto male e riconosco che il demonio mi sta tentando”; quindi, è chiaro quello che ha nella testa e nell’anima.
… ma ripetevo a me stessa: le parole che ella mi ha ripetuto sono precisamente quelle che ho scritto al Padre.
Tu puoi avere tutta la volontà di opporti al demonio, tu puoi avere tutte le consapevolezze che quella frase è falsa, ma se tu non rinneghi l’evidenza che hai davanti agli occhi, tu sei finito, perché vince lui. Quello che lei doveva rinnegare — e non l’ha fatto — non è la frasetta che lui le dice, ma è l’evidenza che lei ha, che per lei era evidentissima — poi vedrete cosa succede perché, dopo prenderà un colpo pazzesco, questa Cleonice. Cleonice ha un’evidenza chiarissima; lei dice: “Sì, va bene, sarà anche vero che quello è il demonio, però c’è un problema: lei mi ha detto le stesse cose che io ho scritto. Come ha fatto a saperle? Gliele ha dette Padre Pio.”
Se adesso io vi chiedessi: secondo voi, come ha fatto a saperlo? Pensate se voi scriveste un biglietto al vostro confessore: “Io ho rubato le mele”; non potete vedere il confessore e glielo fate avere. Il giorno dopo viene una persona e vi dice: “Ah, ci credo che tu sei sempre in ginocchio in chiesa a pregare, tu rubi le mele!”. Voi cosa pensereste? Non che l’abbia letto chi glielo ha passato, perché chi gliel’ha passato non lo va a dare alla sua nemica, cioè, non è che uno lo legge e glielo va a dire alla sua nemica; è un po’ troppo! Infatti Cleonice non lo pensa; anche perché, se tu hai un biglietto delicato da dare al tuo confessore, non lo vai a dare alla persona più improbabile della terra, tu andrai a scegliere tra cento persone la persona più affidabile, più fidata, più sicura del mondo. E gli dici: “Guarda, per favore, da questo biglietto al padre”.
Noi tutti penseremmo: “Padre Pio ha parlato” (come dicono i carcerati), proprio con quella più improbabile! È andato a prendere la mia nemica; hai capito quanto è inaffidabile quell’uomo? Hai capito quanto mi odia? Quanto è infingardo? Quanto è bugiardo? Hai capito quanto è falso? Quanto è bieco? Cioè, non solo mi tradisce, non solo tradisce il segreto confessionale, ma, in più, va anche a dirlo alla persona peggiore del mondo.
Del resto, scusate, lei ha scritto un biglietto, e quella lì è venuta a sapere il contenuto, le ha detto esattamente le stesse cose che Cleonice aveva scritto. Noi diremmo: “Come faceva a saperlo? Mica legge nella palla magica”.
”Il padre ha tradito: lei mi ha ripetuto esattamente quello che ho scritto a lui”; questa frase che lei ha nella testa è già la sconfitta di Cleonice: ha accettato l’attacco del diavolo, si è fatta morsicare, Cleonice è avvelenata. Ma il veleno mica si ferma, inizia ad agire quindi: seconda frase:
Perché gliele ha riferite, sapendo che va in cerca di nuovi pretesti per perseguitarmi di più?
È una domanda retorica questa, cioè: “Quell’uomo è veramente un mostro. Altro che Padre Pio, santo Padre Pio; è un demonio. È vero quello che dicono gli altri, che è un demonio. Questo, sapendo proprio che lei mi perseguita, gli va a dire proprio le cose più delicate della mia coscienza, capito? Un mostro!”.
Non è che le vengono due dita di cervello nella testa, da dire: ma ti pare!? Non ti puzza, questa storia? Non ti puzza che tu improvvisamente hai scoperto che Padre Pio è un bugiardo, un falso? Tutto normale, tutto sereno, è giusto che sia così! Fa niente tutto quello che Padre Pio ha fatto per lei, tutto quello che ha costruito nella sua coscienza, gli aiuti che le ha dato quando studiava — perché qui c’è una storia pregressa immensa, bellissima — no, è tutto azzerato. La frase di quella arpia azzera tutta la memoria di bene che lei ha ricevuto; distrugge tutto, come una bomba atomica, disintegra tutto. Che uno dice: “Quest’unica frase come sta in tutto il pregresso di bene che ho ricevuto?”; non ha importanza, quest’unica frase azzera e annulla tutto il bene che ho ricevuto.
