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”Capisci quello che stai leggendo?” (At 8, 30)

Filippo battezza l'eunuco

Meditazione

Pubblichiamo l’audio della meditazione: « ”Capisci quello che stai leggendo?” (At 8, 30) »
Giovedì 27 aprile 2023

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

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PRIMA LETTURA (At 8, 26-40)

In quei giorni, un angelo del Signore parlò a Filippo e disse: «Àlzati e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». Egli si alzò e si mise in cammino, quand’ecco un Etíope, eunùco, funzionario di Candàce, regina di Etiòpia, amministratore di tutti i suoi tesori, che era venuto per il culto a Gerusalemme, stava ritornando, seduto sul suo carro, e leggeva il profeta Isaìa.
Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti e accòstati a quel carro». Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaìa, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?». Egli rispose: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui.
Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo:”Come una pecora egli fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, la sua discendenza chi potrà descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita”.
Rivolgendosi a Filippo, l’eunùco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?». Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù.
Proseguendo lungo la strada, giunsero dove c’era dell’acqua e l’eunùco disse: «Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?». Fece fermare il carro e scesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunùco, ed egli lo battezzò.
Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunùco non lo vide più; e, pieno di gioia, proseguiva la sua strada. Filippo invece si trovò ad Azoto ed evangelizzava tutte le città che attraversava, finché giunse a Cesarèa.

Testo della meditazione

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Sia lodato Gesù Cristo! Sempre sia lodato!

Eccoci giunti a giovedì 27 aprile 2023.

Abbiamo ascoltato la Prima Lettura della Santa Messa di oggi, tratta dal capitolo ottavo degli Atti degli Apostoli, versetti 26-40.

 Ricordo oggi, come ogni 27 del mese, la bella pratica di ricordarci alle 17:30 di fare la nostra memoria e la nostra preghiera con la supplica alla Madonna della Medaglia Miracolosa. 

Abbiamo ascoltato poi il passo di oggi della Prima Lettura. Mi permetto quest’oggi di leggervi anche il Vangelo, perché nel discorso che vi farò ho bisogno di avere tutti e due, cioè alcuni fili rossi molto importanti che attraversano sia il Vangelo che la Prima Lettura.

Quindi il Vangelo di oggi è Giovanni 6, 44-51. È breve:

In quel tempo, disse Gesù alla folla:

«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.

Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.

Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Abbiamo visto nella Prima Lettura quanto è importante l’opera preziosissima di evangelizzazione di Filippo.

Stiamo vedendo proprio in questi giorni il tema della persecuzione che in diversi modi si è scatenata contro gli apostoli, contro i discepoli. Poi siamo arrivati al momento della dispersione, che non è disperazione, e quindi abbiamo visto Filippo che si è dovuto recare in Samaria. E abbiamo visto appunto i discepoli che vengono dispersi, lasciano Gerusalemme e quindi si diffonde la parola di Dio e, adesso, questa Prima Lettura si concentra proprio sull’incontro tra Filippo e l’Etiope. Incontro famoso che penso che tutti conosciamo. E che cosa avviene?

Innanzitutto, avviene un evento importantissimo che è il Battesimo, con una preparazione oserei dire molto immediata, molto prossima, molto veloce. E l’eunuco velocemente capisce, velocemente decide, velocemente accetta, velocemente sceglie ed è lui, l’eunuco, a dire: “Beh, qui c’è un po’ d’acqua: perché non mi battezzo?” Vedete la logica? Quando uno è logico 1+1=2, punto. Cioè: “Mi è tutto chiaro quello che hai detto, bellissimo, mi piace tantissimo, mi ritrovo tantissimo, lo sento una cosa vera, quindi, il carro sta passando vicino a un fiumiciattolo, vicino a un corso d’acqua, battezzami!”, vedete, questa è la logica. Quando ormai l’evidenza della ragione, “il fascinoso” che mi si presenta del Mistero Santo di Dio si rivela alla mia coscienza, basta: è fatta. L’assenso della ragione e della volontà e dell’affetto di tutta la persona, come abbiamo visto in questi giorni, decide e dice sì! Accetto non perché sono costretto, accetto perché sono così affascinato, sono così “sedotto”, sono così catturato da tutta questa bellezza, tutta questa verità, che liberamente posso fare questo passo.

Ovviamente, tutto questo accade perché incontra Filippo! Se avesse incontrato quelli di cui parlavamo ieri, questi mercenari del sacro, questi mestieranti del sacro, queste vite sciatte, vuote, tristi, che vivono nel tedio continuo, che sono pieni di cose da fare… Poi non si sa che cos’è che devono fare! Quando uno dice: “Sono pieni di cose da fare”, poi cosa si scopre? Poi si scopre che le cose da fare sono: leggere quotidiani, giocare ai solitari, giocare ai videogiochi, quelle robe lì, al computer, mettersi a vedere i video di sport, di non so che cosa, ascoltare la musica.

Perché la predicazione, perché la testimonianza, perché lo studio, perché queste cose non decollano? Perché rimani cristallizzato, come un sasso? Perché rimani lì bloccato dentro l’inutilità della tua vita? 

Perché è inutile, nel senso che non la rendi utile, non la rendi fruttuosa, come un seme che non muore nella terra. “No, perché ho tante cose da fare”, poi se si chiede: “Ok, mettiamo sul tavolo quali sono queste cose da fare” si vede il niente… Certo che se perdo il mio tempo al computer a guardare i videogiochi, a guardarmi i video e a farmi le mie cose, eh sì, certo. Se ci impiego due ore a leggermi il vangelo del mondo, cioè il quotidiano — dobbiamo vedere cinque telegiornali, leggere cinque quotidiani, perché sennò non siamo sufficientemente informati — è chiaro che poi il tempo per la meditazione, lo studio, l’approfondimento, l’incontro con Dio e quant’altro non c’è più. Certo, ma quel tempo l’hai usato male.

