Quorum remiseritis peccata, remittuntur eis: et quorum retinueritis, retenta sunt.
I peccati saranno rimessi a coloro ai quali li rimetterete, e saranno ritenuti a coloro ai quali li tratterrete. (S. Giovanni, XX, 23.)
Quanto è costato, Fratello, a questo divino Salvatore dare efficacia a queste parole: «I peccati saranno rimessi a coloro ai quali voi li rimetterete, e saranno ritenuti a coloro ai quali voi li tratterrete! Ahimè! Quanti tormenti, quanti oltraggi e quale morte dolorosa! … Ma noi siamo così ciechi, così grossolani, così poco spirituali, che la maggior parte crede che spetti solo al sacerdote dare o negare l’assoluzione a suo piacimento. No, Fratello, ci sbagliamo grossolanamente; un ministro del sacramento della Penitenza non è altro che il dispensatore delle grazie e dei meriti di Gesù Cristo [1]; egli può concederli solo secondo le regole che gli sono state prescritte. Ahimè! Quale spavento deve provare un povero sacerdote nell’esercitare un ministero così temibile, in cui corre un pericolo così grande di perdersi lui stesso nel tentativo di salvare gli altri. Quale terribile resa dei conti per un povero sacerdote, quando verrà il giudizio e tutte queste assoluzioni gli saranno rimesse davanti agli occhi da Dio stesso, per esaminare se non sia stato troppo prodigo delle grazie del cielo, o troppo severo. Ahimè, Fratello, com’è difficile camminare sempre rettamente! Quanti sacerdoti, al momento del giudizio, vorrebbero non essere stati sacerdoti, ma semplici laici! Quanti fedeli si troveranno colpevoli, che forse non hanno mai pregato Dio per i loro pastori che si sono esposti alla perdizione per salvarli! Ma se un sacerdote ha il potere di rimettere i peccati, ha anche il potere di trattenerli, e san Gregorio Magno ci dice che un sacerdote deve esaminare bene quali sono le disposizioni del peccatore prima di dargli l’assoluzione. Deve vedere se il suo cuore è cambiato, se ha preso tutte le decisioni che deve prendere un grande peccatore convertito.
È quindi evidente che il ministro della penitenza deve differire o rifiutare l’assoluzione ad alcuni peccatori, pena la dannazione eterna insieme al suo penitente. Vi mostrerò quindi, o vi insegnerò, 1) che cos’è l’assoluzione; 2) a chi va data o rifiutata: materia molto interessante, poiché si tratta della vostra salvezza o della vostra perdizione.
Che l’uomo è felice, Fratello, ma quanto è colpevole! Dico che è felice perché, dopo aver perso il suo Dio, il cielo e la sua anima, può ancora sperare di trovare mezzi così facili per riparare questa grande perdita, che è quella di un’eternità di felicità. Il ricco che ha perso la sua fortuna, spesso non può, nonostante la sua buona volontà, ricostituirla; ma il cristiano ha perso la sua fortuna eterna? Egli può recuperarla senza che gli costi nulla, per così dire. Mio Dio, quanto ami i peccatori, dal momento che ci fornisci tanti mezzi per recuperare il paradiso! Dico che siamo davvero colpevoli di poter guadagnare tanti beni e disprezzare tutto! Hai perso il paradiso, amico mio, e perché vuoi vivere in tale povertà? Mio Dio! Quanto è facile per l’uomo peccatore evitare la sua sventura, e con quanta facilità può ripararla!
- – Se mi chiedete che cos’è l’assoluzione, vi dirò che è un giudizio che il sacerdote pronuncia, in nome e per autorità di Gesù Cristo, e con il quale i nostri peccati sono perdonati e cancellati come se non li avessimo mai commessi, se chi li confessa li riceve con le disposizioni richieste da questo sacramento. Ah! Fratello, chi di noi può trattenersi dall’ammirare l’efficacia di questo giudizio di misericordia? Che momento felice per un peccatore convertito! … Appena il ministro ha pronunciato queste parole: «Ti assolvo», l’anima è lavata, purificata da tutte le sue macchie, dal sangue prezioso che scorre su di essa. Mio Dio, quanto sei buono con i peccatori! Diciamo ancora, Fratello, che la nostra povera anima è strappata dalla tirannia del demonio e ricondotta all’amicizia e alla grazia del suo Dio; ritrova la pace, quella pace così preziosa, che è tutta la felicità dell’uomo in questo mondo e nell’altro; le viene restituita l’innocenza, con tutti i suoi diritti al regno di Dio, che i suoi peccati le avevano sottratto. Ditemi, signori, non dovremmo essere commossi fino alle lacrime alla vista di tante meraviglie? Avreste mai potuto pensare che, ogni volta che un peccatore riceve l’assoluzione, gli vengono concessi tutti questi beni! Ma tutto questo è dato e deve essere dato solo a coloro che lo meritano, cioè a coloro che sono peccatori, è vero, ma peccatori convertiti, che si pentono della loro vita passata, non solo perché hanno perso il cielo, ma perché sono stati indotti a oltraggiare Colui che merita di essere infinitamente amato.
