Catechesi di lunedì 2 luglio 2018
Ciclo di catechesi “La Fede: dubbio o Abbandono? La Scelta di una vita”
Relatore: p. Giorgio Maria Faré
Ascolta la registrazione della catechesi:
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Brano commentato durante la catechesi:
Lettera di San Paolo ai Romani, Capitolo 14
1 Accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza discuterne le esitazioni. 2 Uno crede di poter mangiare di tutto, l’altro invece, che è debole, mangia solo legumi. 3 Colui che mangia non disprezzi chi non mangia; chi non mangia, non giudichi male chi mangia, perché Dio lo ha accolto. 4 Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone; ma starà in piedi, perché il Signore ha il potere di farcelo stare. 5 C’è chi distingue giorno da giorno, chi invece li giudica tutti uguali; ciascuno però cerchi di approfondire le sue convinzioni personali. 6 Chi si preoccupa del giorno, se ne preoccupa per il Signore; chi mangia, mangia per il Signore, dal momento che rende grazie a Dio; anche chi non mangia, se ne astiene per il Signore e rende grazie a Dio. 7 Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, 8 perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore. 9 Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi. 10 Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio, 11 poiché sta scritto: Come è vero che io vivo, dice il Signore, ogni ginocchio si piegherà davanti a me e ogni lingua renderà gloria a Dio.
12 Quindi ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso. 13 Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non esser causa di inciampo o di scandalo al fratello. 14 Io so, e ne sono persuaso nel Signore Gesù, che nulla è immondo in se stesso; ma se uno ritiene qualcosa come immondo, per lui è immondo. 15 Ora se per il tuo cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo carità. Guardati perciò dal rovinare con il tuo cibo uno per il quale Cristo è morto! 16 Non divenga motivo di biasimo il bene di cui godete! 17 Il regno di Dio infatti non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: 18 chi serve il Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini. 19 Diamoci dunque alle opere della pace e alla edificazione vicendevole. 20 Non distruggere l’opera di Dio per una questione di cibo! Tutto è mondo, d’accordo; ma è male per un uomo mangiare dando scandalo. 21 Perciò è bene non mangiare carne, né bere vino, né altra cosa per la quale il tuo fratello possa scandalizzarsi. 22 La fede che possiedi, conservala per te stesso davanti a Dio. Beato chi non si condanna per ciò che egli approva. 23 Ma chi è nel dubbio, mangiando si condanna, perché non agisce per fede; tutto quello, infatti, che non viene dalla fede è peccato.
Testo della catechesi
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Buonasera a tutti, bentrovati. Questa sera ci concentriamo su questo testo: Lettera ai Romani, capitolo 14.
1Accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza discuterne le esitazioni.
Cosa vuol dire? Vuol dire che nella fede ci sono percorsi molto diversi. Santa Teresa d’Avila scrive che non esiste un’anima uguale all’altra e quindi non esiste un percorso di fede uguale all’altro: ognuno ha il suo percorso di fede, ognuno ha la sua storia di fede, ognuno ha la sua storia di amore con Dio. E non esiste — da quando l’uomo è su questa terra — una storia d’amore uguale all’altra; ogni storia d’amore, ogni storia di amicizia è a sé; così è nella fede. E, nella fede, ci sono persone che hanno più esitazioni, più fatiche, più resistenze, e ci sono persone che, per il loro percorso, ne hanno meno, ne hanno di diverse, magari di un’intensità diversa, di una modalità diversa. Sta di fatto, però, che c’è qualcuno che esita più degli altri, che fa più fatica degli altri. San Paolo ci dice: “Siete chiamati ad accogliere chi è debole” cioè, chi fa fatica a credere lo dovete accogliere: accoglierlo senza mettervi a discutere delle sue esitazioni. Che, concretamente, cosa vuol dire? Vuol dire non interrogarlo, dicendo: “Ma come? Ma tu non credi? Ma come, ma tu non vai a Messa tutti i giorni? Ma tu non digiuni due volte a settimana? Ma tu non dici cinque rosari al giorno? Ma tu non fai un’ora di meditazione? Perché tu ti comporti così? Perché tu fai così? Perché la vita di fede la vivi così? Perché tu non fai come faccio io? Guarda che quella cosa lì è sbagliata!”
Noi non siamo chiamati a discutere le altrui esitazioni; noi non siamo chiamati a mettere il nostro interesse, la nostra intelligenza, nelle fatiche degli altri; noi siamo chiamati a testimoniare la nostra fede, che è un’altra cosa. Non sono chiamato ad andare dalla persona a dire “perché, per come e per quando”, o a fare lo stupito — “Come mai tu non fai così? Come mai tu non riesci a fare questo?” — questo non è il nostro compito. Noi siamo chiamati a testimoniare e ad accogliere, ognuno con il suo percorso. E San Paolo scrive:
2Uno crede di poter mangiare di tutto, — il tema del cibo è sempre stato il grande tema. Qui, poi, nel passaggio dalla legge mosaica, dall’ebraismo al cristianesimo, son dolori! Tutto il tema della purità rituale… c’è un mondo qui sotto! — l’altro invece, che è debole, mangia solo legumi. 3Colui che mangia non disprezzi chi non mangia; chi non mangia, non giudichi male chi mangia, perché Dio lo ha accolto.