Noi siamo tutti fatti così, tutti, nessuno si salva e per questo dobbiamo stare molto attenti, perché il demonio, con un attacco del genere, è capace di distruggere famiglie, amicizie, rapporti spirituali, è capace di fare disastri pazzeschi per niente. Lei, se fosse stata veramente umile, avrebbe fatto un altro discorso — che le farà Padre Pio tra poco — ma lei umile non era, non era ancora umile veramente; credeva di essere umile perché pregava, perché stava in chiesa, perché andava alla Messa di Padre Pio, perché amava Padre Pio. Sì, sì, noi siamo pieni di pie illusioni ma è quando succedono queste cose che si vede se uno è veramente umile ed è veramente spirituale, oppure no. Vedete la fede? Questa è la fede. Lei non ha mai avuto fede vera in Padre Pio, non ha mai creduto veramente in Padre Pio, e questa prova rivela perfettamente l’infedeltà di Cleonice, che pensa al male.
E tutto questo si crea così perché lei non può raggiungere Padre Pio; il demonio è furbo: sapendo che lei non può raggiungere Padre Pio, crea questo equivoco terribile, perché così, nello spazio di tempo che separa Cleonice da Padre Pio, lui riesce a rivoltarle la testa e il cuore.
Non potendo parlare a voce al Padre, scrissi un biglietto che gli mandai tramite un mio parente. Fu quella una prova studiata da satana per tentare di allontanarmi da lui.
Il demonio — lui — eccome se ci crede alle cose! Non è come noi, che facciamo tanti versi, tanti salamelecchi, diciamo: io credo qui, io credo là. Il demonio ci crede veramente in Dio, il demonio crede veramente nella potenza del confessore, nella potenza di avere un bravo, un santo confessore. Il demonio sa che cosa succede, sa benissimo che cosa accade se io prendo per confessore un bravo confessore, un santo confessore. Noi invece no; noi diciamo: “Sì, è vero”, ma non ci crediamo veramente! Lui invece, che ci crede veramente, muove i suoi passi al momento giusto e al tempo giusto, nel luogo giusto.
Soffrii tanto, ma soffrì di più il povero Padre che la mattina dopo — noi non abbiamo il biglietto di Cleonice; non sappiamo cosa c’era scritto — mi mandò questa letterina, — che adesso dovete ascoltare, perché è un capolavoro — la quale mi tolse una sofferenza e me ne dette un’altra maggiore che mi lacerò il cuore. La risposta del Padre era questa:
Perché le diede una sofferenza maggiore? Perché, quando Padre Pio — che è Padre Pio — le rivela quello che solo lui poteva sapere, lei scopre che aveva la mela in mano morsicata. E quando si fa questo passo, credetemi, poi non basta una vita per piangere lacrime; perché poi ti senti un Giuda! Così inizia Padre Pio (non sappiamo come ha iniziato lei, ma non ha iniziato sicuramente così, garantito), scrive:
«Mia sempre più cara figliuola. Gesù sia sempre l’unico centro di tutte le tue aspirazioni. — due righe ed è già finita, ha già creato un dislivello di otto milioni di galassie tra lui e lei — Egli sia il tuo conforto, il tuo sostegno, la tua guida. — iniziamo a scavare la buca — La tua lettera mi ha trafitto l’animo, non per quello che mi scrivi, che ne avresti tutte le ragioni se rispondesse al vero; ma per quello che hai sofferto e che soffri tutt’ora. — Capite? Siamo altrove! — Non sono stato io che ho detto quello di cui tu mi accusi, perché mi sarei guardato bene dal farlo; ma sei stata tu stessa che l’hai fatto sapere, eccitando in quella disgraziata la maledetta gelosia. Ricordi quegli appunti da te fatti su quel pezzo di carta? “Sogni reali”? Ebbene, tu lo smarristi vicino al quadro della Madonna di Pompei. Lei lo trovò. Ecco spiegato l’enigma! E dopo questo mi serberai ancora del rancore?
