Skip to main content Scroll Top

I custodi – Pedagogia del dolore innocente, beato don Carlo Gnocchi pt. 9

Don Gnocchi Pedagogia del dolore innocente

Meditazione

Pubblichiamo l’audio della meditazione: I custodi – Pedagogia del dolore innocente, beato don Carlo Gnocchi pt. 9
Mercoledì 19 giugno 2024

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

Per motivi di intenso traffico non ci è possibile rendere disponibile l’ascolto dei file audio direttamente dal nostro sito. Se hai dubbi su come fare, vai alle istruzioni per l’ascolto delle registrazioni.

VANGELO (Mt 6, 1-6. 16-18)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Testo della meditazione

Scarica il testo della meditazione in formato PDF

Sia lodato Gesù Cristo! Sempre sia lodato!

Eccoci giunti a mercoledì 19 giugno 2024. 

Abbiamo ascoltato il Vangelo della Santa Messa di oggi, tratto dal sesto capitolo del Vangelo di san Matteo, versetti 1 e seguenti.

Continuiamo la nostra lettura e meditazione del libro Pedagogia del dolore innocente del beato don Carlo Gnocchi. 

Né questa pedagogia è riservata soltanto alle grandi ore del dolore ed ai casi più gravi della sofferenza nei bimbi, così che debba essere appresa e praticata soltanto dai medici, dalle suore, o dai religiosi, o dai familiari addetti alla cura di bambini permanentemente malati o minorati.

Essa è pedagogia obbligatoria per tutti coloro che hanno cura d’anime innocenti, in quanto applicabile, coi suoi principi e con i suoi accorgimenti, a tutte le ore, anche passeggere, della sofferenza che purtroppo non mancano anche nella vita dei bambini sani e felici.

Poiché un’ora di dolore fisico o morale, di malessere, di malattia, di insuccesso o di pianto viene per tutti i bimbi e spesso assai frequentemente, l’educatore cristiano deve conoscere le arti delicate e sublimi della pedagogia cristiana del dolore, onde arricchire l’anima dei suoi figli, corrispondere alla sua vocazione di custode e valorizzatore delle loro possibilità spirituali e non defraudare la Chiesa e la società di un apporto sul quale Iddio ha fatto conto, nell’economia generale del mondo.

Questa pagina mi sembra molto importante. Questa pedagogia del dolore innocente non è solo per i grandi eventi, i grandi momenti di dolore della vita, per i casi più gravi; non deve essere appresa solo da coloro che specificatamente hanno a che fare con la cura dei bambini malati o minorati, ma è per tutti coloro che hanno cura d’anime innocenti.

È applicabile a tutte le ore, anche passeggere, anche per un’ora sola di sofferenza. E dobbiamo stare attenti, perché è facile violare, maltrattare, è facile fare una sorta di violenza a un’anima innocente; perché l’anima innocente è innocente (in latino innocente vuol dire “non nuoce”) è un’anima che non nuoce, un’anima buona, un’anima semplice, è un’anima delicata. Ce ne sono di persone così, sapete, ce ne sono tante e, paradossalmente, più soffrono e più sono così, più soffrono e più sono incapaci di fare il male. Ce ne sono di persone! E questa pedagogia è obbligatoria per tutti coloro che hanno a che fare con queste persone.

Quando un sacerdote entra in confessionale – come già vi dicevo – si trova immediatamente di fronte a tutto questo mondo di dolore, ognuno il suo, non ce n’è uno uguale all’altro. Tu puoi confessare per cinque ore, non troverai mai una sofferenza uguale all’altra; e sono sofferenze grandi, grandissime. Senza poi contare il fatto che, ad esempio, una volta c’era questa bella abitudine del sacerdote che andava a trovare le famiglie a casa, che conosceva personalmente le famiglie, aveva battezzato i bambini, poi la comunione, la cresima, li vedeva crescere, poi alle volte li sposava, poi arrivavano i figli. C’era proprio una frequentazione diversa, dove il tempo non ti sfuggiva dalle mani; dove c’era una vita più pacata, più a misura d’uomo. Adesso, veramente, alle volte, è una vita invivibile, mi verrebbe quasi da dire disumanizzante, ed è chiaro che «conoscere le arti delicate e sublimi della pedagogia cristiana del dolore» sì, è importante per essere custode e valorizzatore di tutte queste possibilità spirituali, come scrive don Carlo, e, allo stesso tempo, ci vuole anche il tempo da dedicare.