Se siamo battezzati, se facciamo parte della comunità cristiana, non stiamo lì a guardarci uno nel piatto dell’altro. “Perché tu mangi? Perché tu prendi questo al posto di quell’altro? Perché tu fai così e non fai cosà?”. Quindi, lui dice: “Chi pensa di poter mangiare di tutto…”. Il ragionamento che sta sotto è: siccome gli idoli non sono niente, non sono nessuno, la carne immolata agli idoli non è niente, la puoi mangiare. Ma siccome alcuni, venendo dal paganesimo, avevano ancora dentro un po’ questa paura, quindi dicevano di credere in Gesù però, magari, c’era ancora qualche “idolino” a cui pensavano, quindi dicevano: “Ho un po’ paura e allora quella carne lì immolata io non è che me la sento molto di mangiarla” allora S. Paolo dice: “Tu ti senti di mangiarla, mangiala; ma questa libertà non deve portarti a disprezzare chi non la mangia”; cioè, siccome tu sei più libero, non devi disprezzare chi non è libero, chi fa fatica, chi ancora non è arrivato a quel punto; perché questo è un peccato. Così come chi non è libero non deve giudicare chi invece è libero: tu che non mangi, non devi giudicare chi mangia, perché ciascun’anima ha il suo percorso, ciascuna coscienza ha la sua storia di fede, e va rispettata.
Invece, chi non digiuna dice a chi lo fa: “Eh, ma ti metti a digiunare? Ma che senso ha quella roba lì di un altro tempo? Ma non fare il bacchettone!”; e chi digiuna a chi non lo fa: “E tu non digiuni? Ecco, vedi che fede languida, che hai! Vedi come sei carnale, come sei goloso, incapace di ascesi?”, e così uno critica l’altro. E questo non è solamente sul cibo, è su tutto; su tutto quel comportamento tale per cui uno si sente in coscienza di poter fare questo (ovviamente, si intende, dentro i dieci comandamenti) e l’altro dice: “No, questa cosa non me la sento di farla”. Ecco, rispettiamoci! È un po’ il discorso che facevo la volta scorsa: rispettiamo le diversità, quando sono lecite; vanno rispettate!
Uno è seduto in chiesa e a un certo punto si sente di mettersi in ginocchio davanti al Tabernacolo per pregare il Signore; lasciamolo stare. L’altro, invece, preferisce stare seduto, e stia seduto. Hanno due percorsi diversi, e nessuno è chiamato a mettersi lì col dito a puntare sulla vita dell’altro. Perché poi guardate che noi, da queste cose, facciamo venir fuori le guerre perché noi ci guardiamo in cagnesco se vediamo che uno porta un cappello di colore diverso dal mio; subito scattano immediatamente una marea di giudizi pazzeschi, perché uno non è uniformato secondo quel protocollo. Ma, grazie al cielo, Gesù ci ha lasciati molto liberi. Siccome «Dio l’ha accolto» — dice S. Paolo — chi sei tu per metterti lì a dire: “Ma io”? Infatti, prosegue S. Paolo:
4Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone; ma starà in piedi, perché il Signore ha il potere di farcelo stare.
Tu non sei morto per quella persona! Perché ti agiti? Fai il tuo, fai la tua parte, fai la tua testimonianza, ma poi lascia agire il Signore, lascia che sia il Signore a fare il suo percorso. Il Signore saprà, a tempo opportuno, intervenire per dare la possibilità a quella persona di stare in piedi. E, soprattutto, noi non possiamo giudicare perché una persona fa in un modo piuttosto che nell’altro. Come facciamo a sapere cosa c’è nel cuore di un uomo? Facciamo fatica a sapere cosa c’è nel nostro cuore, come facciamo a sapere cosa c’è nel cuore di un altro? Noi non lo sappiamo, noi non sappiamo niente.
Certo, possiamo giudicare un atto esteriore; vi faccio un esempio: questa signora si sta sventolando con un ventaglio in chiesa perché fa un caldo terribile; io che sono qui che la guardo, posso dire: “Mamma mia, che donna, non è neanche capace a sopportare un po’ di calore. È una donna senza penitenza, senza spirito di sacrificio. Ha bisogno addirittura di prendere un ventaglio e sventolarsi, mentre io sto parlando”: questo è il caso “A”. Nel caso “B” potrei invece dire: “Ringraziamo il Signore che ha un ventaglio, perché magari questa signora soffre di pressione bassa e se adesso non si sventola in questa maniera, sviene tra dieci minuti. Quindi è molto opportuno che si dia un po’ d’aria”. La stessa cosa valutata da due prospettive diametralmente opposte. Caso “C”: questa signora usa il ventaglio e a me cosa interessa? A me e alla mia preghiera che differenza fa se questa signora usa il ventaglio? Gira la testa dall’altra parte, se ti dà fastidio! Che problema ti dà, che quella signora si sventoli col ventaglio?