- – Se volete sapere quando dovete differire o rifiutare l’assoluzione, eccolo: ascoltatelo bene e imprimetelo nel vostro cuore, affinché ogni volta che andrete a confessarvi possiate sapere se meritate di essere assolti o rimandati. Trovo otto ragioni che devono indurre il sacerdote a differire l’assoluzione, è la Chiesa stessa che ha dato queste regole che il sacerdote non deve trasgredire; se le trasgredisce, guai a lui e a colui che guida: è un cieco che guida un altro cieco, entrambi precipitano nell’inferno [2] . Il dovere del ministro è quello di applicare correttamente queste regole, e il vostro è quello di non mormorare mai quando non vi dà l’assoluzione. Se un sacerdote ve la rifiuta, è perché vi ama e desidera veramente salvare la vostra povera anima, e lo saprete solo nel giorno del giudizio: allora vedrete che era solo il desiderio di condurvi in paradiso che lo ha spinto a differire l’assoluzione. Se ve l’avesse concessa, come desideravate, sareste dannato. Non dovete quindi mai, Fratello, mormorare quando un sacerdote non vi dà l’assoluzione; al contrario, dovete ringraziare il buon Dio e lavorare con tutte le vostre forze per meritare questa felicità.
Dico che 1° coloro che non sono sufficientemente istruiti non meritano l’assoluzione: il sacerdote non deve concederla loro, e non può farlo senza rendersi colpevole; perché ogni cristiano è tenuto a conoscere Gesù Cristo, con i suoi misteri, la sua dottrina, le sue leggi e i suoi sacramenti. San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, ci dice espressamente che non si deve dare l’assoluzione a coloro che non conoscono i misteri principali del cristianesimo e gli obblighi particolari del loro stato: «Soprattutto, ci dice, quando si riconosce che la loro ignoranza deriva dalla loro indifferenza per la loro salvezza». Le leggi della Chiesa proibiscono di dare l’assoluzione ai padri e alle madri, ai maestri e alle maestre che non istruiscono i propri figli o i propri domestici, o che non li fanno istruire da altri in tutto ciò che è necessario per essere salvati; che non vegliano sulla loro condotta; che trascurano di correggerli dai loro disordini e dai loro difetti. Dirvi che coloro che non sanno ciò che è necessario per essere salvati non meritano l’assoluzione, è come dire a una persona che si trova nel precipizio senza darle i mezzi per uscirne. Vi mostrerò quindi ciò che dovete sapere per uscire da questo abisso di ignoranza; imprimete bene nei vostri cuori, affinché non vi si cancelli mai, affinché lo insegniate ai vostri figli e i vostri figli lo insegnino ad altri. Rinnoviamo, Fratello, ciò che vi ho già detto più volte: un cristiano deve conoscere il Padre Nostro, l’Ave Maria, il Credo, il Confiteor, i tre atti di Fede, Speranza e Amore, i Comandamenti di Dio e della Chiesa e il suo atto di Contrizione. Non intendo solo dire: le parole; perché bisognerebbe essere furiosamente ignoranti per non saperle; ma è necessario che, se vi si interroga, siate in grado di rendere conto della spiegazione di ogni articolo in particolare e del loro significato. Questo è ciò che vi si chiede, non di conoscere le parole. Dovete sapere che il Padre Nostro è stato composto da Dio stesso; che l’Ave Maria è stato composto in parte dall’angelo, quando andò a trovare la Santa Vergine per annunciarle il mistero dell’Incarnazione [3] , e in parte dalla Chiesa; dovete sapere che il Credo è stato composto dagli Apostoli dopo la discesa dello Spirito Santo, prima di disperdersi nel mondo; ciò fa sì che in tutti i luoghi del mondo si insegni la stessa religione e gli stessi misteri. Esso racchiude l’abbozzo di tutta la nostra santa religione, il mistero della Santa Trinità, che è un solo Dio in tre persone, che è il Padre che ci ha creati, che è il Figlio che ci ha redenti con la sua morte e le sue sofferenze, e che è lo Spirito Santo che ci ha santificati nel santo Battesimo. Quando dite: «Credo in Dio Padre onnipotente, creatore, ecc.», è come se diceste: «Credo che il Padre eterno ha creato tutto, i nostri corpi e le nostre anime, che il mondo non è sempre esistito, che non durerà per sempre, che un giorno tutto sarà annientato…». «Credo in Gesù Cristo», è come se diceste: «Credo che Gesù Cristo, la seconda persona della Santissima Trinità, si è fatto uomo, ha sofferto, è morto per redimerci, per meritarci il cielo che il peccato di Adamo ci aveva tolto». Credo nello Spirito Santo, nella santa