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Ciclo di catechesi – Il peccato di Davide (2Sam 11–12) Lezione 38

Catechesi La Fede 2017-18

Catechesi di lunedì 25 giugno 2018

Ciclo di catechesi “La Fede: dubbio o Abbandono? La Scelta di una vita

Relatore: p. Giorgio Maria Faré

Ascolta la registrazione della catechesi:

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Brani commentati durante la catechesi:

Secondo libro del profeta Samuele

Capitolo 11

1 L`anno dopo, al tempo in cui i re sogliono andare in guerra, Davide mandò Ioab con i suoi servitori e con tutto Israele a devastare il paese degli Ammoniti; posero l`assedio a Rabba mentre Davide rimaneva a Gerusalemme. 2 Un tardo pomeriggio Davide, alzatosi dal letto, si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia. Dall`alto di quella terrazza egli vide una donna che faceva il bagno: la donna era molto bella di aspetto. 3 Davide mandò a informarsi chi fosse la donna. Gli fu detto: “E` Betsabea figlia di Eliam, moglie di Uria l`Hittita”. 4 Allora Davide mandò messaggeri a prenderla. Essa andò da lui ed egli giacque con lei, che si era appena purificata dalla immondezza. Poi essa tornò a casa. 5 La donna concepì e fece sapere a Davide: “Sono incinta”. 6 Allora Davide mandò a dire a Ioab: “Mandami Uria l`Hittita”. Ioab mandò Uria da Davide. 7 Arrivato Uria, Davide gli chiese come stessero Ioab e la truppa e come andasse la guerra. 8 Poi Davide disse a Uria: “Scendi a casa tua e làvati i piedi”. Uria uscì dalla reggia e gli fu mandata dietro una portata della tavola del re. 9 Ma Uria dormì alla porta della reggia con tutti i servi del suo signore e non scese a casa sua. 10 La cosa fu riferita a Davide e gli fu detto: “Uria non è sceso a casa sua”. Allora Davide disse a Uria: “Non vieni forse da un viaggio? Perché dunque non sei sceso a casa tua?”. 11 Uria rispose a Davide: “L`arca, Israele e Giuda abitano sotto le tende, Ioab mio signore e la sua gente sono accampati in aperta campagna e io dovrei entrare in casa mia per mangiare e bere e per dormire con mia moglie? Per la tua vita e per la vita della tua anima, io non farò tal cosa!”. 12 Davide disse ad Uria: “Rimani qui anche oggi e domani ti lascerò partire”. Così Uria rimase a Gerusalemme quel giorno e il seguente. 13 Davide lo invitò a mangiare e a bere con sé e lo fece ubriacare; la sera Uria uscì per andarsene a dormire sul suo giaciglio con i servi del suo signore e non scese a casa sua. 14 La mattina dopo, Davide scrisse una lettera a Ioab e gliela mandò per mano di Uria. 15 Nella lettera aveva scritto così: “Ponete Uria in prima fila, dove più ferve la mischia; poi ritiratevi da lui perché resti colpito e muoia”. 16 Allora Ioab, che assediava la città, pose Uria nel luogo dove sapeva che il nemico aveva uomini valorosi. 17 Gli uomini della città fecero una sortita e attaccarono Ioab; caddero parecchi della truppa e degli ufficiali di Davide e perì anche Uria l`Hittita. 18 Ioab inviò un messaggero a Davide per fargli sapere tutte le cose che erano avvenute nella battaglia 19 e diede al messaggero quest`ordine: “Quando avrai finito di raccontare al re quanto è successo nella battaglia, 20 se il re andasse in collera e ti dicesse: Perché vi siete avvicinati così alla città per dar battaglia? Non sapevate che avrebbero tirato dall`alto delle mura? 21 Chi ha ucciso Abimelech figlio di Ierub-Baal? Non fu forse una donna che gli gettò addosso un pezzo di macina dalle mura, così che egli morì a Tebez? Perché vi siete avvicinati così alle mura? tu digli allora: Anche il tuo servo Uria l`Hittita è morto”. 22 Il messaggero dunque partì e, quando fu arrivato, riferì a Davide quanto Ioab lo aveva incaricato di dire. Davide andò in collera contro Ioab e disse al messaggero: “Perché vi siete avvicinati così alla città per dare battaglia? Non sapevate che avrebbero tirato dall`alto delle mura? Chi ha ucciso Abimelech, figlio di Ierub-Baal? Non fu forse una donna che gli gettò addosso un pezzo di macina dalle mura, così che egli morì a Tebez? Perché vi siete avvicinati così alle mura?”. 23 Il messaggero rispose a Davide: “Perché i nemici avevano avuto vantaggio su di noi e avevano fatto una sortita contro di noi nella campagna; ma noi fummo loro addosso fino alla porta della città; 24 allora gli arcieri tirarono sulla tua gente dall`alto delle mura e parecchi della gente del re perirono. Anche il tuo servo Uria l`Hittita è morto”. 25 Allora Davide disse al messaggero: “Riferirai a Ioab: Non ti affligga questa cosa, perché la spada divora or qua or là; rinforza l`attacco contro la città e distruggila. E tu stesso fagli coraggio”. 26 La moglie di Uria, saputo che Uria suo marito era morto, fece il lamento per il suo signore. 27 Passati i giorni del lutto, Davide la mandò a prendere e l`accolse nella sua casa. Essa diventò sua moglie e gli partorì un figlio. Ma ciò che Davide aveva fatto era male agli occhi del Signore.