Proprio quando ci siamo trovati per i Sacri Cuori di Gesù e di Maria, mi è rimasta in mente una signora che, mentre stavo entrando in sacrestia, ed ero veramente di corsa, mi ha fermato e mi ha detto: “Padre, posso chiederle una cosa?”, le ho risposto: “No, adesso no”; mi è dispiaciuto tantissimo, ce l’ho ancora in mente adesso, e lei poverina ha detto: “Va bene, va bene”; però non potevo. Ci ho ripensato a questa cosa, ho detto: forse mi sarei potuto fermare un attimo. Ma non era possibile! Veramente, le cose da fare alle quali correre dietro, alle volte, sono talmente tante, che arrivi a dire dei no a coloro ai quali non vorresti mai dirli. Poi magari questa persona aveva bisogno solo di chiedermi un’indicazione. Però dispiace sempre dire: “No signora, adesso non riesco”; ma non riesco fisicamente. Questa persona poi ha visto dove sono andato, ero lì in chiesa, però corri di qui, corri di là, prepara questo, metti a posto quell’altro, guarda quello, guarda quell’altro, sistema questo… Certo, è tutto in funzione della medesima causa, però, alle volte o forse di frequente, ci sarebbe proprio bisogno di fermarsi.

Vi racconto una cosa che mi ha colpito, magari per voi è banale, può darsi e vi chiedo scusa se vi dico una cosa banale, però a me ha colpito. Mi hanno mandato dei video di un ragazzo che fa una sorta di esperimenti sociali. È un ragazzo abbastanza giovane, sulla trentina penso, che va nelle strade di diverse nazioni, mi pare in Europa, si benda, nella maggior parte dei casi, e si mette un cartello al collo con su scritto, per esempio: “Se in questo momento ti senti solo, abbracciami”, oppure: “Se hai subito la perdita di una persona cara, io sono qui” (ma c’è sempre dentro l’abbraccio), “Se stai attraversando un momento difficile e pesante della tua vita, abbracciami”.

Guardate, sapete che sono rimasto colpito dal vedere quante persone si fermano ad abbracciarlo e a parlargli? 

Mi ha colpito anche il fatto che si benda gli occhi, non so per quale motivo esattamente lo faccia, ma dovessi farlo io, penso che lo farei per mettere la persona ancora più a suo agio – perché sapete: lo sguardo è lo sguardo – per non farla sentire non solo giudicata, ma neanche guardata nel senso di uno che comunque ti interpella, perché lo sguardo interpella, lo sguardo è una cosa forte. E quindi, magari qualcuno si sente in imbarazzo, ha vergogna, magari uno si sente brutto, magari uno si sente troppo grasso, magari uno si sente troppo magro, magari uno si sente troppo alto, e un altro si sente troppo basso, quell’altro si sente troppo storto, quell’altro si sente troppo dritto, capelli troppo lunghi, capelli troppo corti, senza capelli, con troppi capelli, cioè, ognuno c’ha le sue; e allora spesse volte uno non si avvicina all’altro perché ha paura del suo giudizio, perché si sente inadeguato, perché si sente sbagliato, alle volte uno si sente sporco. E quindi, bendandoti, gli eviti tutti questi problemi, questo imbarazzo.

Ma quante persone che si fermano e lo abbracciano! Lui poi magari gli dice una parola ma non si fermano lì tantissimo. Ci sono addirittura delle ragazze o dei ragazzi che insieme vanno e lo abbracciano. Ci sono persone che vanno, lo abbracciano e poi si mettono a piangere; persone che lo abbracciano e stanno abbracciati un po’. Si vede che non ne possono più, hanno dentro talmente tanto dolore, talmente tanta sofferenza, ma talmente tanta che, evidentemente, gli sembra un miracolo vedere un ragazzo con un cartello al collo che ti dice: “Se ti senti solo, se stai soffrendo, se hai perso qualcuno di caro, se ti senti sbagliato, abbracciami”.

Quando l’ho visto, ho detto: domani lo faccio anch’io; mi è venuto subito questo pensiero. Chissà cosa succederebbe se un sacerdote, vestito da sacerdote, si mettesse a fare una roba del genere! Uno vestito da sacerdote, o magari vestito da frate, che si benda e si mette un cartello al collo e fa questa cosa. 

Potreste pensare: “Sì, va beh, che cosa emozionale, evanescente, banale; che cosa costruisce? A che cosa serve, qual è la sua utilità?” Magari è vero, magari sono cose banali, magari sono cose eccessivamente emozionali e sentimentali, però la mia domanda è: ma se così in tanti si fermano, tutte queste persone, soprattutto giovani, che si fermano ad abbracciarlo per alcuni secondi, lo ringraziano e poi vanno via, cosa ci dice questo dato? Giusto o sbagliato, emozionale, non emozionale, sentimentale, evanescente, superficiale e tutto quello che volete, analizziamo il dato, cosa ci dice? A me è quello che interessa! Probabilmente c’è un tale livello di solitudine, di sofferenza, di senso di abbandono, forse anche di disperazione che magari, per qualcuno, quel gesto può aver rappresentato un’ancora di salvezza, in quella giornata.

Quella cosa per me, magari, è banale, ma io non devo prendere il mio cervello e farlo diventare la norma normans non normata, perché questa è solamente la Scrittura. Non sono il mio cervello, le mie idee, le mie sensazioni, i miei giudizi, il protocollo universale della verità, della correttezza, della giustizia, della bellezza, della profondità. Io posso pensare in un modo, ma grazie al cielo non sono Dio e quindi devo metterci mille punti di domanda vicino; questo è il mio pensiero, questa è la mia sensibilità, è la mia. Può esisterne una diversa? Eh, certo! Deve esisterne una diversa! E ha lo stesso diritto e dignità di esistere? Assolutamente sì. Ma è migliore o peggiore? Né l’uno né l’altro: è, esiste, punto, come esisto io, così esiste la sua, e lui, o lei.