Quindi, siccome invece, l’Eunuco incontra Filippo, che non è di quel genere lì, è chiaro che nel tempo di un cammino col carro, di un passaggio col carro, avviene un Battesimo, avviene un annuncio, avviene una conversione, che non è proselitismo. 

Stiamo attenti a non vedere sempre “l’ismo” di ogni cosa: devozionismo, perbenismo, salutismo, perfezionismo. Non ogni realtà è sempre un estremo. È un po’ patologico vedere un estremo in ogni cosa, perché la realtà ci insegna che c’è anche l’equilibrio, c’è la perfezione, c’è la salute, c’è il per bene, l’essere per bene. C’è l’equilibrio nella realtà, non ogni cosa che non mi piace deve essere per forza corrotta, estrema, estremizzata nella sua parte peggiore!

Quindi ci sono le persone devote; c’è un libro scritto da San Francesco di Sales, Filotea, Introduzione alla vita devota, è un libro bellissimo che parla esattamente di cosa vuol dire essere devoti in modo corretto e questo non vuol dire essere devozionisti! Bisogna stare attenti!

Perché poi, sapete, quando una cosa non ci piace perché ci mette un po’ in discussione, perché spacca i nostri schemi mortiferi, perché ci chiede appunto di cambiare vita, allora ci fa comodo, ci fa gioco dire: “No, ma questo è un estremo; no, ma qui c’è il perfezionismo; no ma qui c’è il perbenismo; no, ma qui c’è…”. Per esempio, non mi voglio curare perché mi fa comodo essere goloso, essere disordinato, allora dico che chi si cura è salutista. Poi mi guardo io, perché dopo uno si guarda: “Ah si certo, è per quello che io dico che gli altri sono salutisti, perché tra poco il mio corpo scoppia e quindi è chiaro che chi non è come me, chi non è allo sbando, alla deriva e tutte queste cose qui, è chiaro che poi diventa un salutista”. E così sulla fede, su tutto!

E invece bisogna vivere in equilibrio, bisogna aver cura, con equilibrio, di ogni aspetto della nostra vita umana e spirituale. Quelli che a scuola non studiano — questo è un esempio plastico — che sia alle superiori che sia l’università non cambia niente, quando incontrano uno che alle superiori prende 10 in tutte le materie e all’università prende 30, 30 e lode in tutti gli esami, che fa? Che cosa dicono di queste persone? “Eh, ma che secchione! Ma quello lì è un secchione! Sì, ma quello lì è un fallito nella vita, si, ma quello pensa solamente a studiare, sì, vabbè, ma quello lì è uno che… cioè è solo studio”. Poi cominciano a prenderlo in giro: “Eh, ma lui — o lei perché uguale può essere un ragazzo o una ragazza — eh ma lei è bravissima, eh ma brava come lei non c’è nessuno, eh ma qui…” Perché lo fanno? Perché sono dei somari, semplice! Sono dei somari, è così! Dopo tu guardi il loro libretto e dici: “Scusa, posso vedere il libretto così per curiosità?”, e tu vedi in un anno accademico magari hanno dato due esami… “No, però io li preparo bene!” Sì, sì, però se vai avanti così, arrivi all’ospizio e stai ancora andando all’università, capisci? Invece quello che prende trenta e lode, “Il professore era ubriaco, drogato, gliel’ha dato così!”. No, invece tu che ne dai uno all’anno, questo va bene perché tu li prepari bene.

Questi ragionamenti in università si trovano ad ogni giro di corridoio; queste querelle simpatiche e un po’ pagliaccesche; dicono queste cose, ma certo, ma perché sono i somari loro! Per cui sono degli inconcludenti e alla fine tu ti trovi quello bravo, equilibrato, che ha fatto i suoi iter di studio che l’università ha riconosciuto dando i voti che si meritava, quindi se questo esce con 110 e lode se li è tutti meritati e magari in 5 anni precisi, perché ha studiato e lavorato tantissimo, e l’altro somaro che invece dopo 10 anni è ancora lì a fare gli esami e ti esce con i “votuncoli” un po’ tirati di qui un po’ tirati di là: “Eh però lui è esperto della vita, però lui è bravo nella vita”. Va bene, molto intelligente… Questo qui che ha finito in 5 anni andrà a lavorare e tra 5 anni sarà magari già dirigente di non si sa dove invece, quell’altro, che lui invece “esperto nella vita”, che non è un secchione, che non è esagerato, che lo studio non è tutto, insomma, tutti questi ragionamenti qui demagogici e vuoti, inutili, sciocchi, banali, tra 10 anni questo qui è ancora lì, con i libri in mano, che non è di qua né di là: funziona sempre così.

E quindi quando invece sono al mio posto e faccio quello che devo fare, anche negli altri non vedo il male. Non c’è bisogno di dire il male perché io muoio dall’invidia, perché poi è sempre quella: siccome dentro sono corroso dall’invidia perché sono un fallito, allora vedo l’altro che invece non è fallito — ma non per doni divini, ma semplicemente perché fa quello che deve, vive nell’equilibrio — allora cosa devo fare? Con l’invidia cerco di stigmatizzare, cerco di mettere in cattiva luce la persona, perché non posso fare altro: perché un fallito emerga, deve schiacciare la testa degli altri. Però poverini, sapete, i falliti sono degli gnomi. Uno gnomo può schiacciare la testa a una pulce, ma non ad un gigante, punto!