Noi questo dovremmo raggiungere: io vengo in chiesa, io incontro le persone, non per stare a vedere quello che fanno, come lo fanno, ma semplicemente per vivere la mia vita di fede; dove l’altro non è che non mi interessi o sia relativizzato, ma non è roba mia. La mia preoccupazione verso l’altro viene manifestata da una vita ricca di testimonianza cristiana vera, non da una vita ficcanaso, impertinente, giudicante, acida. Cioè, non tocca a me. Scrive san Paolo:
5C’è chi distingue giorno da giorno, chi invece li giudica tutti uguali; ciascuno però cerchi di approfondire le sue convinzioni personali.
Guardate, frase migliore di questa non poteva essere scritta, magari fosse così! Tu la fai in un modo, quell’altro la fa in un altro. Ma c’è un problema che è grande come una casa, ed è una domanda: tu fai così, ma perché lo fai? Se fate questa domanda, voi aprite un vaso di Pandora che non avete idea cosa succede! Perché noi, spesse volte, non sappiamo perché facciamo le cose in quel modo; sappiamo solo che le facciamo, ma non sappiamo perché. Non ci siamo mai posti il problema del perché. “Perché tu, quando entri in chiesa, ti bagni con l’acqua benedetta e non ti fai il Segno di Croce senz’acqua?” — “Perché il battistero è posto quasi fuori dalla chiesa o, comunque, nella parte più esterna, in fondo, più lontana dall’altare?” “Perché, quando hai fatto la Comunione, ti metti in ginocchio e non ti siedi, o non passeggi?”. Noi non lo sappiamo, e non sapremmo rispondere. Noi — ve l’ho già detto tante volte — facciamo cose che non sappiano motivare e quando iniziamo a spiegarle, perché siamo alle corde, sarebbe meglio alzare bandiera bianca e dire: “Mi arrendo!”, perché escono di quei ragionamenti di uno strampalato… Spesse volte si rivela un’ignoranza pazzesca, perché effettivamente non siamo preparati, perché non ci siamo preparati a sapere. Perché viviamo in questo modo? Perché facciamo queste scelte? Non lo sappiamo. E allora San Paolo dice, come abbiamo già letto: «C’è chi distingue giorno da giorno, chi invece li giudica tutti uguali; ciascuno però cerchi di approfondire le sue convinzioni personali». Cioè: tu devi sapere quello che pensi, perché lo pensi, e quello che fai, perché lo fai. Questo è fondamentale, è importantissimo saperlo, devi ancorarlo a un fondamento, devi trovare una ragione. Quasi da dire: non è importante se tu la vuoi verde o se tu la vuoi gialla, è importante sapere perché la vuoi di quel colore lì. È importante che tu sappia le ragioni profonde, vere, delle tue scelte e delle tue azioni, delle tue idee e delle tue posizioni.
Ma fate voi l’esame da soli; andate a casa, prendete carta e penna, e provate a scrivere le risposte a queste domande: “Perché io tutti i giorni vado a Messa? Perché io mi confesso? Perché io prego? Perché io dico il Rosario?” e poi provate a farle leggere a qualcuno (magari con minimo di preparazione), così che possa dirvi se è una spiegazione ragionevole, oppure è una spiegazione senza fondamento, che non sta in piedi.
6Chi si preoccupa del giorno, se ne preoccupa per il Signore; chi mangia, mangia per il Signore, dal momento che rende grazie a Dio; anche chi non mangia, se ne astiene per il Signore e rende grazie a Dio.
È bella questa riflessione di S. Paolo, che ci invita a dire: “Guarda che quella persona che tu stai per giudicare, quello che fa lo fa per la tua stessa ragione; tu fai digiuno per il Signore e quella persona mangia per il Signore”. Magari la sua motivazione non è ancora maturata, magari è ancora un po’ acerba, va un po’ smussata. È tutto vero, ma perché lo fa? Perché quella persona si comporta così? È molto presumibile che lo faccia per il Signore.
Noi, nella nostra vita, credetelo, possiamo arrivare a fare degli errori incredibili, con la convinzione interiore di farlo per Dio. E questo ci dovrebbe far pensare, perché ci dovremmo dire: quanto è difficile mettersi in discussione! Quanto è difficile chiedersi: “Ma tu sei proprio sicuro che il Signore vuole questo da te? Non è che magari vuole altro? Tu dici che lo fai per il Signore, ma sei sicuro che lo fai per il Signore? O lo fai per te stesso? Sto in chiesa un’ora: lo fai per il Signore o lo fai perché ti piace?
Tutti siamo capaci di credere, quando tutto va bene; ma, quando tutto non va più bene, continuiamo a credere? Continuiamo a rimanere attaccati al Signore? Quando la nostra vita comincia a scricchiolare, noi dove ci collochiamo? Capite, è veramente difficile. Di sicuro dobbiamo dare il credito buono di pensare che quella persona fa quello che fa perché pensa di rendere gloria a Dio; noi diciamo, allora: “Ma è impossibile, è incredibile!”. No, è possibilissimo; e magari, se glielo chiedi, ti dice anche: “Son convinto che il Signore vuole questo da me; son convinto che il modo migliore di onorare il Signore è questo”. Quindi, capite, da una parte c’è l’aspetto che lo fa per il Signore e, dall’altra, c’è l’aspetto che noi per primi dobbiamo chiederci se veramente lo facciamo per il Signore, e quanto di noi stessi c’è in quel fare o in quel dire.