Chiesa cattolica, ecc., è come se diceste: «credo che esiste una sola religione, quella della Chiesa, che è stata fondata da Gesù Cristo stesso, che in essa sono racchiuse tutte le sue grazie, che tutti coloro che non sono in questa Chiesa non saranno salvati e che questa Chiesa deve durare fino alla fine del mondo». Quando dite: «Credo nella comunione dei santi», È come se diceste: Credo che tutti i cristiani si scambiano le loro preghiere, tutte le loro buone opere, credo che i santi che sono in cielo pregano il buon Dio per noi e che noi possiamo pregare per coloro che sono nelle fiamme del purgatorio. Quando dite: «Credo nella remissione dei peccati», è come se diceste: «Credo che nella Chiesa di Gesù Cristo ci siano sacramenti che rimettono ogni tipo di peccato e che non c’è peccato che la Chiesa di Gesù Cristo non possa rimettere». Dire: «La resurrezione della carne», significa che i nostri stessi corpi, che abbiamo ora, risorgeranno un giorno, che le nostre anime vi rientreranno per andare in cielo, se avremo avuto la felicità di servire bene il buon Dio, o per andare all’inferno a bruciare per l’eternità se… Quando dici: «Credo nella vita eterna», significa dire: «Credo che l’altra vita non finirà mai, che la nostra anima durerà quanto Dio stesso, che è infinito». Quando dici: «Da dove verrà a giudicare i vivi e i morti», è come se dicessi: «Credo che Gesù Cristo è in cielo con il corpo e l’anima, e che sarà lui stesso a venire a giudicarci, a ricompensare coloro che avranno fatto il bene e a punire coloro che lo avranno disprezzato».
Bisogna sapere che i Comandamenti di Dio furono dati ad Adamo quando fu creato; cioè Dio li incise nel suo cuore, e dopo che Adamo peccò, Dio li diede a Mosè scritti su tavole di pietra, sul monte Sinai [4]. Sono gli stessi che Dio stesso rinnovò quando venne sulla terra per salvarci tutti [5]. Dico che dovete conoscere i vostri tre atti, la Fede, la Speranza e la Carità. Non intendo semplicemente le parole, chi non le conosce? Ma il significato di questi atti. La fede ci fa credere tutto ciò che la Chiesa ci insegna, anche se non possiamo comprenderlo; ci fa credere che Dio ci vede, veglia sulla nostra conservazione, che ci ricompenserà o punirà, a seconda che avremo fatto il bene o il male; che c’è un paradiso per i buoni e un inferno per i malvagi; che Dio ha sofferto ed è morto per noi. La speranza ci fa compiere tutte le nostre azioni con l’intento di piacere a Dio, perché saranno ricompensate per l’eternità. Dobbiamo credere che né la fede né la speranza saranno più necessarie in cielo, o piuttosto che non avremo né fede né speranza: non avremo nulla in cui credere perché non ci saranno più misteri, né nulla da sperare, poiché vedremo tutto ciò in cui abbiamo creduto e possederemo tutto ciò che abbiamo sperato; non ci sarà altro che l’amore, che ci consumerà per tutta l’eternità; questo sarà tutta la nostra felicità. In questo mondo, l’amore di Dio consiste nell’amare il buon Dio al di sopra di tutto ciò che è creato, preferirlo a tutto, anche alla nostra vita. Ecco, Fratello, ciò che si intende quando si dice che dovete conoscere il Padre Nostro, l’Ave Maria, il Credo, il Confiteor, l’Unicità di Dio e i vostri tre atti. Se non sapete questo, non sapete ciò che è necessario per salvarvi; dovete almeno essere in grado di rispondere se vi viene chiesto ciò che vi ho appena detto.
Ma non è ancora tutto: dovete sapere che cos’è il mistero dell’Incarnazione e che cosa significa questa parola Incarnazione. Dovete sapere che questo mistero significa che la seconda persona della Santissima Trinità ha assunto un corpo come il nostro nel seno della Santissima Vergine Maria, per opera dello Spirito Santo. Noi onoriamo questo mistero il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione, perché in questo giorno il Figlio di Dio ha unito, ha unito la sua divinità alla nostra umanità; ha assunto un corpo come il nostro, eccetto il peccato, e si è caricato di tutti i nostri peccati per soddisfare la giustizia di suo Padre. Bisogna sapere che è il 25 dicembre che Gesù Cristo è venuto al mondo, a mezzanotte, il giorno di Natale. Sapete che in questo giorno si celebrano tre messe, per onorare le tre nascite di Gesù Cristo: la prima, nel seno del Padre suo, che è da tutta l’eternità; la seconda, la sua nascita corporale nella mangiatoia, e la terza, la sua nascita nelle nostre anime attraverso la santa comunione [6].
