Catechesi di lunedì 9 luglio 2018 – Ultima catechesi del ciclo 2017-2018
Ciclo di catechesi “La Fede: dubbio o Abbandono? La Scelta di una vita”
Relatore: p. Giorgio Maria Faré
Ascolta la registrazione della catechesi:
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Brano commentato durante la catechesi:
Secondo libro dei Maccabei, capitolo 14, versetti 37-46
37Fu denunciato a Nicànore un certo Razìs, degli anziani di Gerusalemme, uomo pieno di amore per la città, che godeva grandissima fama, chiamato padre dei Giudei per la sua benevolenza. 38Egli infatti, nei giorni precedenti la rivolta, si era attirato l’accusa di giudaismo e realmente per il giudaismo aveva impegnato corpo e anima con piena generosità. 39Volendo Nicànore far nota a tutti l’ostilità che aveva verso i Giudei, mandò più di cinquecento soldati per arrestarlo; 40pensava infatti che, prendendo costui, avrebbe arrecato loro un grave colpo. 41Ma, quando quella truppa stava per occupare la torre e tentava di forzare la porta del cortile, dando ordine di portare il fuoco e di appiccarlo alle porte, egli, accerchiato da ogni lato, rivolse la spada contro se stesso, 42preferendo morire nobilmente piuttosto che divenire schiavo degli scellerati e subire insulti indegni della sua nobiltà. 43Non avendo però portato a segno il colpo per la fretta della lotta, mentre la folla premeva fuori delle porte, salì arditamente sulle mura e si gettò giù coraggiosamente sulla folla. 44Questa, subito indietreggiando, fece largo e così egli cadde in mezzo allo spazio vuoto. 45Poiché respirava ancora, con l’animo infiammato, si alzò, mentre il sangue gli usciva a fiotti e le ferite lo straziavano, di corsa passò in mezzo alla folla, salì su di un tratto di roccia 46e, ormai completamente esangue, si strappò gli intestini e prendendoli con le mani li gettò contro la folla. Morì in tal modo, invocando il Signore della vita e dello spirito perché di nuovo glieli restituisse.
Testo della catechesi
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Come momento conclusivo di questo percorso di catechesi, volevo proporre alla vostra attenzione un testo un po’ particolare, che credo non abbiate mai letto, mai sentito, anche perché è un po’ difficile. Siamo al Secondo libro dei Maccabei, capitolo 14, versetto 37. Il testo dice così:
37Fu denunziato a Nicànore un certo Razis degli anziani di Gerusalemme, uomo pieno di amore per la città, che godeva grandissima fama e chiamato per la sua benevolenza padre dei Giudei.
Abbiamo davanti un uomo profondamente buono, profondamente vero, profondamente amante della città, profondamente dedito alla legge del Signore, un giudeo, addirittura chiamato “padre dei Giudei”.
38Egli infatti nei giorni precedenti la rivolta si era attirata l’accusa di giudaismo e realmente per il giudaismo aveva impegnato corpo e anima con piena generosità. 39Volendo Nicànore far nota a tutti l’ostilità che aveva verso i Giudei, mandò più di cinquecento soldati per arrestarlo; …
Nicànore compie un atto esagerato: manda cinquecento soldati contro un uomo. Vuole compiere un atto eclatante, vuole fare scena, vuole dare una lezione a tutti, far capire la sua profonda ostilità.
40pensava infatti che, prendendo costui, avrebbe arrecato loro un grave colpo. 41Ma, quando quella truppa stava per occupare la torre e tentava di forzare la porta del cortile e ordinavano di portare il fuoco e di appiccarlo alle porte, egli, accerchiato da ogni lato, si piantò la spada in corpo, 42preferendo morire nobilmente piuttosto che divenire schiavo degli empi e subire insulti indegni della sua nobiltà. — Questa è la frase cardine — 43Non avendo però portato a segno il colpo per la fretta della lotta, mentre la folla premeva fuori delle porte, salì coraggiosamente sulle mura e si lasciò cadere a precipizio sulla folla con gesto da prode. 44Essi lo scansarono immediatamente lasciando uno spazio libero ed egli cadde in mezzo allo spazio vuoto. 45Poiché respirava ancora, con l’animo infiammato, si alzò, mentre il sangue gli usciva a fiotti e le ferite lo straziavano e, attraversata di corsa la folla, salì su di un tratto di roccia, 46ormai completamente esague; si strappò gli intestini e prendendoli con le mani li gettò contro la folla; morì in tal modo invocando il Signore della vita e dello spirito perché di nuovo glieli restituisse.