Ecco qui noi abbiamo proprio questo esempio bellissimo di una testimonianza fantastica, di che cosa vuol dire essere un testimone di Gesù, è quello che fa Filippo.

Come vi ho promesso ieri, a completamento del discorso fin qui fatto, volevo leggervi il paragrafo settimo della vita di Santa Teresa di Gesù, perché ieri ve ne ho parlato andando a memoria. Sono andato proprio a prendermelo e adesso ve lo leggo, perché così almeno lasciamo parlare lei e così sentiamo Santa Teresa, che cosa ci dice di inerente proprio a questo discorso della testimonianza, della predicazione, dell’annuncio della parola di Dio e appunto del fatto che l’Etiope non è che segue quello che dice Filippo perché Filippo fa un proselitismo, ma perché rimane affascinato da questa bellezza, rimane affascinato da questa verità, rimane affascinato dal fuoco con cui Filippo testimoniava e quindi uno dice: “Anch’io lo voglio”. Cosa che invece non producono i morti in piedi. Sorrido perché mi piacerebbe vedere il faccione di qualcuno in questo momento, perché adesso mentre leggo vorrei guardare la faccia di qualcuno e dire: “Spiegami un po’ tu queste parole!” che sono talmente evidenti, talmente chiare, che non hanno bisogno di essere spiegate. Sarei curioso di sapere come riescono, come qualcuno riesce a pervertire queste parole, perché proprio io non riesco a vedere un altro senso che non quello che vi sto leggendo.

Scrive Santa Teresa:

Tra noi cinque che ora in Cristo ci amiamo vorrei che si formasse come una specie di accordo, affinché, come altri oggi si uniscono in segreto contro la Maestà di Dio per ordire scellerataggini ed eresie, così noi ci unissimo per disingannarci a vicenda, correggerci dei nostri difetti e spingerci a servir meglio il Signore con carità e con desiderio di vicendevole profitto, dato che nessuno meglio ci conosce di chi tratta con noi.

Beh, questo è un testo famoso, molto bello, che adesso non sto qui a commentarvi perché non è questo che mi interessa, però almeno un po’ il contesto lo capite, sempre meglio leggere un pochino prima. Questo magari lo commenteremo un’altra volta: vedete che belle queste parole di Teresa, questo progetto che ha in testa bellissimo:

Però dobbiamo farlo in segreto, perché oggi un tal linguaggio non è più di moda

Furba! Furba Santa Teresa! Uno dice: “Eh, ma allora Santa Teresa si nasconde!” — “Certo, stelline! Certo che Santa Teresa si nasconde, cosa doveva fare?” Ma Santa Teresa, come tutti i santi, è intelligente e cosa deve fare? Dice: “Stiamo attenti, non facciamo i beotoni: Siccome oggi un tal linguaggio — lei scrive — non è più di moda, facciamolo in segreto”. Ma non le cose brutte, le cose belle, le cose che ha detto fin qui; dobbiamo stare attenti perché ci sono sempre — usando i termini che ho usato in questi giorni — le iene fameliche “bavose”, che girano cercando chi divorare, dice San Pietro, e quindi lei dice: “Non andiamo in bocca alle iene”. Quindi stiamo attenti e facciamo questo bel progetto che lei aveva in mente e che poi realizzerà ovviamente in segreto.

È chiaro che le cose belle nascono nel segreto e poi diventano di dominio pubblico, è bellissima questa cosa. Uno dice: “Eh ma cosa vuol dire?” Ogni tanto prova a pensare alla natura! Il concepimento di un bimbo e la gestazione di un bimbo nasce nel segreto, nessuno nei primi mesi si accorge che quella ragazza attende una vita, attende un fanciullo, nessuno se ne accorge: nasce nel segreto, è avvolto dal segreto. Poi progressivamente viene in evidenza e, quando ormai è già avanti nella gestazione, tutti si accorgono, ma dopo! Quindi questo momento sacro, bellissimo, stupendo della nuova vita nasce nel segreto, nell’ambiente nascosto del ventre della mamma e poi… tutto quello che sappiamo.

Quindi, come vi ho detto tante volte, bisogna saper essere prudenti nella nostra vita! Che non vuol dire essere mafiosi, perché anche chi fa il male lo fa nel segreto, ma qui è tutto un altro contesto. Chi fa il male lo fa nel segreto, perché non vuole che le sue opere vengano alla luce, perché “Odia la luce”, dice Gesù. Qui Santa Teresa invece dice di stare attenti a farlo nel segreto non perché è male, attenzione! Non lo facciamo nel segreto perché è male, ma perché questo linguaggio — e qui si aprirebbe il mondo da dover affrontare sul tema del linguaggio che è fondamentale — non è di moda. Quindi il problema è il linguaggio. Lei usa un linguaggio che dice: “Attenzione, perché se usiamo questo linguaggio oggi ci sono in giro troppi ipocriti, troppi farisei, troppe iene e siccome vanno avanti in modo binario “10111001100”, se tu fai “1,1”, scoppia il mondo!”. E allora lei dice: attenzione, perché siccome lo Spirito Santo non è 01110011, non va avanti con l’ alfabeto morse di un cervello mononucleato — cioè, meglio dire “mono-neuronale” — quindi, se tu hai un cervello in cui c’è dentro un neurone che affoga, che è lì e che non sa dove andare… eh, questo è un problema! E quindi Santa Teresa dice: “Il linguaggio, che è un evento complesso, potrebbe creare qualche problema a questi “mono-neuro-nati” e quindi — lei dice — facciamolo nel segreto”. Ripeto: non perché è una cosa brutta — perché avete sentito prima cosa ha detto — ma è una cosa bella. Infatti, lei lo riconosce:  “come gli altri oggi si uniscono in segreto contro la Maestà di Dio per ordire scellerataggini ed eresie, così noi ci uniamo in segreto…”  per le cose che lei ha scritto.