Dovete sapere che è il Giovedì Santo che Gesù Cristo ha istituito l’adorabile sacramento dell’Eucaristia [7]. La vigilia della sua morte, mentre era con i suoi apostoli, prese il pane, lo benedisse, lo cambiò nel suo corpo. Prese del vino con un po’ d’acqua, lo cambiò nel suo sangue e diede a tutti i sacerdoti, nella persona dei suoi apostoli, il potere di compiere lo stesso miracolo ogni volta che avrebbero pronunciato le stesse parole: ciò che avviene durante la santa Messa quando il sacerdote pronuncia le parole della consacrazione. Bisogna sapere che è il Venerdì Santo che Gesù Cristo è morto, cioè che è morto come uomo e non come Dio; perché, come Dio, non poteva morire; che è risorto il santo giorno di Pasqua, il che significa che la sua anima si è riunita al suo corpo, e che dopo essere rimasto quaranta giorni sulla terra, è asceso al cielo il giorno dell’Ascensione [8]; che lo Spirito Santo è disceso sugli apostoli il giorno di Pentecoste. Se vi chiedono quando sono stati istituiti i sacramenti da Gesù Cristo o quando hanno avuto effetto, cioè quando ci hanno comunicato tutte le sue grazie, dovete rispondere che è stato solo dopo la Pentecoste. – Se vi chiedessero chi li ha istituiti, dovete rispondere che solo Gesù Cristo ha potuto istituirli: non la Santa Vergine né gli apostoli. Dovete sapere quanti sono, quali sono gli effetti di ciascun sacramento e quali sono le disposizioni necessarie per riceverli; dovete sapere che il Battesimo cancella in noi il peccato originale, che è il peccato di Adamo, e che abbiamo quando veniamo al mondo; che quello della Cresima ci è dato dal vescovo, e ci dona lo Spirito Santo con l’abbondanza delle sue grazie; che quello della Penitenza ci viene dato quando ci confessiamo e che, mentre il sacerdote ci dà l’assoluzione, se siamo ben preparati, tutti i nostri peccati vengono cancellati. Nella Santa Eucaristia non riceviamo la Santa Vergine, né gli angeli, né i santi, ma il Corpo adorabile e il Sangue prezioso di Gesù Cristo. Come Dio, riceviamo le tre persone della Santissima Trinità: cioè il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, e come uomini riceviamo solo il Figlio: cioè il suo corpo e la sua anima uniti alla sua divinità. – Il sacramento dell’Estrema Unzione è quello che ci aiuta a morire bene ed è istituito per purificarci dai peccati che abbiamo commesso con tutti i nostri sensi. Quello dell’Ordine comunica agli uomini lo stesso potere che il Figlio di Dio ha dato ai suoi apostoli. Questo sacramento è stato istituito quando Gesù Cristo disse ai suoi apostoli: «Fate questo in memoria di me [9] », e ogni volta che pronuncerete queste parole, opererete lo stesso miracolo. Il sacramento del Matrimonio santifica i cristiani che si uniscono secondo le leggi della Chiesa e dello Stato. C’è ancora da dire che c’è una differenza tra il sacramento dell’Eucaristia e gli altri. In quello dell’Eucaristia riceviamo il Corpo adorabile e il Sangue prezioso di Gesù Cristo, mentre negli altri riceviamo solo l’applicazione del suo Sangue prezioso. Ad alcuni si dà ancora il nome di sacramenti dei morti, agli altri il nome di sacramenti dei vivi. Ecco perché si dice che il Battesimo, la Penitenza e talvolta l’Estrema Unzione sono sacramenti dei morti: perché la nostra anima è morta agli occhi di Dio a causa del peccato. Questi sacramenti risuscitano la nostra anima alla grazia; e gli altri, che si chiamano sacramenti dei vivi, lo sono perché per riceverli è necessario essere in stato di grazia, cioè senza peccato. Bisogna anche sapere che quando Gesù Cristo ha sofferto sulla croce, né il Padre né lo Spirito Santo hanno sofferto, né sono morti; ma solo il Figlio ha sofferto ed è morto come uomo e non come Dio.
Ebbene, Fratello, se vi avessi interrogato, avreste risposto correttamente a tutto questo? Se non sapete tutto ciò che vi ho appena detto, non siete sufficientemente istruiti per salvarvi. Abbiamo detto che i padri e le madri, i maestri e le maestre devono essere istruiti su tutto ciò che riguarda il loro stato per salvarsi. Un padre, una madre, un maestro, un’insegnante devono conoscere tutti i doveri che hanno nei confronti dei propri figli e dei propri domestici; cioè, conoscere perfettamente la propria religione, per insegnarla ai propri figli e ai propri domestici; altrimenti, non sono che poveri disgraziati che precipitano tutti all’inferno. Ahimè! Quanti padri e madri, maestri e maestre che non conoscono nemmeno la loro religione, che marciscono con i loro figli e i loro domestici in una crassa ignoranza e che non hanno altro da aspettarsi che la morte per essere gettati all’inferno! San Paolo ci dice che chi ignora i propri doveri merita di essere ignorato da Dio [10]. Concorderete con me che tutte queste persone sono indegne dell’assoluzione e, se hanno la sfortuna di riceverla, è solo un sacrilegio che ricade sulle loro povere anime. Oh mio Dio, che ignoranza danna il mondo! Siamo certi che questo solo peccato ne danneggerà più di tutti gli altri messi insieme; perché una persona ignorante non conosce né il male che fa peccando, né il bene che perde; così che una persona ignorante è una persona perduta!