Un testo un po’ macabro, un po’ violento (un po’ tanto…). Ovviamente non è un testo che incita alla violenza, non incita al suicidio, non incita ad andarci a strappare gli intestini sui picchi dei monti, o a buttarci giù dalle torri, o a suicidarci. Che cosa può darci questo testo, soprattutto a conclusione di un cammino di catechesi centrato sulla fede e che si sporge su un tempo delicato, qual è il tempo estivo, il tempo della vacanza?
Come vi ho detto prima, è importante la frase:
preferendo morire nobilmente piuttosto che divenire schiavo degli empi e subire insulti indegni della sua nobiltà
Razis compie questi gesti, lui compie questo suicidio così violento, perché non vuole essere fatto schiavo. Noi, di chi possiamo essere fatti schiavi? Del peccato. Qui noi sentiamo echeggiare il motto di S. Domenico Savio: morire, ma non peccare; meglio la morte, che il peccato. Io vi auguro che Razis sia per ciascuno di voi — in questo tempo di sospensione della catechesi, in questo tempo di riposo, in questo tempo dove ciascuno farà altro — un po’ la figura sintetica e anche simbolica di questo cammino di fede. Cioè, noi per nessuna ragione siamo chiamati a cadere nelle mani degli empi, nelle mani del demonio, nelle mani dei vizi, nelle mani del peccato; perché, se noi facciamo questo, noi subiremo insulti indegni della nostra nobiltà. E qual è la nostra nobilità? La nostra nobiltà è che noi siamo figli di Dio, che noi siamo tempio dello Spirito Santo, che in noi vive la Santissima Trinità; noi riceviamo il Corpo e il Sangue di Cristo, capite, non è una cosa da poco!
A questo mondo tante realtà cercano di farci dimenticare la nostra nobiltà; tante realtà cercano di strapparci il nostro essere figli di Dio, e così veniamo a essere insultati nella parte più profonda della nostra identità, che è quella, appunto, del vivere in grazia di Dio. Lui preferisce morire che cadere nelle mani di uomini empi, e sembra che non muoia, sembra un highlander: si mette una spada nella pancia e non muore, cade giù da una torre e non muore, e solo alla fine muore, quando si strappa gli intestini. Umanamente, se io cado da una torre muoio, se mi infilzo la pancia con una spada muoio, non ho bisogno di arrivare fino all’estremo e di squartarmi! Ma questo è come per significare che lui aveva proprio deciso che non poteva essere diversamente: col peccato non si può scendere a compromesso, mai. Noi siamo troppo abituati a scendere a compromesso per salvarci. E a Razis mandano addosso cinquecento soldati, capito? Per uccidere una persona, non ci vogliono cinquecento persone, ne basta una, e, se vogliamo essere sicuri, due o tre, ma è sufficiente.
I santi dicono che quando l’inferno si accorge che un’anima si sta dirigendo verso Dio, si scatena l’inferno intero. Cioè, tutto l’inferno si organizza per fare guerra e, alle volte, la nostra fede (nonostante sappiamo che esiste la risurrezione dei morti, nonostante Gesù ce l’abbia mostrata) è inferiore a quella di Razis.
Alle volte non sembra che noi crediamo nel Signore della vita e dello Spirito, e che Dio può darci l’impossibile, può darci addirittura un’altra vita, che non c’entra niente col tema della reincarnazione, ma centra col tema del fatto che io muoio e cado nelle mani del Signore della vita, io muoio per vivere, perché una vita nelle mani nemiche è peggio della morte, non è vita. Vivere una vita dove il peccato regna sul mio corpo, sulla mia anima, non è vita; e Razis ci dice che è meglio morire nobilmente, meglio morire conservando la propria identità nobile, meglio morire liberi, che fare una vita da schiavi.
E allora, senza arrivare alla torre o alla spada, noi potremmo chiederci che cosa, nella nostra esistenza, di fatto, avrebbe bisogno di essere tagliato. Se vi ricordate, Gesù nel Vangelo dice: “Chi vuol venire dietro a me rinneghi sé stesso”; ecco, questo rinnegare sé stessi è un po’ come trafiggersi, è un po’ come morire, è un trafiggere il proprio io, è un trafiggere i propri gusti, le proprie voglie, i propri desideri, in nome di un bene più grande, che è la nostra nobiltà, che, nella fattispecie, vuol dire la nostra adesione alla volontà di Dio.