7Nessuno di noi, infatti, vive per sé stesso e nessuno muore per sé stesso, — speriamo — 8perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore. 9Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.
Quindi, il suo ragionamento, che è bellissimo, perfetto, dice: qualunque cosa io faccio, lo faccio per il Signore e quindi non conta neanche più tanto quello che faccio. Ovviamente ciò non significa che posso fare il male “perché tanto…” ma quello che conta nel fare il bene, nel condurre una vita buona, è che tu lo stai facendo per il Signore e che tutto è del Signore. Se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore; se noi mangiamo, mangiamo per il Signore; se noi dormiamo, dormiamo per il Signore; se noi amiamo, amiamo per il Signore; se io ti sono amico, ti sono amico per il Signore; se io lavoro, lavoro per il Signore, non lavoro per i soldi, non lavoro per arrivare chissà dove, lavoro per il Signore; se non lavoro, non lavoro per il Signore. Cioè, qualunque cosa io faccia, devo avere la coscienza che la sto facendo per il Signore, non per me, non per gli altri, non per altro.
10Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio …
Certo, forse, magari, ci dovremmo anche chiedere se ci siamo mai posti il problema che ci presenteremo al tribunale di Dio. Non so se noi ci pensiamo, se pensiamo al fatto che un giorno moriremo e qualcosa al Signore dovremmo raccontare. Noi dovremmo andare a dire qualcosa a Dio, e S. Paolo dice: “Ecco, stai attento perché, se giudichi e disprezzi…”; perché il giudizio va di pari passo con il disprezzo. Quando noi giudichiamo, di solito nessuno esce assolto. Quando noi giudichiamo, sono tutti condannati, tranne noi, ovviamente. Tutti sono condannati, perché diciamo: questo fa così per questo; questo fa così per quell’altro; questo si comporta così per questa ragione; l’altro si comporta così per un’altra ragione. Oppure: io so che, se fa così, lo fa perché vuole mettersi in mostra; e ognuno ci mette dentro del suo, in tutto questo e, alla fine, la persona rimane condannata, cioè la persona, dopo, non ha più spazio.
E guardate che noi siamo capaci di arrivare a tal punto che una persona potrebbe anche cambiare totalmente la sua vita e nella nostra vita non entrare mai, perché noi ormai abbiamo giudicato la persona, l’abbiamo condannata. Ci sono antipatie che vanno avanti da secoli, ci sono rivendicazioni, vendette, risentimenti che sono capaci di abitare nel cuore di un uomo per secoli e secoli; tutto perché noi, quando esprimiamo un giudizio, basta, quello è. E la persona non ha la possibilità di emendarsi da quel giudizio, e allora S. Paolo dice: “Ricordati che anche tu sarai giudicato, anche tu sarai chiamato a doverti presentare davanti a qualcuno”, solo che questo qualcuno è l’Essere Perfettissimo; quindi, immaginati tu, creatura, che ti presenti davanti all’ essere Perfettissimo; cosa gli dirai?
12Quindi ciascuno di noi renderà conto a Dio di sé stesso. — Dovrà rendere conto a Dio delle sue scelte, di quello che ha fatto — 13Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non esser causa di inciampo o di scandalo al fratello.
Questo forse vuol dire che da una parte dobbiamo rendere conto a Dio, come abbiamo detto, dall’altra non ci dobbiamo giudicare; la cosa più importante è non far cadere chi abbiamo accanto con la nostra cattiva testimonianza, magari portando la persona al male, peggio ancora, diventando un compagno di male, che è terribile: “Andiamo a fare il male insieme; condividiamo il male”; certo, magari non lo dico, ma ci sono dei modi sottili, suadenti, senza essere espliciti, di condurre l’altra persona al male. Il male può essere un male concreto, un male giuridico — rubare — ma può essere anche un male interiore, un male spirituale e questo vuol dire fare inciampare gli altri. Quando io con le mie parole, con le mie azioni, conduco gli altri a opere di male, a pensieri di male, poi è difficile tornare indietro. Pensate anche quando noi condividiamo i nostri giudizi con gli altri — che si chiamano mormorazioni o calunnie, peggio ancora — come ne usciamo da lì? Non ne usciamo mai vincitori.
14Io so, e ne sono persuaso nel Signore Gesù, che nulla è immondo in sé stesso; ma se uno ritiene qualcosa come immondo, per lui è immondo. 15Ora se per il tuo cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo carità.