- Dico che si deve differire l’assoluzione a coloro che non danno alcun segno di contrizione, cioè di pentimento per i peccati commessi. Innanzitutto, l’esperienza ci insegna che non dobbiamo fidarci delle promesse e delle proteste che si fanno. Tutti dicono di essere pentiti di aver offeso il buon Dio, di volersi correggere sinceramente e che, se vengono a confessarsi, è solo per questo. Il sacerdote, credendo alla loro sincerità, dà loro l’assoluzione. Che cosa ne consegue da tutte queste risoluzioni? Ecco: otto giorni dopo essere stati assolti, dimenticano tutte le loro promesse e «ritornano al loro vomito» [11], cioè a tutte le loro cattive abitudini. Quindi, tutte le proteste non sono prove sufficienti di conversione. Gesù Cristo ci dice che è dai frutti che si riconosce l’albero [12]; allo stesso modo, è solo dal cambiamento di vita che si può sapere se si è provato il pentimento necessario per essere degni dell’assoluzione. Quando si rinuncia veramente ai propri peccati, non basta piangerli, bisogna anche rinunciare, abbandonare e fuggire tutto ciò che può ricondurci ad essi: cioè essere pronti a soffrire qualsiasi cosa piuttosto che ricadere nei peccati che abbiamo appena confessato. È necessario che si veda in noi un cambiamento totale, altrimenti non abbiamo meritato l’assoluzione, e c’è motivo di credere che abbiamo commesso un sacrilegio. Ahimè, quanti sono pochi quelli in cui si vede questo cambiamento dopo aver ricevuto l’assoluzione! Mio Dio, quanti sacrilegi! Ah, se almeno su trenta assoluzioni ce ne fosse una buona, il mondo sarebbe presto convertito! Queste persone non meritano quindi l’assoluzione, poiché non danno segni sufficienti di contrizione. Ahimè! Quante volte, perché vengono rimandate, non tornano più. È quindi perché non avevano voglia di convertirsi, poiché, lungi dal lasciare la loro confessione fino a un’altra Pasqua, avrebbero lavorato con tutto il cuore per cambiare vita e tornare a riconciliarsi con il buon Dio.
- Dico che si deve rifiutare l’assoluzione a tutti coloro che conservano odio, rancore nel cuore, che rifiutano di perdonare o di fare i primi passi per riconciliarsi; così, Fratello, bisogna stare molto attenti a non ricevere mai l’assoluzione quando avete qualcosa contro il vostro prossimo. Dopo aver avuto qualche difficoltà, dovete essere disposti a rendergli servizio con la stessa disponibilità e di buon grado come se vi avesse fatto solo del bene in tutta la vostra vita. Se vi accontentate di dire che non gli volete male, ma lo lasciate come è, e non lo salutate di buon grado, evitate la sua compagnia, preferite altri a lui, non lo amate come dovete, affinché il buon Dio vi perdoni i vostri peccati. Dio vi perdonerà solo nella misura in cui voi perdonerete veramente il vostro prossimo, e finché proverete qualcosa nel vostro cuore contro di lui, la cosa migliore è lavorare per sradicare questo sentimento; poi riceverete l’assoluzione. So bene che si può, e anzi si deve, evitare le compagnie che possono esporci a litigare con gli uni e con gli altri, dove non si parla che della condotta dei vicini. Con queste persone bisogna comportarsi così: frequentarle solo quando è necessario, ma non desiderare loro alcun male, né dirlo; accontentarsi di pregare il buon Dio per loro. Ascoltate ciò che Gesù Cristo ci dice nel Vangelo: «Se, mentre stai per presentare la tua offerta sull’altare, ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, o che tu lo hai offeso, lascia lì la tua offerta e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello [13]. È Gesù Cristo ci dice che il giudizio è riservato a chi non ha avuto misericordia del proprio fratello [14]. Tu capisci, Fratello, bene quanto me, che ogni volta che abbiamo qualcosa contro qualcuno, non dobbiamo ricevere l’assoluzione; perché ciò significherebbe esporsi a commettere un sacrilegio, che è il più grande di tutti i mali.
