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“Comunione spirituale e comunione psichica” da “Vita comune” di D. Bonhoeffer. Parte 51

Comunione spirituale e comunione psichica

Meditazione

Pubblichiamo l’audio della meditazione: “Comunione spirituale e comunione psichica” tratta dal testo “Vita comune” di Dietrich Bonhoeffer.
Lunedì 6 marzo 2023

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

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VANGELO (Lc 6, 36-38)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati.
Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Testo della meditazione

Scarica il testo della meditazione in formato PDF

Eccoci giunti a lunedì 6 marzo 2023.

Abbiamo ascoltato il Vangelo della Santa Messa di oggi, tratto dal capitolo sesto di san Luca, versetti 36-38.

Continuiamo la nostra lettura del libro di Bonhoeffer, Vita comune, e prima leggiamo il diario della beata Edvige Carboni.

Martedì 17 maggio: mi si presentò due corone e l’angelo mi disse: “Di queste due corone, quale vuoi?” — Io guardai e non sapevo quale scegliere. Rimasi incerta sulla scelta e l’angelo mi ripeté: “Chi sceglie in vita quella di rose, nell’altra avrà quella di spine”.

Quindi è bene che, seppure con fatica, ci disponiamo interiormente ad accettare tutto ciò che il Signore ci manderà, non solo doni e grazie ma anche quelle sofferenze, quelle situazioni difficili nelle quali non vorremmo mai trovarci e impariamo a ad accoglierle, anche queste, come dei doni della provvidenza di Dio.

In terzo luogo — scrive Bonhoeffer — parliamo del servizio che consiste nel sostegno dell’altro. — ecco, siamo arrivati qui, ieri — Portate gli uni i pesi degli altri e così adempirete perfettamente la legge del Cristo” (Galati, 6,2). Quindi la legge di Cristo è una legge del “portare”. Portare è sopportare. Il fratello è un peso per il cristiano, anzi lo è particolarmente per il cristiano. Per il pagano l’altro non costituisce affatto un peso, dato che non lo riguarda minimamente, ma il cristiano deve portare il peso del fratello. Deve sopportare il fratello, e solo in quanto è percepito come un peso, l’altro è veramente un fratello e non un oggetto da dominare.

Ci fermiamo qui un attimo. Quindi il terzo modo di servire è quello di essere sostegno dell’altro e lui cita questa questo versetto della lettera ai Galati, capitolo sesto, versetto due, di portare i pesi gli uni degli altri per adempiere perfettamente la legge di Cristo. Quindi — lui dice — la legge di Cristo qual è? È quella di portare, portare che è sopportare.

Perché il fratello è un peso per il cristiano? Perché il fratello che ho accanto, che il Signore mi ha messo accanto, è un peso? Lo è se mi riguarda, perché, vedete, io posso essere cristiano e comportarmi da pagano, io posso essere frate, suora, prete e comportarmi da pagano, non da cristiano, qual è il discriminante? Il discriminante tra l’essere pagano e l’essere cristiano sta nel fatto che il fratello, per il cristiano, è un qualcosa che lo riguarda, è una preoccupazione, è una cura.

Se a me dell’altro non interessa niente, io sono cristiano di nome ma non di fatto. Quindi se l’altro per me non è un peso, un peso nel senso una realtà da portare, un qualcosa che mi carico addosso, allora io sono un pagano. Se non è un peso, io sono pagano, perché vuol dire che dell’altro non mi interessa niente. Pagano vuol dire proprio colui che è totalmente alieno dalle cose di Dio, che non c’entra niente con Dio.

Se l’altro è un peso, quindi un fratello, allora non è un oggetto da dominare, perché per il mondo, per i pagani — dice Bonhoeffer — l’altro non è un peso, perché non mi interessa niente di lui, e quindi lo posso dominare, lo posso usare, lo posso strumentalizzare.

Sentite cosa scrive! Questo ci aiuta ad uscire da quella retorica mielosa, che è solo chiacchiera: “Ah, tu per me non sei un peso, no per me tu… è bello, per me è facile, per me… “ — No, no, no, assolutamente, perché se così è, allora vuol dire che io non sono una tua preoccupazione, una cosa di cui avere cura, non sono un peso da portare, vuol dire che non ti interessa niente. Sentite:

Il peso dell’uomo è stato così pesante anche per lo stesso Dio, che ha dovuto soccombervi sulla croce. Dio ha veramente sopportato gli uomini fino all’estrema sofferenza nel corpo di Gesù Cristo. E in tal modo li ha portati come una madre porta il bambino, come un pastore porta l’agnello che si era smarrito. Dio si è fatto carico degli uomini, ed essi lo hanno piegato sotto il loro peso, ma Dio è rimasto con loro ed essi con lui. Nel sopportare gli uomini, Dio ha stabilito una comunione con loro. È la legge di Cristo, compiuta sulla croce. A questa legge i cristiani hanno la possibilità di partecipare. Devono portare e sopportare il fratello, ma la cosa più importante è che ora possono portarlo nell’ubbidienza alla legge adempiuta da Cristo.

