Ciclo di catechesi – “L’imitazione di Cristo” – Lezione 19

Ciclo di catechesi - "L'imitazione di Cristo" - Lezione 19

Lettura commentata del classico di spiritualità: “L’imitazione di Cristo”.

Lezione di lunedì 27 gennaio 2020

Relatore: p. Giorgio Maria Faré

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“L’IMITAZIONE DI CRISTO” Lezione 19

Ben ritrovati, continuiamo la nostra catechesi sul testo dell’Imitazione di Cristo, siamo arrivati al cap. XXI che tratta la compunzione del cuore, siamo proprio all’inizio del capitolo, al paragrafo 1, poche righe sotto.
“Per leggerezza di cuore e noncuranza dei nostri difetti spesso non ci rendiamo conto dei guai della nostra anima; anzi, spesso ridiamo stoltamente, quando, in verità, dovremmo piangere. Non esiste infatti vera libertà, né santa letizia, se non nel timore di Dio e nella rettitudine di coscienza. Felice colui che riesce a liberarsi da ogni impaccio dovuto a dispersione spirituale, concentrando tutto se stesso in una perfetta compunzione. Felice colui che sa allontanare tutto ciò che può macchiare o appesantire il suo spirito.”
La leggerezza del cuore la possiamo tradurre anche con “superficialità”. Un cuore leggero è un cuore superficiale, un cuore leggero è anche un cuore che tarda. Il nostro cuore deve battere secondo un tempo ben preciso, se sbaglia quel tempo va in aritmia, e le aritmie possono anche diventare gravi e portare alla morte.
Il cuore non può fare un battito suo, deve fare il battito.
La leggerezza del cuore è quella malattia dell’anima, per la quale l’anima diventa superficiale, diventa come indifferente, diventa incapace di una profondità, incapace di essere sensibile al buono, al cattivo, al bello, al brutto, al giusto, all’ingiusto.
La leggerezza del cuore è quella realtà per la quale tutto è uguale:
“Vedi un’ingiustizia, vedi una sofferenza, qualcosa di grave e voi oltre. Vedi una cosa bella, giusta, buona, e vai oltre”
Un cuore leggero è un cuore che non si sa fermare, non sa soffermarsi sulla realtà, non sa andare in profondità e soprattutto non sa cogliere l’attimo.
Cosa vuol dire?
Il Signore attraverso il timore di Dio, attraverso una coscienza retta, cosa abbastanza rara, il Signore ci illumina e ci fa vedere i passi che dobbiamo compiere, adesso. Quando il Signore per sua Grazia ci concede la possibilità di vedere un passo che dobbiamo fare, quel passo non va mai rimandato, lo dobbiamo compiere all’istante, il più velocemente possibile.
Ad esempio: “Avverto nella mia anima la percezione che con il Signore ho dei conti in sospeso, dei peccati non confessati per vergogna, per paura, per ignoranza, mi vengono alla mente, li rivedo, li ritrovo.”
La leggerezza di coscienza si chiama in questo caso, falso pudore, vergogna, paura.
La retta profondità di coscienza, la coscienza e il timore di Dio invece sono quelle realtà che ti dicono:
“Adesso Dio te lo ha mostrato, ora vai subito a chiedere perdono”
E noi cominciamo a dire che siamo impegnati, che dobbiamo lavorare, dobbiamo ancora pensarci, la faremo domani..
Ma noi come facciamo a sapere che arriviamo a domani?
La leggerezza del cuore, la mancanza del timore di Dio, la mancanza di una coscienza retta, ci fanno addurre scuse, false ragioni per rimandare o per chiudere. Se noi sappiamo di aver fatto del male a qualcuno, noi non possiamo rimandare a domani.
“Non tramonti il sole sopra la vostra ira” dice la Scrittura
“Non date occasioni al diavolo”
Noi per quanto nelle nostre possibilità, dobbiamo avere un’anima delicata, un’anima timorata, una coscienza retta, la quale ci impone, nel momento in cui prendiamo consapevolezza, immediatamente, di rimettere in pace le cose, non domani, adesso, perché il tempo passa, perché le porte si chiudono e quel cuore non sarà aperto per sempre, è un evento di Grazia che Dio concede di aprire quel cuore in quel momento.
E se poi quel cuore si richiude?
“Per noncuranza dei nostri difetti spesso non ci rendiamo conto dei guai della nostra anima”
Non li vediamo, guardiamo sempre i guai nell’anima degli altri, non vediamo quanto spesse volte siamo menefreghisti, superficiali, egoisti, quanto abbiamo usato le altre persone, quanto usiamo le altre persone a nostro uso e consumo, quante volte abbiamo abusato della loro bontà, della gentilezza, della loro fiducia, del loro sacrificarsi per noi, quante volte abbiamo abusato della loro innocenza, del fatto che quelle persone veramente hanno creduto in noi, veramente si sono prodigate per noi, veramente ci hanno amato e noi magari abbiamo calpestato quell’amore.