Capitolo 12

1 Il Signore mandò il profeta Natan a Davide e Natan andò da lui e gli disse: “Vi erano due uomini nella stessa città, uno ricco e l`altro povero. 2 Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero; 3 ma il povero non aveva nulla, se non una sola pecorella piccina che egli aveva comprata e allevata; essa gli era cresciuta in casa insieme con i figli, mangiando il suo pane, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno; era per lui come una figlia. 4 Un ospite di passaggio arrivò dall`uomo ricco e questi, risparmiando di prendere dal suo bestiame minuto e grosso, per preparare una vivanda al viaggiatore che era capitato da lui portò via la pecora di quell`uomo povero e ne preparò una vivanda per l`ospite venuto da lui”. 5 L`ira di Davide si scatenò contro quell`uomo e disse a Natan: “Per la vita del Signore, chi ha fatto questo merita la morte. 6 Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto una tal cosa e non aver avuto pietà”. 7 Allora Natan disse a Davide: “Tu sei quell`uomo! Così dice il Signore, Dio d`Israele: Io ti ho unto re d`Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, 8 ti ho dato la casa del tuo padrone e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo padrone, ti ho dato la casa di Israele e di Giuda e, se questo fosse troppo poco, io vi avrei aggiunto anche altro. 9 Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai colpito di spada Uria l`Hittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti. 10 Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Uria l`Hittita. 11 Così dice il Signore: Ecco io sto per suscitare contro di te la sventura dalla tua stessa casa; prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle a un tuo parente stretto, che si unirà a loro alla luce di questo sole; 12 poiché tu l`hai fatto in segreto, ma io farò questo davanti a tutto Israele e alla luce del sole”.

Testo della catechesi

Scarica il testo della catechesi in formato PDF

Questa sera facciamo il secondo libro di Samuele, capitolo undici. Un testo abbastanza famoso, quello del peccato del re Davide. E facciamo questo testo perché cerchiamo di vedere, di capire, cosa può succedere nella vita di una persona che, di fatto, ama Dio, che lo serve, che gli vuole bene, che, in questo caso, combatte per il Signore, insomma, fa tante cose belle ma, dentro a queste tante cose belle, purtroppo, può accadere qualcosa di molto brutto. Questa sera non potremo vedere tutta la parabola del suo peccato, cioè da quando lo commette a quando poi arriva il profeta Natan e lui si pente, ma potremo vedere come avviene la consumazione, e prima ancora l’ideazione di questo peccato.

1L’anno dopo, al tempo in cui i re sogliono andare in guerra, Davide mandò Ioab con i suoi servitori e con tutto Israele a devastare il paese degli Ammoniti; posero l’assedio a Rabbà mentre Davide rimaneva a Gerusalemme.

Innanzitutto, notiamo che Davide è solo; è un momento particolare: Davide è solo e tutti i suoi servitori, tutti i suoi soldati, partono per questa grande guerra, e lui non ci va, non stavolta. Stiamo attenti quando siamo soli, perché si possono fare le cose più belle, ma possono accadere anche le cose più brutte. La solitudine è differente dall’isolamento: la solitudine è uno stare solo “abitato”, l’isolamento è uno stare solo-da solo, senza niente e nessuno. Cosa vuol dire stare attenti alla solitudine? Vuol dire che mi devo allenare per imparare a vivere la solitudine, perché per farlo ci vuole un grande equilibrio mentale e spirituale, altrimenti si dà fuori di matto. E poi, soprattutto, può vivere veramente in modo monacale — cioè da monaco, da solo — solamente colui che porta in sé un cuore molto umile e quindi colui che cerca sempre un confronto, un riferimento all’esterno; in questo caso va bene perché siamo sicuri che è solo, vive da solo, ma cerca sempre un rapporto esterno per verificare. Ma se è uno che lo fa perché ha i suoi “ratti mistici”, non va bene. E poi dobbiamo stare attenti a quella solitudine patita cioè, quando noi ci sentiamo soli e non vorremmo esserlo; questo è molto pericoloso, perché in quei momenti tutto diventa grande, tutto diventa grave, tutto diventa pesante, tutto diventa enorme e questo può essere molto pericoloso. Se non hai una contropartita esterna, non va bene, perché noi siamo tentati sempre ad andare per la tangente, soprattutto quando stiamo male, quando magari avremmo voglia di avere un amico, un’amica, qualcuno con cui condividere qualcosa, e non c’è nessuno. Quello è un momento difficile e bisogna stare molto attenti, bisogna evitare, in quei momenti, di essere in un angolo. Ricordatevi sempre che l’elefante, quando è malato, va a morire da solo. Quando cominciamo a cercare questi luoghi lugubri, dove stare da soli, così, e coltivare le nostre idee, può andare bene se però poi c’è un confronto, la ricerca di un confronto, sennò no.

2Un tardo pomeriggio Davide, alzatosi dal letto, si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia.

Cominciamo subito a dire che è bene non essere schiavi dell’ozio; alzarsi dal letto tardi nel pomeriggio, quando poi i tuoi soldati sono in guerra, non è molto coerente. Davide si mette a passeggiare sulla terrazza, cioè, non aveva niente da fare. Quando non si ha niente da fare, sono i momenti peggiori.

Ho scelto questo testo adesso perché ormai ci stiamo introducendo nel bellissimo, ma nello stesso tempo delicatissimo, tempo del riposo estivo che, se da una parte è tanto atteso — e su questo tempo si costruiscono sogni, — dall’altra è anche pericoloso. Perché è come se nel riposo estivo uno aprisse una parentesi di anormalità cioè, quello che non fai mai, lo fai lì; le sciocchezze più incredibili che ti vengono in mente, le fai lì, con la scusa che: “Ho bisogno di riposare”. Tutti abbiamo bisogno di riposare ma non dimentichiamo che se non c’è uno spirito riposato, in pace, noi possiamo dormire cinquantadue ore di seguito e ci sveglieremo stanchissimi, annoiati, demotivati, dispersi. Noi abbiamo l’illusione che ci sia una priorità del corpo sullo spirito, e invece le due cose devono stare in equilibrio. Quindi non devo vivere eccessi, mai, devo imparare ad avere le cose in equilibrio; il tempo del riposo estivo, di questo caldo, non è il tempo nel quale io dormo; se solitamente faccio il riposino dalle due alle tre e adesso che arriva l’estate dormo dalle due alle cinque, no, non va bene! Vado in vacanza: mi sveglio più tardi, me la prendo più comoda, poi, quando torno a casa, le prime due settimane è da morire, perché devo rientrare in un ritmo che non ho più, e che faccio una fatica incredibile a riprendere.

