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San Damiano di Molokai, parte 1

San Damiano di Molokai

Meditazione

Pubblichiamo l’audio della meditazione: San Damiano di Molokai, parte 1
Mercoledì 12 luglio 2023

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

Per motivi di intenso traffico non ci è possibile rendere disponibile l’ascolto dei file audio direttamente dal nostro sito. Se hai dubbi su come fare, vai alle istruzioni per l’ascolto delle registrazioni.

VANGELO (Mt 10, 1-7)

In quel tempo, chiamati a sé i suoi dodici discepoli, Gesù diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino».

Testo della meditazione

Scarica il testo della meditazione in formato PDF

Sia lodato Gesù Cristo! Sempre sia lodato!

Eccoci giunti a mercoledì 12 luglio 2023. 

Abbiamo ascoltato il Vangelo della Santa Messa di oggi, tratto dal capitolo decimo del Vangelo di san Matteo, versetti 1-7.

Quest’oggi vorrei riparlarvi di un santo che abbiamo già affrontato qualche tempo fa, ma vorrei ripresentarvelo sotto una luce nuova: San Damiano di Molokai, 1840-1889, apostolo dei lebbrosi.

Credo che faremo qualche meditazione su questo santo perché vorrei condividere con voi la sua particolare devozione Eucaristica. Quando si parla di San Damiano di Molokai, tutta l’attenzione va sui lebbrosi perché, effettivamente, lui ha fatto un un’opera eroica di servizio a queste povere persone. Però, come con madre Teresa di Calcutta, si parla del servizio, si parla di lebbrosi, ma non si parla di ciò che loro dicono essere stata la sorgente, la radice, la forza, la luce eccetera, eccetera, di tutta la loro opera; si parla difficilmente di questo. E allora oggi vorrei concentrarmi su questo aspetto che — come adesso ascolteremo da lui perché leggeremo alcuni suoi testi — è l’aspetto centrale che sta alla base del suo servizio ai lebbrosi. Senza questo aspetto non ci sarebbe stato San Damiano di Molokai.

Dobbiamo sempre essere molto attenti a non confondere i frutti con l’origine: l’origine è tutta Eucaristica.

Padre Damiano passava ore davanti al SS Sacramento.

“Trovo la mia consolazione nell’unico compagno che non mi lascia più, cioè il nostro divin Salvatore nella Santa Eucaristia”.

Guardate che ogni parola ha un suo senso, come vedremo.

Grazie a P Damiano, l’inferno di Molokai, fatto di egoismo, di mortalità e di disperazione, si trasforma poco a poco in un’autentica comunità.

Padre Damiano aveva bisogno di grandissima consolazione, lo vedremo più avanti. Ha vissuto delle situazioni veramente incredibili da un punto di vista umano e spirituale. Lui è andato a servire i lebbrosi ma, come se non bastasse, ha avuto delle sofferenze, delle privazioni, chiamiamole così, umane e spirituali — ripeto — veramente durissime. Ecco perché parla di consolazione. Padre Damiano si troverà da solo. Da solo! Unico sacerdote su quell’isola. Guardate che è terribile! Non aveva nessun confratello, non aveva nessuno. Non poteva dire, come capita a tutti: “Io oggi non sto bene quindi mi ritiro per qualche giorno perché ho la febbre, mi è venuto il raffreddore”, le solite cose. No! Neanche quando diventerà lebbroso si potrà ritirare! Forse impiegherò più di qualche catechesi perché, guardate, questa è una vita che non può essere passata sotto silenzio, pena mancare gravemente contro questo Santo sacerdote, mancare gravemente contro la sua esperienza. Dobbiamo proprio analizzare al microscopio tutto. Sono quattro paginette di un PDF che ho messo insieme ma le voglio leggere come se fossero oro colato che riceviamo.

… consolazione nell’unico compagno che non mi lascia più…

Perché a un certo punto lo lasciano tutti, chi per un verso, chi per un altro, a un certo punto rimane solo. Ma rimane solo in una condizione particolare che poi vedremo quale sarà. Una condizione terribile che — lui lo dice — non avrebbe mai potuto superare senza Gesù Eucarestia. 