Andate a leggere quella fiaba molto bella di Oscar Wilde: “L’Usignolo e la Rosa”. Non finisce bene, finisce nel modo peggiore possibile, però dice, come troppo spesso accade, esattamente così, perché noi i nostri guai, facciamo in fretta a confessarli, se li confessiamo e quando li confessiamo. Quando li facciamo sono molto dettagliati e lunghi nel tempo, quando dobbiamo riconoscerli siamo velocissimi e brevissimi, siamo molto allusivi, non siamo mai chiari fino in fondo, anzi ridiamo quando invece ci sarebbe da piangere, e di fatto poi piangeremo, di fatto arriverà il tempo in cui piangeremo, quando vedremo che abbiamo riso dove non c’era niente da ridere, invece di metterci davanti al Signore in ginocchio e piangere, piangere quello che siamo, che non è quello che vorremmo essere, invece di scusarci e dire che non ci riusciamo:
“Quello che posso fare è questo”
Non è vero. Questo ricordatevi sempre che è una grande bugia, non è vero che non ci riusciamo, perché il Signore offre sempre la Grazia necessaria per essere quello che tu oggi devi essere, se non lo sei è perché tu non lo vuoi essere, non perché non riesci. Altrimenti vorrebbe dire che la Grazia di Dio è vana, che la Grazia di Dio è impotente, è sbagliata, sbaglia i tempi. Se il Signore ti pone davanti di dover portare un peso da 100 kg, vuol dire che Lui ti dà la Grazia di fare 101, questo è sicuro, perché se no la Provvidenza di Dio non esiste.
Se io non riesco a farlo è perché io non voglio farlo, perché farlo per me vorrebbe dire riconoscermi quello che non voglio riconoscere, dire la mia verità, prendere la mia vita e doverla disfare da capo a piedi, dover ricominciare da zero, riconoscere di aver tradito qualcuno..vuol dire tante cose.
Fate questa prova come esame di coscienza, noi siamo abituati a fare l’esame di coscienza sui 10 Comandamenti, sulla Parola del Signore, ma quando facciamo l’esame di coscienza facciamo anche questo:
Quando siamo in camera, nel nostro letto, al buio, da soli, alla sera, di notte, quando tutto è silenzioso, facciamoci queste due domande:
– “Io chi amo veramente?”
– “C’è una persona a questo mondo che mi ama veramente, che so che mi ama?”
Ma la domanda principe è una, ed è questa:
– “Io conosco l’Amore?”
Per conoscere l’Amore io devo riceverlo e darlo, una delle due non basta. Se la nostra vita non è retta, a queste due domande noi non possiamo rispondere, e se rispondiamo con Verità, quando noi facciamo questa domanda a noi stessi, nel silenzio della notte, se la risposta è “Sì” noi sentiremo come una musica, un’armonia, un calore: Casa.
Se la risposta è “No”, noi sentiamo l’eco di una grande silenzio, è il silenzio del vuoto, e questo è un problema, perché tutta la vita di Gesù è una vita d’Amore, dato ma anche ricevuto, perché Gesù ha ricevuto tanto amore dalla sua mamma, dal suo papà e da diverse persone che lo hanno amato veramente, pensate alla Maddalena, pensate a S.Giovanni, pensate a Zaccheo, persino nell’ultimo estremo momento della sua vita Gesù è stato circondato d’amore, è morto dentro un grandissimo odio, per mano dell’odio, ma circondato e sorretto dall’amore, Gesù è morto potendo vedere lo sguardo della sua Mamma, di S.Giovanni e della Maddalena.
Quella Croce si è retta, è stata tenuta in piedi, dall’amore sfolgorante e meraviglioso di queste tre persone: Maria, Maddalena e S.Giovanni.
E poi dal Buon Ladrone le cui ultime parole sono state:
“Ricordati di me quando sarai in Paradiso”
In queste parole si sente tutto l’afflato di questa persona, tutta la comprensione che quest’uomo ha di Gesù.
E noi come viviamo?
Come viviamo, così moriremo.
Alle volte sembra che conosciamo tante persone ma chi piange per noi? Chi gioisce per noi? Chi gioisce con noi? Chi c’è sempre per noi? Chi è pronto a dare la vita per noi? E noi per chi siamo pronto a darla?
“Non esiste infatti vera libertà, né santa letizia, se non nel timore di Dio e nella rettitudine di coscienza.”
La libertà e la gioia, la letizia, ci sono solo dove c’è una libertà profonda, la libertà che viene da questa appartenenza a Gesù, a ciò che è vero, a ciò che è bello, questo senso interiore del sentirti proprio libero, del sentirti a “Casa”. Uno può essere nella sua casa e non sentirsi a casa, non essere nella sua casa.
Abbiamo bisogno di una “Casa” dove essere liberi, dove entri e senti che puoi far cadere tutto, tutte le tue armature, le tue difese, tutto, perché sai che lì sei a Casa. E’ anche un luogo fisico, non è solamente un luogo spirituale, perché le anime abitano lo spazio, creano questi luoghi sacri, belli, dove puoi essere veramente libero.