Se per la tua libertà, il tuo fratello rimane confuso, tu non stai vivendo secondo la carità, perché la carità dovrebbe prevenire il turbamento dell’altro, io non devo condurre l’altro nel turbamento. Non devo fare cose che lo turbano a motivo del fatto che io sono più libero e che ho già fatto dei passi. Altrimenti ho quella persona sulla coscienza. È un po’ come se uno sta davanti alla televisione e c’è magari un momento, un fotogramma, un qualcosa, che non è proprio puro e magari alla persona quella cosa non interessa, la ritiene una stupidaggine; sì, ma chi è accanto a te che la guarda, la pensa allo stesso modo? Magari vedi la persona che rimane turbata da questa cosa e tu dici: “Ma no, ma va là, sono stupidaggini, ma va avanti a vederle, ma ci mancherebbe, non bisogna mica farsi colpire da queste cose!”. Ma tu cosa ne sai!? Cosa ne sai del passato di questa persona? Cosa ne sai della fatica che ha fatto per imparare a vivere la purezza? Cosa ne sai da giovane dove è andato a finire, commettendo peccati contro la purezza? È un po’ come avere accanto un alcolizzato e dirgli: “Siccome è Natale, tutti beviamo lo spumante, lo Champagne, e tu l’acqua”; scusa, ma ti sembra un atto di carità? Si sa che lui — poverino — da dieci anni non beve più, perché si sta liberando da questo vizio terribile che è l’alcol, e tu, siccome è Natale, dici: “No, ma secondo me non fa niente, io non sono alcolizzato e quindi me lo bevo, tu bevi l’acqua”. Non è giusto, non è un atto di carità! E questo vale su tutto, su qualunque realtà umana. Non devo mai andare a creare quella situazione di tensione o di scombussolamento o di lasciare la persona sconvolta, turbata, perplessa, disorientata. Cosa ci ho guadagnato quando ho sconvolto l’anima di qualcuno, banalizzando quello che per lui è importante? Come quelli che dicono al bambino che va ad accendere la candela alla Madonnina, o che le porta il fiorellino: “Ah, ma che stupidaggini, ma credi ancora in quelle cose?” Perché no? Chi ha detto che non bisogna farlo? Tu non lo fai, io lo faccio; e allora, cosa cambia? “No, ma adesso ti spiego perché non lo devi fare”.
Ma vedete alla fine uno si domanda: ma qual è la ragione per la quale Paolo ha dovuto scrivere queste cose; qual è la ragione che sottende al comportamento che lui stigmatizza. La ragione è molto semplice, è che tutti noi abbiamo una profonda ispirazione: che tutto il mondo diventi il mio clone, la mia fotocopia; tutti devono diventare come me. Chi non è come me, non deve esistere, questo è il punto focale, e le lotte vengono da qui: tu non fai quello che faccio io, e io voglio che tu faccia le cose che faccio io, che tu senta come sento io, che tu pensi come penso io. E infatti noi diciamo: “Ho trovato un amico bellissimo, bravissimo stupendissimo”, caso vuole che, in quel momento che tu lo definisci così, è perché è esattamente uguale a te: la pensa come te, la sente come te, la vive come te, fa tutto quello che fai tu. Guardate, questa roba qui è terribile, pericolosissima; non esisterà mai un vero amore, una vera amicizia, dentro un contesto del genere, nel modo più assoluto. La vera amicizia, il vero amore, esiste all’interno della diversità; è quando si realizza un’unione dentro la diversità, che noi abbiamo la possibilità di realizzare una vera amicizia, un vero percorso, un vero amore, non quando noi due siamo uguali.
Quindi, piuttosto che turbare qualcuno, stiamocene bene zitti; diciamo tutt’al più quella parola (se la vogliamo dire) qualunque essa sia, se vogliamo fare una nostra testimonianza, dire qualcosa di noi che ci sembra opportuno dire, o testimoniare con la nostra vita qualcosa, ma poi non andiamo a creare sofferenze. Lasciamo che sia il tempo che permette anche agli altri di arrivare alle loro conquiste, alle loro conclusioni.
Guardati perciò dal rovinare con il tuo cibo uno per il quale Cristo è morto!
Cioè, stai attento a far del male, a turbare, sconvolgere qualcuno per ragioni veramente stupide — come il cibo, in questo caso — qualcuno per il quale Gesù è morto. Stai attento a non scandalizzare quelle persone — o quella persona o quel bambino, quel ragazzo o quella ragazza o quel giovane — con i tuoi fantomatici progressi o libertà, perché quella persona è costata il Sangue di Cristo.
Noi dovremmo veramente avere a cuore che, all’interno della realtà ecclesiale che noi viviamo, ciascuno abbia la possibilità di essere veramente sé stesso. Noi ci possiamo chiedere (e ce lo dovremmo chiedere): ma io ho la possibilità, lì dentro, di essere me stesso? Io mi sento me stesso? Io sono io? O mi devo mascherare facendo il camaleonte, che si adegua ai colori dei luoghi che va ad abitare? Quindi, quando sono con questi, faccio un po’ “il santino” poi, quando vado fuori, che sono con altri, faccio l’esagitato; poi, quando vado con gli altri, faccio la via di mezzo; poi, quando sono in famiglia, un’altra cosa ancora? Questo non va bene, lo capiamo tutti. Io devo essere io, sempre. Certo, questo — è ovvio — creerà problemi, questo creerà fatiche, dissensi, ma è l’unico modo per verificare se veramente dall’altra parte io ho qualcuno che vale la pena di conoscere; non c’è un’altra maniera.
