Coronavirus e fedeli senza Messa, spunto per meditare sull’Eucaristia

Coronavirus e fedeli senza Messa, spunto per meditare sull’Eucaristia

Condividiamo con i lettori l’articolo di p. Giorgio Maria Faré pubblicato il 27 febbraio 2020, da Nuova Bussola Quotidiana.

La seconda parte di questo articolo è stata pubblicata dalla Nuova Bussola Quotidiana io 29 febbraio 2020. Potete leggerlo cliccando qui.

La sospensione delle celebrazioni liturgiche “con concorso di popolo” interroga i fedeli sul come vivere questo periodo. Non è una situazione nuova nella storia della Chiesa. Oggi è scontato poter fare la comunione ogni giorno, ma non sempre è stato così, e non solo in tempo di persecuzioni. Anche i venerdì aliturgici della Quaresima ambrosiana hanno il significato di far prendere coscienza «della perdita del Dio vivo» (san Paolo VI). Questo tempo di privazione diventi allora l’occasione per combattere distrazioni e superficialità verso il Santissimo, meditando sul dono infinito dell’Eucaristia.

L’emergenza Coronavirus sta incidendo sulla vita quotidiana di molte persone e, a causa della sospensione delle celebrazioni liturgiche decretata in alcuni luoghi, l’impatto si estende anche alla vita spirituale. Sono in molti a chiedersi come vivere questo periodo. Alcuni si sentono privati dei sacramenti e si ribellano, protestando contro decisioni che paiono loro contrarie alla vera pietà.
Per inciso, vale la pena ricordare che la sospensione delle celebrazioni riguarda solo quelle “con concorso di popolo” ma che il Santo Sacrificio continua ad essere offerto dai sacerdoti, in forma privata. Inoltre, la situazione che viviamo non è affatto nuova. Abbiamo secoli di storia e di testimonianze offerte da santi che ci possono aiutare a trarre spunti utili per profittare anche di questo momento per noi singolare.

LA COMUNIONE QUOTIDIANA, DIRITTO DEL FEDELE?
Per noi, oggi, è scontato poter fare la comunione ogni giorno, eppure non è sempre stato così. Nei duemila anni di storia della Chiesa le norme circa la comunione dei fedeli hanno visto grandi diversità per il contrapporsi di due correnti di pensiero: da un lato quella che sottolineava l’importanza e la necessità del nutrimento spirituale, dall’altro quella che faceva prevalere la consapevolezza dell’abisso tra la finitezza dell’uomo e la trascendenza di Dio.
Nonostante il Concilio di Trento, nel 1549, auspicasse che i fedeli si comunicassero ad ogni Messa alla quale partecipavano, per molto tempo la prassi fu che i fedeli si potessero comunicare solo con la frequenza concessa dal confessore, frequenza decisa in base al grado di perfezione da questi riscontrato nel penitente. Era rarissimo che si concedesse la comunione quotidiana e addirittura pochi ottenevano il permesso per quella settimanale. La ragione sottesa a tale rigore era il timore che si sminuisse la riverenza verso il Santissimo Sacramento concedendolo con troppa facilità.
Di questo uso si trova traccia in molti scritti o biografie di santi. Molte sante religiose furono oggetto di invidia da parte delle consorelle perché il confessore concedeva loro la comunione frequente, o addirittura quotidiana. Santa Teresa di Gesù Bambino, vissuta alla fine del 1800, soffriva moltissimo per non poter ricevere la comunione ogni giorno; il cappellano del convento di Lisieux le concesse la comunione quotidiana solo durante un periodo di malattia.