Il riposo profondo ti viene proprio da questa libertà, da questa letizia, come dice il testo. Quando sei a Casa, quando sei dentro a quell’Amore di cui vi parlavo, qualunque cosa fai è bellissima, il tempo vola, quello che fai non ha importanza, potresti stare in quella casa, chiuso dentro, un mese intero, notte e giorno, non te ne accorgi, perché dentro lì c’è vita, e dove c’è vita c’è tutto. Ma se non c’è questo, tu puoi fare qualunque altra cosa, scalare l’Everest, andare in barca a vela fino a New York, esplorare i ghiacciai sotto nel mare ma non riesci a sentire la vita, non ti senti vivo, sei un cacciatore di emozioni ma niente ti sazia veramente, niente ti nutre.
“Felice colui che riesce a liberarsi da ogni impacci dovuto a dispersione spirituale, concentrando tutto se stesso in una perfetta compunzione.”
Concentrare se stesso in un perfetto conoscimento di sé che comporta la compunzione.
Altro grandissimo errore che facciamo, non saper dare parola, che vuol dire colore, ai nostri sentimenti per pregiudizio, per paura, per vergogna, per mancanza di umiltà, e non si è capaci di dire quello che vorremmo dire, che abbiamo nel cuore, e dirlo nel modo più semplice è possibile, più chiaro possibile.
Impariamo a dire i sentimenti che portiamo nel cuore.
Se andare alla scuola di Gesù non ci insegna questo, cosa ci andiamo a fare? Di che cosa parliamo?
Se non siamo capaci di dirci le cose più umane, normali della vita, come faremo mai a parlare di Dio? A parlare di Spirito? Di cammini di fede?
Non c’è Casa. E siamo tristi.
“Felice colui che sa allontanare tutto ciò che può macchiare o appesantire il suo spirito.”
Se io appesantisco e macchio il mio spirito, la mia coscienza non sa più essere retta ed è chiaro che io non vivo più nel timor di Dio, quindi non sono più capace di essere retto, di saper manifestare i miei sentimenti, di sapermi riconoscere per quello che sono, di aprire la porta quando arriva qualcuno, di non sbattere fuori dalla porta nessuno, di permettere all’altro di raggiungermi, di parlarmi, di permettere a me stesso di parlare all’altro, vincendo ogni falso pudore. Se l’anima è appesantita dal peccato, se l’anima è appesantita dal male, se ci giustifichiamo e accogliamo ciò che bene non è, è chiaro che poi non saremo mai in grado di avere relazioni umane vere, ma solo a uso e consumo.
Allora dopo ci perdiamo nel:
“Vuole più bene a quello che a me, guarda più quello che me..io non conto niente, non ho valore..”
Al centro di questi discorsi cosa c’è?
Io, io, io, io, io…
Ma tu cosa fai? Ma tu cosa sei affinché questo desiderio si realizzi?
Cosa metti in campo perché questa situazione si realizzi e tu possa veramente, non nei tuoi sogni, incontrare questa cosa?
Una cosa che in carcere, in sei anni di carcere, quando ero al Centro Clinico, ho sempre incontrato, è proprio questa disponibilità alla porta aperta, e il fatto di chiamare le cose col loro nome, senza fuggire di fronte ai problemi.
Noi cosa facciamo?
Teniamo i “musi” per sette anni, per dieci anni, per venti anni, perché quarant’anni fa quando andavamo a scuola tu mi hai fatto questa cosa..
Che bastavano 10 minuti per discuterla e affrontarla.
Però noi in questi quaranta anni abbiamo sempre fatto, tutti i giorni, la Comunione, siamo spesse volte andati in confessionale a chiedere perdono a Dio.
Vi rendete conto! Quarant’anni di inganno!
“..tutto ciò che può macchiare o appesantire il suo spirito” va rimosso, altrimenti anche noi ripeteremo queste stesse medesime cose.
“Tu devi combattere da uomo: l’abitudine si vince con l’abitudine.”
Se tu sei abituato al male, ti devi abituare al bene. Se tu sei abituato a fare i peccati non confessati mai, impara a confessarti più spesso e a non farli più. Impara a pregare. Impara a risolvere i tuoi irrisolti, a guardare in faccia le cose che non vanno di te. E’ dura! Certo che è dura. E’ difficile! E’ pesante, ma è la cosa più vera che c’è.
L’uomo che sa combattere con se stesso, e certe volte contro se stesso, è l’uomo più coraggioso che ci sia, ed è quello che ha vinto la guerra più importante della sua vita. Non c’è battaglia più importante di questa.
“Se impari a non curarti della gente, questa lascerà che tu attenda tranquillamente a te stesso. Non portare dentro di te le faccende degli altri, non impicciarti neppure di quello che fanno le persone più in vista;”
Siccome non abbiamo coscienza di chi siamo veramente, allora ci impicciamo degli affari degli altri e ci ergiamo a giudici degli altri, quando se noi vedessimo cosa siamo veramente, ci sarebbe da tremare! Andate a vedere i Santi cosa scrivono quando Gesù gli faceva vedere la loro immagine.
“Piuttosto vigila sempre e in primo luogo su di te, e rivolgi il tuo ammonimento particolarmente a te stesso, prima che ad altre persone, anche care.”
Comincia da te.
“Non rattristarti se non ricevi il favore degli uomini; quello che ti deve pesare, invece, è la constatazione di non essere del tutto e sicuramente nella via del bene, come si converrebbe a un servo di Dio e a un monaco pieno di devozione.”