Invece, il tempo del riposo estivo dovrebbe essere il tempo dove ciò che vivo durante l’anno lo verifico e lo confermo ancora di più. Raffino ancora di più i miei propositi e ne trovo di altri, di migliori, li rimetto un po’ alla prova. Non è il tempo dell’ozio, non è il tempo del divertere, non è il tempo delle stupiderie, non è il tempo dei peccati, è il tempo proprio del “riposo”, ma quello vero, del riposo della persona. E qual è il riposo per un cristiano? Il riposto per un cristiano è dimorare in Dio, questo è il riposo. Quello che non fa Davide: lui si alza il tardo pomeriggio e si mette a passeggiare. Dentro a questo grande ozio (che vuol dire grande disordine) succede un fatto.

Dall’alto di quella terrazza egli vide una donna che faceva il bagno: la donna era molto bella di aspetto. 3Davide mandò a informarsi chi fosse la donna. Gli fu detto: «E’ Betsabea figlia di Eliàm, moglie di Uria l’Hittita». 

Uno dice: “Più chiaro di così si muore! Ti dico chi è suo padre e ti dico chi è suo marito”; questa cosa è chiarissima.

4Allora Davide mandò messaggeri a prenderla.

Davide qui ha già peccato: tutto quello che verrà dopo, nasce da qui. Innanzitutto, non dimentichiamo che il peccato entra sempre dalla concupiscenza degli occhi; il peccato originale è passato alla concupiscenza degli occhi, il guardare. Noi abbiamo un’assoluta distanza interiore dalla penitenza dello sguardo, noi vogliamo vedere tutto, noi vogliamo guardare tutto, avere tutto sotto gli occhi. Non so se l’avete mai provato, ma sapete che a continuare a guardare ci si stanca? Provate a stare in aeroporto o sul metrò; dopo mezz’ora che continuate a guardare, siete stanchi. È stancante continuare a guardare in giro; diverso da chi invece rimane raccolto.

E Davide guarda; guarda perché è bella, guarda perché fa il bagno. Lui non avrebbe dovuto guardare, ma l’ozio, il nulla fare, lo porta a perdersi in questo guardare. Uno dice: “Cosa c’è di male a guardare?”. Lo vedrai adesso cosa c’è di male a guardare! Non banalizziamo mai l’atto del guardare, perché l’atto del guardare diventa poi l’alimento del pensare, e il pensare diventa l’origine del fare; terribile! Stiamo attenti bene a ciò che decidiamo di guardare, perché poi non possiamo dire: “Ma io non sapevo”, “Ma io non volevo”, “Ma io credevo”, “Ma io pensavo”, “Ma io speravo”. La domanda dovrebbe essere sempre: “Ti compete guardare quella cosa? Ti compete sapere quella cosa? Ti compete vedere quella cosa? Sì o no?”. Se la risposta è no, state attenti, perché poi da lì si innesca il meccanismo. Lo stesso è successo a Davide: se non avesse guardato ciò che non gli competeva guardare, non avrebbe fatto nessun peccato. Se lui fosse stato al suo posto, se lui fosse stato a lavorare, a fare il re, invece di fare quello che non fa niente, il perditempo, nessun peccato si sarebbe potuto consumare.

E notiamo che lo avvisano, gli dicono chi è questa donna, che ha un marito. È una moglie, ha una famiglia. Ma come mai tutto questo non fa frullare qualcosa nella testa di quest’uomo? Perché tu la vuoi far andare a chiamare? Vedete, il re Davide, probabilmente si sarà detto: “Ma no, ma la voglio conoscere. Cosa c’è di male a conoscere una persona. No, ma voglio parlarci un po’ insieme. Non voglio mica far niente di male! Mi piacerebbe conoscere questa signora, questa Betsabea; non so neanche chi sia; è una bella persona, fatela venire qui, che parliamo un poco”. E hanno parlato talmente bene che, quando lei è tornata a casa, era incinta! Non è che me le invento queste cose, sono fatti di realtà.

Quindi Davide la fa andare a prendere e lei va. Noi, alla stessa maniera, oggi potremmo dire: “No, ma io voglio avere un’amicizia spirituale!”; stiamo attenti alle amicizie spirituali, perché tutto parte sempre con Gesù e Maria: “Io e Maria; Io e Gesù; condividiamo Gesù e Maria; io voglio parlare di Gesù e di Maria”; sì, ok, poi, dopo nove mesi, abbiamo già un posto all’asilo. Quindi, dobbiamo essere molto prudenti; perché parlo di prudenza? Ma perché, vedete, è difficile mettere un cerino acceso vicino alla paglia secca e dire alla paglia di non bruciare! Infatti, tutti vanno dal benzinaio col cerino acceso, perché dicono: “Io sono la prova vivente che se butto il mio cerino dentro il serbatoio della benzina, non brucia, perché lo decido io; io decido che non deve incendiarsi la benzina”; ma ti mettono alla neuro-deliri, perché la benzina brucia se tu ci metti dentro il cerino. “Ma io avevo deciso di no”; ma allora non lo devi fare! Nella nostra vita ci devono essere dei no, molto, molto chiari. E devo pensare che io non sono Dio, che può fare tutto quello che vuole. Infatti, S. Francesco dice a santa Chiara (non stiamo parlando di due persone qualunque): “Noi frati stiamo qui, tu e le tue suore state là”. San Francesco e santa Chiara, che erano amicissimi, si volevano un bene dell’anima, ma: “io qui e tu là”. Perché, certo, io sono S. Francesco e io sono S. Chiara, ma la carne è carne per tutti, e dentro la carne scorre il sangue e il sangue pulsa. Non inventiamoci le parastorie: “No, ma io sublimo!”; ma non sublimi un bel niente! Se vuoi sublimare, stai uno a destra e l’altro a sinistra, lasciando perdere Gesù e Maria. In questa maniera, tu hai la possibilità di vivere quello che i santi dicono: evitare le occasioni prossime di peccato.