Gesù Eucarestia è veramente l’unico che non ci lascia più, l’unico compagno che abbiamo anche in una situazione di inferno come vivere su un’isola di lebbrosi… non in un lebbrosario! Perché padre Damiano non viveva in un lebbrosario, padre Damiano viveva in un’isola di lebbra, è un’altra cosa. Un conto è vivere in un lebbrosario che è collocato in una zona abitata da persone sane, dove tu comunque sai che lì c’è il lebbrosario poi esci dal lebbrosario e puoi avere una vita sociale, una vita altra, non sei isolato dal mondo! Altro conto, invece, è vivere su un’isola di lebbra! Che già, guardate, vivere su un’isola… tra l’altro Molokai… non è che ci dobbiamo immaginare l’Italia, andate a vedere Molokai quant’era grande! Voi direte: “Si, ma, padre Giorgio l’Italia non è un’isola” Sì, lo so, intendo dire che, come estensione, Molokai non è così grande! Vivere su un’isola sganciato da tutto il resto del mondo… tu sai che sei lì, puoi percorrere il tuo pezzettino di isola avanti e indietro, ma è sempre quella, non c’è altro. Tu sei lì, circondato dal mare, chiuso lì in mezzo a una comunità enorme di lebbrosi. Pesantissimo! Pesantissimo!

Quindi, grazie a padre Damiano, questo inferno si trasforma in una comunità. Perché voi sapete che lì venivano costretti ad andare tutti i lebbrosi che non volevano andare! Venivano strappati dalle loro famiglie, strappati dalla mamma, dal papà, dai figli dalle mogli; strappati e buttati lì a morire. Quindi immaginatevi che inferno era! Che legge della giungla c’era dentro lì.

Leggiamo un pezzettino di questa lettera di San Damiano del 13 dicembre 1881 a suo fratello. Sentite:

“E’ ai piedi dell’altare — sta parlando anche dei lebbrosi — che troviamo la forza necessaria nel nostro isolamento.

Sono isolati! E sanno benissimo che da lì non torneranno più a casa. Immaginatevi che roba.

Io ho provato a vivere all’estero per motivi di studio quando ero ragazzo, per tempi brevi. Già ve lo raccontai qualche anno fa. C’era questo rito tutte le mattine prima delle lezioni: con un mio compagno andavamo sui gradini della chiesa e guardavamo l’orizzonte — perché eravamo in un collegio posto sul mare — e vedevamo le petroliere che passavano. E tutte le mattine, tutte le mattine io e lui eravamo lì che guardavamo le petroliere e dicevamo: “Ma chissà dove vanno? Chissà se tornano in Italia! Oh, come sarebbe bello tornare in Italia!” È vero che eravamo giovani ma la mancanza del nostro paese, della nostra patria, era fortissima. Mancanza che sentivamo nel cibo, che sentivamo nei costumi diversi, nelle abitudini diverse, nella lingua, assolutamente diversa; ma capite, c’era una speranza. C’era un calendario sul quale facevamo le nostre X e sapevamo che sarebbero arrivate alla fine. E quando arrivava quella fine, arrivava il pullman, ci prendeva, ci portava in aeroporto e tornavamo a casa. Avevamo un telefono col quale potevamo chiamare casa e sentire la mamma, il papà, le persone care e trovare conforto anche in questo. Eravamo molto lontani da casa, vero, però c’era la certezza di tornare, la temporaneità dello stare lontani, e poi c’era la possibilità di sentire le persone amate. E poi non eravamo in mezzo ai malati! Eravamo tutti ragazzi che erano lì per studiare, quindi capite? Era un collegio enorme dove c’era tanta vita. È vero, c’era un po’ di nostalgia, di malinconia, però, insomma, sapete, tra ragazzi ci si trova, ci si organizza, ci si tiene su uno con l’altro perché noi tutti condividevamo la stessa esperienza, eravamo tutti lontani da casa; quindi, tutti eravamo lì che ci sostenevamo a vicenda.