Per queste persone è stato importante compiere questo gesto; per me no? Va bene, per me no, io non lo farei mai, va bene, non lo farei mai; lui o lei l’hanno fatto, l’hanno proprio cercato e sono venute via serene, son venute via ringraziando questo ragazzo che, in alcuni casi, non dice quasi niente. Non c’è stato scambio di moneta, non c’è stato scambio di soldi, non c’è stato niente, non c’è stato: io ti do, tu mi dai; no, io sono lì con un cartello al collo con su scritto: “Se ti senti solo, se vuoi, abbracciami”. Colpisce! A me personalmente, colpisce e fa riflettere, perché, in mezzo a tutto questo correre – leggendo anche la parola “valorizzatore” di don Gnocchi – c’è qualcuno che si è fermato, si è bendato e ha dato un valore a quel tuo dolore. Cioè, ti dice: io sono qua, questo dolore, se vuoi, può essere intercettato.

E quindi, secondo me, è una bella idea, poi, ripeto, è un mio parere personalissimo, non è un dogma, è un mio parere, è una mia idea, però mi è sembrata veramente un’intuizione quantomeno interessante, degna di una valutazione, degna di una riflessione, degna di farsi due domande. Trovare oggi qualcuno che ti ascolta, qualcuno che da tempo per te, guardate, non è una cosa così facile.

Quante volte ho sentito questa frase: “La gente non si confessa, la gente non viene a confessarsi, il sacramento della confessione è in crisi, non si confessa più nessuno”. Guardate, la notte tra il sette e l’otto di giugno abbiamo fatto l’adorazione eucaristica notturna e c’è stata la confessione della notte; il mio confratello, che ha confessato con me, mi ha detto che è entrato in confessionale intorno alle otto e mezza / nove di sera ed è uscito a mezzanotte e mezza. Io sono entrato in confessionale più o meno alla stessa ora e sono uscito all’una e mezza di notte. Senza la pausa di un secondo! Uno via l’altro, uno via l’altro; dov’è questo sacramento in crisi? All’una e mezza di notte… Tanto che gli ultimi mi dicevano: “Padre, non le dico buonasera, le dico buonanotte”, e io: “Sì, direi proprio di sì, all’una di notte ci dobbiamo dire buonanotte, non ci diciamo buonasera e neanche buongiorno”. E io chiedo: dov’è la crisi? Io non ho mai trovato questa crisi, mai vista questa crisi. Mi sono anche detto: evidentemente sono un sacerdote iper-graziato (ho pensato anche questo), il Signore mi ha fatto una grazia pazzesca! Però non solamente a me, perché anche quest’altro sacerdote che era lì con me a confessare, anche lui ha confessato fino a mezzanotte e mezza. E confessioni belle, confessioni importanti – non stupidaggini – richieste di chiarimento, di aiuto.

Quindi: non è che forse siamo noi preti che ci rendiamo poco disponibili al sacramento della confessione? Non è che forse siamo noi a non valorizzare l’importanza di ricorrere a questo sacramento? Che non sappiamo dare un tempo di ascolto? Che ci mettiamo lì a fare tutti i perfettini dicendo: “Per confessarti devi fare questo, questo, quello e quell’altro”? Sì, è vero, tante volte anch’io l’ho detto che bisogna confessarsi bene, certo è vero. Però, sapete, alle volte uno entra in confessionale perché non sa più dove andare.

Mi diceva una ragazza che ha fatto l’adorazione tutta la notte, che lungo la notte sono entrate anche delle ragazze che era chiaro, per come erano vestite, che stavano andando in discoteca. Che bello però… sono entrate – mi ha detto la ragazza – si sono messe qua, sono state un po’ con Gesù e poi sono andate.

Guardate che lungo la notte di quella adorazione eucaristica, abbiamo avuto una presenza media tra le trenta e le quaranta persone a ogni ora. Al mattino, quando abbiamo fatto la benedizione eucaristica e la reposizione dell’Eucaristia, c’erano in chiesa centocinquanta persone; per un sabato mattina alle 7:00 a me sembra tanto. Per un’adorazione eucaristica notturna, avere trenta, quaranta persone presenti ad ogni ora, è tanto.

Ma allora non è vero che c’è tutta questa crisi di fede, tutta questa lontananza dai sacramenti, tutto questo assenteismo! Forse è vero che siamo noi preti che forse dovremmo rivedere alcune cosine, e lasciare queste chiese aperte e organizzare eventi di adorazioni eucaristiche, di ascolto delle persone, di preghiera. Questo sicuramente ci renderebbe custodi del dolore altrui e valorizzatori di queste sofferenze. 

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.

Post Correlati