Non a caso, nei tempi un po’ precedenti ai nostri, cioè i miei, un po’ di anni fa, quando i novelli sacerdoti iniziavano le confessioni — cioè, venivano ordinati preti e entravano in confessionale — i primi tempi confessavano i bambini e i ragazzi, solo loro. Poi, dopo un po’, confessavano gli uomini e, dopo molto, potevano confessare le donne. Non erano stupidi, sapevano il fatto loro, gli antichi. Noi, adesso, figurati! “Io sono Goldrake, faccio di tutto e di più, sono fatto di una corazza di amianto che supera qualunque fuoco!”. Sì, infatti poi si vede cosa succede!

Noi dobbiamo evitare le occasioni prossime di peccato sempre, ma per fare questo bisogna essere umili, capite? Non posso pensare che io sia investito di chissà quale grazia di Dio; non posso pensare che Gesù mi abbia parlato. Lasciamo stare queste robe psicotiche: “Gesù mi ha parlato, la Madonna mi ha parlato, io sento Gesù nel cuore”, no, no, guardate, lasciamole stare. Vi prego, adesso che arriva l’estate, stiamo attenti alla testa, mettiamola in frigorifero ogni tanto; perché la testa d’estate fa brutti scherzi; prendiamo una bella vasca di ghiaccio, ci mettiamo la testa, perché noi abbiamo queste idee: “Gesù mi parla, la Madonna mi parla, io vedo i segni, mi manda i segni”; lasciamo stare queste cose! Viviamo di cose che hanno come complessità la seguente formulazione: pasta, pane, pizza. Questa è la complessità massima alla quale noi dobbiamo aspirare; cose semplici, viviamo di cose semplici, non stiamo a pensare che Gesù mi parla, la Madonna mi parla, i santi mi parlano; lasciamo stare queste cose, e viviamo nella consapevolezza che non siamo Dio. Ognuno al suo posto; questo è veramente fondamentale. Ma perché questo? Perché dobbiamo essere tutti umili, e nessuno di noi ha raggiunto la pace dei sensi. Quindi ognuno sta al suo posto. Davide non ha fatto così e l’ha pagata carissima. Si è sentito “capace di”, presuntuoso e pieno di sé stesso, si è sentito l’amico di Dio e quindi l’ha fatta venire:

4Allora Davide mandò messaggeri a prenderla. Essa andò da lui ed egli giacque con lei, — cioè, capito no? Tempi molto ravvicinati — che si era appena purificata — guarda caso, le era appena passato il ciclo, quindi c’è proprio la coincidenza astrale — dalla immondezza. Poi essa tornò a casa. 5La donna concepì — tutto veloce — e fece sapere a Davide: «Sono incinta».

Ora che si fa? Non c’era il test del DNA, allora a Davide viene un’idea geniale. Infatti di solito noi proiettiamo sugli altri quello che noi siamo; tutte le schifezze che ci portiamo dentro le proiettiamo sugli altri e pensiamo che gli altri siano come noi. E così noi pensiamo di farla franca, ma non funziona così. Perché Davide becca proprio la persona sbagliata: Uria l’Hittita non aveva niente da spartire con il re Davide, e adesso vediamo, infatti.

6Allora Davide mandò a dire a Ioab — ideona! -: «Mandami Uria l’Hittita». Ioab mandò Uria da Davide. 7Arrivato Uria, Davide gli chiese come stessero Ioab e la truppa — che interesse! — e come andasse la guerra.

Che uno dice: “Ma chissà perché ha chiamato proprio me e non ha chiamato Ioab, che è il capo. Già questo avrebbe dovuto insospettirlo… Quando qualcuno è troppo gentile… mhm

8Poi Davide disse a Uria: «Scendi a casa tua e làvati i piedi». — sembra la favola di Cappuccetto Rosso; sei stato in guerra, è tanto tempo che non vai a casa… capito? — Uria uscì dalla reggia e gli fu mandata dietro una portata della tavola del re.

Capito? Cioè, non solo vieni a casa, mi racconti della guerra, vai a casa tua, così ti sistemi, ma ti mando dietro anche una portata del re. Che uno dice: “Ma faccio festa per che cosa?”. Ma tu non ti preoccupare, il re è generoso.

9Ma Uria dormì alla porta della reggia con tutti i servi del suo signore e non scese a casa sua. — questo ha beccato la persona sbagliata — 10La cosa fu riferita a Davide e gli fu detto: «Uria non è sceso a casa sua».

Il piano comincia a traballare. Perché il ragionamento è: se questo qui va giù a casa sua, è fatta: quella dice che è incinta, il figlio è suo, siamo a posto, chi è che dimostra che non è vero? Nessuno. Quindi, fine.

Allora Davide disse a Uria: «Non vieni forse da un viaggio? Perché dunque non sei sceso a casa tua?». 11Uria rispose a Davide: «L’arca, Israele e Giuda abitano sotto le tende, Ioab mio signore e la sua gente sono accampati in aperta campagna e io dovrei entrare in casa mia per mangiare e bere e per dormire con mia moglie? Per la tua vita e per la vita della tua anima, io non farò tal cosa!»

Capite che onestà? Cioè, Uria è come se dicesse: “Io continuo a rimanere soldato anche adesso che tu mi hai chiamato. Non vado a fare questa roba qui, me ne sto in mezzo ai tendaggi con gli altri, con quelli che sono qui, anche se io sono di qui”. Chiunque di noi sarebbe andato a casa sua dicendo: “Sono tornato, guarda che bello, mi hanno dato un permesso premio…” e cadevamo dentro una trappola. Uria, che invece porta dentro di sé una rettitudine morale spaventosa, dice: “No, io non ci vado”. 

12Davide disse ad Uria: «Rimani qui anche oggi e domani ti lascerò partire». Così Uria rimase a Gerusalemme quel giorno e il seguente. 13Davide lo invitò a mangiare e a bere con sé e lo fece ubriacare; la sera Uria uscì per andarsene a dormire sul suo giaciglio con i servi del suo signore e non scese a casa sua.