Lui, padre Damiano, era lontano da casa, su un’isola — e noi non eravamo isolati — era isolato, da solo, sano da solo in mezzo a un’isola di malati, poi di malati non di raffreddore ma di lebbra. Senza nessun contatto! Non si poteva mettere a telefonare, non c’era niente. Ed era solo, con tutta questa gente che arrivava buttata lì, disperata. Noi studenti eravamo là per nostra scelta e seppure controvoglia, ma per nostra scelta, per studiare. Nessuno ci ha rapito dalle nostre famiglie e buttati nel collegio a studiare. Ma lui? Eh no, lui no! E lui, quindi, dice: «Noi trovavamo la nostra forza ai piedi dell’altare»

 Questa che vi sto leggendo è vita. Non è una riflessione teologica, è vita, vita concreta, vita vissuta. Questo ci interpella molto, no? Perché noi che abbiamo le nostre piccole punture di spillo — come direbbe Teresina — subito cominciamo a lamentarci, a piangere, a soffrire, a imprecare a mormorare contro Dio e ci sentiamo le vittime dell’universo.

“Non so più cosa fare per lenire il mio dolore” — “Ma vai ai piedi dell’altare” — “Si ci vado, ma non succede niente” — “Eh perché ci vai male! Pensa a padre Damiano”.

In questo PDF che ho fatto ci sono dentro alcune fotografie e la prima fotografia che mi sono messo è proprio il mezzo busto di padre Damiano. Io lo guardo — ogni tanto apro questo PDF perché mi rimette in asse — guardo questo volto e dico: “Mamma mia… Mamma mia, proprio segnato (e qui stava ancora bene) segnato da una prova, una croce pesantissima. 

Prosegue:

Senza il Santissimo Sacramento una posizione simile alla mia sarebbe insostenibile.

Per tutto quello che vi ho detto fino adesso era una posizione insostenibile. Verrebbe da dire: “Io adesso vado a casa, qui non ce la faccio più!” E chi avrebbe potuto criticarlo? “Senti, sto qua tre mesi, sei, ma poi torno a casa”.

Ma avendo con me nostro Signore, ebbene! Continuo ad essere sempre allegro e contento. Con questa allegria di cuore e il sorriso sulle labbra, lavoro con zelo per il bene dei poveri infelici lebbrosi e a poco a poco senza dare troppo nell’occhio, il bene si compie…

“Allegro e contento. Allegria di cuore e sorriso. E, nel frattempo, il bene prende forma”. Che bello…

Leggere queste parole a me fa sentire un silenzio, proprio un silenzio profondo, interiore e una grande voglia di tacere e di stare a contemplare questa esperienza, queste tre, quattro righe che vi ho letto. E mi fa dire: “Ma allora è possibile!”

In mezzo alla lebbra, in mezzo ai batteri della lebbra, in mezzo alla carne che si stacca dal corpo, alle dita che cadono, alle orecchie che si staccano dalla testa, al naso che si disfa, alla bocca che si deforma, alle guance dove si fanno i buchi, alle gambe, alle dita dei piedi, e i pezzi di piedi che vengono via. In mezzo a tutto questo — che se anche non capita a te, lo vedi davanti a te dalla mattina alla sera, dalla sera alla mattina — lui continua ad essere allegro e contento. 

Io credo che non abbiamo più diritto di essere altro che questo, allegri e contenti. Cosa ci può succedere di peggio di ciò che è accaduto a lui?

Come possiamo essere allegri e contenti nonostante la lebbra? Possiamo esserlo perché, grazie a questa gioia, a questo sorriso, attraverso questa speranza che San Damiano aveva nel cuore, collocata lì da Gesù Eucarestia (vedete Gesù Eucarestia, cosa sa fare?) il bene prende forma. Altro che: “A questo mondo sono tutti cattivi, a questo mondo non riusciamo più a fare niente di buono…” No, no: “il bene prende forma”.

Impariamo a dircelo proprio grazie alla vita di queste persone, di questi santi, di queste persone tanto semplici, tanto normali ma che hanno permesso a Gesù Eucarestia di entrare nella loro vita e guardate che cosa succede! Guardate come riesce a decentrarsi da sé stesso, come riesce ad andare oltre sé stesso, con un rinnegamento a tutto tondo, veramente impressionante! 

Veramente, senza Gesù Eucarestia sarebbe stato impossibile e insostenibile. Almeno che uno non diventi — poi vedremo — un’anima eucaristica. Allora avverrà un altro miracolo, ma questo lo vedremo più avanti.