È come quando due persone si innamorano, la cosa tipica qual è? Quando Tizio si innamora di Caia, da cosa lo capisci? Lo capisci perché questo, improvvisamente, dall’andare fuori in giro un po’ così, un po’ trasandatello, comincia a lavarsi, profumarsi, mettersi tutte le camicine, vestirsi in un certo modo, sistemarsi tutti i suoi bei capelli. La ragazza, allo stesso modo, comincia a farsi le unghie, a sistemarsi, a truccarsi. Ma, facciamo finta che tra queste due persone poi, a un certo punto, veramente inizia a scattare qualcosa di più, domanda: ma tu cosa aspetti a farti vedere per quello che sei? Dopo il matrimonio? Cioè, tu non penserai mica che ti sveglierai tutte le mattine già truccata, con tutti i capelli perfettamente in piega! E anche per lui — stai tranquilla — che finirà questa parabola, che lo vedi in giacchettina, cravattina, profumato e tutto sbarbato, tutto carino, tutto bellino, perché quello, dopo due settimane che siete sposati, che arriva a casa dal lavoro alle sei di sera, cotto morto, non farà come i primi tre giorni, che arriverà a casa dicendoti: “Amore, adesso ti preparo la pasta da mangiare”, perché già il quarto giorno è sdraiato sul pavimento che ansima! E non ti arriva a casa fresco come una rosa, con la giacchettina e la cravattina, ti arriva a casa morto, sudato come non so che cosa e con in mente due cose: farsi la doccia e sedersi e mangiare; poi dormire.
Allora, poi, iniziano le frasi: “Tu non sei più l’uomo di sempre”. No, a dire il vero non lo è mai stato, perché quello non è mai esistito, era un’apparenza, era un fantoccio, ma non era lui; era ovvio che non poteva essere lui! Così come tu, è ovvio che non ti svegli truccata, è ovvio che, a un certo punto, non avrai più trent’anni. E invece noi esaltiamo tutto ciò che non è quotidiano, facciamo diventare l’eccezione un’esca per catturare l’attenzione delle persone; ma questa roba dura poco. Quando io posso dire di amare qualcuno? Quando conosco i suoi difetti, i suoi limiti, le sue incapacità, le sue durezze, le sue brutture e le accolgo, e le amo; allora posso dire di amare quella persona. Ma se comincio a dire dentro di me che col tempo ti cambio, abbiamo già finito. E noi, invece, abbiamo dentro questo tarlo, che ci divora.
16Non divenga motivo di biasimo il bene di cui godete!
Se tu godi un bene che è, ad esempio, la libertà di aver appurato certe cose, non farlo diventare un motivo per qualcuno di averla su con te, mettilo da parte, nascondilo, e permetti all’altro di dirsi, di raccontarsi, di farti vedere la fatica che fa e, magari, di condividerla anche con lui, di dire: “Sì, effettivamente questa è una fatica”; magari è una cosa che io ho già superato, però pur sempre fatica rimane.
17Il regno di Dio infatti non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: 18chi serve il Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini. 19Diamoci dunque alle opere della pace e alla edificazione vicendevole. 20Non distruggere l’opera di Dio per una questione di cibo!
Capite: quello che conta è la giustizia, la pace e la gioia nello spirito, e non andare a spaccare tutto quello che c’è dentro una persona per delle questioni. Cerca di fare in modo, invece, di permettere alla persona di fare il suo cammino. Certo, questo non vuol dire permettere il male, non vuol dire acconsentire al male, non vuol dire sì dove dovremmo dire no, ma vuol dire essere fermi, vuol dire essere chiari ma, nello stesso tempo, lasciare a ciascuno il tempo di fare il suo passo, senza distruggere quell’opera bellissima che Dio fa in ciascuno di noi, se gliela lasciamo fare.
Tutto è mondo, d’accordo; ma è male per un uomo mangiare dando scandalo.
Tutto è pulito, tutto è puro, ma se tu mangi e dai scandalo, allora quello diventa un male per te. Perché anche se per te è mondo, nel momento in cui lo fai e da scandalo a un altro, è diventato un peccato.
21Perciò è bene non mangiare carne, né bere vino, né altra cosa per la quale il tuo fratello possa scandalizzarsi. — anche se per te non è un male — 22La fede che possiedi, conservala per te stesso davanti a Dio.
Sì, certo, noi dovremmo proprio dirci: la fede che possiedi conservala. Se la nostra preoccupazione fosse conservare la fede, quanti errori non faremmo, quanti pasticci eviteremmo! Se la mia preoccupazione fosse: comincia a preoccuparti di te stesso, comincia tu a coltivare la tua vita, comincia tu a pensare alle tue confessioni, comincia tu a pensare alla tua preghiera, comincia tu a pensare alla tua pratica di vita cristiana, comincia tu ad aprire il tuo cuore e ad andarlo a mostrare a qualcuno, a cercarti un bravo sacerdote con il quale cominciare veramente un dialogo interiore; fallo tu, senza pretendere che lo facciano gli altri, prima o insieme; comincia a farlo tu e vedrai che quella cosa lì, presto o tardi, diventerà una parola per qualcuno, e se anche non lo diventasse, di fatto tu avrai conservato la fede, che non è una brutta roba.
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Domande
D) Rispetto alla prima parte della catechesi, la correzione fraterna dove si colloca?