LA COMUNIONE QUOTIDIANA: NECESSARIA ALLA SANTIFICAZIONE?
Tutti i Santi e Dottori della Chiesa concordano nel dire che la frequenza ai sacramenti è necessaria per raggiungere la perfezione, ma occorre distinguere quando l’astensione dai sacramenti avvenga per negligenza, per mancanza di fede o fervore oppure quando sia resa necessaria dalle circostanze, cioè in maniera indipendente dalla volontà del fedele. Abbiamo visto sopra che, per molti secoli, non è stato possibile ai fedeli comunicarsi ogni giorno, eppure possiamo contare decine e decine di uomini e donne che in quei secoli si sono fatti santi.
Ancora più significativo è il caso di popolazioni che hanno custodito la fede cristiana per decenni, in assenza di sacerdoti, sopportando terribili persecuzioni e arrivando perfino al martirio.
In zone remote del Tibet, raggiungibili solo a piedi, la fede cattolica si è conservata tra i laici che hanno continuato a pregare e tramandarsi le verità della fede per oltre cinquant’anni, da quando il Partito Comunista giunse al potere nel 1949 e cacciò o uccise i missionari stranieri. La loro fede in condizioni estreme è stata testimone di veri e propri miracoli: uno degli ultimi missionari, padre Zaccaria, “aveva depositato in ogni chiesa dei dintorni acqua benedetta di Lourdes diluita in acqua pura”, hanno raccontato gli abitanti del villaggio. “Se qualcuno si ammalava, gli si dava una goccia. Tre giorni dopo, si era ristabilito”.[1]
Anche in Giappone i “Kakure kirishitan” (cristiani nascosti), si tramandarono la fede per 250 anni, battezzandosi clandestinamente di padre in figlio, dopo che l’impero aveva espulso oppure ucciso tutti i missionari. I primi sacerdoti francesi che poterono ritornare nel secolo XIX in territorio giapponese rimasero stupiti di trovare migliaia di fedeli che avevano conservato la fede, in assenza di sacerdoti, per oltre due secoli.[2]
Ancor più eclatante il caso della Chiesa coreana, unico nella storia: furono i coreani stessi a prendere contatto con un gruppo di cattolici di Pechino per farsi istruire nella fede. Per quasi 60 anni questi laici diffusero il Vangelo in Corea fino all’arrivo dei missionari francesi nel 1836, tra pericoli e persecuzioni.[3]
Quindi, come vivere questo tempo?

I VENERDÌ DELLA QUARESIMA AMBROSIANA
Il Rito Ambrosiano,[4] ancora oggi in vigore nell’Arcidiocesi di Milano, prevede che tutti i venerdì di Quaresima, non solo il Venerdì Santo, siano aliturgici, cioè privi della Celebrazione Eucaristica. Nel giorno di venerdì non si celebra la Messa né si distribuisce la Comunione Eucaristica. I fedeli si ritrovano invece per celebrare la Via Crucis.
Gli studiosi non sono concordi sulle origini storiche di questa antichissima tradizione. Essa è coerente con il carattere fortemente penitenziale della Quaresima Ambrosiana rispetto a quella del Rito Romano.
Ecco la spiegazione che ne diede San Paolo VI, allora arcivescovo di Milano: “La proibizione di celebrare la santa Messa e di distribuire la santa Comunione nei venerdì di Quaresima fa parte dell’estrema accentuazione del carattere penitenziale della Quaresima: si arriva alla coscienza dolorosa della propria indegnità e all’esperienza, che sa di morte, della perdita del Dio vivo. La devozione di chi comprende il mistero del peccato e della croce deve arrivare a questa tremenda avvertenza, che rasenta il confine dello spavento e della disperazione”.
Anche noi in questo tempo possiamo cogliere l’occasione per meditare sull’infinito valore del dono dell’Eucarestia, alla luce della Passione di Cristo. Possiamo immaginarci cosa sarebbero le nostre vite “se” Gesù non ci avesse lasciato il Suo Corpo da adorare e col quale nutrirci.
Spesso, purtroppo, siamo troppo distratti o superficiali da dare per scontati i doni che abbiamo fino a quando essi non ci vengono tolti. La mancanza della S. Messa quotidiana e della possibilità di accostarci alla Comunione Sacramentale possono farci riflettere sulla grazia di cui disponiamo di essere cristiani, di vivere in un Paese nel quale vige la libertà religiosa, di avere a disposizione sacerdoti e chiese. Possiamo comprendere in minima parte la sofferenza dei milioni di cristiani che vivono in luoghi nei quali i cattolici sono pochissimi, o addirittura perseguitati. Da questa esperienza ci auguriamo di imparare a rendere maggiormente grazie a Dio per i suoi doni e ad essere più uniti in preghiera con e per i fratelli perseguitati.
(1. continua)

Padre Giorgio Maria Faré

 

Fine prima parte

[1] “I cattolici nascosti del Tibet” di Marco Tosatti per La Stampa, 6 agosto 2015.
[2] “Giappone. A Nagasaki un museo racconterà le storie dei ‘cristiani nascosti’, che tramandarono la fede di padre in figlio”, Tempi, 17 maggio 2014; “I cristiani nascosti del Giappone”, La Nuova Bussola, 22 marzo 2015.
[3] Omelia di Giovanni Paolo II in occasione della Concelebrazione per i martiri della Corea, Basilica Vaticana, domenica 14 ottobre 1984.
[4] Il rito è chiamato “ambrosiano” dal nome del vescovo Sant’ Ambrogio ma alcuni elementi del rito sono addirittura a lui anteriori.