Nella vita avete sentito o sentirete questa frase: “Che male c’è!”; quante volte si sente questa frase, ed effettivamente uno, guardando quello che gli viene proposto, vede che non c’è nessun male; ma non c’è neanche il meglio, però! La logica che deve muoverci, non è la logica del bene, dice S. Paolo, ma la logica del meglio: non è solamente “che bene c’è in questa cosa”, ma qual è il meglio che io devo compiere, rispetto a questa scelta o a questa situazione; il meglio per me, per la mia vita, per la mia adesione a Gesù, qual è? In cosa consiste? È bene fare questo passo, ma potrebbe essere meglio non farlo? E ciò che sta sotto non è il peccato, non è che non lo faccio perché faccio peccato, ma non lo faccio perché il bene me lo farebbe fare, ma il meglio mi dice di no, o viceversa.
È molto difficile vivere una vita come Razis, è molto difficile avere questa radicalità interiore, questa capacità di adesione alla verità, che mi fa dire un no radicale a tutto ciò che è male, un no profondo, un no senza condizioni, senza se e senza ma. Non posso intaccare la mia nobiltà, e per questo devo essere pronto a buttare dalla torre tutto ciò che non c’entra, tutto ciò che potrebbe essere un bottino per il nemico, tutto ciò che è troppo pesante, che è troppo ingombrante, che è troppo legante, tutto ciò che di fatto mi impedisce una vita cristiana libera. Perché, vedete, il cristiano è per antonomasia libero, è un uomo libero, perché la peggiore schiavitù che può capitare a un cristiano è quella del peccato. E Cristo, di fatto, libera il cristiano dal peccato, cioè lo porta ad una via bellissima, una via di adesione totale a Lui. E questa via di adesione totale a Lui è la via che, di fatto, poi gli permetterà di sperimentare la libertà più importante, che è quella di dire: io posso veramente scegliere di essere diverso, rispetto alla pressione dei cinquecento che mi stanno addosso — perché cinquecento sono cinquecento. Ed è una pressione reale, perché colui che si mette a seguire il Signore, di fatto sperimenta veramente questa pressione. È vero che, prima di mettersi dietro al Signore, uno non sente chissà quale persecuzione e, quando inizia invece a seguire il Signore, comincia a sentirsi un po’ accerchiato, come se non avesse più respiro; ma questo fa parte del combattimento, questo fa parte dell’esperienza di Razis, e lui infatti comincia a correre, comincia a fuggire, comincia a dire: no, io questa cosa non la voglio. E, se notate, lui è solo, è completamente solo, non gli si fanno intorno gli altri Giudei per difenderlo, non trova un amico, un sostegno umano; l’unico sostegno che Razis ha, è il sostegno della sua coscienza, che gli indica, in quel momento, qual è la cosa giusta da fare. Anche noi abbiamo una coscienza e, grazie al cielo, non dobbiamo decidere se suicidarci oppure no; le nostre scelte sono un po’ diverse. Però, scegliere il peccato è una sorta di suicidio, perché io scelgo la morte della grazia, e infatti, quel genere di peccato, si chiama peccato mortale, perché uccide. Il peccato è la forma suprema di suicidio, perché io ammazzo, dentro di me, la presenza della grazia di Dio. Infatti, il sacramento della confessione, voi lo sapete, si chiama il sacramento dei morti, perché, chi è morto, lì ritrova la vita: il Sangue di Cristo lo fa risorgere dalla morte del peccato che porta dentro di sé. Infatti, uno arriva al confessionale triste e, alle volte, va via anche piangendo, e alle volte va via molto sereno ma, in tutte e due le volte, va via avendo fatto un’esperienza nuova, comunque un’esperienza liberante, cioè, ciò che effettivamente ti libera dal male.