Cioè, Uria è talmente retto che neanche da un ubriaco fa questa cosa, capite? Quando una persona è retta dentro, ma neanche se la fai ubriacare tu le cambi l’anima: Uria, ubriaco, va e dorme lì. Quindi, capite, quando noi facciamo il male, lo facciamo perché lo vogliamo, non perché “io sono debole”, perché “ero distratto”, perché “non lo sapevo”, perché qui, perché là… No, lo faccio perché lo voglio, o lo voglio all’istante o l’ho voluto prima in qualche modo, e poi è successo; ma lo voglio. Uria non lo fa, non lo commette, neanche da ubriaco; che poi, tra l’altro, non avrebbe fatto nessun peccato, non avrebbe fatto niente di male a scendere a casa sua, ma l’onestà interiore gli fa scegliere il meglio rispetto al bene. Quante volte noi invece rinneghiamo il meglio perché ci fa comodo il bene! Quante volte diciamo: “Vabbè, ma qui non c’è nessun peccato, tra bene e meglio faccio il bene, perché il meglio è troppo pesante, quindi scelgo il bene”.

14La mattina dopo, Davide scrisse una lettera a Ioab e gliela mandò per mano di Uria. — capite che cosa sta facendo quest’uomo? — 15Nella lettera aveva scritto così: «Ponete Uria in prima fila, dove più ferve la mischia; poi ritiratevi da lui perché resti colpito e muoia». 16Allora Ioab, che assediava la città, pose Uria nel luogo dove sapeva che il nemico aveva uomini valorosi. 17Gli uomini della città fecero una sortita e attaccarono Ioab; parecchi della truppa e fra gli ufficiali di Davide caddero, e perì anche Uria l’Hittita.

Nessuno venga a dire: “Povero Davide”. Davide ha peccato di adulterio, di omicidio e di tradimento; ha tradito, ha pugnalato la schiena del suo migliore amico, del suo miglior soldato, Uria l’Hittita, l’uomo più onesto che aveva, l’ha ammazzato per la sua schifosissima lussuria, per la sua bramosia, per il suo disordine, per il suo orgoglio, per il suo egoismo; ha ammazzato un uomo! Ma ci rendiamo conto? Davide: quello che danzava davanti all’Arca, quello che “lui e Dio, Dio e io; adesso faccio la casa per Dio; Dio con me, io e Dio; parliamo con Dio. Capito? Quest’uomo ha ammazzato Uria l’Hittita, dando in mano a lui la condanna a morte! Oltre ad avergli portato via la moglie. Proprio un abominio indescrivibile! E non pensiamo che noi non avremmo fatto queste cose! Chi dice: “Io non farei mai queste cose”, ne fa di peggio, sicuro. Noi tutti saremmo capaci di fare queste cose, tutti! Questo deve essere chiaro nella nostra testa, perché chi non ce l’ha chiaro è sicuro che lo farà, e farà anche peggio. Perché questo fa parte del nostro essere lontani da Dio, del nostro credere di essere amici di Dio, del nostro illuderci di essere in Dio, ma non lo siamo, e queste occasioni lo rivelano.

Bisogna saper stare al proprio posto sempre, comunque, a qualunque costo. Quindi, quando qualcuno viene a dire: “Eh, chiedo perdono al Signore, perché ho dato qualche sguardo, sa, adesso arriva l’estate …”, ma cosa vuol dire: adesso arriva l’estate? Ma cosa vuol dire, questa frase? “Eh no, ma sa, gli abiti succinti”; e allora? Ma non hai ancora capito che tu ce l’hai dentro, questo verme? Te lo porti dentro, estate, inverno, primavera, autunno, tu ce l’hai sempre dentro con te; questo è il punto! Non c’entra l’estate, centri tu! Ma morire che uno se lo dica! Morire che uno dica: “Ce l’ho dentro, sono io che ho il cuore marcio, sono io che ho gli occhi malati”. Invece nessuno lo fa, quindi: è colpa dell’estate; è colpa degli abiti succinti. L’estate perché è l’estate, l’inverno perché è l’inverno, e ci sei dentro sempre, perché è negli occhi il problema, è nella testa, il problema. Ma non ce lo diciamo, diamo la colpa agli altri e agli abiti succinti. E allora chiuditi dentro una cassaforte, così non vedi più nessuno, e scoprirai, quando sarai lì dentro, che tu continuerai a vedere, perché il tuo pensiero continua a muoversi, i tuoi sogni continuano ad abitare dentro di te, i tuoi desideri continuano a svegliarsi, perché il problema è il cuore: se il cuore non è mondato, non è purificato, non è abitato da Dio, quel cuore lì sarà sempre così, come quello di Davide.

18Ioab inviò un messaggero a Davide per fargli sapere tutte le cose che erano avvenute nella battaglia 19e diede al messaggero quest’ordine: «Quando avrai finito di raccontare al re quanto è successo nella battaglia, 20se il re andasse in collera e ti dicesse: Perché vi siete avvicinati così alla città per dar battaglia? Non sapevate che avrebbero tirato dall’alto delle mura? 21Chi ha ucciso Abimelech figlio di Ierub-Bàal?

Certo, perché non è morto solo Uria; per sistemare le cose, hanno fatto morire pure gli altri. Il male è diffusivo e pervasivo, quindi ammazziamo un po’ di gente! Perché cosa? Perché ero sulla terrazza a guardare quella che faceva il bagno. Perché, capite: tutto nasce da lì; è da lì che è nato tutto; non dimentichiamoci l’origine.

Non fu forse una donna che gli gettò addosso un pezzo di macina dalle mura, così che egli morì a Tebez? Perché vi siete avvicinati così alle mura? tu digli allora: Anche il tuo servo Uria l’Hittita è morto».

Cioè, è come se Ioab volesse dirgli: “Stai tranquillo, il tuo problema è risolto: Uria l’Hittita è morto”. Tutti avevano capito come stavano le cose.