Cioè, avete capito cosa ha fatto Cleonice? Lei, per il suo disordine, per la sua sbadataggine, per la sua superficialità, per la sua approssimazione perde il biglietto, ma mica si pone la domanda che forse la colpa è la sua, ma figurati! Lei pensa: “Quella è venuta a sapere le cose, la colpa è di Padre Pio, ovviamente; io che sono perfetta, io che sono una santa, io che amo Dio, io che sono qui tutto il giorno in chiesa davanti alla Madonna, figurati che io posso perdere all’altare della Madonna un pezzo di carta!”. E invece, cara, sei stata tu, proprio tu, con le tue mani, che ti sei costruita questa disgrazia. E, in più, hai accusato un innocente, tu hai dubitato dell’unica persona di cui non avresti mai dovuto dubitare; tu hai pensato e scritto quelle cose.
Qual è il problema? Che non tutti sono Padre Pio; non tutti conoscono i segreti di Dio; non tutti leggono nel passato, nel presente e nel futuro; non tutti hanno gli angeli custodi che gli vanno a parlare e a riferire le cose come a Padre Pio. Mettiamo che al posto di Padre Pio ci sia un marito, una moglie, un fratello, una sorella, un amico, un’amica, un collega di lavoro, un sacerdote; mettete chi volete al posto di Padre Pio, mettete anche voi stessi al posto di Padre Pio; voi cosa potevate rispondere? Voi potevate dire solo una cosa: “Io non ho dato questo biglietto a nessuno”. Voi non potevate ricostruire la storia, voi non potevate far tornare la memoria a questa persona.
Noi potevamo solo dire: “Non sono stato io; quello che tu dici è falso. Ci sarà un’altra ragione, un altro modo con il quale lei è venuta a saperlo”, e lei avrebbe detto: “Eh no, non c’è nessun modo. Io ho scritto quel biglietto e l’ho dato a te, quindi, se lei è venuta a saperlo, è perché tu gliel’hai detto, inutile che stai qui tanto a girarci intorno”. E tu che continui a dire: “Ma io non l’ho fatto!”.
Vi garantisco che questa storia sarebbe finita male; se Padre Pio non fosse stato Padre Pio, questa storia sarebbe finita nel modo peggiore possibile, perché Cleonice da questo incubo non usciva più; rimaneva con l’idea fissa: “Ma io ho scritto quelle parole e lei ha ripetuto esattamente quelle parole. Se lei le ha dette è perché lei le ha lette e le ha lette da te, non c’è un’altra via”, e da qui non si esce più.
Scrive padre Pio:
Vorrai anche tu andartene via? Se lo vuoi, fallo pure. Io sarò per te sempre quello che fui. Sarò per te il buon Padre del figliuol prodigo. Piangerò, mi amareggerò; ma starò, qual novello Tobia, sempre alle vedette, attendendo il ritorno del suo Tobiolo! E se avrò la fortuna di veder ritornare il mio figliuoletto, gli correrò incontro, gli getterò le braccia al collo, lo stringerò al mio cuore; lo coprirò di amplessi e di baci… e piangerò di consolazione per aver riacquistato il mio figlioletto perduto e ne benedirò il Padre celeste. Ti benedico con tutte le tenerezze del mio cuore». P. Pio Capp.
Noi, quando moriremo, in cielo, davanti a Dio, al giudizio di Dio, avremo di quelle sorprese spaventose, delle sorprese tremende. Noi, alle volte, abbiamo rovinato la vita degli altri — e di altri innocenti — semplicemente a causa del demonio e del nostro cuore perverso e malato. Questo scopriremo! Noi avremo tolto nella nostra vita la fiducia a persone che non avevano colpa, noi avremo guardato male persone che erano innocenti, solo perché abbiamo avuto nella testa idee sbagliate, dettate dal nemico dell’uomo. E questo perché? Perché il nostro cuore è un cuore malato, che non sa vivere di vera fiducia. È un cuore superbo, che pensa che ciò che pensa lui, ciò che vede lui, è più vero di ciò che l’altro ti dice.
Sapete cosa vi dico? È meglio essere traditi e fregati che avere sulla coscienza il sangue innocente. Se quella persona ti dice: “Io non l’ho fatto”, guarda, è meglio che tu venga fregato e che tu riponga la fiducia nella persona sbagliata, piuttosto che rinnegare un innocente; perché il giorno in cui verrai a scoprire — e lo verrai a scoprire prima o poi — che quella persona era innocente… ma neanche se stai giorno e notte in chiesa tu riavrai mai più pace! Se poi per disgrazia quella persona è già morta, è finita! È finita, si diventa pazzi.