R) La correzione fraterna è la cosa più difficile di tutte da fare, la più complicata in assoluto. Perché, per fare la correzione fraterna, io devo essere sicuro che non ho nessun sentimento di rivalsa, di vendetta, di rabbia, di orgoglio, di permalosità, che mi muove a fare quell’osservazione. Quindi, di norma, la correzione va fatta se io non c’entro niente e se non è su una persona alla quale io voglio bene. E se io non c’entro niente, e non è neanche una persona a cui voglio bene, il primo pensiero che noi facciamo è: “Ma non tocca mica a me dire quelle cose lì. Perché devo andare a mettermi nei pasticci? E poi quello lì come reagirà? No, ma lascia perdere. Non ne vale la pena”. Ma, se quella cosa riguarda me, mi viene un chiodo fisso nel cervello e allora devo assolutamente dirgli quella cosa, e il più velocemente possibile. Questa non è la correzione fraterna. La correzione fraterna è mossa dal mio amore per la verità e per l’altra persona, dal desiderio che l’altra persona possa anche lei toccare la bellezza che io sto toccando; non può essere mai mossa da un sentimento di voler umiliare, di voler far del male, di voler sbaragliare. E poi, la correzione fraterna va preparata in un modo che è un po’ come mettere una prugna sotto spirito: quello spirito lì, per noi, è rappresentato dalla preghiera. Bisogna pregare tanto, prima di muoversi, chiedere al Signore la luce per noi e per l’altro. Perché non basta che siamo illuminati noi, dobbiamo chiedere al Signore che l’altra persona sia pronta a ricevere le parole. E se noi andiamo a fare una correzione fraterna senza aver pregato prima, vengono fuori disastri, perché la persona reagisce male. Spesse volte le persone reagiscono male; è difficile che uno ti dica: “Che bello essere corretti e rimproverati, che gioia, non desideravo altro che questo, mi fa proprio un grande piacere!”. Devo trovare anche il momento giusto, devo chiedere al Signore di farmi capire qual è il momento giusto per dirglielo. Cioè, devo scegliere il meno possibile, devo decidere il meno possibile, lasciare che sia proprio la provvidenza a mettermelo davanti. Quindi, magari può passare un mese, due mesi, non è detto che debba intervenire immediatamente. Quello che conta è che sia fatto bene, ma non può essere fatto tutti i giorni.
D) Quando ha fatto il discorso sul perché vengo a Messa, perché mi faccio il segno della croce, non ho capito una cosa: noi stiamo davanti al Tabernacolo perché piace a noi o perché piace a Dio? Perché, se lo faccio solo per me, che senso ha?
R) Sì, certo, il Signore ha sempre piacere che noi lo andiamo a trovare, questo è ovvio. Ma quel mio pregare, è mosso da che cosa? Mi vado a confessare perché ho i sensi di colpa sulla coscienza e mi sento di aver fallito qualcosa, di aver fallito la mia perfezione, o mi vado a confessare perché sento di avere offeso Dio? Perché mi vado a confessare? Vado a fare la Comunione perché avverto, capisco, comprendo, che il Signore vuole diventare carne dalla mia carne, sangue del mio sangue, vivere questa unione sponsale con Lui profonda, o perché devo fare la Comunione, l’ho sempre fatta, la fanno gli altri… Perché? Noi ci dobbiamo sempre chiedere “perché”. Stasera sono qui alla catechesi; perché? E uno dice: “Sono qui alla catechesi perché sono venuto ad ascoltare qualcosa, per imparare qualcosa”. Non è detto che sia questa la ragione, magari posso essere qui perché mi sentivo solo; magari posso essere qui perché sto cercando qualcuno; magari posso essere qui perché non so più dove andare a sbattere la testa; magari sono qui perché sento che la mia vita così non gira più, e quindi avverto che ho bisogno di “fare un salto”. Quante ragioni possono esserci dietro il mio essere qui.
Per esempio: “mi innamoro di quella ragazza o di quel ragazzo”, e quello/quella pensa: come mai proprio di me? Con tanti ragazzi che ci sono a questo mondo, perché proprio io? C’è, il perché; ed è importante capirlo. Qual è quella peculiarità, quali sono quelle caratteristiche che, tra mille, ti hanno fatto scegliere me? Perché hai posato gli occhi su di me, qual è la ragione? Chissà, potrebbe succedere che, una volta che te la dice, tu l’ascolti e dici: “Ma io non sono quell’uomo. Ma cosa hai visto? Io non sono così, io non mi riconosco in questa descrizione” — “No, no, ma te lo assicuro, ma guarda che lo dicono anche gli altri, io ti vedo così” — “E io ti dico che non lo sono. Sono sicuro che non è nelle mie intenzioni, io non sono quella persona lì”. Se io invece cavalco l’onda, poi quando sono su a sessanta metri, se per caso va male e comincio ad andare giù, fare un volo da sessanta metri non è proprio come dirlo, quell’onda che ti viene addosso non è che ti lascia così, come l’ondina di Rimini.