Però attenti, imitiamo! Perché il bello è che chi fa il male lo fa nel segreto: quando mormorano lo fanno nel segreto, quando calunniano lo fanno nel segreto, quando devono fare qualcosa contro Dio, lo fanno nel segreto, e questo va bene, e guai a chi dice qualcosa! Se però tu in segreto fai il bene: “Eh no, tu ti nascondi” No, ma scusami: due pesi e due misure? Dai, su! Impariamo a ragionare, non siamo banali, che poi diventiamo anche ridicoli, grotteschi alle volte. Come se uno dicesse: “No, ma tanto nessuno vede, nessuno si accorge”. Ma stai tranquillo che tutto viene a galla. Del resto, non c’è bisogno di entrare nella fogna per riconoscerla, basta l’odore. Per cui tranquillo, fai il male sereno, non c’è bisogno di vedere fino in fondo, si sente La puzza de li peccata, come li chiamava San Filippo Neri, si sente dalla puzza quando c’è il male. Quindi, prudenza. 

Ecco, adesso questo è quello che mi interessa.

Gli stessi predicatori cercano di comporre i loro discorsi

qui siamo al contrario di Filippo

in modo da non dispiacere ad alcuno.

Guardate, Santa Teresa è di una finezza invidiabile, veramente invidiabile, di una furbizia evangelica.

L’intenzione certo sarà buona, e sarà anche bene far così, ma pochi intanto sono i frutti. Perché pochi si allontanano dai pubblici vizi per le prediche che ascoltano?

Teresa si pone la domanda, quindi lei dice: “Gli stessi predicatori fanno discorsi da non dispiacere nessuno: perché?” Perché questo linguaggio non è più di moda! Quindi lei dice: “Noi — ossia lei e quei cinque che aveva intorno — facciamolo nel segreto: è talmente non più di moda tutto questo, è talmente non più di moda la verità — siamo nel 1500, figuriamoci oggi — che persino i predicatori stanno molto attenti a fare quelle prediche che non dispiacciono a nessuno”. E lei dice: “Sarà anche bene fare così e l’intenzione sarà anche buona, per l’amor del cielo, però c’è un problema che io noto — dice Santa Teresa — pochi sono i frutti!”. E allora Santa Teresa pone la domanda: “Perché pochi si allontanano dai pubblici vizi per le prediche che ascoltano? Come mai?

Sa che ne penso?

e adesso allacciamo le cinture di sicurezza e si salvi chi può: adesso viene fuori Santa Teresa a tutto tondo:

Perché i predicatori hanno troppa umana prudenza, perché non bruciano di quel gran fuoco di amor di Dio di cui bruciavano gli apostoli:

Ecco la Prima Lettura di oggi e di ieri e dei giorni scorsi:

per questo la loro fiamma scalda poco.

A me sembra chiaro: non so quali terzi, quarti, quinti fini si possano leggere dietro queste parole. A me sembra molto chiaro: c’è troppa umana prudenza, ecco perché non vogliono dispiacere al pubblico, troppa umana prudenza! Quindi sono molto accorti e non bruciano. Perché hanno questo umana prudenza? Perché non bruciano del fuoco di amor di Dio! A loro dell’amor di Dio non interessa nulla, non ce l’hanno dentro proprio. Loro dentro hanno l’amore di sé stessi. Quando noi facciamo così, abbiamo solamente amore di noi stessi. Non bruciano nel fuoco dell’amore di Dio, di cui bruciavano gli apostoli. Quindi, siccome dentro non ho il fuoco dell’amore di Dio, questa fiamma che esce da me scalda poco. Esattamente il contrario di quanto è accaduto all’etiope: beato lui con Filippo!

Non pretendo che siano così infuocati come gli apostoli,

Santa Teresa scrive così perché qualcuno poteva dirle: “Eh ma Santa Teresa, sei una perfezionista, ma cosa vuoi che si predichi? — sapete, con la bocca un po’ chiusa, come vi faccio sempre la scenetta — “Ma vuoi che noi dobbiamo essere come gli apostoli? Ma non lo sai che la perfezione è solamente del cielo?”, con questa bocca un po’ tondeggiante da finti dottori. E quindi lei, che è intelligente, scrive: “non pretendo che siano così infuocati come gli apostoli”, quindi stai sereno, perché non è questo perfezionismo che lei ha in mente,

ma solo un po’ più accesi di quanto li vedo. 

Poi ti prende anche in giro, no?  Dice: “Guarda che non pretendo la perfezione, ma cerca di essere un po’ meno “faccia da cadavere” di quello che sei, cerca di essere un po’ meno morto in piedi, solo un po’ più acceso, figlio mio! Scaldati un po’, riprenditi un po’, metti dentro un po’ di fuoco! Vi dicevo ieri: “Non andare in giro come un ghiacciolo, ma fai un sorriso ogni tanto, su, dai! Ma cerca di parlare ogni tanto del buon Dio, ma di parlarne non come quando io parlo della lista della spesa piuttosto che dell’andare dal meccanico a farmi aggiustare i bulloni della macchina. Cioè, sennò capite che non c’è tanto di seducente in tutto questo!