Concludo con questa ultima espressione:

Gesù nel Santissimo Sacramento è il più tenero degli amici

Mi viene la pelle d’oca! A me viene la pelle d’oca a leggere queste cose.

Gesù nel Santissimo Sacramento è il più tenero degli amici con le anime che cercano di compiacerlo. 

Io non so, io mi auguro di cuore che tutti voi abbiate o almeno abbiate avuto, nella vostra vita un’amicizia di quelle vere, almeno una. Un’amicizia con la “A” maiuscola, un’amicizia secondo Siracide capitolo sei. Io mi auguro, e ve lo auguro con tutto il cuore, perché veramente è uno dei doni più preziosi che si possono ricevere da Dio. E quando incontriamo un amico o un’amica secondo Siracide capitolo sei, veramente noi sperimentiamo questa tenerezza, perché l’amico, l’amica, sa proprio esprimere tutta la tenerezza tipica dell’amicizia: l’attenzione, la cura, la dolcezza, la vicinanza tipica dell’amicizia. Che ti fa sentire a casa, che ti fa sentire custodito, amato, che ti fa sentire bene, che non ti fa sentire giudicato mai; magari rimproverato, ma mai giudicato. E che tu guardi e dici: “Mamma! Ma quanto è tenera questa cosa!” Cioè quanta umanità c’è in tutto questo! Ecco, Gesù — dice padre Damiano — è il più tenero degli amici. Gesù veramente ti confonde, ti rapisce il cuore, ti lascia senza fiato. Ci sono delle volte nell’amicizia punte altissime, nelle quali uno dice: “Guarda, basta fermati perché mi stai portando via il cuore, mi stai rapendo il cuore”. Cioè talmente è tanto tutto questo, che mi sento come travolto da un’onda altissima. 

Scrive:

La sua bontà sa proporzionarsi alle più piccole delle sue creature così come alla più grande. Non temete dunque, in conversazioni solitarie di intrattenerlo sulle vostre miserie, sui vostri timori, le vostre preoccupazioni, sui vostri cari, sui vostri progetti, le vostre speranze, fatelo con fiducia e a cuore aperto”. 

Trattiamo Gesù Eucarestia come un amico. 

Nelle vostre conversazioni solitarie non temete di raccontargli tutto, dirgli di tutto, di chiedergli qualunque cosa, di trattarlo veramente come un amico, di dire: “Gesù, guarda, qui non ce la faccio più, Gesù guarda qui non ci riesco. Gesù aiutami. Gesù non capisco il senso. Mio marito, mia moglie, se n’è andato, mi ha abbandonato con i figli, ma perché? Ma che senso ha? Oppure è morto, oppure è malato, oppure chissà… Gesù, aiutami, aiutami a portare questa situazione”. 

Ditegli: “Ho un progetto, ho un’idea, vorrei fare questo, vorrei fare quell’altro…” a cuore aperto, fatelo con fiducia! 

E poi le bellezze: “Gesù, ma grazie per questa cosa che mi hai donato, grazie per questo bel progetto che mi hai fatto venire in mente, grazie perché ho visto quest’altra cosa…”.

È bello! È bello stare davanti a Gesù Eucarestia, è bello! 

È bello perché, oltre a darti tanta pace e tanta serenità, stare con Lui è sempre una cosa nuova. Uno va da Gesù Eucarestia e dice: “Adesso voglio vedere cosa mi ha preparato! Stasera, oggi pomeriggio, stamattina, voglio vedere che cosa si è inventato”. Perché ogni giorno ce n’è una nuova. Non si può dire: “Ma che barba, che monotonia, è sempre la solita cosa, tu e io, io e te, mamma mia, no!”; con Gesù questa cosa non succede mai, mai! È sempre una novità, c’è sempre qualcosa di nuovo che accade in quell’ora Santa che si fa davanti all’Eucarestia, sempre, sempre! E poi ti arrivano le intuizioni, ti arrivano le idee, poi comprendi qualcosa che non avevi mai capito, e poi — come dire — percepisci, comprendi qualcosa di più della vita di Gesù, meditando la sua parola o i santi, tanto che a un certo punto uno guarda l’orologio e dice: “Noo. Ma non è possibile. Sono stato ingannato, Gesù mi ha ingannato”. — “In che senso?” — “Eh, non è possibile, è già passata un’ora! È successo qualcosa, qualcuno ha portato avanti l’orologio; ma no, ma mi sono appena seduto. Non ho fatto neanche in tempo a prendere in mano il mio libro, le mie cosine, le mie matitine colorate, che son già qui che è già finito tutto? Com’è possibile?”. Eh, questo è l’amore, l’amore brucia tutto, brucia anche il tempo, l’amore brucia qualunque cosa. Persino il tempo non esiste più. E Gesù ti guarda e sorride, dice: “Eh caro, vedi? Stare con me…”. Non è come stare con certe petulanti persone, che i minuti sembrano anni! 