Scrive lei:
Piansi amaramente. Il rimorso di aver amareggiato quel cuore sì buono mi straziò giorno e notte, e per tanti giorni. Mi convinsi sempre più — ecco, questa è una cosa importante — che, vicino alla roccaforte di Cristo, c’era il quartiere generale di satana che, senza sosta, lavorava per strappare le anime a Gesù e al Padre.
Dovete vedere assolutamente: “State buoni, se potete”, il film con Johnny Dorelli (e con Branduardi che canta, da giovane) su san Filippo Neri. Anche se l’avete già visto, lo dovete rivedere, perché, nel film, si vede che fuori dall’oratorio di san Filippo Neri, c’è la bottega del demonio. E il demonio tenta di distruggere quello che san Filippo Neri fa e anche quando lui — che sa che dentro quel personaggio lì, della bottega, c’è il demonio — lo va a combattere e lo uccide, il demonio ritorna cambiando le sembianze: prima un uomo, poi una donna. Ma la bottega è sempre quella, anche se cambia quello che ci si fa: prima ci si fanno le pentole, senza i coperchi, poi diventa una dolceria piena di dolci, poi diventa il luogo dove una maga predice il futuro. E quello che è importante notare di quel film (un’intuizione geniale) è che alla fine Cirifischio, il ragazzo che san Filippo Neri aveva tirato via dalla strada, che aveva fatto crescere con sé, verrà impiccato. E questo perché Cirifischio abitava con S. Filippo Neri, ma il suo cuore non era con S. Filippo; lui stava con S. Filippo Neri ma frequentava la bottega davanti. Ogni tanto entrava a curiosare, a guardare, a parlare, a farsi ammaliare. E dai una, dai due, dai tre, dai quattro, alla fine il demonio, facendogli portare un sacco a una persona, gli fa incontrare delle coincidenze tali per cui pianta il coltello nella pancia di uno e viene condannato a morte. E, S. Filippo Neri va là, ad accompagnarlo a morire. Se Cirifischio fosse stato veramente vicino a S. Filippo Neri, se si fosse fidato veramente di lui, non sarebbe morto impiccato.
Il demonio è furbissimo, “la più astuta di tutte le bestie”, dice la Scrittura. Il demonio lavora senza sosta; se lì c’è un santo, state tranquilli che il demonio lì fa la sua roccaforte, per separare le anime. Lui a Cleonice non fa fare chissà quali peccati, ma neanche per sogno! A lui interessa una cosa sola: separare Cleonice da Padre Pio, basta. A lui non interessa nient’altro, perché sa, che una volta che ottiene questo, ha già vinto la battaglia. È come il leone che gioca con la preda, l’importante è separarla, poi è questione di tempo.
Ma interveniva sempre l’invincibile Giuditta, l’Immacolata. Piangendo chiesi perdono al Padre, il quale si commosse tanto del mio dolore che mi disse: «Non solo ti perdono, ma ti assicuro che ti amo di più, e che tu mai più dubiterai del mio amore». Lo ringraziai e gli chiesi la grazia di morire, — perché capite, quando si fa una roba del genere e, per grazia di Dio, si può tornare indietro, dopo si capisce che è meglio la morte che vivere una roba così — prima di dargli il più piccolo dispiacere. Me la promise, anzi disse che tale grazia era già fatta. Il Signore permise questo anche perché io conoscessi sempre di più la tenerezza del Padre per l’anima mia. E quando gli chiesi se avessi conosciuto tutto il suo amore per me, mi rispose: «Non ancora; un po’ alla volta». Allora lo supplicai di farmelo conoscere tutto prima di morire. Mi rispose: «Per questo ti ho eletta, perché attraverso il mio amore tu conoscessi quello di Gesù. Eleviamoci sempre più in alto, figlia mia!».
Io come faccio a sapere che quel Padre Pio è veramente santo? Con tutto quello che si diceva, che si faceva contro di lui? Da una cosa sola; colui che è veramente santo fa questa cosa qua, che è espressa nella frase: “attraverso il mio amore tu conoscessi quello di Gesù”. Quando io ho accanto un santo, attraverso quella persona io sperimento, vedo, vivo un aumento di amore per il Signore. Il mio rapporto con Dio migliora sempre, il mio rapporto con Dio si intensifica, il mio rapporto con Dio si approfondisce, i miei peccati diminuiscono, la mia vita di preghiera aumenta, la mia vita di orazione aumenta, la mia vita cambia in bene, Dio è sempre più presente nella mia vita. Se è così, allora io sono accanto a un santo.