Ecco, credo sia importante dirlo: cerchiamo in tutti i modi di mantenerci lontani da questi cinquecento, non abbiamo mai la presunzione di andargli incontro, di volerli sconfiggere noi, di volerli affrontare, Razis di fatto fugge. Alle volte è una lotta impari e, se noi pensiamo ai martiri, loro hanno fatto questa scelta, non si sono suicidati, ma hanno detto: io non accetto il compromesso del male per salvarmi la vita. Noi spesse volte accettiamo molti compromessi, per salvare la nostra vita: accettiamo di dire no quando è sì; accettiamo di dire sì quando è no, accettiamo di girare la testa dall’altra parte, quando sappiamo che guardare e vedere potrebbe essere un problema; accettiamo di non ascoltare, quando invece la coscienza ci chiama ad ascoltare attentamente certe situazioni, e decidiamo di tacere, quando invece dovremmo parlare, quando invece la verità, la difesa di ciò che è vero, ci impone di dire qualcosa; quando l’adesione al Vangelo ci impone di andare contro noi stessi e di prendere una posizione.
Ecco, questo è un testo breve, non è un testo che occupa chissà quale quantità di ore per la sua spiegazione, a meno che uno non si metta a fare un’esegesi, ma allora è un altro discorso. Io ho voluto scegliere questo testo a conclusione, perché vorrei tanto che questo tempo estivo fosse proprio un tempo illuminato, come se Razis ci precedesse e ci aiutasse ad arrivare a settembre, affrontando poi il nuovo cammino, a Dio piacendo, proprio con questo taglio interiore, di aver detto: io vivo questo tempo estivo e affronto un nuovo anno, proprio col desiderio di avere la mia spada e di avere la mia torre: la mia spada per tagliare tutto ciò che cerca di avvinghiarmi e la mia torre per buttar giù tutto ciò che mi è di peso, mi è di ostacolo, e che non mi permette di volare, tutto ciò che di fatto rappresenta un problema.
È un po’ un’anticipazione del capitolo 5 del Vangelo di S. Matteo, dove Gesù dice: “Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, se il tuo piede ti è occasione di inciampo, se la tua mano ti è occasione di peccato… taglialo, gettalo via da te; è meglio per te entrare zoppo nel regno dei cieli che con due piedi, due occhi, due mani andare nella geenna”. Ovviamente Gesù non ci sta insegnando a mutilarci, ad amputarci gli arti, Gesù ci sta insegnando che dobbiamo assumere una posizione radicale. E guardate, oggi, se c’è una cosa che proprio non gira, non vive, è la radicalità, perché tutto ciò che è radicale è eccessivo, esagerato. Invece, tutto ciò che è radicale, è reale, perché il giorno è il giorno e la notte è la notte, il caldo non è il freddo e il freddo non è il caldo. La vita è radicale: quando tu nasci, nasci, non puoi tornare indietro, e quando tu muori, muori; quando tu ti ammali, tu ti ammali; è radicale. Ma noi non diciamo mai: ma come è radicale luglio, perché fa caldo! No, luglio è luglio, non è che fa caldo perché è radicale, fa caldo perché è luglio. “No, ma io a luglio vorrei la neve”, ma non è reale!
La stessa cosa vale per la nostra vita cristiana: se tu sei un cristiano, è reale che tu rigetti il male, non è un’esagerazione, è semplicemente reale. Io realmente, per vivere la mia dignità cristiana, devo rigettare radicalmente il male. E la radicalità è condizione essenziale, necessaria, perché ci sia la realtà; e infatti noi, se a luglio venisse la neve, diremmo: non ci sono più le stagioni di una volta, è anormale. E, così dicendo, non ci accorgiamo che stiamo definendo normale ciò che è radicale, ciò che non ammette un’altra possibilità: a luglio non può nevicare, così come nella vita del cristiano non può, non deve, esistere il male. Tu a dicembre le ciliegie non le hai; e se tu forzi, dicendo: “Ma io voglio essere morbido, non voglio essere radicale, e io a dicembre vado a fare una passeggiata in centro in costume”, tu sei liberissimo di affermare la non radicalità della tua vita, tranquillo, ma sai che, alla sera di quel giorno, avrai la broncopolmonite, basta, questo è reale. E noi abbiamo bisogno di fare esercizi di realtà, abbiamo bisogno di imparare, dalla realtà che guardiamo, quello che è reale e prenderlo e introdurlo nella nostra vita spirituale.
Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.
Informazioni
Padre Giorgio Maria Faré ha tenuto queste catechesi tutti i lunedì alle ore 21 presso il Convento dei Padri Carmelitani Scalzi di Monza.