Sono parole forti, parole veramente dense e intense. Noi siamo così pesanti, cioè abbiamo un peso specifico grosso, è talmente vera questa cosa che persino Gesù, che ha portato questo peso per tutta la sua vita, soprattutto nel momento della Passione, alla fine è stato ucciso da questo peso. Poi il Padre lo ha risorto, ma questo è un altro discorso. Il peso di questa umanità ferita, piagata, peccatrice, dispersa, distratta e quant’altro, è stato talmente pesante da farlo morire in Croce.

Questo vuol dire “portare il peso”, questo vuol dire “considerare come un fratello”. Abbiamo la prova che Gesù ci ha portati come fratelli, che Dio padre, in Gesù, ci ha portato come figli, la prova di questo che cos’è? Non sono le chiacchiere, non sono le parole, non sono i discorsi, no, no, è il Sangue del Figlio, il Sangue del Figlio sulla Croce; questa è la prova che Gesù ha veramente avuto cura di noi, che noi siamo stati per lui un peso, una realtà da portare, un qualcosa di prezioso. Ciò che non ha peso, non è niente, è ovvio no?

Dio si è fatto carico degli uomini ed essi lo hanno piegato sotto il loro peso”. Quando noi ci facciamo carico degli altri, veramente carico, rimaniamo piegati. Pensate a Padre Pio, pensate a Madre Teresa di Calcutta.

A proposito di Madre Teresa… io ho una domanda. Avete notato che, in questo periodo storico, dove si parla tanto dei poveri, magari mi sbaglio ma a me sembra che non si parli mai di Madre Teresa di Calcutta? Chissà perché. Non è una Santa del 1200 che uno dice: “Mah, non so, mi sono dimenticato di questa Santa perché è vissuta nel 1200”.  Io l’ho conosciuta Madre Teresa di Calcutta, quindi vuol dire che non è proprio così indietro. Però… non se ne parla; a me non sembra di sentirne parlare molto, non so. Interessante questa cosa, fa riflettere, no? Perché, vedete, non solo ciò che si dice è sintomo di un pensiero, ma anche ciò che non si dice è sintomo di un pensiero. Quando io scelgo di non dire qualcosa, di non dire mai, soprattutto di non dire mai qualcosa, io sto dicendo molto del mio pensiero. Noi siamo abituati ad ascoltare solo ciò che si dice; eh no, guardate che è più importante quello che non si dice.

Nel sopportare gli uomini, Dio ha stabilito una comunione con loro”. Nell’Eucarestia è costantemente presente questa possibilità. Cioè Gesù porta il nostro peso fino alla morte in Croce, però non gli basta, continua a portarci attraverso questa comunione, col suo Corpo e il suo Sangue, nell’Eucarestia. Questa presenza costantemente presente, questa presenza sempre disponibile, silenziosa, discreta, umilissima.

Scrive:

Può sorprendere la frequenza con cui la Scrittura parla del portare. Con questa parola, essa può esprimere tutta l’opera di Gesù Cristo. «Ora, i nostri mali egli ha portato e si è caricato dei nostri dolori. Il castigo che ci avrebbe apportato la pace è ricaduto su di lui» (Is 53). La Scrittura perciò può designare anche l’intera vita del cristiano come un portare la croce. Qui si realizza la comunione del corpo di Cristo. E la comunione della croce, in cui l’uno deve patire i pesi dell’altro. Se non avvenisse questo, non si tratterebbe di comunione cristiana. Se ci si rifiutasse di portare questo peso, si rinnegherebbe la legge di Cristo.

Noi che parliamo tanto di comunione, di fraternità, di agape, di comunità, di tutte queste cose, ne parliamo tanto, ma poi non le viviamo. Perché noi parliamo sempre di comunione fraterna, ma non parliamo mai di comunione della Croce e questo è interessante, anche questo è interessante. È vero, noi di comunione della Croce non ne parliamo. Ma se non c’è la comunione della Croce, non c’è la comunione cristiana. E la comunione della Croce qual è? Portare il peso uno dell’altro. Se non lo fai, rinneghi la legge di Cristo. Questo è il punto! E invece noi non vogliamo e allontaniamo tutto ciò che nel fratello è un peso. Perché per noi fare comunione vuol dire condividere le cose belle, vuol dire stare bene insieme, ritrovarci con i nostri amici, con quelli con cui andiamo più d’accordo, con cui c’è più sintonia… Questa è la comunione per noi, ma non è la comunione cristiana, questo non è la comunione cristiana, questa è la comunione pagana. Anche i pagani fanno questa comunione, ma non ha niente a che vedere con la comunione di Cristo.