Questa era la cartina tornasole che Cleonice aveva — e non solo lei. Il punto qual è? Che tutti gli altri che non erano Padre Pio, non solo non amano — perché chi non è santo non sa amare — ma fanno finta di interessarsi a te, di ascoltarti, di parlarti, di guardarti. Noi dentro, nel nostro cuore, lo sentiamo se una persona ci ama, che non vuol dire “salamelecchi, bacini, bacetti, topolini”, non è quella roba lì! Quando abbiamo davanti una persona che ci vuole bene, noi lo sentiamo e lo percepiamo quando questo amore ci avvicina di più a Dio e quando invece questo amore ci separa da Dio, cioè ci porta a sé. Chi conosceva Padre Pio, amava Padre Pio, era amato da Padre Pio, ma questo amore a doppio senso non era mai fine a sé stesso, era sempre un amore che conduceva a Dio, era un amore Trinitario, non era mai un amore a due.
S. Teresina dice qualcosa di molto simile:
Qualche volta non posso fare a meno di sorridere intimamente vedendo quale cambiamento abbia luogo dall’oggi al domani, è fiabesco. Mi dicono: «Ha avuto ragione ieri di essere severa; da principio ero rivoltata, — una novizia sta parlando a S. Teresina — ma poi mi sono ricordata di tutto, e ho visto che lei era molto giusta. Ascolti: quando ieri sono andata via, pensavo: “È finita, vado a trovare Nostra Madre, e le dico che non tratterò più con suor Teresa”. Ma ho sentito che era il diavolo a ispirarmi così, e poi mi è parso che lei stesse pregando per me; allora sono rimasta buona buona, e la luce ha cominciato a splendere, ma ora bisogna che lei m’illumini del tutto, e per questo eccomi qua».
Guardate, domani, quando andate a messa, fate un patto tra voi e la Vergine Maria e il patto deve essere questo: se in questo momento della vostra vita tutto è tranquillo, cioè tutte le persone sono al posto giusto, e non vivete queste robe strane, voi segnatevi le persone più importanti della vostra vita, quelle proprio più importanti e il giudizio buono, l’esperienza buona che avete di queste persone. Poi fate questa promessa: dovesse mai succedere — in modo fiabesco, come dice S. Teresina — che la mia testa, dall’oggi al domani, cambia da così a così, e che questa persona, che oggi mi sembra un angelo, domani mattina è un demonio, la promessa che faccio alla Vergine Maria è la seguente: primo, non ne parlo con nessuno, perché sennò sputo veleno negli altri, quindi sto zitta, buona, buona. — È molta sapienza questa: stare zitti, non dire niente a nessuno del macello che hai nel cervello tu in quel momento. — Secondo: non fare il finto mistico, dicendo: “Adesso vado in chiesa e ne parlo con Gesù”; ma cosa vuoi parlare con Gesù che hai il cervello che non sa neanche che cos’è una frittata!
Tu devi fare una cosa sola: devi prendere e, alla velocità della luce, andare dalla persona interessata, che da ieri a oggi è diventata un demonio, e gli parli, come ha fatto questa novizia, che andando da S. Teresina le dice: “Ho capito che c’è qualcosa che non va (infatti, chi è in questo stato, che è terribile, non riesce più a vedere niente), ora ritorno affinché lei mi possa illuminare del tutto e il sole possa splendere”. Questa è l’unica cosa da fare. Voi, a fare questo, cioè a stare zitti, sentirete una repulsione come poche volte nella vita l’avrete sentita; vi sembrerà impossibile. Infatti, sentirete che dovete parlare, parlare, andare a dirlo a tutti, e avrete mille false scuse per farlo — devo avvisare, devo avere consiglio, devo dire, mi devo sfogare — mille cose pur di non tacere. Infatti, poi, comincia quella tiritera per cui al telefono uno dice: “Pronto, ciao come stai?” — “Malissimo!” — “Cosa è successo?” — “Guarda, devo dirti una cosa, ma tu non dirlo a nessuno, è un segreto che non devi dire a nessuno” — “Tranquillo, non lo dico a nessuno” — “Sai cosa è successo? — “No” — “…” e diciamo tutto quello che abbiamo dentro. Poi mettiamo giù il telefono e la persona a cui abbiamo raccontato il fatto prende di nuovo il telefono e con un’altra persona ricomincia: “Pronto ciao come va?” — “Malissimo” — “Cosa è successo?” — “Non dirlo a nessuno, è un segreto che non devi dire. Tu non sai cosa mi è successo adesso! Sai che mi ha chiamato Tizio’” — “E cosa ti ha detto?” — “Ah, sapessi cosa mi ha detto …” e avanti così e in un’ora lo vengono a sapere venti persone. Voi in un’ora avete distrutto una persona, e questo perché? Perché io non sono stato zitto, non sono stato capace di tacere al momento opportuno, come fa invece questa novizia di S. Teresina.