 

 

DOMANDE:
1. Cosa dire quando parlando dell’importanza della Messa Domenicale, alcuni cristiani praticanti, ti dicono di non fare proselitismo?
Allora fanno proselitismo due persone che dicono di andare con loro a vedere una partita di calcio. O quello che ti invita ad andare a teatro. Se una cosa è bella e io ci tengo, sarà bello che io lo dica anche agli altri, altrimenti non parliamo più, viviamo come le piante, fermi e immobili.

2. Come si può aiutare una persona cara a capire il discorso della leggerezza del cuore senza che si senta offeso o si arrabbi? Spesso c’è paura di ferire l’altro.
Quando hai davanti un uomo, una donna, una persona che ha un cuore superficiale, un cuore chiuso, un cuore spaventato, un cuore meschino, non si può fare niente, le porte sono chiuse. Bisogna in quei momenti, saper accettare che la porta è chiusa. Si può pregare tanto che succeda qualcosa, che si possa aprire quella porta. Potrebbe non accadere mai. Non si può fare granché.
Ferire l’altro. Io credo che quando noi diciamo le cose vere, che sentiamo essere vere, dopo averci pregato su, dopo averci pensato e senza animosità, dicendole con calma, stando davanti al volto dell’altro, e lasciargli tutta la possibilità di replicare, perché ferire? Se rimane ferito è perché è pieno di orgoglio. Dovrebbe essere contento di avere davanti una persona che va a dirgli, con tutta la fatica del caso, quello che reputa sbagliato in lui, è una grazia! Se poi quello che dice solo una parte è vera, questo non ha importanza, non verrà mai nessuno a dire che è tutto falso, qualcosa di vero ci sarà sempre, perché non ascoltarlo? Perchè offendermi? Perché chiudermi?

3. Posso cadere in tentazione e a causa di questo ritrovarmi con un cuore debole, superficiale, per poi rendermi conto di aver sbagliato? Mi è capitato in questi giorni e dopo si sta malissimo.
Sì, quindi rimettiamoci svelti in Grazia di Dio.