La legge di Cristo è portare i pesi gli uni degli altri. Non è un’altra cosa, non è portare, non so, le gioie, portare le soddisfazioni, no, è la comunione della Croce e io in questo caso devo patire il peso dell’altro. Posso rifiutarmi di portare questo peso, certo, posso dire: “No, non voglio” — In che modo? Tenendo l’altro il più lontano possibile da me. Dicendo: condividiamo la tavola e basta, così mangiamo insieme, ma poi, che tu sia vivo o che tu sia morto non mi interessa, anzi, magari se tu fossi morto sarebbe anche meglio.

Quanti dei confratelli di Padre Pio hanno portato il peso di Padre Pio? Pochi. Qualcuno l’ha fatto, ma pochi. Gli altri l’avevano vicino di tavola ma non portavano i pesi di Padre Pio, lo guardavano male.

In primo luogo — sentite bene, eh — è la libertà dell’altro ad essere di peso al cristiano — sentite, uno dice: “In che senso?” — Essa va contro il suo desiderio di autocrazia, ma nonostante tutto il cristiano è costretto a riconoscerla. Potrebbe liberarsi di questo peso negando la libertà dell’altro, facendogli violenza, riducendolo a immagine di sé. Se invece egli riconosce nell’altro l’immagine di Dio, gli riconosce di conseguenza la libertà, e da parte sua porta il peso che per lui costituisce la libertà dell’altra creatura. Nella libertà dell’altro rientra tutto ciò che s’intende per essenza, peculiarità, disposizioni, anche le debolezze e le stravaganze, che mettono alla prova così duramente la nostra pazienza, vi rientra tutto ciò che dà luogo agli attriti, ai contrasti, agli scontri fra me e l’altro. Portare il peso dell’altro qui significa sopportare la realtà creaturale dell’altro, consentire ad essa e arrivare attraverso la sopportazione a trarne motivo di gioia.

Mamma mia, mamma mia, se poi pensiamo alla vita di Bonhoeffer…

Il peso, che cosa ci fa peso? Il peso è la libertà, lui dice, perché questo va contro il mio desiderio di autocrazia. Ci fa peso il riconoscimento dell’altro come un “tu”, non come un oggetto da strumentalizzare, da manipolare, ma come una libertà da riconoscere, capite? Anche lui, come me, è una libertà, che chiede di essere riconosciuta e rispettata. Io però potrei rifiutarmi, negargliela, in che modo? Gliela nego non riconoscendo la sua diversità da me e volendolo fare uguale a me, una sorta di clone, ma questo è il più grande atto di violenza che posso fare a qualcuno. Ognuno di noi è diverso, portare il tuo peso vuol dire che io riconosco la tua diversità, e qui, capite, si aprirebbe un mondo. Noi siamo così incapaci di riconoscere la libertà dell’altro e siamo così avvezzi a fare violenza agli altri, a ridurli a nostra immagine e somiglianza, a non riconoscere la bellezza e la bontà di Dio in chi abbiamo accanto che, se queste cose meravigliose che vi sto leggendo le ha scritto un luterano, qualcuno di noi arriccia il naso, dice: “Eh no, ma il luterano no!” — Capite? “Con tutti i santi di cui ci può parlare padre Giorgio, ci deve venire a parlare di un luterano? Deve stare qui a perdere il tempo a leggere le pagine di un luterano?” — Vedete, questa è una forma di violenza, questo è voler ridurre tutto a immagine di sé.

Quindi, tutto deve essere come dico io, non io che mi adeguo alla bellezza, alla verità che Dio mi propone, con la quale mi vuole raggiungere, nei modi che vuole lui, no! Io costringo la verità ad avere un volto, ad avere un’etichetta, ad avere un’appartenenza, ad avere…

Son forme di violenza, infatti in quei modi di parlare o di scrivere, quando voi li leggete, anche se sono riempiti di tanta melassa, di tanti: “Io non conto niente… io non sono nessuno… però mi permetta… la ringrazio, però, guardi, devo dirle… ah, ma in nome della carità, le devo far presente…” — Se leggete bene, sono pieni, stracolmi di violenza. Sono sempre commenti o scritti pieni di violenza, trasudano violenza, non c’è pace in quelle parole.

