Ciclo di catechesi – “L’imitazione di Cristo” – Lezione 20

Ciclo di catechesi - "L'imitazione di Cristo" - Lezione 20

Lettura commentata del classico di spiritualità: “L’imitazione di Cristo”.

Lezione di lunedì 3 febbraio 2020

Relatore: p. Giorgio Maria Faré

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“L’IMITAZIONE DI CRISTO” Lezione 20

Ben ritrovati, continuiamo la nostra catechesi sul testo dell’Imitazione di Cristo, siamo arrivati al cap. XXI, paragrafo 2°.
“È grandemente utile per noi, e ci dà sicurezza di spirito, non ricevere molte gioie in questa vita; particolarmente gioie materiali.”
Noi invece siamo tanto alla ricerca delle gioie materiali. L’Imitazione di Cristo ci dice che ci fa bene non averne molte, perché facilmente restiamo un pò confusi, ci disperdiamo facilmente.
“Comunque, è colpa nostra se non riceviamo consolazioni divine o ne proviamo raramente; perché non cerchiamo la compunzione del cuore e non respingiamo del tutto le vane consolazioni che vengono dal di fuori. Riconosci di essere indegno della consolazione divina, e meritevole piuttosto di molte sofferenze.”
La compunzione del cuore, che abbiamo già visto la volta scorsa, è fondamentale per poter ricevere le gioie del Cielo, così come è essenziale capire che le Grazie vengono dal Cielo nella misura in cui abbiamo scelto di non cercare quelle della terra, allora il Signore si mostra, ma non cerchiamo quelle della terra per una ragione precisa, perché abbiamo desiderio di cercare quelle di Dio, per questo poi arrivano le gioie del Cielo. Dobbiamo rifuggire dalle gioie della terra non per forza, ma perché comprendiamo che quelle di Dio sono certamente durature, cambiano la persona, la strutturano, la rendono più bella, più vera, più giusta, più santa, più umana, e nello stesso tempo queste consolazioni per arrivare hanno bisogno che noi ci riconosciamo indegni di riceverle, del resto basta guardare i nostri peccati e capiamo subito che non siamo degni di ricevere le gioie del Cielo.
“meritevole piuttosto di molte sofferenze”
Per comprendere di essere meritevoli di molte sofferenze, una persona deve avere la consapevolezza profonda dei suoi peccati, della sua distanza da Dio, ma questo è un dono grande del Cielo, quando invece noi, come abbiamo visto lunedì scorso, circa i nostri peccati, siamo tanto facili nello scusarci, nell’autoassolverci, nel passare oltre, nel chiudere un occhio, anche due, nel far finta di niente, nel dimenticarcene.
“Quando uno è pienamente compunto in se stesso, ogni cosa di questo mondo gli appare pesante e amara.”
Non è uno sforzo ma un cambiamento del cuore e della mente. La compunzione produce questo cambiamento, e se questo cambiamento è vero, come già dicevamo, allora ciò che è di questo mondo ci appare immediatamente come qualcosa di pesante e di amaro, di fastidioso, come qualcosa che per noi non va bene, che non è più per noi, non si adatta più a noi.
“L’uomo retto, ben trova motivo di pianto doloroso.”
Noi abbiamo tanti motivi per piangere. Tanti motivi legati al peccato, al male, all’infedeltà a Dio, all’aver fatto del male agli altri.
“Sia che rifletta su di sé o che vada pensando agli altri, egli comprende che nessuno vive quaggiù senza afflizioni; e quanto più severamente si giudica, tanto maggiormente si addolora.”
Se mi giudico severamente, con giustizia allora saprò addolorarmi, altrimenti no, non saprò provare un vero dolore se non sono stato capace di giudicarmi con severità.
La parola severità oggi sembra proprio un fuori contesto, non siamo più abituati a parlare di severità.
Pensate se su una strada non ci fossero le linee tratteggiate, il guardrail, i semafori, le telecamere, la polizia, sarebbe una giungla, sarebbe impossibile andare in macchina. Capite quanto è importante la severità, che non vuol dire spietatezza, durezza, cattiveria, niente di tutto questo, vuol dire rigore.
Tra un docente severo e un docente da 6 politico, tuo figlio dove vorresti che andasse?
Se noi togliamo, come stiamo facendo, da ogni ambito la severità, quando verrà il momento che avremo bisogno della severità, non la troveremo più e a quel punto dovremo pagare il prezzo di aver esiliato la severità, a quel punto saremo gettati nelle braccia del disordine puro, dell’approssimazione, del qualunquismo, e dopo dovremo pagarla sulla nostra pelle.
Ci sono mille ragioni per non essere severi, i ricatti affettivi, la paura di perdere la persona che noi diciamo di amare, di perdere l’affetto di una persona, di perdere l’apprezzamento sul posto di lavoro, e via di seguito. Mille ragioni per non essere severi!
Capite che se noi abbandoniamo la severità, di fatto noi abbandoniamo la Verità?
E senza Verità, quella relazione su cosa si fonda?