22Il messaggero dunque partì e, quando fu arrivato, riferì a Davide quanto Ioab lo aveva incaricato di dire. Davide andò in collera contro Ioab e disse al messaggero: «Perché vi siete avvicinati così alla città per dare battaglia? Non sapevate che avrebbero tirato dall’alto delle mura? Chi ha ucciso Abimelech, figlio di Ierub-Bàal? Non fu forse una donna che gli gettò addosso un pezzo di macina dalle mura, così che egli morì a Tebez? Perché vi siete avvicinati così alle mura?». 23Il messaggero rispose a Davide: «Perché i nemici avevano avuto vantaggio su di noi e avevano fatto una sortita contro di noi nella campagna; ma noi fummo loro addosso fino alla porta della città; 24allora gli arcieri tirarono sulla tua gente dall’alto delle mura e parecchi della gente del re perirono. Anche il tuo servo Uria l’Hittita è morto». 25Allora Davide disse al messaggero: — sentite che perla di uomo questo qua, veramente una meraviglia … — «Riferirai a Ioab: Non ti affligga questa cosa, perché la spada divora or qua or là; rinforza l’attacco contro la città e distruggila. E tu stesso fagli coraggio».

Cioè, lui dice: “Non farti problemi, in guerra capita di morire, e un po’ si muore di qui, e un po’ si muore di là, cosa vuoi fare? Muore uno, viene un altro! Vabbè, son morti!” Cioè, capite l’animo umano fin dove può arrivare. A leggere questo testo c’è da svenire per le vertigini. Noi siamo capaci di arrivare fin qui. Davide cerca anche di tranquillizzare l’anima di questo qui, che sarà stato in preda all’angoscia più mortale per quello che ha fatto; e lui dice: “Ma no, sono cose che capitano; siamo in guerra!”

26La moglie di Uria, — vedova molto piangente … — saputo che Uria suo marito era morto, fece il lamento per il suo signore. 27Passati i giorni del lutto, Davide la mandò a prendere e l’accolse nella sua casa. — Abbiamo risolto velocemente tutto il problema: Uria morto e sepolto e questa qui è sistemata, ha trovato la casa nuova. — Essa diventò sua moglie e gli partorì un figlio. Ma ciò che Davide aveva fatto era male agli occhi del Signore.

E adesso, a giochi fatti, arriva Dio…

1Il Signore mandò il profeta Natan a Davide e Natan andò da lui e gli disse: «Vi erano due uomini nella stessa città, uno ricco e l’altro povero. 2Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero; 3 ma il povero non aveva nulla, se non una sola pecorella piccina che egli aveva comprata e allevata; essa gli era cresciuta in casa insieme con i figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno; era per lui come una figlia. 4Un ospite di passaggio arrivò dall’uomo ricco e questi, risparmiando di prendere dal suo bestiame minuto e grosso, per preparare una vivanda al viaggiatore che era capitato da lui portò via la pecora di quell’uomo povero e ne preparò una vivanda per l’ospite venuto da lui».

Guardate ora… questi sono proprio bigotti, ma bigotti proprio con il pedigree! Sono fatti così, ragionano così, questi qui. I “bigottoni” sono così.

5Allora l’ira di Davide si scatenò contro quell’uomo e disse a Natan: — peccato che ha preso la persona sbagliata, in questo caso — «Per la vita del Signore, chi ha fatto questo merita la morte. — mai dire queste cose… stai attento — 6Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto una tal cosa e non aver avuto pietà». 7Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell’uomo! …

Immaginatevi cosa abbiano voluto dire queste parole: “Tu sei quell’uomo”; ti sei dato tu la tua sentenza di morte. Capito? Dio non lo prende in giro nessuno; Dio scruta il cuore di tutti, vede ogni pensiero.

Così dice il Signore, Dio d’Israele: — e adesso si salvi chi può — Io ti ho unto re d’Israele — e adesso inizia la memoria, come sempre! Perché il peccato azzera la memoria e fa vedere solo il presente; Dio invece ferma il presente e fa vedere il passato; è sempre così — e ti ho liberato dalle mani di Saul, 8ti ho dato la casa del tuo padrone e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo padrone, ti ho dato la casa di Israele e di Giuda e, se questo fosse troppo poco, io vi avrei aggiunto anche altro. 9 Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai colpito di spada Uria l’Hittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti. 10Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Uria l’Hittita. 11Così dice il Signore: Ecco io sto per suscitare contro di te la sventura dalla tua stessa casa; prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle a un tuo parente stretto, che si unirà a loro alla luce di questo sole; 12poiché tu l’hai fatto in segreto, ma io farò questo davanti a tutto Israele e alla luce del sole».

Stiamo attenti a quello che facciamo, stiamo molto attenti a quello pensiamo e a quello che facciamo, perché poi non finisce bene. Il Signore (altro che l’ira del re Davide) è intervenuto e ha detto: “Adesso basta, adesso chiamiamo le cose col loro nome”, perché Dio ama chiamare le cose col loro nome: “Tu sei un adultero, tu sei un assassino, tu sei un ingrato; avevi tutto e, se questo non fosse stato sufficiente, ti avrei dato anche altro, perché dunque hai fatto questo? Cosa ti mancava? Cosa ti serviva?”. Ma, sapete, noi non siamo mai sazi, noi dobbiamo sempre avere qualcosa in più. Ecco la logica del pranzo: uno mangia l’antipasto, poi beve il vino, poi prende il primo, poi magari prende ancora un po’ di primo, poi prende il secondo, poi prende il contorno, poi prende il dolce; ma un dolce non basta, ne prende due; poi due non bastano, ne prende tre, poi prende il caffè, poi prende il liquore e poi anche un cioccolatino. Ma il limite esiste? Esiste un limite nella nostra vita, tale per cui dico: “No, basta! Perché non serve, sono a posto così; adesso sono sazio!”. No, non esiste, non abbiamo limiti. Tutto quello che voglio deve realizzarsi e, se notate, tutto quello che noi sentiamo è volontà di Dio, è sempre così! Siccome io lo sento, è volontà di Dio. Ma non è un po’ strana, questa cosa? A voi non puzza che proprio quello che io voglio è volontà di Dio? A me fa drizzare un po’ le orecchie. Non è possibile che Dio sia sempre d’accordo con me!