Noi non dobbiamo mai dare qualcosa per scontato, e non dobbiamo neanche mai sentirci troppo galvanizzati perché veniamo scelti. Bisogna dirlo, a chi ho davanti, se io ho la coscienza che quella persona sta leggendo qualcosa che non è scritto nel mio libro. Magari hai preso il libro e l’hai messo al contrario, magari hai visto una parola, ma non è il mio libro, non sono io, hai visto una parola, non hai visto il libro. E bisogna essere sempre molto lucidi per poter aiutare noi e gli altri a toglierci le illusioni di dosso, a tutti i livelli, sempre. Dobbiamo riportare noi stessi e gli altri sempre nella realtà, anche quando non piace, e questo va detto anche nelle nostre relazioni. Solo che noi, invece, cosa facciamo? Recitiamo le parti, perché ci piace vivere nei libri di fantasia, e ci fa piacere che le altre persone ci trattino come persone mature, come persone adulte, come persone capaci di tenersi i segreti; poi, magari, siamo come lo scolapasta con l’acqua, che sta dentro un secondo e poi va fuori tutto. Ci piace che le persone ci ritengano dei piccoli santini, che ci ritengano gente che sta lì, con le mani giunte, che dice: “Hai dei segreti? Con me ti puoi confidare, puoi dirmi tutto quello che vuoi”. Sì, ma dico, ma poi tu sai portare il peso delle persone? Perché una storia è pesante! La storia umana di chi hai accanto può essere molto pesante, e tu non puoi semplicemente sbranare, con la tua curiosità, la vita privata di una persona e, quando ti sei nutrito, dire: “Beh, adesso non mi interessa più, ti saluto”. Perché, se c’è una cosa che oggi è molto frequente, è proprio la solitudine, ma quella brutta, la solitudine dell’abbandono, di chi tu sai che di te non gli interessa niente.
Se devo pensare a un volto, qual è il volto che mi viene in mente, per il quale io sono veramente importante? Chi sente veramente la mia mancanza? Qual è quel volto che veramente mi aspetta? Qual è quel volto che veramente mi conosce? Io sono conosciuto veramente da qualcuno? C’è qualcuno che conosce veramente il mio cuore? Abbiamo tante relazioni ma, davanti alla domanda radicale, siamo spiazzati, non riusciamo ad arrivare al dunque, perché quel volto di cui vi sto parlando è speciale, è unico, è “quel” volto.
Se questa estate avrete tempo, vi consiglio di vedere un film abbastanza vecchio: “L’uomo senza volto”, con Mel Gibson, che è bellissimo, è una parabola educativa stupenda, ha una simbologia stupenda. E ad un certo punto c’è la scena dove questo ragazzo (che ha avuto con il suo insegnante un’esperienza profondamente umana, profondamente spirituale, paterna, molto bella) dice: “Io oggi so che, oltre il muro di folla, c’è sempre un volto, io vedo sempre un volto”. Se noi abbiamo questo, abbiamo tutto nella vita. Se non abbiamo questo, non abbiamo niente. Perché tutto l’impianto dell’esistenza non sta, non riesce a reggere all’urto che arriva dalla vita, prima o poi si sbecca, si spacca, prima o poi crolliamo, non ci riusciamo. Ecco perché è fondamentale chiedere sempre al Signore la grazia (andate a leggere il Siracide, capitolo sei) dell’amico, inteso secondo il senso biblico: “Mille siano d’accordo con te, ma uno solo sia il tuo consigliere” E la Scrittura dice che l’amico fedele è un dono di Dio, non c’è prezzo, non c’è valore per l’amico fedele; certo, perché è quell’immagine fisica di Dio, rappresenta Dio lì, nella tua storia, in quel momento precso. E noi, siccome magari non l’abbiamo, invece di continuare a cercare l’oro, a un certo punto andiamo a cercare la paglia, che è gialla; perché, piuttosto che rimanere senza, andiamo a cercare nei rigagnoli. E invece noi dovremmo vivere l’esperienza di rimanere senza, di essere talmente veri da dire: “Io non ce l’ho. Chiederò al Signore questa grazia, se me la darà…”; e se ce l’avete, invece, o se lo trovate, dite come disse l’Innominato al cardinal Federigo: “Se anche lei non mi aprisse la porta, io mi stenderei come un cagnolino qui fuori dal suo uscio, ma non abbandonerò mai più questa casa”. Perché l’Innominato capisce che il cardinal Federigo non è come tutti gli altri e l’esperienza che ha vissuto è talmente potente, che lui non vuole più lasciarlo.
Se lo trovate, quando lo troverete, o se già l’avete, vi raccomando, trattate quella realtà come la più importante, la più delicata, la più bella in assoluto. E alla persona diteglielo, lo deve sapere, deve essere cosciente di questa responsabilità enorme, e ci deve essere un rimando cioè, l’accettazione di questa responsabilità enorme; perché non basta dirlo, bisogna verificare se la persona che lo dice è veramente cosciente di quello che sta dicendo, e se chi lo riceve è veramente cosciente di quello che sta ricevendo.
Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.
Informazioni
Padre Giorgio Maria Faré ha tenuto queste catechesi tutti i lunedì alle ore 21 presso il Convento dei Padri Carmelitani Scalzi di Monza.