L’unica persona alla quale dovete dirlo è proprio quella persona lì che in quel momento vi sembra il demonio. Voi dovete andare da quella persona e dire: “Guarda, io sto vivendo questa cosa …”; e se questa cosa riguarda vostro marito, non andatela a dire all’amica del Cotton club, ma andate a dirla a vostro marito e chiedete spiegazioni a lui, è l’unica persona alla quale dovete dirlo.
Scrive S. Teresina:
La conversazione s’ingrana subito; io sono arcifelice di poter seguire la china del cuore, facendo a meno di servire pietanze amare. Sì, ma… mi accorgo ben presto che non si può correr troppo, una parola potrebbe distruggere il bell’edificio costruito tra le lacrime.
Quelli sono i momenti delicatissimi; chi è “la vittima” di questa cosa, cioè la S. Teresina di turno (e lo siamo un po’ tutti, chi prima, chi dopo), è inutile che butti addosso miliardi di parole alle persone, non serve e bisogna stare molto attenti e misurare ogni parola perché, in quei momenti è come avere a che fare con uno col cuore aperto in sala chirurgica.
Se ho la disavventura di pronunciare qualche sillaba che sembri attenuare ciò che ho detto il giorno avanti, vedo la sorellina che si dà da fare per riattaccarsi ai rami… allora faccio, nell’intimo, una preghiera, e la verità trionfa sempre. Ah, preghiera e sacrificio formano tutta la mia forza, sono le armi invincibili che Gesù mi ha date, toccano le anime ben più che i discorsi, ne ho fatto esperienza spesso.
Ecco, io queste cose ve le ho volute leggerle perché, all’interno del ciclo di catechesi sulla fede, non ci si può esimere dal trattare un argomento così importante e così delicato. Perché, credetelo, a me tante volte in confessionale (e vi garantisco che in confessionale nessuno mente) mi è capitato di sentire dire da Tizio, da Caio e da Sempronio: “Padre, io quella cosa non l’ho fatta ma, a quella persona, non glielo toglie dalla testa nessuno che invece io l’ho fatta. Non so come è potuto succedere, ma io non l’ho fatta, io non sono colpevole di quella cosa lì”. E io gli dico: “Cosa vuoi fare! Nessuno di noi può entrare nella testa delle persone”.
Veramente, se ci tocca questa parte e noi l’accettiamo diventiamo carnefici, distruggiamo la vita delle persone perché gli togliamo via la pace, gli togliamo via la serenità, gli togliamo via il rapporto con Dio, gli facciamo perdere ore, ore, ore di tempo; perché? Per niente, perché abbiamo detto dato retta al demonio. Tu hai questo pensiero? Glielo vai a dire; ma perché dirlo ad un’altra persona? È semplice, perché noi siamo vigliacchi, noi siamo paurosi, non abbiamo il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, di prendere le persone in faccia, di petto, di fare un discorso a quattro occhi seduti uno davanti all’altro, non siamo capaci! Dobbiamo sempre andare dietro, nel buio, non sappiamo stare davanti. Allora mandiamo messaggini su messaggini, stiamo lì con le dita così, come se fossimo delle scimmie che cercano di mangiare le noccioline. Ma prendi e vai a trovare quella persona, santa pazienza! Chiamala al telefono, dille: “Senti, se non posso venirti a trovare, ti parlo chiaramente, devo dirti una cosa, abbi pazienza, ci impiego venti minuti, ma ti devo dire delle cose”. E tu, in quel modo, risolvi la questione. La cosa più intelligente da fare è andare dalla persona e dire; “Scusami, ma perché hai fatto così?”, oppure: “Ho in mente questa cosa, tu cosa ne pensi?” oppure: “Ho visto che hai fatto questa cosa, perché l’hai fatta?” o “Perché ti sei comportata così?” “Perché non mi rispondi?” “Perché non mi dici?”. Fare così è la cosa migliore, non c’è una via migliore.