Prosegue:

E vuol sapere a cosa gioverebbe a questo scopo?

Cioè che avessero dentro un pochino più di fuocherello di quel che vedo e che quindi, insomma, cercassero di non aver troppa umana prudenza. Risponde:

Avere in disprezzo la vita e in nessuna stima l’onore.

Tiè, va! Abbiamo capito qual è il problema! Il problema è che non vivono il Vangelo, che non viviamo il Vangelo. Quindi non è quella cosa per la quale: “Chi vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso”, non è quella cosa del Vangelo che dice: “Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per cause mia o del Vangelo, la troverà”, no. Eh, no: “Avere in disprezzo la vita e in nessuna stima l’onore”. Santa Teresa sull’onore ritorna tante volte. Quindi vuol dire che ci teniamo molto all’onore, che viene dagli altri, e alla mia vita, che sia bella, comoda, pasciutella, satolla, che non abbia problemi… tutte queste belle cose. Punto.

Quando gli apostoli proclamavano la verità e la difendevano per la gloria di Dio,

quindi proclamavano la verità e la difendevano per la gloria di Dio, 

perdere o guadagnare era per essi la stessa cosa, com’è pure per coloro che sono pronti a tutto sacrificare per amor di Dio. Non già che io sia tale, ma molto desidero di esserlo.

Guardate che — veramente — a leggere queste righe uno rimane incantato. Perché c’è dentro tutto, ma detto, questo tutto, con una finezza che ti lascia proprio “spogliato”.

Quindi lei ti sta dicendo, mi sta dicendo, ci sta dicendo: “Gli Apostoli quando proclamavano la verità e la difendevano per la gloria di Dio, per loro perdere o guadagnare era la stessa cosa”, cioè non gli interessava niente; “Mi togli tutto? Va bene. Mi dai tutto? Va bene, non mi interessa”. Primo punto. 

Secondo: “Pronti a sacrificare tutto per amor di Dio”. È qui che viene il fuoco: “Pronti a sacrificare tutto per amor di Dio”. Quando io predico, quando io testimonio la mia fede in Gesù, che sia sacerdote, suora, mamma, papà, figlio, qualunque cosa, quando io predico — in questo caso sacerdote — quando io testimonio la mia fede in Gesù, io sono pronto a tutto, “a tutto sacrificare per amor di Dio?”, io ho in disprezzo la vita, la stima e l’onore? Per me perdere e guadagnare è la stessa cosa? Ecco, queste sono le domande che potremmo farci; io ogni volta che leggo questo passo, vi dico che comincio a pensare alla confessione e alla conversione, perché dico: “Mamma mia! Giorgio, quanto sei lontano da tutto questo! Quanto sei lontano!”

Sono parole verissime, a me sembrano chiarissime, bellissime e verissime. E almeno — io dico — offriamogli un nostro desiderio. Il desiderio di essere così. Ci tenevo perché vi avevo promesso che vi avrei letto questo passo e vedete che, rispetto a quello che mi ricordavo, è mille volte di più, ed è bellissimo.

Abbiate pazienza, so che sono già passati 34 minuti, ma se non lo faccio oggi, non lo faccio più, perché il passo del Vangelo di domani è diverso. Devo dire due parole sul Vangelo di oggi: è veramente molto importante. Non commento tutto, ovviamente, state tranquilli, però qualche minutino ve lo rubo ancora, abbiate pazienza. Allora:

Nessuno può venire a me se non lo attira il padre.

Vi leggo quanto scrive Sant’Agostino nel commento al Vangelo di Giovanni. 

Quando ascolti queste parole, non pensare di essere attirato tuo malgrado

non c’è una coercizione, non è che il Padre ti attira e tu come un somaro devi andare, no, non c’è coercizione, non sei tirato tuo malgrado.

Scrive Sant’Agostino:

La tua anima è attirata anche dall’amore e dalla gioia. Se il poeta ha potuto dire — e cita Virgilio — ciascuno è attirato dal suo piacere — ho detto piacere non necessità; gioia, non costrizione

esattamente tutto quello che abbiamo detto fino adesso in riferimento alla predicazione. Ecco perché non potevo rimandare a domani questo discorso. 

con quanta maggiore ragione possiamo dire noi che l’uomo è attirato a Cristo, in quanto in lui trova la gioia della verità, della beatitudine, della giustizia, della vita eterna. Tutto ciò, insomma, che è Cristo medesimo.

Sentite, poi ci sono quelli che dicono: “Ah no, ma Agostino è dicotomico, perché separa il corpo dall’anima, risente del platonismo”, sì, sì, avranno tutte le ragioni del mondo, sentite cosa scrive:

Se il corpo ha i suoi piaceri, perché l’anima non dovrebbe avere i suoi?

Vi chiedo: quando è stata l’ultima volta che qualcuno vi ha fatto questa domanda, questo ragionamento? Io sono sicuro che moltissimi di voi non hanno mai sentito queste parole e mai nessuno vi ha fatto un ragionamento così bello. Sono i santi! Lui parla di piacere: “Ciascuno è attirato dal suo piacere” — citando Virgilio — quindi lui parla di piacere e di non necessità, di gioia — che è il tema di questi giorni, che stiamo trattando — non di costrizione, che si trova in Gesù: quindi tutto il tema dell’essere affascinato, l’integralità della persona che vi dicevo ieri. Quindi: “Se il corpo ha i suoi piaceri, perché l’anima non dovrebbe avere i suoi?”