Nella misura in cui io sarò severo con me stesso, io crescerò, maturerò, sarò una persona migliore, non mi lascerò andare alle mie pigrizie.
“Sono i nostri peccati e i nostri vizi a fornire materia di giusto dolore e di profonda compunzione; peccato e vizi dai quali siamo così avvolti e schiacciati che raramente riusciamo a guardare alle cose celesti.”
Siamo talmente oppressi da queste cose che neanche alziamo gli occhi a guardare altrove, perché siamo sotto a quella pressa costante del peccato e del vizio e non ce ne accorgiamo neanche più.
“Se il nostro pensiero andasse frequentemente alla morte, più che alla lunghezza della vita, senza dubbio ci emenderemmo con maggior fervore.”
Se noi pensassimo alla morte! Ma tutta la nostra giornata è impostata per allontanare il pensiero della morte.
“Di più, se riflettessimo nel profondo del cuore alle sofferenze future dell’inferno e del purgatorio, accetteremmo certamente fatiche e dolori, e non avremmo paura di un duro giudizio. Invece queste cose non penetrano nel nostro animo; perciò restiamo attaccati alle dolci mollezze, restiamo freddi e assai pigri.”
Chi è freddo con Dio, è freddo anche con gli uomini, e stiamo attenti ai falsi calori che in realtà nascondono freddezza.
“Ti amo, ti voglio bene, per me sei una persona importantissima”
Bisogna vedere se poi quando ci troviamo alla prova del “9” se quello è veramente amore, o se è altro. Non fidiamoci dei falsi calori, bisogna verificare noi stessi, se noi veramente siamo in grado di amare, di reggere la portata dell’amore oppure se siamo freddi, che non vuol dire non avere sorrisi, non è questo, è proprio quel gelo interiore, quella quasi totale mancanza di empatia, il non saper empatizzare, non saper provare con l’altro, il non saperci o non volerci mettere al posto dell’altro. La freddezza va di pari passo con la pigrizia.
Leggendo questo testo come fa a non venirci immediatamente in mente la scena di casa, di famiglia, della mamma che torna a casa dal lavoro o del papà, stanca dopo almeno 8 ore di lavoro, provata da tutto quello che è successo, torna a casa e cosa desidera trovare?
Pace, casa, riposo, desidera trovare aria, possibilità di respirare, come non cogliere la verità di questa necessità.
Questa è la freddezza. Come è possibile che gli altri che sono lì non si rendano conto, non avvertano la necessità di una suddivisione degli impegni e degli incarichi, dell’andare incontro!
Questo perché siamo in una realtà di freddezza dove tutto è dovuto, preteso e scontato e questo non va bene, devo pormi delle domande, devo guardare l’altro interrogandomi sulla sua vita, non posso pensare che a me tutto sia dovuto sempre e comunque, deve esserci questa radicale comprensione.
Questa radicale comprensione dove nasce? Dove si fonda?
Nell’empatia, in tutto ciò che è contrario alla freddezza. Altrimenti poi la vita comincia a non avere più senso, perché se dentro in casa o dentro un’amicizia trovi esattamente uguale o peggio a quello che trovi fuori, cominci a perdere i motivi per tornare.
E se tu sei il primo che non arricchisce quell’ambiente di pezzettoni di legno da mettere sul fuoco, il fuoco si spegne, non si autoalimenta da solo.
“Spesso, infatti, è sorta di spirituale povertà quella che facilmente invade il nostro misero corpo. Prega dunque umilmente il Signore che ti dia lo spirito di compunzione; e di’, con il profeta: nutrimi, o Signore, «con il pane delle lacrime; dammi, nelle lacrime, copiosa bevanda» (Sal 79,6).”
Anche Santa Teresa diceva:
“Impariamo a piangere sulla Passione di Gesù e sui nostri peccati”
Capitolo XXII
LA MEDITAZIONE DELLA MISERIA UMANA
4. “Dovunque tu sia e dovunque ti volga, sei sempre misera cosa; a meno che tu non ti volga tutto a Dio.”
Solo in quel momento diventi prezioso.
“Perché resti turbato quando le cose non vanno secondo la tua volontà e il tuo desiderio? Chi è colui che tutto ha secondo il suo beneplacito? Non io, non tu, né alcun altro su questa terra. Non c’è persona al mondo, anche se è un re o un papa, che non abbia qualche tribolazione o afflizione. E chi è dunque che ha la parte migliore? Senza dubbio colui che è capace di sopportare qualche male per amore di Dio. Dice molta gente, debole e malata nello spirito: guarda che vita beata conduce quel tale; come è ricco e grande, come è potente e come è salito in alto! Ma, se poni mente ai beni eterni, vedrai che tutte queste cose passeggere sono un nulla, anzi qualcosa di molto insicuro e particolarmente gravoso, giacché le cose temporali non si possono avere senza preoccupazioni e paure. Per la felicità non occorre che l’uomo possieda beni terreni in sovrabbondanza; basta averne una modesta quantità, giacché la vita di quaggiù è veramente una misera cosa.”
Potremmo dire, avere il giusto per una vita bella, decorosa, sana.