4 Io dico che si deve trattare allo stesso modo coloro che hanno fatto torto al prossimo e che rifiutano di riparare il male che hanno fatto alla sua persona o ai suoi beni; non si può nemmeno dare l’assoluzione a una persona che è in punto di morte che ha delle restituzioni da fare e le lascia ai suoi eredi. Tutti i Padri dicono che per chi ha qualcosa che appartiene ad altri, che potrebbe restituirlo e non lo fa, non c’è perdono né salvezza da sperare per lui.
5 Io dico che si deve rifiutare l’assoluzione a coloro che si trovano in occasione prossima di peccato e rifiutano di uscirne. Si chiama occasione prossima di peccato tutto ciò che può indurci abitualmente a commetterlo, come gli spettacoli, i balli, le danze, i libri cattivi, le conversazioni disoneste, le canzoni profane, i quadri indecenti, i modi disonesti di vestirsi, le cattive compagnie, la frequentazione di persone di sesso diverso, le relazioni con persone con cui si è già peccato, ecc… Come sono ancora i mercanti che non sanno vendere senza mentire o ingiuriare, così sono i tavernieri che danno da bere agli ubriachi durante le funzioni religiose o di notte; come ancora i domestici che sono sollecitati al male da qualcuno della casa. A tutte queste persone il sacerdote non deve e non può, senza dannarsi, dare l’assoluzione, a meno che queste persone non promettano di abbandonare queste cose e di rinunciare a tutte quelle che possono indurle al peccato o che sono per loro occasione di peccato. Altrimenti, ricevendo l’assoluzione, non possono che commettere un sacrilegio.
- Dico che si deve rifiutare l’assoluzione a coloro che sono scandalosi, che con le loro parole, i loro consigli e i loro esempi perniciosi inducono gli altri al peccato; tali sono quei cattivi cristiani che deridono la parola di Dio e coloro che la annunciano, siano essi i loro pastori o altri sacerdoti; che si prendono gioco della religione, della pietà e delle cose sacre; che dicono parole contrarie alla fede o alla buona morale; coloro che tengono nelle loro case veglie, danze profane, giochi proibiti; che hanno quadri disonoranti, indecenti o libri cattivi; come sono ancora le persone del sesso che si adornano con l’intenzione di piacere, che con i loro sguardi, i loro modi, il loro comportamento pretenzioso, fanno commettere tante fornicazioni e adulteri di cuore. Un confessore, dice san Carlo, deve rifiutare l’assoluzione a tutte queste persone, poiché è scritto: «Guai a colui per cui viene lo scandalo [15]».
7 Io dico che si deve rifiutare l’assoluzione, cioè differirla ai peccatori abituali, che ricadono da tempo nei medesimi peccati, che non fanno, o almeno fanno ben pochi sforzi per correggersi. Tra questi vi sono coloro che hanno l’abitudine di mentire in ogni momento, che non se ne fanno scrupolo, che provano piacere nel dire bugie per far ridere gli altri; come coloro che hanno l’abitudine di parlare male del prossimo, che hanno sempre qualcosa da dire su di lui; come coloro che bestemmiano con piccole bestemmie: mio Dio, sì; mio Dio, no; sulla mia fede; certo, perbacco, m’ha m’ha, il J… F…, B…, F…, S… N… F…, e altre cose simili; coloro che hanno l’abitudine di mangiare a tutte le ore, anche senza necessità; che si impazientono in ogni momento, per un nonnulla; coloro che bevono e mangiano con eccesso; come coloro che non fanno abbastanza sforzi per correggersi da questi pensieri di orgoglio, di vanità, di cattivi pensieri contro la purezza; infine, dico che si rifiuterà l’assoluzione a tutti coloro che non accusano se stessi dei propri peccati, che aspettano, per dirli, che il confessore glieli chieda. Non spetta al sacerdote confessare i vostri peccati, ma a voi; se il sacerdote vi fa qualche domanda, è per supplire a ciò che voi non potreste sapere. – Ahimè! Ad alcuni bisogna strappare, per così dire, i peccati dal profondo del cuore; e ci sono quelli che discuteranno con il loro confessore, dicendo che non hanno fatto nulla di male. È evidente che queste persone non sono degne di ricevere l’assoluzione e non hanno le disposizioni necessarie richieste da questo sacramento per non profanarlo. Tutti i Padri sono d’accordo su questo punto: quando non c’è cambiamento né emendamento in una persona che si confessa, la sua penitenza è falsa e ingannevole. Il santo Concilio di Trento ci ordina di dare l’assoluzione solo a coloro in cui si vede la cessazione del peccato, l’odio e il disprezzo del passato, la risoluzione e l’inizio di una nuova vita. Ecco, Fratello, le regole dalle quali un confessore non può discostarsi senza perdere sé stesso e i suoi penitenti.