Se l’anima non avesse i suoi piaceri, il Salmista non direbbe: “I figli dell’uomo spereranno sotto la protezione delle tue ali

cambiano un po’ le parole, ma adesso capite dove stiamo arrivando, salmo 35

si inebrieranno per l’abbondanza della tua casa e tu darai loro da bere alla fonte delle tue delizie, perché presso di te è la fonte della vita e nella tua luce vedranno la luce”.

Sentite cosa scrive Agostino! Quindi l’anima ha i suoi piaceri: questo dobbiamo dirlo a queste persone così tristi, così ingrugnite. Ma quali sono i piaceri della tua anima? Ma tu godi nella tua anima? Perché sennò siamo frustrati, ma non devi essere frustrato nella vita spirituale; la vita spirituale innanzitutto è gioia, la vita spirituale innanzitutto è bellezza, la vita spirituale innanzitutto è essere sedotti dall’amore. Non è: “Tu devi, tu non devi, tu devi, tu non devi, non fare, non pensare, non andare, non dire…” Eh miseria, ma cominciamo a vedere la gioia della vita spirituale, la bellezza. 

Scrive Agostino:

Dammi un cuore che ama, e capirà ciò che dico. Dammi un cuore che desidera, un cuore affamato e assetato che si sente in esilio in questa solitudine terrena, un cuore che sospira alla fonte dell’eterna sua dimora ed egli confermerà ciò che dico. Ma se io parlo

 vabbè, non lo dico perché tanto molti non crederanno, tanto qualcuno non crederà: guardate, credetemi, questo testo — ve lo dico davanti al Signore — mi è capitato esattamente dopo l’omelia che ho tenuto ieri, mi è capitato in mano dopo. Stavo guardando una roba di Agostino e mi è capitato in mano questo testo. Veramente, guardate, credetemi, ve lo dico perché adesso sentite cosa dice

ma se io parlo a un cuore gelido

e siccome ieri vi ho parlato dei ghiaccioli, ma non avevo in mente questo testo

egli non potrà capirmi. E tali erano coloro che mormoravano.

Sta facendo un discorso sul sesto capitolo di Giovanni — “e tali erano coloro che mormoravano”. Vi ricordate tutto quello che vi ho detto ieri sui cuori, sui ghiaccioli che camminano e sulle iene! E sono questi, vedete? Quelli che cadono nella mormorazione hanno un cuore ghiacciato. Quelli che non sanno capire questi discorsi — dice Agostino — sono persone dal cuore gelido. Non possono capire, possono solo travisare, fraintendere.

È terribile questa cosa. Guardate che avere un cuore gelido è la peggior cosa possibile. Quindi, se queste cose che abbiamo letto le capiamo, abbiamo già una buona tranquillità interiore, se ci affascinano è un buon segno, se invece ci danno fastidio, ecco, vuol dire che abbiamo un cuore ghiacciato, e un cuore ghiacciato è un cuore morto.

E quindi, come quei giudei che dice Giovanni, capitolo 8 — si, anche al capitolo 8 lo dice — “i giudei che avevano creduto in lui…” e lì si scatena tutta la diatriba con Gesù — ricordate? — che abbiamo affrontato nei giorni scorsi, quindi anche coloro che sembrano seguirlo, in realtà quando arriva il momento del discorso sull’Eucarestia, cari miei, se ne vanno via tutti, perché è un discorso troppo duro, questo linguaggio troppo duro chi può intenderlo? E Gesù non fa un passo indietro, non fa una piega e dice agli Apostoli: “Volete andarvene anche voi?”. Quindi ricordiamoci “la gioia”, ricordiamoci: “l’anima ha i suoi piaceri”. 

Certo che se invece c’è un cuore che non è affamato e che non è assetato e che non si sente in esilio e che non sospira la fonte dell’eterna dimora, allora… affogati dentro quello che c’è a questo mondo e abbiamo finito il discorso.

Tante cose che volevo dirvi non ve le dico, perché non riusciamo, arriviamo a questo tema dell’Eucarestia.

Chi mangia questo pane disceso dal cielo non muore

E adesso vi leggo ciò che scrive Sant’Alberto Magno nel suo commento al Vangelo di Giovanni. Allora, “chi mangia questo pane di cielo non muore”. Sentite cosa scrive Sant’Alberto Magno:

chi lo mangia spiritualmente 

ripeto:

chi lo mangia spiritualmente, comprendendo interiormente col cuore e amando, non morirà della morte eterna per quanto dipende dalla virtù del sacramento. Ma se per propria colpa cadrà dalla virtù del sacramento come Giuda, morirà, e ciò non per mancanza di forza vitale del sacramento, ma a causa del peccato, non essendo rimasto a vivificarsi nello spirito del corpo di Cristo.

Non so se vi è chiaro il passaggio. Gesù dice: “Chi mangia questo pane disceso dal cielo non muore”. E quindi noi intendiamo tutti: “chi mangia”, cioè io mangio fisicamente, prendo il pane, me lo metto in bocca e mangio la pastasciutta. 

Sant’Alberto Magno scrive: “Chi lo mangia spiritualmente”. È un’altra cosa. “Comprendendo interiormente col cuore e amando”. 

Ho visto che a qualcuno ha fatto un po’ di allergia il discorso che io feci e che ho tante volte ripreso sulla comunione spirituale, perché non ha capito niente. Certo che se la persona non capisce poi arriva a dire che il mio discorso sembra un po’ strano ma non c’è niente di strano, io ho portato le fonti, vi ho spiegato. Non ho mai detto che la comunione spirituale è la stessa cosa della comunione sacramentale, perché bisogna essere imbecilli per dirlo, perché proprio a livello etimologico, “comunione spirituale”, “comunione sacramentale”, proprio solamente ad analizzare due parole, solo un imbecille può dire che è la stessa cosa. Sono cose diverse, sennò non si chiamerebbero con due nomi diversi. La mela non è una pera, seppure siano due frutti, l’essere due frutti non vuol dire essere la stessa cosa.