Dobbiamo imparare a mettere dei limiti; ma tu prova a dire alle persone di oggi di mettere dei limiti; provate! Andate dalle persone che avete accanto a dire: “Dai, mettiamo dei limiti nella vita!”; ti rispondono: “Dei limiti?? Io esco quando voglio, torno quando voglio, parlo quanto voglio”. Non c’è limite di tempo, non c’è limite di niente! Vogliamo parlare fino a mezzanotte? Parliamo fino a mezzanotte. Vogliamo parlare fino all’una? Parliamo fino all’una. Vogliamo parlare fino alle due? Parliamo fino alle due. Qual è il problema! Perché dobbiamo mettere i limiti? Perché dobbiamo dire fin qui e non oltre? Va bene! Poi il giorno dopo mi sveglio — perché poi devo andare a lavorare — e ho il cervello in pappa, e poi, quello che dovei fare io, lo devono fare gli altri, capito? Perché io magari col cervello non ci sono, non riesco a mettere su uno più uno, allora gli altri si devono spaccare la testa, perché invece hanno avuto una vita regolare e devono sopperire a me. No, no, non è giusto, non è giusta questa cosa qua. Devono esserci dei limiti e il limite non può essere: ho il diabete alto, ho 400 trigliceridi e peso 380 chili; non è questa la ragione del limite! La ragione del limite è che io ho dei limiti, comunque, anche se peso 30 chili. Devo darmi dei limiti, perché mi fa bene avere dei limiti, è fondamentale pormi dei limiti, e dire: “Fin qui e non oltre”, perché se lo faccio nella vita umana e normale, lo farò poi anche nella vita spirituale.

Tu prova a dire adesso a una persona che non sia un bambino: “A che ora vai a letto la sera?”, ti risponde: “Dipende; alle dieci, alle undici, a mezzanotte, alle undici e mezza; dipende da quello che ho da fare. Non c’è un limite, non c’è una regola, non c’è una norma, è tutto così! Non va bene questa cosa, non è giusta, perché noi invece dobbiamo imparare a dire noi stessi: “No, tu hai dei limiti fisici e spirituali; e per capire questo, quando senti una tensione, un desiderio a… devi dire: non lo voglio fare. Lo posso fare, lo potrei fare, ma non lo faccio. Perché così insegno a me stesso che ho dei limiti; insegno a me stesso che il limite non è lo stomaco che mi sta per esplodere. Il limite è un’altra cosa: è che io decido che non voglio; decido che quella cosa lì mi fa bene farla fino a un certo punto, poi oltre non si può, oltre non è giusta, oltre non serve, non serve che ci sia un “oltre”. Perché devo vivere nella logica di dire: arrivo fino al limite, dopo comincio a tenermi alle catene? E questo vale su tutto: sul dormire, sul pregare, su tutto. Qualcuno viene e mi dice (magari qualche persona un po’ umile): “Padre, devo chiedere un consiglio. Avrei in mente di dire ai ragazzi di fare adorazione eucaristica tutta la notte” — “Tutta la notte?” — “Sì, sa con Gesù”. Il beato Cardinal Schuster, quando andava in visita ai sacerdoti nelle parrocchie, la prima domanda che faceva era: “Reverendo, quante ore dorme di notte lei?”; questa era la prima domanda, non chiedeva: quante ore prega, ma quante ore dorme di notte. Sì, tu fai l’Adorazione Eucaristica tutta la notte (ti senti Dio) e il giorno dopo fai impazzire gli altri perché diventi isterico. Dopo vado a casa e dormo fino alle due del pomeriggio. Ma questo è sensato?! Ci mancherebbe, è la cosa più logica della terra! É quello che Dio vuole da te? Che tu vada fuori di testa? Ma che senso ha? Fa le cose con un decoro, fai un’ora di adorazione come fanno tutti, falla bene, poi vai a casa a dormire, come tutti gli esseri umani, che fa bene. E basta, fine: hai fatto una cosa decorosa e il giorno dopo sei decoroso. Se il Signore ti chiederà altro, sarà poi il confessore a dirti se è vero; ma noi, invece… “Lo decido io che cosa è bene per me! Che cosa è giusto per me lo decido io! Sono io che so se quella cosa la posso fare oppure no; non verrai mica ad insegnare a me che ho quarant’anni come si fanno le cose!”; ma no, no, infatti poi si vedono gli esiti, dopo si vedono gli esiti delle scelte che facciamo; poi vediamo in giro la gente con gli occhi spiritati… però ha fatto l’Adorazione Eucaristica tutta notte. Oppure si è messa a fare chissà quali digiuni pazzeschi. La Madonna dice di fare il digiuno a pane e acqua, poi arrivano i “geni” che fanno digiuno di tutto, anche del bere. Se la Madonna ha detto di fare a digiuno pane e acqua, sulla base di che cosa ti metti a fare le cose che vuoi tu? “Per fare il digiuno a pane e acqua, ho mangiato mezzo panino in un giorno”; ma tu sei normale? Ma sai leggere quello che c’è scritto? Ma la Madonna ha detto quanti chili di pane devi mangiare? Fa la panettiera? Alla Madonna non interessa questa cosa qua, a Lei interessa il senso della penitenza, è evidente! Tanto che la Madonna, a Fatima — raccontò Lucia — due volte disse: “Lucia, a Dio Padre non piace che voi mettiate il cilicio di notte”. Ma quelli — “di coccio” — l’hanno messo ancora, e la Madonna è apparsa e ha detto: “Lucia, a Dio padre non piace che voi mettiate il cilicio di notte” (il cilicio è uno strumento di penitenza che si mette attorno alla vita). Dobbiamo domandarci: “Ma piace a te o piace a Dio?” perché, sapete, si possono avere devianze anche sulle penitenze; cioè, la penitenza non deve piacere a te, perché sennò non è più penitenza. Se ti piace fare il digiuno e lo fai, non è una penitenza, perché la penitenza è un’altra cosa, non è quello che ti piace. Il tema non è: svuotiamo lo stomaco, facciamo la dieta dimagrante; il tema è: fai penitenza, cioè poni dei limiti e rinunci a …

Domande:

D): [Parla un ragazzo molto giovane] Padre, io non ho capito quando le hai detto che noi non dobbiamo pensare di avere la pace dei sensi. Io non ho capito che cos’è la pace dei sensi.