Ma vediamo ora quali sono le ragioni addotte per indurre il confessore a dare l’assoluzione. Alcuni dicono che non dare l’assoluzione a coloro che si confessano più volte significa distruggere la religione e far sembrare troppo difficile fare ciò che essa ci comanda; che significa respingere i peccatori, che si è causa della loro rinuncia alla religione, che significa gettarli all’inferno; che ce ne sono molti altri più facili; che almeno si avrebbe il piacere di vedere nella parrocchia un gran numero di persone che si confessano e che ogni anno tornano volentieri a confessarsi; che volendo troppo non si ottiene nulla. Fratello, tutti quelli che ragionano in questo modo sono proprio quelli che non meritano questa grazia. Ma, amici miei, fin dall’inizio della Chiesa, tutti i Padri hanno seguito questa regola: che è assolutamente necessario aver abbandonato il peccato per ricevere l’assoluzione. Questi rifiuti sembrano duri solo ai peccatori impenitenti; questo comportamento può respingere solo coloro che non pensano di convertirsi. Che cosa risulta, signori, da queste assoluzioni affrettate? Lo sapete fin troppo bene voi stessi. Ahimè! Una catena di sacrilegi. Appena assolti, ricadete nei vostri peccati; la facilità con cui avete ottenuto il perdono vi ha fatto sperare di ottenerlo un’altra volta con la stessa facilità, e avete continuato a condurre la stessa vita; invece, se vi fosse stata negata l’assoluzione, sareste tornati in voi stessi; avreste aperto gli occhi sulla vostra sventura, dalla quale forse non uscirete mai. La vostra povera vita non è che un susseguirsi di assoluzioni e ricadute. Mio Dio, che sventura! Ecco dove vi porta la nostra sfortunata facilità nell’assolvervi. Non è forse più crudele darvi l’assoluzione che negarvela, quando non siete in grado di riceverla? San Cipriano ci dice che un sacerdote deve attenersi alle regole della Chiesa e attendere che il penitente dia segni certi che il suo cuore è cambiato e che ha iniziato a condurre una vita completamente diversa da quella che conduceva prima di confessarsi: perché Gesù Cristo stesso, pur essendo Dio, maestro della grazia, ha concesso il perdono solo ai veri penitenti; ha accolto il buon ladrone, la cui conversione era sincera, ma ha respinto il malvagio a causa della sua impenitenza. Perdonò san Pietro, di cui conosceva il pentimento; ma abbandonò Giuda, la cui penitenza era falsa. Quanto è infelice un sacerdote e un penitente, se il sacerdote gli dà l’assoluzione quando il penitente non la merita! Se, nel momento in cui il ministro dice al penitente: «Ti assolvo», Gesù Cristo dice: «Io lo condanno…». Ahimè, quanti sono quelli che lo fanno, poiché sono pochi quelli che abbandonano il peccato dopo aver ricevuto l’assoluzione e cambiano vita!
Tutto questo è vero, mi direte; ma cosa diranno di me, dopo avermi visto confessarmi più volte senza fare penitenza? Si crederà che conduco una vita dissoluta; del resto, ne conosco molti altri, più peccatori di me, che se la passano bene; avete ricevuto bene tal dei tali, che ha mangiato carne con me; che va in chiesa tutte le domeniche, proprio come me, a… – La coscienza degli altri non è la vostra; se fanno del male, non dovete ascoltarli. Volete forse, per salvare le apparenze, dannarvi commettendo un sacrilegio? Non sarebbe forse la più grande delle sventure? Credi che ti notino perché ti hanno visto confessarti più volte e non hai fatto la comunione. Ah, amico mio, temi piuttosto gli occhi di Dio, davanti al quale hai fatto il male, e non badare a tutto il resto. Dite che conoscete persone più colpevoli di voi, che sono passate. Che ne sapete? Vi è venuto un angelo a dirvi che Dio non li ha cambiati e convertiti? E anche se non fossero convertiti, dovete fare del male perché loro fanno del male? Volete dannarvi perché gli altri si dannano? Mio Dio, che linguaggio terribile! – Ma, dicono questi penitenti, che non solo non sono convertiti, ma non desiderano nemmeno convertirsi, bensì solo salvare le apparenze. Quando bisognerà venire a comunicarsi, non vorrei aspettare troppo. – Quando bisogna venire a ricevere la comunione? Ascoltate san Giovanni Crisostomo; egli stesso ci insegna quando bisogna venire a ricevere la comunione. È a Pasqua, a Pentecoste, a Natale? No, vi dice. È in punto di morte? No, vi dice ancora. Quando allora? È, vi dice, quando avrete rinunciato definitivamente al peccato e sarete ben risoluti a non ricaderci più, con l’aiuto della grazia di Dio; quando avrete restituito ciò che non è vostro; quando vi sarete riconciliati