4. Se voglio chiarire una questione e mi trovo di fronte una persona che non parla in modo decoroso ed educato ma volgare e nevrotico, come si fa ad avere un confronto civile?
Se so che ho davanti una persona che non è in grado di ascoltare un richiamo, un confronto, un dialogo vero, profondo, è meglio evitare, meglio stare zitti.

5. In che cosa consiste l’umiltà?
L’umiltà è verità. Questa è proprio la sintesi. Il vero umile è il vero, colui che vive di verità è umile, come la Madonna che canta il Magnificat. L’umile non è quello che dice:
“Non conto niente, non valgo niente, non sono nessuno.”
Questo è il fango. L’umile è colui che dice il vero.

6. Se uno ha un’anima superficiale e menefreghista, c’è speranza che possa cambiare?
Certo. C’è sempre speranza su tutto e per tutti. Uno può cambiare, deve cambiare.
Come si fa?
Alle volte è attraverso il dolore, attraverso una sofferenza cocente, alle volte questo cambiamento passa attraverso la scuola della Croce, altre volte può passare attraverso una luce, un momento di grazia, una delusione, altre volte una persona matura, capisce e comprende. Si può uscire dalla superficialità.
Il superficiale non dirà mai di sé che è superficiale, perché sarebbe già profondo. E il profondo dirà sempre di sé che è un po superficiale, perché è profondo.

7. Se amo come posso avere paura di Dio?
La paura di Dio. Questo tema è ostico perché c’è un problema di linguaggio. E’ un linguaggio ormai corrotto che non permette più di intendersi su questa questione. Provo a rispiegarvela.
Dietro al termine paura ci sono troppi rimandi simbolici che abbiamo nella nostra testa e immediatamente scattano quando sentiamo la parola paura, che ha per noi sempre una connotazione negativa.
C’è paura e paura, c’è timore e timore.
Qual’è la paura che non deve esserci, non solo con Dio ma con coloro che noi amiamo, che ci amano?
E’ la paura dell’abbandono, la paura del giudizio, quello spietato, quello cattivo, quello efferato, disumano. E’ la paura che è legata all’esclusione, all’amore che ti do tanto quanto tu sei.
Questa paura non va bene.
La paura di Dio, di cui parlavamo la volta scorsa è quella paura che è legata all’amore.
Il bambino che ama profondamente la sua mamma, oltre all’amore, qual’è l’altro sentimento che porta subito con sé?
La paura di perdere la sua mamma e quindi che la sua mamma lo lasci all’asilo, a scuola.
La paura che possa perdere il mio tutto, che è colei che sto amando in quel momento e quindi la paura di deluderla, di farla piangere, di farla soffrire, di fare qualcosa per cui questo rapporto d’amore a causa mia possa essere in qualche modo infranto, intaccato, guastato.
Se ci fosse veramente questa paura e questo amore, nessun genitore avrebbe bisogno di alzare un dito con suo figlio, basterebbe uno sguardo.
Abbiamo bisogno di tenere insieme questo amore che è fatto di una mescolanza di questo sentimento bellissimo, altissimo e meraviglioso che si mescola al sentimento di poter perdere da un momento all’altro, per qualcosa, l’altro e che ci spinge ad avere paura.
Paura e amore sono strettamente congiunti.
Per questo i Santi sembrano terrorizzati al solo pensiero del peccato più piccolo, ma non perché sono degli scrupolosi e moralisti, ma perché hanno una sensibilità verso Dio e verso l’Amore di Dio incredibile, hanno un’attenzione così profonda alle più piccole cose, per amore di Dio.
I Santi perché erano così attenti e delicati?
Perché erano pervasi dall’Amore per Dio.
Questo Amore per Dio, così forte, generava questa paura che faceva dire ad esempio a S.Domenico:
“La morte ma non il peccato!”

Guarda il video della catechesi su Youtube

Testo commentato durante il ciclo di catechesi:

“L’imitazione di Cristo”

Traduzione a cura di Ugo Nicolini

Edizioni San Paolo

Informazioni

Le catechesi di p. Giorgio Maria Faré si tengono ogni lunedì alle 21 presso il Convento dei Padri Carmelitani Scalzi di Monza, con ingresso dal parcheggio di Via Boito 2.
La catechesi è preceduta da un momento di preghiera a partire dalle ore 20.00.

È anche possibile seguire la catechesi in diretta streaming sul profilo Facebook di p. Giorgio Maria Faré, ogni lunedì a partire dalle ore 21.