Quando io ero giovane — e ai miei tempi non c’erano i cellulari, grazie a Dio — quando c’era un problema si prendeva la bicicletta e si andava a casa del compagno e di solito tutto finiva sempre in un gelato. Tutto partiva con: “la nostra amicizia è finita per sempre” ma dopo tre ore di parole, parole, parole, tutto finiva con un gelato, ed eravamo più amici di prima. Ma sapete perché? Perché il volto, l’incontro con la persona, il potersi parlare, ma voi non avete idea di quanto risolve! La persona ha la possibilità di spiegarsi.
Diamo credito alle persone, non andiamo là già con l’idea “chi ha ragione sono io, tu hai torto”, no! Andiamo lì per capire; la persona deve spiegarsi, dire il suo pensiero, dire quello che sente; magari ti dice: “Mah, guarda, non lo pensavo, non lo volevo fare”, oppure ti dice: “Si l’ho fatto ma ho sbagliato, mi dispiace, mi è scappata”. Capita! E, allora, diamo la possibilità alla persona di dire due parole, andiamo a incontrarla, staremo meglio noi di sicuro e starà meglio la persona, di sicuro; ci avremmo guadagnato tutti.
Tutti noi vorremmo essere trattati così, sapete? Peccato che poi, quando tocca a noi, non trattiamo così gli altri. Perché tutti noi diciamo: “A me piace che le cose me le dicano in faccia. A me piace sentirmele dire. A me le cose piace risolverle chiaramente davanti”; bene, allora tu lo fai, tu ti comporti così, con tutta la fatica del caso (andare ad affrontare la persona, rischiare di essere magari trattata un po’ duramente e quant’altro). Tu lo fai, lo fai sempre, e se fai così va bene. Ed è questo che dobbiamo fare, altrimenti vengono fuori queste cose che abbiamo letto stasera — di Padre Pio e di S. Teresina — dove poi, alla fine, si portano a casa grandi sconfitte e la vita non è più quella di prima, non è più bella come prima.
Se la mia mamma e il mio papà mi hanno amato per vent’anni, non è possibile che un fatto distrugga quella cosa, capite? Se con quel mio amico siamo amici da trent’anni è impossibile che quella cosa lì distrugga un’amicizia. Quindi faccio memoria e dico: io so il bene che ho ricevuto, il bene che abbiamo vissuto, condiviso; questa cosa non so collocarla. Siamo umili, dobbiamo dircelo che noi a questa cosa non sappiamo darle un nome e nel caso di Cleonice pensare: io non so perché quella lì ha saputo dire esattamente quello che c’era scritto nel mio biglietto, non lo so! E se non ci fosse stato Padre Pio lei non l’avrebbe saputo mai, l’avrebbe saputo in cielo quando moriva. Quindi Cleonice avrebbe dovuto dirsi: “Non lo so perché lei l’ha potuto leggere, ma non posso dubitare di Padre Pio! Non posso dubitare di quest’uomo che mi ha così tanto amato ed aiutato; non è possibile! L’avrà saputo in un modo che a me sfugge”. E, tra parentesi, guarda caso, l’ha saputo per colpa di Cleonice che aveva perso il biglietto! Questo è il paradosso della situazione: che alla fine di tutto, la causa di tutto sono io.
Guardate, questa cosa succede anche a noi che abbiamo la lingua troppo lunga, parliamo prima di pensare, facciamo errori pazzeschi, pasticciate pazzesche e magari neanche ce ne accorgiamo. Dopo vengono fuori i disastri! Se noi fossimo più attenti, se fossimo più silenziosi, più prudenti, più riservati, meno linguacciuti …
Leggete “La forza del silenzio” del Cardinal Sarah, perderete la lingua! Leggete quel libro e capirete quanto è importante tacere invece di continuare a parlare, parlare in continuazione.