“Quanto più uno desidera elevarsi spiritualmente, tanto più la vita presente gli appare amara, perché constata pienamente le deficienze dovute alla corrotta natura umana.”
L’amarezza non vuol dire che disprezza il vivere, ma è per confronto, ovvero tanto più uno gusta le cose di Dio, quanto più vede che le altre hanno un gusto buono ma è flebile, è un gusto molto incostante, che non dura, si esaurisce subito.
“Invero mangiare, bere, star sveglio, dormire, riposare, lavorare, e dover soggiacere alle altre necessità che ci impone la nostra natura, tutto ciò, in realtà, è una miseria grande e un dolore per l’uomo religioso; il quale amerebbe essere sciolto e libero da ogni peccato. In effetti l’uomo che vive interiormente si sente schiacciato, come sotto un peso, dalle esigenze materiali di questo mondo; ed è perciò che il profeta prega fervorosamente di essere liberato, dicendo: «Signore, toglimi da queste necessità» (Sal 24,17).
E’ un pò come i Santi che dicevano:
“Io non vorrei mai dormire per stare con Te, Gesù”
Perché non volevano dormire? Così come il mangiare, il bere..
Perché erano attratti da Altro, c’era Altro con la “A” Maiuscola che li chiamava, e quindi quelle cose, buone, belle e giuste, a confronto erano meno. Ma del resto sé questa esperienza non l’abbiamo fatta con Dio, di sicuro l’abbiamo fatta tutte le volte che abbiamo approvato un frammento d’amore per qualcuno, il desiderio di quella persona ci faceva passare anche la fame, infatti quando si sta con chi si ama, l’orologio diventa nemico, quando si sta in un luogo dove non vogliamo stare, l’orologio diventa nemico, nel primo caso perché gira troppo in fretta, nel secondo perché non passa mai, in realtà l’orologio si muove sempre allo stesso modo ma in relazione all’amore cambia la percezione del tempo che noi abbiamo.
“Guai a quelli che non riconoscono la loro miseria. Guai, ancor più, a quelli che amano questa vita miserabile e destinata a finire; una vita alla quale tuttavia certa gente — anche se, lavorando o elemosinando, mette insieme appena appena il necessario — si abbarbica, come se potesse restare quaggiù in eterno, senza darsi pensiero del regno di Dio.”
Chissà se chi ci guarda, guardandoci, ascoltandoci può dire:
“Quest’uomo è un pò altrove! E’ qui presente ma si vede che il suo cuore punta da un’altra parte, si vede che è interessato ad Altro, appassionato ad Altro”
“Gente pazza, interiormente priva di fede; gente sommersa dalle cose terrene, tanto da gustare solo ciò che è materiale. Alla fine, però, constateranno, con pena, quanto poco valessero — anzi come fossero un nulla — le cose che avevano amato.
Ben diversamente, i santi di Dio, e tutti i devoti amici di Cristo; essi non andavano dietro ai piaceri del corpo o a ciò che rende fiorente questa vita mortale. La loro anelante tensione e tutta la loro speranza erano per i beni eterni; il loro desiderio — per non essere tratti al basso dall’attaccamento alle cose di quaggiù — si elevava interamente alle cose invisibili, che non vengono meno. O fratello, non perdere la speranza di progredire spiritualmente; ecco, ne hai il tempo e l’ora. Perché, dunque, vuoi rimandare a domani il tuo proposito? Alzati, e comincia all’istante, dicendo: è questo il momento di agire; è questo il momento di combattere; è questo il momento giusto per correggersi.”
Non dobbiamo rimandare a domani ciò che dobbiamo fare oggi! Non rimandiamo a domani le nostre conversioni! Non rimandiamo a domani le cose che dobbiamo dire, le cose che dobbiamo fare, gli atti di pentimento che dobbiamo andare a dire alle persone. Non domani! Oggi! Entro il tramonto del sole!
Perché domani tu non sai dove sei, non sai se ci sei, non sai se quella persona ci sarà e se ti potrà ricevere e ascoltare e domani potrebbe essere troppo tardi, perché oggi nel tuo cuore bussa questa urgenza, non si può rimandare, devi correre, devi andare.
Ora, non tra un minuto.
Basta sbagliare il momento, avere la presunzione di credere che qualunque tempo è uguale all’altro, che ciò che tu avresti potuto fare ora con esisto positivo, fatto tra un quarto d’ora potrebbe non avere più nessun esito, perché il Signore magari ti ispira quella cosa da fare adesso, perché sa che il cuore di quella persona in quel momento è pronta a ricevere questa tua presenza, se tu lasci passare il momento perchè al centro metti te stesso, quel cuore nuovamente si richiude, poi tu vai, e il tempo è andato, non risolvi più niente.
“Quando hai dolori e tribolazioni, allora è il momento per farti dei meriti. Giacché occorre che tu passi attraverso il «fuoco e l’acqua» prima di giungere nel refrigerio (Sal 65,12). E se non farai violenza a te stesso, non vincerai i tuoi vizi.”
Questa è la violenza che dobbiamo fare.