Detto questo, io ho detto che comunione spirituale e comunione sacramentale — ma grazie al cielo tutte queste cose sono scritte — hanno in comune la “comunione”. In questo si somigliano: tutte e due “puntano” alla comunione in due modalità diverse. L’ho detto e qui lo ripeto: se potessi lo sottolineerei con l’evidenziatore e spero che chi trascriverà l’omelia lo evidenzi bene per quelli che magari hanno problemi di vista. Allora: 

COMUNIONE SPIRITUALE E COMUNIONE SACRAMENTALE NON SONO LA STESSA COSA.

Scrivetelo in caratteri cubitali. Non sono la stessa cosa. Qual è la parte comune? Comunione.

Comunione spirituale.

Comunione sacramentale.

Che cosa c’è in comune? Comunione.

Qual è la differenza? Che una è spirituale e una è sacramentale. 

Cambia la forma, la modalità di questa comunione: una avviene a livello spirituale, una avviene a livello sacramentale. Infatti, la Chiesa prevede delle preghiere per la comunione spirituale e prevede delle preghiere per la comunione sacramentale. Io posso fare mille comunioni spirituali al giorno e posso invece fare al massimo solo due comunioni sacramentali in un giorno, come fedele, quindi non sono la stessa cosa. Ripeto: solo un imbecille può pensare una roba del genere.

Io ho detto, ho aggiunto — e qui lo ripeto — che San Tommaso scrive che perché ci sia una vera comunione sacramentale, prima ci deve essere una vera comunione spirituale, cioè se la comunione sacramentale non è avvolta, non è sorretta, non porta — tutto questo movimento è proprio un movimento dinamico — non nasce da una comunione spirituale, la comunione sacramentale non produce nessuna comunione. Semplice! Ma è logico, no? Se io non sono in comunione interiormente con Dio e ricevo la particola, secondo voi faccio la comunione con Dio? Che comunione faccio con Dio? Anche se Lo ricevo sacramentalmente.

Ecco perché San Tommaso dice: “State attenti, non illudetevi, non pensate che siccome voi fate la comunione sacramentale avete fatto la comunione col Signore”. Se non c’è prima, durante e dopo, questa comunione spirituale, questa comunione interiore, non c’è nessuna comunione. E non si può disprezzare la comunione spirituale. Quindi non si può disprezzarla. Non si può dire: “Ah no, ma quello non conta niente, quello che conta è quella sacramentale” — No, caro, no! Perché quella sacramentale proprio si fonda su quella spirituale. Quindi è grazie alla comunione spirituale che quella sacramentale poi porta tutti i suoi frutti. Altrimenti non c’è niente. Io posso stare a tavola con te, mangiare con te, dormire con te e non avere con te nessuna comunione. Tu puoi abitare in America, io in Cina, ma siccome spiritualmente siamo uniti, siamo in profonda comunione.

A me sembrano molto chiari questi ragionamenti! Non lo so, probabilmente a qualcuno non saranno chiari. 

E qui Sant’Alberto Magno affonda ancora di più la questione. Cioè, va ancora più nel profondo. Gesù parla, in questo caso: “Chi mangia questo pane disceso dal cielo non muore” e sant’Alberto Magno dice: “Chi lo mangia spiritualmente”. Qui ci saremmo tutti aspettati che Sant’Alberto Magno facesse una riflessione sulla comunione sacramentale. E invece no. Fa una riflessione sulla comunione spirituale. “Chi lo mangia spiritualmente”. Quindi capite che c’è un mangiare spirituale. Questo non ve l’avevo mai detto, questa espressione non l’avevo mai usata. Non ci avevo mai pensato, questa cosa è molto bella. 

Chi fa la comunione spirituale, mangia spiritualmente, quindi c’è un mangiare sacramentale, che non è il mangiare del cannibale, come invece avevano frainteso al tempo di Gesù. Non è quel mangiare, appunto, chiamato cafarnaitico, perché tutto nasce in quel contesto. Non è quel tipo di mangiare, cannibalesco — Gesù non dice di strappargli i pezzi di carne — ma è il mangiare spirituale o sacramentale; quindi, la comunione spirituale si può anche chiamare “mangiare spirituale”, la comunione sacramentale “mangiare sacramentale”, cioè mangio nella forma spirituale, mangio nella forma sacramentale. Sono un nutrirsi spiritualmente e un nutrirsi sacramentalmente: cambia la modalità, ma rimane sempre fermo il fatto che faccio la comunione, rimane sempre fermo il fatto che mangio in entrambi i casi.

Va bene, andiamo avanti, quindi ricordate Sant’Alberto Magno!

Andiamo avanti ancora; è sempre Sant’Alberto Magno che ci tiene compagnia e scrive, inerente al versetto:

“Io disceso dal cielo sono il pane vivo e chi si nutre di questo pane vivrà in eterno e il pane è la mia carne”

Sentiamo Sant’Alberto Magno, sempre nel commento al capitolo sesto di San Giovanni, cosa scrive:

Pane vivo, cioè vivificante. Il cielo, infatti, è il principio di vita del cosmo, perché in cielo vivono tutte le cose, e nei cieli è la vita beata

benissimo, questo mi sembra pacifico, attenti adesso

e “chi si nutre di questo pane”

questo è il versetto di Gesù

e chi si nutre di questo pane, 

cibandosene sacramentalmente e spiritualmente, 

o perlomeno spiritualmente,

“vivrà in eterno e il pane è la mia carne”.