Non va bene fare così perché noi non possiamo vedere, noi non siamo Dio. Se c’è un rapporto di fiducia, se anche quella cosa a me sembra un male, c’è dentro un bene; dovrò capire dov’è questo bene. Se lei fosse andata subito da Padre Pio o avesse aspettato quei due giorni, gli avrebbe potuto dire: “Padre, è successo questo fatto, ma secondo lei come è possibile?” E lui avrebbe detto: “Ma Cleonice, non ti ricordi che hai dimenticato il biglietto?”.
Noi dobbiamo recuperare la virtus dell’incontro personale con le persone, del parlarsi viso a viso, dell’andare a trovare la persona a casa sua, del dire: “Mi prepari una camomilla che stasera vengo a casa tua a parlare? Voglio stare un po’ con me, mi prepari un gelato? Fai un tè, fai una tisana”.
Quindi, impariamo a creare l’occasione, impariamo a creare quelle opportunità per poter stare con la persona, ma non in gruppo, a tu per tu; se abbiamo qualcosa da risolvere, bisogna risolvere a tu per tu. Invitatela a pranzo, invitatela a cena, andate fuori a fare una passeggiata, andate a mangiare un gelato, fate quello che volete ma cercate di creare l’occasione per stare con quella persona e chiarirvi e mettere i fondamenti per poter ricominciare una cosa nuova. Sapete, alle volte si può anche arrivare a dire: “Va bene, allora prendiamo atto del fatto che io e te siamo incompatibili (succede, ci sono caratteri incompatibili). Però prendiamone atto e chiudiamo bene questa storia; prendiamo atto del fatto che io non sono cattivo, tu non sei cattivo o cattiva, siamo due persone che amiamo il Signore, semplicemente, per natura, non siamo fatti l’uno per l’altro. Basta! Ci saluteremo, ma non potremo avere qualcosa in più, non perché siamo maliziosi o perché siamo cattivi, ma semplicemente perché siamo incompatibili. E andiamo avanti sereni, senza bisogno che ti diffamo, che ti calunnio, parole alle spalle, dico peste e corna su di te, vado a fare chissà quali ricerche su chissà chi! Ma viviamo nella semplicità! Prendiamo atto del fatto che non siamo Dio.
Io posso pensare di piacere a tutti? Ma per l’amor del cielo, ma non è possibile! Ma neanche Gesù piaceva a tutti! Dobbiamo essere molto umili; ciascuno di noi porta con sé dei difetti, delle fragilità, delle imperfezioni tali per cui qualcuno le può so portare e qualcun altro no. E io per questo ho bisogno di denigrare, diffamare quella persona, perché non piace a me?
Guardate che veramente queste robe qui sono pazzie! “Siccome tu a me non piaci, io ti devo distruggere”, ma perché? Ma non posso semplicemente dire che tra me e te non c’è un accordo, non c’è un’intesa? Ma non è abbastanza questo? Perché ti devo distruggere? Perché ti devo diffamare? Perché devo parlare male di te? Perché devo andare a riferire ad altri cose che riguardano me e te?
Che poi, guardate, state tranquilli, state certi che quelle cose, quella persona, le verrà a sapere nel modo peggiore possibile, ve lo garantisco! Non è oggi, non è domani, tutto il male che di quella persona voi avrete detto all’orecchio di qualcun altro arriverà e voi non lo saprete neanche. Non è un bel vivere! Dopo è inutile che andiamo davanti al Santissimo Sacramento a dire: “Gesù, Gesù, Ti amo”, perché questa è cattiveria. È sufficiente che io dica: “Io con quella persona non mi trovo”; basta, punto, fine, senza bisogno di buttare addosso la calce agli altri. E facendo così io vado libero e la persona va libera; io posso andare davanti al Signore a far la Comunione in santa pace, con la testa dritta; senza bisogno di sentirmi un verme perché la sera prima, o il giorno prima, ho calunniato quella persona, ho parlato male di quella persona.
Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.
Informazioni
Padre Giorgio Maria Faré ha tenuto queste catechesi tutti i lunedì alle ore 21 presso il Convento dei Padri Carmelitani Scalzi di Monza.
