R): Lo spiego subito. Sono felicissimo che tu non l’abbia capito, è buon segno, vuol dire che hai la pace dei sensi! Che cos’è la pace dei sensi? È questo: noi abbiamo cinque sensi, questi sensi sono stati donati da Dio al mio corpo, per fare in modo che, attraverso di essi, io potessi conoscere la realtà. Attraverso il senso della vista, io vedo; attraverso il senso dell’udito, io ascolto; attraverso il senso del tatto, io palpo, tocco la realtà e, anche se ho gli occhi chiusi, capisco che questa è una matita, e via di seguito. Fino a quando si è come te, ogni senso è al suo posto, secondo il suo fine: gli occhi guardano, le orecchie ascoltano, la pelle sente, ma secondo il suo fine, cioè non vanno a prendere altri fini, non si corrompono diventando qualcosa di diverso da quello che sono, stanno lì. A un certo punto, cosa succede? Succede che (non dico crescendo, perché non succede crescendo, questa roba, assolutamente, perché se cresci così, non succederà) a un certo punto, chi è intorno comincia a farti pensare che tu sei sbagliato, perché usi gli occhi solo per vedere, usi le orecchie solo per udire, usi le mani solo per conoscere toccando, e comincia a farti pensare che quegli occhi si possono usare anche per fare altro, che quelle mani si possono usare per fare altro, che quelle orecchie si possono usare per fare altro. Se tu accetterai di aprire quella porta, i tuoi occhi perderanno la pace; le tue orecchie perderanno la pace; le tue mani perderanno la pace: quei sensi non saranno mai più in pace, perché tu hai aperto una porta che non dovevi aprire, e questa porta ha tanti nomi: ha il nome della curiosità, ha il nome del senso di inferiorità, ha il nome della paura della diversità (la paura di essere diversi da loro), la paura di essere sbagliato, la paura di essere incompleto, la paura di non essere apprezzato, la paura che se tu non fai, non sai. Ma se tu farai, tu saprai ciò che non devi sapere, cioè il male. Se tu non aprirai quella porta succederà che quando faranno certi discorsi tu non li capirai, ed è un bene che tu non li capisca, perché non li devi capire. Ci sono cose nella vita — ecco il limite di cui parlavo — che noi non dobbiamo capire, perché non sono da capire, sono da rigettare. Se vedo una formica, non ho bisogno di metterla in bocca e masticarla per capire che fa schifo, la vedo e la butto via. Loro invece la prendono, la mettono in bocca e la mandano giù, e ti dicono: “Perché non lo fai anche tu?”. Allora tu, se cedi, se dici: “Vabbè, almeno l’assaggio” è finita; questo non lo devi fare mai. E allora rimarrai come una sorta di diverso rispetto “ai più”, perché certe cose, non conoscendole, non le potrai capire: le ascolterai, ma non le saprai collocare; cioè, li senti, ma i tuoi sensi, siccome non sono stati istruiti a riconoscere quelle cose immonde oltre la porta, torneranno a te e ti diranno: “Io queste cose non so cosa sono. Noi cinque tuoi amici (perché, se tu non apri la porta, sono tuoi amici, se apri la porta diventeranno i tuoi peggiori nemici) siamo qui a dirti che non sappiamo che cos’è questa cosa, che, tradotto, vuol dire: tu non sei stato creato per quella cosa lì, ecco perché non sai che cos’è. Non aprire quella porta; perché è bene che tu non lo sappia, è bene che tu non lo capisca, è bene che tu non lo viva e non lo provi; è bene, è giusto che sia così. E tu dovrai semplicemente accettare questa diversità. La stupideria delle persone è quella che fa dire: “No, siccome io non voglio essere diverso dagli altri, allora apro la porta”; e allora, se aprirai quella porta, perderai la visione reale della realtà. Sono parole un po’ difficili — forse — per te, che adesso non capisci bene, ma le capirai. Se le tieni in mente, le capirai. È come se tu, aprendo quella porta, da lì in avanti vedrai il mondo tutto filtrato, non lo vedi più per quello che è, non lo vedi più come lo vedi adesso, lo vedrai in un modo che fino ad allora non avevi mai conosciuto, lo ascolterai in un modo che fino a quel giorno non avevi mai ascoltato, perché hai aperto quella porta. E questo, se ti ricordi, è quello che San Giovanni Bosco chiamava l’innocenza, che va difesa con il sangue e con le unghie. Questa è l’innocenza battesimale, che è quella grazia per la quale, se tu la conservi, come San Domenico Savio, tu rimarrai sempre prima di quella porta, e San Domenico Savio tante cose non le capiva, ma non le voleva capire, e gli stava molto bene di essere diverso dagli altri, e voleva essere diverso dagli altri. Questo cosa comporterà? Comporterà anche persecuzioni, comporterà tante cose, anche brutte, da dover vivere, ma è meglio essere perseguitati fisicamente, ma tenere la porta chiusa, piuttosto che perdere quella pace e aprire quella porta e diventare uniforme, come tutti gli altri. Devi divergere, devi accettare di divergere da tutto quello che è consueto, perché porti dentro una cosa originale, che devi salvaguardare con tutto te stesso, che è: ho gli occhi per vedere, ho l’orecchio per ascoltare, ho la lingua per gustare, ho le mani per toccare, punto, e faccio queste cose, non oltre, non altre, con gli stessi strumenti. È come se ti dicessi: “Ti regalo questa matita, tu usala per scrivere” e, dopo un po’, tu, guardando gli altri dici: “No, ma io la faccio diventare una freccia, la uso per colpire”, allora hai passato la porta: da quel giorno, questa matita non sarà più per te una matita per scrivere, sarà una matita per scrivere e colpire. A quel punto è andata, non c’è più, e non si può più recuperare. E uno deve mettere sulla bilancia da cosa vuole essere escluso, devi scegliere tu. Questa è la scelta che ciascuno di noi deve fare o ha già fatto. È una scelta come tutte le altre scelte.

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.

Informazioni

Padre Giorgio Maria Faré ha tenuto queste catechesi tutti i lunedì alle ore 21 presso il Convento dei Padri Carmelitani Scalzi di Monza.

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