con il vostro nemico; allora sarete veramente convertiti. – Altri peccatori ci diranno: Se siete così severo, andremo da altri che ci accetteranno. Sono già venuto tante volte; ho altro da fare che andare in giro; non tornerò più; vedo bene che ce l’avete con me. Che male ho fatto? – Andate a cercarne un altro, amico mio, siete libero di andare dove volete; ma credete che un altro vorrà dannarsi più di me? No, certamente no. Se vi accoglie, è perché non vi conosce abbastanza. Volete sapere chi è una persona che parla in questo modo e che va a cercare l’assoluzione altrove? Ascoltate e tremate. Lascia la sua guida, che può ben guidarla, per cercare un passaporto per andare dritta all’inferno. – Ma, mi direte, sono venuto tante volte. – Ebbene, amico mio, correggetevi e vi passerà la prima volta che tornerete. – È da tanto che non torno, dite. – Peggio per voi, amico mio. Non tornando più, andrete dritti all’inferno. Ci sono persone così cieche che arrivano a credere che il confessore ce l’abbia con loro, poiché non dà loro l’assoluzione. Senza dubbio, amico mio, ce l’ha con voi; ma è la salvezza della vostra povera anima che vuole per voi; è per questo che non vuole darvi l’assoluzione, che, lungi dal salvarvi, vi dannerebbe per l’eternità. Ma, dite, che male ho fatto? Non ho né ucciso né rubato… – Non hai né ucciso né rubato, dici? Ma, amico mio, l’inferno è pieno di altre persone che non hanno né ucciso né rubato; ci sono più di questi due peccati che trascinano le anime all’inferno. Ma se fossimo così meschini da darvi l’assoluzione, quando non la meritate, saremmo i carnefici della vostra povera anima, che è costata tante sofferenze a Gesù Cristo [16].
Ascoltate, signori, questo aneddoto storico, che ci insegna quali sono gli effetti di queste assoluzioni affrettate, senza che il penitente sia disposto a riceverle. San Carlo Borromeo ci racconta che un uomo ricco di Napoli conduceva una vita poco cristiana. Si rivolse a un confessore che aveva fama di essere molto indulgente e facile. Questo sacerdote, infatti, non appena ebbe ascoltato il penitente, gli diede l’assoluzione senza alcuna prova di pentimento. Il gentiluomo, sebbene privo di religione, stupito di questa facilità che molti confessori saggi e illuminati non avevano avuto con lui, si alzò bruscamente e tirò fuori alcune monete dalla tasca: «Tenga, padre, disse, prenda queste monete e conservatele bene fino a quando non ci ritroveremo insieme nello stesso luogo». «Quando e dove ci rivedremo?», rispose il prete stupito. – «Padre mio, sarà negli inferi, dove presto saremo entrambi; voi per avermi dato l’assoluzione di cui ero indegno, e io per essere stato così infelice da riceverla senza essermi convertito».
Che ne pensate di questo, Fratello? Meditiamolo insieme; c’è da far tremare tutti. – Ma, mi direte, quando si può ricevere l’assoluzione? Non appena vi sarete convertiti, avrete cambiato il vostro modo di vivere, avrete pregato il buon Dio di far conoscere al vostro confessore quali sono le disposizioni del vostro cuore, quando avrete compiuto esattamente tutto ciò che il vostro confessore vi avrà prescritto e non mancherete di tornare nel tempo che vi ha indicato. Si racconta di un peccatore che si convertì in una missione e che, dopo la confessione, il sacerdote lo vide così ben disposto che stava per dargli l’assoluzione. Ma il povero uomo gli disse: «Come, padre, l’assoluzione a me? Ah, lasciatemi piangere ancora un po’ per i peccati che ho avuto la sventura di commettere; mettetemi alla prova, affinché siate certo che il mio pentimento è sincero». – Ricevendo l’assoluzione, credeva di morire dal dolore. Mio Dio! Quanto sono rare queste disposizioni! Ma quanto sono rare anche le buone confessioni! Concludiamo che non dobbiamo mai sollecitare il nostro confessore a darci l’assoluzione, perché dobbiamo sempre temere di non essere pronti, cioè abbastanza convertiti. Chiediamo al buon Dio che ci converta, confessandoci, affinché i nostri peccati siano veramente perdonati. È questa la felicità che vi auguro.
[1] I COR. IV, 1.
[2] MATT. XV, 14.
[3] LUC. I, 28.
[4] ESOD. XXX, 18.
[5] Differenza tra i Comandamenti di Dio e quelli della Chiesa. (Nota del Santo.)
[6] Vedi Padre Lejeune, t. VIII Sermone CCXVI, per il giorno di Natale, Le tre nascite del Figlio di Dio.
[7] LUC. XXII.
[8] ATTI I, 3, 9.
[9] Luca XXI, 19.
[10] I COR. XIV, 38.
[11] II PET. II, 2
[12] MATT. XII, 33.
[13] MATT. V, 23.
[14] GAC. II, 13.
[15] MATT. XVIII, 7.
[16] Istruzione dei giovani, p. 172. (Nota del Santo.)