 

 

 

DOMANDE:
1. Definizione di empatia, che cosa vuol dire Empatia esattamente?
Etimologicamente vuol dire: “patire insieme”.
Per Edith Stein, ma è proprio un abbozzo che lascio perché non posso risolvere il tema dell’empatia in un minuto, non è semplicemente il patire insieme, è proprio il prendersi addosso l’altro, metterselo nel cuore, assumersi tutto il suo patire, tutta la sua sofferenza come stato, è il farsi carico della persona, che non è solo il farsi carico dei suoi bisogni, ma della sua struttura, è qualcosa di molto grande e di molto bello, di molto vero e di molto raro. E’ un dono da chiedere quello dell’empatia.
E’ quello che ci insegna a fare Gesù.

2. Riguardo al fatto di agire subito, non è facile però distinguere quali sono i momenti in cui vorresti agire subito, magari è una cosa istintiva che richiede del tempo per pensarci.
Dietro un’apparenza di ponderatezza, di riflessione, di prudenza, di valutazione, alla fine diventa il motto della lumaca che a furia di ponderare, cercare il tempo opportuno, il mondo ha fatto in tempo a passare in un’altra galassia. E’ vero che non dobbiamo cedere all’impulsività, è vero che dobbiamo essere prudenti e vigilanti, ma ci sono situazioni dove è necessario essere svelti. Ci sono delle urgenze che devono essere risolte subito, non si può aspettare.

3. In merito al giudizio severo, quanto più severamente si giudica se stessi, il rischio è di puntarsi il dito addosso.
L’esame di coscienza è:
mi metto davanti al Signore e verifico, segnando, dove ancora non ci sono. Me lo dico e metto giù dei propositi per vedere domani come andrà, per vedere se riesco a sciogliere un pò quella determinata cosa e a viverla meglio. Non è uno stillicidio e neanche un autoassolvimento, è chiamare le cose col loro nome e darsi il tempo necessario.

4. Chiedere perdono potrebbe essere anche un gesto empatico.
Certo, il chiedere perdono se ho sbagliato è l’atto supremo dell’empatia perché mi rendo conto della sofferenza dell’altro, del male che ho fatto e immediatamente corro ai ripari.

Guarda il video della catechesi su Youtube

Testo commentato durante il ciclo di catechesi:

“L’imitazione di Cristo”

Traduzione a cura di Ugo Nicolini

Edizioni San Paolo

Informazioni

Le catechesi di p. Giorgio Maria Faré si tengono ogni lunedì alle 21 presso il Convento dei Padri Carmelitani Scalzi di Monza, con ingresso dal parcheggio di Via Boito 2.
La catechesi è preceduta da un momento di preghiera a partire dalle ore 20.00.

È anche possibile seguire la catechesi in diretta streaming sul profilo Facebook di p. Giorgio Maria Faré, ogni lunedì a partire dalle ore 21.