Allo stesso modo siamo violenti nei confronti di tutti coloro che sono altro da noi o dalle nostre idee. Non siamo capaci di rispettare la libertà dell’altro, di non ridurlo a nostra immagine e somiglianza e quindi non siamo capaci di rispettare le sue debolezze, le sue stravaganze, che, certo, mettono alla prova la nostra pazienza — scrive Bonhoeffer — . Non siamo capaci di saper portare anche ciò che crea attrito, contrasto, scontro… Eh, ma è questo il peso dell’altro da portare, questo vuol dire rispettare la sua libertà. Se l’altro non mi corrisponde come voglio io, basta, deve morire.

Ho in mente il caso di due ragazzi, due amici. Domenica pomeriggio, decidono di uscire a fare una passeggiata. Si danno appuntamento ad un orario, poi quando arriva l’orario uno dei due non si fa presente, non dà un segnale. Non dice: “Ci sono, non ci sono, vengo, non vengo”. A un certo punto quell’altro dice: “Vabbè, non mi dice, niente prendo e vado”. Lui va, e quell’altro rimane a casa. Dopo un po’ mi arriva una telefonata da questo che è uscito a fare la passeggiata. Mi dice: “Ecco, vedi padre Giorgio, dimmi se è giusto che…” — E inizia tutta una sfilza di accuse, di presunti torti subiti — “Ecco, neanche un messaggio, ecco neanche mi ha avvisato, ecco neanche mi ha detto, ecco, allora questa è l’importanza che io ho per lui, questa è l’amicizia che allora c’è tra di noi,  vuol dire che non c’è niente…” — Insomma, tutta una sfilza di cose. Io mi sono permesso di dire: “Mah, guarda, magari si è dimenticato, oppure magari non ha capito, avrà frainteso — dico — ma figurati, siete così amici, ma figurati se potrebbe mai avere una leggerezza simile” — “No, ecco, tu vuoi sempre giustificare gli altri”— “Ma no — dico — non è questione di giustificare gli altri, è che se io fossi al suo posto mi piacerebbe che qualcuno provasse, tentasse di vedere un po’ di bene in me e non semplicemente una massa di male, cioè possiamo anche pensare che l’altra persona non sia un mostro, no? E magari quella cosa lì che mi sembra una cosa assurda, magari ha una sua ragionevolezza, semplicemente nella mia debolezza, nella mia nella mia testa che mi ha abbandonato un momento, nella mia superficialità, non lo so, cioè non è detto che sia per forza segno del fatto che non ti voglio bene.” — “No, no, no!” — “Vabbè — dico — senti, quando vi incontrerete ne parlerai” — “Ecco sì, va bene, va bene” — Voi non ci crederete, questo a un certo punto torna e va per andargli a parlare, tutto lancia in resta, scudo, spada, frecce, bombe a mano, pronto per… arriva e quell’altro cosa aveva fatto? Gli aveva preparato la merenda! Capito? Quell’altro era là, tutto sorridente e felice, che gli aveva preparato i dolcini con la merenda da fare insieme. “Ma tu hai visto? Guarda tutto il tempo, più i peccati che hai commesso, per che cosa? Per niente! Semplicemente perché ti sei rifiutato di portare il peso dell’altro”.

Visto? È così. Siccome il suo amico non è stato amico, non è stato fratello secondo quello che tizio voleva e si aspettava, secondo i canoni prescritti… basta, condannato a morte! “Ecco, allora io non conto niente, ecco allora l’amicizia non è vera…” — e avanti così, di tutto di più, semplicemente perché è stato diverso, perché è stato libero di essere altro. Non è che uno dice: “Vabbè, pensavo che… non è venuto, pazienza! Punto. Avrà le sue ragioni”. Noi il peso dell’altro non lo vogliamo, noi portiamo l’altro — tra virgolette — tanto, quanto e come vogliamo noi, allora va bene, ma se è diverso da noi, no. Quindi “Portare il peso dell’altro — lui scrive — significa sopportare la realtà creaturale dell’altro, consentire ad essa, arrivare, attraverso la sopportazione a trarne motivo di gioia”. Vuol dire: Sopporta il fatto che è una creatura come te, limitata come te, fragile come te, pasticciona come te. Sopporta questo, consenti al fatto che l’altro è una creatura come te, non pretendere che sia Dio, non pretendere che sia perfetta e vedrai che, se farai così, se faremo così, arriveremo in questa sopportazione a provare gioia, saremo felici.

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.

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