Avete capito? Gesù dice: “Chi si nutre di questo pane vivrà in eterno e il pane è la mia carne” e S. Alberto precisa: “Chi si nutre di questo pane  cibandosene sacramentalmente e spiritualmente, o almeno spiritualmente”.

Quindi tutti coloro che fanno la comunione spirituale, stiano in pace! Non solo è permessa, ma è necessaria anche a chi fa la comunione sacramentale. Non si può separare la comunione spirituale da quella sacramentale. Può esserci solo la comunione spirituale, può esserci perché la comunione spirituale la posso fare cento volte al giorno, ci sono delle preghiere bellissime, può esserci la sola comunione spirituale, ma non può esserci la sola comunione sacramentale, quella non può essere. Perché la comunione sacramentale postula, richiede, che ci sia insieme la comunione spirituale. E infatti sant’Alberto Magno lo scrive: “Cibandosene sacramentalmente e spiritualmente, o perlomeno spiritualmente”, non scrive: “o perlomeno sacramentalmente”, perché non sarebbe possibile. Quindi “cibandosene sacramentalmente e spiritualmente, o perlomeno spiritualmente”. Se tu lo fai sacramentalmente lo devi fare per forza anche spiritualmente, altrimenti non ci siamo, non c’è. Se tu invece lo fai solo spiritualmente, ci sta, fai comunione.

Quindi se uno per le sue ragioni — che io in questi anni ho trattato ampiamente, e potete andare a trovare le ragioni di cui ho parlato, che adesso non sto qui a riprendere perché siamo già oltre i tempi — se uno per le sue ragioni non si accosta alla comunione sacramentale, merita tutto il rispetto del mondo. Prima di tutto perché nessuno di noi può entrare nella coscienza degli altri e nessuno di noi può costringere all’obbedienza nessuno. Se la coscienza di una persona dice: “No”, la coscienza è sacra, nessuno può entrare lì a farsi il bagno, quindi se la coscienza di una persona dice: “No, stai fermo, fai la comunione spirituale” va assolutamente rispettata. Ha le sue ragioni, quindi chi siamo noi per andare a fare i tiranni delle coscienze? Chi siamo noi per imporre i sacramenti? I sacramenti non possono essere imposti, non si possono violentare le persone, i sacramenti sono proposti, non sono imposti, non si può imporre un sacramento, assolutamente! Se impongo il sacramento dell’ordine a qualcuno, è invalido.

Non si possono imporre i sacramenti: per cui i sacramenti sono offerti, poi uno sceglie liberamente. E l’Eucaristia io posso scegliere di riceverla sacramentalmente e deve essere anche spiritualmente — l’abbiamo visto — o posso scegliere di riceverla solo spiritualmente. Sono libero, non è che una è meglio dell’altra, anche questo è un discorso imbecille, solo un imbecille può fare un discorso del genere, non è che io posso dire: “Quella è meglio di quell’altra”. No! Perché la comunione spirituale regge supporta, avvolge la comunione sacramentale, non è meglio! Sono tutte e due comunioni, cambia la modalità. Ma non è meglio una o l’altra, vanno insieme, solo che una può star da sola, quella spirituale, l’altra non può stare da sola, deve stare sempre con tutte e due. La sacramentale deve sempre stare unita alla spirituale, la spirituale può anche stare da sola. 

Io credo di averlo spiegato in modo tale che anche i bambini dell’asilo lo capiscano. Mi auguro — mi son quasi sgolato — e spero che a questo punto sia chiaro, perché più di così, oltre tutti i santi che vi ho citato, la Beata Candida dell’Eucarestia e le sante, le mistiche che vi ho citato, adesso ho citato anche Sant’Alberto Magno, poi più di questo non lo so. Certo, San Tommaso d’Aquino, Sant’Alberto Magno, tutto per dire che cosa? Per dire una cosa sola: impariamo ad avere rispetto delle persone, impariamo a non far sentire gli altri sbagliati, in colpa, perché non sono come noi. Impariamo a pensare che Dio, come dice Santa Teresa, raggiunge le anime per molte vie, che non ce n’è una sola, “la mia”. Detto proprio in modo mondano: vivi e lascia vivere. Cioè: Fa qualcosa di male? No. Va contro la Chiesa? No. La Chiesa lo permette? Si. E allora basta. Come si dice in milanese: sü de doss.

Bene, concludo: scusatemi, ancora sono stato lunghissimo, ma non potevo non farlo oggi, altrimenti sarei stato fuori tema. E invece oggi proprio il Vangelo e la Prima Lettura ci offrivano questo bellissimo incontro con gli scritti dei santi. Abbiamo fatto quindi Santa Teresa, abbiamo fatto Sant’Agostino, abbiamo fatto Sant’Alberto Magno, mi sembrano fonti autorevoli, attendibili. Ci sono pensieri diversi? Benissimo! Portino le fonti, per favore, portate le fonti e sulle fonti ci si confronta, ma non sul quaquaraquà, non sul chiacchiericcio e non sul: “Io penso, a me piace, io credo”, no! Ecco, le fonti: io vi ho portato Santa Teresa, oggi vi ho portato Sant’Alberto Magno e Sant’Agostino. Ecco, spero che queste possano essere delle fonti che ci fanno vivere con gioia la nostra fede e con tanta serenità. E quando sentiamo i soliti ululati, ecco, come disse qualcuno che non serve citare: “Non ti curar di loro. Ma guarda e passa”.

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.

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