E poi uno dice: “Ma io a Gesù posso dire tutto?” 

Adesso magari scandalizzo qualcuno e vabbè, fa niente, questi scandali fanno bene, perché se ci sono vuol dire che la nostra fede non è proprio in asse. 

La voglio proprio dire tutta questa cosa, perché è successa così; quindi, non voglio nascondere un pezzo di verità, perché non è giusto, poi se c’è chi fraintenderà, pazienza! In ogni cosa ci può essere qualcuno che fraintende, quindi…. pace, ma questa cosa la voglio dire, perché forse questo audio, che è partito con l’Eucarestia e finisce con quello che vi dirò adesso, forse deve arrivare a qualcuno che sta vivendo questa situazione. Magari non oggi, magari tra un anno, tra dieci, tra venti, tra trenta, magari quando sarò morto, chi lo sa, però se quello che dirò adesso, nella verità di quanto è accaduto, potrà dare pace, serenità, speranza, potrà rialzare, potrà dare vita a qualcuno, che vive questa esperienza, che adesso vi dirò. Questo vale il prezzo di mille fraintendimenti.

Mi ricordo un ragazzo che, con una grandissima fatica, in confessionale mi disse: “Eh, guardi, padre, io sto vivendo una situazione terribile”. E quindi mi raccontò tutto il dramma che stava vivendo, legato alla sua condizione di omosessualità. Non entro adesso nel dettaglio di questo dramma che lui stava vivendo, lui personalmente. Io posso essere in una qualunque condizione, posso essere un operaio, posso essere dottore, posso essere omosessuale, posso essere eterosessuale, posso essere qualunque cosa, posso essere bianco di carnagione, nero di carnagione, posso avere gli occhi a mandorla, posso averli non a mandorla, cioè in qualunque condizione posso essere, quella condizione — per “x” ragioni che adesso io non sto a narrare, perché non è questo quello che mi interessa affrontare — può generare disagio. Ho i capelli ricci e li voglio lisci, ho i capelli lisci e li voglio ricci, sono troppo magro e vorrei essere un po’ più grasso, sono troppo grasso e voglio essere un po’ più magro. Che uno dice: “Ma no, guarda, va bene così.” — “Eh, per te! Per te!” — “No, ma guarda, quella è la normalità” — “Si, ma per te, ma per me non è così. Io vorrei essere alto uno e novanta invece sono alto uno e cinquanta”. Capite, ognuno di noi, per le ragioni più disparate, magari dentro situazioni anche assolutamente normali, può vivere però dei disagi, può vivere una inadeguatezza, può percepire un qualcosa che non lo fa stare in pace, per “x” ragioni. Ecco perché non entro nella questione di quali fossero le sue sofferenze, il dramma personale che stava vivendo, perché questo non è istruttivo in questo momento, perché appunto ognuno ha i suoi, io ho i miei, voi avete i vostri, ognuno ha i suoi disagi, ognuno ha le sue fatiche da portare avanti, da portare insieme, al di là di quello che è, al di là di quello che fa, al di là di come è fatto, al di là di tutto.

Quello che a me interessa è invece portarvi questa esperienza; quindi, questa è la situazione di partenza, quello che mi interessa è portarvi l’esperienza che adesso vi dico.

Lui mi fece questa domanda, mi disse: “Stante tutto quello che le ho raccontato, secondo lei posso qualche volta — aveva a casa il quadro del Volto Santo di Gesù, Gesù Misericordioso — dare un bacio sul Volto di Gesù?”. Potete immaginare qual fosse il motivo di questa domanda, che cosa interiormente si muoveva dentro questo giovane. E io gli risposi: “Guarda: con Gesù puoi fare tutto quello che vuoi, ma tutto, proprio, tutto quello che il tuo cuore ti dice e ti detta. Non avere mai paura di essere quel bambino che sei dentro con Gesù. Non aver mai paura di essere quel fanciullo che porti dentro di te, non avere mai paura di niente. Non lasciarti mai condizionare da niente, da nessuno, con Gesù sii semplicemente te stesso. Perché con Gesù lo potrai sempre essere e Lui lo accoglierà come il regalo più bello e più prezioso di questo mondo. Non ci sarà mai niente di sbagliato, niente di fuori posto, niente di inopportuno, niente di qualunque cosa che non vada bene con Gesù. Non “dargli qualche volta un bacio”, ma tu lo devi ricoprire di baci!”. E io mi ricordo che mentre gli dicevo questa cosa — e lui che faceva fatica a guardarmi in faccia, era tutto prostrato — mentre gli stavo parlando, gli dicevo queste parole, mi ricordo che ha alzato la testa, mi ha guardato, gli si sono accesi gli occhi, gli è venuta una luce sul volto e poi mi ha fatto un sorriso, che ho detto: “Questo sorriso vale una vita!”. È uscito che sembrava che volasse dal confessionale. Ho detto a Gesù, mentre lui usciva guardavo il crocifisso e dicevo: “Beh, da adesso, Gesù, c’è un innamorato folle di te che sta uscendo adesso, guarda che è questo qui, questo ragazzo è perso, si è completamente perso dietro di te”. Quindi dicevo: “Guarda che quando ti darà tutti i suoi baci, lì dovrai vedere anche un po’padre Giorgio, non solamente lui!”.

È bello, è così che funziona. Ha ragione padre Damiano, è così che funziona! Fate tutto con fiducia e a cuore aperto, tutto! Qualunque sia quello che portiamo nel cuore, qualunque peccato possiamo aver fatto, qualunque cosa, non smettiamo mai di andare a Gesù, di dirlo a Gesù.

Mi ricordo di un santino bellissimo — che da bambino ho conservato fino ad oggi — con Gesù che teneva abbracciato un fanciullo che teneva appoggiata la testa sul Suo petto, e sotto c’era scritto: “Dillo a Gesù”.

Dillo a Gesù sempre, sempre, e fossimo anche immersi nei peccati più tenebrosi, nel momento in cui ci rendiamo conto che… basta, tiriamoci in piedi, corriamo immediatamente da Gesù e diciamo: “Gesù, guarda, sono una lebbra vivente, io sono la lebbra, ma tu sei Gesù. Poi verrò in confessionale a chiederti perdono, certamente, ma adesso io sono qui davanti a te, a dirti che ti voglio amare, a dirti di prendermi e di guarirmi, di raccogliermi così come sono, in mezzo alla mia lebbra, in mezzo al disastro che ho combinato, prendimi tra le tue braccia, permettimi di avvicinarmi a te”.

Guardate che poi nel cuore succedono delle cose incredibili! Veramente Gesù Eucarestia… 

Sapete che, alle volte, quando sono davanti al tabernacolo e vedo le persone lì davanti, magari quando vedo qualcuno che si capisce che è proprio innamorato perso, io guardo Gesù nel tabernacolo e dico: “Gesù, secondo me, un giorno o l’altro esplode il tabernacolo, tu esplodi fuori dal tabernacolo”. Io me lo immagino così, dico: “Ma chi ti tiene più dentro, lì?”. A un certo punto succederà che ci sarà il giorno in cui vedremo esplodere questo tabernacolo, con Gesù che esplode fuori e dice: “Basta, non resisto più, adesso ti devo proprio super abbracciare, perché non è possibile, non riesco più a resistere a stare qui dentro…”.

Non perdiamo mai di vista l’umanità di Gesù, mai, mai, mai, mai! Non perdiamo mai di vista la sua tenerezza, la sua dolcezza. Mai, mai nessun uomo su questa terra sa essere tenero, dolce e umano e buono come Gesù. 

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.

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